Senza trama e senza finale

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Certo. Credevo fosse più facile scrivere della storia dell’Amico Speciale. Ma no, non pare sia così.

Non è facile perché si sovrappone a un certo periodo della mia vita in cui le cose non sono andate così bene e quel tono di spensieratezza che gli avevo dato all’inizio stona, stride.

Non è facile perché ho tante cose per la testa, tanti forse e tanti ma, sulla mia vita, su di me, e questa storia, così come la sto scrivendo ora, non chiude nessun cerchio.

Però, però…io sento che questo cerchio si sta chiudendo lo stesso, in un modo o nell’altro.

Non trovo più gioia nel parlare della Moonlife.

Ho bisogno di fare una pausa. Di ritrovare la gioia nella scrittura.

Questo blog, non lo nego, ha fatto tanto per me. E forse non solo per me. Ha rallegrato tante delle mie giornate, ha impegnato il mio piccolo neurone tanti pomeriggi, mi ha stimolato, mi ha reso viva, mi ha fatto capire tante cose.

Ma è il momento di fare altro, ora.

Avrei voluto chiudere in un altro modo, avrei voluto dare un bel finale, come nella peggior narrativa, intendiamoci, ma la vita è senza trama e senza finale. E questo blog, dopotutto, è stata una parte della mia vita.

Mi lascio le porte aperte, perché mi piace avere sempre tante possibilità, e quindi lascio tutto qui, non porto nulla in cantina, non faccio scatoloni, ancora non trasloco (anche se non comprerò casa), ma per un po’ resterò a guardare, salutando ogni tanto. E poi vedrò, un domani.

Appena sarò pronta, appena sarà pronta, forse lascerò qui l’ultima storia.

Per ora lascio tanti bellissimi ricordi, buffo come la vita non reale a volte lo diventi, a volte la non realtà, la virtulità, diventa reale e così tra non molto riabbraccerò Adriano, che mi ha sempre letto, uno degli amici più belli di sempre.

Ale, tesoro, so che mollando qui non riceverai più mie notizie in tempo reale, ma ti scriverò più mail, lo prometto, e cercherò di venire da te per le mie ferie, nel paese dei folletti e delle fate. Farò il possibile.

E per tutti gli altri che qualche volta si sono fermati qui: grazie. Avete reso possibile ciò che non lo era, perché si scrive per se stessi, è vero, ma solo se qualcuno potrà leggerlo, il paradosso della scrittura è tutto qui, alla fine. Gesù, come amo i paradossi.

Prima di concludere, però, devo rispondere alla domanda che reggeva in piedi questo blog: ho sconfitto il Censore?

Col cavolo!

Quel dannato essere è sempre lì, anzi, sempre più agguerrito, ma ho iniziato a volergli bene, fa un po’ parte della famiglia. Caro Censore, chissà, alla fine, quante cazzate mi hai impedito di scrivere…

E TDL?

TDL lo vedo ogni giorno. Con lui sono cordiale, ma mi limito al mio lavoro, ho insegnato il suo nome ai miei colleghi, metto da parte per lui il controfiletto migliore come farei con qualunque altro cliente abituale. Alla fine è rimasto, di tanto trambusto, solo questo. Un anno è più che sufficiente, quindi.

Le altre cose che invece sono in sospeso lo resteranno.

Perché, dicevo, la vita è così, senza trama e senza finale.

A Presto Rileggerci.

A.P.R.

La mia ancora di salvezza

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Come dicevo, la mia storia con l’Amico Speciale va discretamente, lui è quasitutto ciò di cui ho bisogno, mi aiuta quando sono in panne (ha passato un sabato mattina in lavanderia al mio posto perché stavo smattando per l’accumulo di bucato, quale uomo ti lava e ti piega il bucato? Il tuo dico, solo il tuo bucato…), mi prepara la cena quando faccio tardi (la sua impepata di cozze era sublime), sceglie sempre i film giusti (no, non l’avrei mai guardato un film dal titolo Bunraku, giuro su ciò che ho di più caro, e invece mi è piaciuta la regia alternativa, ve lo consiglio), si sveglia prima di me per preparare il caffè (anche se la mia sveglia punta le 5 e lui è di riposo… questa cosa ha stupito talmente tutti che ora mi danno della Strega), ascolta le mie magagne, mi coccola quando sono stanca, e a letto… a letto non posso chiedere di più (detto tra noi, è un valore aggiunto alla mia vita che non credevo di poter avere). Quindi quel quasi…?

Il quasi è semplice: credo di essere arrivata a delle degne conclusioni, su questo fronte, anche grazie agli ultimi due anni passati, grazie a TDL, ma soprattutto allo Shogun.

Ho iniziato a capire che A) non tutti gli uomini sono come il mio ex; B) se il mio ex è stato quello che è stato con me prima e è quello che è ora, la responsabilità è anche mia (non solo mia, non solo sua, ma mia e sua. Può sembrare una banalità, ma per me è una grande conquista); C) il principe azzurro…non esiste. Ebbene sì, anche se mi rompe ammetterlo ho sempre pensato di poter trovare l’uomo giusto, ma che non fosse solo giusto, ma giusto giusto, perfetto, in parole povere. Ciò non solo è denigrante per una ragazza di intelligenza media come me, ma anche deleterio. Perché ti immerge in uno strato di aspettative a dir poco assurde, distruggendo tutto. Ora, non è che avessi mai pensato che fosse il mio ex, il principino, ma credevo, al tempo, di essere un po’ immune a quell’amore che taglia via gli occhi. E le orecchie. E la testa tutta. E poi le mie certezze sono crollate, non ero affatto immune e TDL lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. E, detto ciò, ho capito anche che D) l’innamoramento è una follia che ha poco a che fare con le coppie, è una follia temporanea, che inebria, che va bene solo per soffrire, non può appagarti mai, ti dà solo una scarica di adrenalina, e di vita, certo, ma dura poco (il tempo di arrivare dalla pancia al cuore e poi alla mente) e ti lascia un po’ disarticolata, distorta, e ti occorre poi del tempo per rimetterti in sesto, per riallinearti al tuo Io. Per capire, anche, che non è quello che vuoi. Perché amare è bello, davvero, ti lascia addosso la sensazione che la tua vita abbia un senso, che tu esista davvero, ti dice che puoi fare davvero dei miracoli, perché essere innamorati ti dà forza, ti rende sveglio, attento, moltiplica tutti i tuoi sensi. Ma tutta questa energia che si sprigiona dentro di te, prima o poi, per un motivo o per un altro, dovrà calare. Dalla pancia passa al cuore e poi alla mente. E la mente difficilmente avrà la stessa risposta di pancia e cuore. Perché quello che vedi quando sei innamorato (oh, beh, sulla definizione e sulle parole lascio a voi, io mi ci perdo: innamoramento, infatuazione, cotta, definitela come vi pare) non è un uomo (o una donna), ma un superuomo (o una superdonna). E, ovvio, non esistono superuomini e superdonne (così come il principe azzurro).

Forse il mio problema (una volta me lo disse il Mentore, ma sono passati davvero tanti anni da quel giorno, e se l’ho capito solo adesso significa che la mia intelligenza non è poi così media, il neurone fa fatica a girare e va piano) è che volevo innamorarmi. E poi, quando è successo, mi ci sono volute tre testate belle potenti per capire che non era quello che volevo davvero.

Quello che voglio è amare la persona che ho accanto con i pregi e i difetti (non senza vederli), guardando alla sua interezza (non solo a quella parte che tanto mi piace), facendo compromessi, lavorando duro, impegnandomi senza pensare L’amore è sufficiente. Perché non lo è. Al limite vince su tutto. E senza ombra di dubbio è la mia ancora di salvezza.

 

 

In ogni caso, in questi giorni molto confusi e di fatti di decisioni importanti, mi sono persa spesso a ripensare alla storia con l’Amico Speciale. Forse perché UAP ha pubblicato la sua, di storia, con Dolce Consorte, forse perché qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere una mia biografia (la cosa è stata detta tra il serio e il faceto, ma l’ho visto come un Segno), forse perché il mio capo l’altro giorno ha detto una cosa su di me e sull’Amico Speciale che mi ha sorpreso, perché la penso da sempre (e la pensa così anche Ale), insomma forse ho voglia anche io di tirare le fila con lui, fin dall’inizio, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto, poco più che ventenne (quindi eoni fa).

Ma soprattutto perché solo scrivendo riesco a pensare davvero, mettere in ordine e capire le cose.

Sarà facile?

Chi può dirlo

Anno nuovo, B.P. nuovi

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È talmente tanto che non scrivo che nemmeno Word mi riconosceva…

È che io sono abituata a scrivere sempre, almeno due righe così, una lettera, un messaggio lungo, due cavolate sulle Pagine del mattino. E ora nulla, le feste mi hanno risucchiato nel vortice. Ricordate quel post che girava su Facebook un paio di anni fa? La foto di Rambo sporco e insanguinato ma con i pollici in su e la scritta: quando lavori nella ristorazione e vi chiedono come sono andate le feste? Ecco, più o meno mi sento così, come Rambo, una sopravvissuta.

I peggiori sono i genitori. Perché non posso davvero dare colpa ai bambini che corrono su e giù per la sala del Ristorante con macchinine e areoplanini in mano mettendo a rischio la mia e loro vita. E i genitori, per le feste, si scatenano. Perché dopo un anno di cene fuori con gli amici non possono certo lasciare i bambini alla tata anche a Capodanno. Ma si vede che non li tollerano. E ciò mi rende, oltre che furiosa, anche molto triste. E quindi fatica e tristezza, oltre alle alzatacce e a farsi il pranzo di Natale senza Little Boss con un piatto di penne al ragù (menù della festa).

In ogni caso, le feste con oggi si concludono ufficialmente lasciando spazio alla sana routine di ogni giorno, fatta di lezioni di musica di Little Boss (sia canto che chitarra), la palestra, il circolo dei lettori, yoga, le lezioni di teatro del pomeriggio… insomma, una vera noia!

E quindi ho deciso, anche dopo aver letto il mio oroscopo per questo 2020, che mica me la dice benissimo, di fare dei buoni propositi. Li faccio ogni anno, è vero, appena scatta il numero 01/01 sono già lì che scrivo come una dannata, cercando di essere quantomeno realistica, di darmi degli obiettivi raggiungibili, non sarò mai un’astronauta, questo ormai l’ho imparato.

E quindi, tra i B.P. di questo 2020 figurano i soliti Leggere di più, Scrivere ogni giorno.

E mi sono fregata già nei primi 6…

Ma siccome ho letto che non bisogna colpevolizzarsi inutilmente, mi do delle attenuanti per il caso (a caso, anche) e riparto da domani, quando in teoria dovrei andare al C.a.f., prendere un appuntamento con il direttore della mia banca per sentire quanta fiducia mi può dare per un mutuo, andare a prendere Emma alla lezione di chitarra… ma sono fiduciosa, così come con l’appuntamento per la banca. Il fatto, il fatto vero, reale, è che io ero quella che diceva Non voglio comprarmi casa perché poi mi inchioda in un posto, e io non voglio inchiodarmi, mi sono inchiodata per anni e ho scoperto che non voglio catene e bla bla bla. E ora invece ci sto pensando seriamente. Ero quella che diceva Non mi piace questo paese, la gente sparla di me, mi guarda male e bla e bla. E ora invece esco da casa e saluto tutti come se non ci fosse un domani, faccio gli auguri al primo che passa, mi metto a chiacchiera al bar, adoro le decorazioni natalizie che hanno messo, non mi perdo una festa organizzata dal comune (come quella di oggi. Grande festa, a proposito).

Insomma, forse sto cambiando. Io, cambio, mica la gente di qui, ovvio. Forse davvero non mi dispiacerebbe una sicurezza tutta mia. Ma poi, certo, ho paura. Non lo voglio ammettere, ma mi fa paura prendermi questa responsabilità. Accendere un mutuo. Insomma, si accendono le bombe, no? Ma è anche vero che si accendono le luci, anche. Sarà una bomba o una nuova luce? L’enigma mi consuma.

Eppure mi dico che la vita va presa per come viene. Non è il mio stile, no, affatto, io sono una che controlla, ma a volte mi devo sforzare anche un po’. Ed ecco che questo diventa un altro dei B.P. 2020: rischiare. Muoversi. Perché chi non si muove è morto, e io non voglio ancora morire, non più.

Ma c’è anche l’Amico Speciale che fa capolino nei miei B.P. Perché, ora che le cose tra noi vanno bene (lui riesce sempre a stupirmi, una qualità che non posso che apprezzare) il rischio è quello della tanto temuta Quotidianità. E attraversare il confine è un attimo, darsi per scontati, vedersi per obbligo, ridurre tutto a sesso e cena, cena e sesso, una capatina da mia madre, smettere di ascoltarsi (vabbè, lui lo fa sempre, ma non voglio farlo io), smettere di baciarsi o di tenersi per mano e alla fine ti ritrovi un estraneo nel letto che dorme accanto a te. Sì, ok, sono un pelino catastrofica e paranoica, ma tant’è. Non vivere i momenti con qualcuno perché li dai per scontati è una cosa terribile che accade ogni secondo nel mondo. Più volte al secondo, direi. Ed ecco che il mio B.P. 2020 è anche Godersi i momenti con l’Amico Speciale. Piuttosto meno, ma veri.

E per la Piccola cosa ho riservato? Il Gran Finale. Farla più felice. Semplicemente. Farle vivere i suoi 13 anni, farla ripartire dal gioco per insegnarle a difendersi dal mondo, ripeterle ogni giorno che è con l’amore che si vince davvero, mai con l’odio, che non deve imparare dai miei errori, ma farsene di nuovi, che la vita è solo una questione di occhiali con i quali guardi il mondo, bisogna avere le lenti giuste e farsi le lenti è difficile, ma non impossibile. Vorrei, doppiando Vonnegut, che quando è felice ci facesse caso.

Ed è anche il mio ultimo B.P. 2020: vorrei che quando sono felice ci facessi caso.

Perché è così facile parlare delle sconfitte e delle delusioni.

Ma capita più spesso di quanto voglia ammettere.

p.s. Ale, il mio blog non lo vedi perché scrivo poco… ma tra i B.P. 2020 ci sei anche tu…

 

 

 

Xmas is not over (yet)

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Stavo pensando a tutti i natali della mia vita, stamani. Sarà perché ho dormito tantissimo (non riesco a scrivere quante ore senza vergognarmi), sarà che, effettivamente, si avvicina il Natale e quindi due più due… sarà che forse volevo stilare una classifica, così da rendermi conto dell’andamento della mia vita e di me stessa, pure, perché alla fine dopo i vent’anni tutti i giorni iniziano ad assomigliarsi e lo scorrere del tempo si misura in modo diverso, la conta passa dalla nostra età (avrò avuto dodici anni) all’età  dei nostri figli (Little Boss avrà avuto due anni)e poi, chissà, a quella dei nostri nipoti. Ciò che si ricorda meglio sono le feste, compleanni, Natale, Capodanno, Pasqua un po’ meno, è una festa di secondo grado. Fatto sta che, sebbene abbia l’attenuante della mattina, e io la mattina fatico a carburare velocemente, sono un diesel, il fantasma del Natale passato mi restituisce solo pochi dei 41 natali trascorsi. Ne ricordo un paio da piccola: la prima volta che ho visto Babbo Natale a casa mia (che, indovinate? Era mio padre e io lo riconobbi subito), la seconda volta che ho visto Babbo Natale a casa mia (un vicino che arrivò con i regali utilizzando l’ascensore, una caduta di stile che, manco a dirlo, non mi ingannò) e poi il buio fino a pochi anni fa. Ricordo bene il Natale in cui decisi di non fare l’albero e Ale me ne portò in dono uno vero già addobbato. Ricordo il primo Natale di Little Boss, ma più che altro ricordo ciò che successe dopo il pranzo, quella sensazione di voler scappare via (ci sarei riuscita solo nove anni dopo).

Se penso al Capodanno va anche peggio.

Eppure, eppure… eppure io sono pure una a cui piace questa festa, sono una che si gode le stupide canzoni di Mariah Carey, che riascolta fino alla nausea Happy Xmas (war is over), che ama pensare ai regali da fare (se non fosse per i pochi spiccioli che ho in tasca e il tempo che mi rema contro ne farei molti di più), insomma non sono una che scaratta questo giorno (per il termine scarattare vedere il dialetto toscano).

Il fantasma del Natale presente, poi, mi suggerisce che mai come questo anno l’albero sia scarico di regali: il minimo indispensabile. Nemmeno l’anno in cui (priva di soldi) ho regalato a tutti quadretti fatti a punto croce è stata così magra. E sì, ho fatto l’albero, ho addobbato casa, il Ristorante, ma non lo sento affatto il Natale. Ecco, una frase che abbiamo ascoltato spesso: non sento il Natale. Siamo in pratica alla Viglia e se guardo fuori vedo solo Dicembre.

Ma non mi do per persa. Perfino Scroodge ha trasformato il suo Natale in extremis, Dickens docet, eh.

E sebbene io non sia certo una fatina dalle ali dorate, non sono nemmeno uno Scroodge.

Quindi stay tuned: Xmas is not over yet

Prima tappa

 

 

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Ecco. Oggi posso ufficialmente affermare che si chiude un capitolo della mia vita, uno dei capitoli più odioso, doloroso, inutile anche, dispendioso, cervellotico… potrei continuare così per mesi.  Dopo ben 5 anni ho finalmente firmato un accordo (al quale siamo arrivati in modo odioso, doloroso eccetera) davanti a un giudice con il mio ex per l’affido di Little Boss. Perché c’è voluto tanto tempo? Beh, la prima risposta che mi viene in mente è perché sono una stupida, troppo buona, ho la convinzione che se ami riceverai amore indietro eccetera. Anche la seconda risposta suona così: Moon, sei una stupida, ogni giorno ne hai la dimostrazione, cerchi sempre di aiutare il prossimo ricevendo in cambio pedate negli stinchi (se va bene), con il tuo ex hai provato a pazientare (smetterà di odiarmi perché l’ho mollato, oltretutto avevo una giusta causa, al tribunale del lavoro mi avrebbero assolto), a fare le cose giuste facendoti consigliare da altri (che invece, seppur professionisti, non c’hanno capito un cazzo), hai guardato Little Boss ogni minuto della sua vita per capire se c’era un problema, l’hai osservata in ogni centimetro, senza farti notare, ovvio, hai provato a spiegarle cose che non sai se avrebbe capito, l’hai fatto alla maniera dei grandi, in modo un po’ stupido, ma ha funzionato e ora lei è grande, non ha più bisogno del tuo linguaggio bambinesco, lei vede, lei sa, lei ascolta e elabora in autonomia. C’è stato, cara Moon, un momento in cui non sei più stata stupida, né buonista (che non significa buona), un momento in cui hai guardato lei, la piccola che non è più piccola, e hai capito che bisognava darsi da fare. Era tardi? Forse no, forse la tua stupidità, il tuo buonismo, ha dato a Little Boss il tempo di essere quello che è, di capire a modo suo.

Ed è così che mi sono resa conto che non è stato per lui che ho atteso tanto prima di mostrare il pugno, non è stata la paura di lui (l’ho temuto, per un po’, che la mia fosse solo una reazione di paura), ma è stato per lei, per darle il tempo di capire, di elaborare. E se è vero che io ho chiuso la prima tappa, lei, la piccola Boss, ne ha ancora di strada da fare con suo padre.

E quindi ieri ero in tribunale… e va detto che 20 ore di lavoro duro mi avrebbero stancato meno di star lì con lui per tre ore ad attendere il nostro turno (alla fine in due minuti abbiamo fatto). Lui, serio e scuro in volto, non mi ha nemmeno salutato, ma chi si è sorpreso è stato il mio avvocato, mica io. E per le tre ore di attesa non si è mosso di un centimetro dalla posizione iniziale e non ha parlato con nessuno (mentre io e Giu, il mio avvocato, parlavamo di ferie, siamo scese a prendere il caffè, abbiamo intavolato una discussione sulle nuove tecnologie coinvolgendo gli altri avvocati eccetera). Nel mentre, dentro la sala, altri poveri disgraziati urlavano manco fossimo stati a Forum. Inutile dire che dalla accesa discussione di un siciliano che chiedeva la visita dei figli, avuti da una filippina che non conosceva l’italiano, è scaturito il putiferio… il giudice, ho sentito, a un certo punto ha urlato: ma qui si negano anni di femminismo! E su queste dolenti note… un’ora e un quarto di lite. Credo di aver sgranato gli occhi tanto da farmi venire le rughe (cioè, più delle già presenti). Poco prima di entrare Giu si è fatta prendere dallo spirito e ha tentato una battuta con il mio ex: lei è stato bravissimo, non si è mosso e non si è mia lamentato dell’attesa.

Risposta di lui: è perché farò casino una volta dentro.

Devo dire che un quarto di secondo mi si è gelato il sangue. Poi mi si è scongelato, lo conosco abbastanza da sapere che non avrebbe detto nulla a un giudice. Ha sempre abbaiato tanto, mandando in tilt i miei nervi, ma ha morso poche volte. E infatti così è stato.

Dicevo, la prima tappa è fatta. Non è l’ultima, non ci sarà mai un’ultima tappa con il padre di tua figlia, ma ho in mano qualcosa perlomeno. Il futuro si prospetta radioso?

Dipende.

Perché, alla fine, dipende tutto dai famosi occhiali con i quali guardi il mondo.

Ho ancora:

una casa che verrà presto venduta (e non posso comprare io per mille motivi, questo significa che dovrò affrontare il decimo o undicesimo trasloco della mia vita); delle analisi di nuovo sballate e chissà quando ne verremo a capo; l’Amico Speciale che lavora a pieno regime e ha i suoi casini di cui non mi parla e crede che io non lo sappia ma io so (gli uomini! Ma come saranno scemi? Credono di avere a che fare con persone come loro: menefreghiste, distratte eccetera. Non si rendono conto che le donne guardano, ascoltano, collegano… ma vabbè, a questo ormai ho rinunciato. Gli uomini sono un enigma facile da risolvere, siamo noi donne che siamo complicate, siamo noi che non riusciamo a spiegarci, siamo noi che dobbiamo rinunciare ad essere capite).

Ma va detto che:

per due anni ho ancora un contratto e quindi una casa. Lusso.

Le analisi alla fine non hanno valori tanto sballati, sono fuori di poco, bisogna indagare, come dice mio doc, ma mica c’è urgenza, non sono in fin di vita (me ne accorgerei, no?)

Già a 40 anni, 41, come me, va di lusso se un uomo a un certo punto si ferma mentre parla, sorride e dice: cavolo, Moon, come sei bella…

 

P.s: aggiungo anche una canzone, che mi piace tanto, mi fa ballare come una matta.  E la metto per festeggiare.

Credevo fosse una canzone nuova… Micro(bo) mi ha fatto crollare questa certezza…

Sono il simulacro delle canzone datate.

Chissene.

Eh.

Fino alla nausea: ancora di scrittura

 

 

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Insieme al manuale di dissuasione alla scrittura creativa, per compensare, ho preso anche un Master di scrittura creativa.  Ora: io ho più libri di scrittura della scuola Holden, mi sa, ma questo ancora non lo avevo e speravo che mi desse qualche dritta nuova e…

No. Non è vero: sapevo perfettamente di aver già letto tutto il leggibile sulla scrittura: tra libri, blog, consigli a scrittori da chiunque, anche da non scrittori, credo di aver incamerato più info di Google, so perfettamente come dovrebbe essere una trama, come si usa un cliffhanger (ma soprattutto, chi ne abusa, senza fare nomi), ho ripassato le figure retoriche, tutte, so come si fa la scheda di un personaggio, cosa si intende per Domanda Drammaturgica Principale  (DDP, giusto per dare sfogo al mio bisogno di acronimi). Cosa voglio dire? Che la Teoria la so tutta. E la pratica sono altri cazzi.

La pratica, in fin dei conti, consiste in altro. Non sono brava a calcolare quando scrivo, forse perché non sono brava a calcolare e basta, ero più per l’Italiano, a scuola, e infatti sono andata al Liceo Classico. Diciamo così, visto che sto preparando cena: per la scrittura mi comporto come di solito mi comporto in cucina: la ricetta la so, l’ho studiata, so che dovrei usare la bilancia per gli ingredienti, ma non riesco proprio a non metterci qualcosa di mio, un tocco di curry lì, un pizzico di menta là… spesso accade che rovino un piatto (tanto ho poi l’Amico Speciale che è un inceneritore), spesso che il piatto piace solo a me, raramente che il piatto lo gradiscano i più.

Lo chiamo atteggiamento sensoriale. Ovvero, vado a senso, a caso per essere più precisi. Le regole le so, quindi. Ma spesso decido di ignorarle. Non di infrangerle, sia ben chiaro, perché la volontà di infrangere una regola crea, a mio avviso, un artificio ancora peggiore del seguirla pedissequamente. Può andare bene per finezze. Ad esempio, ricordo che una delle regole che ho letto in uno dei vari libri di scrittura era: non iniziate un paragrafo (men che mai un libro) con Il fatto è che. Probabile che incontrerete Il fatto è che spesso all’inizio dei miei articoletti. Lo scrivo per ripicca. Oppure: non usate avverbi. Certamente, rispondo. Non abusate delle metafore. Questa frase è una coltellata al cuore! E via dicendo.

La scrittura è cimitero di regole ignorate. E non certo da me. Io infatti non scrivo, quindi sono salva e non finirò nel X girone dell’Inferno extradantesco nel quale mi rinchiuderebbe il caro Paolo Bianchi: quello degli scrittori dilettanti che hanno pubblicato con Youcanprint.

Ma se la regola è In media res, ditelo al caro Umberto Eco nell’incipit de Il nome della rosa. Per dirne una… niente dialettalismi? Ciao, Gadda, ciao Pasolini.

Ho iniziato il Master lunedì e sono a più di metà. Più di metà di cose che ho già sentito dire, che ho già letto, che ho già incamerato.

La giusta conclusione di questo articolo è che la Teoria non conta davvero. Conta solo continuare a scrivere e tenere duro. Un principiante è solo un dilettante che non ha mai mollato. Eh, stavolta no, non mi ricordo chi lo ha scritto (inizio a perdere colpi con il mio citazionismo.

Perché penso tanto alla scrittura in questi ultimi mesi, mi chiedo invece io?

Perché mi manca. E farei di tutto per riconnettermici, anche rileggere sempre le stesse cose. Ogni giorno. Fino alla nausea.

Più o meno parlo di scrittura…

D6772880-7F3E-44C8-9940-095DB0E47F78_1_201_aLadra, ladra, ladra…

Cosa rubo oggi? Sempre la stessa cosa: Tempo.

Perché lo rubo? Per dire nulla. Eppure per dire tutto.

Come lo rubo? Sottraendomi ad alcuni impegni (fare delle foto della mia abitazione, per esempio, che verrà presto messa in vendita, lasciandomi basita, prima di tutto, irritata, secondo di tutto, preoccupata, anche se non troppo, ho ancora due anni, terzo di tutto).

Quando lo rubo? Prima di cena, giusto una mezz’ora, mi dico sempre, ma poi sforo sempre un pelino.

A Chi lo rubo? A Little Boss, un pochino, all’Amico Speciale, pure un altro pochino.

Ora che ho sviluppato aristotelicamente (più o meno, nevvero) questo incipit posso continuare.

Bene bene, una prima novità l’ho detta qua sopra (ho usato un qua! Io che cazzio sempre il mio Amico Scrittore perché li usa e per me sono un toscanismo odioso! Ben mi sta, non lo correggo per punirmi del passato snobismo). Insomma non è che sarò in mezzo a una strada, intendiamoci, ma quando scadrà la prima parte del mio contratto 4+4 potrebbe essere… e io che speravo di stare in questo buchetto ameno almeno altri sei anni… sto anche riflettendo se comprarla io stessa, ma qui un investimento non è da pensare e io sono una che ha voglia di viaggiare leggera, non credo che metterò delle catene alla mia vita comprando una casa. Tuttavia ancora non sono in fondo al ragionamento: non so ancora le cifre esatte.

La seconda novità è quella di un possibile accordo con il mio ex: dopo anni di effettiva separazione finalmente tra poco saremo davanti a un giudice. Con un accordo firmato, a quanto pare. Ma siccome io sono come Tommaso… aspetterò il 18.

E tutto il resto? Com’è Inside Moon?

Devo dire che ho davvero poco tempo per rifletterci. E se questo da un lato potrebbe sembrare una fortuna, dall’altro mi spaventa. Ho approfittato di un acchiappa allodole per lettori come me: un buono di 5 euro da usare su Ibs (dove da anni sono Cliente Premium) e mi sono rimasti attaccati alle mani (virtuali) ben 3 libri… uno di questi era un libro che avevo in lista da anni, un libro che volevo e temevo: Inchiostro antipatico, un bel manuale di dissuasione alla scrittura creativa. Direi che il Bianchi, qui, con me ha centrato in pieno: condensa in poche pagine tutte cose che so già da secoli e millenni (da eoni, direbbe Little Boss). E alla fine si rivolge direttamente a me, il Bianchi: non farlo, Moon, perché condannarti a una vita fatta di delusioni e povertà, tu del marketing non sai una pippa, non ti piace, non sei il tipo, fai un lavoro di merda pure con i social del Ristorante, figurati se devi farlo per te, non sai venderti, e poi, scusa, ma chi ti leggerebbe? Come ti potrebbero trovare nel mare magnum dei piccoli scrittori insignificanti? E poi, davvero, cosa hai da dire di importante? E infine: ma sai farlo? Dai, piccola Moon, rinuncia, liberaci dalla cartaccia inutile che potresti produrre, sai quanti alberi salveresti? Ecco, pensa al futuro di Little Boss, all’ossigeno che le regaleresti! Pensa che con il tempo che sprechi a cercare di fare una cosa per la quale duri fatica potresti leggere, fare collanine con le perline, cucinare torte (per la felicità dell’Amico Speciale), rifare i letti, una volta ogni tanto, andare a trovare gli amici…

 

Quanto hai ragione, caro Paolo. E io ci penso da sempre, e ci ho pensato anche mentre leggevo il tuo manualetto.

Ma c’è un faro puntato sempre in una direzione, e non mi importa quanto dovrò aspettare, e non importa quale sarà il risultato, e non importa la fatica che dovrò fare, e non mi importa la rinuncia. So solo che ci sono cose che si fanno con passione per passione, per necessità, per sopravvivenza, e ognuno ha il sacrosanto diritto di buttare al cesso la propria vita per qualcosa o qualcuno, e a me sembra di essere anche troppo equilibrata, e no, caro Paolo, non rinuncio a scrivere, a avere questo sogno (ormai), a credere che un giorno, magari non oggi o domani, ma un giorno, ci possa arrivare.

Non sarai mai King, dice Paolo.

Lo so.

Non riuscirai mai a pubblicare, insiste.

Forse.

Desisti, conclude.

Mai.

Fosse solo per annoiare i miei 3 lettori… (mica sono il Manzoni, che arriva a 25…)

Ciucciami il calzino, Paolo.

(In ogni caso concludo dicendo: mai libro mi è stato più utile negli ultimi anni… Paolo Bianchi ha fatto un bel lavoro con questo manualetto. Perlomeno per me)

Breve storia di come l’Infinito si trasforma in Segno e diventa, infine, Amore

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Mi sono resa conto che la mia vita cambia continuamente pelle, come un serpente, che ci sono stati momenti statici e altri super dinamici, che ci sono state cose che mi hanno intrippato per lunghi periodi e altre che lo hanno fatto solo per un istante, che ci sono state persone che si sono solo affacciate alla mia vita e altre che ci hanno preso la residenza per sempre. E mi sono resa conto, giusto ora, quando lo scrivo, che ci sono cose che nella mia vita hanno un significato eterno e sebbene non si facciano vedere per tanto, poi eccole lì. Eccole lì. Stavolta ad essere lì è stato uno spettacolo teatrale.

Chi si chiede (cioè, per essere precisa, io me lo chiedo) come abbia fatto a trovare il Tempo (sì, quello con la maiuscola, altro intramontabile del mio quotidiano) per andare a teatro rispondo: boh. Per caso, per impulso, e tutto è stranamente andato per il verso giusto: ho visto lo spettacolo, il mio Autore Preferito, ho chiesto all’Amico Speciale Andiamo?, e lui ha risposto Ma mi gonfierà la testa?, e io di rimando Probabile, e lui allora ha detto Ok, e io ho fatto eco, Ok, allora.  Ho preso i biglietti on line e ho incrociato le dita. Che mandare a puttane un pomeriggio a teatro è un attimo: straordinari non dovuti, l’Amico Speciale che si ritira all’ultimo (ci ha provato, eccome se ci ha provato, ma ho vinto io), un’emergenza di Little Boss dell’ultimo secondo (è capitato e non dubito che capiterà ancora quando è con suo padre).

Ma che dire? Le cose sono andate bene e sono riuscita anche a tornare a casa prima dello spettacolo, cambiarmi, mettermi decente. E non ero nemmeno così distrutta.

E il mio Autore Preferito non mi ha deluso. Di cosa parlava lo spettacolo? Dell’infinito. No, scusate, dell’Infinito. Di Leopardi, sì, certo, anche il suo, di Infinito, ma anche del nostro, di Infinito, di tutto quello che c’è al di là della siepe, gli interminati spazi, i sovrumani silenzi. Di ciò che non siamo più in grado di vedere, di sentire, tutti presi dalle nostre corse quotidiane, dalla nostra ricerca non di vivere il momento, ma di completare azioni: lavorare, palestra, spesa, pulire casa… (ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale). E come si fa a vivere il momento? Beh, siccome è il mio Autore Preferito la penso come lui, oppure lui la pensa come me, fa lo stesso: scrivendone. Scrivere fissa il momento: oggi c’era un bel sole, ma cosa resterà di questo sole se nessuno ne scriverà? Perché scrivere ci fa riflettere su noi stessi, scopriamo noi stessi scrivendo.

Ecco, i Segni, per me sono questi: qualcosa che arriva quando è il momento esatto in cui deve arrivare. E ti dà una spinta, ti sveglia, ti dice: ehi, Moon, ma che caspita stai facendo? Ma non lo vedi che l’Infinito ti cerca, la poesia ti cerca, laggiù, dietro quel muro, e tu la stai ignorando, tutta presa dalle tue faccenduole da massaia?

E io al Segno rispondo. Perché sono educata, per prima cosa, e poi perché glielo devo, al Segno, lui che fa tanto per farsi notare da me.

Ok, Segno, hai ragione: mi sto perdendo, un pochino, sto perdendo la mia tastiera, sto perdendo l’abitudine a scoprirmi, giorno dopo giorno, attraverso la scrittura, anche solo questa, anche solo di uno stupido diario, sto perdendo la musica, sto perdendo i contorni del mio volto allo specchio. Ma lo sto facendo solo per amore, è la mia scusa. Lo sto facendo perché ora c’è qualcuno che ha bisogno di me (e nonostante tutto mi lascia più o meno in pace mentre scrivo ora. Più o meno perché un dubbio sui compiti di inglese, una firma per lo sciopero a scuola…), per qualcuno che merita le cose più belle del mondo, merita le stelle in delirio nella notte, merita le onde calme del mare in Agosto, merita il sole caldo sulla pelle, merita l’abbraccio più stretto che l’essere umano possa sopportare, merita il meglio, lei, e io sono qui per questo, per darle questa opportunità, per far sì che lei veda l’Infinito ora.

Senza amore non siamo nulla.

E io senza l’amore che provo per mia figlia sarei morta.

 

Ps: il mio Autore Preferito ha fatto scrivere a tuti i presenti allo spettacolo per tre minuti alcune righe: qualsiasi cosa passasse per la mente in quel momento. Io non mi fermavo più. Prima o poi rileggerò anche quelle righe…

Intanto lascio quelle famose, quelle che meritano davvero di essere lette.  E rilette.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 

Sostiene Moon

post 172

 

Un piccolo omaggio blasfemo a un grandissimo scrittore a me vicino… spero mi perdoni la messa in burla. Ma sono certa che lo farà. 

 

 

Sostiene Moon che la mattina sente una canzone nella testa, I’m strong enought, che non si ricorda le parole, ma solo questo pezzetto del ritornello e se lo ripete all’infinito, nuovo mantra, per darsi forza.

Moon sostiene che la vita sta facendo la difficile, le tiene il muso, fa le bizze come una bambina viziata, ma lei, sostiene, non si farà prendere per i capelli.

Sostiene Moon che da quel cunicolo c’è già passata e che l’età a qualcosa servirà pure, diamine!, o deve solo servire a farsi dire da Little Boss che è vecchia perché non chiude le finestre sul telefonino? Moon racconta di serate troppo brevi e notti un po’ inquiete, di risvegli con il cuore che batte come un tamburo e di analisi che ancora vanno male. Ma sostiene, Moon, che nonostante tutto tiene botta, che le cose sa che si aggiusteranno. E lo sa perché, quando è in macchina, parcheggiata sotto la casa del suo ex, e le vengono in mente mille pensieri e si preoccupa per Little Boss e si preoccupa per sé e il suo futuro e le cose sembrano diventare grigie, ecco che arriva lei, Little Boss; la piccola sfodera un sorriso, le fa la linguaccia e gli occhi storti, apre la macchina e inizia a parlare come se non ci fosse un domani e deve raccontarle tutto, ma tutto tutto(avete presente la scena dei Goonies?)e poi è vero che il cervello di Moon è sovraccarico di info, ma è anche felice, felice come non mai, ha un tesoro che la accompagna giorno dopo giorno, che brilla tanto forte da riuscire a donarle un po’ di quella luce, e allora tutto, ma tutto tutto, passa in secondo piano, si rende conto che ciò che conta lei lo ha già. E dito medio a quelli che la odiano. Perché Moon sente l’oroscopo la mattina, mentre scende dal suo monticello per portare Little Boss a scuola, su RDS c’è Branco (con quella voce odiosa, diciamocelo, e quelle parole che non sanno né di me né di te) e lui dice che ci sono persone che la odiano e che riescono a metterle, anche oggi, i bastoni tra le ruote. Ma Moon, sostiene, fa il dito medio anche a Branco, e se la ride per una piccola vittoria legale: se qualcuno mi odia (non ha dubbi, Moon, che sia così, e potrebbe tranquillamente fare il nome del suo ex) io ho fatto tanto per costruire ciò che ho e è talmente solido che non riuscirà a sfondarlo, nonostante sia un Ariete. Tiè, aggiunge Moon, sostenendolo.

Moon sostiene, ancora, che le serate se ne vanno via come le noccioline all’aperitivo, tra un ripasso dell’Illuminismo (che poi Little Boss ha il compito) e la spiegazione delle subordinate, i pomeriggi scappano tra la palestra* e il circolo di lettura, tra le lezioni di chitarra e l’orientamento per le superiori, tra le due ore per il sesso, rubate, (sempre due Wal, sono intransigente, amare ha bisogno del suo tempo) e la telefonata a un amico, tra il ragù, ché ogni tanto bisogna anche cucinare, e l’impasto per i biscotti di pan di zenzero a lavoro (sì, fuori orario, ma il lavoro è anche questo, metterci passione).

Sostiene Moon che le manca la tastiera, ma che quando vede il calendario sul telefono le piglia un colpo: ci sono più pallini grigi che numeri, lì. Ci sono le elezioni per il consiglio di istituto (e che, non si propone, Moon, come presidente, visto che non lo fa nessuno?), le riunioni a scuola, gli scioperi, il dentista, le cresime…

Ma Moon sostiene anche che domenica chiappa l’Amico Speciale e lo porta a teatro. Giusto per…

Mi gonfierà il cervello?, chiede lui.

Lo spero proprio, sennò che ci andiamo a fare?, risponde Moon.

Moon sostiene che l’esproprio della tastiera è solo un momento, una cosa che finirà. Il suo Capo le dice: Come farai, poi, quando non avrai tutti questi impegni? Sentirai un gran vuoto.

Moon sostiene che lo riempirà con la scrittura.

 

ah… lascio la canzone. Eh. Il meglio sarebbe leggere ascoltando la canzone.

Manco mi piace tanto… (troppo discotecara), ma ci sta.

Ci sta.

 

 

 

 

 

O poeta è um fingidor

post 171

 

 

Sono una persona orribile. E bugiarda. Ma poi, bugiarda su ciò che per me conta moltissimo, bugiarda su un tasto che a premerlo mi fa male. Quindi ancora peggio.

Oggi avevo una specie di ispezione del mio appartamento da parte della mia padrona di casa. Dico una specie perché è stata camuffata come un’ispezione da parte di un geometra(?), ingegnere(?). Come ho forse già detto il mio mini appartamento è stato costruito sopra a una chiesa. In pratica era la canonica o qualcosa del genere (dopo oggi non ho più sicurezza di nulla). Ma insomma, pare che la chiesa sottostante sia particolarmente umida, soprattutto perché una parte di questa chiesa è chiusa da anni. L’umidità si vede sulle scale che salgono al mio appartamento, il muro sfarina eccetera eccetera. Quindi il geometra(?) o ingegnere (?) è arrivato a casa mia per sincerarsi che non ci sia umidità anche nell’appartamento. Certo, direte, ma non bastava chiedertelo? Io mai avuto problemi con l’umidità, qui (a parte quella volta che ho fissato con il trapano una mensola e ho preso pieno lo scarico del cesso della tizia che abita sopra: ora non mi invidiate, vero?). Insomma, mai un muro sgallato, mai una traccia di nero.

Ma siccome non avevo nulla da nascondere ho acconsentito all’ispezione con il sorriso sulle labbra. Tirato. Ma sempre un sorriso.

Ieri è stata una giornata da incubo a lavoro: 12 ore filate, sono arrivata alla dirittura di arrivo senza guardare la famosa app del telefono che mi conta passi e chilometri percorsi: avrei potuto spaventarmi. Esco da lavoro, mi trascino a casa e sbavo per una doccia calda ristoratrice. Ed ecco che arrivano le telefonate: Little boss (che è da suo padre per il weekend) ha dimenticato lo zainetto per fare ginnastica (che ora si chiama motoria o motricità, a seconda di quanto l’italiano vuole complicarsi la vita), Me lo porti?, Certo, amore, arrivo. Poi ecco l’Amico Speciale.

Stasera dormi a casa mia? La inauguriamo. (Ha appena traslocato nella sua nuova casa, NdR)

E ci ceniamo?

Certo.

Ma i piatti, ci sono?

Circa.

Come circa? Che parli come Little Boss?

Dai, qualcosa arrangiamo! (Una pizza mangiata nella scatola, NdR)

Ok…

Ma prima vieni con me al negozio dei cinesi a comprare un paio di cose?

E quindi, con una stanchezza colossale, eccomi lì al negozio con lui che mi chiede: ma cosa potrebbe servirmi nell’immediato? E io ho risposte fantasiose, a seconda di quello che vedo: un orologio da parete, un portatovaglioli con l’emoticon che ride, uno stampo da forno in silicone…

Sei fatta?, mi chiede. Beh, quasi…

Poi boh, la serata di ieri sera nei miei ricordi è annebbiata dalle sette di sera in poi, di sicuro ho mangiato la pizza a casa sua, mi sono infilata il pigiama, ma stamani mi sono ritrovata nuda. È comunque un bel segno.

E stamani mi sono precipitata a casa per renderla presentabile per l’ispezione.

Ho spolverato polvere che camminava da sola, buttato via centinaia di piccoli oggetti inutili (ma come facciamo ad accumulare tutta questa spazzatura, in casa? Bomboniere, nastri, bottiglie vuote, disegni di bambini sconosciuti, carte e bustine, chili di cuffie per le orecchie, chiaramente rotte, addirittura ho buttato un pezzo di rete per polli…siamo accumulatori seriali, come in quel brutto reality), risistemato la camera di Little Boss, un procedimento che mi ha richiesto tanto stomaco e tanta pazienza. E un buon cassetto dove infilare gli imprevisti. E insomma arrivo all’appuntamento con il fiato corto, ma con una casa presentabile e due nuovi profumatori per ambienti. Tanto che la mia padrona di casa e ne esce con Ma che buon profumino che hai qui! E poi come la tieni bene, la casa!

Sfodero il mio secondo sorriso e mento: ma no, dai, scusa la confusione, non ho mai tempo per sistemare, il lavoro, gli impegni di Little Boss…

Ho fatto il primo scalino che mi porta giù all’inferno.

Poi nota il muro della follia: sono le carte di Fabula (in pratica sono le regole del Viaggio dell’eroe di Vogler scritte su carte plastificate da attaccare al muro: la struttura di un romanzo in stile easy). Sai, le dico, è per il romanzo che sto scrivendo. Lei, che ha una figlia pure lei scrittrice, ne è colpita e mi sorride felice. Un altro punto per me. Un altro scalino di discesa per l’inferno.

Ok. Ok. Non saranno bugie gravi. Ma mi toccano nel profondo. Mi sento una persona orribile. Ma se è vero che, come dice Pessoa, O poeta è um fingidor, allora la strada è quella giusta magari…

Smetto di pensare al romanzo che non sto scrivendo e mi butto sulle silloge, no?