Shoot the moon

post 123

 

Urlare, mi hanno detto, fa bene. Ti trovi in macchina, da sola, ed è pure notte. Perché non provarci? Alla fine non ho forse provato di tutto per alleviare il dolore? Questo al limite mi darà un po’ di tosse in più, qualcosa a cui i miei addominali si stanno abituando, qualcosa a cui le notti stanno donando un pezzo di sé, che male può fare, urlare?

Così urlo, urlo alla luna, come un lupo, chissà con chi sono arrabbiata, ma io lo so, lo so…

Mi dà un po’ di sollievo, in effetti, ma non come speravo.

Deve essere per questo che sono ancora qui, che lo dicevo oggi al mio Amico Scrittore, che l’unica cosa che mi fa bene è questo spazio di totale menzogna, cerco di raccontarle a me raccontandole a voi, cerco di raccontarmi migliore o peggiore di come sono, ma il fatto è che non mi vedo, non mi vedo davvero, chi riesce a farlo? Dico di riconoscermi allo specchio, ma quale me? Quale me voglio vedere?

E come posso pretendere che siano gli altri a vedere ciò che io stessa non vedo?

Ecco, credo che sia questo il mio punto nevralgico di recente, la mia ossessione da sempre, l’essere vista davvero, quando nemmeno io riesco a farlo, quando nemmeno riesco a mettermi fuori da ciò che scrivo, quando vedo che l’unica cosa che mi fa bene è mettermi dentro, l’onestà (parola che ormai quasi maledico) è contro di me.

Mi sento a un punto morto con me stessa. Mi sento disonesta.

Forse è per questo che ascolto Norah Jones, e credo che sia giusto sparare alla luna.

 

 

 

 

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Disconnessione in corso

post 122

 

C’era un post che girava su Facebook tempo fa: la faccia di Rambo in una delle scene finali (quindi bello provato, direi) e sotto la scritta: quando lavorate nella ristorazione e vi chiedono come sono andate le feste.

Direi che queste feste sono andate proprio così: mi sono cucita da sola la ferita sul braccio, mi sono appostata sulle montagne, sono sopravvissuta a quei tre cretini di poliziotti e ho pensato che era meglio il Vietnam.

Una ragazza si è ammalata proprio per il 25 aprile: il massimo del massimo che mi ha portato a turni doppi e a pensare che meno male lo Shogun aveva degli impegni questo weekend, sennò alla fatica si aggiungeva il giramento di palle che potevo far venir su uno tsunami.

Nonostante io mi trovi in uno dei periodi migliori da anni (con Little Boss sto vivendo un momento di splendore unico che sono certa ricorderò per sempre, sempre senza rimpianto, che non è una mia cifra), la stanchezza di questi giorni e alcuni dolori del cuore dei quali faccio fatica a liberarmi (ma ci sto studiando, ci sto studiando nel vero senso del termine) mi stanno mettendo a dura prova.

E poi ci sono cose che non capisco, situazioni in cui non mi trovo, tutta roba che ho deciso di ignorare quando si presentava e che ora mi arriva sulle spalle. Lex Luthor mi dice che gli dispiace non salutarmi, il che mi porta a dire: allora perché cazzo mi hai insultata pubblicamente? Ecco, cose così, che non capisco, situazioni così, in cui non mi trovo. E mi sa che ho tirato davvero tantissimo la corda a questo giro, perché mi sento esausta in talmente tanti modi che mi chiedo perché io sia ancora qui a scrivere invece di sprofondare su una cosa morbida qualsiasi che trovo in casa, chiudere gli occhi e non svegliarmi più.

Forse sono le piccole cose che esauriscono, una tosse persistente, il palmare del Ristorante che si rompe proprio di sabato, il bagagliaio dell’auto che fa contatto e si apre mentre vado.

Posso dire senza paura di sbagliare che oggi non è proprio giornata.

Quindi ora mi metto un bel cartello sulla testa: Disconnessione in corso.

Buddanate

post 121

 

 

Sono venute alcune cose alla mia attenzione in questi giorni,  alcune teorie, alcune frasi. E tutto questo pare connettersi con cose ho sentito, letto, discusso con altre persone. Devo provare quindi a riordinarle qui, come faccio di solito, per vedere se ci tiro fuori le gambe.

Quindi Wal, salta questo articolo a piè pari. Oppure versati subito uno short.

Le cose sono iniziate quando l’Amico Speciale ha deciso di cambiare la sua vita e cercare di essere felice. Ve lo dico con le stesse parole che ha usato lui. Si sta infognando in saggi psicologici e filosofici, compra (e legge) libri come il Simposio, viene a prendere in prestito Freud e Jung. Preoccupante per uno che fino a ieri diceva di volersi involvere. Mi trovo quindi ad affrontare con lui alcuni strani argomenti detti da più o meno loschi figuri di cui lui è entusiasta. È tutta roba molto zen, e io su questo ho la mente aperta, nonostante spesso mi trovi a dire che sono buddanate. Condivido, non condivido, insomma, ho il mio pensiero, che mi rendo conto sia stato influenzato da tutta la roba che ho letto in questi anni. Di cosa parlo… parlo dell’uomo, del modo che ha l’uomo di essere qui, su questa terra, di esistere, di vivere, di essere felice, di sopravvivere. Sono i mieiargomenti, tutto quello che mi interessa è cercare di capire l’uomo e di conseguenza capire me stessa. E lo so, lo soche è un lavoro potenzialmente infinito e inutile, ma in qualche modo dovrò occupare il mio tempo no?

L’attenzione comunque oggi mi si è concentrata sulla mente. E sul suo potere. Ora, detta così pare che tutti adesso possiamo metterci a leggere nel pensiero o a spostare oggetti qui e là. Non è questo il punto, anche se ci sono linee di pensiero (orientali per lo più) che affermano proprio questo. Io ho solo qualche lettura sparsa e l’esperienza personale. Qualche tempo fa distruggevo, mio malgrado, alcuni pilastri del mio castello mentale, uno dei quali era Se vuoi, puoi. Oggi torno a rimetterci le mani. Giusto per confermare che sono Ostinata, anche nel regolare il pensiero.

Il pilastro l’ho distrutto perché stava diventando un assoluto. Ovvero qualcosa che vale sempre e comunque. E quindi ho fatto bene, da un lato, a darci sotto con le ruspe. Una sana dose di realismo fa bene, altrimenti rischio di diventare il caro Don Chisciotte e combattere contro i mulini a vento. Ma c’è un fondo di verità che non merita di essere sepolto sotto le macerie.

La verità si nasconde nel potere della mente. Io, che sono abbastanza distruttiva con il pensiero, soprattutto nei miei confronti, sono la prima però a riconoscere che non è sempre così. Che con la mente non distruggo sempre, ma creo. Potrei farvi mille esempi di come, pensandoci, sono riuscita a creare cose bellissime solo credendoci davvero. Che forse il crederci significa semplicemente impegnarcisi al massimo, avere pazienza, sudare un po’, ma soprattutto non darsi limiti. Ed ecco che mi torna in mente il mito della caverna, ed ecco che lo lego al mio Se vuoi, puoi non più assoluto: e se fosse solamente cambiare Punto di Vista? E se fosse questo il vero metodo rivoluzionario, cioè che rivoluziona lo stato delle cose? Non me lo dite: ho scoperto l’acqua calda.

Fatto sta che stamani questo pensiero, così piccolo, così banale e soprattutto così da me da accertato altre volte (che la vita è solo una questione di punti di vista e che cambiandoli, a volte, si può stare bene senza essere ebeti), mi ha ricollegato a quella parte di me (a quel mondo che è mio, cioè che è appreso, capito e accettato, direi piuttosto) che mi ha fatto riconoscere davvero bene davanti allo specchio. E riconosco anche che non è un pensiero falsamente positivo, anzi, potrebbe non esserlo affatto, positivo, per certi versi. È solo una strana consapevolezza di imperfezione continua della vita, ma senza arrendersi a essa, all’imperfezione. Ma, allo stesso modo, senza mirare alla felicità assoluta, che è un falso obiettivo. Solo accettando la vita per quella che è, ma senza esserne sopraffatti.

Beh, io non sono brava con l’equilibrio, direi. Ma stamani ho sentito questo, equilibrio.

Mi sono sentita anche meno sola, in un certo senso.

Chissà, però, magari sono tutte buddanate

O forse no.

Riuscire a vedere la bellezza

post 120

 

 

La giornata odierna è iniziata nei peggiori dei modi, con una velata minaccia del mio ex, Non la passerai liscia, che non so perché ma ha innescato tutta una serie di pensieri negativi terribili e odiosi rivolti a me, soprattutto, su come io mi senta un po’ come la Maga Magò della Spada della roccia, avete presente quando tocca il fiorellino e quello si incenerisce? Ecco, a volte mi sembra di essere questo. Ma certo, non è che invento tutto tutto, non sono solo seghe mentali venute dal nulla, è roba che mi viene detta e ripetuta spesso. Certo, mi viene detta dai miei haters, ma solo il fatto che io ne abbia più di uno non è perlomeno strano? Lo Shogun mi dice che in effetti passo pure per occhio, non sono in politica, non sono iscritta ad associazioni strane, tipo archeosofica (che manco so cosa sia, ma so che c’è) o massoneria, non vado a bere l’aperitivo al bar come abitudine, non mi metto a ballare per la strada, quando arrivo a casa di solito scendo dall’auto e entro (veloce) in casa e lì resto fino al mattino dopo, tengo la musica e la tv bassa negli orari proibiti… insomma non rompo le balle a nessuno. Mi pare. Però respiro. E penso. Anche se nei social non ostento quasi mai pensieri forti o decisi, per scelta (i social mi servono per il lavoro non pagato e, a volte, per quello pagato). Forse, dico, faccio pensieri rumorosi…

In ogni caso, il turbine di pensieri negativi mi ha portato anche a piangere sulla frolla versata, cioè, sulla frolla impastata per i dessert di domani, che come sapete è Pasqua e quindi si lavora come schegge impazzite. E il mio capo mi ha guardata e mi ha detto: non ci perdere energie, per quello stronzo. Ma io piangevo per quella stronza di me. E questo non l’ho detto.

Ma si sa… a volte le giornate cambiano. E stavolta è stata Little Boss a dare la svolta decisiva. Perché, nonostante un messaggio inquietante di suo padre ricevuto alle 2 di notte, lei è sempre allegra, positiva, distaccata (sì, lo so, meglio che scriva sempre apparentemente) e con tanta voglia di vivere. E allora mi sono lasciata trasportare dalla sua onda, mi ha presa proprio per mano, letteralmente, e mi ha portata a giocare. Il gioco è Geo caching , il suo nuovo trip. Per le spiegazioni vi mando qui.

E quindi oggi abbiamo approfittato del sole pieno, dei 23 gradi, ci siamo immerse nella natura (farlo, qui da me, è semplicissimo, basta farsi due metri oltre un qualsiasi paesello), abbiamo passeggiato in boschi, giardini, stradine, punti panoramici, e abbiamo cercato le sue scatoline(non ditele che le chiamo così).

Due su tre i ritrovamenti. Ma si sa che non è mai l’arrivo, ma il viaggio. E il viaggio è stato dannatamente divertente. Un po’ perché io, con Little Boss, mi diverto sempre tanto, mi tira fuori la parte bambina si vede, ma spiritosa e intelligente lo è davvero, insomma è sul serio una bella compagnia.

E dopo tutto questo camminare, scavare, cercare in posti tanto belli che fatico ancora ad abituarmici il risultato è stato che i pensieri negativi sono tornati nel buco dal quale erano usciti. Quasi del tutto. E sono stanca (metteteci anche il lavoro) e i piedi mi fanno tanto male che sto scalza per riprendere contatto con la terra, ma il cuore mi fa molto meno male.

E poi Little Boss ama David Gilmour e alziamo a palla tutte le canzoni in macchina e una volta tornata a casa mi lascia scrivere e… ora devo andare. Devo portarla da suo padre. E anche se stasera sarò sola (e non lo sono spesso, ormai, di sera) ho un’altra cosa da attendere e alla fine la bellezza c’è davvero. In mezzo a tanta merda (sterco, direbbe la mia collega) c’è pura bellezza. Allora dicevo bene, anni fa: ognuno deve spalare la propria per riuscire a vedere la bellezza.

Il Museo dell’innocenza

post 119

Mio padre oggi mi riporta indietro di qualche anno. Alla prima volta che ho visto un Nobel, Oran Pamuk. Alla prima volta che ho sentito parlare del Museo dell’innocenza.

Ed ecco cosa scrivevo, al tempo:

(Pietrasanta, 8 Giugno 2013)

Arriva sul palco, il Nobel, che quasi te lo aspetti luccicante come una moneta preziosa, niente a che fare con quest’uomo normalissimo, emozionato e titubante. 

Prende la parola il suo editore, Einuadi, e il loro prologo è tutto per Istambul, per quelle rappresaglie, per quella paura della guerra civile che tanto lo atterrisce e disarma in questi giorni. Ammette di essere qui con il corpo e là con il cuore.

Io, da ascoltatrice, avverto questa dicotomia e non riesco a capirla all’inizio: sarà il traduttore? Sarà il viavai di gente continuo? Sarà che sono lontana?

Ma quando si entra nel vivo, quando inizia a parlare del suo libro, “Il museo dell’innocenza”, ecco che i nostri fili si allacciano e io sono pronta a farmi trascinare in questo viaggio verso la Turchia. 

«Il museo è vero» dice. 

E io non capisco.

Mi ci vuole davvero molto tempo -molte parole- per arrivare alla comprensione di questo duplice progetto, studiato per anni e finito di realizzare solo quindici mesi fa.

“Il museo dell’innocenza” è un libro che parla di un uomo innamorato. E di tutto ciò che ruota intorno all’amore. O Amore. Quindi felicità, rabbia, frustrazione. Il protagonista, Kemal, nel corso del romanzo raccoglierà gli oggetti che per lui rappresentano questa passione -osteggiata- verso la donna amata. 

Ma mentre scriveva, Pamuk non aveva in mente solo il romanzo: davanti a lui c’era la voglia di creare un luogo fisico per questo suo personaggio: un museo, appunto.

Il viaggio è duplice, allora: c’è “Il museo” romanzo e il museo reale, che contiene gli oggetti raccolti da Kamal: entrando dentro il museo entri dentro il romanzo e viceversa. Ma sono i sensi coinvolti ad essere differenti. Resta il fatto che questi oggetti incarnino una storia, la raccontino.

 Il romanzo sconfina nella realtà: Kemal chiede al suo amico Pamuk di creare per lui il museo. E Pamuk esegue gli ordini del suo personaggio. Non solo. Crea un catalogo museale, “L’innocenza degli oggetti”, che è di per sé strutturato come un romanzo.

«I musei mi piacciono», afferma Pamuk. Ma troppo spesso, specie quelli orientali, sono una dichiarazione politica. Non sono solo una sede artistica, ma anche politica. Guardando un museo in Cina, ad esempio, non puoi che restare stupito dall’immensità, dalla floridezza, e finire per elogiare la Nazione.  Ma non premia l’individualità, non ti dice niente sul cinese.

Il suo progetto vuole fare questo, invece, premiare l’individualità. Perché se mai c’è un parallelo tra museo e arte della scrittura è che entrambi fanno vedere i dettagli minuti che compongono la vita. 

 

 

Ritornare lì con la mente è stato bellissimo oggi. Rivivermi. Ricordarmi che ci sono anche queste cose che hanno influenzato il Moonverso.

Cacchio se ho voglia di rileggere quel libro, ora…

 

 

 

 

 

 

 

La Teoria la so tutta

post 118

 

Vediamo…

La cena è sistemata nella padella, una cena fusion(macchè, è una cena inventata, ma dire fusion fa più figo) che di certo Little Boss apprezzerà solo in parte; il bucato è dentro la lavatrice che si sta lavando; ho mandato l’Iban a chi me lo ha chiesto (fa sempre bene qualcuno che, nell’arco della tua giornata, ti chiede l’Iban, no? Di solito te lo chiede per versare, giusto?).

Ho fatto tutto e Little Boss sta finendo di fare i compiti (anche se è in ritardo, ma vabbè). Nota stonata, nel senso esatto del termine: la sua musica , fatta ragazzini che cantano e che hanno nomi tipo skilla o roba simile (non riesco a imparare questi nomi, il mio neurone si rifiuta e io non posso biasimarlo…). Sopporterò. Dopotutto lei a volte sopporta la mia musica, no? Che poi lasciate stare il fatto che la mia musica è degna di essere ascoltata… ma i gusti sono gusti e, come disse una volta una mia amica, tutti abbiamo ascoltato da ragazzini qualcosa di cui oggi ci vergogniamo (io i Take That…).

Insomma, tutta questa non è una prolusione, bensì una nota introduttiva che mostra un fatto semplicissimo da notare: la prendo sempre larga per dire le cose. Essere sintetica, diretta, funzionale non mi piace. Qui, soprattutto, che siccome è uno spazio mio (gentilmente concesso in modo gratuito da San WordPress, che io prego assai poco, si vede, perché a volte mi ignora e, anzi, mi fa gambetta) mi piace utilizzare come mi pare.

Sul fatto, comunque, che io la teoria la so tutta, ma sulla pratica, invece, difetto, ho rotto le balle a tante persone in questi anni. È una frase che metto avanti come un cartello o uno striscione, i miei Lo so, lo so sono diventati celebri, stanno facendo un meme ad hoc.

Oggi l’ho ripetuto all’Amico Speciale.

Il fatto è che quest’uomo, con i suoi alti e bassi e le sue virate di idee, ora è in una fase un po’ particolare dove si lascia ispirare da un tizio (popolare su You tube) che è sì uno psicologo, ma è anche uno molto alla mano, che dice le cose in modo diretto e semplice, e questo indubbiamente lo rende attraente per persone come l’Amico Speciale, che vuole sì imparare, ma non da persone che si atteggiano in un certo modo superiore. Ma comunque, non è il nuovo amore dell’Amico Speciale il discorso.

Il discorso è cosa è successo, praticamente, nel Moonverso. Perché di questo scrivo, essendo cosa a me cara. E non è a me cara perché è roba mia e quindi esisto solo io, non è a me cara in maniera egoica (rubo questo termine a chissà chi, non è corretto ma rende l’idea), ma è la semplice premessa di questo blog.

(Lo so, lo so, mi dilungo, parto per la tangente, sto andando fuori tema, divago)

Ho passato un bellissimo weekend con qualcuno venuto dal Giapponeapposta per me. Il mio capo mi ha detto che si vedeva che ero felice, avevo una luce speciale. Ed è così. Lo Shogun mi rende felice, cazzo. Tutto con lui assume una colorazione diversa, mi fa pensare Allora esiste davvero, esiste sul serio essere felici! E tutte quelle cose lì. E non vi tedio oltre. Perché il punto non è ancora questo.

Ma ieri mattina io e lo Shogun avevamo fame. E siamo usciti per fare colazione (sembra l’incipit di un noir).

Il mio ex Lex (vi rimando brevemente a qualche nota qui) in un nanosecondo si è di nuovo trasformato in Lex. Un po’ come accade in Smallville, non so se avete presente. Lex e Clarke sono in continua tensione per diverse puntate, fino a che la rivalità non prende piede definitivamente. E ieri Lex mi ha fatto chiaramente capire, con modi poco cortesi invero, che la rivalità è ricominciata. E in un certo senso ho tirato un sospiro di sollievo, perché non è che mi fidassi proprio molto. Sentivo. E lo so che non si fa, ma io quando sento di solito ho ragione.

Ed ecco che si torna a bomba.

Io lo so che sbaglio a pensarla così. La teoria mi dice che se penso così avrò una bella Teoria che si autoavvera dalla mia. Ma la pratica, l’esperienza, mi dice che il mio diciottesimo senso ha ragione. E, di nuovo, lo so che il mio cervello mononeuronale registra solo quando vince in questo settore, ma è proprio… più forte di me?

Ed ecco che ogni volta mi sento una stupida. Perché nonostante sappia come funziona, nonostante conosca l’insidioso meccanismo, ogni volta ci casco.

Così come casco nel trabocchetto di Allora sono sbagliata io se.

Diciamo che la cosa più buffa in assoluto è che sia l’Amico Speciale, oltre agli altri, a dirmelo.

Ma siccome sento anche lui (ridete pure, lo so , lo so) non sono ancora convinta che questa sua fase sia reale o fittizia.

E insomma, proprio quando la teoria mi insegna che devo smettere di farmi le seghe mentali, ecco che sono di nuovo qui a farmele.

Un insegnante immaginario direbbe, di fronte a una come me: si impegna tanto, ma proprio non ce la fa

Cerchiamo di premiare l’impegno?

Intanto, nel Moonverso…

post 117

 

Di solito prima scrivo e poi metto il titolo a quello che ho scritto. Un po’ a casaccio, come i tags. Ma stamani mentre facevo le pulizie al Ristorante (una cosa che mi piace, lavoro ripetitivo, che non implica la presenza del neurone solitario del mio cervello) mi è venuta fuori questa frase e eccola lì che ve la propino oggi. Perché io sono figlia di quello di cui sono figlia, televisione e fumetti.

Quindi:

Intanto, nel Moonverso…

Sabato pomeriggio mi arriva un messaggio da TDL. Ha finito un racconto, Per favore mi dai un occhiata? (sì, senza l’apostrofo, quando voglio posso essere una vera stronza, lo so, me ne rendo conto, ma non lo faccio apposta… no, non è vero, faccio la stronza apposta. Ma almeno posso dire che non mi fa sentire meglio).

Passa il sabato. La domenica lo vedo, lui fa un accenno al racconto, io gli dico che appena posso lo leggo, lui fa la faccia da cane bastonato, io quella da cane che ringhia.

Lunedì riprendo il file in mano. È un racconto che ho già letto in buona parte perché lui la aveva usata come scusa prima per cercarmi (Ah, tu scrivi? Allora ti volevo chiedere…eccetera). È una storia fantasy, e ho già scritto forse quanto io sia lontana da quel genere, manco Tolkien ho finito, e va detto, Tolkien è Tolkien… comunque non è certo il motivo per il quale esito. Tutta questa storia mi puzza di altro. E appena sento quell’odore io mi incazzo. Ne parlo con lo Shogun. Che mi dice che forse non sono la persona giusta per questo lavoro. Io concordo, ma per motivi diversi. Solo che mi rompe da morire non fare un lavoro che mi piace (eh, sì, ognuno è malato a modo suo) perché ho paura di non essere obiettiva. Nel caso specifico ho paura di essere troppo stronza. Che già lo sono, quindi… insomma, mi dico, tu sei in grado di essere professionale. Se di professionalità si può parlare. Esito, apro, chiudo, riapro e mi decido.

Appena vedo il testo già mi salta un nervo: mi ha rubato il carattere! Ora, questa storia del Courier (che è il mio carattere, che voi non vedete perché l’editor di WordPress mi ha messo questo altro e io sono pigra e non lo cambio) l’ho già scritta qui da qualche parte. So che sono stata io la prima a rubarlo al Mentore, quindi da ladra a ladro… ma no. Un conto è rubare e un conto essere derubati, specie se hai il sospetto che il motivo sia lo stesso.

Ma rimetto a posto il nervo saltato e proseguo (professionalità! Eccheccazzo!). la storia la ricordo molto bene, il pezzo che ha aggiunto chiude bene, la trama si regge, non è male. Non mi entusiasma, ma è il genere stesso a non farlo. Solo che noto l’aggiunta di qualche descrizione che prima, sono sicura, non c’era. Della co-protagonista, per l’esattezza. Ma siccome non voglio fare la paranoica, apro il vecchio file che mi ha mandato più di anno fa e confronto. Certo, ho ragione io. E beh, ok, chiudo tutto, invio due righe poco specifiche sulla funzionalità della trama (aggiungendo che è un cumulo di refusi e imperfezioni che vanno corrette) e stop.

Lui poi chiede se posso aiutarlo anche in quello, segnando in rosso gli errori.

Cazzo!

Ok, TDL, lo faccio, ma senza fretta, ho un romanzo, una causa di affido, una vita privata.

Ma io ho fretta!

Eccheccavolo! Farò il possibile… (e qui la domanda nasce spontanea: perché diamine hai detto ok? Come fai a infilarti sempre in queste stronzate?)

E vabbè, qui andrebbe steso il classico velo pietoso su quanto sono scema e su quanto troppo disponibile sia (l’Amico Speciale diceva servizievole, magari aveva ragione lui).

Ma ciò a cui pensavo stamani in realtà era proprio la descrizione di TDL del suo personaggio. Era chiaro che avesse voluto inserire quella descrizione per me. E che voleva che la leggessi. Solo che la tizia, lì, veniva descritta come apparentemente algida. Una donna dura, che non si lascia sfuggire sorrisi se non in rare occasioni. E in una settimana è già la seconda volta che mi viene detta la stessa cosa. Il mio ex Lex (questa è una storia moooolto lunga che chissà se mi capiterà mai di raccontare per intero. Vi basti sapere che, come Superman, avevo un personale Lex Luthor che ce l’aveva con me per motivi personali di non chiara natura, e con il quale, proprio questa settimana pare che io abbia chiarito. Sì, lo so, ci sono tanti forse e ma ancora, è la mia natura diffidente, diciamo che ok, mi fido, ma sto ancora con le orecchie dritte, come ogni volta che non capisco bene le cose) ha detto che sembro insensibile. Ora, questo apparentemente e questo sembrare significano che ai loro occhi ok, forse non lo sono davvero, algida e insensibile, ma resta il fatto che per chi non mi conosce io appaia così. E questa cosa mi sconvolge. Tanto. Perché io credo sempre di essere socievole e solare, mentre invece sembro la matrigna di Biancaneve.

E allora giù seghe mentali, come da copione. E stamani sorridevo a 100 denti, quasi da paresi, e mi sono sentita dire da una cliente, Ehi, biondina (questo vizio ce l’hanno tutti, di chiamarmi biondina, maschi e femmine) come sei seria!

Ma cavolo!

E sì che mi sembra di non aver mai sorriso tanto alla vita come adesso. Sono proprio felice, cavolo, e a quanto sembra questa cosa si nota solo perché sono più bella. E ok, mica è un male se me lo dicono, il Mago del computer, un amico, mi ha detto anche che sono più alta! Ma io voglio sembrare quello che sono, diamine!

Più felice!

Domani mi attacco in fronte uno smile…

Tempo e tempo

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Mi sono guardata Shining con Little Boss in questi due giorni. Lei voleva vederlo (il mito di King, soprattutto, un mito che non sarò certo io a sfatare, dato che se non fosse stato per King forse non avrei letto tanto. Insomma, ho iniziato così, da bambina: It, il mio primo amore, Carrie, La zona morta, A volte ritornano, Misery… l’elenco è lungo, tanto quanto i romanzi e i racconti di King), io volevo rivederlo, e mentre godevo delle scene migliori (Wendy, tesoro, luce della mia vita) cercavo di ricordare dove mai ho letto o studiato questo film. Ricordo alcune cose che avrei dovuto notare nel film, ma siccome ho la memoria come acquaccia di palude, non ricordo cosa esattamente dovevo notare, né dove ho letto queste informazioni. Frustrante.

Così ho rispolverato (nel vero senso del termine) alcuni libri dell’esame di storia del cinema. Nessun risultato, a prima vista. Ma siccome sono una mentecatta, adesso ho voglia di rileggere anche quei libri. Passare da Truffaut a Kurosawa, da Ford a Rossellini. E poi Pasolini, il mio mito. Insomma, che palle che sono a volte, quando mi metto a curiosare e poi la mia curiosità cresce e mi accorgo che no, non è il momento, devo concentrarmi, e chissà perché non mi concentro abbastanza, chissà perché non mi accontento mai di quello che faccio, ché vorrei fare molto di più, mentre mio padre continua a ripetermi Non so come diavolo fai a trovare il tempo, solo che non capisce che non è il tempo, ma il Tempo quello che trovo, e di Tempo a volte ne potrei trovare di più, ottimizzando, scegliendo.

Il Tempo non manca mai, mi dico, faccio solo delle scelte. In base al meteo, a volte, all’umore (quando sto bene macino tantissimo, quando mi perdo nelle seghe mentali devo sopportarmi finché non passano).

Spesso scelgo di non guardare il tempo, ma solo il Tempo. Allora gli orologi contano, sì, perché nella mia vita tutto è scandito da un orologio, ma quello che sta nel mezzo tra un’ora x e una y lo dedico completamente, senza pensare ad altro. È così che il mio Tempo viene impiegato per Little Boss, spesso (lei vuole il mio Tempo, e io sono felice di darglielo e di prendere il suo), o per gli amici, o per lo Shogun. Ma allora si tratta di scegliere tra le mie infinite possibilità di scoperta e vivere. E so già cosa sceglierò. Sempre.

Quindi Kubrick e Fellini attenderanno.

Magari però potrei segnarmi queste cose da qualche parte, per il futuro… quando non ho nulla da fare, quando non ho il cervello impegnato per un romanzo e la mia vita è un po’ scarsina e tristuccia e io mi sento un po’ vuota e scarica. Cosa che, ovvio, non accadrà mai, vista la carica ottimistica che sembra pervadere queste mie giornate.

A volte un po’ di realismo non mi farebbe male però cara Moon…

Seghe mentali: egoismo

post 115

No, lo so che non è questo il momento migliore. Non sono rilassata (ma quando mai lo sono?), ho la piccola Boss nell’altra stanza con 39 e mezzo di febbre (no, via, le sta scendendo un pochino), mille pensieri sull’Amico Speciale (che mi odia, come immaginavo sarebbe accaduto, prima o poi). Dovrei scrivere, ma ho testa solo per quello che mi pare. Come sempre non so comandare i miei pensieri, non li controllo, io, proprio io che voglio sempre controllare tutto (fallendo, fallendo, fallendo).

Insomma, è l’egoismo, oggi, che mi prende i pensieri.

Ho risposto in un commento di quanto egoismo ci sia nei rapporti d’amore (più o meno parlavo di questo), ma oggi ho voluto indagare, sviscerare, che non lo faccio sempre, ma a volte mi capita, specie se ci devo ragionare, farmi le seghe mentali?, fa lo stesso, tanto sul pensiero non ho controllo, era nelle premesse.

Quindi leggo sulla Treccani: Atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di sé stesso, del proprio benessere e della propria utilità, tendendo a escludere chiunque altro dalla partecipazione ai beni materiali o spirituali ch’egli possiede e a cui è gelosamente attaccato.

Ecco, c’è scritto che è un atteggiamento, quindi, sempre da definizione: Comportamento assunto da una persona o da una collettività in una determinata circostanza o nei riguardi di altre persone e collettività, o anche rispetto a fatti, dottrine, problemi. Semplifico e riporto nello specifico: Comportamento assunto da una persona nei riguardi di altre persone.

Faccio 2+2, ma siccome in matematica sono una capra (Sgarbi approverebbe) ci sta che sbagli: l’egoismo può essere saltuario (in una determinata circostanza) o perenne.

Per quanto riguarda l’amore invece definiamo così: Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia.

Quindi Amore Egoista sembrerebbe chiaramente un ossimoro. O è Amore o è Egoismo.

Ma torno alla definizione di egoismo. C’è un avverbio che mi ha particolarmente colpito: unicamente. Che significa, sempre Treccani, che mi piace molto, ma è una cosa che mi viene dall’infanzia, esclusivamente. Quindi l’altro, nell’egoismo, non è contemplato. Si può essere egoisti quindi se si vuole il bene dell’altro per personale benessere?

La definizione lo esclude a priori. Quindi no. Non c’è l’Amore Egoista. Sennò non è Amore.

(Piccola parentesi: il fatto che io stia definendo l’Amore, che in particolare riferisco all’Amore filiale, come dicevo nel commento sopra citato, mi inquieta assai. Mi sono persa in questa cosa per anni. Definire l’Amore. Poi certo, Little Boss c’era anche prima, ma io tendevo a differenziare l’Amore filiale dall’Amore per l’altro, dall’Amore per un’amica, Ale per esempio. In realtà mi trovo a provare sensazioni molto simili per tutti e tre i tipi di Amore. Cambiano alcuni parametri, ma che non hanno a che fare con il sentimento in quanto tale, ma con la relazione che intercorre. Della serie: io amo così. E questo, diamine, questo, per me è tanto tanto importante. Capirlo, dico. Il mio specchio è sempre più nitido. Poi può non piacermi, ma mi riconosco sempre di più…).

Ma il discorso non può concludersi così, certo, perché la logica ci aiuta, ma non ci risolve mai tutto tutto. Perché sennò ci riduciamo a dialettica pura, e noi non siamo solo dialettica. Siamo un sacco di cose.

In Amore bisogna pensare anche a se stessi. Che non significa però, come da definizione, essere egoisti. Forse qui incorre l’errore. Che è solo di definizione, come ho detto, ma qualcuno mi dice che è importante definire bene, farsi capire eccetera. Anche qualcuno di voi si è lanciato a dirmelo. E io ok, recepisco i messaggi. Li inoltro, diciamo così, magari ho la connessione lenta, si può dire, e ci mettono un po’ ad arrivare, come certe consegne SDA. Ma scopro, rileggendo libri che non leggevo da un po’ e che non ricordo di aver letto, che alcuni messaggi li incamero. E restano miei. Un po’ come studiare le poesie alle elementari: il sabato del villaggio ti resta per la vita.

E quindi cosa? Vediamo se scrivendo qui mi resta questo, di concetto, questa cosa mia, che oggi ho deciso di pensare.

Non c’è Egoismo nell’Amore.

Nell’Amore c’è l’Amore. Stop.

(Cavolo quanto sono categorica stasera… mi faccio paura da sola…)

Scrivere

post 114

 

 

Quello che vorrei sarebbe lavorare stasera. Il lavoro vero, quello non pagato.

Sul concetto del lavoro ho dovuto pensare tanto e la mia Psi è stata la protagonista di questa piccola evoluzione.

Qualche anno fa, quando Little Boss era piccola, ma non più così piccola da dover ricevere le mie attenzioni notte e giorno, mi sono trovata improvvisamente disoccupata. È il destino delle mamme a tempo pieno, di tutte: il bambino quando è piccolo ha bisogno del tuo latte, dei pannolini, di giocare, del bagnetto, di essere cullato. E di tante altre cose. Ma poi arriva il momento in cui va all’asilo. E la mamma a tempo pieno, beh, si trova dopo un po’ ad avere tanto tempo libero.

Io lavoravo, al tempo, ma di tempo libero me ne sono ritrovata comunque in mano più del necessario. Leggevo tantissimo. E ovunque, in qualsiasi condizione. Avevo proprio fame, in quel periodo, fame di parole, e così compravo o prendevo in prestito di tutto, non selezionavo nulla, leggevo e basta, nella speranza di placare quell’ingordigia.

Fu così che mi trovai tra le mani un libro di Spaarks. Beh, è a quel libro che tocca la colpa del mio provare a scribacchiare. Appena lo finii pensai subito: una cazzata così sono capace di scriverla anche io, ma in realtà il mio pensiero andò quasi subito più in profondità: non trovo nulla, da tanto, che mi plachi quella fame. Forse potrei provare a scriverlo io.

Ho iniziato così: un po’ per gioco, un po’ per sfida, un po’ per disoccupazione. E così sono andata avanti per qualche mese, credo, non tantissimo, facciamo dalla primavera all’estate.

Ma poi ho iniziato a leggere davveroquello che stavo scrivendo. Mica tutto, eh, solo qualche parte, solo qualche racconto. C’era tanta tristezza. Un amico notò, poi, che c’erano un sacco di donne che soffrivano, nei miei racconti (le ho spesso: uccise, fatte picchiare, ammalare, torturare, rese bulimiche, nevrotiche, borderline, masochiste, sadiche, assassine…una bella lista).

Le cose quindi sono cambiate. E scrivere smise di diventare un gioco: era già una necessità.

Con il tempo lo diventò sempre di più. Era l’unico posto dove mi sentivo completamente io, mi riconoscevo allo specchio, insomma. Era una bella sensazione, a volte. Altre invece prendevo coscienza di lati di me che non sospettavo.

All’inizio provai a coinvolgere il mio ex: le piccole premiazioni, per me, erano un buon sistema. Lui da una parte sembrava contento, dall’altra invece …beh, invece no. Osteggiava. E osteggiava nel modo peggiore, con il silenzio.

Potrei dire altre mille cose su questo argomento specifico, ma sarebbero cose noiose e avulse da ciò che voglio dire stasera.

Il suo atteggiamento nei confronti della mia scrittura però cambiava anche il mio stesso rapporto con essa: iniziai a sentirmi in colpa per il fatto di farlo, come se stessi rubando del tempo a qualcuno. L’appagamento scemava e il senso di colpa saliva.

Ma siccome sono Ostinata ENevrotica, non smisi di scrivere, anzi. Rincarai la dose. Volevo di più. Volevo scrivere meglio. E di cose che mi importavano. Ma, soprattutto, meglio. Lo volevo quell’obiettivo che mi ero prefissa all’inizio, scrivere qualcosa che io volessi leggere.

E, ovvio, facevo tutto questo con immensa sofferenza.

È stato in questo momento che la mia Psi mi liberò dal peso spiegandomi che il lavoronon può essere considerato solo quello che ti dà la pagnotta in fondo al mese. Tutto ciò che impegna la tua energia per un fine specifico è lavoro. Banale, no? Bastava guadare sul dizionario. O ricordarsi che quando avevo 13 anni i miei genitori mi dicevano, con fare di rimprovero: vai a scuola e studia, è quello il tuo lavoro. Eppure…

Eppure questo concetto, da quel momento, non mi ha più abbandonato.

E quindi il mio lavoro, quello vero, è questo, scrivere. E il mio fine è stare bene, di nuovo, capire (me, il mondo), dare un nuovo punto di vista (a me, al mondo), forse anche restare (per me, per il mondo).

Quindi, ora che mi sono scaldata, vado.

Scrivo.