Moon, again

E così è passato un altro anno, quasi, e io ho messo di nuovo in pausa questo blog…

L’ho proprio sospeso, cancellando pure l’app dal telefono e tutto il resto.

Ho provato a dargli un. Articolo finale, il Gran Finale di un tempo che fu, della Moon blogger, ma non ci sono riuscita. Sapevo che prima o poi sarei tornata. 

Mi sono regalata un corso di scrittura alla Holden che mi ha fatto molto bene: ho imparato tante cose, ma soprattutto ho raddoppiato la mia autostima come scrittrice, il che è un bene no? Sì. E poi ho scritto il romanzo. L’ho scritto. L’ho finito. Un manoscritto per l’esattezza, 7 quaderni aspirale monocromo A5. Qualche pagina buona, qualche pagina pessima, altre da risistemare. Come primo romanzo dovrei esserne soddisfatta. Ora devo solo riscriverlo. Capire cosa non va e metterlo giù sul pc. 

Sì, sono stata brava, alla faccia di chi si loda si imbroda. E poi.

E poi la vita mi ha travolta di nuovo. Come il fiume in piena sulla passerella che ho sotto casa, mi ha investita, buttata giù nell’acqua e mi sono persa. Continuo a fare progetti su progetti (il mio ultimo? Studiare per un concorso in comune) e poi mi perdo. Non sui progetti, intendiamoci, ma perdo me stessa, chi sono. Perdo la mia identità. Mai come ora non so dirmi chi sono. 

Ed ecco che torna la scrittura. Torna perché mi deve aiutare, deve dirmi chi è Moon e non cosa vuole fare. 

E può farlo solo raccontando della vita. Mi piace questo blog. Mi piace pensarmi qui. Mi piace scrivere. Casuale. Con questa terribile mania paratattica che mi ritrovo. 

E quindi riparto. 

Senza censura. 

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C’ho l’ansia

Ho quasi finito questa settimana di ferie che è giunta del tutto all’improvviso. Il sabato mattina il mio Capo mi fa: Allora martedì sei in ferie fino alla fine della settimana, ok?

Ok… giusto il tempo di organizzarsi qualcosa, penso. 

Ma vabbè, godiamoci questo tempo rubato (che poi è ampliamente dovuto).

Mi faccio una lista di cose da fare: sistemare l’armadio, andare dal parrucchiere, cose così. Mercoledì ho già finito di fare tutto. a allora: cucino.

Io non amo affatto cucinare, è tra gli obblighi quotidiani in assoluto quello che più detesto, ma mi rendo conto che a volte mi serve. Metto in moto le mani, è un lavoro che distrae la mente. Così inizio: ragù, tagliatelle fresche, salsa di fegatini, una torta cioccolato e pere (vegana) per me, una per mio padre, i nuggets di pollo fatti col pollo vero, la pizza a lunga lievitazione (che non so perché ma non vuole riuscirmi come3 cristo comanda, sono una frana con i lievitati, sarà che ho poca pazienza?). Finisco ieri sera con una crostata che l’Amico Speciale spolvera in quattro bocconi. Quell’uomo è un pozzo senza fondo. 

In realtà ho cucinato tanto perché sono impallata con il romanzo. Ho iniziato venerdì il corso di scrittura della Holden (sul romanzo, appunto) e il mio compito per la prossima settimana è scriverne il soggetto. Già sapevo che sarebbe stato quello il compito, così ho iniziato a pensarci già mesi fa. 

Conclusione? 

Voglio scrivere una storia autobiografica che non lo sia troppo però, qualcosa che sento, qualcosa che conosco, ma che non mi faccia troppo male rinvangandolo. Insomma, una tragedia. Il soggetto più confuso di tutti i tempi. 

Ma non demordo. Appena finita la lezione mi metto giù di brutto a scrivere e scrivere. Butto lì tre righe, cerco la Domanda Drammaturgica Principale, ok, ce l’ho, mi dico, può funzionare. Rileggo. Di una banalità allarmante. Ok, ci metto un po’ di pepe? Vai, ce lo metto! Riscrivo. Rileggo. Deboluccia, ‘sta trama, ma l’idea di fondo c’è. Ok. Può andare. 

Iniziano ad arrivare sulla mail gli altri soggetti, quelli degli altri 25 iscritti. Li leggo. Cazzo. Praticamente uno specchio del mio. Cazzo. 

Perfetto, cambiamo tutto. Inizio la riscrittura del soggetto (la decima?). Finito. Rileggo. Ok, così ci può stare. Arriva un altro soggetto sulla mail. Cazzo, cazzo! La prima cosa che mi viene in mente è: ma siamo tutte Desperate Housewife qui?

Pare di sì. 

Ok che alla fine, come diceva Forster, le trame sono solo due (Un uomo parte per un viaggio e Uno straniero arriva in città), ma insomma…

Rileggo il mio soggetto: ci sono entrambe le trame e questo mi sa che non va bene. 

Ma non demordo. Sarà il modo in cui racconto la mia storia a cambiare tutto! Sarò super originale, ci so fare con queste cose, no? Scriverò il mio romanzo come se fossero tanti generei diversi a seconda dell’argomento che tratterò capitolo per capitolo. Per intenderci: la mia idea è quella di scrivere un capitolo come fosse un romanzo rosa, un altro come fosse un giallo eccetera, mescolando i generi. 

Rileggo la mia super idea geniale. 

Evvabbè, Moon. Tu NON SAI come si scrive un romanzo di genere. Mi sa che è un progetto un po’ ambizioso, eh? 

Però l’idea era carina. 

Cazzo!

(Scusate il turpiloquio, ma c’ho l’ansia. Credo che andrò a fare le lasagne)

Fantasticare

Ho appena fatto la salsa guacamole e siccome ne sono davvero golosa sto cercando di distrarmi in qualche modo per evitare di finirla con una bella dose di tortillas e arrivare a cena con Little che mi rimprovera perché mangio fuori pasto. 

Nella frase sopra mi rendo conto che qualcosa non va, non crediate. 

Oggi ero in macchina e la macchina è, da sempre, il mio pensatoio (se qualcuno di voi ha masticato qualche Topolino, da piccolo, saprà che la parola non è uno dei miei soliti neologismi, ma l’ho rubato a Paperone). E fantasticavo.

Ora, questa parola, appena l’ho scritta, mi ha fatto venire in mente castelli, boschi, nuvole, draghi, principesse, valorose battaglie e tutta quella roba lì. In realtà fantasticare significa, per me, semplicemente toccare realtà parallele, cose che potrebbero accadere o che potrebbero essere accadute. È una sorta di E se… Kinghiano (un concetto che King esprime benissimo nel suo On writing e che lui definisce alla base di tutte le sue storie), ma con la mia vita che la fa da protagonista. 

Detto così sembra splendido. 

In realtà a volte non lo è affatto e difficilmente riesco a controllarlo. 

Alla base delle mie fantasticherie ci sono i disastri. Esco da casa per andare a prendere Little da suo padre (viaggio di andata+ritorno più o meno 15 minuti) e lascio la lavatrice accesa. In macchina non mancherò di pensare che la lavatrice si romperà, l’acqua finirà prima sul pavimento del bagno, poi inonderà il parquet in soggiorno e scenderà dalle scale, allegando la strada. Ok, questa fantasticheria prende spunto da una cosa che mi è successa davvero, in una delle mie vecchie case. Però io ero in casa e me ne sono accorta troppo tardi perché dormivo. 

Oppure. 

Sto, di nuovo, andando a prendere Little. Immagino di avere un incidente grave. Penso a chi potrebbe avvisarla senza farla morire di paura perché non sto arrivando. 

Oppure.

Penso che ci sarà una pandemia e ci saranno milioni di morti in tutto il mondo e io… ops. Questa è vera.

In ogni caso queste ipotesi di disastro immagino mi servano per prepararmi. Mi preparo al peggio, così non mi stupisco se accadono. Così ho un piano. Così posso fingere di controllarle. Ma so che in realtà non è poi del tutto vero. Watzlawick dice al contrario che così metto in moto una profezia che si autoavvera.  Che se ciò non vale per una casa che va a fuoco perché ho lasciato il fornello acceso per sbaglio, potrebbe valere per, che ne so, una litigata con Max (l’Amico Speciale): io mi pongo, psicologicamente, in una modalità da litigio, se così posso dire. E la cosa accadrà. Ma questa è solo un’ipotesi. Molto lontana a dire il vero. Perché io e Max non litighiamo mai. Mai. 

In ogni caso mi chiedo: queste mie strane fantasticherie non controllate che avvengono in auto mi fanno bene, tipo i sogni, oppure no? 

Un tempo il pensatoio era il posto in cui producevo tutte le idee per i miei racconti. Che poi non è che è cambiato molto, nei miei racconti ci sono sempre un sacco di tragedie. Come mi disse una volta mio padre: Io capisco, tesoro, che la vita dell’Ingegner Taldeltali che aspetta fuori dalla scuola sua figlia e che la abbraccia felice prima di andare con lei a mangiare un gelato non interessa a nessuno, ma tutte quelle morti che metti nei tuoi racconti…

Caro papino, in realtà oggi la storia dell’Ingegner Taldeitali sarebbe una storia rivoluzionaria. Una storia da post Covid. Ecco la trama: dopo due anni di pandemia, dove sono morti alla piccola entrambi i nonni (uno era in una Rsa), e la madre ha avuto danni neurologici post virus, finalmente la bambina torna a scuola (in presenza), ritrova tutti gli amici che non vede da mesi e mesi, li abbraccia (perché può), sorridono e i loro sorrisi riescono a vederli, non li immaginano e basta da sotto la mascherina, l’insegnante fa una lezione commovente sulla società che è cambiata, sulla responsabilità che hanno loro, i piccoli studenti, di fare in modo che una tragedia simile non si ripeta, su tutto ciò che non è andato bene, ma anche su tutte le piccole cose che invece hanno messo speranza nei cuori delle persone. Poi la piccola (chiamiamola Alice) esce da scuola. Suo padre, l’Ingegnere Taldeitali, è lì fuori che la aspetta (in mezzo a decine di altri padri e madri)e allarga le braccia. Alice gli corre incontro e lo abbraccia. Come è andata, piccola?, chiede il padre.  Come se fossi nata oggi, risponde la piccola , anche se  magari potrebbe non essere così piccola, sennò questa risposta è un po’ troppo, che ne dite. Va beh, mica era una storia perfetta. Era solo per dire a mio padre che sì, anche la vita dell’Ingegner Taldeitali che aspetta fuori dalla scuola sua figlia può interessare a qualcuno. 

E nel frattempo un paio di tortillas con la guacamole me li sono fatti fuori.

Merda. 

Open the door

Photo by lalesh aldarwish on Pexel.com

Non è stato facile venire a patti con il mio Mac stasera, sembra che non voglia assecondare la mia urgenza di scrivere, forse ha ragione lui, chi lo sa.

Ho lasciato Little nel bagno: durante l’adolescenza pare che le ore nel bagno siano direttamente proporzionali al disordine, venerdì mi sono azzardata a salire nella sua tana e l’unica cosa che non ho trovato è stato un animale morto. Ma in tutta onestà mi sono stupita di non averlo trovato. In compenso ho trovato un libro di Harry Potter che cercava da Maggio, Ci saranno degli Stargate?, ha chiesto lei timidamente. No, la casa nasconde ma non ruba, diceva mia nonna. Sei solo scarsa a cercare e riordinare.

In ogni caso, il cambio di guardia del mio umore è arrivato proprio quando sono salita in camera di Little questo venerdì. Fino ad allora il mio grado di rilassatezza era quasi pari a zero, con una dose massiccia di Difuorismo che mi scorreva nelle vene. Il panico da lockdown aveva talmente preso il sopravvento da farmi dimenticare anche le cose base, da rendermi quasi inutile a lavoro, da enunciare frasi tristemente apocalittiche sul gruppo whatsapp dei genitori, da mandare a puttane una cena con l’Amico Speciale (Sei di compagnia, stasera…, ha detto. Ragione da vendere). 

Vedere il caos primordiale che regnava in quel piccolo loculo mi ha dato la carica. Prendiamo la carica da cose strane, si sa. E mi sono detta: devo cambiare atteggiamento, o finirò per soccombere a me stessa. E alla tv di scarsa qualità. 

Per una volta nella mia vita, detto fatto. Sabato già mi ero impegnata nel sociale cercando una carrozzina per il neo padre di due gemellini, un ragazzo con pochissimi mezzi, carrozzina che ho trovato gratis grazie alla rete social di Facebook (semel in anno pure Facebook serve) e che ho preso e consegnato oggi stesso. 

Ma non era di questo che volevo parlare oggi, perché in realtà il mio Io ha bisogno di leggerezza per proseguire la sua cacciata del Panico da lockdown, e quindi nulla, ho bisogno di un parere. 

Questa cosa dell’annuncio su Facebook, non so come, ma mi ha messo in contatto con un sacco di gente. Qualcuno lo conosco e voleva davvero aiutare. Qualcuno invece ha preso la palla al balzo per contattarmi per cose altre (pubblicità) e un tizio addirittura per provarci (lui dice che mi conosce, io non me lo ricordo). Tra tutti questi c’è anche un altro tizio, un carabiniere di cui ho parlato a Ale. Gliene ho parlato perché è, a mio avviso, una figura fuori dal coro nell’ambito dell’arma: simpatico, intelligente. Che i carabinieri non me ne vogliano, ma se hanno inventato tante barzellette…l’ironia estrema si fa su una base di verità, o no? 

Lui no. È (damn!) un lettore. Sono mesi che ci scambiamo titoli, uno dei libri più belli che io abbia letto negli ultimi tempi me lo aveva consigliato lui. Come sia iniziata non lo so, forse mi sono resa scimmia quando l’ho visto leggere una domenica mattina al tavolo e gli ho chiesto cosa stava leggendo. Mi capita spesso di chiedere, visto che di gente che legge libri se ne vede poca. Poi parlando a qualcuno dei miei colleghi è sfuggito che andavo (e amavo) il teatro. Abbiamo parlato di Santeramo. Poi delle case editrici (di cui sono abbastanza esperta). Poi che scrivo (eh, qui ho forse un po’ gonfiato le cose…ormai scrivo davvero poco, e quel poco che scrivo sono cazzate, come il mio romanzo fast).

E insomma, va a finire che lui prima mi definisce la sua bibliotecaria di fiducia davanti a mia madre, poi mi lascia al Ristorante un libro in prestito da leggere (l’ho iniziato e, nonostante io sia diffidente con l’Iperborea, devo dire che l’Islandese che ha scritto il libro se la cava alla grande). E poi ecco il contatto su Facebook. 

Gli rendo il favore, gli dico che gli presterò dei libri anche io, preparo una selezione seguendo la nazionalità: un giapponese (Murakami, Tokio Blues, di cui ho un doppione), Donatella di Pietrantonio con L’arminuta (non la migliore italiana a mio avviso, ma se la cava alla grande) e poi la mia migliore americana, Aimee Bender con uno dei mie libri preferiti, Un segno invisibile e mio. 

E mentre sono lì che smessaggio mi chiedo (da qui il vostro parere): ma ci sto flirtando?

No, perché l’uomo è davvero bello (e simpatico e intelligente, come detto), ma.

Ma. 

Ma. 

Ma.

Io sono felice con l’Amico Speciale. Mi rende felice, sul serio, mi fa ridere, mi sdrammatizza e mi capisce, non mi fa pressioni per nulla, ma non mi lascia mai sola. Insomma, io lo voglio sposare, sul serio. Lo amo. È parte di me.

 E questo tizio, invece, il carabiniere, il Maresciallo per essere precisi, è davvero interessante, lo ammetto, ma non in quel senso. Lo sarebbe, certo, ma se non fossi felice. Ma non così, non ora. È bello avere qualcuno con cui condividere una passione. 

Non so se sono stata chiara. 

Sono anni che mi arrovello e mi arrotolo su me stessa per questa cosa. 

Trovare qualcuno che condivide la tua passione non è facile. Mai. Specie se si tratta di libri. Io e mia madre siamo entrambe lettrici forti, ma non ci piacciono le stesse cose. 

Il punto è che io non voglio flirtarci. E non lo sto facendo, a mio avviso. Ma allora dovrei fare la gelida? In tanti mi hanno riferito che faccio così. Pare che io non abbia mezze misure: o flirto o sono gelida. 

Inizio a pensare che non so come ci si relaziona con gli uomini…

Forse sono io che sbaglio tutto, che esprimo troppo entusiasmo per le cose, mi capita a volte di dovermi, in effetti, frenare. Per non farmi dare della maestrina, della sapientina, della professoressa. Ma poi va così: se una cosa mi interessa e la so in una conversazione passo da quella: quella piena di Ego che vuole mettersi in mostra. Alcuni miei amici mi darebbero ragione. E io, sapendolo, mi castro a tal punto da sparire. 

Qui vale lo stesso: la mia voglia di parlare di qualcosa può passare da un tentativo di flirt? 

A volte vivere sembra incredibilmente a un camminare sulle uova. 

In attesa del nuovo dpcm…

NOTA: non mi fa caricare la foto della MIA porta… ecco perché ne ho scelta una a caso.

Inutile post sul romanzo

Ieri sera mi sono addormentata incazzata come una mina. 

Ho appena terminato un libro bello, di Ilaria Tuti (Fiore di roccia), letto dopo un soporifero Kawaguchi, a sua volta letto dopo un bellissimo Cambiare l’acqua ai fiori. Quindi il resoconto è, per ora: Uno sì e uno no

Sabato sono andata in città con Little Boss. Le volevo comprare qualche vestito nuovo per la scuola (la ragazza cresce e ha già superato di una taglia la mia biancheria intima, se capite a cosa mi riferisco)e invece lei, di nuovo, voleva passare in libreria. Questa estate ha letto come un treno, con una media di un libro ogni due, tre giorni. Ha le sue interminabili saghe, il ciò comporta una spesa elevata a ogni passo dentro una libreria, perché Come posso prendere solo il primo libro? Mi serve tutta la saga insieme! E se poi non trovo la stessa edizione? (per questo la ragazza non ha preso da me: io i libri li vivo, lei li venera). Va beh, comunque il succo è che mentre lei si sceglieva dei libri di Stephen Fry, io accarezzavo le copertine all’entrata, con le nuove uscite. E ho visto Ozpetek. I suoi film li ho amati tutti, quelli che ho visto, una grande delicatezza nell’affrontare temi un po’ scottanti, una bella profondità. E così l’ho preso. E ieri sera l’ho iniziato, con Grandi Speranze. 

E poi mi sono addormentata incazzata come una mina. 

Con me, ovvio. Avrei dovuto leggere almeno le prime pagine, darci un’occhiata. Se è vero che ciò che conta (per me) in un libro non è solo lo stile o solo la trama, ma le emozioni che ti trasmette, è altrettanto vero che se volevo leggere una sceneggiatura la compravo. 

Ora, so che non posso incazzarmi con Ferzan, lui scrive come vuole. Solo che certe dinamiche all’interno di una pagina mi fanno davvero imbestialire. Detesto le descrizioni dettagliate dell’abbigliamento, della stanza in cui si trovano i personaggi, dei movimenti che fanno, se non sono utili a capire ciò che sta dentro al personaggio. Io voglio capire cosa c’è nei loro cuori, non sulle loro tavole imbandite. 

Forse sono ancora troppo rigida. E questa rigidità nei confronti dei romanzi che leggo si rispecchia, centuplicata, nel mio. Ho scritto una novella carina, ma senza cuore. Leggibile. E non mi basta. Come posso odiare Ferzan e poi scrivere di peggio?, mi dico. È incoerente. Ieri mettina, dopo una lettera fiume a Ale, mi sono messa a rileggerlo, il mio romanzo-fast. Scorre bene, è divertente in molti punti, come dicevo ad Ale, ma è monco. 

Forse dovrei accontentarmi, terminarlo per bene e lasciarlo andare per mettermi a fare qualcosa di nuovo. La sera mi dico che dopotutto è la mia opera prima, che deve essere monca, immatura eccetera, che solo continuando a scrivere posso arrivare lì dove voglio. Questa è la buona teoria. 

Ma la pratica, come sempre, stenta. 

In ogni caso, visto che ora la mattina mi devo comunque svegliare alle 5.30 per Little Boss e visto che fino alle 9 non entro a lavoro, credo che dovrò almeno provarci. 

E quindi vado, vediamo se prima o poi combino qualcosa…

Ri-apertura straordinaria

post 182

 

 

Sono qui che aspetto che la pizza sia pronta (pizza rigorosamente fatta in casa: stamani mi sono spacchettata il lievito, ho mescolato gli ingredienti, ho messo troppa acqua, ho chiamato Little Boss per farmi aggiungere farina, chè avevo le mani in pasta nel vero senso della parola, insomma, tutto giusto, tutto fatto secondo le regole, che poi io le regole le conosco, no? Non lavoro in un Ristorante? Lì la pizza la facciamo, io la so fare, ok?)… non ho ancora ri-cominciato che già divago, come al solito. Uff…

Dicevo, mentre sono qui che aspetto la pizza, leggo un commento di UAP e poi penso a quello che mi ha detto oggi Ale e poi anche quello che ho detto ad Adri (l’Amico Atipico, per chi ancora non lo avesse capito) e poi penso alla tizia di cui sto leggendo il libro e poi penso al mio ultimo fallimento sull’ennesima rivista e poi penso che sono giorni che provo a scrivere un romanzo, ma pure un racconto, un aforisma, un cazzo di proverbio: nulla.

E quindi tutto questo pensare (e anche il dannato silenzio che viene da fuori) mi fa venire qui a riaprire questo blog inutile.

(La pizza sta venendo alla grande, se lo volete sapere)

Perché alla fine questo mi resta, le parole. E se non riesco a scriverne di altre, tanto vale scrivere queste, tanto vale buttare giù i miei pensieri.

Che poi alla fine mi è mancato questo posto.

Sono confinata, barricata, come tutti. La mia fortuna è essere barricata qui, con Little Boss, gli abbonamenti a tre diverse piattaforme di streaming e un sacco di libri da catalogare.

Vorrei scrivere che non vi tedierò con, ma alla fine una che si tedia in casa cosa altro potrà scrivere?

Sono alla fine del quarto giorno di quarantena (più o meno, eh) e già mi pare di essere qui da due mesi. Credo di avere già la pelle più bianca, giuro, e i muscoli delle gambe flaccidi.

E non dirò Andrà tutto bene, non andrà bene un cazzo, ve lo dico io, sarà durissima, siamo in guerra e la mia paranoia aumenta giorno dopo giorno.

Forse alla fine di questa storia non solo sarò più pallida e flaccida, ma anche più pazza.

Chissà se è possibile…

In ogni caso dichiaro ri-aperto questo blog, diciamo un’apertura straordinaria(per ora) a seguito di tutte le altre chiusure straordinarie.

Little Boss mi dice che in casa c’è odore di impasto. E io che speravo ce ne fosse di pizza…

La mia ancora di salvezza

post 179

 

Come dicevo, la mia storia con l’Amico Speciale va discretamente, lui è quasitutto ciò di cui ho bisogno, mi aiuta quando sono in panne (ha passato un sabato mattina in lavanderia al mio posto perché stavo smattando per l’accumulo di bucato, quale uomo ti lava e ti piega il bucato? Il tuo dico, solo il tuo bucato…), mi prepara la cena quando faccio tardi (la sua impepata di cozze era sublime), sceglie sempre i film giusti (no, non l’avrei mai guardato un film dal titolo Bunraku, giuro su ciò che ho di più caro, e invece mi è piaciuta la regia alternativa, ve lo consiglio), si sveglia prima di me per preparare il caffè (anche se la mia sveglia punta le 5 e lui è di riposo… questa cosa ha stupito talmente tutti che ora mi danno della Strega), ascolta le mie magagne, mi coccola quando sono stanca, e a letto… a letto non posso chiedere di più (detto tra noi, è un valore aggiunto alla mia vita che non credevo di poter avere). Quindi quel quasi…?

Il quasi è semplice: credo di essere arrivata a delle degne conclusioni, su questo fronte, anche grazie agli ultimi due anni passati, grazie a TDL, ma soprattutto allo Shogun.

Ho iniziato a capire che A) non tutti gli uomini sono come il mio ex; B) se il mio ex è stato quello che è stato con me prima e è quello che è ora, la responsabilità è anche mia (non solo mia, non solo sua, ma mia e sua. Può sembrare una banalità, ma per me è una grande conquista); C) il principe azzurro…non esiste. Ebbene sì, anche se mi rompe ammetterlo ho sempre pensato di poter trovare l’uomo giusto, ma che non fosse solo giusto, ma giusto giusto, perfetto, in parole povere. Ciò non solo è denigrante per una ragazza di intelligenza media come me, ma anche deleterio. Perché ti immerge in uno strato di aspettative a dir poco assurde, distruggendo tutto. Ora, non è che avessi mai pensato che fosse il mio ex, il principino, ma credevo, al tempo, di essere un po’ immune a quell’amore che taglia via gli occhi. E le orecchie. E la testa tutta. E poi le mie certezze sono crollate, non ero affatto immune e TDL lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. E, detto ciò, ho capito anche che D) l’innamoramento è una follia che ha poco a che fare con le coppie, è una follia temporanea, che inebria, che va bene solo per soffrire, non può appagarti mai, ti dà solo una scarica di adrenalina, e di vita, certo, ma dura poco (il tempo di arrivare dalla pancia al cuore e poi alla mente) e ti lascia un po’ disarticolata, distorta, e ti occorre poi del tempo per rimetterti in sesto, per riallinearti al tuo Io. Per capire, anche, che non è quello che vuoi. Perché amare è bello, davvero, ti lascia addosso la sensazione che la tua vita abbia un senso, che tu esista davvero, ti dice che puoi fare davvero dei miracoli, perché essere innamorati ti dà forza, ti rende sveglio, attento, moltiplica tutti i tuoi sensi. Ma tutta questa energia che si sprigiona dentro di te, prima o poi, per un motivo o per un altro, dovrà calare. Dalla pancia passa al cuore e poi alla mente. E la mente difficilmente avrà la stessa risposta di pancia e cuore. Perché quello che vedi quando sei innamorato (oh, beh, sulla definizione e sulle parole lascio a voi, io mi ci perdo: innamoramento, infatuazione, cotta, definitela come vi pare) non è un uomo (o una donna), ma un superuomo (o una superdonna). E, ovvio, non esistono superuomini e superdonne (così come il principe azzurro).

Forse il mio problema (una volta me lo disse il Mentore, ma sono passati davvero tanti anni da quel giorno, e se l’ho capito solo adesso significa che la mia intelligenza non è poi così media, il neurone fa fatica a girare e va piano) è che volevo innamorarmi. E poi, quando è successo, mi ci sono volute tre testate belle potenti per capire che non era quello che volevo davvero.

Quello che voglio è amare la persona che ho accanto con i pregi e i difetti (non senza vederli), guardando alla sua interezza (non solo a quella parte che tanto mi piace), facendo compromessi, lavorando duro, impegnandomi senza pensare L’amore è sufficiente. Perché non lo è. Al limite vince su tutto. E senza ombra di dubbio è la mia ancora di salvezza.

 

 

In ogni caso, in questi giorni molto confusi e di fatti di decisioni importanti, mi sono persa spesso a ripensare alla storia con l’Amico Speciale. Forse perché UAP ha pubblicato la sua, di storia, con Dolce Consorte, forse perché qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere una mia biografia (la cosa è stata detta tra il serio e il faceto, ma l’ho visto come un Segno), forse perché il mio capo l’altro giorno ha detto una cosa su di me e sull’Amico Speciale che mi ha sorpreso, perché la penso da sempre (e la pensa così anche Ale), insomma forse ho voglia anche io di tirare le fila con lui, fin dall’inizio, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto, poco più che ventenne (quindi eoni fa).

Ma soprattutto perché solo scrivendo riesco a pensare davvero, mettere in ordine e capire le cose.

Sarà facile?

Chi può dirlo

Più o meno parlo di scrittura…

D6772880-7F3E-44C8-9940-095DB0E47F78_1_201_aLadra, ladra, ladra…

Cosa rubo oggi? Sempre la stessa cosa: Tempo.

Perché lo rubo? Per dire nulla. Eppure per dire tutto.

Come lo rubo? Sottraendomi ad alcuni impegni (fare delle foto della mia abitazione, per esempio, che verrà presto messa in vendita, lasciandomi basita, prima di tutto, irritata, secondo di tutto, preoccupata, anche se non troppo, ho ancora due anni, terzo di tutto).

Quando lo rubo? Prima di cena, giusto una mezz’ora, mi dico sempre, ma poi sforo sempre un pelino.

A Chi lo rubo? A Little Boss, un pochino, all’Amico Speciale, pure un altro pochino.

Ora che ho sviluppato aristotelicamente (più o meno, nevvero) questo incipit posso continuare.

Bene bene, una prima novità l’ho detta qua sopra (ho usato un qua! Io che cazzio sempre il mio Amico Scrittore perché li usa e per me sono un toscanismo odioso! Ben mi sta, non lo correggo per punirmi del passato snobismo). Insomma non è che sarò in mezzo a una strada, intendiamoci, ma quando scadrà la prima parte del mio contratto 4+4 potrebbe essere… e io che speravo di stare in questo buchetto ameno almeno altri sei anni… sto anche riflettendo se comprarla io stessa, ma qui un investimento non è da pensare e io sono una che ha voglia di viaggiare leggera, non credo che metterò delle catene alla mia vita comprando una casa. Tuttavia ancora non sono in fondo al ragionamento: non so ancora le cifre esatte.

La seconda novità è quella di un possibile accordo con il mio ex: dopo anni di effettiva separazione finalmente tra poco saremo davanti a un giudice. Con un accordo firmato, a quanto pare. Ma siccome io sono come Tommaso… aspetterò il 18.

E tutto il resto? Com’è Inside Moon?

Devo dire che ho davvero poco tempo per rifletterci. E se questo da un lato potrebbe sembrare una fortuna, dall’altro mi spaventa. Ho approfittato di un acchiappa allodole per lettori come me: un buono di 5 euro da usare su Ibs (dove da anni sono Cliente Premium) e mi sono rimasti attaccati alle mani (virtuali) ben 3 libri… uno di questi era un libro che avevo in lista da anni, un libro che volevo e temevo: Inchiostro antipatico, un bel manuale di dissuasione alla scrittura creativa. Direi che il Bianchi, qui, con me ha centrato in pieno: condensa in poche pagine tutte cose che so già da secoli e millenni (da eoni, direbbe Little Boss). E alla fine si rivolge direttamente a me, il Bianchi: non farlo, Moon, perché condannarti a una vita fatta di delusioni e povertà, tu del marketing non sai una pippa, non ti piace, non sei il tipo, fai un lavoro di merda pure con i social del Ristorante, figurati se devi farlo per te, non sai venderti, e poi, scusa, ma chi ti leggerebbe? Come ti potrebbero trovare nel mare magnum dei piccoli scrittori insignificanti? E poi, davvero, cosa hai da dire di importante? E infine: ma sai farlo? Dai, piccola Moon, rinuncia, liberaci dalla cartaccia inutile che potresti produrre, sai quanti alberi salveresti? Ecco, pensa al futuro di Little Boss, all’ossigeno che le regaleresti! Pensa che con il tempo che sprechi a cercare di fare una cosa per la quale duri fatica potresti leggere, fare collanine con le perline, cucinare torte (per la felicità dell’Amico Speciale), rifare i letti, una volta ogni tanto, andare a trovare gli amici…

 

Quanto hai ragione, caro Paolo. E io ci penso da sempre, e ci ho pensato anche mentre leggevo il tuo manualetto.

Ma c’è un faro puntato sempre in una direzione, e non mi importa quanto dovrò aspettare, e non importa quale sarà il risultato, e non importa la fatica che dovrò fare, e non mi importa la rinuncia. So solo che ci sono cose che si fanno con passione per passione, per necessità, per sopravvivenza, e ognuno ha il sacrosanto diritto di buttare al cesso la propria vita per qualcosa o qualcuno, e a me sembra di essere anche troppo equilibrata, e no, caro Paolo, non rinuncio a scrivere, a avere questo sogno (ormai), a credere che un giorno, magari non oggi o domani, ma un giorno, ci possa arrivare.

Non sarai mai King, dice Paolo.

Lo so.

Non riuscirai mai a pubblicare, insiste.

Forse.

Desisti, conclude.

Mai.

Fosse solo per annoiare i miei 3 lettori… (mica sono il Manzoni, che arriva a 25…)

Ciucciami il calzino, Paolo.

(In ogni caso concludo dicendo: mai libro mi è stato più utile negli ultimi anni… Paolo Bianchi ha fatto un bel lavoro con questo manualetto. Perlomeno per me)

Sostiene Moon

post 172

 

Un piccolo omaggio blasfemo a un grandissimo scrittore a me vicino… spero mi perdoni la messa in burla. Ma sono certa che lo farà. 

 

 

Sostiene Moon che la mattina sente una canzone nella testa, I’m strong enought, che non si ricorda le parole, ma solo questo pezzetto del ritornello e se lo ripete all’infinito, nuovo mantra, per darsi forza.

Moon sostiene che la vita sta facendo la difficile, le tiene il muso, fa le bizze come una bambina viziata, ma lei, sostiene, non si farà prendere per i capelli.

Sostiene Moon che da quel cunicolo c’è già passata e che l’età a qualcosa servirà pure, diamine!, o deve solo servire a farsi dire da Little Boss che è vecchia perché non chiude le finestre sul telefonino? Moon racconta di serate troppo brevi e notti un po’ inquiete, di risvegli con il cuore che batte come un tamburo e di analisi che ancora vanno male. Ma sostiene, Moon, che nonostante tutto tiene botta, che le cose sa che si aggiusteranno. E lo sa perché, quando è in macchina, parcheggiata sotto la casa del suo ex, e le vengono in mente mille pensieri e si preoccupa per Little Boss e si preoccupa per sé e il suo futuro e le cose sembrano diventare grigie, ecco che arriva lei, Little Boss; la piccola sfodera un sorriso, le fa la linguaccia e gli occhi storti, apre la macchina e inizia a parlare come se non ci fosse un domani e deve raccontarle tutto, ma tutto tutto(avete presente la scena dei Goonies?)e poi è vero che il cervello di Moon è sovraccarico di info, ma è anche felice, felice come non mai, ha un tesoro che la accompagna giorno dopo giorno, che brilla tanto forte da riuscire a donarle un po’ di quella luce, e allora tutto, ma tutto tutto, passa in secondo piano, si rende conto che ciò che conta lei lo ha già. E dito medio a quelli che la odiano. Perché Moon sente l’oroscopo la mattina, mentre scende dal suo monticello per portare Little Boss a scuola, su RDS c’è Branco (con quella voce odiosa, diciamocelo, e quelle parole che non sanno né di me né di te) e lui dice che ci sono persone che la odiano e che riescono a metterle, anche oggi, i bastoni tra le ruote. Ma Moon, sostiene, fa il dito medio anche a Branco, e se la ride per una piccola vittoria legale: se qualcuno mi odia (non ha dubbi, Moon, che sia così, e potrebbe tranquillamente fare il nome del suo ex) io ho fatto tanto per costruire ciò che ho e è talmente solido che non riuscirà a sfondarlo, nonostante sia un Ariete. Tiè, aggiunge Moon, sostenendolo.

Moon sostiene, ancora, che le serate se ne vanno via come le noccioline all’aperitivo, tra un ripasso dell’Illuminismo (che poi Little Boss ha il compito) e la spiegazione delle subordinate, i pomeriggi scappano tra la palestra* e il circolo di lettura, tra le lezioni di chitarra e l’orientamento per le superiori, tra le due ore per il sesso, rubate, (sempre due Wal, sono intransigente, amare ha bisogno del suo tempo) e la telefonata a un amico, tra il ragù, ché ogni tanto bisogna anche cucinare, e l’impasto per i biscotti di pan di zenzero a lavoro (sì, fuori orario, ma il lavoro è anche questo, metterci passione).

Sostiene Moon che le manca la tastiera, ma che quando vede il calendario sul telefono le piglia un colpo: ci sono più pallini grigi che numeri, lì. Ci sono le elezioni per il consiglio di istituto (e che, non si propone, Moon, come presidente, visto che non lo fa nessuno?), le riunioni a scuola, gli scioperi, il dentista, le cresime…

Ma Moon sostiene anche che domenica chiappa l’Amico Speciale e lo porta a teatro. Giusto per…

Mi gonfierà il cervello?, chiede lui.

Lo spero proprio, sennò che ci andiamo a fare?, risponde Moon.

Moon sostiene che l’esproprio della tastiera è solo un momento, una cosa che finirà. Il suo Capo le dice: Come farai, poi, quando non avrai tutti questi impegni? Sentirai un gran vuoto.

Moon sostiene che lo riempirà con la scrittura.

 

ah… lascio la canzone. Eh. Il meglio sarebbe leggere ascoltando la canzone.

Manco mi piace tanto… (troppo discotecara), ma ci sta.

Ci sta.

 

 

 

 

 

O poeta è um fingidor

post 171

 

 

Sono una persona orribile. E bugiarda. Ma poi, bugiarda su ciò che per me conta moltissimo, bugiarda su un tasto che a premerlo mi fa male. Quindi ancora peggio.

Oggi avevo una specie di ispezione del mio appartamento da parte della mia padrona di casa. Dico una specie perché è stata camuffata come un’ispezione da parte di un geometra(?), ingegnere(?). Come ho forse già detto il mio mini appartamento è stato costruito sopra a una chiesa. In pratica era la canonica o qualcosa del genere (dopo oggi non ho più sicurezza di nulla). Ma insomma, pare che la chiesa sottostante sia particolarmente umida, soprattutto perché una parte di questa chiesa è chiusa da anni. L’umidità si vede sulle scale che salgono al mio appartamento, il muro sfarina eccetera eccetera. Quindi il geometra(?) o ingegnere (?) è arrivato a casa mia per sincerarsi che non ci sia umidità anche nell’appartamento. Certo, direte, ma non bastava chiedertelo? Io mai avuto problemi con l’umidità, qui (a parte quella volta che ho fissato con il trapano una mensola e ho preso pieno lo scarico del cesso della tizia che abita sopra: ora non mi invidiate, vero?). Insomma, mai un muro sgallato, mai una traccia di nero.

Ma siccome non avevo nulla da nascondere ho acconsentito all’ispezione con il sorriso sulle labbra. Tirato. Ma sempre un sorriso.

Ieri è stata una giornata da incubo a lavoro: 12 ore filate, sono arrivata alla dirittura di arrivo senza guardare la famosa app del telefono che mi conta passi e chilometri percorsi: avrei potuto spaventarmi. Esco da lavoro, mi trascino a casa e sbavo per una doccia calda ristoratrice. Ed ecco che arrivano le telefonate: Little boss (che è da suo padre per il weekend) ha dimenticato lo zainetto per fare ginnastica (che ora si chiama motoria o motricità, a seconda di quanto l’italiano vuole complicarsi la vita), Me lo porti?, Certo, amore, arrivo. Poi ecco l’Amico Speciale.

Stasera dormi a casa mia? La inauguriamo. (Ha appena traslocato nella sua nuova casa, NdR)

E ci ceniamo?

Certo.

Ma i piatti, ci sono?

Circa.

Come circa? Che parli come Little Boss?

Dai, qualcosa arrangiamo! (Una pizza mangiata nella scatola, NdR)

Ok…

Ma prima vieni con me al negozio dei cinesi a comprare un paio di cose?

E quindi, con una stanchezza colossale, eccomi lì al negozio con lui che mi chiede: ma cosa potrebbe servirmi nell’immediato? E io ho risposte fantasiose, a seconda di quello che vedo: un orologio da parete, un portatovaglioli con l’emoticon che ride, uno stampo da forno in silicone…

Sei fatta?, mi chiede. Beh, quasi…

Poi boh, la serata di ieri sera nei miei ricordi è annebbiata dalle sette di sera in poi, di sicuro ho mangiato la pizza a casa sua, mi sono infilata il pigiama, ma stamani mi sono ritrovata nuda. È comunque un bel segno.

E stamani mi sono precipitata a casa per renderla presentabile per l’ispezione.

Ho spolverato polvere che camminava da sola, buttato via centinaia di piccoli oggetti inutili (ma come facciamo ad accumulare tutta questa spazzatura, in casa? Bomboniere, nastri, bottiglie vuote, disegni di bambini sconosciuti, carte e bustine, chili di cuffie per le orecchie, chiaramente rotte, addirittura ho buttato un pezzo di rete per polli…siamo accumulatori seriali, come in quel brutto reality), risistemato la camera di Little Boss, un procedimento che mi ha richiesto tanto stomaco e tanta pazienza. E un buon cassetto dove infilare gli imprevisti. E insomma arrivo all’appuntamento con il fiato corto, ma con una casa presentabile e due nuovi profumatori per ambienti. Tanto che la mia padrona di casa e ne esce con Ma che buon profumino che hai qui! E poi come la tieni bene, la casa!

Sfodero il mio secondo sorriso e mento: ma no, dai, scusa la confusione, non ho mai tempo per sistemare, il lavoro, gli impegni di Little Boss…

Ho fatto il primo scalino che mi porta giù all’inferno.

Poi nota il muro della follia: sono le carte di Fabula (in pratica sono le regole del Viaggio dell’eroe di Vogler scritte su carte plastificate da attaccare al muro: la struttura di un romanzo in stile easy). Sai, le dico, è per il romanzo che sto scrivendo. Lei, che ha una figlia pure lei scrittrice, ne è colpita e mi sorride felice. Un altro punto per me. Un altro scalino di discesa per l’inferno.

Ok. Ok. Non saranno bugie gravi. Ma mi toccano nel profondo. Mi sento una persona orribile. Ma se è vero che, come dice Pessoa, O poeta è um fingidor, allora la strada è quella giusta magari…

Smetto di pensare al romanzo che non sto scrivendo e mi butto sulle silloge, no?