Dejà vu

post 160

 

 

È una specie di dejà vu.

Ultimo giorno di lavoro prima delle ferie, ovviamente il più terribile dell’estate, clienti come se piovesse, ci manca una persona, dieci minuti prima della chiusura della cucina arriva un gruppo di 15 (!) spagnoli: dieci pizze. Chiamo Osaro, Help me, please! It’s my job, fa lui, e corre. Siamo come la Juve, dice il mio Amico Cacciatore che ogni tanto compare in questi articoli (e lo chiamiamo Gipo, diamogli un nome, a questi amici), lui inizia a stendere, io condisco poi faccio Finish! E lui inforna. Siete una bella squadra. Io non mi intendo di calcio, ma in effetti pare che lo sia, a parte ciò che dicono gli Interisti.

E beh, alla fine saluto tutti, Buone ferie! Divertitevi! Bacio sulla guancia anche Micro(bo), un abbraccio a Sbiru, a Lù, alla Cuoca, a Osaro.

Corro a casa a prepararmi per la festa di mia nipote.

E ormai io e Little Boss siamo d’accordo: le ferie non possono iniziare senza la festa di compleanno di mia nipote, ormai cinquenne.

Il tema di quest’anno? Indiani e cowboy.

La differenza dall’anno passato? C’è anche l’Amico Speciale a godersi i bambini urlanti. Mi chiedo come si troverà, mica è abituato a queste cose, lui, e invece mi sorprende: sempre a suo agio, l’Amico Speciale, chiacchiera con i miei, chiede ai bambini di fare una gara di urli, prende un po’ in giro Little Boss, che quest’anno non si schioda dal mio fianco, forse si sente troppo grande ormai per giocare. Trovo a un certo punto la ragazza dell’anno passato, quella incinta di sei mesi: lei e Woody hanno sfornato proprio un bel pargoletto. È più vispo di suo fratello, dice, e io rabbrividisco per lei, visto che l’altro suo figlio, quello grande, è di nuovo attaccato alla casetta, urlante: forse c’è dall’anno passato, chissà.

E di nuovo (sembra quasi incredibile) mi trovo di fronte a una conversazione sulla differenziata che vede partecipi mio padre e mia madre… davvero non capisco. So che non possono parlare di politica, so che non possono parlare del loro privato, ma è possibile che non si rendano conto che parlano sempre e solo di spazzatura? Non potrebbero discutere, che ne so, di cucina?

Meno male che poi arriva l’Amico speciale e inizia a raccontare del suo anno di militare: una conversazione nuova per la mia famiglia, né mio padre, né mio cognato, né il mio ex avevano storie da naja nel loro repertorio.

Taglio della torta e, come da copione, tutti a casa, domani si parte per le ferie io e Little Boss, Riviera romagnola quest’anno, ho prenotato in anticipo e trovato una super offerta (io ho il radar per le vacanze cheap). Stavolta l’Hotel (con mezza pensione) è talmente cheap che ho paura che la sera mi chiedano di fare un paio d’ore di lavoro al ristorante… speriamo bene.

Inoltre il meteo pare che non sia dalla nostra. Una settimana di acqua piena, dice, ma si sa, i Bernacca di questi tempi non sono poi così attendibili, forse qualche ora si salverà.

E poi, come ogni anno, l’importante è cambiare aria, e stavolta cambio pure mare. Ho almeno un paio di cose in programma: fare un selfie con Little Boss a San Marino (per rendere noto al mondo che abbiamo lasciato l’Italia durante queste vacanze, disobbedendo all’ordine imperativo del mio ex che non mi permette di farla espatriare), e un’alba dal mare.

Quasi pronta alla partenza, non mi resta che finire le valigie e saltare in macchina.

Ah sì: devo svegliare Little Boss!

Ci risentiamo tra una settimana.

E ora Via! Verso l’infinito e oltre!

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Le cose che vuoi ma non vuoi

post 101

 

Ancora ferie.

Ne parlo come fosse una condanna e in fondo c’è una parte di me che lo pensa. Questi giorni fatti di nulla mi costringono a fare (è la mia natura), a pensare a cosa fare per la precisione, e sono stancanti. In ferie in questo modo io mi stanco.

Ieri alla fine mi sono fatta una gita, ho preso il treno e sono andata a Firenze. Una mostra di Bansky, un giro alla Piccola Farmacia Letteraria, il mercatino di San Lorenzo, il Duomo. C’era il sole, una giornata splendida per camminare, che alla fine è quello che ho fatto, ho camminato, le cuffie nelle orecchie come un’adolescente, il sorriso stirato in pasticceria. Mentre passavo da Ponte Vecchio ho rinunciato al racconto. Quello del narcisista covert, quello per la raccolta sui disturbi patologici. Pensavo ai lucchetti, ma non ho guardato se ce ne erano, non so perché. Eppure me lo ero riproposto. Pensavo ai lucchetti dell’amore, a una promessa chiusa a chiave e messa lì, su un ponte che ha mille anni come minimo. Mi sono detta che le promesse hanno bisogno di simboli, qualcosa di materiale a cui attaccarsi.

Anche io avevo promesso. Certo, non in modo solenne, ma avevo detto che ce l’avrei fatta. E poi invece no. Invece no. Lo Shogun mi manda un messaggio e mi chiede se sto bene. Incazzata? Triste? Ma no, sto bene, alla fine è la verità. Non mi pento di aver rinunciato, l’ho fatto per motivi giusti, mi pento di aver mancato alla promessa con me stessa. Un altro Se vuoi puoi mancato, ma forse mi dico che non lo volevo.

È strano pensare alle cose che vuoi ma non vuoi. Mi sembra il riassunto della mia vita. O magari è una scusa che mi do in perfetto stile La volpe e l’uva. Non ci arrivo. Ma tanto non la volevo. E allora la domanda che mi faccio è come si fa a scavalcare i trucchetti delle nostre menti, le piccole trappole in cui cadiamo per giustificare le nostre azioni? Come si fa a capire quello che davvero vogliamo?

Che forse non me lo chiedo nemmeno per me, alla fine, ma me lo chiedo per altri. Per mia madre (Ma tu, dalla vita, che vuoi?), per l’Amico Speciale (Devi capire cosa vuoi). Sarebbe tutto più facile se capissi all’istante e decidessi fermamente (questo aggettivo è orrendo: non dovrei permettermi di usarlo).

E invece ci sono delle cose che voglio ma non voglio. Forse perché magari ne voglio solo un pezzo, dell’intero così com’è non me ne faccio di nulla. Magari voglio solo pezzi di realtà perché tutta insieme mi investirebbe. O magari è solo il mio modo per non stare nella Zona confort, un auto sabotarmi continuo. Come si decide qual è la verità?

E allora ecco che torno sempre lì, torno sempre a pensare che non esiste La verità, ma solo Una verità, una delle tante possibili, una che sia accettabile per farci andare avanti per la nostra strada o per decidere di tornare sui propri passi. E in questo stato di relativismo cosmico mi rendo conto che però tutto è possibile e accettabile o al contrario, tutto può essere inaccettabile e impossibile. Quindi la mia teoria ha una falla. Tutto non può essere il contrario di tutto.

Torno al punto e mi chiedo: perché hai rinunciato? Lo volevi o non lo volevi? Il mio cervello risponde che non lo sa. Ho deciso con la pancia. Ho deciso pensando ai lucchetti. E ora mi sento più libera.

 

Mal di spazio

post 96

 

Ecco come è andata: mi metto qui a scrivere circa un’ora fa. Voglio buttare fuori delle cose, come sempre, per definirle, per capire.

Ma scrivo della merda.

Sarà la compilation Un the e un libro di Spoty. Che in effetti è un po’ poco incisiva, un po’ moscetta, un po’ intonata più alla me di questo fine settimana che alla me che voglioessere ora. E c’è una versione di Brown Eyed Girl che è molto dolce, certo, ma mi fa venire il latte ai ginocchi.

E invece la musica del momento è l’originale di Van Morrison. Così la metto. Assolutamente. Mentre il libro del momento è del mio idolo Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici.

E allora ecco che non ho bisogno di definire delle cose ora. Stasera. Ho già definito troppo. Pensato troppo. Seghementaleggiato troppo. E allora Rossella docet: maana, ragazza.

O magari anche dopo le ferie, che ci siamo, eh, domani è la mia domenica, ma poi inizia l’ultima settimana. E poi ho due settimane e mezzo di stop.

E stamani sono entrata a lavoro con trentacinque minuti di anticipo. E il mio capo, quando mi ha vista mi ha detto: come farai ora, con le ferie? Una cliente ha invece chiesto: ma non hai da fare a casa? Un altro ha scosso il capo e ha riassunto: hai dei problemi.

Come se non si fosse capito.

Quindi per me le ferie, specie queste, a Febbraio, non sono proprio una manna dal cielo. Little Boss ha la scuola e non la vedo per tutta la mattina. E poi, per poter avere almeno i fine settimana interi con lei, devo concedere al mio ex i pomeriggi, o le notti. Il che si risolve in: tanto tempo libero. Troppo. L’anno passato ho quasi finito un romanzo. Bella cosa se il romanzo non fosse stato il peggior romanzo della storia del romanzo.

Non ripeto l’errore.

E per ora ho programmato solo tre dei lunghissimi 18 giorni. Una gita fuori porta. Fuori parecchio. Vado in Giappone.

E sarà quel che dio vorrà. O chi per lui.

Intanto penso a come è buffa la vita che sceglie i momenti più sbagliati per bussare alla porta e per fare la voce grossa. Tutto si concentra sempre. In pochi giorni arrivano le bombe d’acqua e ti annegano. Ho scritto buffa, è vero, ma in questo caso dovrei dire stronza. O la stronza sono io, che ho fatto Rossella per troppo tempo. Ce l’ho di vizio di rimandare i pensieri scomodi. E la stronzaggine si paga sempre.

Pagherò anche quella di stasera, ho idea.

Intanto, pensa pensa, a una conclusione ci sono arrivata.

Non posso tornare indietro e non posso stare ferma.

Il Moonverso si sta muovendo veloce e mi fa venire un po’ di mal di spazio.

Devo prenderne atto.

Sognare non costa nulla

Post 51

Il campanello d’allarme è suonato oggi: sono stanca. Molto stanca. Troppo stanca. Ci saranno persone che mi diranno che essere stanche dopo turni di 10 ore di lavoro quattro giorni su sei, andare a prendere Little Boss a musica, portala alle lezioni di yoga, stare(seppur poco) dietro alla casa, alla macchina, scrivere, vedere gli amici eccetera forse alla fine porta a un po’ di stanchezza. Mio padre mi ha sempre detto, sin da ragazzina, che pretendo troppo dal mio corpo. Ma il mio corpo ci è abituato. Quello che voglio dire è che ci sono cose che ho sempre fatto e ora, invece, sono stanca da due settimane sole. E non può certo essere che la stanchezza corrisponda al compimento dei 40… sarebbe la cosa più assurda del mondo. 

Quindi mi devo trovare un’altra spiegazione. 

All’Amico Atipico ho detto che forse ho tirato troppo la corda. 

Il mio capo mi ha detto che se campo a sigarette e caffè non posso aspettarmi altro.

Mia madre dà colpa a quel famoso esame che non va.

Fatto sta che non riesco a fare molto di più che lavorare (e a fatica), gestire la piccola, tornare a casa, cercare di scrivere due cazzate, e dormire. Stasera avrei voluto essere a Pistoia (L’anno che verrà), o in alternativa a un evento teatrale a casa di un amico, o in alternativa pure al piccolo concerto rock che ha organizzato la Proloco proprio sotto casa mia(talmente proprio sotto che gli sto anche dando la luce per le casse). Ma sono appena le quattro e mezzo del pomeriggio e io sono distrutta. Ho fatto la doccia, e nemmeno alla cena riesco a pensare: vorrei andare a letto subito. E so già che anche domani sera sarò knock out. E quindi salterò anche la presentazione del libro di un altro mio amico. 

Vabbè, dice il moon neurone solitario: è un periodo. Il problema è che non so proprio dove tagliare le energie per poterle recuperare. O come farmene venire di nuove. 

Quindi navigo a vista, come sempre, facendomi girare le balle per le cose che non posso fare e incolpandomi di essere una mammoletta. 

Per le prossime ferie devo aspettare Febbraio. E devo ancora decidere dove andare. Ho in progetto Torino, a casa di amici di mio padre. Milano, a casa di mia zia. Ma i progetti per partire sono sempre inversamente proporzionali ai soldi che avrò. 

Ma sognare è concesso, no? 

Quindi sogno di poter fare entrambe le cose, e poi di prendermi altri tre giorni per vedere un posto che non ho mai visto qui in Italia, e poi portare Little Boss al famosissimo museo della scrittura e magari farci un salto di nuovo a un parco giochi, e perderci un giorno intero in una libreria, che io e lei, se entriamo in libreria, ci sta che ne usciamo pure con il proprietario, e poi portala a mangiare il tartufo, che le piace tanto, e poi sogno un week end da sola, magari alle terme, che adoro, basta che non mi facciano i massaggi, che quelli li voglio solo da mani che conosco, e poi sogno un giorno intero in un bosco, solo io e io, di nuovo, ascoltare i suoni della natura, perdermi (non letteralmente, ovvio), sedermi sotto a un albero per risposare, ascoltare il mio cuore in silenzio, lontana da tutto e tutti. 

Sì, sognare non costa nulla…

Con la scimmia di Palahniuk sul collo

post 26Evvai che oggi sono riuscita a prolungare la sensazione delle ferie andando in piscina con Little Boss e una sua amica. Qui, in mezzo agli ulivi (e ai tafani) non c’è davvero nessuno, è pace assoluta. E visto che sono riuscita a sbloccare l’eraeder, mi leggo Palahniuk, finalmente. Mi imbatto in un racconto, Voi siete qui. È il resoconto, più o meno, di una fiera per scrittori dove, pagando, hai 7 minuti per proporre a un editore la tua storia, il tuo manoscritto. Nulla di nuovo, si fa anche qui in Italia. Se vinci ti porti a casa un contratto: clap, clap!

Proseguo e inizio a sgomentarmi. Il caro buon vecchio Palahniuk mi sta dicendo, ora, che buona parte di queste persone racconta solo della propria vita, rielaborandola. 

Forgiata a colpi di martello sullo stampo di una buona sceneggiatura. Interpretata sul modello di un successo del botteghino. Non c’è da stupirsi che tu abbia cominciato a valutare la tua giornata in termini di nuovi spunti narrativi. La musica diventa colonna sonora. L’abbigliamento diventa costume. La conversazione, dialogo”.

E vabbè, nemmeno c’è bisogno di grandi doti per capire il collegamento che il mio neurone solitario ha fatto. Ebbene. Ebbene. Ebbene. Sì. Mi sono sentita punta nel vivo (oltre al tafano, pure Palahniuk). Io, che per anni ho provato a dissimulare dicendo che nelle mie storie non c’ero io, che volevo solo dar voce alla mia gente. Ora mi trovo a spiattellare la mia vita daybyday. Insomma, sono come tutta quella gente alla fiera degli scrittori, gente che cerca di vendere la propria vita su carta. E non è forse che anche io vivo la mia vita Come un romanzo? Non è che mi perdo i momenti per la smania di registrarli? 

Chiudo il racconto a metà. Mai mi sono sentita più lontana dall’idea di scrittrice.

O forse no. Beh, in realtà non proprio. 

In fin dei conti non ho mai fatto l’equazione Scrittura=Denaro. E poi questo scrivere mi fa bene, lo dico sempre, scrivere mi fa pensare. E in questo modo rifletto sulla mia vita, su di me, sugli errori commessi. Insomma, do un senso a tutto. Riordino il caos. E posso sfruttare il mio passato a beneficio del futuro. E non obbligo nessuno a leggere. Non chiedo soldi. Scrivo. E basta.

Quindi no, alla fine, non sono così lontana dalla mia idea di scrittrice. Non ho un romanzo? Dico: non ancora. Ma poi ci arrivo, eh.

Riapro il libro e finisco il racconto. E guarda guarda… le cose alla fine iniziano a tornare. Palahniuk salva l’idea della Terapia della parola. Quindi alla fine concordiamo, eh?

“Un aspetto positivo è che magari questa consapevolezza e questa registrazione potranno spingerci a condurre vite più interessanti. Magari saremo meno inclini a ripetere in continuazione gli stessi errori”.

E infine:

“O magari… forse, chissà, tutto questo processo non è che una preparazione verso qualcosa di più grande. Se impariamo a riflettere sulle nostre vite e a conoscerle, potremo tenere gli occhi bene aperti e plasmare il futuro. Questo diluvio di libri e film, di trame e sottotrame, potrebbe essere il sistema che il genere umano userà per prendere coscienza di tutta la sua storia”. 

Ora mi piaci, Pala. Che io, alla fine, sono una che non usa la letteratura come svago, ma come conoscenza dell’uomo. Se mi devo svagare gioco a carte. Quindi ok. Facciamo che questo blog è anche una preparazione. Un blog multiuso. Rielaboro Socrate: nel mentre cerco di conoscere me stessa, magari riuscirò a conoscere qualcosa di più sull’uomo. 

Cavolo. I miei 7 minuti, però sono scaduti da un pezzo. 

Se ne riparla la prossima volta. 

Finire in me

post 25
Eccoci qua, siamo quasi alla fine, le vacanze passano davvero veloci anche se non succede nulla o quasi. E devo essermi riposata davvero molto (leggi: dormito) perché stanotte alle due mi si sono spalancati gli occhi e non c’è stato verso di farli richiudere per tre ore buone. Si stava avvicinando un bel temporale e dalla finestra vedevo la luce dei lampi e sentivo il rombo in avvicinamento e tutto questo (luce- rumore) ha contribuito a farmi alzare e andare in cucina, piano per non svegliare Little Boss, precauzione quasi inutile, visto che lei, quando dorme, nemmeno un bombardamento aereo: il sonno dei giusti. Ho provato a leggere, ma l’ereader mi si è bloccato, maledetto touch screen, e quindi non sono nemmeno riuscita a sapere cosa pensa o fa la scimmia di Palahniuk. E allora non mi è rimasto altro che pensare (damn!) e ho iniziato a scrivere una mail mentale a TDL (una cosa mostruosa che faccio spesso) e mi sa che l’elettricità del temporale ha dato il suo contributo, perché era una mail al cianuro, ovvero ero incazzata come una mina, che chissà poi perché si dice così, come se le mine si potessero incazzare, al più esplodono, che è quello che ho fatto, appunto nella mail mentale, sono esplosa, ho deflagrato, gli ho scritto (mentalmente)che era un uomo senza cuore, interessato più ai controfiletti del Ristorante che a me, perché questo, mi ha scritto: siete chiusi, cavolo, e ora dove lo mangio il controfiletto? Mi sento tradito. Tu ti senti tradito, maledetto idiota? Sai dove ti metterei il controfiletto?
Mi ci sono voluti molti minuti di visualizzazioni di prati e spiagge deserte per riprendere sonno.
E poi ecco che la mattina: porca puttana! (Mi perdonerete il francesismo)
Mi bastano tre suoi messaggi in croce ed eccola lì che tutta la rabbia la metto in una bolla e la soffio via, come nelle migliori buddanate zen. Mi manca il tuo sorriso, scrive. E in un nano secondo so che sono fottuta.
Mi sto lavando i denti con Little Boss e lei mi fa: perché ti tremano le mani?
Ah, ah, troppo caffè la mattina, a volte capita, ah ah! (sorriso di plastica)
Lei se ne va rimproverandomi con lo sguardo. Sta cercando di farmi smettere di bere caffè e fumare sigarette, la piccola salutista che mangia solo Nutella al mattino…
Ed ecco che arriva un altro messaggio e io capitolo.
C’è sempre un momento della mia giornata che finisce in te.
Riesce sempre a bloccarmi le parole, la parabola della scrittrice fallita.
Ma abbocco all’amo come un tonno pinne gialle. Quindi vado avanti a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare (neurone solitario, grazie di essere ancora dalla mia parte!) fino a che lui non aggiunge: Ti manco?
Mi mordicchio le pellicine per non rispondere (Non rispondere Moon, ti prego!).
Ma sebbene mi faccia uscire il sangue, la mano trova la strada e confesso: penso a te anche troppo spesso.
Eccola, la stupida Moon.
Stupido temporale, stupida me, stupide parole.
La giornata parte male.
Eppure ho un sorriso sulla faccia che mi fa stare bene.

Più triviale di un film di serie B

post 24
Sono decisamente spiaggiata, il sole mi morde la schiena e i polpacci, non ho voglia nemmeno di leggere: lo spirito delle ferie anni ’60 si è finalmente impossessato di me.
Io e Little Boss siamo sulla sabbia dalle nove di questa mattina (no, non è stato affatto facile trascinarla fuori dal letto, anzi, direi che è stata tutta una storia di moine -subito-, minacce -poi-, corruzione -infine-).
Arriva un messaggio: è l’Amico Speciale. Lui non ha il permesso (io non gli ho dato il permesso) di chiamarmi quando sono da sola con LB. Non che lei non lo sappia, che lui e io ci vediamo, solo che io ho le mie fisime e sono una vera rompicoglioni capace solo di mettere paletti con la scusa di salvaguardare mia figlia, mentre in realtà cerco solo di salvaguardare me (ho scritto una delle cose più oneste degli ultimi tempi. Quindi, se vi sembro un’arpia, cercate almeno di apprezzare questo).
Mi chiede come si sta al mare e io gli rispondo con una foto dell’acqua cristallina. Che fai?, chiedo poi.
Sono sul tetto di casa mia, devo sistemare l’antenna e un paio di embrici venuti via, risponde.
Non ho idea di cosa siano gli embrici (il mio vocabolario non è poi così ampio), ma fingo di aver capito, Buon lavoro! E poi penso a quanto sia sexy l’immagine dell’Amico Speciale che ripara antenna e embrici (non sono animali, vero?): deve avere qualcosa a che fare con qualche retaggio che mi si è attaccato in modo inconsapevole.
E così, anche se mi ero ripromessa di staccarla, questa spina, di nuovo la mia testa frulla mille pensieri, manco fossi un maledetto Kenwood. Tutta roba che ho già analizzato, oltretutto. Ad esempio: perché non ho la capacità di infuturarmi (Platone docet) con l’Amico Speciale? Non sarebbe un lieto fine grandioso? Non sarebbe maledettamente semplice?
Allora, ecco che me la racconto (io me le racconto un sacco):
Dopo un matrimonio devastante, Moon è triste, ferita e decisamente sfiduciata nei confronti del genere maschile. Si sfoga spesso con AS, che è capace di consolarla in molti modi (una delle sue capacità è sdrammatizzarla e lei è una che se non viene sdrammatizzata un po’ rischia il collasso). Passano due anni così, incapaci di muoversi dal primo punto nel quale si sono messi. È una storia immobile, la loro, dove nessuno dice (osa dire) una parola di troppo e se lo fa (Ti amo!) subito si mette a ridere (scherzo, dai!).
Ma a un certo punto qualcosa cambia. Moon si rende conto che l’unico uomo che le è sempre stato vicino in questi due anni è proprio quello che vuole accanto a sé per tutta la vita. Alla va da lui, gli dice: Ti amo, ma non ride. AS attende, convinto sia l’ennesima battuta, ma Moon è seria stavolta, ha lo sguardo serio, perfino le sue spalle sono serie, dritte e frementi – giusto un poco. Il campo si allarga, i due si abbracciano, si baciano, partono i titoli di coda sulle note di una canzone che tutti conoscono.

Ebbene. Non pare anche a voi che ci sia qualcosa che non torna?
Prima di tutto, cosa cambia in Moon? Secondo, siamo sicuri che AS non stia aspettando altro?
Naaa. Questa storia è più triviale di un film di serie B…

Relax or not Relax?

post 23

Come da copione stanotte ha diluviato e ora il cielo è grigio tendente al nero. Perfetto. Little Boss ancora dorme, ché se non la sveglio io con le paroline magiche (pane e Nutella) arriva fino a mezzogiorno. Nessun programma per la giornata, a parte fare il pesto. Che come programma è un po’ miserino.
Il mio problema è che non so come ci si rilassa. Una cosa particolarmente odiosa, visto che sono in ferie e sono al mare. Io, il concetto di relax, proprio non lo conosco. Non so stare senza fare nulla. Ho bisogno di programmi, progetti, e sì, lo so che avevo detto andrà tutto bene, sono in vacanza, ho staccato la spina eccetera. Ma questa spina staccata dalla mia vita la devo riattaccare da qualche parte.
Quindi cerco qualcosa da vedere/visitare/fare nei distorni: San Google. E scopro che nei dintorni non c’è altro che mare. Mare, scogli, tramonti, spiagge.
Il piedino inizia a battere nervoso. Perché qui l’unica cosa da fare se diluvia è fare una partita a Machiavelli, ma mi chiedo: quante partite dobbiamo fare per sbarcare una giornata intera? Maledizione, possibile che la mia inquietudine sia salita in macchina con me(era forse nel bagagliaio, che non l’ho vista?) e mi abbia seguito fin qui?
Zitti tutti!

Un raggio di sole ha bucato una nuvola.

Little Boss: pane e Nutella!

Essere altro

post 22
Nell’aria c’è profumo di sale e piadine. E citronella e olio al cocco e limone. L’acqua è cristallina, non me lo aspettavo davvero, non me li aspettavo, i pesci sui piedi. E invece ci sono.
Nella casa che ho affittato a un prezzo regalo, che manco una televendita, c’è anche un cortile, un dondolo e un tavolo con le panche. Ed è qui che sono piazzata, carta e penna, old style, mentre tento di difendermi dall’attacco delle zanzare che siccome con il mio corpo non ci hanno banchettato per un estate intera, ora si stanno rifacendo, indubbiamente sono affamate. birra, penna e sigaretta. Tutta una serie di 1 che mi fanno stare benissimo. Little Boss è in camera che legge e io qui che scrivo, se non fosse per il cane dei vicini (che ormai ho soprannominato  Tre zampe per ovvi motivi) che uggiola per la solitudine sarebbe un Momento Perfetto. E anche se domani dovesse piovere, anche se tutta la settimana piovesse a dirotto, sarebbe comunque una splendida vacanza. Perché finalmente sento di aver staccato la spina dalla mia vita. Una pausa, please. Come se qui potessi essere altro, vivere altro, sentire altro. E infatti il pensiero di TDL, del mio ex, perfino dell’Amico Speciale è lontanissimo, contribuisce la salsedine, si vede, che incrosta il mio cervello come fa con le porte di legno, ma fa lo stesso, mi fa bene.
E quindi nulla. Mi godo un tramonto che mi sembra di non vedere da anni, poso la penna e mi regalo un piccolo, piccolissimo, accennato sorriso.
Una cosa piccola ma buona.

Ferie, compleanni e bebè

Post 21
Sono ufficialmente in ferie da tre ore e diciotto minuti.
Ho fatto un turno massacrante, oggi, scrostato forni, teglie, pulito pavimenti (il Ristorante deve essere perfetto prima del riposo), ma finalmente sono a casa. Il mio ex mi ha portato Little Boss che sarà tutta per me, 24 ore su 24, per i prossimi dieci giorni. Domani partiamo per una settimana di mare (il tempo sembra già invernale, ma chissenefrega, il mare è bello anche così, quando non se lo fila nessuno), mi riposerò, leggerò, scriverò.
Tutto sembra un idillio, ora, che è il sabato del villaggio.
Ho solo un ultimo scalino da fare, uno piccolo, una festicciola di compleanno di mia nipote, la figlia di mia sorella, anni quattro. Non sarà poi così terribile…
Quindi regalo incartato (un miracolo che abbia trovato nascosta in un cassetto una vecchia busta decorata), capelli messi in piega (io e Little Boss), mi sento benissimo, tanto che decido di dare la seconda occasione a un paio di scarpe con tacco dieci che ho comprato questa estate.
La casa di mia sorella, invece, è un inferno.
Bambini che urlano, piangono, corrono. Genitori che parlano di pannolini e grembiuli dell’asilo. Vecchi che parlano di badanti e malattie.
Ok. Sapete quella cosa del Partito dei Cinici, no? Sono ancora militante, specie durante le feste di compleanno, che non ho mai del tutto apprezzato, nemmeno quando dovevo portarci Little Boss (ormai lei è nell’età in cui le feste si fanno con una cena in pizzeria tra amiche), ricordo che mi portavo sempre un libro da leggere, sceglievo un posto isolato e via.

Ma ORA. Ora che questo periodo per me è passato, non ricordo nemmeno più come si fa conversazione. Ma tanto sarebbe impossibile farla, vista la cacofonia.
Quindi lascio che Little Boss confabuli con quei due/tre bambini della sua età (fratelli maggiori di nanetti dell’età di mia nipote) e mi metto a guadare.
Mia sorella ama fare le feste a tema e quest’anno ha scelto il Messico. Quindi mi prendo un sombrero, stappo una Corona e mi siedo accanto alla pignatta (in seguito questa cosa si rivelerà una pessima scelta: i bambini con una mazza da baseball in mano sono armi improprie).
Mi avvicina una mamma che non ho mai visto, pancia a occhio e croce sei mesi, suo figlio sta sbizzando attaccato alla porta della casetta di legno mentre il padre cerca di farlo uscire tirandolo per un braccio. Che bella festa, mi dice, tua sorella è davvero brava!
Cerco di mettermi nei suoi panni: gravidanza durante l’estate, piedi gonfi, un bambino che urla per ogni pinzo di zanzara, un marito che sembra la brutta copia di Woody Allen (ma senza umorismo). In effetti questo per lei potrebbe essere El Dorado. Sorrido come un automa , ma non le dico nulla. Lo so che non si fa,  ma ha l’effetto voluto e lei se ne va.
Passo le tre lunghissime ore che dura questa agonia sbocconcellando sandwich, bevendo caffè e cercando di non sbadigliare vistosamente. Little Boss è sparita sul retro: meno male si è aggiunta anche qualche bambina.
Rifletto molto, in queste tre ore. Rifletto sul fatto che sono in una fase pericolosa. I bambini, prima di Little Boss, non mi sono mai piaciuti. E nemmeno dopo, a dire il vero. Io ho amato alla follia Little Boss quando era un batuffolo cicciottello e vomitava pappette, non so perché, ma era adorabile anche quando dovevo cambiarle il pannolino o piangeva perché voleva guardare i cartoni animati. Ma gli altri bambini non è che mi piacessero molto. Non sono il tipo che Ma dai, come è carino, posso prenderlo in braccio?
E invece ora è già qualche mese che i bambini piccoli mi fanno una strano effetto: tenerezza. Vengono al Ristorante dentro le loro carrozzine e io sono già lì che faccio facce da scema mentre li guardo. Ecco, se devo dirlo, sono diventata altamente tollerante nei confronti dei bambini. E questo mi preoccupa. Perché avere un bambino ora, per me, nella mia condizione un po’ parecchio disastrata…sarebbe come guidare una Ferrari senza sapere cos’è un cambio. Eppure. Eppure siamo agli sgoccioli, pensa il mio corpo. Non avrò mai più un altro figlio, pensa la mia mente.
Eppure nulla, Moon
.

Togliti dalla testa tutte le tue idee assurde, guarda ancora questi bambini urlanti e fai il conto alla rovescia per Little Boss: taglio della torta e dopo dieci minuti che è andata via la prima famiglia (prima sarebbe scortese) andiamo a casa.
E domani si fanno le valigie e andiamo al mare.