Scrivere

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Quello che vorrei sarebbe lavorare stasera. Il lavoro vero, quello non pagato.

Sul concetto del lavoro ho dovuto pensare tanto e la mia Psi è stata la protagonista di questa piccola evoluzione.

Qualche anno fa, quando Little Boss era piccola, ma non più così piccola da dover ricevere le mie attenzioni notte e giorno, mi sono trovata improvvisamente disoccupata. È il destino delle mamme a tempo pieno, di tutte: il bambino quando è piccolo ha bisogno del tuo latte, dei pannolini, di giocare, del bagnetto, di essere cullato. E di tante altre cose. Ma poi arriva il momento in cui va all’asilo. E la mamma a tempo pieno, beh, si trova dopo un po’ ad avere tanto tempo libero.

Io lavoravo, al tempo, ma di tempo libero me ne sono ritrovata comunque in mano più del necessario. Leggevo tantissimo. E ovunque, in qualsiasi condizione. Avevo proprio fame, in quel periodo, fame di parole, e così compravo o prendevo in prestito di tutto, non selezionavo nulla, leggevo e basta, nella speranza di placare quell’ingordigia.

Fu così che mi trovai tra le mani un libro di Spaarks. Beh, è a quel libro che tocca la colpa del mio provare a scribacchiare. Appena lo finii pensai subito: una cazzata così sono capace di scriverla anche io, ma in realtà il mio pensiero andò quasi subito più in profondità: non trovo nulla, da tanto, che mi plachi quella fame. Forse potrei provare a scriverlo io.

Ho iniziato così: un po’ per gioco, un po’ per sfida, un po’ per disoccupazione. E così sono andata avanti per qualche mese, credo, non tantissimo, facciamo dalla primavera all’estate.

Ma poi ho iniziato a leggere davveroquello che stavo scrivendo. Mica tutto, eh, solo qualche parte, solo qualche racconto. C’era tanta tristezza. Un amico notò, poi, che c’erano un sacco di donne che soffrivano, nei miei racconti (le ho spesso: uccise, fatte picchiare, ammalare, torturare, rese bulimiche, nevrotiche, borderline, masochiste, sadiche, assassine…una bella lista).

Le cose quindi sono cambiate. E scrivere smise di diventare un gioco: era già una necessità.

Con il tempo lo diventò sempre di più. Era l’unico posto dove mi sentivo completamente io, mi riconoscevo allo specchio, insomma. Era una bella sensazione, a volte. Altre invece prendevo coscienza di lati di me che non sospettavo.

All’inizio provai a coinvolgere il mio ex: le piccole premiazioni, per me, erano un buon sistema. Lui da una parte sembrava contento, dall’altra invece …beh, invece no. Osteggiava. E osteggiava nel modo peggiore, con il silenzio.

Potrei dire altre mille cose su questo argomento specifico, ma sarebbero cose noiose e avulse da ciò che voglio dire stasera.

Il suo atteggiamento nei confronti della mia scrittura però cambiava anche il mio stesso rapporto con essa: iniziai a sentirmi in colpa per il fatto di farlo, come se stessi rubando del tempo a qualcuno. L’appagamento scemava e il senso di colpa saliva.

Ma siccome sono Ostinata ENevrotica, non smisi di scrivere, anzi. Rincarai la dose. Volevo di più. Volevo scrivere meglio. E di cose che mi importavano. Ma, soprattutto, meglio. Lo volevo quell’obiettivo che mi ero prefissa all’inizio, scrivere qualcosa che io volessi leggere.

E, ovvio, facevo tutto questo con immensa sofferenza.

È stato in questo momento che la mia Psi mi liberò dal peso spiegandomi che il lavoronon può essere considerato solo quello che ti dà la pagnotta in fondo al mese. Tutto ciò che impegna la tua energia per un fine specifico è lavoro. Banale, no? Bastava guadare sul dizionario. O ricordarsi che quando avevo 13 anni i miei genitori mi dicevano, con fare di rimprovero: vai a scuola e studia, è quello il tuo lavoro. Eppure…

Eppure questo concetto, da quel momento, non mi ha più abbandonato.

E quindi il mio lavoro, quello vero, è questo, scrivere. E il mio fine è stare bene, di nuovo, capire (me, il mondo), dare un nuovo punto di vista (a me, al mondo), forse anche restare (per me, per il mondo).

Quindi, ora che mi sono scaldata, vado.

Scrivo.

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Quintalogo per il nervosismo (di Moon)

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Come farsi passare il nervosismo:

1)Torna a casa, prima di tutto.

Se insisti a restare a lavoro chiacchierando su cosa non va nella tua vita non risolvi nella. Lo sfogo (lo hai capito trilionidi anni fa) non ti fa stare meglio. Anzi, mette il focus su quello che non va, quindi ti fa stare peggio. Anzi, more, dovresti divulgare questo tuo Punto Di Vista (PDV), potrebbe fare comodo a qualche spostato come te.

2)Fai una doccia.

L’acqua è il tuo elemento, lo sai, non è che ci fai l’amore con l’acqua, ma riesce sempre a calmarti. Sarà il calore, e tu di calore ne hai bisogno sempre, forse è proprio un fatto biologico, ti hanno sempre detto che sei calda, hai una temperatura alta, quindi senti spesso il freddo. E il caldo ti fa stare bene. E poi c’è quella sensazione di lavarti di dosso la giornata, le incomprensioni, i brutti momenti, dove sei quasi caduta, ma no, non l’hai fatto del tutto. Questa te l’ha regalata tua nonna, che credeva si potesse lavare tutto, anche la colpa, a suon di candeggina.

3)Metti la crema profumata.

Cose da donne, diranno alcuni. Una cosa che mi fa stare bene, annusare qualcosa che conosco, è come essere a casa, ho bisogno dell’olfatto per sentirmi a casa. Potrei spalmarmi di caffè, perché non c’è nulla come il profumo della moka che mi fa più casa. Ma ok anche l’Iris. Basta che non sia il Muschio bianco. E su questo ho già scritto (ma non qui).

4)Togli le tazze della colazione dal lavello.

Anche perché si tratta di migrarle di venti centimetri, dal lavello alla Schiava. Non è proprio una gran fatica.

Nulla mi urta di più della mianegligenza. Non fare le cose che so che dovrei fare mi mette un sacco di meno (-)all’Ego. In modo del tutto fantascientifico non mi curo quasi mai della negligenza degli altri. Altrimenti avrei già decapitato Little Boss…

5)Scrivi il secondo capitolo.

Nulla, in assoluto, mi fa bene come scrivere. Meglio di mangiare, di bere, del sesso (eh, sì). Scrivere mi rende la tizia che allo specchio si riconosce. Quindi aver scritto il capitolo 2 di una storia che ho in testa e funziona mi sento vincente. Sono un po’ come Michael J. Foxin Voglia di vincere. La scena con il padre dove dice: Io ho una gran voglia di vincere. Io pure. Ho voglia di vincere da quando ho memoria. Solo che con il tempo la voglia di vincere si è ridimensionata, va detto.

 

E quindi ecco qui che il nervosismo sta scomparendo. Mi sono rilassata. E oggi al corso i miei ragazzisono riusciti a inventare un pre dinner degno del nome, e con entusiasmo, e ciò significa che hanno recepito le lezioni. Credo glielo farò mettere nel menù, dobbiamo trovare un nome adatto.

Lancio un mini sondaggio.

Qualcuno ha voglia di rispondere? Il cocktail è composto da un Gordon’s premium pink gin (aroma frutti rossi), Martini Dry e succo di mirtillo. Sì, lo so, è una rivisitazione del Cocktail Martini. Insomma, se l’ha fatto Hemingway, però, possiamo farlo pure noi, eh. È leggermente abboccato, ma prevalentemente secco. Limpido, perché il succo di mirtillo si deposita sul fondo.

Lo so, lo so, è roba da esperti di bevute. E se avevo fatto una foto era meglio.

Ma si fa per giocare, no?

Imparare

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Ho ancora un’ora prima dell’appuntamento telefonico con la Psicologa del gruppo di scrittura, che (molto disponibile, disponibilissima)risponderà alle mie domande sul narcisista covert, questa figura a me (ora parzialmente) sconosciuta.

Il mio racconto è già partito, Arianna, la protagonista e mia nuova figlia, sta facendo quello che deve fare e ricordando quello che deve ricordare. La sua storia è già scritta, in un certo senso, i racconti si scrivono da soli, noi siamo solo il braccio, le dita e qualche correzione di sintassi e grammatica, se la conosciamo. Ho sempre pensato che quando un personaggio nasce, poi fa come gli pare. Tu vuoi fargli fare un’altra scelta? E no, lui si impunta e tornerà al punto di partenza, perché decide lui, è la mia vita, sembra dirti, tu devi solo registrare, le scelte me le faccio da solo

Buffa, a volte, questa cosa della scrittura…

Ma non era questo che volevo dire, oggi.

È che ieri sera prima di dormire mi sono segnata una cosa sul foglio che ho sul comodino, ho segnato questo verbo: imparare. E stamani me ne ero dimenticata, ma poi ho letto una cosa che me lo ha fatto ricordare e quindi ho fatto tutte le cavolo di cose che dovevo fare questo lunedì mattina, Little Boss al pulmino, passaggio all’asl, spesa, fotocopie e poi di nuovo asl, un brindisi con cornetto e cappuccino, me ne sono tornata a casa e ho ripreso il foglio.

Pensavo a tutte le cose che ho imparato nella vita. E a come le ho imparate.

Avevo cinque anni quando mi resi conto che mia sorella con le sue amiche andavano più veloci di me in bicicletta. E mi lasciavano sempre indietro.  Loro viaggiavano su due ruote, io su quattro. Così decisi di imparare. Eravamo al campeggio e davanti alla nostra roulotte c’era questa strada lunga e grande (che ora posso dire che era solo un viottolo, ma la tempo mi sembrava una quattro corsie), tutta ricoperta di ghiaia. Mi ci misi la mattina, dopo che mio padre ebbe tolto le due rotelline. A sera avevo imparato, ma avevo dei buchi sanguinanti su entrambe le ginocchia. Uno lo vedo ancora.

Mio padre mi ha sempre detto che prendo troppo dal mio corpo, io ho sempre pensato di essere il classico mulo da soma. È così che faccio tutto, che imparo tutto: me lo metto in testa e sgobbo come una dannata fino a che non ho imparato. Con sudore, sangue (anche reale) e fatica. Sono ostinata, dopotutto. E se una cosa la voglio imparare la imparerò, se una cosa la voglio fare, la farò.

E va da sé che non tutto quello che ho imparato l’ho voluto, non volevo imparare il dolore, per esempio, ma è successo.

Ma poi ci sono cose che, nonostante gli sforzi, non sono riuscita mai a imparare. E quando me ne rendo conto mi sento spiazzata. Tutta la mia sicurezza sul mulo da soma eccetera. Ho sempre ripetuto a me e agli altri una frase che pare uscita da un manuale di autoaiuto per negati: se vuoi, puoi.

Eppure. Eppure ho sperimentato che non è affatto così. Certo, non sto parlando di cose banali: se voglio imparare a cucinare le cime di rapa in salmì lo farò, d’accordo.

Ma non ho imparato ad esempio a prendermi cura di me. O a gestire una relazione. O a essere meno impulsiva. E tante altre cose.

Una parte di me mi dice che se queste cose non le ho imparate è perché non voglio impararle davvero, perché non me ne frega nulla. Questo dà ragione alla mia teoria del Se vuoi, puoi, dopotutto, e il mio senso logico ne esce vittorioso. Ma c’è sempre un piccolo dubbio che mi non mi fa depositare la questione nel cassetto in alto del mio cervello.

In ogni caso stamani imparerò qualcosa. Tra meno di mezz’ora.

E il risultato sarà, di nuovo, Moon+1. Un’operazione che spero tenda all’infinito.

Oroscopo postumo

Post 47

Oggi è venerdì. Ed è da domenica che non scrivo una riga…

Non credo di essere mai stata così tanto senza scrivere nulla, negli ultimi mesi. 

È stata una settimana di cose belle. E brutte. Di incontri. Ed esami. Di abbracci. E pessime notizie. 

Se fossi una che scrive oroscopi scriverei più o meno così: Bilancia, settimana di alti e bassi, dovrete dimostrare di avere coraggio e guardarvi dai falsi amici. I vostri problemi finanziari vi tormentano, la salute non è poi un granché, ma non scoraggiatevi, il passaggio di Saturno (se c’è qualche astrologo presente mi scuso per l’invenzione) è solo temporaneo. Mercoledì riuscirete a incontrare un amico che aspettavate da tanto… e basta: accontentatevi. 

Ma infatti io ci sto, nonostante le pessime notizie, potrebbe andare peggio. 

Pare proprio che appena compiuti i 40 (cosa che paventavo già da un po’, come avrete letto) il declino della salute sia consequenziale. Per me, almeno. Dopo anni di esami andati bene, dopo anni a dire: ma chi mi ammazza a me!, ecco che invece mi trovo addosso una cosa che, se è vero che non mi ammazza, però mi rompe parecchio le balle. 

E quindi, anche se dopo due giorni, ormai, sono decisamente più positiva (anche perché moooolto meglio informata), qualcosa dentro di me si muove quando un medico mi parla di cellule tumorali. È uno spauracchio, lo so, è come l’Uomo Nero di quando ero bambina. Ma insomma, io, mi dicono, sono un soggetto a rischio. Che alla fine la sfiga è la sfiga, no? E le cattive abitudini di vita lo stesso. Come ho detto al medico, so benissimo cosa sto facendo per autodistruggermi. E anche se mi continuo a dire che non è nulla di grave, anche se la dolce infermiera mi dice: stai tranquilla, eh!, tranquillissima ora non lo sono, saranno anche tutte quelle cose che si accavallano e che mi rendono un po’ più stanca ogni giorno, sarà che non ci avevo ancora scritto su, forse, che dopo aver ticchettato qui per un’ora mi sento sempre meglio (ve lo dico la prossima volta se ha funzionato, ok?). 

Ma (avversativa).

Come diceva il mio oroscopo postumo, ho avuto anche dei bei momenti. Ho incontrato il Nuovo Amico Atipico. Ci siamo scritti e sentito per tanto e vederci è stato esattamente come immaginavo. Il NAA è divertente. Un oratore, quando ne ha voglia. O quando io gli lascio spazio… sembrava che dovessimo dirci un milione di cose, eppure abbiamo avuto anche lunghi momenti di silenzio. Che poi, anche il silenzio tra due persone, va saputo fare, no? Non vi è mai capitato di avere minuti lunghissimi e imbarazzanti dove nessuno dice niente all’altro e l’aria si fa pesante e, finalmente, quando uno dei due si decide ad aprire bocca viene fuori qualcosa che stona, qualcosa che sembra il grattare cambiando marcia? 

Ecco, invece, con il NAA tutto questo non è successo. I nostri silenzi erano momenti di relax, e se uno dei due apriva bocca, poi, era come inserire perfettamente la prima. 

Quindi, dai, lo ammetto: alti insieme ai bassi.

Resta solo questa fiacchezza. La sento anche nelle parole che ho appena scritto: sono fiacche pure loro, senza energia. 

Ma l’oroscopo postumo dice che tutto migliorerà. 

E perché non crederci? 

Bussola rotta: prima o poi…

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Stamani mi sono svegliata con un tizio che alle 6 di mattina cantava sotto la mia finestra L’emozione non ha voce (sbagliando le parole, tra l’altro. Però era intonato). Forse lo dovevo capire che quello era il Segno di una giornata strana. 

Stavo sorseggiando il mio primo caffè e mandando messaggi al Nuovo Amico Atipico (ultimamente ci sentiamo spesso, lo sento più di mia madre- e questo è un bene- passiamo anche ore a non dirci nulla di serio e a farci ridere – lui è più bravo di me, chiunque lo è, a dire il vero: io sono la Pesantezza del Vivere, calvinianamente parlando), gli raccontavo proprio la storia del cantante sotto la finestra. Era un bel momento. Fino a che un nervo è stato toccato. Eh, sì, arriva lui, aspettate: TDL. Ha finito il libro che gli ho regalato, un Murakami di prim’ordine (non il mio preferito, ma un must, di sicuro) e mi ha mandato le sue impressioni. Normale. Normale in un contesto normale. 

Lui continua a scrivere cose e io abbozzo. Oggi sono proprio incocciata con lui, non ne voglio sapere. Era una mattina tanto da Biancaneve e lui la trasforma nell’antro della Regina Cattiva (le metafore sulle fiabe vengono tutte da una recente visione di Once upon a time con Little Boss). Evitamento: non è quella la giusta strategia? E quindi abbozzo mezze risposte o non rispondo proprio. Fino a che non chiede: sei arrabbiata con me?

Ahahahahaahhh. E poi ancora ahahaahaah!

Te ne sei accorto alla svelta!

Ma non rispondo, ovvio.

Qualcosa avrò pur imparato.

Eppure…

Eppure oggi mi sento inquieta. 

Torno a casa e Little Boss è tutta presa nel riordinare la sua stanza (?), la sento che traffica in camera sua (che poi è solo un soppalco, nemmeno una stanza vera, con pareti vere e porte vere, me lo rinfaccerà quando sarà più grande e vorrà una vera privacy, ma in quaranta metri che posso fare, io? A parte delle tende, che già mi sono organizzata a cucire… a far cucire, scusate). Allora prendo il Mac, anzi, lui prende me, visto che è un fisso, ci guardiamo per un po’, lo interrogo sui file salvati, Voglio finire quel racconto del cavolo che non ho mai finito, gli dico. Lui, il Mac, fa la faccetta scettica. Ma aiuta, a modo suo, apre i file, me li ordina per data. E il suo compito si esaurisce qui. Si beve un sorso di birra (virtuale) e mi guarda: ora la palla è tua: gioca. E io inizio, ma sì, da qualche parte arriverà, la mia Margherita. Le ho dato un sacco di problemi iniziali, deve farsi il suo Viaggio dell’eroe, trovare amici, nemici, arrivare all’obiettivo, la situazione iniziale deve capovolgersi e poi arriva il finale. Semplice: Vogler insegna. 

Ma le storie non mi nascono così. Margherita non la sento. Non la capisco, non la empatizzo, e quindi è tutto inutile. Dopo 1000 parole chiudo il file. 

Così non funziono.

E sarebbe bello dare la colpa a qualcuno, sarebbe bello che non fosse solo colpa mia. 

Giro in tondo perché ho la bussola rotta.

Prima o poi capirò cosa devo fare, prima o poi arriverà il Nord, prima o poi TDL non mi farà più male, prima o poi sarò pronta per godermi la vita, per essere felice, per lasciare che l’inquietudine non sia la mia ombra, il mio passato, il mio futuro e il mio destino. 

Non ditemi che non sono ottimista, per favore.

Il Desiderio

post 43

 

Io il Desiderio lo sento sempre. 

Che siano le sette di mattina o a notte fonda. Non ho orari. Non esiste il Tempo.

Solo la profondità cambia, ci sono momenti che riesco a toccare la sabbia appena in superficie e altri che l’oscurità mi assale, mi impietrisce, mi blocca, mi inchioda al muro, senza respiro, senza voce, senza battito del cuore.

Sono i momenti in cui mi sento fortunata di piangere e basta, in cui le mie grida ucciderebbero chiunque passasse per caso, per sbaglio, per incoscienza.

Io il Desiderio lo sento sempre.

È un desiderio leggero, a volte, ha il peso di una farfalla che si posa sul mio collo, una carezza leggera che consola, un bacio rubato.

Tutte le altre volte mi schiaccia, rende la mani pesanti, conficco le unghie nei palmi per non pensarci, cerco di resistere, perché non posso sempre assecondarlo, ci sono giorni che non posso farlo, non posso farmi trasportare dal desiderio. 

Io il Desiderio lo sento sempre.

Poggio la testa sul cuscino che si bagna con un sorriso che tarda ad arrivare e resisto alla voglia di alzarmi e dargli sfogo.

Guido di notte, i fanali delle altre macchine mi rendono cieca, tremo per ogni curva, e penso solo che vorrei essere a casa, al sicuro, al caldo, ma appena torno, appena apro la porta, di nuovo sento che c’è ancora qualcosa che non riesco a capire, qualcosa che devo risolvere. 

È il Desiderio.

Che devo combattere, assecondare, nutrire, sfidare. 

 

Omnia vincit stultitia

 

post 40

Non ho tempo. 

No. Ricomincio.

Non ho Tempo.

Giorni frenetici, tutto un correre qui e là, tutto un fare cose, dire cose, pensare cose. Tutto un cercare di organizzare: lavoro, straordinari, lezioni di yoga e chitarra per Little Boss (sì, lo so, yoga:un grande mistero il fatto che mi abbia chiesto di farla, certo non glielo ho detto io, non voglio indagare oltre, la fa stare bene), spesa, festa di compleanno, di nuovo lavoro straordinario, appuntamento con l’estetista ( sempre lei, mica io… a volte mi chiedo se sia mia figlia…ma almeno la mia è una battuta e non un’insinuazione), progetto con il Grande Artista (uno strike, tra l’altro, in venti minuti ho scritto un pezzo “efficace”: così hanno detto: uno a zero per Moon), una litigata via sms con il mio ex, l’Amico Speciale che mi chiede: ci rivedremo mai? Sei sempre impegnata. Tesoro, non ho Tempo! Devo correre, devo fare, devo…

Ecco, tipo ora. Dovrei preparare cena, è vero, che è tutto il giorno che corro e ho avuto giusto il tempo di una doccia (15 minuti, con questo clima devo asciugarli, i capelli), dovrei fare la lavatrice, mettere a posto i piatti nella lavastoviglie, pulire e sistemare il bagno (siamo due donne, ora, in questa casa e il bagno è un delirio di prodotti cosmetici: 10% Moon, 90% Little Boss: crema per i brufoli, olio per le smagliature, scrub sotto la doccia, crema corpo profumata, balsamo per le labbra… credo che sia lo zampino di mia madre, sotto sotto). Insomma, dovrei fare mille altre cose invece di essere qui. Ma. 

Ma.

Ma.

Ma.

Ho guardato Little Boss negli occhi, le ho chiesto trenta minuti di pietà. 

Amore, devo scrivere, ti prego, sono tre giorni e sono in astinenza. Ho le dita legate, devo slegarle. Ho il cervello intasato, devo stasarlo. Ho gli occhi

Eh, mamma, vai e scrivi, per favore, che cenare si cena dopo, ok?

Il Boss migliore del mondo, il più comprensivo, il più dolce. Ieri sera, che era il suo compleanno, mi ha suonato Hallelujah con il suo nuovo ukulele, ne ho fatto un video da mandare a Ale, speriamo che laggiù nella foresta riesca a vederlo. 

Se non ci fosse Little Boss la vita sarebbe davvero molto scarsa.

Che poi le rubo tempo (Tempo?) per non scrivere nulla, lo so, solo per sproloquiare, ma io lo adoro, sproloquiare dico, adoro questa via di fuga dallo stress di ogni giorno, so che è solo un espediente, ma vabbè, mi solleva, e manco mi accorgo che TDL manca da  giorni, sparito proprio, non ho Tempo per curarmi di lui, voglio averne sempre meno, di Tempo per lui. 

Riempirsi la vita per non pensarci: potrebbe essere un buon trucco, ma la vita non va come vogliamo noi, le cose accadono, e spesso mi dico che accadono per una ragione e magari questo correre frenetico che mi tocca in questo momento è un Segno. È il Segno che devo pensare meno a lui. È l’universo che si muove per aiutarmi. 

Sì, ok. Sta diventando troppo folle anche per me. 

I Segni sono altro. 

Mi sa che qui non ho ancora mai parlato davvero di Segni, di quello che la mia psicologa chiamava : le previsioni che si autoavverano. Che poi è solo un mix di stupidità e goduria personale. Ma io ci credo. Credo nei Segni. Anche se con TDL non ho voluto vederli tutti. Ma c’erano, i Segni: c’era, l’universo che mi diceva: stai sbagliando. 

Solo che omnia vincit amor. 

O omnia vincit stultitia, fate voi.

Vado a preparare cena…

Corsi di cucina e premi letterari

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Mi hanno fregato con un altro corso di cucina. 

Io, che detesto cucinare, sono obbligata per lavoro a fare questo dannato corso con lo Chef Stellato. E lo so, lo so (per favore, non ditemelo) che molti di voi diranno che sono maledettamente fortunata, che un corso gratis fatto da uno chef che sa fare lo chef, che insegna trucchi e cotture, inventa piatti, suggerisce modifiche ai piatti classici e tutte quelle cose lì è una bella occasione, che insomma, lo so che ci sono milioni di persone che si continuano a guardare programmi di cucina e si dilettano tra i fornelli come novelli Canavacciuolo e vanno a cercarsi nel negozio etnico il platano da friggere perché la Parodi vi ha abbinato il piccione (sto inventando, ovvio, ogni riferimento a persone o cibo è del tutto casuale), lo so che esiste anche un canale (anche se devo dire che è pochissimo che l’ho incrociato) sul digitale dedicato alla cucina, quindi immagino che ci siano davvero molte persone affascinate da questa Nuova Arte… MA. Ma io sono stanca del cibo, sono stanca di pensare alle sue infinite preparazioni, ma sopratutto sono stanca di fare corsi di cucina che mi rubano il tempo prezioso che vorrei passare con Little Boss.  

Che poi a me, lo Chef Stellato,  piace pure, è un ragazzo alla mano nonostante le sue stelle Michelin, arriva con la moto e questo, non so perché, ma me lo rende ancora più simpatico. 

Resta il fatto che dovrò sorbirmi intingoli e arrosti per due giorni di seguito e siccome pare che sia l’unica al Ristorante in grado di scrivere (ok. Qui le battute dei miei colleghi si sprecano: scrivi tu gli appunti, non sei una scrittrice? Oppure, scrivi tu Auguri sulla torta con la cioccolata: non sei una scrittrice? Eccetera), non potrò nemmeno distrarmi e pensare agli affaracci miei. 

E invece io vorrei pensarci, agli affaracci miei, visto che oggi il mio capo mi ha chiamato da parte e mi ha detto: Bene, Monica, hai tempo fino al 28 febbraio per scrivere un romanzo commerciale di 200 pagine. Poi ha mi ha messo sul banco l’articolo di un giornale. Credo di aver buttato fuori gli occhi come in cartone degli anni cinquanta. Esiste un concorso letterario che ha un bel montepremi: 150.000 euro. In questo concorso vince la storia, non le sperimentazioni, non lo stile, non il nome, sopratutto. Si concorre anche con pseudonimo. 

E così adesso è dalle una circa che il mio cervello non fa altro che macinare questa cosa. 

La prima cosa che ho pensato è stata a questo tempo ho per scrivere e quanto devo scrivere al giorno per poter arrivare a uno scalino come 200 pagine. Contando che più o meno che adesso ne scrivo una e mezzo al giorno, anche se non tutti i giorni, e la trovo una cosa fattibile,  mi occorrerebbero almeno 200 giorni, cioè più di sei mesi. Che non ho. Ricalcolo: due pagine al giorno tutti i giorni: sono cento giorni, cioè poco più di tre mesi. Fattibile. Quindi ok, a livello di tempo potrei esserci. 

Ed ecco che il mio ragionamento si ferma qui. I calcoli che ho segnato sul blocco delle comande tra una cestina di pane e un dessert sono l’unica cosa che il mio neurone solitario è riuscito a creare. Poi nel Moon cervello si sono accese le altre mille domande e, a seguito, le altre mille perplessità che mi hanno scemare l’entusiasmo del Grande Progetto (è la mia modalità standard, nessuna sorpresa).

La verità è che io non so scrivere un romanzo. E sopratutto non so scrivere un romanzo commerciale. E sopratutto, non so se davvero voglio scriverlo. Ovvero, quanto me la sono sbattuta per studiare la scrittura, per non ridurre i miei racconti a storielline, per cercarmi uno stile, per sperimentare… per non affiancare necessariamente la scrittura ai soldi? Mi ci sono voluti anni per capire come voglio scrivere. E ora arriva un premio del cavolo che sicuramente non vincerò mai (immaginate la valanga delle persone che parteciperanno, compresi autori famosi sotto pseudonimo. La avete immaginata? ora, raddoppiatela) e tutto può cambiare? 

Sì, Moon, ok. Ma sono 150.000 euro… un misero tentativo potresti pur farlo. 

Quindi, non ho ragione a dire che non voglio fare il corso di cucina e voglio pensare agli affaracci miei?