Inutile post sul romanzo

Ieri sera mi sono addormentata incazzata come una mina. 

Ho appena terminato un libro bello, di Ilaria Tuti (Fiore di roccia), letto dopo un soporifero Kawaguchi, a sua volta letto dopo un bellissimo Cambiare l’acqua ai fiori. Quindi il resoconto è, per ora: Uno sì e uno no

Sabato sono andata in città con Little Boss. Le volevo comprare qualche vestito nuovo per la scuola (la ragazza cresce e ha già superato di una taglia la mia biancheria intima, se capite a cosa mi riferisco)e invece lei, di nuovo, voleva passare in libreria. Questa estate ha letto come un treno, con una media di un libro ogni due, tre giorni. Ha le sue interminabili saghe, il ciò comporta una spesa elevata a ogni passo dentro una libreria, perché Come posso prendere solo il primo libro? Mi serve tutta la saga insieme! E se poi non trovo la stessa edizione? (per questo la ragazza non ha preso da me: io i libri li vivo, lei li venera). Va beh, comunque il succo è che mentre lei si sceglieva dei libri di Stephen Fry, io accarezzavo le copertine all’entrata, con le nuove uscite. E ho visto Ozpetek. I suoi film li ho amati tutti, quelli che ho visto, una grande delicatezza nell’affrontare temi un po’ scottanti, una bella profondità. E così l’ho preso. E ieri sera l’ho iniziato, con Grandi Speranze. 

E poi mi sono addormentata incazzata come una mina. 

Con me, ovvio. Avrei dovuto leggere almeno le prime pagine, darci un’occhiata. Se è vero che ciò che conta (per me) in un libro non è solo lo stile o solo la trama, ma le emozioni che ti trasmette, è altrettanto vero che se volevo leggere una sceneggiatura la compravo. 

Ora, so che non posso incazzarmi con Ferzan, lui scrive come vuole. Solo che certe dinamiche all’interno di una pagina mi fanno davvero imbestialire. Detesto le descrizioni dettagliate dell’abbigliamento, della stanza in cui si trovano i personaggi, dei movimenti che fanno, se non sono utili a capire ciò che sta dentro al personaggio. Io voglio capire cosa c’è nei loro cuori, non sulle loro tavole imbandite. 

Forse sono ancora troppo rigida. E questa rigidità nei confronti dei romanzi che leggo si rispecchia, centuplicata, nel mio. Ho scritto una novella carina, ma senza cuore. Leggibile. E non mi basta. Come posso odiare Ferzan e poi scrivere di peggio?, mi dico. È incoerente. Ieri mettina, dopo una lettera fiume a Ale, mi sono messa a rileggerlo, il mio romanzo-fast. Scorre bene, è divertente in molti punti, come dicevo ad Ale, ma è monco. 

Forse dovrei accontentarmi, terminarlo per bene e lasciarlo andare per mettermi a fare qualcosa di nuovo. La sera mi dico che dopotutto è la mia opera prima, che deve essere monca, immatura eccetera, che solo continuando a scrivere posso arrivare lì dove voglio. Questa è la buona teoria. 

Ma la pratica, come sempre, stenta. 

In ogni caso, visto che ora la mattina mi devo comunque svegliare alle 5.30 per Little Boss e visto che fino alle 9 non entro a lavoro, credo che dovrò almeno provarci. 

E quindi vado, vediamo se prima o poi combino qualcosa…

21 Giugno: fine del mondo e del romanzo

Sono le 8.49 di una domenica mattina.

Anche stamani mi sono alzata presto. Siamo agli sgoccioli, tra poco, dopo 4 mesi di fermo obbligato, riprenderò a lavorare. Domani abbiamo un’altra lezione del corso HACCP, poi martedì si parte con le pulizie, sanificazioni eccetera. Ci vorranno forse dieci giorni, vista la mole di lavoro. E poi: l’ignoto: come sarà lavorare alle nuove condizioni? Riuscirò a resistere con la mascherina (che il mio Capo ha fatto fare per tutti in stoffa e con il logo, che in effetti fa più figo) per sei, sette, otto ore? A, proposito di ore, quante ne farò? riuscirò a racimolare qualche straordinario come prima o la mia busta paga sarà sottile? Certo mai quanto la cassa integrazione, che ancora fatica a trovare la strada del mio conto corrente.

Queste, e molte altre, sono le domande che da un bel po’ mi frullano nel cervello (e credo di averne pure già scritto).

Ma.

Ma.

Ma.

In ogni caso c’è sempre qualche nota positiva.

E non è solo perché Little ha finito gli esami di terza media e ora è una diplomata a tutti gli effetti. Questo però influisce: non averla nervosa in giro per casa è già una buona cosa. Sapere che ha ancora la possibilità di prendere la borsa di studio, nonostante gli scivoloni durante la didattica a distanza, anche.

È che alle 8.49 del giorno 21 giugno 2020 ho terminato la prima bozza del mio unico romanzo.

Dopo anni di tentativi falliti, di mortificazioni autoinflitte, di rinunce e poi nuovi inutili slanci, alla fine ce l’ho fatta.

Non avrei mai pensato di scrivere una roba come quella che ho scritto. E credo che se leggessi questo romanzo senza saperne nulla, scritto da un’altra persona, lo ridurrei a brandelli. Io so essere molto caustica nelle recensioni. Anche un po’ stronza, diciamocelo. Senza pietà. Ebbene non ne avrei nemmeno per il mio.

So di non aver scritto letteratura, anche se mi ero ripromessa di scrivere solo quello: letteratura. Eppure lo stesso, questo romanzo mi ha dato e mi dà soddisfazione. Solo per il fatto di averlo terminato, credo. Portato in fondo. Concluso. Finito. Fertig (e usiamole quelle tre parole di tedesco che ho imparato con Duolingo in questo lockdown).

E poi…volete mettere riuscire a finire un progetto tanto desiderato proprio prima che finisca il mondo? (Oggi, secondo i nuovi calcoli)

Vado a festeggiare con il secondo caffè.

Mi resta solo una domanda. ma l’ha già posta Liga…

 

 

 

 

Chi ha scelto chi?

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Ho bisogno di una pausa.

E come fare una pausa dalla scrittura se non scrivendo?

Sono diventata la caricatura di me stessa.

Il fatto è questo, e lo dico in breve: sono quasi 4 mesi (4!!!) che sono a casa senza fare nulla; ho passato le giornate a trascinarmi, triste e ansiosa, in giro per casa, in perfetto stile zombie; ho incrementato le mie capacità culinarie (non è del tutto vero: ho messo in pratica, più spesso del solito, quelle tre cose che so fare, eliminando la Fiera del precotto dal frigo- citazione di Venkman); mi sono esercitata davanti allo specchio per riuscire a fare una perfetta Boxer braid (con scarsi risultati); ho consumato la televisione, fatto quasi fuori il Tolino e comprato (sigh!) perfino un paio di giochi sull’Iphone (Room non era poi così male… solo che mi ha fottuto la batteria).

Insomma: quanto tempo avrei avuto per scrivere quel dannato romanzo di cui parlo sempre da anni e anni?

Ma, dicevo a me stessa, perché non ti ci metti adesso, che hai tempo in quantità?

E non è che all’inizio, non ci abbia provato. Mi ero fatta uno schema mooolto approfondito, seguendo il mitico Vogler, cercando di pensare a una storia decente. E si vede che la storia non era poi così decente, perché è naufragata prima di prendere il largo, a pagina 2.

Mi sono data una spulciatina ai file nel computer, oggi: lì dentro ci sono ben 4 romanzi iniziati (una delle cartelle si chiamava Con poca speranza e quindi immaginate il contenuto) , il più lungo dei quali conteneva ben 13 capitoli. Insomma, quello era il mio record, 13 capitoli, poco più di 13 pagine, a tutti gli effetti. Non un granché.

Parlando con il Mentore, non molto tempo fa, mi sentivo piuttosto scoraggiata, affranta direi. Non ricordo se l’ho detto anche a lui, ma di certo l’ho pensato: basta con la scrittura, devo mettere un punto a questa storia, ho scritto dei racconti, è vero, alcuni sono stati pubblicati (gratis) in riviste non poi tanto male, ma si tratta, comunque, di roba scritta più di 5 anni fa ormai. L’ultima mia produzione (finita) era il racconto del disturbo psicologico, mai consegnato alla casa editrice oltretutto. Credo (devo ammetterlo a me stessa) che il colpo di grazia me lo abbia dato l’ultima rivista a cui aveva mandato l’opera, che ha rifiutato il tutto. Ok, non so incassare i rifiuti: vedrò di lavorarci su.

E quindi ok, non ho pensato più a scrivere da quel momento, con la frase classica: meglio utilizzare il mio tempo a leggere buoni romanzi, piuttosto che sprecarne per scriverne di pessimi.

E fin qui tutto ok. Avevo rinunciato. Capita. Insomma, dopo dieci anni se i risultati non arrivano (non a livello di pubblicazione, ma di produzione proprio), allora forse la cosa non fa per te.

E poi è successa una cosa, poco più di una settimana fa.

Una storia ha bussato alla mia porta, così. Senza avvisare. Una storia che in verità non ho scelto (o meglio, una storia che non sceglierei), ma era lì, bellina chiara, limpida e così, per sfida, ho voluto fare una prova. Mi sono detta: tu prova a iniziare, e poi vedi. Se non continui pace, torni a essere quella di prima. Che ci rimetti? Non hai ancora un cavolo da fare!

Ho iniziato. E il primo giorno ho solo pensato. Senza scrivere. E più pensavo e più la storia era definita. Il giorno dopo ho iniziato. Dieci pagine. Bene, mi sono detta. Ma sugli inizi ero già navigata, come ho detto.

Il giorno dopo 12 pagine. E quello dopo altrettante. Insomma, stavo procedendo a vele spiegate, come un treno e la storia (e questo ha dell’incredibile) non stava perdendo forza, non stava sfumando, incasinandomi il cervello per trovare soluzioni. Anzi.

E quindi no, non sono qui a cantare vittoria, ma in una settimana ho scritto praticamente metà romanzo. E so esattamente cosa ci va dopo, per intenderci, la strada per arrivare all’epilogo.

A prescindere dal risultato che sarà, in generale (revisioni a parte, la storia poi magari mi sembrerà banale, i personaggi poco definiti, lo stile scarso?), quello che per me conta è finirlo. E siccome ancora non l’ho finito…

Ma queste pagine mi rendono esaltata, sono entusiasta del lavoro (per ora) e mi rendo conto che se mi vengono delle domande ansiogene in testa (Arriverà la cassa integrazione? Riuscirò a pagare l’affitto? E l’assicurazione della macchina? A cui oltretutto dovrei cambiare la guarnizione di testa, cazzo?) la mia risposta è una sola:

macchissenefrega! Sto scrivendo (e qui ci sta bene uno smile).

Quindi questa cosa che ho sotto le dita, questo romanzo ( o cosa sarà) sta già facendo un buon lavoro, no? E io, beh, mi diverto a scriverlo, sul serio. La schiena si lamenta, a volte, ma torno alla tastiera volentieri e anzi, a volte mi impongo di smettere per non bruciare tutto a causa della stanchezza.

E quindi sì, è davvero da morir dal ridere, come ho scritto a Ale: tra poco rientro a lavoro (la prossima già inizieremo a fare qualcosa) e io ho scelto questo momento per scrivere il romanzo.

Ma forse ha ragione lei, sempre Ale, forse è una manovra di Ispirazione (una dea a cui non credo).

O forse la storia ha scelto me.

 

 

 

Il giorno della marmotta e Rambo

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Potrebbe essere l’ora dell’aperitivo se esistesse ancora un’ora dell’aperitivo.

È incredibile come passo le giornate in un eterno giorno della marmotta.  Avete presente no, il film con Bill Murray? Solo che la mia possibilità di interagire con altri e quindi, come il protagonista del film, crescere (in perfetto stile Viaggio dell’eroe  di Vogler), è pari a zero.

L’unica cosa che faccio è ripetere infiniti giorni della marmotta, che erano già parzialmente iniziati tempo fa.

Per tenermi occupata ho iniziato un quaderno di appunti su un libro che comunque non scriverò mai (sì, ok, mai dire mai, per carità: allora diciamo che non scriverò quasi mai). Partendo da un’idea iniziale un po’ (parecchio) banale, la trama si sta evolvendo e come un blob ingloba tutto quello che sento in questo momento. Non ho ancora scritto una riga e già la sua forma è cambiata millemilavolte. Così come il suo stile. O il punto di vista. È addirittura cambiato il Protagonista e ho fatto il provino ad almeno dieci Antagonisti. Continuo a scrivere idee, prendere appunti, fare ricerche che so già che hanno il solo scopo di tenermi occupata. Ma almeno risolvo l’apatia, grande nemica di questi Coronatempi.

La mia marmotta è senza dubbio la tv: dopo qualche serie tv azzeccata e altre che proprio no, dopo il l’ennesimo ripasso sulle tecniche scrittorie, non riesco a guardare nulla senza individuare gli Archetipi, ovvero quelle figure ricorrenti che imperversano in fiabe e miti. E ovviamente anche nei romanzi.  Ciò, devo dire, rallenta alquanto la visione della da me detta Trash production. Vorrei qualità, grazie, innovazione, qualche spunto grandioso di riflessione panteistica. Ma nulla. Sempre lo stesso trend: Eroe, Chiamata all’avventura, Mentore, Avvicinamento alla caverna più profonda, Prova Centrale, Ricompensa.

Quindi oggi mi sono guardata un bel film che induce la narcolessia per noi cresciuti negli ’80: Rambo.

Non perché Rambo sia necessariamente soporifero, ma il fatto di averlo visto, rivisto e visto ancora e ancora dà quella fiducia allo spettatore che se anche si addormenta non si perde Il Gran Finale (IGF). Insomma, come va a finire Rambo lo sappiamo tutti. Che non muore è scontato, sennò i sequel non ci sarebbero. Logica. Incontrovertibile.

Appena gli do il VAI! Però vedo il titolo originale: Frist blood. Chissà, forse negli anni ’80 non davano il titolo originale in apertura, forse io non ci ho mai fatto caso, fatto sta che mi chiedo: perché? Di chi è questo Primo Sangue? In sintesi: chevordì?

Così faccio ciò che in questi giorni è naturale e anzi consigliato fare: una bella ricerchina on line. Io, con Google, ho un rapporto controverso: più cerco qualcosa e più cose ho voglia di sapere, tanto che se cerco una ricetta per il petto di pollo poi mi trovo a leggere una disamina sul Reiki. Ma stavolta faccio centro e scopro il perché del titolo (quasi) al primo colpo. A un certo punto il nostro John, parlando con Tratman, racconta ciò che è successo appena arrivato alla piccola cittadina di Hope, giustificando la sua (molto moderata, nel film) carneficina (in realtà nel film, seppure considerato molto violento, muore solo una persona. La violenza del film è stata presa come scusa da un sacco di attori di Hollywood che erano stati chiamati per la parte. La mia opinione? Non volevano interpretare il ruolo di un anti-eroe): Loro hanno versato sangue per primi, dice il caro berretto verde. E come dargli torto? Peccato che poi lui distrugga mezza cittadina e voglia far fuori il comandante della polizia facendosi giustizia da solo. Ed è qui che si divide il film dal romanzo da cui è stato tratto. Ora, quando ero bambina per me Rambo era un eroe. Punto. Un super cazzuto che si difende dalle ingiustizie della legge locale. Ora che sono cresciutella le cose mi sono cambiate sotto il naso e Rambo è solo un povero disgraziato tornato menomato dopo la guerra (la scena finale è stranamente discorsiva e esplicativa) e quindi il finale libresco (che prevede il suicidio di Rambo, resosi conto del cazzo di casino che ha combinato perché non voleva farsi la barba) fa un po’ a cazzotti con quello reale, dove Rambo si arrende a va in prigione. Devo dire che il finale perfetto è quello del libro. Sarebbe stato sì deprimente (come disse il nostro Sly, forzando per cambiarlo), ma indubbiamente di più grande impatto.

Insomma, un anti Eroe come Rambo (un falso Eroe, meglio) avrebbe trovato una fine più Hollywoodiana nella morte.

Ma forse sono solo io a volerlo morto, ora. Indubbiamente quello che mi ha deluso più di tutto è stato il mio ricordo di bambina, che tifava per Rambo, quando al limite potevo comprenderlo, ma non giustificarlo. Empaticamente parlando.

Beh, quindi niente azione sedativa per questo film, direi, tutt’altro.

Saprò che domani non è il giorno della marmotta solo se guarderò qualcos’altro.

 

Lar doce lar

post 189

 

 

Io non sono una scrittrice, ormai è cosa nota. Scrivo, e basta. Scrivo perché me lo dice il cervello, anzi, quel piccolo neurone che si aggira solitario come una particella di sodio nell’acqua Lete. E non sono capace di scrivere storie grandiose, di inventare mondi, alla Tolkien, di uccidere persone in modi inimmaginabili come King, di parlare di montagne come Cognetti. Sono solo capace di scrivere della mia vita, da perfetto dilettante come ho sentito dire una volta a una presentazione del libro di un amico. Ancora oggi quel tipo mi sta sugli zebedei, devo dirlo, ma ammetto che ha ragione.

Con questa quarantena devo restare ferma e buona in casa. Una casa piuttosto piccola, oltretutto. Allora mi fermo un attimo e mi guardo attorno: sono circondata di oggetti. Le case straripano di oggetti che raccontano delle storie. Potrei quindi iniziare dalla porta di casa. Non il portone, quello che si apre un giorno sì e uno no, come se avesse il ciclo (anche se il mio Doc è sicuro di aver capito il problema e di poterlo risolvere, Dammi una zeppa di legno, la metto qui… e mi ci è voluto un po’ a fargli capire che avevo in casa una bambina malata e che non lo volevo come falegname ma come medico), ma la porta rossa che regala l’ingresso in questa mini moonrealtà.

Lar doce lar, ovvero casa dolce casa, in Portoghese.

Ero qui da poco più di due mesi quando mio padre mi ha regalato il mio primo viaggio da sola. Aereo, albergo, tutto compreso. Ti serve una vacanza da sola, adesso, ha detto. Avevo lasciato il mio ex da poco, avevo lasciato il lavoro, la casa, tutta una vita costruita in quindici anni mollata lì come un vecchio peluche durante un trasloco. La mia, manco a dirlo, non è stata una decisione facile, tutt’altro. All’inizio, diciamo, ero piuttosto stordita. Dovevo ricostruire tutto daccapo, soprattutto me stessa.

Non avevo mai viaggiato da sola in 36 anni. Chiamai uno dei miei amici, l’Attore, e gli parlai del viaggio.

Dove vai?

Lisbona

Wow! Una città bellissima!

Lo so…

Quando si viaggia da soli arriva sempre un momento in cui hai un calo, una specie di down, qualcosa tipo Voglio tornare a casa.

Non avevo mai sentito parlare del down del viaggiatore solitario, ma lui aveva viaggiato molto più di me. Mi fidai.

Il giorno della partenza mi feci accompagnare all’aeroporto. Avevo un po’ di strizza, ma anche un’eccitazione che sembrava quella che accompagna un debutto in società: nonostante fossi già madre, avessi già vissuto da grande per tanto tempo, mi sentivo una bambina che sta per entrare nel mondo degli adulti.

Devo dire che Lisbona mi è rimasta nel cuore. Mi sono rimaste nel cuore le strade, le finestre, l’Alfama e Belèm, il museo di arte antica, il museo Gulbenkian (eh sì, io adoro i musei, adoro il fatto che se ne stiano fermi lì e che aspettino solo una come me che vada a esplorarli, posso guardare tutto con il mio passo e immergermi in un mondo altro), le deliziose Pastel de nata , l’elevator de Santa Justa, e Sintra, diamine!, Quinta da Regaleria è il posto più bello e inquietante che io abbia mai visto, specie in un giorno di pioggia (ne ho beccati tre su cinque, di giorni di pioggia). E poi la Casa di Pessoa, il mio grande idolo, che per leggere Il libro dell’inquietudine ci ho messo due anni (troppo Pessoa tutto insieme può condurre al suicidio), ma la sua poesia mi accompagna giorno dopo giorno.

Devo dire che non ho avuto nessun down. La mattina mi svegliavo presto, ripassavo il programma giornaliero (oggi vedo questo, vado qui, poi prendo il tram e mi sposto qui…, questa sono io quando viaggio, non amo perdermi, sono una programmatrice meticolosa), iniziavo a camminare e non mi fermavo mai fino alla sera, verso le sette, quando tornavo (un po’ disfatta, nevvero) all’albergo dove cenavo con un panino e una birra, addormentandomi sul Bar delle grandi speranzedi Moehringer.

Alla fine del viaggio avevo tanti opuscoli, tante foto, qualche ninnolo da regalare e il desiderio di non dimenticare nulla di quel viaggio. Pare che i viaggi, storicamente e narrativamente, siano una metafora della vita, Ulisse docet. Vorrei poter dire che in quel viaggio ho avuto grandi rivelazioni che mi sono tornate utili in futuro, ma non sarei onesta. Però una cosa l’ho capita. È bello viaggiare per poter poi tornare a casa. Un viaggio senza ritorno non è un vero viaggio. Non per me, almeno.

Ed ecco quindi che questo cartello, Casa dolce casa, mi ricorda che la costante ricerca di me stessa è importante, ma solo se poi restituisco i risultati a chi amo.

Intanto, quindi, siete entrati in Casa Moon.

Fino alla nausea: ancora di scrittura

 

 

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Insieme al manuale di dissuasione alla scrittura creativa, per compensare, ho preso anche un Master di scrittura creativa.  Ora: io ho più libri di scrittura della scuola Holden, mi sa, ma questo ancora non lo avevo e speravo che mi desse qualche dritta nuova e…

No. Non è vero: sapevo perfettamente di aver già letto tutto il leggibile sulla scrittura: tra libri, blog, consigli a scrittori da chiunque, anche da non scrittori, credo di aver incamerato più info di Google, so perfettamente come dovrebbe essere una trama, come si usa un cliffhanger (ma soprattutto, chi ne abusa, senza fare nomi), ho ripassato le figure retoriche, tutte, so come si fa la scheda di un personaggio, cosa si intende per Domanda Drammaturgica Principale  (DDP, giusto per dare sfogo al mio bisogno di acronimi). Cosa voglio dire? Che la Teoria la so tutta. E la pratica sono altri cazzi.

La pratica, in fin dei conti, consiste in altro. Non sono brava a calcolare quando scrivo, forse perché non sono brava a calcolare e basta, ero più per l’Italiano, a scuola, e infatti sono andata al Liceo Classico. Diciamo così, visto che sto preparando cena: per la scrittura mi comporto come di solito mi comporto in cucina: la ricetta la so, l’ho studiata, so che dovrei usare la bilancia per gli ingredienti, ma non riesco proprio a non metterci qualcosa di mio, un tocco di curry lì, un pizzico di menta là… spesso accade che rovino un piatto (tanto ho poi l’Amico Speciale che è un inceneritore), spesso che il piatto piace solo a me, raramente che il piatto lo gradiscano i più.

Lo chiamo atteggiamento sensoriale. Ovvero, vado a senso, a caso per essere più precisi. Le regole le so, quindi. Ma spesso decido di ignorarle. Non di infrangerle, sia ben chiaro, perché la volontà di infrangere una regola crea, a mio avviso, un artificio ancora peggiore del seguirla pedissequamente. Può andare bene per finezze. Ad esempio, ricordo che una delle regole che ho letto in uno dei vari libri di scrittura era: non iniziate un paragrafo (men che mai un libro) con Il fatto è che. Probabile che incontrerete Il fatto è che spesso all’inizio dei miei articoletti. Lo scrivo per ripicca. Oppure: non usate avverbi. Certamente, rispondo. Non abusate delle metafore. Questa frase è una coltellata al cuore! E via dicendo.

La scrittura è cimitero di regole ignorate. E non certo da me. Io infatti non scrivo, quindi sono salva e non finirò nel X girone dell’Inferno extradantesco nel quale mi rinchiuderebbe il caro Paolo Bianchi: quello degli scrittori dilettanti che hanno pubblicato con Youcanprint.

Ma se la regola è In media res, ditelo al caro Umberto Eco nell’incipit de Il nome della rosa. Per dirne una… niente dialettalismi? Ciao, Gadda, ciao Pasolini.

Ho iniziato il Master lunedì e sono a più di metà. Più di metà di cose che ho già sentito dire, che ho già letto, che ho già incamerato.

La giusta conclusione di questo articolo è che la Teoria non conta davvero. Conta solo continuare a scrivere e tenere duro. Un principiante è solo un dilettante che non ha mai mollato. Eh, stavolta no, non mi ricordo chi lo ha scritto (inizio a perdere colpi con il mio citazionismo.

Perché penso tanto alla scrittura in questi ultimi mesi, mi chiedo invece io?

Perché mi manca. E farei di tutto per riconnettermici, anche rileggere sempre le stesse cose. Ogni giorno. Fino alla nausea.

Più o meno parlo di scrittura…

D6772880-7F3E-44C8-9940-095DB0E47F78_1_201_aLadra, ladra, ladra…

Cosa rubo oggi? Sempre la stessa cosa: Tempo.

Perché lo rubo? Per dire nulla. Eppure per dire tutto.

Come lo rubo? Sottraendomi ad alcuni impegni (fare delle foto della mia abitazione, per esempio, che verrà presto messa in vendita, lasciandomi basita, prima di tutto, irritata, secondo di tutto, preoccupata, anche se non troppo, ho ancora due anni, terzo di tutto).

Quando lo rubo? Prima di cena, giusto una mezz’ora, mi dico sempre, ma poi sforo sempre un pelino.

A Chi lo rubo? A Little Boss, un pochino, all’Amico Speciale, pure un altro pochino.

Ora che ho sviluppato aristotelicamente (più o meno, nevvero) questo incipit posso continuare.

Bene bene, una prima novità l’ho detta qua sopra (ho usato un qua! Io che cazzio sempre il mio Amico Scrittore perché li usa e per me sono un toscanismo odioso! Ben mi sta, non lo correggo per punirmi del passato snobismo). Insomma non è che sarò in mezzo a una strada, intendiamoci, ma quando scadrà la prima parte del mio contratto 4+4 potrebbe essere… e io che speravo di stare in questo buchetto ameno almeno altri sei anni… sto anche riflettendo se comprarla io stessa, ma qui un investimento non è da pensare e io sono una che ha voglia di viaggiare leggera, non credo che metterò delle catene alla mia vita comprando una casa. Tuttavia ancora non sono in fondo al ragionamento: non so ancora le cifre esatte.

La seconda novità è quella di un possibile accordo con il mio ex: dopo anni di effettiva separazione finalmente tra poco saremo davanti a un giudice. Con un accordo firmato, a quanto pare. Ma siccome io sono come Tommaso… aspetterò il 18.

E tutto il resto? Com’è Inside Moon?

Devo dire che ho davvero poco tempo per rifletterci. E se questo da un lato potrebbe sembrare una fortuna, dall’altro mi spaventa. Ho approfittato di un acchiappa allodole per lettori come me: un buono di 5 euro da usare su Ibs (dove da anni sono Cliente Premium) e mi sono rimasti attaccati alle mani (virtuali) ben 3 libri… uno di questi era un libro che avevo in lista da anni, un libro che volevo e temevo: Inchiostro antipatico, un bel manuale di dissuasione alla scrittura creativa. Direi che il Bianchi, qui, con me ha centrato in pieno: condensa in poche pagine tutte cose che so già da secoli e millenni (da eoni, direbbe Little Boss). E alla fine si rivolge direttamente a me, il Bianchi: non farlo, Moon, perché condannarti a una vita fatta di delusioni e povertà, tu del marketing non sai una pippa, non ti piace, non sei il tipo, fai un lavoro di merda pure con i social del Ristorante, figurati se devi farlo per te, non sai venderti, e poi, scusa, ma chi ti leggerebbe? Come ti potrebbero trovare nel mare magnum dei piccoli scrittori insignificanti? E poi, davvero, cosa hai da dire di importante? E infine: ma sai farlo? Dai, piccola Moon, rinuncia, liberaci dalla cartaccia inutile che potresti produrre, sai quanti alberi salveresti? Ecco, pensa al futuro di Little Boss, all’ossigeno che le regaleresti! Pensa che con il tempo che sprechi a cercare di fare una cosa per la quale duri fatica potresti leggere, fare collanine con le perline, cucinare torte (per la felicità dell’Amico Speciale), rifare i letti, una volta ogni tanto, andare a trovare gli amici…

 

Quanto hai ragione, caro Paolo. E io ci penso da sempre, e ci ho pensato anche mentre leggevo il tuo manualetto.

Ma c’è un faro puntato sempre in una direzione, e non mi importa quanto dovrò aspettare, e non importa quale sarà il risultato, e non importa la fatica che dovrò fare, e non mi importa la rinuncia. So solo che ci sono cose che si fanno con passione per passione, per necessità, per sopravvivenza, e ognuno ha il sacrosanto diritto di buttare al cesso la propria vita per qualcosa o qualcuno, e a me sembra di essere anche troppo equilibrata, e no, caro Paolo, non rinuncio a scrivere, a avere questo sogno (ormai), a credere che un giorno, magari non oggi o domani, ma un giorno, ci possa arrivare.

Non sarai mai King, dice Paolo.

Lo so.

Non riuscirai mai a pubblicare, insiste.

Forse.

Desisti, conclude.

Mai.

Fosse solo per annoiare i miei 3 lettori… (mica sono il Manzoni, che arriva a 25…)

Ciucciami il calzino, Paolo.

(In ogni caso concludo dicendo: mai libro mi è stato più utile negli ultimi anni… Paolo Bianchi ha fatto un bel lavoro con questo manualetto. Perlomeno per me)

Breve storia di come l’Infinito si trasforma in Segno e diventa, infine, Amore

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Mi sono resa conto che la mia vita cambia continuamente pelle, come un serpente, che ci sono stati momenti statici e altri super dinamici, che ci sono state cose che mi hanno intrippato per lunghi periodi e altre che lo hanno fatto solo per un istante, che ci sono state persone che si sono solo affacciate alla mia vita e altre che ci hanno preso la residenza per sempre. E mi sono resa conto, giusto ora, quando lo scrivo, che ci sono cose che nella mia vita hanno un significato eterno e sebbene non si facciano vedere per tanto, poi eccole lì. Eccole lì. Stavolta ad essere lì è stato uno spettacolo teatrale.

Chi si chiede (cioè, per essere precisa, io me lo chiedo) come abbia fatto a trovare il Tempo (sì, quello con la maiuscola, altro intramontabile del mio quotidiano) per andare a teatro rispondo: boh. Per caso, per impulso, e tutto è stranamente andato per il verso giusto: ho visto lo spettacolo, il mio Autore Preferito, ho chiesto all’Amico Speciale Andiamo?, e lui ha risposto Ma mi gonfierà la testa?, e io di rimando Probabile, e lui allora ha detto Ok, e io ho fatto eco, Ok, allora.  Ho preso i biglietti on line e ho incrociato le dita. Che mandare a puttane un pomeriggio a teatro è un attimo: straordinari non dovuti, l’Amico Speciale che si ritira all’ultimo (ci ha provato, eccome se ci ha provato, ma ho vinto io), un’emergenza di Little Boss dell’ultimo secondo (è capitato e non dubito che capiterà ancora quando è con suo padre).

Ma che dire? Le cose sono andate bene e sono riuscita anche a tornare a casa prima dello spettacolo, cambiarmi, mettermi decente. E non ero nemmeno così distrutta.

E il mio Autore Preferito non mi ha deluso. Di cosa parlava lo spettacolo? Dell’infinito. No, scusate, dell’Infinito. Di Leopardi, sì, certo, anche il suo, di Infinito, ma anche del nostro, di Infinito, di tutto quello che c’è al di là della siepe, gli interminati spazi, i sovrumani silenzi. Di ciò che non siamo più in grado di vedere, di sentire, tutti presi dalle nostre corse quotidiane, dalla nostra ricerca non di vivere il momento, ma di completare azioni: lavorare, palestra, spesa, pulire casa… (ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale). E come si fa a vivere il momento? Beh, siccome è il mio Autore Preferito la penso come lui, oppure lui la pensa come me, fa lo stesso: scrivendone. Scrivere fissa il momento: oggi c’era un bel sole, ma cosa resterà di questo sole se nessuno ne scriverà? Perché scrivere ci fa riflettere su noi stessi, scopriamo noi stessi scrivendo.

Ecco, i Segni, per me sono questi: qualcosa che arriva quando è il momento esatto in cui deve arrivare. E ti dà una spinta, ti sveglia, ti dice: ehi, Moon, ma che caspita stai facendo? Ma non lo vedi che l’Infinito ti cerca, la poesia ti cerca, laggiù, dietro quel muro, e tu la stai ignorando, tutta presa dalle tue faccenduole da massaia?

E io al Segno rispondo. Perché sono educata, per prima cosa, e poi perché glielo devo, al Segno, lui che fa tanto per farsi notare da me.

Ok, Segno, hai ragione: mi sto perdendo, un pochino, sto perdendo la mia tastiera, sto perdendo l’abitudine a scoprirmi, giorno dopo giorno, attraverso la scrittura, anche solo questa, anche solo di uno stupido diario, sto perdendo la musica, sto perdendo i contorni del mio volto allo specchio. Ma lo sto facendo solo per amore, è la mia scusa. Lo sto facendo perché ora c’è qualcuno che ha bisogno di me (e nonostante tutto mi lascia più o meno in pace mentre scrivo ora. Più o meno perché un dubbio sui compiti di inglese, una firma per lo sciopero a scuola…), per qualcuno che merita le cose più belle del mondo, merita le stelle in delirio nella notte, merita le onde calme del mare in Agosto, merita il sole caldo sulla pelle, merita l’abbraccio più stretto che l’essere umano possa sopportare, merita il meglio, lei, e io sono qui per questo, per darle questa opportunità, per far sì che lei veda l’Infinito ora.

Senza amore non siamo nulla.

E io senza l’amore che provo per mia figlia sarei morta.

 

Ps: il mio Autore Preferito ha fatto scrivere a tuti i presenti allo spettacolo per tre minuti alcune righe: qualsiasi cosa passasse per la mente in quel momento. Io non mi fermavo più. Prima o poi rileggerò anche quelle righe…

Intanto lascio quelle famose, quelle che meritano davvero di essere lette.  E rilette.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 

Amo…

Post 152

 

 

Amo le parole scorrette. Quelle inventate. Quelle che trovi per caso nel bucato da lavare, dentro il barattolo del sale, sotto al sorriso di un’amica che non vedi da tempo.

Amo le parole che sono pezzi di vetro fine che si conficcano sotto ai piedi nudi, quelle che sono morbidi cuscini dove soffocare le lacrime, lasciando la traccia di un rossetto inutile, quelle che si fanno cogliere come capperi nati sulle mura di un’antica città, quelle che ti arrivano inaspettate come le coccole quando sei stanco.

Amo le parole che sporcano, che gridano, che invadono gli spazi inesplorati del mio corpo, quelle che respirano e fanno respirare.

Amo le parole scorrette. Che non significano. Evocano.

Il lettore ideale

post 150

 

Chiunque scriva è d’accordo su una cosa: si scrive per un lettore ideale. Una persona sola, unica, che probabilmente è entrata nel nostro cuore con prepotenza e lì è rimasta a stazionare per giorni, mesi, anni. Diversi anni fa il mio lettore ideale era il Mentore. Lo è stato per tantissimo tempo, c’era questo tra noi, una scrittura fatta di sangue, alla Hemingway, Soffri era il nostro motto, vedrai che qualcosa di buono ne esce, Scava, era il mio personale, e cavolo se l’ho fatto, ho scavato tanto da consumarmici le unghie, un’archeologa disperata, Desperate archaelogist, una serie tv del tutto priva di sorrisi. Non so se ne è uscita buona letteratura, ma di sicuro ne è uscita tanta, di roba.

Ma esattamente cosa fa, il lettore ideale? Beh, anche nulla, a parte leggere. È solo una persona di cui sai il gusto letterario, che, un po’, assomiglia al tuo, ma che non è te. Perché si sa, tu sei il peggior giudice di te stesso eccetera. È una persona di cui ti fidi, una persona che sai che ti dirà sempre la verità, almeno sulla tua produzione. King aveva sua moglie (il lettore ideale per antonomasia, almeno fino al loro divorzio), Virginia Woolf aveva Leonard, suo marito (che le aveva regalato una casa editrice: questo sì che è un regalo, mica un banale anello). Giusto per citarne due che ricordo.

Mi manca un lettore ideale.

Alla fine sono diventata io il mio lettore ideale, ed è una cosa che non esiste, che non sta in piedi, io scrivo per me, e non posso farlo, infatti ogni cosa che scrivo mi sembra adeguata non appena la scrivo, per poi cadere subito in disgrazia come un nobile sfortunato. Mi rileggo e non sono abbastanza brava come la Postorino o la Di Pietrantonio, non ho il piglio della Bender, non ho la fantasia della Nothomb, la profondità di Carver, il genio di Wallace, la capacità linguistica di Meads, l’incredibile sguardo della Homes.

Mi manca un lettore ideale.

Sogno di trovarlo in un angolo di strada, in un tombino, nascosto nelle pieghe della mia vita piatta come il seno della Knightley, tento conversazioni di letteratura con chiunque, ma nessuno soddisfa i requisiti, i pochi lettori che trovo… leggono, appunto. Mica se la vogliono smazzare con i sogni assurdi di lettori ideali, con fabula e intreccio, con similitudini, anafore, allitterazioni, con punto di vista del narratore.

Mi manca un lettore ideale.

Che poi non è mica vero che il lettore ideale debba darti un giudizio e smazzarsi con figure retoriche e tecniche di narrativa. Deve solo darti lo stimolo per scrivere, perché hai bisogno di raccontare quella storia a lui/lei. Alla sua unicità. Perché, come tante cose della vita, la scrittura parte dall’amore.

Alla mancanza di questo lettore ideale non sopperisco.

La prendo come cosa acquisita, come una mancanza, appunto, si fa anche con un arto meno, con un senso meno, ci si abitua, si rinuncia. Si inventano modi nuovi.

Io non invento nulla, vado avanti turandomi il naso, sperando di fare alla fine qualcosa di decente, ma mica per dimostrare qualcosa a qualcuno, solo per dimostrarlo a me, che le ore perse dietro a queste lettere non sono state sprecate, che non è stato come fare un Sudoku.

Nessuna medaglia, se non la mia.

Nessuno, a parte me.

(Che poi, che buffo, è proprio il contrario di Tutti, tranne me, il titolo della mia prima raccolta di racconti ormai smembrata).

Le cose cambiano. Accettare certi cambiamenti è dura anche per me che la mia zona confort è restare fuori dalla zona confort.

Ma è già qualche giorno che riesco ad alzarmi alle 5. E a scrivere almeno 1000 parole al giorno.