De familia *

* questo perché Little Boss sta iniziando a studiare latino prima di iniziare il liceo, e io sto ripassando con lei

 

post 218

Qualche anno fa girava un video: cosa succede se regali un’Ipad a tuo padre. Se non lo avete visto o non ve lo ricordate ecco qui.

Guardandolo oggi mi sento libera di dire: magari fosse stato solo così!

I miei genitori, entrambi, ma ognuno a modo suo, hanno preso il peggio dalla tecnologia.

Inizio con mia madre. Una donna che vivrebbe volentieri nel 1800, più precisamente in romanzo dalla Austen, a ricamar merletti e fare chiacchiere all’ora del the, tuttalpiù per darsi un tono le classiche vacanze a Bath. È una perfetta donna degli anni ’50 (che sono i suoi): casalinga, ama cucinare (ma non lo sa fare), ama starsene in casa a cucire, vive una vita ritirata (non ha sentito cambi di corrente con il Covid). Ma da quando gli è stato messo in mano il primo Iphone (mia sorella ama cambiarli spesso e dona gentilmente gli smessialla famiglia, me compresa) è cambiata. In peggio. Della tecnologia ha preso il lato peggiore. Si informa su Facebook (attenzione! Questo mi era stato personalmente preannuciato dal direttore del Tirreno – noto(?)giornale locale- Barnabò ben 10 anni orsono: i giovani si informano solo su Facebook. Ma dei vecchi non diceva nulla e io mi chiedo se non sia stato ottimista). Dato che le sue news viaggiano solo un canale che lei stessa sceglie senza esserne consapevole, ovviamente si infervora sempre più, sentendosi dare ragione praticamente ogni minuto da gente che scrive : habbiamo vinto! E sebbene lo snobismo sia di famiglia, si vede, ciò non la frena dall’esaltazione.

In pratica sta sempre appiccicata alla sua terza mano: le ricette? Su Pinterest! I libri? Su ibs! I video divertenti sui cani? Su Youtube!

Salvo poi non capire la differenza tra le tre.

E qui entro in gioco io.

Mi stampi questo disegno da Pinterest?

Mi prenoti questo libro su Ibs?

E, il peggiore: guarda questo video su Youtube! (con tanto di Memojipersonalizzata di Apple, che mi chiederà di modificare appena si taglia i capelli).

Ma se poi le dai la dritta super dritta, stile Scarica Spotify e potrai sentire tutta la musica che vuoi, da Baglioni a Cocciante, allora si ritira come un riccio (si vede che non segue i miei consigli, ma solo quelli di mia sorella, che è senza dubbio la figlia migliore delle due) e per dispetto compra pure un giradischi. Uno vintage, color pastello. Per sentire i suoi vecchi vinile. Pur di non darmi retta… (non fraintendetemi: io, appassionata di vintage fino all’osso, sono anni che vorrei un aggeggino come quello. Ma poi penso sempre alla bolletta dell’acqua, alla spesa. E sapete com’è: non ne faccio mai di nulla).

E poi c’è mio padre…

Ultimo modello di Iphone (eh sì, è una degenerazione familiare, ci stanno studiando), non si perde un messaggio, una foto, un vocale. Ogni tre secondi il suo telefono trilla: sono gli amici di Torino, quelli di Grosseto, quelli di Livorno…

Se non trilla nessun problema: si collega a Facebook (così guarda i video divertenti sui cani) oppure mette le foto superfighe su Instagram (lì mia madre, ancora non c’è arrivata). Appena andiamo a trovarlo è già lì che parte con i video o con i selfie da inviare a mezza Italia. In metà ho la faccia da pesce lesso. Dopotutto sono fotogenica come un mocassino usato.

Se non usa il telefono ha il suo Macbook, dal quale ascolta la sua Playlist preferita su Youtube (nulla, Spoty, il mio amore, lo scartano tutti tranne Little Boss), oppure si legge l’ultimo Roth sul suo nuovo Kindle.

Eh sì.

Vecchi e supertecnologici.

Eppure vecchi.

Sarà un momento, sarà che vedo anche me tanto invecchiata (la pelle, soprattutto la pelle), sarà che il tempo passa anche per loro, non solo per la mia Little e me.

Ma oggi mio padre l’ho visto davvero male. Lento, sconsolato, impaurito dal Covid.

Mentre mia madre la sento sempre più acida, autoconclusiva in un certo senso, dimentica le cose per ricordarsi solo ciò che la aggrada (quindi non me).

Magari è solo questo momento mio, che ho la percezione del mondo in nero.

Magari invece stanno invecchiando sul serio e devo iniziare a farmene una ragione: non sono più da anni i miei genitori (fonte di consigli, simbolo di protezione eccetera), ma da qui a essere io la loro badante a tempo sperso ce ne corre.

Ma soprattutto, come si fa a bilanciare le cose? Come si può essere figlia comunque (facendo la parte della figlia) e prendere anche il ruolo opposto, quello di assistere?

Ho paura che non mi ci vorrà molto a scoprirlo…

 

 

Finirà…

post 217

 

 

Sulla mia scrivania, nel mio Moon hole di pace, un angolino in bella vista dove però, stranamente, mi sento sempre me stessa (anche quando la reale me stessa si sente una defecazione di cane abbandonata sotto il sole di Luglio), ho un quadernetto.

Il quadernetto in questione ha raccolto finora appunti sparsi dei momenti in cui mi trovavo qui, davanti al mio super bellissimo pc, e quindi del mio Romanzo- fast (lo chiamerò così da qui in poi, rubando un’espressione al mio amico Leonardo Di Carlo, il pasticcere, che così chiama la sua meringa furba). Gli appunti in viola (una scelta dettata dalla necessità, nessuna preferenza) sono quelli che ho raccolto guardando video o leggendo documenti; le scritte con la matita sono le idee per proseguire il romanzo.

È tutto molto caotico, nel mio quadernetto, e ci sono anche post-it appesi qui e là, ma finora era rimasto illibato.

Sono giorni invece che la sua presunta purezza viene meno.

Ci sono appunti per bilanciare un semifreddo.

Ci sono password per accedere alle mail.

Ci sono le misure di Berta (la libreria di Little Boss comprata dagli svedesi).

C’è, soprattutto, il calcolo della retribuzione della CIGD per vedere se riesco a entrare in qualche altro contributo.

E nulla: il contributo in questione (per l’affitto) prevede che sia elargito per chi è, appunto, in CIGD, ma vuole anche una riduzione effettiva dei guadagni, rispetto all’anno precedente, minimo del 30%. Ora. Io non sono un asso della matematica. Ma so che la cassa integrazione in deroga è dell’80%. Quindi la riduzione è prevista per il 20%, se non erro. Poi vai a vedere il reale esborso dall’INPS e non è affatto il 20% in meno, ma il 30% e più. E qui arriva ciò che non sapevo: il resto (calcolato in base a non saprei cosa) lo dà il datore di lavoro: gli 80 euro di Renzi, per esempio, e le festività. Ma che festività sono se non ho lavorato? Bah. Mistero.

Cercate di capirmi, non è che mi lamenti, se qualche briciolo di soldo arriva arriva, solo che non capisco: fanno un contributo per chi è in CIDG e poi non posso prenderlo? Perché, a conti fatti, sforo. Sforo di 30 euro un mese, di cinquanta un altro, ma sforo.

Il Comune, piccolo cucciolo, sono mesi che si sbatte per me, mi manda mail, mi chiama come se fossi sua figlia, mi dice: provaci, rifai i conti. Ma nulla. l’ordinanza è regionale e l’autocertificazione è mia: mi pare di avere già troppi problemi per prendermi pure una sanzione per falsa dichiarazione.

Resta che non capisco il concetto base.

E forse ci sta, può essere che sono un po’ troppo nervosetta. Non è un buon momento, anche se sono rientrata a lavoro. O forse per questo? Sembra che l’universo si concentri tutto adesso: dopo mesi a non fare nulla se non esacerbarmi per ogni bollettino serale, adesso il mondo si è svegliato. E io non mi sento pronta. Sono inadeguata al mondo Covid: non respiro nella mascherina, mi frizzano le mani con il gel. Sono inadeguata al mondo ripartito, come lo sono sempre, ogni mattina: ho bisogno di tempo per partire, mi serve il caffè, mi serve la calma…

E così finisce che litigo pure con piccola Pigra Boss, che la mattina non sente la sveglia (e le mie milleduecento telefonate) e io pensando subito al peggio mi precipito riversandole addosso tutta quella frustrazione di madre inadeguata che mi sento sulle spalle.

Questo anno è terribile.

Ma finirà.

Oh, se finirà…

Per essere peggiore il 2021 dovrà mettersi proprio d’impegno.

 

 

Fuori il vecchio e dentro il nuovo

 

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Non so da quanto tempo non scrivevo con Spoty di sottofondo. Di recente la musica l’ho un po’ ignorata, una cosa strana per me. Io credo che ci sia qualcosa di collegato, qualcosa che mi intravedo dietro a una cortina di nebbia, non ne ho chiari i contorni, ma ha a che fare con una parte di me che non vuole uscire (o che non riesce a farlo). Colpa della Moon-razional/pratica, che da un po’ di tempo cavalca le scene, star indiscussa. Non fraintendetemi, adoro la Moon R./P., mi aiuta a tenere sotto controllo la casa, Little Boss, i conti, il lavoro, ma spesso, a questa, sfugge il lato poetico della vita, le sfuggono i sentimenti, le sfugge emozionarsi per un tramonto o per un abbraccio particolarmente caldo. E le sfugge anche la musica, anzi, la musica, la scrittura di un blog, un po’ la irritano, vede tutto questo come una distrazione, una perdita di tempo. Ma siccome io sono l’intero delle due metà, fino a prova contraria decido io e ogni tanto provo a svegliare la Moon dormiente (a cui non ho ancora dato un nome: Moon testa tra le nuvole? Moon sognatrice? Accetto suggerimenti) forzandola ad alzarsi dal suo torpore con la scrittura e la musica (che stavolta è una compilation che mi ha girato Little Boss e che, strano ma vero, apprezzo- è molto rock).

Questa mega intro mi ci voleva, come sarò brava a farmi prendere dalla Follia Prefatoria (cit.)?

È che il lavoro appena ricominciato massacra, come era prevedibile, e io ci metto del mio andando all’Ikea nel mio giorno di festa.

La mia Little sta per fare un saltone, un vero cambiamento, e le ci vuole di adeguare lo spazio in cui vive alla sua nuova vita. Lo spazio in cui vive è molto piccolo, ma Ikea, sebbene abbia mobili di scarsa (ma economica) qualità, ha un vantaggio: puoi comporre e prendere idee per salvare lo spazio. Così ieri ci siamo avviate in macchina poco prima di pranzo (ora che c’è di nuovo l’aria condizionata sulla piccola Winny, la mia macchina, è stato un viaggio piacevole), ci siamo sanificate, controllate la febbre, disinfettato i carrelli, messe le museruole e abbiamo vissuto un’ora di Svezia 100%. Siamo rientrate con due mobili libreria nuovi per i libri del liceo che verranno (che abbiamo rinominato Berta. In realtà si chiamano Besta, ma Little ha sbagliato a dirlo e secondo noi il nostro nome è migliore), due cassette di legno ancora da tingere (per la sua collezione di libri di Harry Potter) e la solita marea di cazzate che ti restano aggrappate alle mani quando vai all’Ikea: piante finte (le vere non ci provo più, lo giuro), una nuova luce per il comodino, un tappeto colorato per il bagno…avete capito, no?

Il pomeriggio lo abbiamo passato a riorganizzare la sua stanza (stanza è un eufemismo, visto che è un soppalco). E mentre io montavo Berta, a lei avevo dato il compito di buttare via le cose che non le servivano più.

Ora: nella mia famiglia ci sono correnti di pensiero molto diverse tra loro per l’operazione Butta via. Mia nonna materna era una che non conserva nulla. Di rimando mia madre non butta mai via nulla, continua ad accumulare oggetti inutili che negli anni si sono stratificati e, come gli anelli di un albero, dicono quanti anni ha. Mio padre invece è talmente poco legato agli oggetti (ma anche alle persone?) che potresti portargli via mezza casa e neanche se ne accorgerebbe. Io mi sono sempre considerata, ovviamente, una dolce via di mezzo: ho ancora le prime scarpine di Little Boss e il suo ultimo cuccio, ma un cavetto che non so che è non lo conservo dicendo Non si sa mai. E Little Boss di che parrocchia sarà?

Ha inaugurato una nuova diocesi, direi. Mi è toccato controllare nei sacchi neri quello che aveva buttato e meno male! Ho recuperato quaderni quasi nuovi, un portachiavi, mollette decorate, penne funzionanti e, tra le altre cose, il libro scritto da mio nonno con i suoi appunti originali (che sì, mica è un Best seller, ma insomma… a sua discolpa ha detto: non me ne ero accorta che c’era anche quello).

Insomma, via il vecchio e dentro il nuovo.

Finita la parte della sua vita legata ai peluches (che ho trasferito in camera mia) e alle penne colorate. Benvenuta adulitità. Berta è ancora mezza vuota, ma mi chiedo cosa ospiterà: preservativi? Birra? Sigarette?

Questa nuova fase, tanto spaventosa per me, è arrivata così, dall’oggi (finiti gli esami di terza media) al domani (che già chatta con i suoi futuri compagni di scuola di libri e anime).

La vedo felice. La vedo nuova. La vedo cresciuta.

Ma dalla spazzatura ho recuperato anche un suo vecchio diario, di quando aveva 9 anni, e che no, non ce la faccio a lasciare andare.

Come si fa a lasciare che i figli crescano? Io amo Little, ma mi manca anche la Little piccola, paffutella, con i piedini da morsi e quel suo volere la luce accesa di notte mentre stringe il suo gatto di peluche.

Io invecchio e lei cresce.

Il tempo è un bastardo. (cit. 2)

La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Ma che disperazione

 

 

Ho il cervello intasato. Tanto pieno che le idee non si muovono, c’è traffico, la fila, i lavori in corso. E continuo a modellare idee, senza sosta.

Riapriamo il Ristorante tra poco. bisogna rifare tutte le preparazioni. Già. Ma quali? Dopo quattro mesi non ricordo cosa facevo, come lo facevo, quando lo facevo. Con chi lo facevo, invece, sono certa: io e io.

Cosa fare? Il mio campo, uno dei miei campi per l’esattezza, o il campo in cui voglio finire, ancora più esatto, è la pasticceria: siamo in estate: gelati, semifreddi, sono un vomitatoio di nuove proposte. Un tartufo gelato con scaglie di nocciola e cioccolato? Un mignon con una crema anidra al limone autoprodotta? Un semifreddo al tiramisù? Una monoporzione al mango e panna?

Ho TROPPE idee.

E non solo per il lavoro pagato.

Le idee fioccano anche per il lavoro gratis d’amore dei.  La scrittura. Sono nella fase due del mio romanzo, una riscrittura capitolo per capitolo, cercando di migliorare, arricchire e correggere la trama. La notte prima di dormire mi vengono delle frasi e per ogni parola immagino la sua composizione sulla tastiera. Poi accendo la luce, prendo il blocchetto celeste sul comodino, con il nome giusto, Toughts I need to write before I fall asleep (l’ho comprato da Tiger? Da Willy? Maledetto Alzheimer precoce!) e scrivo delle note che al mattino non riesco a leggere. Chi non legge nella sua scrittura è un asino addirittura, dice sempre mia madre.

E poi la mattina alle sei la sveglia suona, mi rigenero con il caffè, metto le dita sulla tastiera e vado. Vado. Vado. Sto correndo come Forrest Gump prima di togliersi le protesi. La speranza è quella di arrivare a ottenere una maglietta gialla da sporcare con lo smile (se non avete riferimenti, guardate/leggete Forrest Gump: ne vale sempre la pena).

Dopo le otto spengo il pc, infilo una tuta e dedico il cervello intasato al lavoro: pulire, sistemare, riorganizzare. Nuovo ricettario (in word, stampato e sistemato), nuovo menù (scritto e organizzato), nuovo laboratorio di lavoro, con 5 macchine in più, tutte da imparare, da studiare, da usare, soprattutto.

Ho il cervello intasato.

Norme HACCP, nuove etichette, nuove procedure, il Covid e le mascherine, sanificare, i fogli per conservare i dati dei clienti, le strisce in terra. E poi la pubblicità: nuovi post sui social da creare, fidelizzare il cliente, prodotti più belli (ma sempre buoni).

Ma questo cazzo di posto è mio?, mi chiedo. Eppure non riesco a farne a meno. E mentre domani i miei colleghi dormiranno beati nei loro letti, io sarò ancora lì, a vedere di sistemare la bilancia, di ordinare il magazzino, di fare la lista per i fornitori.

Mi faranno santa? Non credo.

Mi faranno tonna? Più probabile.

E mentre scrivo tutto questo, il mio unico pensiero va a una carella di Word, nominata genericamente Romanzo. Senza titolo, ancora. Non vedo l’ora di rimettermici. Anche se so che devo cercare di non correre troppo, non troppe parole al giorno, perdi mordente, Moon, dopo le prime 5000 parole.

Il tuo romanzo mediocre. Il tuo piccolo un po’ deforme. Ma il tuo primo piccolo.

Ma che disperazione nasce da una distrazione.

Avere questa gioia nello scrivere… non ha prezzo.

21 Giugno: fine del mondo e del romanzo

Sono le 8.49 di una domenica mattina.

Anche stamani mi sono alzata presto. Siamo agli sgoccioli, tra poco, dopo 4 mesi di fermo obbligato, riprenderò a lavorare. Domani abbiamo un’altra lezione del corso HACCP, poi martedì si parte con le pulizie, sanificazioni eccetera. Ci vorranno forse dieci giorni, vista la mole di lavoro. E poi: l’ignoto: come sarà lavorare alle nuove condizioni? Riuscirò a resistere con la mascherina (che il mio Capo ha fatto fare per tutti in stoffa e con il logo, che in effetti fa più figo) per sei, sette, otto ore? A, proposito di ore, quante ne farò? riuscirò a racimolare qualche straordinario come prima o la mia busta paga sarà sottile? Certo mai quanto la cassa integrazione, che ancora fatica a trovare la strada del mio conto corrente.

Queste, e molte altre, sono le domande che da un bel po’ mi frullano nel cervello (e credo di averne pure già scritto).

Ma.

Ma.

Ma.

In ogni caso c’è sempre qualche nota positiva.

E non è solo perché Little ha finito gli esami di terza media e ora è una diplomata a tutti gli effetti. Questo però influisce: non averla nervosa in giro per casa è già una buona cosa. Sapere che ha ancora la possibilità di prendere la borsa di studio, nonostante gli scivoloni durante la didattica a distanza, anche.

È che alle 8.49 del giorno 21 giugno 2020 ho terminato la prima bozza del mio unico romanzo.

Dopo anni di tentativi falliti, di mortificazioni autoinflitte, di rinunce e poi nuovi inutili slanci, alla fine ce l’ho fatta.

Non avrei mai pensato di scrivere una roba come quella che ho scritto. E credo che se leggessi questo romanzo senza saperne nulla, scritto da un’altra persona, lo ridurrei a brandelli. Io so essere molto caustica nelle recensioni. Anche un po’ stronza, diciamocelo. Senza pietà. Ebbene non ne avrei nemmeno per il mio.

So di non aver scritto letteratura, anche se mi ero ripromessa di scrivere solo quello: letteratura. Eppure lo stesso, questo romanzo mi ha dato e mi dà soddisfazione. Solo per il fatto di averlo terminato, credo. Portato in fondo. Concluso. Finito. Fertig (e usiamole quelle tre parole di tedesco che ho imparato con Duolingo in questo lockdown).

E poi…volete mettere riuscire a finire un progetto tanto desiderato proprio prima che finisca il mondo? (Oggi, secondo i nuovi calcoli)

Vado a festeggiare con il secondo caffè.

Mi resta solo una domanda. ma l’ha già posta Liga…

 

 

 

 

C.A.T.I.: Contenuto ad Alto Tasso di Incazzosità

 

NOTA INIZIALE: SE NON FOSSE STATO PER ADRI CHE MI HA AIUTATO PER UN’ORA E PIU’ A RECUPERARE QUESTO FILE CHE AVEVO CANCELLATO PER SBAGLIO NON AVREI PUBBLICATO NULLA: PRENDETEVELA CON LUI 🙂

(Questo contenuto è ad alto tasso di incazzosità. Vietato alle persone suscettibili, positiviste e anche alle moraliste: a quelle, ai moralisti- o moralizzatori, meglio-, mi sa che tutti i miei contenuti sono vietati. A prescindere)

 

Ho bisogno di fare una pausa 2. La vendetta.

In realtà stavolta non stavo scrivendo, per oggi ho già dato le mie parole. Sul prestino, verso le 5.30 più o meno. Le cose a lavoro stanno ripartendo. Ieri sono stata lì tutta la mattina a lavare i piatti e i pensili, stamani corso aggiornamento HACCP.

Il corso di aggiornamento di solito è una cosa un po’ ridicola, dura tre o quattro re (non ricordo) e per la maggior parte del tempo il docente ricorda: lavatevi le mani. Vista la nostra storia recente e tutti i video della D’Urso ormai metà del lavoro del docente HACCP è vanificato. Così per riempire le ben 12ore di corso ( e non chiedetemi perché sono finita in un corso completo, che lo so che di solito la completezza è un bene, specie se non la paghi, ma stavolta dovrò dissentire), il docente è costretto a: ripetere le stesse cose come un’idiota; allungare i tempi della pausa caffè; fingere che l’audio non vada e che lui debba resettare non so quale impostazione sul pc.

Ora, va da sé che questi corsi sono via Skype (o altre piattaforme similari). Le uniche cose buone di questo Covid sono proprio corsi (inutili) e riunioni (fittizie) fatte via web, le ricette mediche inviate per Whatsapp, la possibilità di non fare cene di classe in stile Fine corso, la possibilità di andare dal dentista con un appuntamento vero, senza dover aspettare ore e ore che sia il tuo turno: ora il dentista gli appuntamenti deve rispettarli.

ma sebbene questi corsi siano tendenzialmente tediosi anche dal vero, via Skype sono peggio. Stamani ho visto e sentito (in ordine): la fidanzata/moglie di qualcuno passare con un baby doll dietro al partecipante ( e dopo gli ha pure vuotato la spazzatura che era sotto la scrivania); la conversazione privata di un altro che parlava del suo problema personale con la figlia adolescente (sempre mentre “faceva” il corso); gli occhiali orribili della mia collega che invece seguiva col telefonino in riva al mare (della Sardegna, quindi pure bellissimo e desertico mare); una donna misteriosa che si faceva gli affari suoi parlando con chissachì: clienti? Amici? Familiari? Era comunque una conversazione concitata; un’altra tizia che si mangiava le unghie come se non ci fosse un domani; l’ultimo, invece, che alla fine è uscito di casa e si è messo pure il casco, infilando il telefono in tasca (immaginate il fruscio) e andandosene via in motorino.

Ora, già ‘sta roba, così, è dannosa al cervello di normale. Se poi aggiungi la modalità in cui è fatta poggi sulle mie spalle anche il famoso carico da 11.

Alle dieci (il corso iniziava alle 9) ero già enormemente scoglionata.

Oltretutto non l’ho seguito da casa (magari mi sarei alzata anche io, come metà della gente, e mi sarei fatta un caffè o mi sarei fumata una cicca), ma dal Ristorante. Il mio Capo ha avuto questa idea geniale: tutti insieme, così chi non ha dimestichezza col pc è a posto. Il docente l’abbiamo messo in modovisione collegando il pc allo schermo della tv.

Siamo solo alle prime 4 ore (di 12, ripeto)e io già non sopporto più il docente. Si dimentica le cose da dire, non carica le slide come promesso, non gli frega una cippa se qualcuno, nel frattempo, ha attivato il frullatore a immersione e disturba tutti, se gli facciamo delle domande gli servono 8 ore per rispondere (ma non era il suo campo? Lui risponde: è tanto che non faccio corsi, sono arrugginito). Fanculo.

Una unica risposta incazzata. Fanculo.

Fanculo al docente che guadagna per non fare un cazzo.

Fanciulo alle linee guida per la ristorazione che non hanno logica.

Fanculo, soprattutto, alle linee guida Covid, che cambiano da una settimana all’altra, impedendoci di abituarci a queste. Oggi plexiglass sì, oggi no; oggi guanti sì, oggi no.

DECIDETEVI.

Eccheccazzo.

Alla fine sull’incazzatura mi sono putre limitata. Come sempre. Deve averci messo lo zampino il mio amicoperlapelle: il Censore.

 

 

Chi ha scelto chi?

post 193

Ho bisogno di una pausa.

E come fare una pausa dalla scrittura se non scrivendo?

Sono diventata la caricatura di me stessa.

Il fatto è questo, e lo dico in breve: sono quasi 4 mesi (4!!!) che sono a casa senza fare nulla; ho passato le giornate a trascinarmi, triste e ansiosa, in giro per casa, in perfetto stile zombie; ho incrementato le mie capacità culinarie (non è del tutto vero: ho messo in pratica, più spesso del solito, quelle tre cose che so fare, eliminando la Fiera del precotto dal frigo- citazione di Venkman); mi sono esercitata davanti allo specchio per riuscire a fare una perfetta Boxer braid (con scarsi risultati); ho consumato la televisione, fatto quasi fuori il Tolino e comprato (sigh!) perfino un paio di giochi sull’Iphone (Room non era poi così male… solo che mi ha fottuto la batteria).

Insomma: quanto tempo avrei avuto per scrivere quel dannato romanzo di cui parlo sempre da anni e anni?

Ma, dicevo a me stessa, perché non ti ci metti adesso, che hai tempo in quantità?

E non è che all’inizio, non ci abbia provato. Mi ero fatta uno schema mooolto approfondito, seguendo il mitico Vogler, cercando di pensare a una storia decente. E si vede che la storia non era poi così decente, perché è naufragata prima di prendere il largo, a pagina 2.

Mi sono data una spulciatina ai file nel computer, oggi: lì dentro ci sono ben 4 romanzi iniziati (una delle cartelle si chiamava Con poca speranza e quindi immaginate il contenuto) , il più lungo dei quali conteneva ben 13 capitoli. Insomma, quello era il mio record, 13 capitoli, poco più di 13 pagine, a tutti gli effetti. Non un granché.

Parlando con il Mentore, non molto tempo fa, mi sentivo piuttosto scoraggiata, affranta direi. Non ricordo se l’ho detto anche a lui, ma di certo l’ho pensato: basta con la scrittura, devo mettere un punto a questa storia, ho scritto dei racconti, è vero, alcuni sono stati pubblicati (gratis) in riviste non poi tanto male, ma si tratta, comunque, di roba scritta più di 5 anni fa ormai. L’ultima mia produzione (finita) era il racconto del disturbo psicologico, mai consegnato alla casa editrice oltretutto. Credo (devo ammetterlo a me stessa) che il colpo di grazia me lo abbia dato l’ultima rivista a cui aveva mandato l’opera, che ha rifiutato il tutto. Ok, non so incassare i rifiuti: vedrò di lavorarci su.

E quindi ok, non ho pensato più a scrivere da quel momento, con la frase classica: meglio utilizzare il mio tempo a leggere buoni romanzi, piuttosto che sprecarne per scriverne di pessimi.

E fin qui tutto ok. Avevo rinunciato. Capita. Insomma, dopo dieci anni se i risultati non arrivano (non a livello di pubblicazione, ma di produzione proprio), allora forse la cosa non fa per te.

E poi è successa una cosa, poco più di una settimana fa.

Una storia ha bussato alla mia porta, così. Senza avvisare. Una storia che in verità non ho scelto (o meglio, una storia che non sceglierei), ma era lì, bellina chiara, limpida e così, per sfida, ho voluto fare una prova. Mi sono detta: tu prova a iniziare, e poi vedi. Se non continui pace, torni a essere quella di prima. Che ci rimetti? Non hai ancora un cavolo da fare!

Ho iniziato. E il primo giorno ho solo pensato. Senza scrivere. E più pensavo e più la storia era definita. Il giorno dopo ho iniziato. Dieci pagine. Bene, mi sono detta. Ma sugli inizi ero già navigata, come ho detto.

Il giorno dopo 12 pagine. E quello dopo altrettante. Insomma, stavo procedendo a vele spiegate, come un treno e la storia (e questo ha dell’incredibile) non stava perdendo forza, non stava sfumando, incasinandomi il cervello per trovare soluzioni. Anzi.

E quindi no, non sono qui a cantare vittoria, ma in una settimana ho scritto praticamente metà romanzo. E so esattamente cosa ci va dopo, per intenderci, la strada per arrivare all’epilogo.

A prescindere dal risultato che sarà, in generale (revisioni a parte, la storia poi magari mi sembrerà banale, i personaggi poco definiti, lo stile scarso?), quello che per me conta è finirlo. E siccome ancora non l’ho finito…

Ma queste pagine mi rendono esaltata, sono entusiasta del lavoro (per ora) e mi rendo conto che se mi vengono delle domande ansiogene in testa (Arriverà la cassa integrazione? Riuscirò a pagare l’affitto? E l’assicurazione della macchina? A cui oltretutto dovrei cambiare la guarnizione di testa, cazzo?) la mia risposta è una sola:

macchissenefrega! Sto scrivendo (e qui ci sta bene uno smile).

Quindi questa cosa che ho sotto le dita, questo romanzo ( o cosa sarà) sta già facendo un buon lavoro, no? E io, beh, mi diverto a scriverlo, sul serio. La schiena si lamenta, a volte, ma torno alla tastiera volentieri e anzi, a volte mi impongo di smettere per non bruciare tutto a causa della stanchezza.

E quindi sì, è davvero da morir dal ridere, come ho scritto a Ale: tra poco rientro a lavoro (la prossima già inizieremo a fare qualcosa) e io ho scelto questo momento per scrivere il romanzo.

Ma forse ha ragione lei, sempre Ale, forse è una manovra di Ispirazione (una dea a cui non credo).

O forse la storia ha scelto me.

 

 

 

Della breve uscita con Little e altre amenità da Covid

post 210

 

 

La candeggina. È tra gli odori che sento di più. Viene dal mio bagno, dove sono costretta a buttarne un po’ negli scarichi tutti i giorni. Viene dalla strada, che gli operai del comune lavano a giorni alterni. Verrà anche dal lavoro, dove saremo costretti a sanificare tutto e, si sa, la candeggina è la cosa che costa meno e può sanificare spugne, piani di lavoro. Ci sono anche altri odori: quelli dei gel per le mani, per esempio. Io e l’Amico Speciale abbiamo fatto una classifica: all’Ipercoop ne hanno uno che sa di gomma da masticare che ti si spiaccica sotto la scarpa, per esempio: è senza dubbio il peggiore che io abbia mai sentito.

Poi c’è l’odore della mascherina: un misto di panno nuovo e… non lo so, non so come classificare l’odore delle mascherine. Io le lavo ogni tanto (fino a che non sono proprio inutilizzabili) e quindi per i primi venti secondi sanno di bucato: ma poi riacquistano quel loro odore di mascherina e il gioco finisce.

Poi c’è la vista. Anche quella è cambiata: esco fuori e c’è un mare di azzurrino attaccato alle facce della gente. Sono talmente abituata a vederle che mi sale il panico se non le vedo.

Ed è il panico (sempre bene precisare: non il panico del virus. È un panico diverso, come quando vedi qualcuno che scavalca un muro di recinsione in modo furtivo: è il panico da stanno commettendo un reato e io assisto)che ho provato martedì quando sono uscita Con Little Boss.

La nostra gita è iniziata bene: a pochi chilometri da casa abbiamo trovato (abbastanza facilmente) la prima cache. E nella scatolina c’era pure una track, qualcosa (mi spiega Little) di ufficiale del gioco, con un numero di riconoscimento rintracciabile on line. Quella che abbiamo preso ( e che avremmo dovuto spostare subito) veniva dal New Hampshire.

Piccolo brivido di felicità, Andiamo alla prossima!, e siamo ripartite.  Ma le cose sono peggiorate. Vuoi perché la cache successiva era praticamente irraggiungibile in auto (avremmo dovuto fare un pezzo a piedi, ma Little non voleva, lei detesta la natura e io mi chiedo se davvero la detesti o non ci sia abituata e basta), vuoi perché Little sembrava davvero infelice. Ho sonno, mi ha risposto, stavo bene anche a casa.

All’ora di pranzo invece che rientrare alla casa base ho allora deciso di portarla in un posticino che conosco molto easy dove avremmo potuto mangiare un panino.

E qui mi è venuto il panico. È stato qui che ho risposto a moon l’altra. Nonostante tovagliette di carta e tutto monouso, i ragazzi del posticino easy non hanno rispettato alcuna distanza di un metro tra un tavolo e l’altro. Gente senza mascherina che faceva capannello, camerieri con la mascherina sotto il naso… la prima reazione è stata questa: ognuno fa davvero come cazzo gli pare. E allora mi chiedo se davvero possono multare il mio capo se al posto della mascherina chirurgica (che lei dovrà fornirmi) io preferirò indossare quella di stoffa con il filtro (quindi ben 3 strati) che ho comprato on line. E penso a quanto tutto sia assurdo. Dall’odore continuo della candeggina all’obbligo della mascherina. Dalla distanza di un metro tra i tavoli a quella di quattro metri tra gli ombrelloni (ma attenzione: tra i due pali: nel mezzo può esserci di tutto).

Ed è forse questo il panico che mi rende così poco incline a uscire. Quello che sale vedendo continuamente regole non rispettate. E che mi fa dire: oddio, sto assistendo a un reato.

Mi ci abituerò: ci si abitua a tutto.

Ma la giornata con Little si è conclusa alla svelta, lei a casa sembrava più tranquilla. E un po’ anche io.

Che brutto modo di vivere, però…

 

Ps nella foto il track in questione (che tra l’altro non abbiamo potuto ripiazzare subito perché le altre cache trovate erano troppo piccole)

Sindrome della capanna

 

post 209

Ho passato il weekend con l’Amico Speciale.

Sabato siamo usciti, abbiamo tentato di fare compere, abbiamo pranzato fuori. Niente di speciale, volevamo solo vedere il mare.

Domenica, invece, non ci siamo spostati da casa. Vuoi perché era a tratti nuvoloso, vuoi perché io non ne avevo voglia.

Ed è questo che inizia a preoccuparmi. Il sentirmi a disagio quando esco. Ieri mattina anche solo andare a prelevare i soldi al bancomat e recuperare Little da suo padre mi è parsa un’impresa. Tornata a casa mi sono sentita subito meglio. Ho dato un’occhiata rapida al frigo e ho rimandato anche la spesa.

Non va bene, mi dico.

Dal canto suo anche Little non se la cava meglio. Pigra già di natura, appena le ho proposto una girata al mare per oggi mi ha rivolto quello sguardo che è a metà tra il Non mi va e il Mi dispiace. E così l’ansia di avere un altro problema (comune, oltretutto) da risolvere ha superato l’ansia di essere fuori casa.

La chiamano Sindrome della capanna. È una sindrome riscontrata negli Stati uniti, una storia di minatori forse, ma se la cercate sul web avrete notizie.

L’Amico Speciale la chiama semplicemente Conseguenza. Sei stata sempre chiusa in casa per tre mesi, non sei l’unica che ha questa reazione, mi dice. Ma io non sono una fan del Mal comune mezzo gaudio. Voglio semplicemente non averla. Voglio sentirmi sicura anche fuori. Non voglio avere problemi quando tornerò a lavorare, non di questo tipo, almeno, già ne avremo di altri tipi.

L’insicurezza, oltretutto, mi riporta indietro di vent’anni. mi riporta a un momento della mia vita abbastanza traumatico in cui ho fatto scelte sbagliate proprio per la paura che avvertivo vivendo.

La mia reazione base alle paure, però, quelle che riconosco come tali, almeno, è buttarmici a capofitto. L’esempio che faccio sempre (forse perché il più chiaro) è quello del paracadute: per sconfiggere la mia paura dell’altezza mi sono buttata con un paracadute da 4000 metri di altezza.

Quindi oggi sveglio Little, preparo due zaini e andiamo in giro tutto il giorno.

Come l’ho convinta? Pigiando i tasti giusti, ovvio. Ama giocare, ancora (grazie al cielo, spero non le passi mai la voglia di giocare) e le piace un gioco in particolare che coniuga il mio desiderio di stare fuori e il suo di divertirsi: qualcuno santifichi l’inventore del Geocaching!

Certo, mi prende un po’ di ansia, ancora, al pensiero di uscire. Ma vedrai che me lo faccio passare.

Sarà una bella giornata.

ps: so che quella nella foto non è proprio una capanna… ma questo avevo nel mio rullino