Piccoli passi da geisha

post 56

Ok.

Vediamo cosa riescono a fare la mie mani qui, stasera, le mani rubate all’arte, come mi disse una volta Sergio, il Mio Primo Cliente.

Sto muovendo i miei piccoli passi, piccolissimi, sembro una geisha con sul kimono stretto, ma qualcosa lo sto facendo, e il mio naso mi dice che non sono passi a caso, che lo sapete che delle cose fatte a caso, ormai, ne sento l’odore.

Il primo passo era parlare con l’Amico Speciale. Faccio un tick: spuntato.

I risultati? Nessuno può saperlo, come mandare una sonda su Marte: tante previsioni, nessuna certezza.Intanto oggi mi ha chiamato, per sapere se sto bene: lui è così, non sparirà.

Il secondo passo era lui. Sempre lui. Maledetto lui.

Io questa storia la devo concludere: simbolicamente, almeno. E invece ogni volta che gli ho chiesto cinque minuti per parlare solo io e lui ha accampato mille scuse, tanti Spero che non sarà l’ultima, tanti Se e tanti Ma.

L’ho inchiodato con un trucchetto giusto due giorni fa.

Il trucchetto è stato dirgli: voglio vederti l’ultima volta come dico io.

Il testosterone ha accettato: quando?

Anche sabato.

Ma sabato ho poco tempo, magari rimandiamo.

E ti pareva.

Ma io sono paziente, caro TDL. È da Agosto che scrivo di te (vi ho risparmiato tutto quello che è stato prima), quindi settimana più settimana meno…

Che poi alla fine se avesse accettato per oggi, che è sabato, appunto, sarebbe stato un disastro anche per me. Perché ho una paura maledetta di vederlo. Ho bisogno di farlo, perché ho bisogno di capire (tentare di capire) cosa sta dietro a quel tremore che ancora provo appena entra al Ristorante. Ho bisogno di guardarlo negli occhi (quel maldetto fremito che ha all’occhio destro quando mi guarda… maledizione, come fanno a fregarti così i dettagli?)ci sarà ancora?

Al contrario di quello che penso dell’Amico Speciale: come vorrei saperlo ignorare

Che poi, siccome non sono capace di restare fuori delle cose che non capisco, siccome ho sempre bisogno di andare a fondo, mi sono pure infilata nei casini con l’Amico Atipico, che ho smesso di sentire perché mi stava facendo bene.

Ok.

La follia sta cercando di prendere la residenza, qui, io lo so.

Se la guardo da un profilo prettamente logico io sto eliminando tutto quello che mi fa bene per andare incontro a tutto quello che mi fa male. Io sono una dichiarata Masochista Del Cazzo (MDC), ma questo non può spiegare tutto.

Me lo auguro, almeno.

I piccoli passi da geisha, ricordate? Sono io. Piccoli passi. Perché ci sono delle cose che non mi tornano. Ma capire quali cavolo siano… è tutta un’altra storia.

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De media necessitudo

post 55

Ho il pc in aggiornamento e quindi rispolvero carta e penna, carezzando il mio lato vintage. 

Sarebbe bello poter solo fare delle foto di queste pagine  da mettere sul blog invece che trascrivere, peccato che la mia calligrafia sia diventata pessima (lo è perché voglio scrivere velocemente, per tenere dietro al mio cervello, ma con la tastiera sono più veloce, molto più veloce).

E quindi nulla: ieri sera, alla fine, l’ho fatto. Mi sono allenata con voi e poi l’ho fatto. 

All’inizio ero proprio convinta che avrei rinunciato, sono onesta. L’Amico Speciale è arrivato a casa mia quando avevo appena iniziato a guardare un film horror (sera di Halloween, che altro avrei dovuto fare?) suggeritomi da Tim Vision (1)  e mi ha chiesto: parliamo prima o dopo il film? 

Così l’ho trascinato sul divano, sotto la coperta, con me, ho appoggiato la testa sulla sua spalla e risposto: rimandiamo?

Un atto salvifico, per lui, che già sopporta poco le conversazioni, figuriamoci quelle su di noi.

E dopo il film avevamo fame e ci siamo fatti due spaghi, come diceva Elio, e dopo ancora ci siamo visti la cagata con Cusack ed ecco lì che siamo arrivati alla buonanotte e, mentre eravamo ancora abbracciati sul divano, lui mi ha chiesto : sei sicura che vuoi rimandare? Un atto di coraggio estremo, non ho altro da dire.

E così ha tolto il tappo. E, visto che comunque mi ero allenata, le parole sono uscite tutte in fila, come piccoli indiani, e ho confessato, finalmente, la mia grande verità:

Mi girano le scatole al pensiero di fare un passo indietro, ma non riesco a fare un passo avanti con te, e inizio a stare male in questa mezza relazione. 

Sì, sì, lo so, è un discorso da donne. Ma lui è lui. Mi ha sorriso, mentre io, come sempre, piangevo, e mi ha chiesto: quindi che si fa?

E io a questo non ho risposta. 

Allora si è alzato, si è messo il giubbotto, la scarpe, un bacio sulla fronte, uno sulla guancia, uno sulle labbra e in meno di dieci minuti eravamo già nudi nel mio letto. 

Lui ha riso, alla fine, Sono irresistibile, ha detto, ma so che ha capito quello che gli ho detto, forse più di me, so che mi lascerà libera, lo so, e non sparirà, non si allontanerà. Lui è così. 

Vorrei saperlo amare. 

Perché di cose buone, lui, ne è pieno. 

Che peccato che abbia incontrato me…

(1) Su questo apro una nota, qualcosa di molto wallaciano, chi ha letto DFW lo sa. Ecco, mi sono vista ben due film proposti da Tim Vision per la sera di Halloween, proprio film a tema horror, secondo loro. Il primo, Morgan, era vagamente tollerabile, ma di certo fantascienza e non horror; il secondo, Cell, lo abbiamo scelto – io per la seconda volta, quindi ditemelo tranquilli: errare è umano, perseverare…- per il dannato John Cusack, il bellissimo – questione di gusti, certo- Cusack. E questo superava tutte le aspettative possibili dell’orrido: mai vista una trama tanto brutta e inconsistente. E lui, Cusack, se l’è pure prodotto … ora, io mi dico che il genere Horror è tutt’altro. Horror è Shining, giusto per dirne uno. Quindi concludo che Tim Vision abbia catalogato Horror in senso letterale: pellicole tanto orribili da far vergognare per secoli e millenni regista, sceneggiatore, attori… pure lo scenografo.

Lettera all’amico Speciale che non vedrà mai la luce

old-letters-436501_1920Te lo scrivo perché è più facile. E inizio a pensare che le scorciatoie mi piacciano troppo. 

Te lo scrivo perché tra poco sarai qui e io mi devo allenare, perché saremo di nuovo come la prima sera che stiamo usciti, io sulla sedia e tu sul divano, ti offrirò da bere e poi inizierò. Tra pochi giorni saranno due anni che ci vediamo. Te lo ho chiesto io di uscire. Di nuovo, chi cerca chi non so se ha più importanza, ma quel giorno di due anni fa ti ho chiesto io di venire con me a mangiare il sushi. Io e il mio ex ci eravamo appena lasciati, io vivevo da sola solo da due mesi e tu mi hai confessato che mentre venivi a prendermi ti ripetevi: sto facendo una cazzata, sto facendo una cazzata… chissà se avevi ragione. E poi eccoci lì, tu sul divano e io sulla sedia che ti chiedo: cosa ti aspettavi da questa serata? Perché io lo sapevo, cosa aspettarmi: una serata e stop. Dopotutto era quello che ho sempre sentito di te, tante donne, ma nessuna che sia durata più di otto mesi.  Eri perfetto per me allora. Doveva essere solo una serata. 

E poi la serata è diventa una settimana in cui non ci siamo più visti vestiti. E poi era ancora Novembre e ci ripetevamo che non saremmo arrivati ad Agosto. E poi un giorno mi hai detto: sai che ci vediamo da un anno? E io no, non lo sapevo come ci eravamo arrivati, lì. E ancora adesso non lo so, come abbiamo potuto vivere questa storia a metà. Questa storia immobile. Come ci siamo riusciti non facendoci mai vedere in giro insieme, come ci siamo riusciti tenendoci nascosti a noi stessi, come ci siamo riusciti senza mai dirci una parola di troppo, senza eccessi di sentimentalismi, senza vederci davvero insieme. 

Quello che penso oggi è invece che non siamo riusciti a non farci del male. E io mi prendo le mie colpe. 

Una volta mi hai detto che il momento in cui abbiamo cominciato a vederci era sbagliato, che io non ero pronta. Certo che avevi ragione, te l’ho sempre data, ragione. Ecco cosa cui ha impedito di vivere questa storia per intero, dico oggi: io. 

Ma forse non è solo questo. 

Mi hai anche detto, un giorno, che bisognerebbe definirla, la parola Amore. E io ti ho risposto che sto cercando di riempirla da anni, quella parola, senza grandi risultati. Ma oggi so una cosa. So che Amore toglie ogni dubbio. E io i dubbi con te ce li ho. E non per quello che sei, non per quello che fai, ma quello che non provo. 

Ed ecco che penso, ancora, che io quindici anni senza Amore li so fare. Li ho già fatti. È stato il mio Armadio. E poi ho sentito la necessità dello Spazio. 

Ecco, quello che penso oggi è che Amore regala Spazio e Armadio. 

E potrebbe essere una cosa impossibile, questo lo so, dannazione, lo so. E potrebbe essere anche che, anche fosse possibile, io non ci arriverò mai più. E potrebbe anche essere che, come con TDL, lui sia Amore e io non lo sia per lui. 

Ma mi chiedo, ancora, basta questa consapevolezza per arrendersi? Per avere un uomo accanto ( e tu per tante cose so che mi faresti felice, so che mi faresti stare bene) e non sentirsi soli? 

Devo arrendermi sapendo che è una resa? Posso farlo davvero? 

Non credo di essere ancora pronta. 

E ora so che tu vorresti la mia resa. So che sei stanco come lo sono io, di questa vita a metà. Che non è vero che siamo Amici, ma non siamo neanche Innamorati. 

Se solo sapessi dirtele queste cose, così come le scrivo. 

Ma il mio mezzo è questo: la scrittura. 

Tu sei la cosa più bella che potesse succedermi in questi due anni. 

Ma ho paura che sia il momento di lasciarti andare…

Ti voglio bene. 

Te ne voglio più di quello che ti dimostro. 

Durante la stagione delle piogge

post 53

È la stagione delle piogge. Doveva arrivare. Non la volevo, ma doveva arrivare. Non la volevo perché la pioggia mi ricorda TDL; non la volevo perché, che voi ci crediate o meno, per andare a portare Little Boss al pulmino devo passare da una passerella sul fiume (attenzione, non è un ponte!), che se piove si inonda e mi costringe a fare un giro lunghissimo: stare in mezzo ai lupi ha i suoi pregi e suoi difetti; non la volevo perché i miei capelli fanno schifo, quando piove, sembro Alda Merini ai tempi del manicomio; non la volevo perché fa freddo e mi tocca accendere il riscaldamento e il che non fa bene alle mie tasche; ma sopratutto non la volevo perché la mia macchina regge la strada come un Ape e quindi sono stata costretta a cambiargli le scarpe, non vogliamo rischiare la vita, no? E quindi, oltre ai soldi, pure lo sbatti sbatti di star lì ad aspettare, mentre veri maschi Alfa (di cui ho la nausea, ricordate?) fanno pessime battute a triplo senso su ogni cosa. Ma oggi è andata benino, direi, anche perché Fascione (che è il vero soprannome del mio gommista) mi ha chiesto dopo aver pagato: vuoi due bottiglie di vino? Oppure del limoncello? Sennò ho anche un salamotto. 

Breve silenzio.

Cos’è, hai le gomme in offerta speciale?

No, è che i nostri clienti li vogliamo o grassi o alcolizzati. 

Così ho scelto di alcolizzarmi. Il vino stasera mi farà dimenticare i soldi che gli ho lasciato. 

E sono tornata a casa con il mio bottino alcolico di ottima annata, decisissima a provare il trucco da vampira per domani mattina. E nel mentre ho fatto una cosa che non facevo da millenni: ho chiamo Ale. 

E come sempre la mia piccola maga mi ispira un casino e dopo un’ora e dodici minuti di conversazione mi ha catapultato qui a parlare del Sorprendere. 

Ok. Lo so. Noi donne siamo bravissime a capirci e non capirci e siamo altrettanto brave a mandare messaggi confusi agli uomini: concordiamo tutti su questo. I nostri No spesso sono e viceversa. Così accade che, quando anche siamo cristalline (come lo sono stata io con TDL) gli uomini si confondano e, privati dalla nascita dell’empatia (non è colpa loro, io e Ale lo diciamo sempre: manca quella gambetta: XX vs XY) non ci capiscano più nulla. Ricordatevi sempre che sono una giustificazionista. Ma. 

Quello a cui davvero gli uomini non arrivano è che una donna va sorpresa. Questo non significa solo arrivare a casa in un giorno qualsiasi con una rosa in mano (che spesso fa solo nascere il sospetto: cosa hai combinato se mi porti una rosa?). Sorprendere è quando non ti aspetti un abbraccio in un momento di debolezza, quando non ti aspetti un fazzoletto quando piangi, quando non ti aspetti un complimento ben fatto (le parole, cazzo, sono così difficili?), quando non ti aspetti che ti stenda il bucato, quando non ti aspetti che ti faccia un regalo per San Valentino…

Ok. Mentre scrivevo mi si è accesa una strana lampadina. Una di quelle a risparmi energetico, sapete? Quelle che all’inizio non ci vedi un cavolo. Poi piano piano ti acceca(le detesto: io la luce la voglio subito come mi pare). 

Sono tornata lì, sono tornata alle Aspettative. E poi sono tornata all’Amico Speciale. E poi al Sorprendere. E poi allo Spazio, l’Armadio. E, ovvio, a TDL.

Insomma, lo so che voi non ci avete capito nulla, siete ciechi come lo sono io, la luce ancora deve accendersi, ma io alla fine mi sono resa conto che sto blaterando a caso. 

Non è quello che fa l’altra persona.

Io credo proprio sia solo in me. 

Ho il sospetto (il sospetto, badate bene) che quello che sto vivendo sia solo Paura. 

Sei terrorizzata, mi ha detto l’Amico Atipico.

Ho bisogno di altro tempo. 

Ho bisogno di pensarci ancora.

E poi, ovvio, come al solito arriverò a delle conclusioni che vanno bene per ora.

Ma senza pensare, che razza di persona sarei?

Posa il dannato Pessoa

post 52

C’è un vento fuori che sembra il preludio alla tempesta perfetta. 

Me ne sto rannicchiata sulla sedia, davanti al pc (si può stare rannicchiati sulla sedia se, come me, detestate le posizioni classiche: io sulla sedia ci sto accovacciata come un Sioux) e penso all’Amico Speciale. 

Sabato l’ho cacciato da casa. 

Non lo so come cavolo stavo, non so perché, ma a un certo punto mi sono sentita arrabbiata e non so, ancora ora, se ero arrabbiata con lui o con me. 

È che questa storia dura da tanto tempo. E, come ho detto, siamo in una mezza posizione, non ci muoviamo. Non ci muoviamo, sono certa, perché io non voglio muovermi. È solo che questo perenne conflitto, Spazio e Armadio, negli ultimi giorni si è inasprito. E si è inasprito perché l’Amico Speciale si sta comportando diversamente. O magari sono io che la vedo così. Fatto sta che la cosa mi rende da un parte insofferente, dall’altra mi crea il dubbio. E ora, che non lo sento da due giorni, non so cosa fare. Forse non dovrei più chiamarlo e mettere fine a questa farsa. Questa mezza vita. Questa mezza relazione. Ma così deve finire? Con un Non ti chiamo più? E poi mi mancherà. Non potrà che essere così. 

Qualche persona con un po’ di cervello potrà dormi: parlaci. Già, come se fosse facile, l’ho già fatto, ritenta, sarai più fortunato. 

Guardo il telefono e poi non lo chiamo. È così da ieri. E mi sento una merda, ovvio, l’ho cacciato non perché avesse fatto qualcosa. Ma perché non l’ha fatta. E se non l’ha fatta è perché io gli ho chiesto di non farla. Ah, il mondo delle donne, che casino, vero? TDL me lo diceva sempre, che siccome era un uomo dovevo dirgli le cose direttamente. Poi va detto che anche se ero cristallina lui fingeva di non capire lo stesso, ma vabbè, la scusa è vero che è classica, ma anche noi donne, a volte, siamo troppo cervellnevrotiche. 

Sono in momento di nausea da cervello maschio Alfa, e infatti, come sempre, sto benissimo solo con Little Boss. La mia compagna di merende in tutti i sensi. Cantiamo le canzoni a squarciagola in macchina, ci seguiamo le nostre serie tv, parliamo di amicizia. E poi con lei posso sfogare il mio lato da maestrina quando mi fa le domande sui compiti. 

E Halloween è ormai alle porte (voi lo avrete di sicuro superato da un pezzo e già state pensando al Natale) e io non ho nemmeno voglia di mascherarmi per andare a lavoro (ok, solo in un locale come il nostro ci si maschera per Halloween, finora l’ho trovato sempre divertente, ma quest’anno mi pesa pure un po’ di cerone bianco in faccia) e c’è una frase di Pessoa, qualcosa che nel mio cervello si ripete in loop. 

Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”. 

Non andare a letto alle otto e un quarto…

post 45

 

Quello che dovrei fare stasera: primo: non andare a letto alle otto e un quarto. 

Poi: il Mentore è in crisi: rispondi al Mentore. 

Ancora: rispondere a una mail. 

Continuo: non andare a letto alle otto e un quarto.

Sono giorni pesanti come un macigno e tutto quello che riesco a fare è la spesa del Disagio con Little Boss: nella busta presa al mini market sotto casa ho infilato: due bottiglie di birra, uno snack al salame, due confezioni di biscotti al cioccolato, tabacco, cartine e filtri. Poi ho guardato il ragazzo alla cassa: ma non c’è davvero nulla che non faccia male, qui… 

A volte ci vuole, magari, ha risposto. 

Mi hai letto nel pensiero, Ragazzo del mini market. 

La spesa consolatoria per una giornata pesante. Ho evitato anche di fare un parcheggio azzardato perché nelle giornate pesanti non si sa mai…

Chi c’entra in questa pesantezza? Bah, alla fine ci sta un sacco di gente, stavolta. 

Ci sta l’Amico Speciale, che beve un bicchiere di troppo e si dichiara. 

Ci sta il mio capo che mi chiede troppo (per ora, per me).

Ci sta il mio ex, che litiga continuamente con mia figlia e sono preoccupata e non so cosa fare. 

Ci sta pure il vigilino che mi fa la multa per divieto di sosta mentre lo supplico – sto andando via, ti prego

Ci sta la tizia dell’ospedale che mi chiama per un esame che non va bene.

Ci sta TDL. Lui ci sta sempre. Che mi scrive che si è innamorato (aggiunge cazzo, che sia più chiaro possibile che non lo voleva) e che ora sta male a vedermi così. Poco sorridente. Vede nei miei occhi il male che mi ha fatto. Si scusa. Mi ringrazia. Ed ecco che a me scoppia la vena: la giornata stava già precipitando da sola, anche senza il suo aiuto. Ci provo a trattenerla, la rabbia, ma no, sono arrabbiata, anche se so che non ha senso scaricare tutta la colpa su di lui, incolparlo del mio dolore e farlo stare male, che tanto il mio star male basta per entrambi. Mi dice che basta dirlo e lui sparisce. Allora non ci vedo più e invece di dirgli sì, sparisci, non voglio più sentirti nominare, gli dico Come hai potuto farmi questo? Tu che sapevi, tu che mi dicevi che ero fragile, me lo dicevi tu, fanciullo, e poi mi hai creato una speranza  solo per togliermela. Come hai potuto?

Non lo so, dice. 

È stato onesto. Ok. Io la apprezzo, l’onestà. E la colpa è mia che sono fragile, la colpa sarà mia se dirò: sparisci. L’avrò voluto io. Hai chiuso il cerchio, TDL. 

E la stanchezza e il dolore si vede che lo incanalo tutto in un punto solo, sulla scapola destra, a volte ho delle fitte assurde e siccome sono anni che questo dolore mi accompagna, io lo chiamo la Carogna che ho sulle spalle. E stasera la Carogna si fa sentire. Mi alita sul collo. 

E che la mia vita sta andando un po’ come sta andando lo vedo solo guardandomi in giro: vestiti appoggiati ovunque, la pila del bucato che cresce, il rubinetto del lavello che sgoccia da mesi e ancora non l’ho cambiato, i tergicristalli della macchina idem ( a mia discolpa dico che me ne accorgo sempre quando piove e poi non ho voglia di farmi il bagno per sostituirli, perché comprare l’ho comprati), un piccione che ha fatto il nido nella cappa d’aspirazione del bagno e la mattina duetta con Little Boss, le verdure nel frigo che chiedono di essere cucinate, il mio corpo che chiede una pausa…

Un risultato però l’ho ottenuto, almeno per stasera: sono quasi le nove e ancora non sono a letto. 

E poi magari rispondo al Mentore. E scrivo la mail…

L’Amico Speciale

post 10

Mi rigiro tra le mani uno di quelle casette da turisti, una palla di vetro con dentro una Mont San Michel in miniatura su cui piovono finti fiocchi di neve quadrati. È un regalo di una amico. Amico. Insomma. Diciamo un Amico Speciale. Un amico con benefits. Da due anni a questa parte l’Amico Speciale è stato spesso una spalla su cui piangere. E ho pianto un casino. È stato spesso un posto caldo dove rannicchiarsi nelle sere d’inverno. È stato spesso anche solo una presenza solida sul divano accanto a me, guardando film e documentari sulla seconda guerra mondiale (ognuno ha i suoi difetti). Cosa ci sia davvero tra noi ancora non lo so. C’è. Mi fa bene. E non mi voglio fare altre domande. 

L’Amico Speciale è tornato dalla sua vacanza ieri sera all’ora di cena e ha bussato ala mia porta. Occhiaie profonde, una bottiglia di vino in una mano, la palla di vetro nell’altra, un sorriso appena accennato che non necessita di altre parole. Ho messo su un po’ d’acqua e ho cucinato della pasta. In bianco. Lui si accontenta di tutto.

L’ho aggiornato sulle novità, gli ultimi messaggi folleggianti del mio ex, il progetto con il Grande Artista, il lavoro. Trenta minuti di chiacchiere ininterrotte (mie) e di lento masticare la pasta scotta (lui). Siamo in armonia per questo: io parlo e lui finge di ascoltare. E poi finisce sempre anche la mia porzione di pasta, che io non mangio per negligenza. 

Ho sempre detto più o meno tutto all’Amico Speciale, ma non so perché non riesco a dirgli di TDL. Non riesco a parlarne davvero con nessuno, come se fosse solo un parto della mia immaginazione o che so io, qualcosa che voglio tenere al caldo, solo per me. È un amore così fragile che mi sento in dovere di proteggerlo dal mondo. 

Comunque, dopo cena l’Amico Speciale ha iniziato a sbadigliare e mi ha chiesto se poteva restare a dormire. Viaggio lungo, sono tante ore che sono sveglio, una doccia e poi dormiamo? 

Mi sono stesa sul suo petto che profumava del mio bagnoschiuma mentre lui mi pettinava i capelli, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentata subito. È stato un bel dormire. 

La mattina davanti al caffè gli ho detto: dovremmo farlo più spesso, di dormire insieme. Lui non ha detto nulla, mi ha dato un bacio sulla fronte e se ne è andato. Tornerà. Torna sempre. Di sicuro non torna per la mia cucina. Credo sia un po’ come stringersi l’una all’altro per non cadere nel precipizio. Ma senza tutta quella roba sulla disperazione. Ci teniamo stretti perché siamo lì entrambi e non c’è nessun altro. 

E ora che se ne è andato, io mi rigiro la piccola Mont san Michel tra le mani, bevo il terzo caffè della mattina e penso che alla fine tutta questa sfortuna non ce l’ho davvero. Guardo attraverso la palla di vetro e penso al mio futuro.