Scrivere di…

 

post 80

 

Come ho appena detto a un amico, spero di scantucciare il Tempo per poter scrivere di. Scrivere di cosa, ancora non lo so di preciso, diciamo che so da dove voglio partire, più o meno.

La situazione in questa piccola casa di 40 metri è abbastanza disastrosa: Little Boss sta guardando una terribile serie tv alle mie spalle con il volume da cinema e ride di gusto alle battute, la lavatrice sta centrifugando e si muove tanto che se le do un euro scende pure al bar a prendere il caffè, i vicini stanno dando un festino con l’aspirapolvere. Ma il casino non mi impedisce di essere qui. Ho imparato a estraniarmi anni fa, quando Little Boss era piccola e mi costringevadavanti alla tv per i suoi cartoni animati. Io prendevo un libro e leggevo (Peppa Pig dopo due episodi mi faceva venire voglia di spaccare lo schermo) e sebbene all’inizio sia stato difficile, con il tempo ci ho preso la mano e ho iniziato a leggere ovunque. E quando dico ovunque…

Insomma, mi sto già perdendo, cavolo.

Oggi è la viglia di Natale: tante cose da fare per preparare il pranzo del Ristorante (conta i bicchieri, tira fuori le tovaglie da festa, spolvera i centrotavola). Domani la sala sarà mia e dovrò fare una cosa che di solito non faccio: gestire tutto il personale. Quindi, presa dalla smania organizzativa, oggi devo dire che non ero molto concentrata quando è arrivato TDL. Aveva una faccia da funerale, ma la ha spesso in questi giorni. Ho dato la colpa alle sue beghe sul lavoro, di cui mi ha parlato. Sì, ok, continuo a sentirlo, non spesso, ma a volte me lo chiedo, come sta. E glielo chiedo, di conseguenza. Solo che oggi se ne è andato senza nemmeno salutare. I miei auguri glieli ho lanciati dietro con la fionda mentre infilava la porta. Non mi ha ferito, come avrebbe fatto tempo fa. Ma mi ha stupito, un po’. Così scava scava mi ha detto che è arrabbiato con me. Lui. Perché… semplice: perché sente che l’interruttore l’ho spento (rubo queste parole che mi disse il Mentore tempo fa). Ho spento quel flusso inarrestabile di follia che era il mio amore per lui, ho spento le attenzioni, i gesti (anche quelli da persona ferita), gli sguardi, le parole. Eppure ci parlo, eccome, al Ristorante molto più di prima. Ma va da sé che è un modo diverso di parlare, di guardarsi. E allora subito mi è venuta in mente l’immagine di un bambino che ha un gioco che non guarda mai, e si arrabbia tantissimo se qualcuno glielo prende per giocarci a sua volta. Ma poi no, non è esattamente questo. Io non sono più sua, e lui lo sente. Io ho altre cose per la testa, ho altre persone con cui parlare, altre cose da scoprire, potrei dire che mi sono rifatta una vitase la cosa non suonasse un pochino eccessiva per la situazione. Non suona però eccessiva per il mio cuore. Me lo sto ricostruendo, piano piano.

E quindi nulla, dopo il suo sfogo Sono arrabbiato con te, io gli ho semplicemente mandato i miei auguri. Auguri sinceri. Di cuore. Per uscire dal mio cerchio o la fai immensa o te ne vuoi andare, lo dico sempre. E lui è stato troppo vicino a me per non essere entrato nel cerchio. E nonostante mi abbia ferita tante volte e in tanti modi, penso sempre che alla fine non lo volesse. No che non lo voleva. Ma non ci usciamo da questa impasse… e allora mi scappa da ridere, giuro, se ci penso.

Forse rido perché sono felice. E davvero così mi sento, oggi, alla vigilia del Natale 2018. Mi sento felice e piena. Ho davanti uno tsunami di casini che si avvicina, ma sono felice perché so che in un modo o nell’altro, con qualche momento di scoraggiamento, certo, ce la farò. Perché ho tutto quello di cui ho bisogno. Ed è così banale che fatico a capire perché ci ho messo tanto tempo.

Sono iniziando semplicemente, finalmente, ad essere soddisfatta di me.

Non mi resta che augurare a tutti uno splendido Natale. Vittorio l’ho visto scomparire, quindi non c’è pericolo che si offenda. Per tutti gli altri: vi prego: non fate i cinici. C’è speranza sempre. C’è speranza per tutto. Anche TDL, che finora non aveva risposto ai miei auguri scrive: auguri bel sogno. Proprio di cuore

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Da Moon a Grinch

post 76

Per tornare umana ho dovuto farmi una doccia bollente, talmente bollente che ho la pelle del colore dell’aragosta, ma almeno la temperatura interna è tornata sui 36 gradi…

Come un giorno può trasformarti in un Grinch e farti odiare il Natale.

Ricordate questo post? Quello in cui volteggio per casa pensando agli addobbi e Come è bello il Natale e Come tornare bambini e giocare eccetera? 

Oggi tutto si è capovolto. 

Primo: Natale:Inverno=Inverno:Freddo. È una  vera proporzione. E io il freddo lo detesto. Questo poi è pure un freddo salutista perché esci fuori per fumarti la tua agognata sigaretta della pausa e dopo solo metà la getti via e rientri basita al calduccio: ci vogliono poi minuti interi per scongelarti e capire chi sei e dove sei: pausa finita. Inutile ribadire che detesto anche i salutisti. 

Inoltre il freddo mi fa venire il raffreddore, il raffreddore mi fa consumare chili di fazzoletti e quintali di burro di cacao che ora penso dovrei mettermi anche sul naso. 

Secondo: con il Natale arrivano i biscotti natalizi della Pasticceria che vanno decorati a mano. Ora, qualcuno ha messo la parola Scrittrice dentro lo Scatolone Fabbricone di Dodò e ci ha tirato fuori anche la parola Artista e Pazienza. La frase che ne esce recita più o meno così: Tu che sei una Scrittrice sei un’Artista e quindi dotata anche di molta Pazienza:  fai e decora tu i biscotti! 

E quindi la mia mattina l’ho passata prima a cercare gli stampi dei biscotti a forma di alberello e stelle comete e pupazzi di neve e cercare qualcosa dentro al Ristorante è stato come per Indiana Jones cercare il Graal. Poi ecco lì che li ho dovuti decorare uno a uno (5 teglie) mettendo minuscoli smarties al posto delle palline sull’abete, china sul banco per due ore. Certo, una bella soddisfazione visto il risultato, il mio lato artistico ne era soddisfatto, ma il mio lato B, quello della schiena, molto meno. 

Terzo: mi sono fatta convincere a vestirmi da Mamma Natale sotto le feste. E fin qui tutto ok, fare la cretina alla fine mi diverte sempre, specie sul lavoro, sdrammatizza, no? Solo che la collega che si doveva occupare dei vestiti non se ne è occupata per tempo, quindi una volta finito il mio turno mi sono messa a cercare su Amazon quattro vestiti vagamente decenti (no, non me le metto le minigonne con le piume d’oca o i corsetti con i laccetti: divertirsi sì, soffrire no): nulla: tutti i vestiti natalizi hanno la consegna i primi di Gennaio, che mi dico, porca paletta, ma a che mi serve un vestito di Natale dopo Natale? Lo so, lo so, scusa Amazon: dovevo pensarci prima. Solo che non ero io quella che doveva pensarci! 

Vabbè, mi rassegno, e una volta montata in macchina, dopo nove ore di lavoro ininterrotto, con le labbra talmente ruvide che potrei limarmici le unghie e le occhiaie del raffreddore che mi scendono fino al mento, mi pare proprio un’idea geniale andare a farmi il giro dei negozi trash della zona, in cerca del suddetto vestito. Che trovo, certo. Quando mi metto in testa una cosa… solo che se è vero che a me sta a pennello, per le mie colleghe tettone  ci sarà da farci qualche modifica. 

Ma ok. Prendo tutto, rimonto in macchina e torno al Ristorante per farlo provare alle colleghe. Ormai manco da casa da più di 12 ore e inizio a sentirne la mancanza. Ma tengo duro: Natale è Natale, no? Appena arrivo lì ecco però che sono costretta a gestire ben tre telefonate di prenotazione per il pranzo di… sì, esatto: Natale! 

Io sarei vegetariana, dice una. 

Signora, il nostro è menù terra mare, lo ha letto? 

Sì, ma io mi accontento anche di un piatto di fagioli in bianco.

Un altro mi fa: Ma possiamo prendere quattro menù in sei? Non siamo persone che mangiano molto…

L’ultima è la migliore: Ho letto il menù: ma dentro ai tortelloni di baccalà cosa c’è? 

Cala il sole. E si fa più freddo. E io sono  ancora al Ristorante con in una mano un vestito 100% poliestere rosso, nell’altra carta e penna, il telefono incastrato nella spalla che discuto con un tizio di ottant’anni sull’orario in cui inizierà il pranzo: vorrebbe mangiare alle 11.30!

Rientrata a casa sono costretta ad accendere anche il forno dal gelo che c’è. E allora in questa momentanea trasformazione da Moon a Grinch mi sembra che questa sia la colonna sonora migliore:

Che poi, vi dirò… io adoro i My Chemical Romance…

Anche l’amore è una forma di egoismo

post 72

 

Accanto al mio albero di Natale, ascoltando una compilation rock di Natale (con delle perle uniche, tipo i blink con I won’t be Home for Christhmas, una delle mie preferite. E, naturalmente, Feliciano, sempre lui, again… potrebbe essere il mio personale incubo di Natale per tutti gli anni a venire), scrivendo dalla parte sbagliata del foglio, come sempre, pensando alla conversazione che ho avuto con TDL giusto stamani.

Tutto questo genundiare prefatorio sta a simboleggiare che tutte queste azioni sono ancora da finire, e da definire anche.

Il fatto di non scrivere più di TDL qui ha paradossalmente segnato una nuova fase in cui ci sentiamo e ci parliamo di più. Certo, non come prima, sia nella quantità che, sopratutto, nel modo. E credo che questo sia un bene. Sentirci, dico. Mi aiuta a farlo scendere da quel piedistallo sopra al quale lo avevo infilato qui, in questo blog. Lo rende più vero, e quindi più sopportabilmente dimenticabile. Sopratutto in questi giorni mi sono resa conto che più ci parlo e più trovo lontane le nostre visioni del mondo. Mi sta cadendo quel prosciuttino sugli occhi che l’innamoramento mi aveva regalato. Questo non significa che non mi piaccia più, TDL, ma ora è umano. È solo un uomo. Non c’è più quel concetto ineluttabile di Destino che mi faceva disperare la notte, piangere il giorno, soffrire sempre. Sto guarendo e lo sto facendo nel modo giusto. Il Tempo ci ha messo il suo zampino. E sono certa che non passerà ancora molto prima di riuscirgli ad essere amica e basta. Dopotutto l’ho scelto perché è una persona interessante, e questo è, questo non cambia. 

Per il resto ho passato un weekend bipolare: da un lato il lavoro che mi ha spento come se fossi stata una candela, dall’altra l’Amico Atipico è venuto a trovarmi, smaronandosi con un viaggio lungo e complicato e ricevendo in cambio una mezza Moon (ma anche una burrata, un albero di Natale da fare insieme a Little Boss, un’ emergenza luci dell’ultimo minuto e una notte in un piumone che fa ottomila gradi… sì, ok, non sono tutte cose positive, ma almeno non si è annoiato, no?). il risultato è che stamani mi sento bene, equilibrata ( e per me è una sensazione assai rara), positiva, nonostante un mal di testa che mi fa sorgere il dubbio di dover partorire la Minerva del nuovo millennio. 

E quindi posso riflettere con calma sulla conversazione con TDL. Mi rimprovera sempre di non pensare a me stessa, di mettermi sempre in secondo piano. Non ha torto. E io infatti gli do ragione. Solo che non ci trovo nulla di male. Nella vita ti devi dare delle priorità. E io ho Little Boss come priorità. Che poi io sono capace di amare così: o tutto o niente. Ed è probabile che sia precisamente questo il mio problema, con gli uomini (faccio così, amo mettendo me in secondo piano e poi lì resto, e quando me ne accorgo e faccio il passo avanti scoppia il casino), ma sono sicura che non lo è con Little Boss. Sarà lei a costringermi a mettermi in primo piano tra poco, perché non avrà più così bisogno di me, farà la sua vita e io potrò solo essere lì a guardare. Ma ora, ora, ha bisogno di me. Del mio aiuto, del mio sostegno. Non posso pensare prima a me, alle mie necessità, perché sono una madre. Non ci trovo nulla di sbagliato. Forse è perché in fin dei conti sono stata cresciuta così. O forse perché lo sento e basta. E aggiungo sul piatto che comunque amare mi fa bene. Anche amare è una forma di egoismo. Forse la più grande. 

Potrei chiudere il discorso dicendo : ma TDL è un uomo, non può capire. In realtà non è una questione di genere. Ma di situazione. Forse sarei stata diversa come madre se avessi avuto un padre vero per lei. Forse avremmo trovato il modo di metterci entrambi sullo stesso piano, e saremmo rimasti lì insieme, a darci la mano. Le cose fatte da sola sono sempre più faticose e ti portano a fare rinunce. Forse lo avevo, il padre vero, e l’ho trasformato io in questo mostro, come lui mi accusa. Ma c’è qualcosa che non mi convince in questo suo discorso. È vero che le croci si fanno con due legni. Ma sono appunto due, i legni. 

Quello che resta è una bambina che non posso lasciare a se stessa. 

Qualunque errore io faccia, in ogni caso, sono certa che, come sempre, lo sconterò. 

E ora sono pronta anche a questo. 

Ma almeno mi sto movendo: non posso più accusarmi di subirla, la vita. 

Ora devo dare risposta a qualche domanda…

Poi magari mi accorgerò che tutto quello che ho scritto oggi ha un controsenso interno. Ma potrò dare la colpa a Minerva che vuole uscire dalla mia testa…

Christmas is coming up

 

 

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E mentre mio padre continua a mandarmi messaggi con tutta una serie di imperativi (Riposati! Non fare nulla! Scaldati!), che ancora mi sa che non ha capito che non ho la dannata influenza, io in realtà pensavo al Natale.

E così mi sono messa su una compilation che vi farei vedere i titoli (ma sopratutto ce ne è una che compare sempre sempre nelle compilation di Natale e mi ricorda una scena divertentissima avvenuta poco dopo essermi trasferita qui: uscivo con un tale, io lo chiamavo il Mago del Computer perché in realtà quello faceva -fa- di lavoro. Insomma, lo invito a cena da me, ho già fatto l’albero, siamo sotto le feste; metto su una compilation di Natale da YouTube e la faccio andare tutta la sera. Siamo appena entrati nel mio letto quando parte Feliz Navidad, Josè Feliciano: dopo è stato impossibile finire ciò che avevamo iniziato da tanto che ridevamo. Josè per me vince il gagliardetto della canzone di Natale più ridicola), ho fatto un inventario superficiale degli addobbi, ho cercato di ricordare in che angolo della casa ho montato l’albero l’anno passato, che qui, in questi 40 metri, è tutta una questione di incastri ben studiati, sennò va a finire che mi trovo il mio abetino 100% sintetico nel bagno, e ho sorvolato sul fatto che dovrò spostare mezza casa per farlo.

Qualcuno ieri mi ha detto che Dicembre è il mese più falso dell’anno. Una frase di un cinismo che manco io ci arrivo.

In realtà a questo pensavo stamani, al fatto che non è detto che sia falso, il sentimento dico, non è detto che se c’è un’occasione per dimostrare che pensi a un’altra persona questa debba essere per forza falsa, non è detto che ci pensi una sola volta all’anno, magari sfrutti quel giorno per dirlo di nuovo, che le vuoi bene, che pensi a lei. Come per molte cose siamo noi a sfruttare male i mezzi che ci mettiamo a disposizione. Il Natale sarà falso se noi lo vivremo da persone false.

E quindi termino sempre ogni mio ragionamento nello stesso modo: siamo sempre noi a fare la differenza. Siamo noi la cellula che può impazzire (o rinsavire). Possiamo scegliere. E pare che nessuno se ne curi.

A me il Natale piace. E non sempre è stato così. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero mi metteva ansia: l’ansia dei regali, l’ansia del pranzo. Ma non era colpa del povero Natale. Era colpa mia, vedevo le cose dal punto di vista sbagliato (con gli occhiali sbagliati, avrebbe detto qualcuno), non era un’occasione, ma un fardello.

E siccome non c’è una legge che ti costringe ad amare e festeggiare il Natale, chiunque può fare come vuole e sentirsi come vuole. Se non ti piace basta ignorarlo. Oppure sei il Grinch e allora ti tocca da copione odiarlo.

Io intanto ballo Frosty the Snowman con Bublè e mi sento bene, sorrido e boh, la prendo così, come un’occasione per tornare bambina, per urlare alle perone che amo che le amo, per giocare, per ballare, per essere felice.

Sempre che qualcuno mi aiuti a tirare giù l’albero …

(Che ‘sta foto è mia si nota… io sono un cane con le foto)