Fischi per fiaschi

Questo dannato anno, che sta per terminare grazie al cielo, ha visto il livello più alto di stress registrato da anni. Perlomeno il mio. E non è che me ne sia resa conto subito subitissimo, ma mettendo insieme diversi pezzi del puzzle giorno dopo giorno, mese dopo mese. Il primo campanello di allarme è stata la mancanza di concentrazione. Poi la mancanza di azione. Infine la totale letargia. 

Ma poi l’altro giorno, mentre trotterellavo felice al Bar a fine turno, incontro un tizio, lo saluto e tutto, Ehi, quanto tempo! come va? E via con il repertorio. Poi attacco: Sai che ho fatto un nuovo contratto con la ditta XY? Lui mi guarda dubbioso. Non la conosci? Eppure credevo che lavorandoci… in ogni caso è molto convniente, c’è un mio amico che ci lavora e… e così insisto, mentre lui si acciglia sempre più. Poi lo lascio andare in bagno (visto che l’avevo beccato proprio sulla soglia del) e lo aspetto al varco. Quest’anno non è andata tanto bene per il lavoro, eh?, gli dico. Non è abbastanza freddo per vendere le bombole del gas. Lui sempre zitto, un mezzo sorriso sotto la mascherina. Ma tranquillo: a Natale ha messo calo brusco delle temperature.

E nulla, è a quel punto che lui inizia a ridere. E ride tanto che non riesce quasi a parlare, solo dopo un po’, piegato in due, mi fa: mi sa che…ahaha…mi sa che mi hai confuso…ahahaha…con un altro…ahahaha

Mi gelo. Ma chi sei?, penso. Ti conosco bene, lo so, con te ho parlato mille volte. Eppure, nonostante l’evidenza dell’errore proprio non capisco dove sta sbagliando il mio neurone. E la cosa potrebbe passarmi inosservata se non fosse che sento che qualcosa non va nel mio cervello: non è un semplice scambio di persona. Quel tizio non è un vecchio fornitore di bombole del GPL che viene spesso al Ristorante a pranzo, ma il tecnico che aggiusta la cassa del Bar e che ho, personalmente, chiamato anche la mattina alle sei o la sera alle nove per problemi tecnici sul palmare del Ristorante. Ho il suo numero Whatsapp, l’amicizia su facebook, ci ho parlato mille volte solo nell’ultimo anno. Ho assistito a una bellissima scenetta familiare con sua sorella solo pochi mesi fa. Insomma, non averlo riconosciuto (anzi, averlo scambiato per un altro) mi ha sconvolto a tal punto che quasi non ci ho dormito. Inizio ad avere la demenza senile? Alzheimer come mia nonna? O è solo stress da pandemia e da Cassa Integrazione?

Il giorno dopo fermo tutte le speculazioni e decido che devo mettermi alla prova. Vado all’Emporio di paese e compro quattro giornali di enigmistica. 

Ed è lì che resto dalla viglia fino al 27: china su Bartezzaghi vari e, soprattutto Arolo, che fa le parole crociate senza schema che tanto amo. Risolvo come se non ci fosse un domani, ricordo parole dimenticate (tipo garitta), imparo nomi di uccelli strani (garzetta) e mi scervello su definizioni facili (un apparecchio in cabina: telefono a gettoni). Sul finale, visto che mi erano rimasti solo quelli più facili, mi do pure un tempo di soluzione, cercando di battere il mio stesso record (2 minuti). 

Siccome sono in trasferta a casa di Max (l’Amico Speciale), intervallo i cruciverba alla cucina, al letto, ai documentari sui grandi dittatori del Novecento e a innumerevoli partite a scala quaranta (che vinco quasi tutte, incredibilmente). 

Max all’inizio non la prende bene questa cosa dei cruciverba, Sei ancora lì???, chiede sgranando gli occhi.  È uno studio serio, rispondo. Devo testare le mie capacità cognitive. 

Poi però si unisce a me, ma gli devo leggere tutte le definizioni perché La luce non è quella giusta. E della mia follia facciamo un passatempoinsieme. Poi non potete chiedermi perché lo voglio sposare. 

In ogni caso il test è andato bene, direi. Perlomeno su carta, nel vero senso della parola. Forse l’Incidente col tecnico è stato solo un caso. 

Speriamo, eh. 

Cosa vorrei da Babbo Natale

Non so perché mi è venuta voglia di scrivere di questa giornata, che poi non è stata grandiosa, splendida. E nemmeno terribile, terrificante. È stata media. Una giornata media che ha visto una me media. 

Mi sono svegliata con un mal di testa che sembrava mi avessero infilato il cervello in una centrifuga per insalata e la netta sensazione di essermi persa: che giorno è? Martedì, dice l’Iphone. Ma è festa, ha risposto il mio cervello strizzato, quindi è come una domenica. Ma una domenica in zona arancione, specie per chi lavora in un Bar, non è una vera domenica, facciamo che è come un sabato stiracchiato, un sabato di Febbraio, per giunta (chi lavora nella ristorazione forse può capire a cosa mi riferisco).

Al lavoro in effetti è stato così, a parte un paio di tizi divertenti (come sempre), uno dei quali insisteva a parlare della Civilissima Svizzera (sì, come no? La Civilissima Svizzera è stata l’ultima nazione a concedere il voto alle donne, tra le altre cose…), l’altro che insisteva a dirmi che sedici euro per sei paste da dessert era troppo. Ma ne ha prese dodici, ho risposto, due vassoi da sei fanno dodici paste. Nulla, questo il cervello più che strizzato lo aveva mandato in ferie (si può fare solo questo, oggi, in Italia: tu in ferie non puoi andarci, per via del Covid, ma il cervello invece sì, e lo fanno in tanti). Alla fine si è convinto, anche se credevo di dover tirare fuori la calcolatrice e fargli vedere…

E poi nulla, la giornata di lavoro a un certo punto è finita, ho preso le mie cose e sono tornata a casa. Little era a pranzo da suo padre e io. Mi sono sentita sola. Perché si sa che la solitudine è una sensazione, non una realtà oggettiva. Avrei voluto uscire, andare a trovare qualcuno (perfino mia madre, questo la dice lunga su quanto mi sentissi sola) e invece me ne sono rimasta lì a aspettare che l’orologio segnasse l’ora in cui dovevo recuperare Little da suo padre. 

In macchina lei mi ha detto un sacco di cose (come sempre mi intasa il cervello di info e guai a dimenticare che lei ti ha detto che la prof di Italiano ha rimandato il compito di lunedì prossimo). E poi mi ha detto che suo padre era tranquillo, che le ha chiesto di quel ragazzino con cui sta, il Little Nerd, che si è offerto di portarla nella cittadina per vederlo se dovessero cambiare le condizioni di colore. Lei era confusa e felice, come avrebbe detto Carmen Consoli, e io anche. Sembra che le cose stiano migliorando, da quelle parti. Si vocifera che forse, il mio ex, abbia trovato una. Dopo soli cinque anni e passa. Forse la svolta? Forse davvero smetterà per sempre di mandarmi messaggi alla cazzo (perdonate il termine, ma se aveste letto i suoi messaggi in questi anni direste di peggio). Bene, benone: una buona mezza notizia. 

E poi una telefonata dell’Amico Speciale. Devi portare la macchina dal meccanico, portiamola ora così domani la guarda, ti do la mia macchina, mi dice. Tutto verissimo, la macchina mi avverte già da un po’ con il suo countdown che mi mancano pochi chilometri al tagliando, giusto stamni mi mancavano 57 chilometri, ma lo sento dalla sua voce che così almeno abbiamo una scusa per vederci, fosse anche per pochi minuti. Assicuro Little a casa, riparto, faccio due chilometri e la macchina mi dice che è l’ora, l’ora del meccanico, mi accende la spia con la chiave inglese. Non so perché questa cosa mi riempia di gioia, come se io e la macchina fossimo in una strana sintonia. O forse è più in sintonia con l’Amico Speciale, chi lo sa. 

Riporto l’Amico Speciale a casa, Ti fermi per una birretta?, chiede. Why not? Illegali per illegali (lui vive in un comune diverso, a soli due chilometri dal mio, ma ciò non ci impedisce di essere illegali). E mentre siamo lì lui inizia a dirmi che sarebbe bello dividerci la vita, alzarci insieme, cucinare per tre invece che per due (Little è sempre compresa, ovvio). Mi dice che quando (non se) saremo sposati allora forse dovremo trasferirci in una casa più grande, io ribatto che la mia futura casa ci permetterà di dormire insieme, qualche volta, anche se c’è Little Boss in casa (ora non è possibile per via degli spazi), che sarebbe una prova di convivenza ideale eccetera. Insomma, parliamo, progettiamo, in sintesi facciamo quello che a me riesce sempre benissimo, progettare, a lui invece resta ostico. E sono felice, mi sembra che tutto si stia costruendo bene, come quando monti il Galeone della Lego e non ti avanzano pezzi. 

Rimonto in macchina (la sua) e collego Spoty. Sulla mia non si può fare, sulla sua è un piacere vedere Moon’s Iphone sul display. Sono di casa anche lì, nella sua macchina, sono parte della sua vita e lui della mia. Avevo giurato che non sarebbe successo più, che non mi sarei fatta fregare più da un uomo con la storia del possesso e del Sei Mia e tutto il resto.  Ma non è così che mi sento. Non mi sento sua, mi sento una parte della sua vita, così come sento che sono una parte della sua. Non c’entra mai il possesso, c’entra la voglia di condividere, di esserci, e mi si sta aprendo davanti un mondo sconosciuto e bellissimo. 

E poi poco prima di parcheggiare ecco che attacca questa canzone: 

e inizia a piovere. Piccole gocce che spazzo via dal vetro. 

E mi sento felice sul serio. Mi sento completa, piena. 

Quindi sì, giornata media che ha visto una me media. 

Ma è quando ti senti felice in una giornata media che ha visto una te media che ti accorgi che le cose iniziano a decollare. 

Anche se so che è impossibile, vorrei chiedere a Babbo natale di portarmi tanti giorni così. Il più possibile. 

Gli opposti si attraggono

Ero qui tutta tesa a ragionare su cosa poter fare alle 6.30 di lunedì mattina, il mio giorno libero. Guardando le condizioni del bagno avevo quasi puntato sulle pulizie generali. Poi ho voltato la testa verso la finestra: è ancora buio, aspettiamo almeno che sorga il sole prima di sprimacciare cuscini e dare l’aspirapolvere? 

Guardo un po’ di tv? Naaa, non c’è nulla che mi intristisca di più della tv guardata la mattina, non so perché ma al limite ora posso darle una collocazione serale (ovvero: quando il tuo cervello è così andato dalla stanchezza da non poter fare altro, allora puoi definitivamente spegnerlo davanti alla tv). 

Ok, allora leggo. Sì, ma sto sforzandomi di terminare quel maledetto libro di Ferzan che non sopporto (per la legge dello Zero Sprechi che prevede che se compri un libro e ci spendi dei soldi che hai a malapena il minimo che tu possa fare è finirlo, non me la sento di lasciarlo lì) e non sopportarlo di sera ok, non sopportarlo di mattina anche no.

Il mio problema è proprio questo: la mattina. Essendo il momento della giornata in cui il mio corpo e la mia mente dà di più, sprecare queste ore mi pare un sacrilegio. Ecco perché adesso sono qui, a scrivere. Scrivendo non mi sembra mai di sprecare il mio tempo, anche se forse obiettivamente lo faccio. Ma ciò che conta è quel sembra, ciò che conta è la mia verità, sempre. Dopotutto non è che io sia davvero super bella con un paio di jeans nuovi, ma la prima volta che li metto, oh, sì, mi sembra di esserlo. Lo stesso con una nuova acconciatura o un ombretto diverso. E a subire gli effetti del sembra non sono solo io, ma anche la mia casa, ad esempio. Il tappeto rosso sotto al lavello? Unico appena ce lo metto. Il nuovo profumatore per ambienti? Mai casa mia fu più invitante appena ci metto piede. E così via. 

Tutto, nella mia vita almeno, si rifà alla mia soggettività. 

E allora quando sono in forma e mi sveglio bella carica non ci sono difficoltà a fermarmi: sono certa che le supererò tutte come ho sempre fatto. Diverso però quando sono stanca e allora il mondo è grigionero, tutte le speranze sono perdute e mi si prospetta un futuro prossimo irto di ostacoli invalicabili. 

Tutti questi concetti sono estranei all’Amico Speciale che invece vive la sua quotidianità così, senza pensare a nulla. un Daybyday eterno nel quale il suo mantra preferito è. Al limite, Arriverà buio. Nonostante io abbia letto delle differenze di pensiero tra uomini e donne (in media eh!), ancora non mi capacito della sua oggettività di pensiero. Lui riesce a prendere la vita per quella che è, senza connotazioni soggettive, come se il suo muoversi nel mondo fosse ininfluente. O almeno così mi appare. Che poi mica sono così convinta che sia proprio così. Perché sono arrivata a pensare che quando lo vedo strano, o pensieroso, o altro, e gli chiedo: che c’è che non va? Oppure: a cosa pensi?, ricevendo sempre la stessa risposta: Nulla, in quel Nulla ci sia un mondo a me sconosciuto. Ma no, non solo a me. Piuttosto sconosciuto a lui. 

Quindi, nonostante mi sfanculi di continuo per i miei giri mentali che lui ritiene inutili (da bravo fan di Sin City, mi ricorda spesso questa scena), credo che se li faccia anche lui, ma o non lo vuole ammettere o non riesce a elaborarli. 

Oppure siamo solo la conferma della classica regola che vige in amore: gli opposti si attraggono. 

1 Il sole è sorto, più o meno. Ora posso andare a pulire.

2 Guardatevela la scena in questione: è un concentrato di testosterone…

Monica si sposa (?)

Intro:

Vedi Wal? è bastato un messaggio per farmi ritrovare la voglia. questo post è per te 🙂

C’è stato un periodo, quando avevo vent’anni, che le cose hanno iniziato a precipitare.  

Vivevo una vita più o meno tranquilla (per quanto potesse essere tranquilla la vita di un’adolescente) e poi tutto è cambiato. Credo che il punto di inizio sia stata una telefonata che mia madre ricevette quando eravamo insieme: camminavamo per arrivare alla macchina e lei ha risposto con un tono che non gli avevo mai sentito. Non so come ma capii subito: aveva un’amante. Solo un paio di anni dopo ho scoperto che era una donna, ma questa è un’altra storia. Il divorzio dei miei, nonostante fossi grandina, ha segnato una specie di spartiacque: da lì in poi sono stata costretta a uscire dalla bambagia. Con tutto quello che ne deriva. Oggi penso che l’errore fosse nell’essere vissuta nella bambagia fino a vent’anni. Me lo dico per via di Little Boss, spero sempre che per lei sia stato più facile perché aveva 9 anni (ognuno si illude come può). 

Fatto sta che quello che è successo nel lontano 1999 mi ha fatto dire per anni che non credevo nell’istituzione del matrimonio. Non mi sono mai sposata, anche se la convivenza con il mio ex non era poi così diversa da un matrimonio. Ma in comune (in chiesa non lo avrei mai fatto in ogni caso) a dire Sì non ci sono mai andata. E finora ho sempre pensato che avessi fatto la scelta giusta. E sono ancora convinta di averla fatta. È il futuro che vedo un po’ diverso, ora. 

Penso a una Moon con i capelli bianchi (tutti, non solo i fili che ho sul davanti e che tra poco vado a mimetizzare con il biondo), con le rughe marcate, penso a una Little Boss grande, che fa la sua vita, che vive lontano (lei vorrebbe andare in città). E poi vedo l’Amico Speciale. L’unico uomo che riesco a immaginare da vecchio (più vecchio, ok?). si dice che da vecchi i difetti si accentuino, e cos’ lo immagino che mi prende sempre di più in giro, che dice cose ancora più sceme…e sorrido. 

Credo che sia questo sorriso a fare da spartiacque, ora. 

Oppure sono impazzita. 

In ogni caso ho detto all’amico speciale che voglio sposarlo.

Anzi, per riportare le mie parole esatte: se mai sposerò qualcuno, quello sarai tu. 

Ed è vero: non voglio sposarmi per fare il gesto, ma se c’è una persona con cui mi vedo da vecchia, ecco, quello è l’Amico speciale.

Certo, non posso farlo ancora. Little deve crescere ancora un po’. Questo tempo mi dà tranquillità, tiene sotto controllo la mia ritrovata paura di un impegno a lungo termine, mi dice: c’è tempo, se vuoi cambiare idea. Ma questo pensiero vive dentro di me già da un po’ e per il momento resta fermo. 

Guardo le mie mani: chissà come starà una fede al mio dito, chissà se posso essere all’altezza di una promessa come quella. Perché se dico di crederci, nel matrimonio, poi devo farlo. Ci devo credere. 

Nel frattempo lavoro sodo a tutto il resto, a quel tempo da fidanzati che ci concediamo, a quell’essere Amanti del weekend, a tutte le nostre conversazioni telefoniche che ci sono nel mezzo, a quel dirsi Ti amo sottovoce, anche alla mia gelosia, o alla sua, che, incredibilmente, mi fa ridere invece che farmi arrabbiare. 

Il mio Capo mi ha detto che non mi ha mai visto così tranquilla. E sebbene con tutto il resto non lo sarò mai, con l’Amico Speciale è vero, sono tranquilla. 

Lui mi aiuta a esserlo. 

E ora un omaggio dai mitici Pooh… per restare in tema. 

Le piccole cose

 

 

 

post 198

Le piccole cose della vita…

Cosa c’è che può tirarti su meglio di una buona sessione di sesso? Che in questo momento è verboten (giusto per dirlo in tedesco, visto che lo sto semi imparando), e quindi va da sé che la tensione sale come non mai, e si ammucchia in un angolo insieme a tutto il resto delle preoccupazioni (tipo: quando riapriremo il Ristorante? Il mio Capo ipotizza anche un lontanissimo Luglio. E le domande nascono spontanee: avrò dei soldi in questo lungo periodo? Per ora non ne ho visti dalla cassa integrazione; avessi i soldi, il Ristornate riuscirà a reggere il duro colpo dello stop?; se anche lui ce la fa, io riuscirò ancora a lavorare? Mi ricorderò come si fa? Il mio corpo sarà in grado di riprendere? Beh, solo alcune tra le mille preoccupazioni).

L’astinenza sessuale, dicevo, inizia a farsi sentire. L’Amico Speciale mi chiama due volte al giorno, ci vediamo almeno una volta al giorno su Facetime, lui mi mostra la sua cagnolina che gioca, io le sfoglie al cioccolato che faccio per Little Boss, poi ci diciamo: Che palle! Quando finirà? Mi manchi… appena ti rivedo… questi hanno rotto il cazzo! Non si può separare due persone così! Tu cosa ti prepari per cena? Dove sei andato oggi per lavoro? Che cosa hai studiato? Io con i soldi per ora me la cavo, grazie. Tua madre come sta? Tua zia a Milano? Cosa dice il tuo Capo?

Andiamo avanti così da più di un mese. Sottile si intravede sotto alle nostre conversazioni il filo del Non se ne può più.

E siccome oggi sono particolarmente intollerante, non so se è una questione di giovedì, questo giorno prezzemolino che sta sempre in mezzo a tutto, oppure il sogno che ho fatto stanotte, dove non riuscivo a pulire il pavimento di questa casa che, notavo ieri, è davvero graziosa nella sua piccolezza, insomma, non so per cosa, ma in questa grande boule di nervosismo ci si è aggiunto uno dei momenti che detesto di più della settimana: la lezione di canto di Little Boss. Che fa, ovviamente, su Skype. E a cui io sono esclusa. Nel senso che le prime volte mi mandava a fare la spesa, così da essere da sola in casa mentre faceva lezione. E ok. Tanto la spesa va fatta eccetera. Solo che ora ci vado davvero malvolentieri, a fare la spesa, vuoi per la fila di cui sopra, vuoi perché i soldi scarseggiano e cerco di fare economia cucinando come una Benedetta Parodi (una cosa di cui sono capacissima è organizzarmi, come chi mi conosce ben sa). Quindi per tutta la lezione non solo devo fare silenzio (non ci sono porte in questa casa, è quello che potrei chiamare senza mezzi termini mini open space ), ma devo anche non ascoltare. Quando dico che l’amore supera i confini della logica ora potete capire di cosa parlo. Quindi mi munisco di cuffie, oggi, e vai con la lezione di tedesco, e vai con il potenziamento di inglese… e vai che mi sono rotta le balle dopo mezz’ora. E poi eccola lì la rivelazione: musica.

Le piccole cose della vita.

La musica a palla nelle orecchie mi ha ridato vita.

I Greenday di nuovo mi salvano il culo.

Con una canzone che come al solito arriva al momento giusto…

P.s. devo ricominciare a ridare il vero nome a queste cose: segni. Sul cosa vogliano dire abbiamo forse già discusso.

 

L’amore ai tempi del Coronavirus

 

 

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Stanotte non riuscivo a dormire. Nulla di strano visto che non mi muovo per tutto il giorno, il mio corpo non si stanca, il cervello invece non ne vuole sapere di spegnersi quando è il suo momento.

Sulle passeggiate ho già discusso, non mi resta che continuare a catalogare i miei libri.

Oggi sarà il secondo giorno, per me, di estrema solitudine di questa quarantena. Oggi Little va da suo padre. In questi giorni ho vissuto la convivenza forzata con il sorriso un po’ tirato, Little ascolta la sua musica ad alto volume, piange e si lamenta quando guarda un film triste in camera sua, mi interrompe sempre quando sto telefonando, mi chiede di farle, darle, passarle qualsiasi cosa. Ma essere sola…

L’Amico Speciale continua a lavorare. E non sta nel mio comune. L’amore ai tempi del Coronavirus è duro, non possiamo vederci, ci vidoechiamiamo, ieri sera a un certo punto mi ha guardata in quel modo, capita di rado ma non troppo, mi ha guardata come se fossi la cosa più bella che lui abbia mai visto e avrei voluto un abbraccio, un bacio. Continuiamo a parlare di questa cosa, dell’isolamento, di cosa succede alla tizia che va a fare la spesa al supermercato di un altro comune, di chi è in quarantena e di chi si affaccia alla finestra per giudicare il passeggiatore solitario, additandolo sui social. Continuiamo a parlare di questo, eppure in ogni nostra frase c’è qualcosa che aleggia al di sotto, un sottile senso di malinconia che riguarda solo noi due, qualcosa che, trasformato in parole, potrebbe essere: ehi, ma ti ricordi l’ultima volta che siamo usciti a cena fuori? Abbiamo mangiato quel sushi caro come l’oro, per festeggiare la chiusura del tuo contratto, non c’era quasi nessuno tranne il cuoco giapponese gentilissimo (come tutti i giapponesi) e una bottiglia di vino, e abbiamo parlato di noi, ci siamo detti che ci vogliamo bene, che ci teniamo a questa cosa, abbiamo fatto il punto, parlato delle difficoltà, del tuo desiderio di vivere con me, di Little Boss che ha bisogno di me ancora per poco, della mia difficoltà a fare le cose in fretta, ti ricordi quando mi hai stretto la mano sopra al tavolo e mi hai guardato e ti sei trattenuto dal fare l’ennesima battuta scema, come fai sempre, l’ho visto lo sforzo, volevi essere serio, e mi hai detto che sei un uomo fortunato?

Ecco, c’è la voglia di tornare lì, in quel sushi bar, con quel cuoco gentilissimo, in ogni nostra frase.

Chissà se questo virus vuole farmi capire qualcosa. Forse vuole che mi dia una mossa, che la smetta di perdere tempo a proteggermi, che viva davvero la mia vita. Per una come me sempre proiettata al futuro vivere il momento presente è cosa difficile.

O forse ho dormito davvero troppo poco e ho solo bisogno di una doccia…

La mia ancora di salvezza

post 179

 

Come dicevo, la mia storia con l’Amico Speciale va discretamente, lui è quasitutto ciò di cui ho bisogno, mi aiuta quando sono in panne (ha passato un sabato mattina in lavanderia al mio posto perché stavo smattando per l’accumulo di bucato, quale uomo ti lava e ti piega il bucato? Il tuo dico, solo il tuo bucato…), mi prepara la cena quando faccio tardi (la sua impepata di cozze era sublime), sceglie sempre i film giusti (no, non l’avrei mai guardato un film dal titolo Bunraku, giuro su ciò che ho di più caro, e invece mi è piaciuta la regia alternativa, ve lo consiglio), si sveglia prima di me per preparare il caffè (anche se la mia sveglia punta le 5 e lui è di riposo… questa cosa ha stupito talmente tutti che ora mi danno della Strega), ascolta le mie magagne, mi coccola quando sono stanca, e a letto… a letto non posso chiedere di più (detto tra noi, è un valore aggiunto alla mia vita che non credevo di poter avere). Quindi quel quasi…?

Il quasi è semplice: credo di essere arrivata a delle degne conclusioni, su questo fronte, anche grazie agli ultimi due anni passati, grazie a TDL, ma soprattutto allo Shogun.

Ho iniziato a capire che A) non tutti gli uomini sono come il mio ex; B) se il mio ex è stato quello che è stato con me prima e è quello che è ora, la responsabilità è anche mia (non solo mia, non solo sua, ma mia e sua. Può sembrare una banalità, ma per me è una grande conquista); C) il principe azzurro…non esiste. Ebbene sì, anche se mi rompe ammetterlo ho sempre pensato di poter trovare l’uomo giusto, ma che non fosse solo giusto, ma giusto giusto, perfetto, in parole povere. Ciò non solo è denigrante per una ragazza di intelligenza media come me, ma anche deleterio. Perché ti immerge in uno strato di aspettative a dir poco assurde, distruggendo tutto. Ora, non è che avessi mai pensato che fosse il mio ex, il principino, ma credevo, al tempo, di essere un po’ immune a quell’amore che taglia via gli occhi. E le orecchie. E la testa tutta. E poi le mie certezze sono crollate, non ero affatto immune e TDL lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. E, detto ciò, ho capito anche che D) l’innamoramento è una follia che ha poco a che fare con le coppie, è una follia temporanea, che inebria, che va bene solo per soffrire, non può appagarti mai, ti dà solo una scarica di adrenalina, e di vita, certo, ma dura poco (il tempo di arrivare dalla pancia al cuore e poi alla mente) e ti lascia un po’ disarticolata, distorta, e ti occorre poi del tempo per rimetterti in sesto, per riallinearti al tuo Io. Per capire, anche, che non è quello che vuoi. Perché amare è bello, davvero, ti lascia addosso la sensazione che la tua vita abbia un senso, che tu esista davvero, ti dice che puoi fare davvero dei miracoli, perché essere innamorati ti dà forza, ti rende sveglio, attento, moltiplica tutti i tuoi sensi. Ma tutta questa energia che si sprigiona dentro di te, prima o poi, per un motivo o per un altro, dovrà calare. Dalla pancia passa al cuore e poi alla mente. E la mente difficilmente avrà la stessa risposta di pancia e cuore. Perché quello che vedi quando sei innamorato (oh, beh, sulla definizione e sulle parole lascio a voi, io mi ci perdo: innamoramento, infatuazione, cotta, definitela come vi pare) non è un uomo (o una donna), ma un superuomo (o una superdonna). E, ovvio, non esistono superuomini e superdonne (così come il principe azzurro).

Forse il mio problema (una volta me lo disse il Mentore, ma sono passati davvero tanti anni da quel giorno, e se l’ho capito solo adesso significa che la mia intelligenza non è poi così media, il neurone fa fatica a girare e va piano) è che volevo innamorarmi. E poi, quando è successo, mi ci sono volute tre testate belle potenti per capire che non era quello che volevo davvero.

Quello che voglio è amare la persona che ho accanto con i pregi e i difetti (non senza vederli), guardando alla sua interezza (non solo a quella parte che tanto mi piace), facendo compromessi, lavorando duro, impegnandomi senza pensare L’amore è sufficiente. Perché non lo è. Al limite vince su tutto. E senza ombra di dubbio è la mia ancora di salvezza.

 

 

In ogni caso, in questi giorni molto confusi e di fatti di decisioni importanti, mi sono persa spesso a ripensare alla storia con l’Amico Speciale. Forse perché UAP ha pubblicato la sua, di storia, con Dolce Consorte, forse perché qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere una mia biografia (la cosa è stata detta tra il serio e il faceto, ma l’ho visto come un Segno), forse perché il mio capo l’altro giorno ha detto una cosa su di me e sull’Amico Speciale che mi ha sorpreso, perché la penso da sempre (e la pensa così anche Ale), insomma forse ho voglia anche io di tirare le fila con lui, fin dall’inizio, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto, poco più che ventenne (quindi eoni fa).

Ma soprattutto perché solo scrivendo riesco a pensare davvero, mettere in ordine e capire le cose.

Sarà facile?

Chi può dirlo

Anno nuovo, B.P. nuovi

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È talmente tanto che non scrivo che nemmeno Word mi riconosceva…

È che io sono abituata a scrivere sempre, almeno due righe così, una lettera, un messaggio lungo, due cavolate sulle Pagine del mattino. E ora nulla, le feste mi hanno risucchiato nel vortice. Ricordate quel post che girava su Facebook un paio di anni fa? La foto di Rambo sporco e insanguinato ma con i pollici in su e la scritta: quando lavori nella ristorazione e vi chiedono come sono andate le feste? Ecco, più o meno mi sento così, come Rambo, una sopravvissuta.

I peggiori sono i genitori. Perché non posso davvero dare colpa ai bambini che corrono su e giù per la sala del Ristorante con macchinine e areoplanini in mano mettendo a rischio la mia e loro vita. E i genitori, per le feste, si scatenano. Perché dopo un anno di cene fuori con gli amici non possono certo lasciare i bambini alla tata anche a Capodanno. Ma si vede che non li tollerano. E ciò mi rende, oltre che furiosa, anche molto triste. E quindi fatica e tristezza, oltre alle alzatacce e a farsi il pranzo di Natale senza Little Boss con un piatto di penne al ragù (menù della festa).

In ogni caso, le feste con oggi si concludono ufficialmente lasciando spazio alla sana routine di ogni giorno, fatta di lezioni di musica di Little Boss (sia canto che chitarra), la palestra, il circolo dei lettori, yoga, le lezioni di teatro del pomeriggio… insomma, una vera noia!

E quindi ho deciso, anche dopo aver letto il mio oroscopo per questo 2020, che mica me la dice benissimo, di fare dei buoni propositi. Li faccio ogni anno, è vero, appena scatta il numero 01/01 sono già lì che scrivo come una dannata, cercando di essere quantomeno realistica, di darmi degli obiettivi raggiungibili, non sarò mai un’astronauta, questo ormai l’ho imparato.

E quindi, tra i B.P. di questo 2020 figurano i soliti Leggere di più, Scrivere ogni giorno.

E mi sono fregata già nei primi 6…

Ma siccome ho letto che non bisogna colpevolizzarsi inutilmente, mi do delle attenuanti per il caso (a caso, anche) e riparto da domani, quando in teoria dovrei andare al C.a.f., prendere un appuntamento con il direttore della mia banca per sentire quanta fiducia mi può dare per un mutuo, andare a prendere Emma alla lezione di chitarra… ma sono fiduciosa, così come con l’appuntamento per la banca. Il fatto, il fatto vero, reale, è che io ero quella che diceva Non voglio comprarmi casa perché poi mi inchioda in un posto, e io non voglio inchiodarmi, mi sono inchiodata per anni e ho scoperto che non voglio catene e bla bla bla. E ora invece ci sto pensando seriamente. Ero quella che diceva Non mi piace questo paese, la gente sparla di me, mi guarda male e bla e bla. E ora invece esco da casa e saluto tutti come se non ci fosse un domani, faccio gli auguri al primo che passa, mi metto a chiacchiera al bar, adoro le decorazioni natalizie che hanno messo, non mi perdo una festa organizzata dal comune (come quella di oggi. Grande festa, a proposito).

Insomma, forse sto cambiando. Io, cambio, mica la gente di qui, ovvio. Forse davvero non mi dispiacerebbe una sicurezza tutta mia. Ma poi, certo, ho paura. Non lo voglio ammettere, ma mi fa paura prendermi questa responsabilità. Accendere un mutuo. Insomma, si accendono le bombe, no? Ma è anche vero che si accendono le luci, anche. Sarà una bomba o una nuova luce? L’enigma mi consuma.

Eppure mi dico che la vita va presa per come viene. Non è il mio stile, no, affatto, io sono una che controlla, ma a volte mi devo sforzare anche un po’. Ed ecco che questo diventa un altro dei B.P. 2020: rischiare. Muoversi. Perché chi non si muove è morto, e io non voglio ancora morire, non più.

Ma c’è anche l’Amico Speciale che fa capolino nei miei B.P. Perché, ora che le cose tra noi vanno bene (lui riesce sempre a stupirmi, una qualità che non posso che apprezzare) il rischio è quello della tanto temuta Quotidianità. E attraversare il confine è un attimo, darsi per scontati, vedersi per obbligo, ridurre tutto a sesso e cena, cena e sesso, una capatina da mia madre, smettere di ascoltarsi (vabbè, lui lo fa sempre, ma non voglio farlo io), smettere di baciarsi o di tenersi per mano e alla fine ti ritrovi un estraneo nel letto che dorme accanto a te. Sì, ok, sono un pelino catastrofica e paranoica, ma tant’è. Non vivere i momenti con qualcuno perché li dai per scontati è una cosa terribile che accade ogni secondo nel mondo. Più volte al secondo, direi. Ed ecco che il mio B.P. 2020 è anche Godersi i momenti con l’Amico Speciale. Piuttosto meno, ma veri.

E per la Piccola cosa ho riservato? Il Gran Finale. Farla più felice. Semplicemente. Farle vivere i suoi 13 anni, farla ripartire dal gioco per insegnarle a difendersi dal mondo, ripeterle ogni giorno che è con l’amore che si vince davvero, mai con l’odio, che non deve imparare dai miei errori, ma farsene di nuovi, che la vita è solo una questione di occhiali con i quali guardi il mondo, bisogna avere le lenti giuste e farsi le lenti è difficile, ma non impossibile. Vorrei, doppiando Vonnegut, che quando è felice ci facesse caso.

Ed è anche il mio ultimo B.P. 2020: vorrei che quando sono felice ci facessi caso.

Perché è così facile parlare delle sconfitte e delle delusioni.

Ma capita più spesso di quanto voglia ammettere.

p.s. Ale, il mio blog non lo vedi perché scrivo poco… ma tra i B.P. 2020 ci sei anche tu…

 

 

 

Sostiene Moon

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Un piccolo omaggio blasfemo a un grandissimo scrittore a me vicino… spero mi perdoni la messa in burla. Ma sono certa che lo farà. 

 

 

Sostiene Moon che la mattina sente una canzone nella testa, I’m strong enought, che non si ricorda le parole, ma solo questo pezzetto del ritornello e se lo ripete all’infinito, nuovo mantra, per darsi forza.

Moon sostiene che la vita sta facendo la difficile, le tiene il muso, fa le bizze come una bambina viziata, ma lei, sostiene, non si farà prendere per i capelli.

Sostiene Moon che da quel cunicolo c’è già passata e che l’età a qualcosa servirà pure, diamine!, o deve solo servire a farsi dire da Little Boss che è vecchia perché non chiude le finestre sul telefonino? Moon racconta di serate troppo brevi e notti un po’ inquiete, di risvegli con il cuore che batte come un tamburo e di analisi che ancora vanno male. Ma sostiene, Moon, che nonostante tutto tiene botta, che le cose sa che si aggiusteranno. E lo sa perché, quando è in macchina, parcheggiata sotto la casa del suo ex, e le vengono in mente mille pensieri e si preoccupa per Little Boss e si preoccupa per sé e il suo futuro e le cose sembrano diventare grigie, ecco che arriva lei, Little Boss; la piccola sfodera un sorriso, le fa la linguaccia e gli occhi storti, apre la macchina e inizia a parlare come se non ci fosse un domani e deve raccontarle tutto, ma tutto tutto(avete presente la scena dei Goonies?)e poi è vero che il cervello di Moon è sovraccarico di info, ma è anche felice, felice come non mai, ha un tesoro che la accompagna giorno dopo giorno, che brilla tanto forte da riuscire a donarle un po’ di quella luce, e allora tutto, ma tutto tutto, passa in secondo piano, si rende conto che ciò che conta lei lo ha già. E dito medio a quelli che la odiano. Perché Moon sente l’oroscopo la mattina, mentre scende dal suo monticello per portare Little Boss a scuola, su RDS c’è Branco (con quella voce odiosa, diciamocelo, e quelle parole che non sanno né di me né di te) e lui dice che ci sono persone che la odiano e che riescono a metterle, anche oggi, i bastoni tra le ruote. Ma Moon, sostiene, fa il dito medio anche a Branco, e se la ride per una piccola vittoria legale: se qualcuno mi odia (non ha dubbi, Moon, che sia così, e potrebbe tranquillamente fare il nome del suo ex) io ho fatto tanto per costruire ciò che ho e è talmente solido che non riuscirà a sfondarlo, nonostante sia un Ariete. Tiè, aggiunge Moon, sostenendolo.

Moon sostiene, ancora, che le serate se ne vanno via come le noccioline all’aperitivo, tra un ripasso dell’Illuminismo (che poi Little Boss ha il compito) e la spiegazione delle subordinate, i pomeriggi scappano tra la palestra* e il circolo di lettura, tra le lezioni di chitarra e l’orientamento per le superiori, tra le due ore per il sesso, rubate, (sempre due Wal, sono intransigente, amare ha bisogno del suo tempo) e la telefonata a un amico, tra il ragù, ché ogni tanto bisogna anche cucinare, e l’impasto per i biscotti di pan di zenzero a lavoro (sì, fuori orario, ma il lavoro è anche questo, metterci passione).

Sostiene Moon che le manca la tastiera, ma che quando vede il calendario sul telefono le piglia un colpo: ci sono più pallini grigi che numeri, lì. Ci sono le elezioni per il consiglio di istituto (e che, non si propone, Moon, come presidente, visto che non lo fa nessuno?), le riunioni a scuola, gli scioperi, il dentista, le cresime…

Ma Moon sostiene anche che domenica chiappa l’Amico Speciale e lo porta a teatro. Giusto per…

Mi gonfierà il cervello?, chiede lui.

Lo spero proprio, sennò che ci andiamo a fare?, risponde Moon.

Moon sostiene che l’esproprio della tastiera è solo un momento, una cosa che finirà. Il suo Capo le dice: Come farai, poi, quando non avrai tutti questi impegni? Sentirai un gran vuoto.

Moon sostiene che lo riempirà con la scrittura.

 

ah… lascio la canzone. Eh. Il meglio sarebbe leggere ascoltando la canzone.

Manco mi piace tanto… (troppo discotecara), ma ci sta.

Ci sta.

 

 

 

 

 

Lavori in corso

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È davvero tanto che non prendo la tastiera in mano per scrivere, un po’ troppo. Mi devo preoccupare? Istintivamente direi di sì, come se facessi fatica a riconoscermi senza il ticchettio delle mani sui tasti. Se però ci penso bene bene invece direi che dovrei esserne sollevata. So perfettamente che scrivo tantissimo solo quando sto male. Quindi 2+2… ma tutte queste supposizioni sono solo esperienziali, dettate da quello che ho fatto prima. Quindi potrebbero valere quello che valgono: nulla. Oppure sì, chi lo sa. Sono dubitativa, oggi.

Va da sé però che occuparsi della dieta (e tra pochi giorni anche della palestra) richiede un grande dispendio di energie: le verdure, parte principale dei miei pasti e di quelli di Little Boss, devono necessariamente essere cucinate. Stop alle soluzioni easy to eat, in stile Metti due sofficini in forno e tra che ci sei infilaci anche le crocchette di patate, che le patate piacciono sempre a tutti, anche se sono finte.

E quindi il mio Tempo è rubato dalle verdure, in sintesi. Zucchine fedifraghe. Carote infingarde. Insalata crudele. Ok, l’insalata no, lo so che si fa in due secondi.

Poi ci sono altre cose che mi assorbono, diciamo così. La festa (le feste!) di Little Boss sono andate alla grande. Anche grazie all’Amico Speciale, redento. Era con me il giorno prima per cucinare, sbafandosi un po’ dell’impasto del dolce, era con me il giorno stesso per addobbare casa, almeno dieci palloncini con la scritta Sei vecchia, tredicenne (la sua rivincita personale, per tutte le volte che lei lo dice a lui), era con me il sabato sera, ad accompagnarla e riprenderla alla cena al Ristorante con gli amici (praticamente ha festeggiato a casa anche lì, ricevendo abbracci e baci da tutti. E pure la torta omaggio). La settimana passata non l’avrei affrontata bene da sola. Grazie a lui è stata davvero bella.

E poi c’è un nuovo trasloco che mi assorbe. No. Non il mio, nonostante un po’ di maretta (in cui, stavolta, non c’entro nulla), il mio affitto è al sicuro. Ma l’Amico Speciale invece trasloca. Dopo aver venduto la sua immensa casa adesso si restringe in un appartamento. Ottima scelta, direi. Solo che l’appartamento (grazioso quasi quanto il mio, e decisamente più grande) ha bisogno di qualche lavoretto. Ben pochi, più che altro una ripulita. E quindi oggi eravamo dietro alle tinte per le pareti.

Perché non colori ogni stanza?

Perché, il bianco non va bene?

Sì, ma è monotono, non credi? Vedi la volta? Riprendi il bianco lì e poi sotto fai uno stacco. Visto che hai la testiera del letto a forma di sole (che ha fatto nella sua fase Lavoro il ferro)ci starebbe bene un giallo. E poi lì ci metti quel quadro (che ha fatto nella sua fase Dipingo i quadri), che riprende lo stesso colore.

La faccia che ha fatto non ve la descrivo. Ma era un misto tra il divertito e lo scassato. Ma più sul divertito.

E nella stanza degli ospiti che colore ci vuoi?, ha chiesto.

Pensavo a un colore sul mattone, ma più chiaro. Ci facciamo delle spugnature?

E, vinto dall’idea delle spugnature, ha recuperato dei campioni di colore e poi ci siamo messi a guardare tutorial su You tube, imbroccando in un tizio che ho eletto ormai a mio nuovo mito, un certo Ciro, imbianchino di Napoli, che spiega tutte le tecniche alla perfezione, usando un linguaggio extra semplice (per idioti, ndr): quindi diluiamo il fissante del 20%. Ciò significa che se mettiamo un litro di prodotto, metteremo 20 cl di acqua, come vi faccio vedere qui.  Che chissà, magari per qualcuno è davvero necessario ribadire che i mobili e i battiscopa vanno protetti prima di tinteggiare. E che bisogna seguire le istruzioni sulla latta di vernice per la diluizione. In ogni caso l’ho seguito ammirata. Anche perché per ogni prodotto o utensile che mostrava nel video dava anche il costo approssimativo e io, che sono abbastanza calcolatrice, ho apprezzato.

La fine della storia è che dopo ore di visione video (in cui il mio amore per Ciro cresceva) l’Amico Speciale ha detto: davvero, ma il bianco no? Vuoi fare le velature, l’effetto guantato, lo stile impero? Mi pare un pelino impegnativo…

E come dargli torto? Ciro per fare una parete ci ha messo 3 giorni! Bella eh. Ma lasciamolo fare a Ciro, che si vede che ha passione, che le pareti le ama. Abbiamo concordato per un colore tenue e a tinta unita. Niente effetti. Per ora…

E quel quadro che stava tanto bene in quell’angolo con la parete spugnata sul giallo?

Beh, ha trovato un’altra casa…