Aspettando che smetta di piovere

Ieri sera ho un po’ sbroccato e mi sono ricordata perché il mio acronimo è Moon (QUI). 

Il 2022 è iniziato proseguendo allegramente il 2021, quindi trascinandosi dietro tutto il peso accumulato. 

C’è mia figlia che ha le crisi per un 7 a Fisica (voleva 9, così, dice le si abbassa la media… questo per dire che Gintoki aveva ragione, mi sa, nel suo post), tanto che mi è toccato dirle che se lo rifà la costringerò a non studiare per una settimana. Ma dico, che cazzo! Qualche altro genitore ha mai pronunciato queste parole? Mah.

C’è mio padre, che si lamenta se la badante lo sgrida. Lo fa per il tuo bene, gli dico. Speriamo, fa lui, ma io ci resto male. Mi si spezza un po’ il cuore e gli chiedo per cosa lo aveva rimproverato. Perché non voglio fare la doccia, dice lui, candido. Little sta crescendo, ma un altro figlio ce l’ho lo stesso, di età imprecisata, ma va dai 5 ai 7. Conoscevo una canzoncina, cantata da un gruppo locale di artisti per bambini; faceva: doccia, doccia, tu non sai quanto mi scoccia… dovrò rispolverarmela per proporla a lui, come facevo con Little. 

C’è mia madre, la no vax ora vaxcinata, che non vuole capire che la domenica per è un giorno di guerra, in stile ‘15-‘18, cioè proprio un corpo a corpo, e che poi la sera non è che mi va proprio di ricambiarmi e andare a cena da lei. Lei sfodera la sua frase preferita quando le cose non vanno come dice lei: per me non hai mai tempo, lo sapevo (sottointeso c’è: per tuo padre hai sempre tempo). Vorrei dirle che quando inizierà a farsela addosso andrò a cambiare pure lei, ma come ho già detto con mia madre ho imparato a mordermi la lingua sennò non se ne esce. 

 E poi c’è l’Amico Speciale. Non che lui sia un problema, lo è un po’ la convivenza. Ma nemmeno la convivenza in quanto tale. È il cambiamento. Insomma, dopo sei anni di completa indipendenza, all’inizio alquanto dura, non è facile ricominciare da capo. Soprattutto se, come me, durante la convivenza passata (con il padre di Little) si è sofferto come bestie. Mi ci vuole un bello sforzo ogni giorno per ripetermi che non sarà la stessa cosa. A volte però…capitolo. Soprattutto quando sono stanca. E così ieri sera ho offerto a l’A.S. tutto il repertorio della Nevrotica. Lo avevo quasi spinto a rifare i bagagli. Poi ok, è andata a finire tutto in tarallucci e vino, come diceva mia nonna. Ma mi sento come l’Arno dopo dieci giorni di pioggia ininterrotta. E l’A.S. è lì che mette i sacchi di sabbia sulle spallette, allontana la gente dai ponti, qualcuno fa un servizio in diretta su Canale 50, il livello è pericoloso, se continua a piovere così anche stanotte…, dice la giornalista. E io per abbassare il livello dell’acqua non posso che piangere e sperare che quelle gocce tirate fuoricontribuiscano a ripristinare il livello dentro. Certo va detto. L’A.S. con i lavori manuali è bravissimo e i sacchi di sabbia li sa mettere alla perfezione.

Ora non resta che aspettare che la pioggia cessi. 

A mi madre gustan i no vax

I miei genitori hanno sempre avuto visioni completamente diverse su tutto.

Mia madre adora stare in casa, cucinare, cucire, pulire; mio padre adorava viaggiaare (ormai il suo unico vero viaggio è dal soggiorno alla camera da letto).

Mia madre non voleva avere debiti; mio padre li ha fatti anche per lei.

A mi madre gustan las mujeres; lo mismo mio padre, ma non direi che questo li accumuna…

Mia madre sempre votato a destra; mio padre a sinistra.

Ovvio che anche sul vaccinarsi o meno le loro idee divergono: mia madre è una no vax, mio padre ha venduto l’anima al diavolo per farsi fare la prima dose prima del tempo.

Ora, i no vax sono di molti tipi e ne ho conosciuti assai in questi mesi. Si sa che al bar è un po’ come su Facebook, ognuno crede che la sua idea vada espressa perché rilevante; solo che su Fb di solito trovi più accoliti, al bar le probabilità sono scarse perché i presenti sono pochi e quelli che ascoltano sono uno: il/la barista. 

C’è il no vax terrapiattista, quello che il 5G, quello che il vaccino ci cambia il dna.

C’è il no vax che ha paura del vaccino, perché qualcuno c’è morto e io tanto sto sempre in casa e dove lo prenderò mai.

C’è il no vax che lo fa per scelta ideologica: non lo faccio perché non credo in questo vaccino e poi mi devono mettere l’obbligo. Un po’ come il nostro UAP. 

O ora, proprio come a UAP, è arrivato l’obbligo vaccinale per gli over 50.

La mattina dopo questa ultima novità mando un messaggio a mia madre:

Buongiorno, ora ti tocca, eh!

Nessuna risposta.

Verso le undici rincaro la dose: ma nessun commento?! (notate la punteggiatura da fumetto, che di solito non uso mai se non in casi eccezionali)

Mi dovranno prendere con la forza!, risponde lei. Ci leggo il suo tono dasciopero Piaggio degli anni ’60, in totale contraddizione con le sue idee politiche, ma tant’è.

Guarda che mica ti mandano l’esercito a casa. Ti fanno una multa. 100 euro.

E lì ho toccato il primo tasto dolente. La sua tirchiaggine innata ha avuto un brivido. 

E voglio vedere chi mi trova!

L’Agenzia delle entrate, mamma. Fanno presto a fare controlli, che credi?

Finito questo round cala il silenzio stampa. 

Il giorno dopo ci riprovo, la chiamo.

Ancora insisti?, le dico.

Certo! La multa non la pago! 

E ora lo so che ci ho calcato un po’ la mano, ma ho detto:

poi ti fanno il fermo amministrativo della macchina (see, magari tra 10 anni, ma questo l’ho taciuto). E poi che fai? Non vai più alla posta? In banca? a farti i capelli?  

Ne vale la pena?, ho concluso dopo il suo silenzio. 

Sì!, ha ribadito lei. E ha attaccato. 

Passa un altro giorno. 

Mi chiama e mi dice: fammi un favore, và. Prenotami ‘sto cazzo di vaccino…

Oh, hai cambiato idea? 

E qui scopro chi le ha dato il colpo di grazia: mia sorella che doveva andare a cena da lei con tutta la famiglia, ma poi le ha detto di no perché circondata da positivi. 

E quella stronza ha detto che lo fa per me!, ha detto imbelvita. 

Non replico quasi mai da ormai diversi anni quando mia madre le spara grosse così. E neanche mi sognerei di difendere mia sorella, visti inostri ultimi trascorsi, ma stavolta…

Comunque nulla, si è calata le brache davanti all’idea di non poter più vedere le nipotine (di mia sorella, che di Little non mi chiede quasi più…)

È finita anche la sua era no vax. Venerdì la porto con me all’hub della Cittadina e, mentre io mi farò la terza dose, lei usufruirà dell’Open day. Un viaggio, due servizi. 

E se è vero che dovrò sentirla bubbolare ancora per molto, è anche vero che ora, per non venire da me al Ristorante, non ha più questa scusa. 

E ora un piccolo omaggio. per completare la mia citazione…

Ci vogliamo fidare?

Mi hanno rubato il portaombrelli. 

Chissà perché questa cosa mi sconvolge tanto, come se fosse, che ne so, un cimelio di famiglia o chissà cosa. In realtà è solo il rimasuglio di quello che, di questa casa, non sono riuscita a sbarazzarmi. Alcune cose le hanno portate via le formiche (come le chiama la padrona di casa di mio padre), cioè il recupero ingombranti, altre cose le ho fatte sparire magicamente nel furgone di una amico, altre ho dovuto regalarle (vedi qui). Quello, il portaombrelli brutto, era rimasto nascosto nella futura lavanderia e quando me ne sono accorta ho pensato: vabbhè, brutto sei brutto, ma puoi fare comodo. L’ho spostato fuori dalla porta e lì è rimasto finora. Inutilizzato per di più, perché io non uso ombrelli. 

Oggi, tornando da un giro di spese folli con Little nel Capoluogo, ho visto la sua assenza fatta di una macchia circolare di ruggine. 

Ora, a parte la domanda ovvia: ma di cosa te ne fai? , c’è anche quella forse meno ovvia: ma come te lo sei portato via? Sottobraccio? Hai fatto il pezzo a piedi con quell’aggeggio rugginoso in braccio, tipo bebè? Oppure ti sei fermato con la macchina apposta davanti casa mia e te lo sei caricato in bauliera?;infine LA domanda: perché? Ti piaceva? Se me lo dicevi te lo avrei regalato. Tanto manco era mio. Un regalo di Natale per sottrazione?  

E poi arriva anche l’ultima domanda: ti sto sulle scatole? Ho messo la macchina dove parcheggi sempre tu? Non ti ho salutato una volta che ti ho visto? Ti sono passata avanti alle poste? (no, quello mai, non ci vado, io, alle poste, ma era per dire). 

Evvabbè, ripeto, non so perché mi sconvolga tanto. 

Però c’è una cosa. Una cosa importante che erano anni che non provavo. Stasera, quando l’Amico Speciale tornerà a casa mia, dove ha piazzato la sua televisione gigante e la sua stampante wireless (il suo modo di dire di sì alla nostra convivenza: prima la tv dei vestiti), lo condividerò con lui e non sarà solo una cosa mia, sarà una cosa nostra. Ci avranno rubato il portaombrelli (che non era di nessuno dei due, ma è uguale). Così come la cena si prepara in due, la spesa si fa a metà, le decisioni, ora, posso prenderle condividendole. 

Mi sembra, in un certo senso, di star guarendo. Anche se una parte di me è sempre sul chi vive perché ha paura che non sia una guarigione, ma l’inizio di una nuova malattia. 

Ma, alla fine, bisognerà che ricominci a fidarmi di qualcuno? Che non sono io. Perché se ci devo riprovare, e pare che io stia facendo questo, non ha senso aspettare ancora. Tante delle mie paure le ho messe a tacere, sono nata un’altra volta, sarà la decima, sono una che rinasce spesso. 

Perciò ok, non ho perso del tutto la fiducia negli altri. E lo sto dimostrando, me lo sto dimostrando. E lo dimostrerò anche a chi mi ha rubato il portaombrelli. Al suo posto ho messo (ciò che resta de) la stella di Natale. 

Ora potete tranquillamente contestare che forse, se me la rubano, va a vivere una vita migliore, visto com’è ridotta. 

Ma io lo faccio per pura fiducia nel prossimo!

Per fare un tampone, non ci vuole il Covid, per fare il Covid, ci vuole poco

Era molto tempo che non scrivevo di mattina. 

Sarà che i miei giorni liberi ultimamente li ho sempre passati rincorrendo questo o quello. 

E ora sono di nuovo a casa, il Ristorante ha chiuso i battenti per mancanza di personale, tutto sottoposto a quarantena preventiva. Un eccesso di zelo, direi, dato che per adesso nessuno dei contatti dei miei colleghi è ancora risultato positivo. I tamponi non si trovano, le asl sono intasate, i medici non rispondono al telefono perché oberati di richieste. Siamo il risultato dei titoli dei giornali di questi giorni: l’economia bloccata dalla quarantena di gente che in realtà sta bene. 

Ieri mattina io e Little siamo partite per farci un tampone. Avevo chiamato la sera prima la farmacia e, dopo sei tentativi, sono riuscita a parlare con qualcuno.

Salve, le faccio una domanda che di rado le faranno in questi giorni. Tamponi?,ho chiesto.

Lei ha riso e ha detto: può venire dalle… alle… senza prenotazioneLa fila è lunga ma scorre.

Esaustiva al punto giusto.

E in effetti la fila era lunga, invadeva tutto il parcheggio, a occhio e croce avremo avuto una sessantina di persone in fila davanti a noi. Io e Little ci siamo messe buone buone ad aspettare, Little cercava di leggere il suo libro, io mi sono trovata a far conversazione con quella davanti e quelli dietro. Dietro di noi c’era una coppia di persone anziane, lui sordo come una campana, lei mite e silenziosa. Dopo poco ho sentito lui dire, Non hai messo la mail sul foglio! Devi tornare dentro (la farmacia, NdR)per prendere la penna

Allora io, che non mi faccio mai i cazzi miei e ho un esercito di penne nella mia super-borsa-arma contundente-che può uccidere all’occorrenza, le ho porto la mia. La signora ha scritto la mail appoggiata al muro, me l’ha resa, l’ho rimessa nella borsa. 

Nel frattempo la ragazza davanti a noi parlava al telefono con mezza Toscana, più o meno. Incazzata come una mina e con un cappottino peloso rosa pastello che lei stessa ha definito da Diva, sentivo che parlava di uscire dalla quarantena.

Ma dai che ho solo avuto un po’ di febbre, ora faccio il tampone ed esco, eccecavolo! Non possono tenerci in galera! Si gira verso di me e fa l’occhiolino. Sorrido forzata e faccio un passo indietro. nessuno mantiene le distanze, nessuno le fa mantenere. Solo in quel momento realizzo che la ragazza davanti a me potrebbe essere ancora positiva. Facendo il passo indietro mi trovo più vicina alla coppia di vecchietti Sordo-Mite. Sordo mi dice che loro hanno tre dosi, ma vogliono essere sicuri, fanno un tampone solo di controllo. Sa, noi vediamo i nipoti, aggiunge. Giusto, gli untori, i no vax non per scelta ma per mancanza di possibilità (per ora), l’anello debole della catena vaccinale. 

Durante l’attesa qualche animo si scalda (scusate la banalità da tabloid), una donna urla contro il personale che fa i vaccini, loro rispondono a tono, ma mi perdo gran parte della baruffa perché sto cercando con Little la traduzione di moose in inglese e non ci torna che un moose (alce) possa entrare nella dispensa di Rapunzel (Sta leggendo un libro in inglese che pare sia la trasposizione letteraria del cartone animato, Rapunzel; o forse è il cartone animato a essere la trasposizione cinematografica del libro, non lo so, non abbiamo approfondito). E mentre le dico che forse gli è scappato un refuso e la parola è mouse (topo), Sordo mi batte sulla spalla e mi chiede: che ha detto?

Non ero attenta, scusi. 

Eh, fa lui, la gente ora è nervosa, non vorrei essere nei panni di quelle infermiere (che forse infermiere non sono, ma vabbè, non puntualizzo). 

E sa quale altro mestiere non farei? Il barista. Essere barista ora…

Eh già, rido sotto i baffi. Lo so bene!

Ah, scusi! Lei fa la barista?

Tra le altre cose…

Ha sbagliato lavoro! Se faceva l’infermiera ora aveva il lavoro assicurato!

Sorvolo sull’illogicità delle sue ultime battute e tocco ferro di nascosto per la gufata sul lavoro. 

Finalmente tocca a noi. Due minuti e siamo fuori entrambe. Ci appostiamo lì vicino per attendere il risultato. 

Nel mentre notiamo uno schema ricorrente: alcuni vengono chiamati a gran voce dall’interno della tenda. Per altri un operatore esce e comunica sottovoce qualcosa con la faccia seria. Anche l’ultimo degli stupidi capirebbe la differenza. Quando chiamano il mio nome a gran voce tiro un sospiro di sollievo. Riprendo la tessera sanitaria e aspetto il risultato di Little. Nel mentre viene chiamato Sordo (non li processano in ordine). Sordo non sente il suo nome, ovvio, Mite lo redarguisce, Sordo esce dalla tenda e dice: olè, sono apposto. Poi esce il tizio compassato e chiama Mite. Le sussurra qualcosa, i due spariscono nella loro utilitaria rossa e sgommano via. 

Little Boss!, urlano da dentro la tenda.

Ok, siamo salve. Per ora.

La penna, mamma, buttala via, dice Little. 

Confesso: mi sono lasciata impanicare per almeno mezz’ora. Poi grazie al cielo il cervello ha ricominciato a girare in senso orario. 

Ma al gruppo whatsapp del lavoro ho mandato un vocale che era più o meno così:

ok, io e Little siamo negative. Ma quella dietro di noi era positiva. Ergo: si rischia più ad andare a farsi un tampone che ad andare a lavorare.

Detto ciò io sono libera da impegni di lavoro e quarantena. Ma in ogni caso stamani non mi decido a uscire…

Grice-comunicatrice

La mia gestione di questo blog è alquanto squilibrata. Nessun articolo per giorni e giorni e poi due di fila. So che non si fa così, che dovrei cadenzarli, ma io mi sento piena di libertà, qui, quindi me ne sbatto. 

O meglio, me ne sbatticchio.

Dopo aver incontrato, per caso, durante la bellissima iniziativa del mio piccolo comune di pagare la metà dei libri comprati sotto l’albero, Vera Gheno. Non l’ho incontrata dal vivo (avrei potuto se solo fossi andata il giorno prima, ma si vede prima dovevo leggerla e poi allora vorrò vederla e ascoltarla), ma ho incontrato, con enorme piacere, i suoi libri. Per ora due, Potere alle parole e Le ragioni del dubbio. Ma dubito (ho imparato subito, visto?)che resteranno da soli sullo scaffale della libreria. 

Era tanto che non provavo entusiasmo per un libro. Mi ha ricordato il buon vecchio D.F. Wallace che in effetti cita a profusione. 

Ma i contenuti mi hanno fatto vacillare alquanto. 

Leggendola mi sembra di dover camminare sulle uova ogni volta che prendo la penna in mano. Io, che qui sono la regista del mio piccolo mondo lunare, che scrivo non correggendo i refusi, che improvviso, che butto qui e là acronimi incomprensibili e neologismi improbabili, che, insomma, sono una scrittrice confusionaria, mi sono sentita colpita nel vivo. Sebbene io creda di essere comprensibile ai più, il dubbio, che finora avevo ignorato, mi morde le caviglie. 

E quindi ecco che torno, grazie a Vera, alla mia elletta Pragmatica della comunicazione, che tanto mi aveva dato ai tempi del caro Watzlavick. Ma oggi arriva a gamba tesa Grice (Herbert Paul), di cui ignoravo l’esistenza. Il che mi fa riflettere sulla marea di cose che ancora non so e mi sgomento perché so che non riuscirò mai a colmare un cavolo, sono troppe e io non ho la capacità cerebrale (complice il mononeurone) per contenere tutto. Già contengo moltitudini, citando Walt, non Disney, ma Whitman, e qui lo spazio non è accogliente. 

Comunque, tornando a bomba, ci sono quattro massime conversazionali enunciate da Grice. Le analizzerò con voi e le riferirò al Moon World.

  1. La massima del modo. Ovvero, ricerca la maggior chiarezza possibile, trova la parola giusta, un po’ come fa fare Murakami a tre quarti dei suoi personaggi (che sono gli unici che hanno il tempo di star lì a cercare le parole giuste prima di parlare: a voi capita mai? A me di rado. Al limite se mi viene un attacco di afasia). Beh, ne ho già parlato: uso acronimi senza ragione (TDL, AS, per esempio), sono prolifica di forestierismi non necessari, uso a volte parole desuete (ma lo faccio per amore, non per posizionarmi). Scelgo le parole come faccio i sorpassi: a istinto. Quindi? Bocciata!
  2. Massima della relazione. Occorre imparare a stare sul pezzo, a non scrivere strabordando. Occorre selezionare ciò che serve e ciò che non serve. L’unica inerenza che vedo nei miei scritti è quella che sono usciti dalle mie dita… Bocciata!
  3. Massima della quantità. Forse mi salvo, almeno un po’? non essere né troppo stringati né troppo prolissi. Una giusta via di mezzo. Beh, se ci rientro è un caso. Riesco a concentrarmi al massimo per due paginette. Poi mollo. Una mezza vittoria? Mah…
  4. La massima della qualità. Ovvero Sii sincero. Credevo di vincere almeno sul punto quattro. Ma poi, pochi giorni fa, ho parlato con il Mentore (vi rimando qui se non ve lo ricordate, perché non lo vedevo e sentivo da tanto). E lui mi dice: Moon, manchi di sincerità nel tuo blog, devi rompere il vetro. Non sei tu, continua. Vero. Questo blog è solo una parte di me. Me differenti per momenti differenti. La totale sincerità è possibile? In ogni parte della giornata e della vita? Dove con Sincerità non si deve leggere banalmente dire o non dire bugie. Cosa significa essere se stessi? Cosa significa rompere il vetro? Dirvi il mio nome e cognome? Il mio profilo social? O farvi vedere anche tutti gli altri lati di me, anche quelli più oscuri? Oppure scrivere qui, per me, è come darmi una visione di ciò che vorrei essere sempre e non solo quell’oretta che mi metto a pesticciare sulla tastiera? Questa è una versione edulcorata di me o la versione che voglio disegnarmi? 

Se io fossi una brava comunicatrice, una Grice-comunicatrice direi, mi capireste di più. Ma soprattutto, io mi capirei di più? Non è che manco di comunicazione interiore, fallisco alla fonte, quindi? Non mi so comunicare? 

Non mi faccio queste domande a caso. Sono frustrata a livello comunicativo di recente. Forse perché parlo molto ( o provo a parlare) con il mio collega Osaro, che ancora non sa l’italiano e non capisce un tubo; parlo con mio padre che dopo una visita geriatrica ammette: non c’ho capito un tubo di quello che ha detto; parlo con la badante nigeriana di mio padre che, anche se l’italiano lo sa, a volte qualcosa gli sfugge. Mi manca essere capita al volo, mi manca la facilità. E quindi non vorrei farlo a nessuno, questo torto: essere contorta. 

Ma mi piace così tanto giocare con le parole… 

Magari il corso della Holden mi farà, tra le altre cose, tornare in carreggiata. 

O magari posso rinunciare a essere una Grice-comunicatrice e mettermi nell’angolo, dietro la lavagna, sopra i ceci. Rinunciando all’idea di aver fatto il mio dovere a livello comunicativo, ovvero di sviluppare circostanze che sono utili per l’altro. La grande legge che regola la vita nel cosmo è quella della collaborazione tra tutti gli esseri viventi, scrive Roberta Covelli.  

Con questo articolo ho fallito anche la massima numero 3: bocciata! Sto arrivando!

Diluvio di parole in una giornata col grugno

Ci riprovo.

Avevo già tentato sabato di scrivere qualcosa e dopo un tentativo fasullo mi sentivo spinta, garosa e pronta ad essere eloquente su carta fittizia, con tutte le congetture del caso quando mi chiama mia zia: incantesimo spezzato, articolo gettato al vento. 

Meglio per voi four cats, direi.

Ma peggio, peggissimo, per me. 

Settimane dure? Intense? No, ormai non dovreste più stupirvi, giusto?

Ho preso una grande decisione, da qualche giorno. Una decisione importante per me. Dopo aver inutilmente tentato di prendere la borsa di studio per la scuola Bellville (una borsa bella robusta, che mi avrebbe permesso di frequentare gratis un corso annuale), adesso devo aprire il borsello. Fai qualcosa per quel piccolo angolo rimasto della vecchia Moon. Lo so, è un angolo irrancidito, che è stato schiacciato da un tentativo fallimentare dietro l’altro, dal primo rifiuto di una rivista all’ultimo romanzo compiuto, ma indegno; è il mio angolo scrittrice, il mio angolo confuso, del Vorrei ma non Posso che spesso si traduce in Vorrei ma non Voglio. L’angolo, in sintesi, che resta al buio per praticità, per tempo (mentale), per coscienziosità fittizia. 

Ma il piccolo angolo deve essere nutrito. Sennò il Buio DILAGA (e questa è una citazione da un film imperdibile negli anni ’80, La storia infinita, perdibilissimo invece ad oggi, visto che gli effetti speciali sono inguardabili. Consiglio? Leggetevi il libro)

E quindi mi compro un corso alla Scuola Holden. 

Eccheccazzo, Moon, direte voi, tutte queste storie per un corso on line?

Sì. Perché fino a ora l’ho sempre e solo sognato senza mai avere il coraggio di spendere, per me, tale cifra. Mica è un cifrone, ma fino ad ora metteva in discussone il famoso budget familiare. Ora non lo mette più in discussione? Un po’, ma con Little siamo rimaste che possiamo fare economia su altro. Per due, tre, quattro mesi. 

Detto ciò, stasera mi chiama l’Amico Speciale, che tra poco, di comune accordo e con accordo di Little Boss diventerà (fiato alle trombe!!!!): l’Amico CONVIVENTE. Sì, ok. ci ho messo un po’. Troppo per mia madre, troppo poco per me, giusto per Little. 

Forse ci ritorno, su questa parte. Anzi, di sicuro.

Ma stasera vado avanti.

Mi chiama e mi chiede come è andato il pranzo di lavoro al SuperMegaRistornteStellatoDelGolf di C. (bel posto, per chi non c’è stato, esteticamente ineccepibile, direi). 

Non ho mangiato quasi nulla, rispondo.

Perché?

All’antipasto mi ha chiamato la badante di mio padre che un tizio li ha aggrediti fisicamente e verbalmente per una fornitura di pannoloni

CHE???

Eh, gli faccio. In pratica l’Asl ha consegnato a un unico indirizzo la fornitura di due abitazioni. Mio padre l’ha portata in casa senza controllare (chi lo farebbe???) e quello del piano di sotto, che ha problemi mentali, ha aggredito la badante di mio padre. Con tanto di carabinieri e il resto.

… (è la riposta dell’Amico quasi Convivente)

Poi aggiunge:

Ma scusa, ma che corso alla Holden vuoi fare? Scrivo della tua vita e il romanzo viene da sé!

Magari lo pensano tutti. La mia vita è interessante. Ma in realtà ammorbiamo il mondo con inutili aneddoti o giri di parole. Ho seguito una lezione di Siti (che a quanto pare conoscono in pochi, ma a me piace) sullo Scrivere di sé. Lui, beh, ne ha fatto una carriera. Ne sono rimasta delusa per molti versi. Ma su un punto aveva ragione. L’autobiografia deve avere alcune regole generali da seguire: partire da se stesso ok, ma bisogna allargare il discorso o a un’intera classe sociale o all’essenza dell’essere umano. La letteratura è più importante dello scrittore. 

Quindi no, scrivere della mia vita e basta, fare un resoconto delle supermegacazzole che mi sono capitate (maggiori magari di qualcuno, sicuramente minori di altri) non è il mio scopo. Posso scriverle per espiarle, come percorso terapeutico, come faccio qui. Posso ispirarmici, come ho fatto in passato. 

Ok.

La mia vita chiama.

Little chiama.

Quindi questo è un posto senza capo né coda, senza fronzoli e foto. 

Solo u. diluvio di parole in una giornata con il grugno.

Kiss and hugs (che a dispetto di Vera Gheno, fa ancora un po’ figo)

Ps: di Vera Gheno ve ne parlerò ancora…

Moon, explained

Stasera Little mi fa: a che ora si cena?

Non so, volevo scrivere un po’, ti scoccia se ceniamo più tardi?

Mette una manina (gelida) sulla mia.

Ceniamo quando ti pare, l’importante è che tu riesca a ritagliarti un po’ di tempo per te stessa.

Di nuovo, stavo per mettermi a piangere.

Mi sono resa conto, altresì, che dopo un periodo, anni fa, in cui non potevo più guardare la tv perché piangevo per qualsiasi cosa, dal tg a un film comico, sono passata a un periodo in cui non potevo più guardare film da sola perché li trovavo senza senso. E quando li guardavo con l’Amico Speciale spesso lui si commoveva (davanti a film commoventi) e io no. Dopo questo periodo la Coronaquarantena ha di nuovo dato una svolta: ho ricominciato a guardare film in solitaria con mucho gusto. Dopotutto c’era ben poco da fare in quei giorni.

Poi sono tornata normale: ora guardo film in solitaria con mucho gusto e, se il film è commovente, piango. Questo non può che significare che il mio comparto emotivo ha ricominciato a lavorare in maniera efficiente. Sono cose che danno soddisfazione, che diamine!

Anche la mia efficienza è tornata ad essere il top di gamma come un tempo. Anche se ora so che devo tenerla a bada per evitare eventuali crolli che potrebbero compromettere il comparto emotivo di cui sopra. 

Di recente ho visto insieme all’A.S. una serie su Netlix, La mente in poche parole. O meglio, Mind, explained. In inglese non fa più figo, ma io vorrei sapere perché devono travisare ogni titolo in traduzione, dal celebre caso di Se mi lasci ti cancello ( Eternal sunshine of the spotless mind) al film che ho visto l’altra sera, The invention of lying, tradotto in Il primo dei bugiardi. Comunque, polemiche di traduzione a parte, il terzo, se non erro, episodio parlava di personalità e test della personalità. 

In pratica, riassumi riassumi, hanno costruito un modello che si chiama Big Five:  ogni essere umano ha in sé questi cinque tratti che possono essere presenti in maggiore o minore percentuale e che ci caratterizzano. I Big Five sono: 

  1. Coscienziosità 
  2. Amabilità
  3. Nevroticismo
  4. Apertura mentale
  5. Estroversione

Ora, se volete sapere in dettaglio ogni tratto e come funziona (in teoria, ovvio) dovete guardarvi la serie. Non perché Netflix mi paghi, ma perché non sono capace di spiegarvelo come loro.

Io sono rimasta colpita dal punto 1. Perché quando mi guardo allo specchio, da anni, non vedo altro che coscienziosità alla massima percentuale. Certo, pure una certa dose di nevroticismo mi caratterizza. Oggi come oggi, 30 novembre, entrambe emergono con prepotenza. Alla bravura con la quale mi prendo cura di mio padre e cerco di risolvere i suoi casini causati durante gli anni (alcuni sono impossibili da risolvere e ne sto prendendo atto), si affianca l’incapacità di affrontare la situazione con la giusta stabilità. Il che mi porta a non dormire, a essere distratta sul lavoro, a sbagliare a fare conti semplici, a dimenticarmi le cose, a dimenticarmi le parole. Questa mia instabilità mi ricorda con mio grande terrore ciò che affligge mio padre (l’altro giorno per fare 320 più 200 aveva aperto la calcolatrice). E la domanda nasce spontanea: Moon, è lo stress?  O quello che ha mio padre è una specie di virus? Che il Corona ci fa un piffero, va detto. 

In ogni caso con lui oggi sono stata chiara, visto che sto con tutta me stessa trovando la via veloce (che lo so, non esiste) per fargli avere l’invalidità. 

Babbo, quando ci sarà la visita in commissione per la tua invalidità cerca di non vederlo come un esame da superare, ma come uno da fallire: chiaro?

Che è vero che non sa fare più 320 più 200, ma le versioni di latino di Little le traduce ancora perfettamente e velocemente senza vocabolario.  

Non voglio sorprese…

Black Parade

Ci sono volte che scoprire qualcosa su se stessi lascia interdetti. 

Il mio, come sapete, cari 4 cats, è un blog non divulgativo, una scrittura intimista, direbbe un editore, qualcosa che forse è già passato di moda anni fa e io che continuo a ripetere non solo per il vostro sfinimento, ma per una sorta di mio sollievo nel mettere in fila le cose, nel darmi una definizione scritta, come se sul vocabolario, alla fine dovesse saltare fuori la parola Moon. Non oserei legger oltre per paura di ciò che c’è scritto. Da me stessa, per giunta. 

Come vedete il corso di auto aiuto psicologico, Scrivi la tua storia, procede bene, meglio della mia lavatrice, di cui ancora non conosco bene il carico, si vede,  e si blocca senza fare la centrifuga. 

PAUSA PROBLEM SOLVING TERMINATA. La lavatrice ha ripreso a fare il suo lavoro.

Dicevo che più scrivo per questo corso e più mi sembra che vengano fuori cose negative del mio essere. Tanti punti in meno al mio Ego… il pelatozzo del video dice di scrivere in modo non giudicante e gentile, ma io mi sa che sono una persona giudicante, specie con me stessa, perché le cose positive del mio essere devo proprio cercarle con il lanternino.

Addirittura riesco a inventarmi ricordi più negativi della realtà. Un esempio? Mi sono appuntata un ricordo di quando avevo, boh, otto anni? Ho scritto così: quando ho rubato un timbro al negozio dietro casa. Un pomeriggio terribile per me, latore di pensieri funesti, sensi di colpa alti come Statue della libertà che aleggiavano sopra la mia testa in quella giornata grigiastra di Novembre del 19…non ricordo quando. E poi scrivi scrivi ecco che invece non l’ho rubato, quel timbro. L’avevo solo comprato. Ma poi mio sono pentita dell’inutilissimo acquisto e sono tornata indietro a restituirlo facendomi rendere i soldi, tipo 5 mila lire. Il senso di colpa era nei confronti del nostro limitato budget casalingo, dove le spese inutili erano bandite. E sì, quel timbro era non solo inutile, ma non mi piaceva nemmeno. Le domande che quindi mi faccio sono queste: perché comprare una cosa inutile? E poi, perché ricordarsi di un furto, invece che della verità?

Alla prima domanda forse c’è una risposta genetica. Oggi ho scoperto che mio padre continuava a pagare senza battere ciglio una fornitura di linea fissa Vodafone che non solo ormai non ha più, ma che pure da mesi non funzionava correttamente. Più di 70 euro al mese. Eh, ma direte voi, è la malattia (ancora ignota, ndr). Sì, ma non perché, qualcosa in una parte recondita del mio cervello mi dice che non è l’unica spiegazione. Ovvio, non so quale sia, la suddetta spiegazione, non lo razionalizzo manco io, ma è una sensazione che…

Comunque mio padre non sta meglio, ma almeno è paciocco. Lo fai ridere con nulla, nonostante la drammaticità della sua situazione. Oggi sono riuscita a farlo ridere mentre andavo a caccia di mosche con la mitica paletta analogica (quella rossa, per intenderci). 

Sei una sterminatrice, mi fa lui, mezzo affogando nella tosse. Brava!

Io invece penso che se mi rilasso uccidendo, forse dovrei preoccuparmi. 

Ti preoccupi sempre troppo, dice al telefono l’Amico Speciale, che intanto è a Milano e non torna neanche stasera. Sembra un disco rotto. 

Dovrei rispondere al vetriolo, ma invece gli dico che lo amo. Ha quel suo modo di prendermi che alla fine si è sempre rivelato vincente, nonostante le mie reticenze. 

E poi, cazzo, ha pure ragione. Mi preoccupo sempre troppo. La vita va come deve andare, anche senza il mio stretto controllo, no? 

No. 

Non è vero. 

Se perdo il passo una volta sono fottuta. 

Stai al passo, Moon, prima o poi the Black Parade finirà…

Moon nude

Cose che non dovrei fare: 

  1. Fumare in camera
  2. Avere mal di stomaco da ansia
  3. Ascoltare musica triste su Spoty

Cose che dovrei fare:

  1. Fare un bagno rilassante?
  2. Finire di vedere il film Emma?
  3. Finire il maldetto libro?

Mi rispondo sempre da sola. Le cose che mi vieto sono sempre imperativi. Le cose che mi concedo sempre un interrogativo.

Presa da un impulso da sabato sera triste ho acquistato un corso on line di self help. Forse l’attrattiva principale era solo il titolo: Scrivi la tua storia. Insomma. Dai. Beh. Se non sono io quella giusta per questo corso. Tale è la disperazione che non ho neanche considerato la cifra (io che sono così tirchia) e ho detto: fanculo, tentiamola. Mi sono sentita come quel sabato mattina in cui ho lasciato il mio ex, con dentro un grido silenzioso che ripeteva: devi provare, devi provare, sennò sono cazzi. 

Non ho fatto passare nemmeno un giorno, come invece avevo inizialmente programmato. La domenica pomeriggio ero già lì che dicevo all’Amico Speciale, appena tornata dal lavoro: sì, tesoro, tu vai un’oretta a dormire, io sto qui un’oretta a vedere cosa viene fuori. Questo corso dovrebbe prevedere un minimo di dieci minuti di scrittura al giorno. Ma io lo sapevo che non mi bastava. Dopo un’ora (e molte parole) ho guardato l’orologio e mi sono fermata perché avevo detto all’A.S. che lo avrei svegliato. Sono andata in camera, mi sono spogliata e mi sono messa con lui sotto le coperte. Che dopo aver vomitato mille ricordi d’infanzia-spero-terapeutici, quello di cui hai bisogno sono solo abbracci caldi e baci. Ha funzionato anche la seconda terapia: stanotte ho dormito senza mai svegliarmi. Ho salutato l’Amico Speciale con un bacio fin troppo spinto questa mattina e mi sono girata dall’altra parte. Dopotutto era il mio day off, come direbbe Ale dal Paese dei Folletti. Ha suonato la sveglia. L’ho spenta. Ho suonato di nuovo. L’ho spenta di nuovo. Non volevo alzarmi. Forse perché sono una sensitiva e sapevo che sarebbe andato tutto a schifìo anche oggi. Ho fatto accesso al corso. Un’altra ora a scrivere. Va detto che non so, a questo punto, se scrivere così tanto, per una come me, che analizza anche le briciole cadute in terra dopo aver mangiato una pizza, sia un bene. Il tizio el corso avvisa: attenzione a non scavare troppo. Eccheccazzo! Come faccio a sapere se è troppo? Io so solo che sono sempre stata un’archeologa, scavo scavo fino a che non trovo il centro della terra. 

Comunque. Prima di mezzogiorno avevo già la mia dose di notizie di merda che non vi riferirò per timore di tediarvi. 

Ma alle dodici e quaranta ero alla scuola di Little. Lei sale in macchina e mi saluta, radiosa con la sua nuova capigliatura blu elettrico, e mi chiede: che si fa?

Sushi?

Ed eccoci al Fish nude, un altro dei mille locali sushi della Cittadina. Posto splendido, cibo ottimo, musica direttamente dallo Studio Ghibli (che amiamo entrambe), un’ora di pausa dalle rogne. 

Ma poi, anche se non volevo, il pomeriggio si è riempito della solita merda. Io volevo solo vedere Emma, il film, una bela trasposizione del romanzo della Austen. Non ci sono riuscita. Il passato che volevo dimenticare è come se avesse aperto un vaso di Pandora tutto suo. Sta tornando tutto indietro. la vita che credevo di aver passato oltre, dimenticato, superato, torna indietro con gli interessi. La cosa buffa è che non riguarda direttamente la mia vita, ma quella dei miei genitori: i loro errori mi si riversano contro come un Blob. 

Ed è quando una ragazza gentilissima di un centro Vodafone di una Città qui vicino si offre di aiutarmi che crollo. Mi metto a piangere al telefono. Lei non ha nessun vantaggio ad aiutarmi in una cosa rognosa di chiusura di un contratto di mio padre di cui non so nulla (e lui, ovvio, non si ricorda più nulla e non ha traccia cartacea). Lei non è tenuta ad aiutarmi, se neanche il call center della Vodafone lo fa. Lei ha solo un negozio Vodafone. Oltretutto lontanissimo da casa mia (ma è stato l’unico centro Vodafone che mi ha risposto). Ma mi rassicura, domattina mi farà sapere tramite mail quello che devo fare o pagare. Mi manda il modulo lei. Me lo compila lei e io devo solo inoltrarlo. Le lacrime escono a fiumi. Qualcuno che mi aiuta…

Lasciami una bella recensione, dice lei.

Mille stelle, giuro, dico io singhiozzando.

Ho ancora 28 giorni di corso. Ho ancora chissà quanti giorni di beghe da risolvere. 

Sono sempre scappata dalle cazzate che hanno fatto i miei genitori.

Ora non posso scappare più. 

Sono alla resa dei conti.

Sono Moon nude.

Insonnia

Sto facendo una cosa mentre ne faccio un’altra, e mi ero ripromessa di smetterla, di piantare in asso questa storia di ottimizzare i tempi. La notte non dormo. Una cosa dura per me da mandare giù, io che Toglietemi tutto, ma non il mio sonno. Sono settimane che mi sveglio in piena notte (di solito le tre, l’ora del diavolo, dicono, o sbaglio?) e poi eccomi lì inchiodata nel letto con gli occhi a fanale. Mi giro e mi rigiro e nel frattempo il cervello gira sulla ruota come un criceto. Domani devo fare, Sarà meglio che chiami, Quanti biscotti avevano ordinato?, Compilare il modulo, assolutamente!

Insomma, rumore, rumore, rumore. Riprendo una parvenza di sonno tre minuti prima che suoni la sveglia. 

Al Ristorante L’Amico Speciale trangugia la zuppetta di mare che gli ho appena portato e mi dice: 

Tutto normale, cara, forse se tu non avessi il pensiero di un uomo di 150 chili che ti cade dalle scale rischiando di rompersi l’osso del collo ogni due giorni forse dormiresti meglio.

Di poco aiuto. Ma ha ragione. E la scena di mio padre incastrato in fondo alle scale è una di quelle che mi tormentano la notte. La fortuna? Che non si è rotto nulla (un miracolo, direi) e che c’ero io. La sfortuna? Che c’ero io e l’ho visto. 

Poi lui mi dice che due giorni prima è caduto anche in camera. 

Quest’uomo cade di continuo, penso. 

Il medico che gli ho trovato qui è decisamente migliore di quello che aveva laggiù, ma i miracoli non sono tra le sue specializzazioni. 

Sono specializzato in pediatria, dice il Doc a mio padre quando lo vede per la prima volta.

Perfetto per me!, risponde lui ridendo. Dopotutto è un malato pacioso e ogni tanto sfodera il suo senso dell’umorismo. 

Che poi non ha nemmeno tutti i torti. È come un bambino extra large. 

La mancanza di sonno, in ogni caso, si ripercuote su tutto, come è ovvio, ma principalmente sull’umore. Arrivo a lavoro a testa bassa, sorrido impacciata e cerco di ritirarmi in laboratorio il prima possibile, per non scambiare parola con nessuno. Converso invece con le mie amate sacher o con gli ovis mollis. Ma sono talmente rigida che ogni messaggio che mi arriva sul telefono scatto manco fossi un giocattolo per bambini. 

Ogni tanto chiamo mia zia, la sorella di mio padre, che vive a Milano, per aggiornarla. Mia zia è una brava donna, per carità, ma una di quelle persone che tendono più a parlare che a fare, avete presente? Tante parole spese in questi mesi, ma fatti zero. Lei mi ripete che non devo essere io a occuparmi di lui, che devo trovare un aiuto. L’unico che ho trovato viene quattro ore a settimana (per ora di meglio non sono riuscita a trovare). Ma in ogni caso il pensiero c’è. Ed è quello che mi tiene sveglia. 

Vorrei poter prendere una vacanza dalla mia vita, concedermi più spazi per scrivere e leggere (neanche l’ultimo di King riesce a farmi evadere abbastanza, e sì che è una lettura leggerina, adatta a momenti come questo), concedermi un giorno di vera vacanza… intanto mi accontento di questo: scampoli di tempo rubato alla cena per sfogarmi un po’.

Speriamo che stanotte vada meglio.