Il Museo dell’innocenza

post 119

Mio padre oggi mi riporta indietro di qualche anno. Alla prima volta che ho visto un Nobel, Oran Pamuk. Alla prima volta che ho sentito parlare del Museo dell’innocenza.

Ed ecco cosa scrivevo, al tempo:

(Pietrasanta, 8 Giugno 2013)

Arriva sul palco, il Nobel, che quasi te lo aspetti luccicante come una moneta preziosa, niente a che fare con quest’uomo normalissimo, emozionato e titubante. 

Prende la parola il suo editore, Einuadi, e il loro prologo è tutto per Istambul, per quelle rappresaglie, per quella paura della guerra civile che tanto lo atterrisce e disarma in questi giorni. Ammette di essere qui con il corpo e là con il cuore.

Io, da ascoltatrice, avverto questa dicotomia e non riesco a capirla all’inizio: sarà il traduttore? Sarà il viavai di gente continuo? Sarà che sono lontana?

Ma quando si entra nel vivo, quando inizia a parlare del suo libro, “Il museo dell’innocenza”, ecco che i nostri fili si allacciano e io sono pronta a farmi trascinare in questo viaggio verso la Turchia. 

«Il museo è vero» dice. 

E io non capisco.

Mi ci vuole davvero molto tempo -molte parole- per arrivare alla comprensione di questo duplice progetto, studiato per anni e finito di realizzare solo quindici mesi fa.

“Il museo dell’innocenza” è un libro che parla di un uomo innamorato. E di tutto ciò che ruota intorno all’amore. O Amore. Quindi felicità, rabbia, frustrazione. Il protagonista, Kemal, nel corso del romanzo raccoglierà gli oggetti che per lui rappresentano questa passione -osteggiata- verso la donna amata. 

Ma mentre scriveva, Pamuk non aveva in mente solo il romanzo: davanti a lui c’era la voglia di creare un luogo fisico per questo suo personaggio: un museo, appunto.

Il viaggio è duplice, allora: c’è “Il museo” romanzo e il museo reale, che contiene gli oggetti raccolti da Kamal: entrando dentro il museo entri dentro il romanzo e viceversa. Ma sono i sensi coinvolti ad essere differenti. Resta il fatto che questi oggetti incarnino una storia, la raccontino.

 Il romanzo sconfina nella realtà: Kemal chiede al suo amico Pamuk di creare per lui il museo. E Pamuk esegue gli ordini del suo personaggio. Non solo. Crea un catalogo museale, “L’innocenza degli oggetti”, che è di per sé strutturato come un romanzo.

«I musei mi piacciono», afferma Pamuk. Ma troppo spesso, specie quelli orientali, sono una dichiarazione politica. Non sono solo una sede artistica, ma anche politica. Guardando un museo in Cina, ad esempio, non puoi che restare stupito dall’immensità, dalla floridezza, e finire per elogiare la Nazione.  Ma non premia l’individualità, non ti dice niente sul cinese.

Il suo progetto vuole fare questo, invece, premiare l’individualità. Perché se mai c’è un parallelo tra museo e arte della scrittura è che entrambi fanno vedere i dettagli minuti che compongono la vita. 

 

 

Ritornare lì con la mente è stato bellissimo oggi. Rivivermi. Ricordarmi che ci sono anche queste cose che hanno influenzato il Moonverso.

Cacchio se ho voglia di rileggere quel libro, ora…

 

 

 

 

 

 

 

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La Teoria la so tutta

post 118

 

Vediamo…

La cena è sistemata nella padella, una cena fusion(macchè, è una cena inventata, ma dire fusion fa più figo) che di certo Little Boss apprezzerà solo in parte; il bucato è dentro la lavatrice che si sta lavando; ho mandato l’Iban a chi me lo ha chiesto (fa sempre bene qualcuno che, nell’arco della tua giornata, ti chiede l’Iban, no? Di solito te lo chiede per versare, giusto?).

Ho fatto tutto e Little Boss sta finendo di fare i compiti (anche se è in ritardo, ma vabbè). Nota stonata, nel senso esatto del termine: la sua musica , fatta ragazzini che cantano e che hanno nomi tipo skilla o roba simile (non riesco a imparare questi nomi, il mio neurone si rifiuta e io non posso biasimarlo…). Sopporterò. Dopotutto lei a volte sopporta la mia musica, no? Che poi lasciate stare il fatto che la mia musica è degna di essere ascoltata… ma i gusti sono gusti e, come disse una volta una mia amica, tutti abbiamo ascoltato da ragazzini qualcosa di cui oggi ci vergogniamo (io i Take That…).

Insomma, tutta questa non è una prolusione, bensì una nota introduttiva che mostra un fatto semplicissimo da notare: la prendo sempre larga per dire le cose. Essere sintetica, diretta, funzionale non mi piace. Qui, soprattutto, che siccome è uno spazio mio (gentilmente concesso in modo gratuito da San WordPress, che io prego assai poco, si vede, perché a volte mi ignora e, anzi, mi fa gambetta) mi piace utilizzare come mi pare.

Sul fatto, comunque, che io la teoria la so tutta, ma sulla pratica, invece, difetto, ho rotto le balle a tante persone in questi anni. È una frase che metto avanti come un cartello o uno striscione, i miei Lo so, lo so sono diventati celebri, stanno facendo un meme ad hoc.

Oggi l’ho ripetuto all’Amico Speciale.

Il fatto è che quest’uomo, con i suoi alti e bassi e le sue virate di idee, ora è in una fase un po’ particolare dove si lascia ispirare da un tizio (popolare su You tube) che è sì uno psicologo, ma è anche uno molto alla mano, che dice le cose in modo diretto e semplice, e questo indubbiamente lo rende attraente per persone come l’Amico Speciale, che vuole sì imparare, ma non da persone che si atteggiano in un certo modo superiore. Ma comunque, non è il nuovo amore dell’Amico Speciale il discorso.

Il discorso è cosa è successo, praticamente, nel Moonverso. Perché di questo scrivo, essendo cosa a me cara. E non è a me cara perché è roba mia e quindi esisto solo io, non è a me cara in maniera egoica (rubo questo termine a chissà chi, non è corretto ma rende l’idea), ma è la semplice premessa di questo blog.

(Lo so, lo so, mi dilungo, parto per la tangente, sto andando fuori tema, divago)

Ho passato un bellissimo weekend con qualcuno venuto dal Giapponeapposta per me. Il mio capo mi ha detto che si vedeva che ero felice, avevo una luce speciale. Ed è così. Lo Shogun mi rende felice, cazzo. Tutto con lui assume una colorazione diversa, mi fa pensare Allora esiste davvero, esiste sul serio essere felici! E tutte quelle cose lì. E non vi tedio oltre. Perché il punto non è ancora questo.

Ma ieri mattina io e lo Shogun avevamo fame. E siamo usciti per fare colazione (sembra l’incipit di un noir).

Il mio ex Lex (vi rimando brevemente a qualche nota qui) in un nanosecondo si è di nuovo trasformato in Lex. Un po’ come accade in Smallville, non so se avete presente. Lex e Clarke sono in continua tensione per diverse puntate, fino a che la rivalità non prende piede definitivamente. E ieri Lex mi ha fatto chiaramente capire, con modi poco cortesi invero, che la rivalità è ricominciata. E in un certo senso ho tirato un sospiro di sollievo, perché non è che mi fidassi proprio molto. Sentivo. E lo so che non si fa, ma io quando sento di solito ho ragione.

Ed ecco che si torna a bomba.

Io lo so che sbaglio a pensarla così. La teoria mi dice che se penso così avrò una bella Teoria che si autoavvera dalla mia. Ma la pratica, l’esperienza, mi dice che il mio diciottesimo senso ha ragione. E, di nuovo, lo so che il mio cervello mononeuronale registra solo quando vince in questo settore, ma è proprio… più forte di me?

Ed ecco che ogni volta mi sento una stupida. Perché nonostante sappia come funziona, nonostante conosca l’insidioso meccanismo, ogni volta ci casco.

Così come casco nel trabocchetto di Allora sono sbagliata io se.

Diciamo che la cosa più buffa in assoluto è che sia l’Amico Speciale, oltre agli altri, a dirmelo.

Ma siccome sento anche lui (ridete pure, lo so , lo so) non sono ancora convinta che questa sua fase sia reale o fittizia.

E insomma, proprio quando la teoria mi insegna che devo smettere di farmi le seghe mentali, ecco che sono di nuovo qui a farmele.

Un insegnante immaginario direbbe, di fronte a una come me: si impegna tanto, ma proprio non ce la fa

Cerchiamo di premiare l’impegno?

Intanto, nel Moonverso…

post 117

 

Di solito prima scrivo e poi metto il titolo a quello che ho scritto. Un po’ a casaccio, come i tags. Ma stamani mentre facevo le pulizie al Ristorante (una cosa che mi piace, lavoro ripetitivo, che non implica la presenza del neurone solitario del mio cervello) mi è venuta fuori questa frase e eccola lì che ve la propino oggi. Perché io sono figlia di quello di cui sono figlia, televisione e fumetti.

Quindi:

Intanto, nel Moonverso…

Sabato pomeriggio mi arriva un messaggio da TDL. Ha finito un racconto, Per favore mi dai un occhiata? (sì, senza l’apostrofo, quando voglio posso essere una vera stronza, lo so, me ne rendo conto, ma non lo faccio apposta… no, non è vero, faccio la stronza apposta. Ma almeno posso dire che non mi fa sentire meglio).

Passa il sabato. La domenica lo vedo, lui fa un accenno al racconto, io gli dico che appena posso lo leggo, lui fa la faccia da cane bastonato, io quella da cane che ringhia.

Lunedì riprendo il file in mano. È un racconto che ho già letto in buona parte perché lui la aveva usata come scusa prima per cercarmi (Ah, tu scrivi? Allora ti volevo chiedere…eccetera). È una storia fantasy, e ho già scritto forse quanto io sia lontana da quel genere, manco Tolkien ho finito, e va detto, Tolkien è Tolkien… comunque non è certo il motivo per il quale esito. Tutta questa storia mi puzza di altro. E appena sento quell’odore io mi incazzo. Ne parlo con lo Shogun. Che mi dice che forse non sono la persona giusta per questo lavoro. Io concordo, ma per motivi diversi. Solo che mi rompe da morire non fare un lavoro che mi piace (eh, sì, ognuno è malato a modo suo) perché ho paura di non essere obiettiva. Nel caso specifico ho paura di essere troppo stronza. Che già lo sono, quindi… insomma, mi dico, tu sei in grado di essere professionale. Se di professionalità si può parlare. Esito, apro, chiudo, riapro e mi decido.

Appena vedo il testo già mi salta un nervo: mi ha rubato il carattere! Ora, questa storia del Courier (che è il mio carattere, che voi non vedete perché l’editor di WordPress mi ha messo questo altro e io sono pigra e non lo cambio) l’ho già scritta qui da qualche parte. So che sono stata io la prima a rubarlo al Mentore, quindi da ladra a ladro… ma no. Un conto è rubare e un conto essere derubati, specie se hai il sospetto che il motivo sia lo stesso.

Ma rimetto a posto il nervo saltato e proseguo (professionalità! Eccheccazzo!). la storia la ricordo molto bene, il pezzo che ha aggiunto chiude bene, la trama si regge, non è male. Non mi entusiasma, ma è il genere stesso a non farlo. Solo che noto l’aggiunta di qualche descrizione che prima, sono sicura, non c’era. Della co-protagonista, per l’esattezza. Ma siccome non voglio fare la paranoica, apro il vecchio file che mi ha mandato più di anno fa e confronto. Certo, ho ragione io. E beh, ok, chiudo tutto, invio due righe poco specifiche sulla funzionalità della trama (aggiungendo che è un cumulo di refusi e imperfezioni che vanno corrette) e stop.

Lui poi chiede se posso aiutarlo anche in quello, segnando in rosso gli errori.

Cazzo!

Ok, TDL, lo faccio, ma senza fretta, ho un romanzo, una causa di affido, una vita privata.

Ma io ho fretta!

Eccheccavolo! Farò il possibile… (e qui la domanda nasce spontanea: perché diamine hai detto ok? Come fai a infilarti sempre in queste stronzate?)

E vabbè, qui andrebbe steso il classico velo pietoso su quanto sono scema e su quanto troppo disponibile sia (l’Amico Speciale diceva servizievole, magari aveva ragione lui).

Ma ciò a cui pensavo stamani in realtà era proprio la descrizione di TDL del suo personaggio. Era chiaro che avesse voluto inserire quella descrizione per me. E che voleva che la leggessi. Solo che la tizia, lì, veniva descritta come apparentemente algida. Una donna dura, che non si lascia sfuggire sorrisi se non in rare occasioni. E in una settimana è già la seconda volta che mi viene detta la stessa cosa. Il mio ex Lex (questa è una storia moooolto lunga che chissà se mi capiterà mai di raccontare per intero. Vi basti sapere che, come Superman, avevo un personale Lex Luthor che ce l’aveva con me per motivi personali di non chiara natura, e con il quale, proprio questa settimana pare che io abbia chiarito. Sì, lo so, ci sono tanti forse e ma ancora, è la mia natura diffidente, diciamo che ok, mi fido, ma sto ancora con le orecchie dritte, come ogni volta che non capisco bene le cose) ha detto che sembro insensibile. Ora, questo apparentemente e questo sembrare significano che ai loro occhi ok, forse non lo sono davvero, algida e insensibile, ma resta il fatto che per chi non mi conosce io appaia così. E questa cosa mi sconvolge. Tanto. Perché io credo sempre di essere socievole e solare, mentre invece sembro la matrigna di Biancaneve.

E allora giù seghe mentali, come da copione. E stamani sorridevo a 100 denti, quasi da paresi, e mi sono sentita dire da una cliente, Ehi, biondina (questo vizio ce l’hanno tutti, di chiamarmi biondina, maschi e femmine) come sei seria!

Ma cavolo!

E sì che mi sembra di non aver mai sorriso tanto alla vita come adesso. Sono proprio felice, cavolo, e a quanto sembra questa cosa si nota solo perché sono più bella. E ok, mica è un male se me lo dicono, il Mago del computer, un amico, mi ha detto anche che sono più alta! Ma io voglio sembrare quello che sono, diamine!

Più felice!

Domani mi attacco in fronte uno smile…

Tempo e tempo

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Mi sono guardata Shining con Little Boss in questi due giorni. Lei voleva vederlo (il mito di King, soprattutto, un mito che non sarò certo io a sfatare, dato che se non fosse stato per King forse non avrei letto tanto. Insomma, ho iniziato così, da bambina: It, il mio primo amore, Carrie, La zona morta, A volte ritornano, Misery… l’elenco è lungo, tanto quanto i romanzi e i racconti di King), io volevo rivederlo, e mentre godevo delle scene migliori (Wendy, tesoro, luce della mia vita) cercavo di ricordare dove mai ho letto o studiato questo film. Ricordo alcune cose che avrei dovuto notare nel film, ma siccome ho la memoria come acquaccia di palude, non ricordo cosa esattamente dovevo notare, né dove ho letto queste informazioni. Frustrante.

Così ho rispolverato (nel vero senso del termine) alcuni libri dell’esame di storia del cinema. Nessun risultato, a prima vista. Ma siccome sono una mentecatta, adesso ho voglia di rileggere anche quei libri. Passare da Truffaut a Kurosawa, da Ford a Rossellini. E poi Pasolini, il mio mito. Insomma, che palle che sono a volte, quando mi metto a curiosare e poi la mia curiosità cresce e mi accorgo che no, non è il momento, devo concentrarmi, e chissà perché non mi concentro abbastanza, chissà perché non mi accontento mai di quello che faccio, ché vorrei fare molto di più, mentre mio padre continua a ripetermi Non so come diavolo fai a trovare il tempo, solo che non capisce che non è il tempo, ma il Tempo quello che trovo, e di Tempo a volte ne potrei trovare di più, ottimizzando, scegliendo.

Il Tempo non manca mai, mi dico, faccio solo delle scelte. In base al meteo, a volte, all’umore (quando sto bene macino tantissimo, quando mi perdo nelle seghe mentali devo sopportarmi finché non passano).

Spesso scelgo di non guardare il tempo, ma solo il Tempo. Allora gli orologi contano, sì, perché nella mia vita tutto è scandito da un orologio, ma quello che sta nel mezzo tra un’ora x e una y lo dedico completamente, senza pensare ad altro. È così che il mio Tempo viene impiegato per Little Boss, spesso (lei vuole il mio Tempo, e io sono felice di darglielo e di prendere il suo), o per gli amici, o per lo Shogun. Ma allora si tratta di scegliere tra le mie infinite possibilità di scoperta e vivere. E so già cosa sceglierò. Sempre.

Quindi Kubrick e Fellini attenderanno.

Magari però potrei segnarmi queste cose da qualche parte, per il futuro… quando non ho nulla da fare, quando non ho il cervello impegnato per un romanzo e la mia vita è un po’ scarsina e tristuccia e io mi sento un po’ vuota e scarica. Cosa che, ovvio, non accadrà mai, vista la carica ottimistica che sembra pervadere queste mie giornate.

A volte un po’ di realismo non mi farebbe male però cara Moon…

Seghe mentali: egoismo

post 115

No, lo so che non è questo il momento migliore. Non sono rilassata (ma quando mai lo sono?), ho la piccola Boss nell’altra stanza con 39 e mezzo di febbre (no, via, le sta scendendo un pochino), mille pensieri sull’Amico Speciale (che mi odia, come immaginavo sarebbe accaduto, prima o poi). Dovrei scrivere, ma ho testa solo per quello che mi pare. Come sempre non so comandare i miei pensieri, non li controllo, io, proprio io che voglio sempre controllare tutto (fallendo, fallendo, fallendo).

Insomma, è l’egoismo, oggi, che mi prende i pensieri.

Ho risposto in un commento di quanto egoismo ci sia nei rapporti d’amore (più o meno parlavo di questo), ma oggi ho voluto indagare, sviscerare, che non lo faccio sempre, ma a volte mi capita, specie se ci devo ragionare, farmi le seghe mentali?, fa lo stesso, tanto sul pensiero non ho controllo, era nelle premesse.

Quindi leggo sulla Treccani: Atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di sé stesso, del proprio benessere e della propria utilità, tendendo a escludere chiunque altro dalla partecipazione ai beni materiali o spirituali ch’egli possiede e a cui è gelosamente attaccato.

Ecco, c’è scritto che è un atteggiamento, quindi, sempre da definizione: Comportamento assunto da una persona o da una collettività in una determinata circostanza o nei riguardi di altre persone e collettività, o anche rispetto a fatti, dottrine, problemi. Semplifico e riporto nello specifico: Comportamento assunto da una persona nei riguardi di altre persone.

Faccio 2+2, ma siccome in matematica sono una capra (Sgarbi approverebbe) ci sta che sbagli: l’egoismo può essere saltuario (in una determinata circostanza) o perenne.

Per quanto riguarda l’amore invece definiamo così: Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia.

Quindi Amore Egoista sembrerebbe chiaramente un ossimoro. O è Amore o è Egoismo.

Ma torno alla definizione di egoismo. C’è un avverbio che mi ha particolarmente colpito: unicamente. Che significa, sempre Treccani, che mi piace molto, ma è una cosa che mi viene dall’infanzia, esclusivamente. Quindi l’altro, nell’egoismo, non è contemplato. Si può essere egoisti quindi se si vuole il bene dell’altro per personale benessere?

La definizione lo esclude a priori. Quindi no. Non c’è l’Amore Egoista. Sennò non è Amore.

(Piccola parentesi: il fatto che io stia definendo l’Amore, che in particolare riferisco all’Amore filiale, come dicevo nel commento sopra citato, mi inquieta assai. Mi sono persa in questa cosa per anni. Definire l’Amore. Poi certo, Little Boss c’era anche prima, ma io tendevo a differenziare l’Amore filiale dall’Amore per l’altro, dall’Amore per un’amica, Ale per esempio. In realtà mi trovo a provare sensazioni molto simili per tutti e tre i tipi di Amore. Cambiano alcuni parametri, ma che non hanno a che fare con il sentimento in quanto tale, ma con la relazione che intercorre. Della serie: io amo così. E questo, diamine, questo, per me è tanto tanto importante. Capirlo, dico. Il mio specchio è sempre più nitido. Poi può non piacermi, ma mi riconosco sempre di più…).

Ma il discorso non può concludersi così, certo, perché la logica ci aiuta, ma non ci risolve mai tutto tutto. Perché sennò ci riduciamo a dialettica pura, e noi non siamo solo dialettica. Siamo un sacco di cose.

In Amore bisogna pensare anche a se stessi. Che non significa però, come da definizione, essere egoisti. Forse qui incorre l’errore. Che è solo di definizione, come ho detto, ma qualcuno mi dice che è importante definire bene, farsi capire eccetera. Anche qualcuno di voi si è lanciato a dirmelo. E io ok, recepisco i messaggi. Li inoltro, diciamo così, magari ho la connessione lenta, si può dire, e ci mettono un po’ ad arrivare, come certe consegne SDA. Ma scopro, rileggendo libri che non leggevo da un po’ e che non ricordo di aver letto, che alcuni messaggi li incamero. E restano miei. Un po’ come studiare le poesie alle elementari: il sabato del villaggio ti resta per la vita.

E quindi cosa? Vediamo se scrivendo qui mi resta questo, di concetto, questa cosa mia, che oggi ho deciso di pensare.

Non c’è Egoismo nell’Amore.

Nell’Amore c’è l’Amore. Stop.

(Cavolo quanto sono categorica stasera… mi faccio paura da sola…)

Scrivere

post 114

 

 

Quello che vorrei sarebbe lavorare stasera. Il lavoro vero, quello non pagato.

Sul concetto del lavoro ho dovuto pensare tanto e la mia Psi è stata la protagonista di questa piccola evoluzione.

Qualche anno fa, quando Little Boss era piccola, ma non più così piccola da dover ricevere le mie attenzioni notte e giorno, mi sono trovata improvvisamente disoccupata. È il destino delle mamme a tempo pieno, di tutte: il bambino quando è piccolo ha bisogno del tuo latte, dei pannolini, di giocare, del bagnetto, di essere cullato. E di tante altre cose. Ma poi arriva il momento in cui va all’asilo. E la mamma a tempo pieno, beh, si trova dopo un po’ ad avere tanto tempo libero.

Io lavoravo, al tempo, ma di tempo libero me ne sono ritrovata comunque in mano più del necessario. Leggevo tantissimo. E ovunque, in qualsiasi condizione. Avevo proprio fame, in quel periodo, fame di parole, e così compravo o prendevo in prestito di tutto, non selezionavo nulla, leggevo e basta, nella speranza di placare quell’ingordigia.

Fu così che mi trovai tra le mani un libro di Spaarks. Beh, è a quel libro che tocca la colpa del mio provare a scribacchiare. Appena lo finii pensai subito: una cazzata così sono capace di scriverla anche io, ma in realtà il mio pensiero andò quasi subito più in profondità: non trovo nulla, da tanto, che mi plachi quella fame. Forse potrei provare a scriverlo io.

Ho iniziato così: un po’ per gioco, un po’ per sfida, un po’ per disoccupazione. E così sono andata avanti per qualche mese, credo, non tantissimo, facciamo dalla primavera all’estate.

Ma poi ho iniziato a leggere davveroquello che stavo scrivendo. Mica tutto, eh, solo qualche parte, solo qualche racconto. C’era tanta tristezza. Un amico notò, poi, che c’erano un sacco di donne che soffrivano, nei miei racconti (le ho spesso: uccise, fatte picchiare, ammalare, torturare, rese bulimiche, nevrotiche, borderline, masochiste, sadiche, assassine…una bella lista).

Le cose quindi sono cambiate. E scrivere smise di diventare un gioco: era già una necessità.

Con il tempo lo diventò sempre di più. Era l’unico posto dove mi sentivo completamente io, mi riconoscevo allo specchio, insomma. Era una bella sensazione, a volte. Altre invece prendevo coscienza di lati di me che non sospettavo.

All’inizio provai a coinvolgere il mio ex: le piccole premiazioni, per me, erano un buon sistema. Lui da una parte sembrava contento, dall’altra invece …beh, invece no. Osteggiava. E osteggiava nel modo peggiore, con il silenzio.

Potrei dire altre mille cose su questo argomento specifico, ma sarebbero cose noiose e avulse da ciò che voglio dire stasera.

Il suo atteggiamento nei confronti della mia scrittura però cambiava anche il mio stesso rapporto con essa: iniziai a sentirmi in colpa per il fatto di farlo, come se stessi rubando del tempo a qualcuno. L’appagamento scemava e il senso di colpa saliva.

Ma siccome sono Ostinata ENevrotica, non smisi di scrivere, anzi. Rincarai la dose. Volevo di più. Volevo scrivere meglio. E di cose che mi importavano. Ma, soprattutto, meglio. Lo volevo quell’obiettivo che mi ero prefissa all’inizio, scrivere qualcosa che io volessi leggere.

E, ovvio, facevo tutto questo con immensa sofferenza.

È stato in questo momento che la mia Psi mi liberò dal peso spiegandomi che il lavoronon può essere considerato solo quello che ti dà la pagnotta in fondo al mese. Tutto ciò che impegna la tua energia per un fine specifico è lavoro. Banale, no? Bastava guadare sul dizionario. O ricordarsi che quando avevo 13 anni i miei genitori mi dicevano, con fare di rimprovero: vai a scuola e studia, è quello il tuo lavoro. Eppure…

Eppure questo concetto, da quel momento, non mi ha più abbandonato.

E quindi il mio lavoro, quello vero, è questo, scrivere. E il mio fine è stare bene, di nuovo, capire (me, il mondo), dare un nuovo punto di vista (a me, al mondo), forse anche restare (per me, per il mondo).

Quindi, ora che mi sono scaldata, vado.

Scrivo.

Sorellanza

post 113

 

Oggi ho questa specie di frenesia: ho bisogno di parlare con Ale.

La mia dolce amica del Sottosopra, l’addestratrice di fate e folletti che se ne sta in mezzo ai boschi.

Ma non messaggi, telefono: proprio della sua presenza fisica, ho bisogno. Avrei bisogno. Condizionaliamola, sta frase.

Mi manca terribilmente e parlare di lei me la fa mancare ancora di più. Siamo fatti così, è vero, ci si abitua a tutto, alla fine, anche all’assenza, ma mica sempre, eh. Mica sempre. E quando mi succedono cose strane, cose che non capisco e che so che lei invece può sbrogliare, perché lei è bravissima a sbrogliare le cose ingarbugliate, ha proprio il dono dello sbrogliamento, allora la sua assenza pesa come un macigno. Perché la sua capacità è anche quella di sapere quale strada percorrere per riportare tutto alla realtà, tutto qui, sulla terra. Senza di lei, mi sono resa conto, sono un po’ più alla deriva, mi manca una parte, la parte che mi guarda da fuori, che mi conosce, che percepisce i cambiamenti e sa quali sono veri e quali mi passeranno. È come un gancio. E io oggi mi sento sganciata.

Perché nonostante tutto il mio impegno, tutto il mio dannato studiare, leggere, capire, analizzare, auto analizzare, scrivere eccetera, a volte manco di senso pratico (ma è esattamente questo? Senso pratico? Non so, forse è altro, qualcosa che è legato ai piedi per terra, sì, ma … non lo so, se mi viene il concetto giusto prima di terminare correggerò).

E lei è quella cosa lì, tra le altre mille.

E so, lo so, che sta lassù tra i boschi per salvarsi la pelle, so, lo so che questa è la sua vita e la sua scelta, so, lo so che sono felice che lei stia cercando la sua strada, ma so anche, lo so, che mi manca e alla fine un po’ egoisti lo siamo, noi bipedi.

In questa vita lunare, la nuova vita dopo quella vecchia, le cose si stanno assestando. No, non è vero, non sono le cose, sono io che mi sto assestando. Ho ripreso dei ritmi, ho stabilito obiettivi, mi ci sono voluti anni, ecco, quando dico che riesco a riconoscermi allo specchio, ora, sto dicendo anche questo. So cosa voglio, so dove voglio andare e, nonostante i mille problemi, le difficoltà, i cambiamenti, le instabilità, io sono stabile. O meglio, mi sento stabile. Sento che posso contare su di me, il che non è poco. E ho un sacco di amici, in questa vita lunare, veri, sinceri, vicini in molti modi. E sento che posso contare anche su di loro, sulla mia rete di salvataggio (e spero che loro contino su di me allo stesso modo, ovvio).

Quindi sto bene. E negli ultimi tempi sto ancora meglio grazie a un tizio che viene dal Giappone.

Non mi manca Ale perché sono sola. Mi manca Ale perché è una parte di me.

Ci sono poche cose come la sorellanza.

La vita va sorrisa

post 112

 

Lunedì, giorno di festa, mi sveglio intorpidita, ma con una strana (per me) sensazione di relax. Quante cose accadono in tre giorni, penso.

Ho notato che l’universo desidera che io abbia delle overdose di felicitàdi recente, e così mi manda lo Shogun a sorpresa insieme alla mail di un’altra rivista che pubblicherà un altro mio racconto i primi di Aprile. Una diversa versione della Teoria dell’Universo dice che è il mio momento (devi sfruttarlo). Un’altra ancora dice che lo Shogun porta fortuna. Fatto sta che io ho ricevuto in regalo tanta bellezza, di nuovo, e mi dico, Beh, Moon, goditela finché dura. Che già lo sai che le seghe mentali sono sempre in agguato, nonostante tu abbia coscienza che sono seghe mentali. E infatti ho rispolverato un libercolo di un certo G.C.Giacobbe giusto per ricordarmi come sono fatte, le seghe mentali, e tentare di smantellarle sul nascere. Il libercolo mi è utile ai fini pratici, ma va detto che lo avevo già letto, capito e accettato. E poi nulla, come se non fossi del tutto io a comandare il cervello. Una sensazione frustrante. Un po’ come il film di Black Mirror su Netflix, Bandersnatch: tu sei consapevole che non vuoi fare una cosa, sai anche perché non la vuoi fare, ma poi la fai. Frustrante, ripeto. Mi fa pensare che l’evoluzione stia facendo un passo indietro con me.

In ogni caso ho creato una Parola d’Ordine (P.O.) che da qui in avanti utilizzerò nei momenti di sega mentale più acuti, quelli in cui il panico dilaga e la razionalità fa il dito medio.

Con tutti questi accorgimenti pratici mi sento più tranquilla, ma ancora poco evoluta, va detto, dove poco evoluta va letto come: un po’ stupida e un po’ paranoica.

Pensando alla paranoia, mi viene in mente la nervosi e beh, sì, lo sono, lo sono, nevrotica, rientra proprio nel mio nome/acronimo, quindi TDL ci aveva visto lungo (su questo).

Ma il punto di questa giornata non è la mia (conosciuta) nevrosi, né le mie (conosciute) seghe mentali, quanto piuttosto al mio rinnovato desiderio di cambiare queste due cose. Non si possono fare miracoli, certo, ma si può arginare con P.O. e qualche accorgimento razionale.

Ad esempio, perché andare a cercare guai? Spiego: quando stai particolarmente bene, come io oggi dopo la tre giorni di felicità, hai l’irrazionale pensiero che tutto può andare nel verso giusto solo perché tu sei felice. Il che a volte è vero (è una questione di relazione all’interno della comunicazione, di atteggiamento nei confronti dell’altro), ma non lo è necessariamente. Quindi ti prende quell’euforia da Risolvo hic et nunc tutti i miei conflitti con gli altri, perché ora sto bene e posso affrontare anche una discussione dolorosa, magari.

Stronzate.

Perché, mi dico, andare ora in cerca di guai?

Forse è il mio (latente?) masochismo che mi fa fare certi pensieri. Al masochismo ci sto lavorando, anche quello con P.O. e altro. Per la risoluzione dei conflitti, ogni cosa a suo tempo, non forzare la mano.

E ricorda il mantra del giorno:

la vita va sorrisa.

Quintalogo per il nervosismo (di Moon)

post 111

 

 

Come farsi passare il nervosismo:

1)Torna a casa, prima di tutto.

Se insisti a restare a lavoro chiacchierando su cosa non va nella tua vita non risolvi nella. Lo sfogo (lo hai capito trilionidi anni fa) non ti fa stare meglio. Anzi, mette il focus su quello che non va, quindi ti fa stare peggio. Anzi, more, dovresti divulgare questo tuo Punto Di Vista (PDV), potrebbe fare comodo a qualche spostato come te.

2)Fai una doccia.

L’acqua è il tuo elemento, lo sai, non è che ci fai l’amore con l’acqua, ma riesce sempre a calmarti. Sarà il calore, e tu di calore ne hai bisogno sempre, forse è proprio un fatto biologico, ti hanno sempre detto che sei calda, hai una temperatura alta, quindi senti spesso il freddo. E il caldo ti fa stare bene. E poi c’è quella sensazione di lavarti di dosso la giornata, le incomprensioni, i brutti momenti, dove sei quasi caduta, ma no, non l’hai fatto del tutto. Questa te l’ha regalata tua nonna, che credeva si potesse lavare tutto, anche la colpa, a suon di candeggina.

3)Metti la crema profumata.

Cose da donne, diranno alcuni. Una cosa che mi fa stare bene, annusare qualcosa che conosco, è come essere a casa, ho bisogno dell’olfatto per sentirmi a casa. Potrei spalmarmi di caffè, perché non c’è nulla come il profumo della moka che mi fa più casa. Ma ok anche l’Iris. Basta che non sia il Muschio bianco. E su questo ho già scritto (ma non qui).

4)Togli le tazze della colazione dal lavello.

Anche perché si tratta di migrarle di venti centimetri, dal lavello alla Schiava. Non è proprio una gran fatica.

Nulla mi urta di più della mianegligenza. Non fare le cose che so che dovrei fare mi mette un sacco di meno (-)all’Ego. In modo del tutto fantascientifico non mi curo quasi mai della negligenza degli altri. Altrimenti avrei già decapitato Little Boss…

5)Scrivi il secondo capitolo.

Nulla, in assoluto, mi fa bene come scrivere. Meglio di mangiare, di bere, del sesso (eh, sì). Scrivere mi rende la tizia che allo specchio si riconosce. Quindi aver scritto il capitolo 2 di una storia che ho in testa e funziona mi sento vincente. Sono un po’ come Michael J. Foxin Voglia di vincere. La scena con il padre dove dice: Io ho una gran voglia di vincere. Io pure. Ho voglia di vincere da quando ho memoria. Solo che con il tempo la voglia di vincere si è ridimensionata, va detto.

 

E quindi ecco qui che il nervosismo sta scomparendo. Mi sono rilassata. E oggi al corso i miei ragazzisono riusciti a inventare un pre dinner degno del nome, e con entusiasmo, e ciò significa che hanno recepito le lezioni. Credo glielo farò mettere nel menù, dobbiamo trovare un nome adatto.

Lancio un mini sondaggio.

Qualcuno ha voglia di rispondere? Il cocktail è composto da un Gordon’s premium pink gin (aroma frutti rossi), Martini Dry e succo di mirtillo. Sì, lo so, è una rivisitazione del Cocktail Martini. Insomma, se l’ha fatto Hemingway, però, possiamo farlo pure noi, eh. È leggermente abboccato, ma prevalentemente secco. Limpido, perché il succo di mirtillo si deposita sul fondo.

Lo so, lo so, è roba da esperti di bevute. E se avevo fatto una foto era meglio.

Ma si fa per giocare, no?

Corpo, cuore e sabotaggio

post 110

 

Ieri sera prima di dormire pensavo.

Beh, mica una novità, pensare, ma insomma, diciamo che pensavo intensamente. Era l’energia che mi aveva dato aver iniziato già (di già!) il romanzo, che lo sento bene, che sta funzionando. Paura? A bestia! Ma non mi ripeto.

Insomma, pensavo al sesso. Prima di dormire, al buio, sotto le coperte, ci sta.

E mi è venuto in mente un episodio di quando avevo 16, forse 17 anni. Una cosa che avevo cancellato. Del tutto. Come diavolo funziona la memoria? Terribile questa selettività, no? Insomma, sta cosa credo di non averla mai raccontata nemmeno a Ale, e io e Ale ci siamo dette una vagonata di cose. Magari poi la sento e le chiedo, se gliela ho raccontata. Perché è saltata fuori dalla mia testa così, come un sogno, non come un ricordo. Eppure lo è, un ricordo. Ne sono certa.

Dicevo, avevo quell’età lì. Mi ero appena mollata con il primo ragazzo con cui ero andata a letto, una relazione a distanza che non funzionava perché lui era il Tipo Duroe io invece facevo solo finta di esserlo. E lui questa cosa l’ha annusata e mi ha mollato. O io ho mollato lui? Non ricordo, sul serio. So solo che io non ci stavo bene. Questo lo ricordo perfettamente. Ma uscivo, eccome, anzi, avevo un amico, Giorgio, un darkettone con i segni delle lamette sui polsi, che tutti dicevano che voleva fare il triste anche se non lo era, ma in realtà no, in realtà non lo era affatto triste, tutt’altro, era divertente, ci divertivamo, ecco, ci divertivamo molto, parlavamo molto, veniva a casa mia, quando non c’erano i miei ci cucinavamo qualcosa, guardavamo la tv, insomma, amici, nessuna pretesa sessuale da lui, e io non me la aspettavo.

Poi un pomeriggio accadde una cosa.

16, 17 anni. Appena provato il sesso. Ormoni in delirio. Insomma, ci ho provato io, con lui. E lui ovvio non si è tirato indietro, siamo andati in camera mia, ci siamo spogliati, ma proprio nell’istante esatto in cui tutto doveva iniziare io ho iniziato a piangere. Ma non piangere poco, piangere a dirotto. Inconsolabile.

Il mio povero amico ha provato a parlare, capire, consolare, ricordo che poi uscimmo e mi comprò un gelato. Ma poi ci siamo visti sempre meno. Imbarazzata io, stufo lui, forse. Oppure la vita ci ha portato in luoghi diversi, chi lo sa.

E ecco ieri sera pensavo a questa cosa, del tutto rimossa, e al perché è successa, perché ho pianto. Oltre al fatto del perché mi sia venuta in mente ora.

E nulla. Tabula rasa. Nessuna spiegazione.

Pensavo che scriverne portasse a qualcosa, ma stasera mi sa che sono scarica, il vento di oggi mi ha prosciugato il cervello, le seghe mentali pure e io mi sento un pulcino che è stato tutto il giorno sotto la pioggia. Ma per sua volontà. Chi è causa del suo mal…

L’unica cosa che posso dirmi è che se il corpo ha le sue necessità (il mio corpo, per l’esattezza), al cuore non gliene frega un cazzo proprio. E fa sabotaggio.

Per ora mi basta questa spiegazione.

Sul sabotaggio sono una vera maestra, va detto. Altro che corso per barman.