E finalmente…

 

post 84…dopo lunga e penosa malattia (mentale, per essere precisi), ho terminato il racconto per la raccolta sui disturbi di personalità.  Addio Narcisista! Covert, ricordo.

E questo pezzo l’ho scritto proprio male. Nel senso che mi sono dovuta contorcere dentro ai paletti imposti da altri, se mai ci si può contorcere nei paletti, ma io mi sono sentita così, mentre scrivevo, storta, innaturale, non ero nella mia posizione. Perché sulla sedia ci sto come un indiano (d’America), ma nei racconti ci viaggio dritta come un fuso. E ho dovuto rinunciare al bellissimo finale che avevo sognato (sognato! Capite?? Ma quando mai un Segnofu più chiaro di questo?) per metterci un finale non banale come mi avevano quasi imposto, ma comunque non adatto alla mia piccola Arianna. Perché la miaArianna era partita alla grande. E poi si è rimpicciolita dentro ai tasti, fino quasi a scomparire.

Ora, io non lo so se tutto quello che sto scrivendo ha un senso per voi. Ma lo ha per me.

Da una parte sento la liberazione di un compito ingrato (che all’inizio non lo era, ma lo è diventato con il tempo), dall’altra sento di aver tradito la miapiccola, di averla portata su una strada che non le appartiene. O meglio. Che non le dona.

E poi non contiamo che ho scritto senza aver riletto nulla. Improvvisando alla grande. Io. Che sui miei personaggi ci perdo il cervello venti giorni prima di iniziare davvero a scriverci su.

Ma tant’è.

Il dado è tratto.

Per ora.

Poi ci sarà la parte ancor meno divertente: la revisione. Una roba allucinante se seguo le norme redazionali della casa editrice (che oltretutto detesto. Nel senso che detesto le persone proprio, non mi stanno simpatici a pelle, diciamo così, non approvo le loro scelte da nessun punto di vista e cose del genere).

Ma per stasera non ci penso.

Ho altre cose a cui pensare.

Tante cose.

Anche se ora per me dovrebbe essere l’ora della nanna, con tanto di pigiama e coniglietti ai piedi, con tanto di borsa dell’acqua calda come una novantenne, mica dovrei essere qui, ma tanto per cambiare la logica si scinde dal mio neurone e forma una società a parte, dove vivono gli unicorni e dove io non mi alzo tra poche ore.

Forse stasera sono riuscita a finire il racconto perché ho letto l’oroscopo del 2019 per il mio segno.

Me ne stavo al Ristorante a perdere tempo durante la lezione di yoga di Little Boss e ho fatto una cosa che di solito evito: ho letto il giornale. La prima notizia che ho letto è stata quella del primo bambino nato a Pisa del 2019. Peccato che aveva genitori livornesi che non hanno voluto foto del pargolo nato in terra straniera. Il campanilismo toscano. Una vera chicca.

Poi ho letto quella del tizio che mette al guinzaglio la sua donna per gelosia e la trascina per mezzo quartiere fino a farla svenire.

Quindi mi sono buttata sulle pagine centrali: oh, God saves the horoscope.

Il mio oroscopo dice che il 2019 sarà così: si chiude una porta e si apre un portone. MP me lo aveva detto giusto ieri. Forse è MP che fa gli oroscopi per il mio quotidiano locale. Sei tu MP? Puoi dirmelo. Sul serio.

Ma mi ha anche detto: tante soddisfazioni lavorative, nuove proposte e un aumento. E siccome avevo il mio capo accanto quando l’ho letto (a voce alta) e lui si è girato e ha ringhiato, immagino si riferisca all’altro lavoro, quello non pagato. Tante soddisfazioni eccetera. Senza aumenti. Mi accontento.

E così stasera ho deciso di dar retta all’oroscopo e darmi da fare. Che non dovete aspettare che il Destino vi porti la minestra scodellata (parole sue): scodellatevela.

Ed ecco che provo a scodellarmela. E magari domani faccio i reinvii alle riviste che me lo hanno chiesto.

Che sennò alla fine hanno ragione i miei colleghi: io scrivo solo sulle torte di compleanno e sulle Sacher…

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Imparare

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Ho ancora un’ora prima dell’appuntamento telefonico con la Psicologa del gruppo di scrittura, che (molto disponibile, disponibilissima)risponderà alle mie domande sul narcisista covert, questa figura a me (ora parzialmente) sconosciuta.

Il mio racconto è già partito, Arianna, la protagonista e mia nuova figlia, sta facendo quello che deve fare e ricordando quello che deve ricordare. La sua storia è già scritta, in un certo senso, i racconti si scrivono da soli, noi siamo solo il braccio, le dita e qualche correzione di sintassi e grammatica, se la conosciamo. Ho sempre pensato che quando un personaggio nasce, poi fa come gli pare. Tu vuoi fargli fare un’altra scelta? E no, lui si impunta e tornerà al punto di partenza, perché decide lui, è la mia vita, sembra dirti, tu devi solo registrare, le scelte me le faccio da solo

Buffa, a volte, questa cosa della scrittura…

Ma non era questo che volevo dire, oggi.

È che ieri sera prima di dormire mi sono segnata una cosa sul foglio che ho sul comodino, ho segnato questo verbo: imparare. E stamani me ne ero dimenticata, ma poi ho letto una cosa che me lo ha fatto ricordare e quindi ho fatto tutte le cavolo di cose che dovevo fare questo lunedì mattina, Little Boss al pulmino, passaggio all’asl, spesa, fotocopie e poi di nuovo asl, un brindisi con cornetto e cappuccino, me ne sono tornata a casa e ho ripreso il foglio.

Pensavo a tutte le cose che ho imparato nella vita. E a come le ho imparate.

Avevo cinque anni quando mi resi conto che mia sorella con le sue amiche andavano più veloci di me in bicicletta. E mi lasciavano sempre indietro.  Loro viaggiavano su due ruote, io su quattro. Così decisi di imparare. Eravamo al campeggio e davanti alla nostra roulotte c’era questa strada lunga e grande (che ora posso dire che era solo un viottolo, ma la tempo mi sembrava una quattro corsie), tutta ricoperta di ghiaia. Mi ci misi la mattina, dopo che mio padre ebbe tolto le due rotelline. A sera avevo imparato, ma avevo dei buchi sanguinanti su entrambe le ginocchia. Uno lo vedo ancora.

Mio padre mi ha sempre detto che prendo troppo dal mio corpo, io ho sempre pensato di essere il classico mulo da soma. È così che faccio tutto, che imparo tutto: me lo metto in testa e sgobbo come una dannata fino a che non ho imparato. Con sudore, sangue (anche reale) e fatica. Sono ostinata, dopotutto. E se una cosa la voglio imparare la imparerò, se una cosa la voglio fare, la farò.

E va da sé che non tutto quello che ho imparato l’ho voluto, non volevo imparare il dolore, per esempio, ma è successo.

Ma poi ci sono cose che, nonostante gli sforzi, non sono riuscita mai a imparare. E quando me ne rendo conto mi sento spiazzata. Tutta la mia sicurezza sul mulo da soma eccetera. Ho sempre ripetuto a me e agli altri una frase che pare uscita da un manuale di autoaiuto per negati: se vuoi, puoi.

Eppure. Eppure ho sperimentato che non è affatto così. Certo, non sto parlando di cose banali: se voglio imparare a cucinare le cime di rapa in salmì lo farò, d’accordo.

Ma non ho imparato ad esempio a prendermi cura di me. O a gestire una relazione. O a essere meno impulsiva. E tante altre cose.

Una parte di me mi dice che se queste cose non le ho imparate è perché non voglio impararle davvero, perché non me ne frega nulla. Questo dà ragione alla mia teoria del Se vuoi, puoi, dopotutto, e il mio senso logico ne esce vittorioso. Ma c’è sempre un piccolo dubbio che mi non mi fa depositare la questione nel cassetto in alto del mio cervello.

In ogni caso stamani imparerò qualcosa. Tra meno di mezz’ora.

E il risultato sarà, di nuovo, Moon+1. Un’operazione che spero tenda all’infinito.

Il Moonverso

post 65

 

Mi sono imposta una dieta. Una cosa che dura da poche ore, a dire il vero, e chissà se mai riuscirò ad arrivare a ventiquattro. Conoscendomi, ne dubito. Quindi posso già parlare di dieta? No. (No! Devo essere ottimista!)

La mia dieta prevede: evita di non mangiare, per favore; evita di affogare qualsiasi cosa in una salsa al colesterolo (l’altra sera ho mangiato patate lesse in salsa di: fontina, mascarpone, panna, emmental e parmigiano. Con tanto pepe); evita di mangiare solo pasta, che lo so che fai presto a fare le linguine in bianco, ma insomma…

In pratica la mia dieta si risolve in: cucina anche per te. E mangia. Magari anche qualche verdura.

Visto che per un mese avrò una prescrizione medica che mi proibisce di fare attività fisica (praticamente il sogno della mia vita), almeno la dieta va corretta.

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per Moon (eh sì, non ho resistito, scusate).

Quindi sono qui che mi preparo una tisana al posto del bicchiere di vino, ascolto lo sciacquettio della lavastoviglie con un orecchio e una canzone dei Cake a ripetizione, Frank Sinatra, una gran bella canzone. E pensavo che più o meno ho fatto un sacco di cose anche oggi. Mi sono rimessa in pari con qualche progetto arretrato, anche se non ho ancora finito. E ho pensato al racconto che devo scrivere e finire (prima bozza) entro la fine del mese. E di cui ho già sognato il finale. Sognato nel senso di sognare. Da addormentata. E quando mi sono svegliata tutto era così chiaro. Era chiara la direzione che il mio protagonista doveva seguire ed era chiara la sua strada, come se la luna la avesse rischiarata per tutto il tempo (mi sto autocitando stasera, chiedo venia).

E devo dire che siccome di solito le grandi idee per i racconti le ho mentre guido, questa è una modalità che differisce moltissimo. E quindi la prendo come un maledetto Segno. Il Segno, per essere precisi, è che questa storia deve venire fuori. Ora. È il suo momento. E non sentivo questa sensazione da anni, non sentivo il richiamo di una storia dall’ultima Laura di cui ho scritto (e che ho messo qui, su WordPress, sul blog di Circolo 16).

Una bella sensazione.

Ed ecco che, finalmente, allora, stasera, ora, sarò breve. Perché dopo essermi rimessa parzialmente in pari con gli impegni(completare racconti a due mani –Franck, ho terminato il mio pezzo proprio oggi. Devo solo trascriverlo ora, come ti dicevo-; revisionare un racconto dello Scrittore; pagare tutti i bollettini; dare comunicazione agli altri genitori della riunione a scuola- con relativo sondaggio per una gita al Fico-; insegnare alla collega come scrivere sulle torte in mia assenza) ecco che sono pronta a dedicarmi alla narrativa.

E ho un biglietto sulla mia bacheca. Lo scrissi ad Agosto, prima di aprire questo blog. C’è scritto sopra: i Segni dicono che devi ricominciare a scrivere.

Prendo molto sul serio i Segni.

Una volta un tizio, un musicista, mi disse: quando fai un cambiamento positivo l’Universo si muove per aiutarti.

Il mio Moonverso si sta muovendo.

Vediamo come risponde l’Universo.

Zen e narcisismo

post 64

 

Non so se vi è mai capitato di andare in quei centri benessere, qualcosa tipo Spa, per intenderci. C’è una cosa simile vicino a me, lo chiamano Thermarium, entri (dopo aver lasciato la mamma come garanzia), ti accoglie una signorina vestita di bianco, hai la sauna, il bagno turco, la doccia sensoriale, la tisana e, sopratutto, quel profumo di Patchouli e la musica: uccellini, flauti, eccetera.

Ed ecco che proprio oggi, primo giorno di lavoro dopo la mia dichiarata tregua (che per me significa anche: rilassati cara, distendi i nervi, prenditi tempo e tutte quelle cose lì) entro in cucina e sento, accanto al microonde, un suono strano. Sono uccellini, ne sono certa. Fuori fa parecchio freddo: qualche passerotto in cerca di riparo? Ispeziono gli scaffali, cerco ancora e trovo…un telefono. La nuova aiuto cuoca ama la musicoterapia si vede e infatti eccola che mi spunta alle spalle (sempre sorridente, sempre pulita, sempre calma) e mi chiede: ti piace?

Ma sì, why not? Un po’ di aiuto non può che far bene.

E quindi oggi escono piatti zen, volteggio tra i tavoli, nemmeno mi incazzo per le due spagnole che ci mettono cinquanta minuti (!) per finire un piattino di formaggio in due. Che solo quello hanno ordinato. Un piattino di formaggio in due.

Ma ho altro da pensare, alla svolta, no? Prima di tutto ora sono decisamente single(1), me lo ha detto ieri lo Scrittore (si sarebbe incazzato se lo avessi chiamato così prima. Ma ora posso, dato che ha pubblicato il suo primo libro). Mi ha telefonato verso le dieci per chiedermi come sto, l’esame eccetera e poi, alla fine, mi ha parlato di un progetto, qualcosa che mi risvegli dal torpore, lo so che lo fa per me di farmi entrare in questa cosa. Si tratta di scrivere un racconto incentrato sulla figura del narcisista covert. Ovvio che io non ho idea di cosa sia, al più arrivo al narcisismo, ma più per il mito che altro,  e quindi sono già due giorni che leggo (anche qui su WordPress), mi informo e cerco di capire. E alla fine, leggi leggi, qualcosa è arrivato.

E allora mentre sto andando alla riunione della scuola (alla quale arriverò all’orario sbagliato trovandomi costretta a riorganizzare tutto il pomeriggio in tre minuti e la cosa, ovvio, funzionerà un po’ male e dovrò correre per riuscire ad arrivare in tempo, quello giusto, trovandomi davanti il culo di un cinghiale che per un pelo eviterò) penso che questo progetto mi serve. 25000 battute in dieci giorni. Su qualcosa che non conosco. Ma che mi piace da morire…

Non lo so perché ma i disturbi mi attraggono. Nel senso che ci scrivo volentieri. E ci ho scritto. Perché è quell’essere in bilico tra normalità e patologia. È quella parte nascosta che sta in ognuno di noi. Le paure, le ansie…

Ognuno è disturbato a modo suo. Io per prima.

E quindi nulla, alla fine ho accettato.

E dopo trenta secondi ecco che faccio parte di un gruppo che ha a che fare con fave letterarie (no, non lo chiedo il motivo) e mi arrivano un sacco di benvenuta! Buon lavoro! Info gruppo, riunioni… oddio! Speriamo di riuscire a farcela.

Ma sì! Io so scrivere bene! Verrà un racconto formidabile! Sono brava, diamine, so scrivere!

Ecco, visto? Mi sto già calando nella parte del narcisista.

Overt, però.

(1) Il fatto di sentirmi chiamare single mi ha dato da pensare. Prima non lo ero? Insomma, con TDL lo ero, lui aveva un’altra… e con l’Amico Speciale lo stesso, non c’era nulla di definito. Quindi cosa ho, una medaglietta, ora? Mi fanno gli sconti? Ma sopratutto, non è che single significhi sola. Perché io sola non lo sono. Sono piena di amici, di persone che mi vogliono bene e a cui io voglio bene. Persone che vanno e vengono. La mia famosa rete. Quindi, esattamente, cosa significa essere single? Che non vado a letto con nessuno? Ma quello me lo ha prescritto il dottore, quindi…

Essere sola

 

post 49

Ho appena accompagnato Little Boss da suo padre, e mentre tornavo a casa pensavo. Pensavo a un milione di cose, tutte insieme, si sono affastellate nella testa, sovrapposte, tanto che una volta a casa non sono riuscita a districarle, ma qualcosa è rimasto, si vede, perché pensavo alla musica, agli stimoli nuovi di cui ho bisogno, e i due concetti si sono attaccati insieme  e così ho chiesto aiuto all’unico in grado di amarmi sempre, di seguire il mio complicatissimo cervello, di entrarmi nel mio cuore per farlo riposare: Spotify. Ho scoperto una funzionalità: ti crea una Playlist simile alla tua. E, indovina indovina? Ci azzecca. Sempre. Mi conosce. Che alla fine non è che ci voglia un super programma. Ci vorrebbe solo un po’ di attenzione, no? 

Ricordo che anni fa chiesi al mio ex una banalità: quale è il mio libro preferito? Volevo sfidarlo, certo. Glielo avevo detto mille volte, lo avevo scoperto con lui, nel periodo in cui sono stata con lui, che è stato un periodo molto lungo, con lui ci sono cresciuta, si può dire. Non serve dire cosa rispose. 

TDL mi ha guardata. All’inizio era così. All’inizio è sempre così, no? Ma c’è stato un pomeriggio. Pioveva, tanto per cambiare. E lui mi guardò negli occhi e mi penetrò. Mi fece piangere, sembrava davvero che quel concetto, l’empatia, ci fosse. Ed era solo una parola, ma quel pomeriggio per me prese vita. 

E poi, certo, è morta. 

Ecco perché piango, i morti si piangono sempre. 

E comunque non era questo che pensavo in macchina. La macchina per me è un vero pensatoio, tipo quello che aveva Paperone nel suo deposito: ricordate il circoletto fondo? Io guido e penso. E le idee le ho tutte quando poso il culo sul sedile e metto la prima. Ecco perché ci ho messo l’acchiappasogni. Perché le idee negative restano intrappolate nella rete, e quelle buone passano attraverso il centro. Ed è vero che il mio non è fatto con legno di salice e piume di aquila, ma con fil di ferro e piume di fagiano (questo si trova, a casa mia, non sono della tribù dei Lakota), ma funziona. Solo che ho visto l’altro giorno, mentre lo mostravo al Nuovo Amico Atipico (che ora non è più tanto nuovo, così posso chiamarlo Amico Atipico e basta) che si è rotta la rete e dovrò ripararlo. Forse sostituirlo. Deve essere per questo che le idee si incasinano. Probabile. 

Ma insomma, non era nemmeno questo che avevo pensato, diamine come sono dispersiva.

Pensavo al fatto che ho chiesto a un amico di portarmi a fare un giro nel bosco. Che alla fine mi sa che potrebbe farmi bene uscire e mettermi a contatto con la natura per un po’. Ce l’ho a due passi, ma io, il bosco, non mi ricordo più come si usa, e se non c’è qualcuno ad accompagnarmi mi sa che mi perdo e faccio la fine della Bambina che amava Tom Gordon. O, visto che è periodo di caccia, mi becco una fucilata dove non batte il sole. E nulla, gli avevo detto Un lunedì andiamo. E oggi è lunedì e lui mi ha chiamato. Ma io dovevo fare mille giri, libretto della caldaia da far timbrare, andare dal gommista e dal meccanico per la mia piccola auto-pensatoio, un appuntamento con un avvocato in serata. E Little Boss in mezzo a tutto questo. Non ho tempo oggi, devo farne mille, scusa, a volte non mi rendo conto di quante cose devo fare in una giornata e del tempo che ne rimane. La sua risposta è stata tipica: eh, voi donne ne avete da fare sempre tante, ma anche noi uomini…

Già. Peccato che io sono sola e devo farne per entrambi. 

E quindi ecco a cosa pensavo, al fatto che sono sola a gestirmi la vita e quella di Little Boss. E che ci sono giornate che mi pesa, certo, essere sola. Nessuno a cui poter delegare nulla, nemmeno andare alla posta a pagare la bolletta, nessuno da mandare dal gommista per fare un preventivo (e chiedere di pagare a rate, che sennò non ci arrivo), nessuno a ricordare l’appuntamento dal dentista per Little Boss, nessuno a dare una mano per la cena, nessuno a cui confidare la giornata, le piccole disavventure, le piccole vittorie. Se ancora vi state chiedendo perché scrivo è anche per questo, magari: perché sono sola.

Ma certo, certo… lo so che la solitudine non è una condizione ma uno stato d’animo. E io oggi mi sento così. Mica sempre, eh. Anzi. Il mio Spazio… il mio Armadio…

Facciamo che siccome è un mio conflitto, ci devo sguazzare ancora un po’.  

Oroscopo postumo

Post 47

Oggi è venerdì. Ed è da domenica che non scrivo una riga…

Non credo di essere mai stata così tanto senza scrivere nulla, negli ultimi mesi. 

È stata una settimana di cose belle. E brutte. Di incontri. Ed esami. Di abbracci. E pessime notizie. 

Se fossi una che scrive oroscopi scriverei più o meno così: Bilancia, settimana di alti e bassi, dovrete dimostrare di avere coraggio e guardarvi dai falsi amici. I vostri problemi finanziari vi tormentano, la salute non è poi un granché, ma non scoraggiatevi, il passaggio di Saturno (se c’è qualche astrologo presente mi scuso per l’invenzione) è solo temporaneo. Mercoledì riuscirete a incontrare un amico che aspettavate da tanto… e basta: accontentatevi. 

Ma infatti io ci sto, nonostante le pessime notizie, potrebbe andare peggio. 

Pare proprio che appena compiuti i 40 (cosa che paventavo già da un po’, come avrete letto) il declino della salute sia consequenziale. Per me, almeno. Dopo anni di esami andati bene, dopo anni a dire: ma chi mi ammazza a me!, ecco che invece mi trovo addosso una cosa che, se è vero che non mi ammazza, però mi rompe parecchio le balle. 

E quindi, anche se dopo due giorni, ormai, sono decisamente più positiva (anche perché moooolto meglio informata), qualcosa dentro di me si muove quando un medico mi parla di cellule tumorali. È uno spauracchio, lo so, è come l’Uomo Nero di quando ero bambina. Ma insomma, io, mi dicono, sono un soggetto a rischio. Che alla fine la sfiga è la sfiga, no? E le cattive abitudini di vita lo stesso. Come ho detto al medico, so benissimo cosa sto facendo per autodistruggermi. E anche se mi continuo a dire che non è nulla di grave, anche se la dolce infermiera mi dice: stai tranquilla, eh!, tranquillissima ora non lo sono, saranno anche tutte quelle cose che si accavallano e che mi rendono un po’ più stanca ogni giorno, sarà che non ci avevo ancora scritto su, forse, che dopo aver ticchettato qui per un’ora mi sento sempre meglio (ve lo dico la prossima volta se ha funzionato, ok?). 

Ma (avversativa).

Come diceva il mio oroscopo postumo, ho avuto anche dei bei momenti. Ho incontrato il Nuovo Amico Atipico. Ci siamo scritti e sentito per tanto e vederci è stato esattamente come immaginavo. Il NAA è divertente. Un oratore, quando ne ha voglia. O quando io gli lascio spazio… sembrava che dovessimo dirci un milione di cose, eppure abbiamo avuto anche lunghi momenti di silenzio. Che poi, anche il silenzio tra due persone, va saputo fare, no? Non vi è mai capitato di avere minuti lunghissimi e imbarazzanti dove nessuno dice niente all’altro e l’aria si fa pesante e, finalmente, quando uno dei due si decide ad aprire bocca viene fuori qualcosa che stona, qualcosa che sembra il grattare cambiando marcia? 

Ecco, invece, con il NAA tutto questo non è successo. I nostri silenzi erano momenti di relax, e se uno dei due apriva bocca, poi, era come inserire perfettamente la prima. 

Quindi, dai, lo ammetto: alti insieme ai bassi.

Resta solo questa fiacchezza. La sento anche nelle parole che ho appena scritto: sono fiacche pure loro, senza energia. 

Ma l’oroscopo postumo dice che tutto migliorerà. 

E perché non crederci? 

Bussola rotta: prima o poi…

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Stamani mi sono svegliata con un tizio che alle 6 di mattina cantava sotto la mia finestra L’emozione non ha voce (sbagliando le parole, tra l’altro. Però era intonato). Forse lo dovevo capire che quello era il Segno di una giornata strana. 

Stavo sorseggiando il mio primo caffè e mandando messaggi al Nuovo Amico Atipico (ultimamente ci sentiamo spesso, lo sento più di mia madre- e questo è un bene- passiamo anche ore a non dirci nulla di serio e a farci ridere – lui è più bravo di me, chiunque lo è, a dire il vero: io sono la Pesantezza del Vivere, calvinianamente parlando), gli raccontavo proprio la storia del cantante sotto la finestra. Era un bel momento. Fino a che un nervo è stato toccato. Eh, sì, arriva lui, aspettate: TDL. Ha finito il libro che gli ho regalato, un Murakami di prim’ordine (non il mio preferito, ma un must, di sicuro) e mi ha mandato le sue impressioni. Normale. Normale in un contesto normale. 

Lui continua a scrivere cose e io abbozzo. Oggi sono proprio incocciata con lui, non ne voglio sapere. Era una mattina tanto da Biancaneve e lui la trasforma nell’antro della Regina Cattiva (le metafore sulle fiabe vengono tutte da una recente visione di Once upon a time con Little Boss). Evitamento: non è quella la giusta strategia? E quindi abbozzo mezze risposte o non rispondo proprio. Fino a che non chiede: sei arrabbiata con me?

Ahahahahaahhh. E poi ancora ahahaahaah!

Te ne sei accorto alla svelta!

Ma non rispondo, ovvio.

Qualcosa avrò pur imparato.

Eppure…

Eppure oggi mi sento inquieta. 

Torno a casa e Little Boss è tutta presa nel riordinare la sua stanza (?), la sento che traffica in camera sua (che poi è solo un soppalco, nemmeno una stanza vera, con pareti vere e porte vere, me lo rinfaccerà quando sarà più grande e vorrà una vera privacy, ma in quaranta metri che posso fare, io? A parte delle tende, che già mi sono organizzata a cucire… a far cucire, scusate). Allora prendo il Mac, anzi, lui prende me, visto che è un fisso, ci guardiamo per un po’, lo interrogo sui file salvati, Voglio finire quel racconto del cavolo che non ho mai finito, gli dico. Lui, il Mac, fa la faccetta scettica. Ma aiuta, a modo suo, apre i file, me li ordina per data. E il suo compito si esaurisce qui. Si beve un sorso di birra (virtuale) e mi guarda: ora la palla è tua: gioca. E io inizio, ma sì, da qualche parte arriverà, la mia Margherita. Le ho dato un sacco di problemi iniziali, deve farsi il suo Viaggio dell’eroe, trovare amici, nemici, arrivare all’obiettivo, la situazione iniziale deve capovolgersi e poi arriva il finale. Semplice: Vogler insegna. 

Ma le storie non mi nascono così. Margherita non la sento. Non la capisco, non la empatizzo, e quindi è tutto inutile. Dopo 1000 parole chiudo il file. 

Così non funziono.

E sarebbe bello dare la colpa a qualcuno, sarebbe bello che non fosse solo colpa mia. 

Giro in tondo perché ho la bussola rotta.

Prima o poi capirò cosa devo fare, prima o poi arriverà il Nord, prima o poi TDL non mi farà più male, prima o poi sarò pronta per godermi la vita, per essere felice, per lasciare che l’inquietudine non sia la mia ombra, il mio passato, il mio futuro e il mio destino. 

Non ditemi che non sono ottimista, per favore.

Il Desiderio

post 43

 

Io il Desiderio lo sento sempre. 

Che siano le sette di mattina o a notte fonda. Non ho orari. Non esiste il Tempo.

Solo la profondità cambia, ci sono momenti che riesco a toccare la sabbia appena in superficie e altri che l’oscurità mi assale, mi impietrisce, mi blocca, mi inchioda al muro, senza respiro, senza voce, senza battito del cuore.

Sono i momenti in cui mi sento fortunata di piangere e basta, in cui le mie grida ucciderebbero chiunque passasse per caso, per sbaglio, per incoscienza.

Io il Desiderio lo sento sempre.

È un desiderio leggero, a volte, ha il peso di una farfalla che si posa sul mio collo, una carezza leggera che consola, un bacio rubato.

Tutte le altre volte mi schiaccia, rende la mani pesanti, conficco le unghie nei palmi per non pensarci, cerco di resistere, perché non posso sempre assecondarlo, ci sono giorni che non posso farlo, non posso farmi trasportare dal desiderio. 

Io il Desiderio lo sento sempre.

Poggio la testa sul cuscino che si bagna con un sorriso che tarda ad arrivare e resisto alla voglia di alzarmi e dargli sfogo.

Guido di notte, i fanali delle altre macchine mi rendono cieca, tremo per ogni curva, e penso solo che vorrei essere a casa, al sicuro, al caldo, ma appena torno, appena apro la porta, di nuovo sento che c’è ancora qualcosa che non riesco a capire, qualcosa che devo risolvere. 

È il Desiderio.

Che devo combattere, assecondare, nutrire, sfidare. 

 

Il puzzle della vita

post 41

 

Dopo quattro giorni di assenza di TDL mi stavo quasi abituando.

Tante cose per la testa, lavoro, Little Boss (compleanno andato benissimo, la piccola felice, il cibo tutto esaurito, stanchezza tollerabile), paturnie del mio ex. E poi l’Amico Speciale. Che ultimamente sta premendo un po’ può pedale del riconoscimento fidanzato ufficiale. Più lui preme, più io mi blocco. È come se ci stessimo creando una routine, un vissuto. Ma io non sono fatta così, non più, non posso cedere al vissuto insieme per creare un futuro. L’ho già fatto ed è stato un disastro. Quindi mi nego. Lascio in giro tracce di altre vite. Perché a parole gli ho già detto tutto. E la situazione tra noi non può evolvere.

E tutto questo lo penso perfino ora, che ho rivisto dopo giorni TDL. E ho notato un cambiamento positivo: le mie reazioni fisiche stanno diminuendo: le gambe tremano meno, mi distraggo meno, il cuore ha un’andatura regolare. Mi riservo sempre qualche battuta al veleno per lui, per fargli capire che sì, sono arrabbiata: non si può entrare come un elefante in una cristalleria e sperare di non rompere nulla. Lui ha rotto qualcosa. Qualcosa che io gli ho concesso con troppa fretta, senza dubbio. Non si torna indietro. 

Insomma: la botta spaventosa credo stia guarendo. 

Ho una cosa da rendergli, un libro. Lo tengo sul comodino da mesi, lo spolvero, ma non lo ho mai letto. Era la mia scusa per poterlo tenere, solo che ora non lo voglio più. Credo sia arrivato il momento di renderglielo. Ed ecco che gli ho mandato un messaggio proprio ora. Questo capitolo deve chiudersi prima possibile.

E non lo so, sarà il pomeriggio piovoso che mi sta uccidendo, sarà che ogni volta che piove penso un po’ a lui, come ho detto, riempio la parola Amore, perché ogni volta che sono stata con lui stava piovendo, ed ecco, quello era un Segno: neanche il cielo voleva che stessimo insieme. Io l’ho frainteso e adesso devo svuotare di nuovo la parola e trovare un sistema per riempirla da capo. 

E quindi nulla. Nulla. Come sempre. Come sempre più spesso accade anche qui, quando scrivo e non riesco a fare quello che di solito mi viene bene, riordinare il caos, mettere ordine tra le idee. 

Ma forse sono solo stanca. 

Tutto mi appare sfocato, lontano, come se non accedesse a me.

Ma forse sono solo malnutrita.

Mangio a caso, appena ho tempo, appena mi ricordo, non so da quanto non ho lo stimolo della fame, solo con Little Boss mi obbligo a una regolarità.

Ma forse sono solo disillusa. 

Non capisco cosa vogliono gli uomini da me.

Ma forse sono solo stupida.

Non vedo le cose perché non le voglio vedere.

Ma forse sono solo maledettamente stufa.

Non sempre riesco a far vincere l’ottimismo.

Che poi alla fine non sono infelice.

L’infelicità l’ho toccata con mano, mi ci sono fatta un male cane. So di cosa stiamo parlando. So cosa significa la disperazione. Ne conosco le curve, i dettagli, potrei disegnarla a memoria come faceva mio nonno con il suo campo di prigionia in Russia. 

Tutto ciò che ci ha distrutto ci resta nel cuore come una cartolina.

È il puzzle del nostro Viaggio.

È il puzzle della nostra Vita.

 P.s. 

Di solito numero i miei post in ordine nella cartella sul Mac, scrivo il titolo  e poi i giorni che mancano alla fine. Oggi decido che vi inondo: che non mi frega più nulla del mio countdown. Che voglio ricongiungere il Tempo. Quindi piano piano ci riesco. Piano piano il Tempo di scrittura dovrà equivalere a quello di pubblicazione.

Auguri.

Omnia vincit stultitia

 

post 40

Non ho tempo. 

No. Ricomincio.

Non ho Tempo.

Giorni frenetici, tutto un correre qui e là, tutto un fare cose, dire cose, pensare cose. Tutto un cercare di organizzare: lavoro, straordinari, lezioni di yoga e chitarra per Little Boss (sì, lo so, yoga:un grande mistero il fatto che mi abbia chiesto di farla, certo non glielo ho detto io, non voglio indagare oltre, la fa stare bene), spesa, festa di compleanno, di nuovo lavoro straordinario, appuntamento con l’estetista ( sempre lei, mica io… a volte mi chiedo se sia mia figlia…ma almeno la mia è una battuta e non un’insinuazione), progetto con il Grande Artista (uno strike, tra l’altro, in venti minuti ho scritto un pezzo “efficace”: così hanno detto: uno a zero per Moon), una litigata via sms con il mio ex, l’Amico Speciale che mi chiede: ci rivedremo mai? Sei sempre impegnata. Tesoro, non ho Tempo! Devo correre, devo fare, devo…

Ecco, tipo ora. Dovrei preparare cena, è vero, che è tutto il giorno che corro e ho avuto giusto il tempo di una doccia (15 minuti, con questo clima devo asciugarli, i capelli), dovrei fare la lavatrice, mettere a posto i piatti nella lavastoviglie, pulire e sistemare il bagno (siamo due donne, ora, in questa casa e il bagno è un delirio di prodotti cosmetici: 10% Moon, 90% Little Boss: crema per i brufoli, olio per le smagliature, scrub sotto la doccia, crema corpo profumata, balsamo per le labbra… credo che sia lo zampino di mia madre, sotto sotto). Insomma, dovrei fare mille altre cose invece di essere qui. Ma. 

Ma.

Ma.

Ma.

Ho guardato Little Boss negli occhi, le ho chiesto trenta minuti di pietà. 

Amore, devo scrivere, ti prego, sono tre giorni e sono in astinenza. Ho le dita legate, devo slegarle. Ho il cervello intasato, devo stasarlo. Ho gli occhi

Eh, mamma, vai e scrivi, per favore, che cenare si cena dopo, ok?

Il Boss migliore del mondo, il più comprensivo, il più dolce. Ieri sera, che era il suo compleanno, mi ha suonato Hallelujah con il suo nuovo ukulele, ne ho fatto un video da mandare a Ale, speriamo che laggiù nella foresta riesca a vederlo. 

Se non ci fosse Little Boss la vita sarebbe davvero molto scarsa.

Che poi le rubo tempo (Tempo?) per non scrivere nulla, lo so, solo per sproloquiare, ma io lo adoro, sproloquiare dico, adoro questa via di fuga dallo stress di ogni giorno, so che è solo un espediente, ma vabbè, mi solleva, e manco mi accorgo che TDL manca da  giorni, sparito proprio, non ho Tempo per curarmi di lui, voglio averne sempre meno, di Tempo per lui. 

Riempirsi la vita per non pensarci: potrebbe essere un buon trucco, ma la vita non va come vogliamo noi, le cose accadono, e spesso mi dico che accadono per una ragione e magari questo correre frenetico che mi tocca in questo momento è un Segno. È il Segno che devo pensare meno a lui. È l’universo che si muove per aiutarmi. 

Sì, ok. Sta diventando troppo folle anche per me. 

I Segni sono altro. 

Mi sa che qui non ho ancora mai parlato davvero di Segni, di quello che la mia psicologa chiamava : le previsioni che si autoavverano. Che poi è solo un mix di stupidità e goduria personale. Ma io ci credo. Credo nei Segni. Anche se con TDL non ho voluto vederli tutti. Ma c’erano, i Segni: c’era, l’universo che mi diceva: stai sbagliando. 

Solo che omnia vincit amor. 

O omnia vincit stultitia, fate voi.

Vado a preparare cena…