T.D.B: il pagamento

Sono nella classica posizione della fancazzista: colazione alle otto e mezzo, lettura dei quotidiani, una mattinata che prevede quello che di solito le donne amano ma io no: cucinare e pulire. Non giudicate: ho scritto di solito. O forse il mio ultimo modello rimasto è mia madre, classe ’51. 

Comunque, in questa splendida mattina uggiosa e umida di fine novembre, in un giorno di ferie del tutto inatteso (di recente mi danno le ferie e spot, il mercoledì, poi giovedì lavoro, un venerdì, sabato e domenica lavoro, cose così), mi appresto a parlarvi del lavoro, con un’altra incredibile puntata di Tipi da bar(T.D.B.)

IL PAGAMENTO

IL Cliente Generoso

(Arriva alla cassa signora di una certa età)

Io: sono due euro e quaranta centesimi

C.G.: Vuole la moneta?

Io: Magari, signora! Abbiamo sempre bisogno di spiccioli!

(C.G. tira fuori il portamonete che pesa due chili)

C.G: Un attimo, eh, che senza gli occhiali… aspetti che li cerco, devono essere proprio qui…

(Io attendo, la fila alla cassa si ispessisce)

C.G: Dieci, venti… questi sono cinque centesimi? (Guarda alla luce e li gira venti volte. Qualcuno dietro di lei la scavalca e mi dice: il resto me lo dai domani eh!)

C.G: Un euro, un euro e due centesimi…

(Io torno a servire altri clienti)

Dopo trenta minuti

C.G: ci siamo! Due euro e quaranta! 

(Io guardo basita il mucchio di monete rossicce vicino alla cassa)

C.G: Li riconti, forza! Che io non ci vedo eh!

Il Cliente Furtivo

C.F: Pago un caffè

Io: un euro e dieci

C.F: ho solo cinquanta euro…

Io: vabbè, le cambio

(Metto il foglio dentro la nostra macchinetta/rivelatore di soldi falsi: suona. La ripasso. Suona. La ripasso. Suona)

C.F: Non li prende?

Io: a volte lo fa, ci vuole un po’ di tempo…

C.F: va bene, guardi, ho trovato le monete. Grazie, arrivederci.

Io: hum….

Il Cliente del Pagato

C.P: allora pago per me e per il Necci

Io: e chi è il Necci? 

C.P: ma dai, quel signore alto, capelli neri, che guida la panda bianca

Io: qui dentro ci viene a piedi…

C.P: Quello che lavora nella ditta X. Insieme al Bianchi.

Io: e chi è il Bianchi? 

C.P: capelli grigi, porta un piumino, ha il furgone … 

Io: …

C.P: sai che ti dico? Lascio la colazione pagata anche al Bianchi!

Il Cliente che Vuole Regali

C.V.R: Ero al tavolo tre de ristorante, quanto spendo?

Io: quindici euro. Serve la fattura o va bene uno scontrino?

C.V.R: anche nulla, per me può non farlo (ammicca)

Io: io li devo fare, sa? 

C.V.R. paga e chiede: mi versi una grappa?

Io: ecco, sono tre e cinquanta

C.V.R: ma come, ho speso quindici euro e non mi regali neanche una grappa? 

Io: …

Il Cliente Scordone

C.S: ho preso un caffè e una pasta

Io: Due e venti. Grazie, arrivederci

C.S. (mentre sta andando via) ah, mi potrebbe dare anche una brioche da portare via? 

Io: certo, come? 

C.S: alla crema. No, aspetti, alla cioccolata ce l’ha? 

Io: le ho entrambe.

C.S: alla crema. Quant’è?

Io: uno e dieci. Grazie, buona giornata

C.S: (mentre sta uscendo) ma mi dia anche quella alla cioccolata! Le devo? 

Io: sempre uno e dieci. Grazie, arrivederci

C.S: mi scusi, eh, le ho fatto fare tre scontrini. È che mi sono dimenticata che ho i nipoti a casa e…

Io: si figuri, a presto

C.S: (mentre sta andando via) mi scusi…mi incarta anche un panino al tonno? Quant’è? 

E per finire… un classico: il Cliente Taccagno

C.T: una pasta e un cappuccino di soia

Io: Due e settanta

C.T: come due e settanta? Ho sempre speso due e cinquanta

Io: sì, ma il cappuccino che beveva prima era normale, questo è di soia. Costa venti centesimi in più

C.T: accidenti. Come siete cari. Nel bar di fronte spendo meno, eh. 

Io: (Esatto: mi trattengo dal dire che può tranquillamente andare nel bar di fronte: non ci mancherà) Mi dispiace signora, i prezzi sono questi e sono esposti

(C.T. esce borbottando che non torna più. Quei venti centesimi per la colazione al bar dovevano essere proprio fuori budget)

E ora la mia lavatrice è finita e vado a sistemare il bucato. Se siete uno di questi T.D.B. fatemelo sapere: non vi dirò mai dove lavoro!

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The playlist

Alla fine ci sono riuscita e mi sono presa, dopo settimane, un giorno e mezzo di ferie vere. Ferie che significano non dover fare nulla, ma scegliere cosa fare. Un lusso. Quindi ieri pomeriggio, dopo un pranzo tardivo con un panino, decido di accendere Netflix per addormentarmi sulla prima cosa che capita. E così faccio: scelgo la prima cosa che mi visualizza, senza neanche guardare cosa è. È una miniserie, vedo in alto. Inizia e noto che non è una serie americana. C’è questo ragazzetto bruttoccio (mi perdoni, ma il taglio di capelli non si può vedere)che fa l’informatico ed è super bravo, a detta pure dei suoi capi che gli fanno il culo perché vuole hackerare Google. E insomma il ragazzetto lascia il lavoro e si mette in proprio, sviluppa un programma di advertising rivoluzionario, lo vende per dieci milioni a una compagnia di giovani soci e si gode i suoi bei soldi comprando Ferrari e Rolex. Inizio carino, recitato in modo degno e magistralmente diretto, fermo e leggo: Svezia. Interessante. Io che, fino a qualche anno fa non mi discostavo dagli Usa per le serie tv e i film in questi anno sto scoprendo nuove realtà: Dark (Germania) e ora 1899 (stesso autore), The rain (Danimarca), Osmosis (Francia), Unorthodox (Germania) eccetera. Questa in particolare la apprezzo molto perché parla di un mio vecchio amore: Spoty. Ed è proprio sulla nascita di Spotify che si basa questa serie, dalla sua ideazione a carico di Daniel Ek (il giovane programmatore con i capelli brutti), alla sua realizzazione passando per le inevitabili difficoltà causate dall’industria musicale. Ma cos’è Spotify? Beh, qualcuno ricorderà The pirate bay. Io sì perché lo usavo moltissimo. Quando l’ho scoperto, nei primi anni 2000, scaricavo tantissimo e un po’ di tutto, compresi quegli album che avevo già fisicamente, ma che non potevo mettere sul mio lettore Mp3 (li ricordate? Esisteranno ancora?). e io, con il lettore Mp3, ci stavo tutto il giorno in pratica: una cuffietta sì e una no in ogni occasione: mentre lavavo i piatti, mentre facevo la spesa, mentre lavoravo, la musica in quel periodo era parte integrante della mia vita. Ma in effetti Il pirata aveva delle magagne: per scaricare ci voleva un po’, alcuni file erano corrotti… comunque in mancanza di meglio marito vecchio, giusto? Ma il nostro amico bruttoccio invece ha l’idea del secolo: un infinito jukebox on line, con tutte le canzoni del mondo, in streaming, senza doverle scaricare, quindi, legale e gratuito. Certo, un azzardo, ma dovete pensare al tempo: allora in Svezia andava avanti il processo contro Il pirata e beh, la Sony svezia stava perdendo milioni di corone ogni anno a causa loro. E il processo, invece di fermarlo, rendeva Il pirata ancora più forte e capillare. Daniel propone la soluzione per salvare capra e cavoli, anche se gli occorrerà un po’ meno idealismo e un po’ più concretezza da parte del suo legale, Petra, per arrivare al successo planetario. E proposito di Petra: cavolo se la adoro! Insomma, come va a finire The playlist lo sappiamo tutti e lo ascoltiamo ogni giorno. Perfino io, dopo anni di Spoty gratis, mi sono lasciata convincere a passare al Premium, trovandolo davvero eccezionale, devo dire. 

Ve la consiglio, sono solo 6 episodi. 

E alzi la mano chi sapeva che Spoty è un’invenzione svedese! Accidenti a me, cresciuta negli anni ’80 e sovrastata dal fascino dell’America. 

Ma c’è sempre tempo per cambiare…

LG, Lavora e Godo

Prima o poi questo momento arriva per tutti. 

È difficile, doloroso, faticoso, ma inevitabile. 

Arriva il giorno in cui sei costretto a cambiare la lavatrice.

Non che quella di prima non funzionasse, intendiamoci. Oltretutto neanche mia, era, ma della mia proprietaria di casa (stavo per scrivere padrona di casa, ma poi mi suonava un po’ Via col vento e mi sono chiesta che razza di educazione mi hanno dato i miei se mi viene padrona come prima parola), una Beko di chissà che anno e che fin dal primo giorno ho creduto impossessata dal demonio. Forse da qualche parte l’ho scritto anche qui, su questo blog, che mi faceva paura quando faceva la centrifuga (tutta una vibrazione e un rumore assordante). Comunque è stata con me per quasi due anni, ha lavato, mi ha spaventato e alla fine mi ci ero pure abituata, a lei. Solo che poi ha iniziato a perdere acqua dalla vaschetta. Chiamo il tecnico (detta così sembra pure una cosa seria, in realtà il tecnico è un ometto in pensione che sta qui vicino e sostituisce le cinghie delle lavatrici per 5 euro)e lui mi dice di provare a rialzarla sul davanti, che forse è in pendenza. Ci provo, ma il risultato è scarso. Torna e dice che il calcare forse ha ostruito i buchetti dai quali arriva l’acqua nella vaschetta (avranno anche un nome tecnico, ma a me piace dire i buchetti) e che andrebbe smontata. Mi fa capire chiaramente che non ne avrebbe tanta voglia (eccicredo, lavora più ora con lavatrici e phon che prima, credo non sia capace di dire di no). Abbozzo e rifletto: la lavatrice è obbligatoriamente posta accanto al divano che è davanti alla televisione, ergo non è possibile guardare la televisione se lei va; inoltre è impossibile andare a letto e dormire, se lei va; infine, se la metto in moto la mattina presto, prima di uscire, Baffo, il tizio che sta sopra di me, potrebbe accogliermi a casa con il fucile. Restano pochi momenti della giornata in cui posso metterla in moto. E devo ricordarmi di metterci uno straccio sotto, sennò sparge acqua ovunque. Potrei farla sistemare (magari sono i cuscinetti da cambiare e i buchetti da pulire), ma dovrei chiamare un vero tecnico (costo chiamata almeno 40 euro, più i ricambi) oppure portarla a un centro assistenza (rottura di palle di stare senza lavatrice eccetera più il costo della riparazione). Tutto per un oggetto che neanche è mio. Io e l’Amico Speciale ci guardiamo, io dico che a fine mese mi rientrano dei soldi e che quindi posso pure permettermi una lavatrice con un display, il motore inveter, l’auto pulizia del cestello e il programma vapore che uccide i batteri al 99,9% (intanto ho fatto delle ricerche, sì). Lui si alza dal divano e dice: andiamo a comprarla ora. Perché a lui il solo pensiero di avere un nuovo giocattolino per casa lo risveglia da ogni torpore. Chiamo la proprietaria, le comunico il mio nuovo acquisto e scendiamo a valle per arrivare al negozio. Entro e alla commessa chiedo tutte le caratteristiche che ho studiato. Faccio presto a scegliere la mia nuova collaboratrice domestica, due secondi dopo usciamo con una nuovissima LG caricata a forza su Winny. Sono le sei di sera e provo a preporre all’Amico Speciale di installarla il giorno dopo… figuriamoci! Chiama al volo il suo amico, che ormai è la terza lavatrice che installa per me in un anno (prima da mio padre, poi da mia madre e ora da me), tanto che ormai il suo nuovo soprannome è Candy. Tolgono la vecchia, mettono la nuova e la proviamo subito. Come due bambini. Quando fa la centrifuga sono così commossa che le faccio un video. È talmente silenziosa che mi sorge il dubbio che lavi davvero. 

E ora come la chiamiamo?, dice l’Amico Speciale. 

Semplice, Lavora e Godo! Lei lavora, io godo.

È il primo acronimo al contrario di questo blog. 

A tuttora mi chiedo perché non lo abbia fatto prima, a volte migliorare la propria vita è un attimo ( e 500 euro, ok, ma sono soldi ben spesi quando non ti devi rompere le palle ogni santo giorno).

E ora, se volete scusarmi, vado a fare la lavatrice, beandomi dei suoi suonetti deliziosi in accensione e spegnimento. 

Il mistero del bonus luce e gas

Beh, in questi mesi sono successe molte cose, non solo a me, ovvio, ma al mondo. Una guerra, una crisi energetica, un nuovo governo. 

Per la crisi energetica ci aveva pensato già il vecchio, di governo, alzando il tetto Isee per il bonus sociale luce e gas. Io sono stata fortunata, questo sarebbe stato il primo anno, altrimenti, in cui non ci sarei rientrata. Tutto automatico in bolletta. A inizio anno ho una compagnia un po’ di nicchia, localissima, che avevo scelto perché uno degli agenti era mio amico e potevo chiamare direttamente lui per ogni cosa. Ma lui poi ha mollato il lavoro, non hanno un’app per monitorare le bollette e le scadenze, il sito è legnoso, insomma, decido di cambiare e passare a Enel. Di nuovo. A giugno c’è il passaggio e vedo che la vecchia compagnia mi deve dei soldi. Ho pagato troppo? Boh, ci sta… vado a controllare e beh… facendo un conto sommario mi vengono delle bollette in linea rispetto alla media di questo appartamento. Considerando però che non siamo più in due in questa casa, ma in tre, i consumi avrebbero dovuto aumentare, anche senza aumenti. Ma vabbè, mi dico: effetto degli aiuti del governo. Ottima cosa, non mi lamento. Lascio perdere, richiedo il rimorso tramite mail e quelli me lo accreditano dopo poco.  

Quando arriva la prima bolletta della luce da parte di Enel il bonus sociale non c’è. È una bolletta cicciotta, ma, di nuovo, in linea con i consumi reali. Insomma, c’è una crisi, è aumentato il costo dell’energia, una volta ho fatto il pieno alla mia utilitaria e ho speso 90 euro, questo aumento mi pare dovuto, visto quanto se ne parla. Comunque chiamo Enel per sapere perché non c’è il bonus. Una signorina gentile mi dice che per aggiornare i sistemi ci vuole un po’ di tempo. Ok, rispondo. Se nella prossima bolletta ancora non c’è ci richiamiVa bene, e riattacco. 

Anche nella bolletta successiva il bonus non c’è. Più o meno lo stesso importo della precedente, tutto in linea, quindi. Richiamo, come mi ha detto la signorina gentile. Ma al telefono c’è un’altra signorina, la signorina scortese che mi aggredisce dicendo che è inutile chiamare, il sistema si aggiorna da solo e poi il bonus verrà inserito in bolletta. Ok, rispondo, ho fatto solo quello che mi ha detto la sua collega. Lei bofonchia e mette giù. Mi sa che aveva avuto una serata poco felice…

Comunque attendo ancora e il bonus si materializza sulla bolletta del gas, che va a zero. Beh, insomma, è una bolletta di luglio e agosto, del gas. Direi che ci sta, se mi hanno riconosciuto il bonus che mancava. 

Ora, a Novembre, arriva la bolletta nuova sia luce che gas. 

I bonus ci sono. 

Pure troppo. 

Secondo i loro calcoli io da giugno ho speso facciamo 300 euro di luce (senza bonus) e loro me ne rimborsano 270… qualcosa non quadra… quella del gas è ancora meglio: da giugno ho pagato una sola bolletta di 70 euro (l’altra era a zero) e me ne rendono… 197!

Allora mi chiedo: cos’è che non ho capito? 

A me un aiuto va bene, ma qui mi si rende i soldi che non ho neanche speso!

E nulla, chiedendo in giro a chi usufruisce del bonus pare che sia l’unica con queste cifre folli.

E ora ho paura di una stangata…

Il potere della musica

Qualche tempo fa è stato il compleanno di Little Boss. Ho voluto regalarle un musical. 

Intendiamoci: io non sono un’appassionata di musical. Sì, ok, Greese in tv, al limite Sette spose per sette fratelli quando ero piccola, ma il musical non mi ha mai tirato. Lei, invece, è impazzita per il film Mamma mia! Ogni tanto se lo riguarda e canta insieme a Meryl Streep in camera sua. Così cerco e lo trovo a Firenze. Ottimo! 

È una domenica pomeriggio di novembre, non un giorno perfetto per me e il mio lavoro al Ristorante, ma per Little scalerei una montagna con le infradito. Chiedo all’Amico Speciale se vuole venire con noi. Lui mi guarda come se fossi impazzita mentre sgranocchia pistacchi sul divano. Poi si ricompone e dice: no, godetevela da sole questa giornatachissà quante occasioni avrete ancora per stare insieme, lei sta crescendo eccetera. Un gran paraculo, vero? ma ha ragione, la mia Little sta crescendo e mai come questo anno sento l’adolescenza che bussa alla sua porta: sta sempre fuori con gli amici (nuovi amici, ragazzi un po’ diversi da quella che era stata lei finora), studia poco, ha iniziato a fumare. La sua ultima richiesta è il patentino per il 125. La sento sempre più lontana e, come tutte le mamme paranoiche, sono preoccupata. Quindi sì, ok Amico Speciale, sebbene tu ti sia salvato dall’ennesimo evento tedioso che piace a me, stavolta te la passo perché ho voglia di una giornata da sola con lei. 

Chiedo il permesso di un’ora a lavoro per poter partire in tempo. Spettacolo alle 16.45. Dal mio Paesello a Firenze c’è un’ora e mezzo di macchina, ma il teatro è in centro e allora optiamo per il treno. Non guiderò in quel casino, sono abituata alle stradine di campagna deserte e sto invecchiando. La scelta del treno si rivela sublime: entrambe lo amiamo e entrambe adoriamo camminare in centro a Firenze. Arriviamo a teatro in tempo perfetto, abbiamo due posti invidiabili nel primo settore (mi sono costati un rene, ma cavolo se ho fatto bene!) e le luci si spengono.

Primo messaggio: niente riprese con i telefonini. Giusto. Questo spettacolo ve lo dovete godere dall’inizio alla fine, dovete farvi travolgere dall’energia. Di nuovo giusto.

Ed è così: appena Sophie inizia a cantare mi scendono le lacrime per l’emozione. È tutto stupendo, energico sul serio. Incredibili gli attori: Sabrina Marciano di sicuro la più brava, ma anche Ward, Muniz e Norcross (tra tutti quello che mi ha convinto meno), insomma risate e divertimento a valanghe. E durante la scena tra Sophie e Donna sento Little che mi stringe la mano. Mi volto e sta piangendo, commossa. Lacrima chiama lacrima… 

Il finale è incredibile: un grande karaoke a ritmo Abba, con tutte le cariatidi che avevano assistito in prima fila che ballavano e cantavano. Scroscio di applausi. Fine.

Restiamo basite sulle nostre poltroncine di velluto rosso. Poi il desiderio di andare in bagno ci fa muovere, per evitare la fila…

Riattraversiamo Firenze verso la stazione estasiate e canticchianti, scambiandoci commenti. Torniamo a casa tardi e sfinite, ma felici. In macchina, ovvio, ascoltiamo solo gli Abba. 

Beh, devo dire che lo facciamo ancora, di ascoltare gli Abba in macchina. E pensare che quando avevo l’età di Little e, come tappa del sabato pomeriggio, andavo al negozio di dischi per comprare un cd e guardavo tutti quei dischi alla lettera A, mi stupivo di quanti fossero e del fatto che no, non conoscevo le loro canzoni. Ma insomma, chi erano questi Abba? Per me è stato un po’ come per i Credence water revival: mai sentiti nominare fino a poco tempo fa, eppure chi non conosce Fortunate son o Have you ever seen the rain? 

E vi lascio con la canzone che non mi vuole uscire più dalla testa: l’Amico Speciale la chiama Ciupa Ciupa.

Super Truoper.

Moon, again

E così è passato un altro anno, quasi, e io ho messo di nuovo in pausa questo blog…

L’ho proprio sospeso, cancellando pure l’app dal telefono e tutto il resto.

Ho provato a dargli un. Articolo finale, il Gran Finale di un tempo che fu, della Moon blogger, ma non ci sono riuscita. Sapevo che prima o poi sarei tornata. 

Mi sono regalata un corso di scrittura alla Holden che mi ha fatto molto bene: ho imparato tante cose, ma soprattutto ho raddoppiato la mia autostima come scrittrice, il che è un bene no? Sì. E poi ho scritto il romanzo. L’ho scritto. L’ho finito. Un manoscritto per l’esattezza, 7 quaderni aspirale monocromo A5. Qualche pagina buona, qualche pagina pessima, altre da risistemare. Come primo romanzo dovrei esserne soddisfatta. Ora devo solo riscriverlo. Capire cosa non va e metterlo giù sul pc. 

Sì, sono stata brava, alla faccia di chi si loda si imbroda. E poi.

E poi la vita mi ha travolta di nuovo. Come il fiume in piena sulla passerella che ho sotto casa, mi ha investita, buttata giù nell’acqua e mi sono persa. Continuo a fare progetti su progetti (il mio ultimo? Studiare per un concorso in comune) e poi mi perdo. Non sui progetti, intendiamoci, ma perdo me stessa, chi sono. Perdo la mia identità. Mai come ora non so dirmi chi sono. 

Ed ecco che torna la scrittura. Torna perché mi deve aiutare, deve dirmi chi è Moon e non cosa vuole fare. 

E può farlo solo raccontando della vita. Mi piace questo blog. Mi piace pensarmi qui. Mi piace scrivere. Casuale. Con questa terribile mania paratattica che mi ritrovo. 

E quindi riparto. 

Senza censura. 

Tutte le cose belle hanno una fine

È con una guerra appena iniziata che tormenta i nostri animi dalle prime luci dell’alba che mi accingo a scrivere del mio terzo (e ultimo) giorno di ferie. Certo Putin poteva pure aspettare, evitando di farmi andare di traverso pure i ricordi. Certo che, se lo avessi scritto ieri come era in programma, tutto questo non lo avrei scritto e avrei dovuto inventarmi un altro prologo(altrettanto noioso) per iniziare questo articolo. Devo smettere di iniziare a scrivere inserendo prologhi inutili, perché non seguo il consiglio principe dei maestri della scrittura, In media res? Non lo so…scusate…

 E dopo la follia prefatoria: GIORNO 3!

Visto il risultato della partita del giorno precedente (Perugia 7- Moon e l’A.S. 0), decidiamo di dedicarci a qualcosa di diverso, meno chiesistico, e facciamo un salto veloce nelle Marche. Oplà! Ed eccoci alle grotte di Frasassi. 

Visto che io bevo la sua acqua, mi sembrava doveroso andare a vedere il posto, in questo modo bevo consapevolmente. 

Alle dieci e mezzo siamo già sul posto, c’è poca gente e ci mettiamo in fila per il biglietto. Sta partendo la prima navetta dal parcheggio e la tizia davanti a noi non trova il green pass, poi non ha la mascherina, insomma, una lagna, ma tanto noi non abbiamo fretta, guardiamo la scena divertiti. Il tizio davanti a noi invece scalpita, si vede, a un certo punto lo raggiunge una ragazza. Lui la guarda e fa, parecchio risentito: ‘A stronza! T’avevo detto di mandarmelo, il Green Pass! Io e l’A.S. ci guardiamo allibiti. La tizia lenta finalmente si toglie di torno, tocca al Nervosetto. , dice la bigliettaia, però la navetta parte ora, dovete prendere quella delle 11. Lui la manda a quel paese. Lei risponde incazzata che Non dovrete mica dirceli voi, gli orari! Lui si allontana borbottando, lei dice: ma guarda ‘sto stronzo.   

Tocca a noi.

Noi vogliamo la corsa delle 11, dice l’A.S. con un bel sorriso. 

Sfiorata la rissa, per tutto il giorno avrò l’A.S. che riderà di gusto dicendo: A stronza! T’avevo detto di mandarmelo, il Green Pass! E mi chiedo… se fa così in pubblico, cosa farà a casa?

Comunque ok, prendiamo la navetta e andiamo. Il corridoio per arrivare alle grotte è lungo e il cartello che dice Pavimento scivoloso ha ragione. Non andateci con un paio di scarpette della New balance come le mie: rischiate di rompervi l’osso del collo. 

Dentro è… wow. No, ma dico. Wow! Enorme, la basilica di San Francesco gli fa un baffo. Solo la prima sala potrebbe, ci dice la guida, contenere tutto il duomo di Milano. Le stalagmiti sono giganti (infatti così li chiamano) e la più grande è alta come un palazzo a sette piani. Non vi tedierò ripetendo quello che ci ha detto la guida (ma se potete cercate la storia della scoperta delle grotte, negli anni ’70, fatta da un gruppetto di giovanissimi ragazzi). Vi metto due foto…

I Giganti

Siccome le foto le faccio sempre io ( e si vede), non ci sono mai. Mia madre mi manda un messaggio risentito. Così mi convinco a farmi fare questa. 

Anche senza il mio pessimo tentativo di camuffamento, tra cappello e mascherina sarei comunque stata irriconoscibile

Usciti dalle grotte siamo estasiati. Decidiamo di tornare al parcheggio a piedi, senza navetta, tanto è solo un chilometro e mezzo e ormai siamo allenati (più o meno). Ma la fame ci colpisce a metà strada (e ti pareva!) così ci fermiamo in un ristorantino che prenderà la medaglia del Posto Migliore Dove Abbiamo Mangiato In Ferie. Un pasto marchigiano eccellente. 

Tornando verso l’albergo ci fermiamo a Gubbio, la città grigia. Che poi mica l’ho capito perché la chiamano così. C’è pure una funivia che conduce alla Basilica di sant’Ubaldo. 

Ci andiamo, ci andiamo?, dice l’A.S. come un bambino.

Col ca…, rispondo ferma. Ho avuto paura sulla Minimetro di Perugia, figurati una funivia!

Ci guardiamo la piazza grande, la fontana dei matti (ti puoi pure comprare un attestato fittizio di Matto ad honrem, io decido che fra tutti e due non abbiamo bisogno di dimostrare alcunché), scendiamo fino alla chiesa di San Francesco. Anche Gubbio ci prova fisicamente, siamo allo stremo.

La fontana di Moon e A.S.

Certo che a noi conviene andare a lavorare invece che fare le ferie, ci riposiamo di più, dice l’A.S. la sera in albergo. 

Beh, non ha torto. siccome ho sempre poco tempo (leggi SOLDI) per fare le ferie, allora le imposto in stile maratona. E meno male che tanti pranzi e cene li ha pagati l’A.S., sennò sarebbe stata una Maratona del Pidocchioso Affamato… 

Vorrei potervi raccontare dell’ultimo mistero irrisolto delle mie ferie, che comprende un uomo misterioso di mezza età, una giovane donna e tante sigarette, ma ve la risparmio, sono magnanima. 

Vi posso dire però che dopo una media di 15.000 passi il giorno, il giorno del rientro ho dato un’occhiata al mio telefono: solo 641 passi.

Però ho scritto un sacco, quel giorno!

Perugia, m’hai provocato…

Dopo aver fatto una doccia bollente e essermi spalmata l’acqua dei fiori di Spello (uno degli acquisti migliori degli ultimi anni), sono abbastanza zen da proseguire il racconto.

Quindi, GIORNO2!

Ora, io non sono particolarmente religiosa, non più almeno, non vado in chiesa per una messa da…non me lo ricordo e non prego forse da prima. Ciononostante ho ricevuto un’educazione cattolica e non sono certo l’anticristo (come mi fece intendere una volta una delle maestre di Little Boss all’asilo, facendomi pesare il fatto che non avevo battezzato la pargola). Quindi insomma, la storia di san Francesco la conosco, l’ho cantata spesso quando facevo gli scout, credo addirittura una volta di aver voluto seguire il suo esempio, andando via da casa con solo un sacco addosso per andare a parlare con gli animali (avevo forse otto anni e questa voglia mi passo subito, appena mi affacciai alla finestra e sentii quanto gelido era il clima là fuori). Quindi insomma mi immagino San Francesco e vedo povertà, una vita priva di beni, minimale. 

E poi arrivo ad Assisi. 

Alla Basilica di san Francesco.

Tutto sembra tranne che minimale. Lo spazio è immenso, ci giocherebbero quattro squadre di calcio contemporaneamente. Poi entro e l’oro mi ferisce gli occhi. Le foto dentro non si possono fare quindi immaginate (o guardate sulla wiki): un tripudio di oro e blu notte. Affreschi a ogni cantone. Ma non è tutto. Sopra alla chiesa, ce ne è un’altra. La basilica superiore. Una chiesa l’una sull’altra. Non so quale delle due più grande. O meglio dipinte, anche. Giotto è in gran parte il protagonista in questa faccenda. 

Discendiamo di nuovo. Osservo le reliquie del Santo. Di tutto mi parlano tranne che di quello che vedo intorno a me: una tunichetta sdrucita e due ciabattine logore che mi fanno venire freddo solo a guardarle. 

La tomba invece ha l’aria meno maestosa, più da tomba semplice, per dire. Esco sopraffatta dalla maestosità. E con quel dubbio che mi porterò dietro anche dopo: ma lui, Francesco, sarebbe stato d’accordo? Mah, chi può dirlo.

Ma Assisi è anche patria di una delle mie eroine preferite: Santa Chiara. Lei sì che era una tosta, fugge di casa (pare che ai tempi fosse doveroso farlo, sennò non eri nessuno) e si unisce a Francesco, ancora non santo. Si fa tagliare i capelli, si fa spogliare (metaforicamente, immagino) dei suoi beni e si aggiudica pure il miracolo della moltiplicazione dei pani. Ben fatto, Sorella! La sua basilica però è molto meno imponente. La cosa fa storcere il naso al mio femminismo. Anche dentro tutto è più semplice e bianco. E le sue reliquie non si possono visitare (chissà perché, il cartello non lo dice).

La mattinata prosegue tra le vie della città. C’è pure un tempio dedicato a Minerva (che però ovvio nessuno si fila) e altre duecentomila chiese. Sembrano tutte lattanti in confronto alla grande basilica di San Francesco.

Il tempio di Minerva che nessuno si fila…
La Cattedrale di san Ruffino

È quasi ora di pranzo, ma prima di raggiungere la nostra seconda destinazione dobbiamo fare un’altra sosta, quindi l’A.S. scompare dalla mia vista per riapparire poco dopo con un bel panino, una birra e delle salsicce di cinghiale in sottovuoto. 

Che c’è, ho fame, considerala una merenda, mi fa mentre mastica. 

Scendiamo giù fino a Santa Maria degli Angeli. La Porziuncola, dicono. Sì…Porziuncola… questa chiesa fa a gara con la basilica di San Francesco per maestosità.

Giusto ‘na cosetta….

Ma non bisogna farsi ingannare dall’esterno: all’interno c’è la sorpresa, come nell’uovo di Pasqua. Una chiesa dentro a una chiesa! Se nella basilica ce ne era sopra l’altra, qui invece ce ne è una dentro l’altra. La Porziuncola in effetti è la chiesetta contenuta all’interno (niente foto all’interno: Umbria, che palle però!!!) ed è il luogo in cui è stata accolta Santa Chiara, appena scappata da casa. Dove si taglia i capelli eccetera, in pratica. Era una mini chiesa, una stanzetta a dire il vero. Se a pranzo erano in quattro dovevano spostarsi all’esterno, sennò non ci stavano (info ricavate da uno dei recenti dipinti che sono appesi vicino al giardino delle rose). Eppure… è stata inglobata. Chissà se è una metafora di ciò che la Chiesa ha offerto a San Francesco. 

Sarebbe stato bello vedere il roseto, appunto, ma anche qui nisba: in manutenzione. Però abbiamo visto le tortorelle. 

In questa foto notate solo in fondoschiena della tortorella

Secondo te come fanno a convincerle a stare lì?, chiedo all’A.S.

Semplice, risponde candido. Gli hanno fatto firmare un contratto

Noterete che l’A.S. non risolve mai i miei misteri…

Dopo il giro delle sette chiese (forse un po’ meno, ma vabbè) siamo pronti per il pranzo. Mi sono intestardita: voglio assaggiare la torta al testo, e lo voglio fare nel posto più rinomato di Perugia: il Testone. 

Parcheggiamo lontani mille miglia, ma tanto c’è la Minimetro. La Minimetro è la cosa che meglio ricordo di Perugia, io e l’A.S. abbiamo speculato diversi minuti su questo strano mezzo di trasporto. 

IO: Sarà sicuro, senza conducente?

LUI: Più sicuro del Mottarone

IO: ecco, adesso mi hai fatto pensare alla tragedia, ora ho paura perché sono paranoica e lo sai!

LUI: Chissà quanto è costato questo affare…

IO: Ma se alla prossima non si richiudono le porte?

LUI: Quanti mezzi ci saranno in tutto? contando che quando c’è Eurochocolate Perugia straripa…

IO: Fermate la carrozza, voglio scendereeeee!!!!

Con molta più fatica del previsto riusciamo a mangiare che sono le tre. Il Testone, a dispetto del nome, è un locale minuscolo (poco francescano, direi) e mi sa che non siamo gli unici turisti ad averlo scoperto.

Dopo pranzo voglio cercare un posto dove comprare cioccolata. Siamo a Perugia, no? Giriamo invano da una pasticceria all’altra, ma nulla mi entra nell’occhio. Poi giungiamo in una piazza con ben tre negozi Eurochocolate che straripano di Baci. 

Foto casuale di Perugia. In piccolo, sullo sfondo, un Eurochocolate

Eddai, prendi qualcosa qui, dice l’A.S., ormai allo stremo delle forze. Il contapassi misura 17.000 e, vi ricordo, non siamo allenati. 

Se devo comprare i Baci tanto vale che vada al Supermercato!, rispondo stizzita. 

E nulla, ce ne veniamo via a mani vuote e sfiniti dopo poco più di un’ora, sognando una doccia calda e il letto. 

Perugia: ci ha messi k.o.!

Ma dopo un riposino e altre amenità siamo pronti per la cena. L’A.S. ha puntato un locale già dalla mattina, un posto dove (testualmente) si fa cucina ignorante

 E lì, tra un bicchiere di ottimo Montefalco e una salsiccia, scoprirò una grande verità…

Non vedo l’ora di poterlo dire al Ristorante!

TO BE CONTINUED…

Un, due, tre…Umbria!

Dopo diversi anni di conoscenza e due mesi più o meno di convivenza, alla fine io l’Amico Speciale ce l’abbiamo fatta: tre giorni di vacanza insieme! 

Quindi questo mini tour deve essere festeggiato e immortalato (per me). In occasione di questo il blog si trasformerà (temporaneamente) in un blog di viaggio o Travel Blog che dir si voglia (che poi è lo stesso). 

Quindi, GIORNO 1!

Sebbene l’A.S. volesse partire alle 4 della mattina, non so bene per quale motivo, forse per arrivare alle sette a destinazione e portare la colazione a tutti, prendiamo il largo verso le otto e mezza (un orario più consono, direi). Durante il viaggio faccio mentalmente i miei esercizi di scrittura (non è un paradosso, io scrivo mentalmente un sacco di volte, anzi, le volte migliori, direi), mentre l’A.S. mi guarda di sfuggita mentre segue la strada. 

Che c’è?, gli faccio. 

A che pensi?, chiede.

A nulla di importante. Mi annoto tutte le cose viola che incontriamo durante il viaggio. 

Non siamo lontani da Volterra e forse pensa di scaricarmi lì, tra le macerie del manicomio. Ma invece proseguiamo. La direzione è Nocera Umbra, suolo natio della mia, beh, suocera o futura tale (che se non ci sbrighiamo a sposarci mica lo so se ci arriva viva a vedere questo matrimonio). Che poi non è proprio Nocera. È una frazione di una frazione, un posto talmente piccolo che il paesello dove abito a confronto è praticamente New York. Abitanti che si contano sulle dita di una mano, sul serio. Posto incantevole, la casa natia della suocera o futura tale praticamente nuova (ricostruita dopo il terremoto), luogo perfetto sarebbe per scrivere, penso mentre tolgo le ragnatele per entrare in ogni stanza. Poi volgo lo sguardo alla vallata. Ci lascio il cuore e proseguiamo, dopo aver tolto il velo dei ricordi estivi dell’A.S. e il velo dei miei sogni a occhi aperti. 

Siccome ormai è l’ora di pranzo ci fermiamo a Nocera Umbra, almeno visitiamo il borgo.

Intendiamoci. Nocera è carina, ben tenuta. 

Solo un paio di esempi

Ma non c’è nulla! Nemmeno le persone! E infatti siamo gli unici avventori del ristorante in centro. Mandando a quel paese la dieta vegana, mi faccio fuori un tagliere di affettati locali e formaggi. Giusto per. 

Dopo pranzo decidiamo di fermarci a Montefalco. L’A.S. dice che ci portava spesso gli americani in gita, ma non l’ha mai vista. Avvicinandoci capisco cosa possa aver interessato gli americani. C’è una vigna ogni secondo, forse quarto di secondo. Ci sono talmente tante vigne e cantine che la mia zona, famosa per la via del vino, sembra una dilettante. Il Montefalco in effetti è un ottimo vino, non c’è che dire. E in centro confermo l’attrattiva del luogo, come si vede dalla foto. 

Notate la scritta Salva una pianta, mangia un vegano… mi sono allontanata in fretta

Il pomeriggio è ancora giovane però. Prossima tappa: Spello, la città fiorita. 

E in effetti Spello è deliziosa, nonostante il vento gelido che mi fa colare il naso dentro la mascherina (ringrazio di essere stata previdente e di averne portate molte). Quello che più mi colpisce sono i vicoli, ovvio. La pro loco di Spello organizza ogni anno una gara tra finestre, balconi e vicoli fioriti. Vince il più bello. No, dico. Immaginatevi ora abitanti di Spello (Spellesi? Spellati?), con una casa che ha un balcone o una scala che si affaccia sul vicolo. Quando è primavera iniziano le danze: spionaggio negli altri vicoli, qualcuno che durante la notte annaffia le piante con il glifosate, altri che comprano tutto il terriccio della zona e lo nasconde in garage… un duello all’ultimo petalo. Ma alla fine la ricompensa è una targhetta di coccio. E un sacco di belle foto che i turisti per caso come me mostreranno al mondo intero. 

Questo è un abitante di Spello che partecipava al concorso ed è stato ucciso dagli altri concorrenti…

A Spello però, oltre ai fiori e alla dermocosmesi ottima che se ne ricava, c’è anche un mistero. Per le vie del centro ci sono quasi esclusivamente queste cassette postali.

Sono tutte uguali, dico all’A.S. Non è strano?

Magari gliele ho fornite il comune, risponde lui distratto.

Sì, ma ormai il dado è tratto e per tutto il percorso fino alla macchina non posso pensare ad altro. Perché le cassette sono tutte uguali? E se è vero che il comune le ha fornite perché alcune sono differenti? Ci sarà una lobby di cassette delle posta a Spello? 

Mentre ancora rimugino arriviamo all’albergo. A pochi chilometri da Assisi non poteva che chiamarsi Il cammino di Francesco. Non specifica però il Santo, quindi a mio avviso è un posto che non vuole una precisa identità. E in effetti le camere sono anonime e alla reception spesso non si vede nessuno. E poi, il peggio del peggio: asciugamani di stoffa. Mi torna un brivido solo a pensarci. Ma tant’è, abbiamo speso meno che per una cena al ristorante, quindi…

E per la cena tutti a Bastia Umbra! Tutti no, solo io e l’A.S. Bastia by night è carina, mi ricorda un po’ Pistoia. Nulla di che, ma piacevole.

Il ristorante che ho scelto non ci delude. Anzi.  Maghiamo in compagnia di un vino di togniazziana memoria.

A pancia piena e dopo aver percorso più di undicimila passi in un pomeriggio (e salito venti piani), crolliamo svenuti sul letto. Prima di dormire faccio giusto in tempo a pensare che le ferie sono cose per giovani. O per gente più allenata, comunque.

P.s. Il mistero delle cassette postali non è stato svelato. Anzi, ora è più oscuro che mai. perché tornata a casa ho guardato la mia, di cassetta postale. ed ecco cosa ho visto!

la lobby ha preso mezza Italia…

TO BE CONTINUED…

Narrami o musa (G.R.C.V., ovvero il Grande Romanzo Catartico della mia Vita)

Di nuovo qui, a parlare di un mio vecchio e caro amico che credevo si fosse addormentato, che mi avesse lasciata in pace per sempre, e invece…

E invece il furbetto stava solo aspettando il momento giusto per rimettersi a lavoro, per tornare a tormentarmi. 

Sì. Sto parlando proprio di lui: il Censore, l’”amico” (qui le virgolette ci stanno più che bene) grazie al quale ho iniziato a scrivere questo blog. 

Quindi insomma, il Censore, che per anni è stato quieto, lo è stato solo perché, beh… non scrivevo davvero. sì, ok, ho scritto un pessimo romanzo lampo, forse un paio di racconti e centinaia di pagine farlocche. Ma ora che ho iniziato questo corso alla Holden eccolo che mi bussa alla spalla con il suo dito scheletrico e puntuto (proprio in quel punto della Carogna, per intenderci) e mi fa:

Quindi ora sei convinta di stare per scrivere un romanzo catartico… (risatina sotto ai baffi, anch’essi scheletrici e puntuti) 

Chetati, rispondo (più sono incazzata e più il mio dialetto esce)

Sì, sì, io mi cheto, come dici tu. Ma sai che ormai sono anni che non scrivi più con quella voce, vero? ora sei solo capace di buttare tre righe qui, in un blog che nessuno legge e dove scrivi cose che nessuno capisce perché sei troppo autoreferenziale. 

Ringhio un po’.

E poi, continua lui (mano sul fianco, dito puntato come se fosse in una sit-com americana ambientata nel Queens), non sei neanche riuscita a capire il compito! Dovevi scrivere il soggetto del tuo romanzo e invece hai scritto…cos’è che hai scritto?

Oh, va bene! È solo che credevo di dover scrivere il soggetto a grandi linee, lui, il docente del corso, mica ce lo aveva spiegato, eh! Sono un po’ risentita, ma in realtà ho cannato alla grande sin dal primo passo: bella prova, Moon…

Insomma, mi vuoi dire che stai scrivendo il grande romanzo catartico, che vuoi scrivere questo e poi basta e che sei talmente dilettante da non sapere come si scrive un soggetto per un romanzo? Insomma, guardati: fai pena. E fa per andarsene. 

Ehi, non provare a darmi le spalle, lo richiamo. Tu sei qui per umiliarmi e sbeffeggiarti di me, quindi hai il dover di sentire anche la mia parte!

Eccolo che torna. Si ferma, mi fissa. 

E io zitta.

‘mbeh?, mi incalza.

Faccio spallucce. 

Non sei ancora pronta per scrivere il grande romanzo catartico della tua vita, conclude lui prima di sparire.

Detesto dar ragione al Censore, ma stavolta… 

Comunque ok, nel mio acronimo c’è la parola Ostinata. E anche se da questo corso non verrà fuori il grande romanzo eccetera almeno devo provarci. E per provarci basta che sia furba quanto il Censore. 

Basta che smetta di ripetermi ogni cinque minuti che questo sarà il Grande Romanzo Catartico della mia Vita…