Prima tappa

 

 

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Ecco. Oggi posso ufficialmente affermare che si chiude un capitolo della mia vita, uno dei capitoli più odioso, doloroso, inutile anche, dispendioso, cervellotico… potrei continuare così per mesi.  Dopo ben 5 anni ho finalmente firmato un accordo (al quale siamo arrivati in modo odioso, doloroso eccetera) davanti a un giudice con il mio ex per l’affido di Little Boss. Perché c’è voluto tanto tempo? Beh, la prima risposta che mi viene in mente è perché sono una stupida, troppo buona, ho la convinzione che se ami riceverai amore indietro eccetera. Anche la seconda risposta suona così: Moon, sei una stupida, ogni giorno ne hai la dimostrazione, cerchi sempre di aiutare il prossimo ricevendo in cambio pedate negli stinchi (se va bene), con il tuo ex hai provato a pazientare (smetterà di odiarmi perché l’ho mollato, oltretutto avevo una giusta causa, al tribunale del lavoro mi avrebbero assolto), a fare le cose giuste facendoti consigliare da altri (che invece, seppur professionisti, non c’hanno capito un cazzo), hai guardato Little Boss ogni minuto della sua vita per capire se c’era un problema, l’hai osservata in ogni centimetro, senza farti notare, ovvio, hai provato a spiegarle cose che non sai se avrebbe capito, l’hai fatto alla maniera dei grandi, in modo un po’ stupido, ma ha funzionato e ora lei è grande, non ha più bisogno del tuo linguaggio bambinesco, lei vede, lei sa, lei ascolta e elabora in autonomia. C’è stato, cara Moon, un momento in cui non sei più stata stupida, né buonista (che non significa buona), un momento in cui hai guardato lei, la piccola che non è più piccola, e hai capito che bisognava darsi da fare. Era tardi? Forse no, forse la tua stupidità, il tuo buonismo, ha dato a Little Boss il tempo di essere quello che è, di capire a modo suo.

Ed è così che mi sono resa conto che non è stato per lui che ho atteso tanto prima di mostrare il pugno, non è stata la paura di lui (l’ho temuto, per un po’, che la mia fosse solo una reazione di paura), ma è stato per lei, per darle il tempo di capire, di elaborare. E se è vero che io ho chiuso la prima tappa, lei, la piccola Boss, ne ha ancora di strada da fare con suo padre.

E quindi ieri ero in tribunale… e va detto che 20 ore di lavoro duro mi avrebbero stancato meno di star lì con lui per tre ore ad attendere il nostro turno (alla fine in due minuti abbiamo fatto). Lui, serio e scuro in volto, non mi ha nemmeno salutato, ma chi si è sorpreso è stato il mio avvocato, mica io. E per le tre ore di attesa non si è mosso di un centimetro dalla posizione iniziale e non ha parlato con nessuno (mentre io e Giu, il mio avvocato, parlavamo di ferie, siamo scese a prendere il caffè, abbiamo intavolato una discussione sulle nuove tecnologie coinvolgendo gli altri avvocati eccetera). Nel mentre, dentro la sala, altri poveri disgraziati urlavano manco fossimo stati a Forum. Inutile dire che dalla accesa discussione di un siciliano che chiedeva la visita dei figli, avuti da una filippina che non conosceva l’italiano, è scaturito il putiferio… il giudice, ho sentito, a un certo punto ha urlato: ma qui si negano anni di femminismo! E su queste dolenti note… un’ora e un quarto di lite. Credo di aver sgranato gli occhi tanto da farmi venire le rughe (cioè, più delle già presenti). Poco prima di entrare Giu si è fatta prendere dallo spirito e ha tentato una battuta con il mio ex: lei è stato bravissimo, non si è mosso e non si è mia lamentato dell’attesa.

Risposta di lui: è perché farò casino una volta dentro.

Devo dire che un quarto di secondo mi si è gelato il sangue. Poi mi si è scongelato, lo conosco abbastanza da sapere che non avrebbe detto nulla a un giudice. Ha sempre abbaiato tanto, mandando in tilt i miei nervi, ma ha morso poche volte. E infatti così è stato.

Dicevo, la prima tappa è fatta. Non è l’ultima, non ci sarà mai un’ultima tappa con il padre di tua figlia, ma ho in mano qualcosa perlomeno. Il futuro si prospetta radioso?

Dipende.

Perché, alla fine, dipende tutto dai famosi occhiali con i quali guardi il mondo.

Ho ancora:

una casa che verrà presto venduta (e non posso comprare io per mille motivi, questo significa che dovrò affrontare il decimo o undicesimo trasloco della mia vita); delle analisi di nuovo sballate e chissà quando ne verremo a capo; l’Amico Speciale che lavora a pieno regime e ha i suoi casini di cui non mi parla e crede che io non lo sappia ma io so (gli uomini! Ma come saranno scemi? Credono di avere a che fare con persone come loro: menefreghiste, distratte eccetera. Non si rendono conto che le donne guardano, ascoltano, collegano… ma vabbè, a questo ormai ho rinunciato. Gli uomini sono un enigma facile da risolvere, siamo noi donne che siamo complicate, siamo noi che non riusciamo a spiegarci, siamo noi che dobbiamo rinunciare ad essere capite).

Ma va detto che:

per due anni ho ancora un contratto e quindi una casa. Lusso.

Le analisi alla fine non hanno valori tanto sballati, sono fuori di poco, bisogna indagare, come dice mio doc, ma mica c’è urgenza, non sono in fin di vita (me ne accorgerei, no?)

Già a 40 anni, 41, come me, va di lusso se un uomo a un certo punto si ferma mentre parla, sorride e dice: cavolo, Moon, come sei bella…

 

P.s: aggiungo anche una canzone, che mi piace tanto, mi fa ballare come una matta.  E la metto per festeggiare.

Credevo fosse una canzone nuova… Micro(bo) mi ha fatto crollare questa certezza…

Sono il simulacro delle canzone datate.

Chissene.

Eh.

Fallimento

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Qualche anno fa ho imparato che la vita è una questione di Punti di Vista (PDV), che si vive in tanti modi e che tutto dipende dalle lenti con le quali guardi il mondo.

Incontestabilmente vero.

I miei occhiali oggi sono di un bel Dark Black.

Mi sveglio e fuori piove. Già questo basterebbe a farmi tornare a letto. Ma non posso, non io, che sono responsabile, che devo portare Little Boss al pulmino, che devo andare a lavoro, lì ho mille cose da fare, il martedì si riapre e ci sono tutte le preparazioni.

Arrivo e trovo un pacchetto dello Shogun, un libro che gli avevo prestato e che mi ha rispedito per posta. Non lo apro, lo ficco nella borsa e via.

Il mio avvocato mi ha spedito un messaggio dalla controparte (è così che si chiama, no?) che non accetta nulla di ciò che ho proposto. Ma non si azzarda a proporre nulla, ovviamente. Funziona così da anni e anni, con il mio ex. La domanda tipica era: che vuoi da cena?

Mah, fai tu.

 Preparo del pollo?

 Il pollo?, no, non mi piace, lo sai.

Una pasta alle verdure?

La pasta la sera? No…

Non so se avete presente il soggetto. Non è cambiato nulla, ora che c’è una causa di affido in corso.

Pare inoltre che la mia piccola sia insoddisfatta di qualcosa, ma non si sa precisamente di cosa. Glielo chiedo al volo, prima del pulmino, ma lei risponde veloce.

Io, invece, mi perdo.

Mi perdo nei pensieri del fallimento.

Sono fallita come mamma: non so più cosa sia bene per mia figlia. Quando era piccola era facile: aveva fame? Latte! Aveva il pannolino sporco? Cambiato! Aveva sonno? Una fiaba e una ninnananna.

Ora cerco di entrare nel suo mondo fatto di canzoni inascoltabili e battute incomprensibili, fatto di cose che mi sa che ho dimenticato in parte, brufoli, outfit (noi lo chiamavamo look), gite, scherzi telefonici. Ma lei non è solo questo. Lei è anche un mondo che mi è accessibile solo in parte, perché è il suo. Prima non era così, i nostri mondi collimavano. Certo, era un prima prima. Ma lo shock non è minore, anche quando si sa che le cose vanno così.

Sono fallita come donna: non tengo in piedi una relazione che è una, non mi accontento, dice mia madre, sono anafettiva, dice mio padre, sono una troia, dice il mio ex, sono sfortunata, dice qualcuno. Sono inamabile, dico io.

Sono fallita professionalmente: faccio lo stesso lavoro che facevo quando frequentavo l’università per mantenermi agli studi. Manco carriera, ho fatto. E nemmeno la famiglia, ho fatto. Alla fine non ho fatto un cazzo.

Sono fallita come figlia: mia madre non mi sopporta per la maggior parte del tempo, mio padre mi ignora per l’altra parte. Certo, ormai mi ci sono abituata, ma questo non significa che non faccia male.

Nella vita la cosa che mi riesce sempre è fallire. Senza troppo sforzo, direi.

Gli occhiali Dark Black fanno il loro fottuto lavoro.

La stanchezza prende il sopravvento.

Cedo le armi solo per un momento. Solo per sentire cosa si prova a fare sempre la parte di Don Chiscotte.

Poi riparto, eh. Lo so che riparto.

Ma oggi la stanchezza mi puzza di fallimento.

Di cosa parliamo quando parliamo di ex

post 19

Questa sera sono qui che penso. Sì, lo so che non è una novità, come dice l’Amico Speciale Io penso troppo. Che poi, come si fa a pensare troppo me lo deve ancora spiegare, anzi, mi chiedo, come si fa a pensare meno? Perché io, di sistemi, ne ho inventati a dozzine, ma l’unico che ha funzionato (e nemmeno poi molto) non ve lo dico.
Comunque. Sono qui che penso.
È passato un mio amico a trovarmi, un ragazzo che conosco da molto, due chiacchiere, ceniamo insieme? Ma sì, dai. Faccio una pasta veloce eccetera. E alla fine sono ricaduta nello stesso errore. Ho parlato del mio ex. Di quanto mi faccia incazzare come un toro appena vede la bandiera rossa. E sono due anni ormai che non parlo d’altro alla gente. Di quanto sia ingiusto avere una situazione devastante con un ex che insulta e minaccia e una figlia quasi adolescente di cui preoccuparsi e lui non mi parla, lui offende, non ragiona, e il tempo doveva sistemare le cose e non l’ha fatto, e ora sono stanca, e devo preoccuparmi davvero della mia incolumità?, ma perché non si trova un’altra e se ne sta zitto? E tutte le solite cose.
Da due anni
.
Insomma. Alla fine mi vengo a noia da sola. Forse è per questo che faccio un po’ la gnorri sull’argomento, qui, su questo blog: perché mi è venuto a noia. IO mi sono venuta a noia. Sempre a lamentarmi di non poter far questo. O quello. Quando la colpa è solo mia: mia che ho permesso; mia che non agisco; mia che me la prendo.
Però, scusate, il fatto è che ho passato metà della mia vita (vera) con quest’uomo. E sebbene mi chieda come tutte le donne farebbero nella stessa situazione: ma come hai fatto?, beh. In qualche modo ho comunque fatto, non credete? E questa è un’altra delle cose che non ho risolto della mia vita. Un’altra domanda a cui non so rispondere.
Fatto sta che il mio amico mi ha detto, dopo ore di dialogo (leggi: monologo), che stavamo parlando di niente. E che l’unica soluzione era andarmene. Andare via proprio. Via di qua. E portare Little Boss come me.
Ora. A parte il fatto che non posso farlo, avrei un inseguimento in stile Thelma e Luoise prima del burrone.
Ma in ogni caso, sto pensando, sebbene la soluzione sia splendida per Me, magari non lo è per Little Boss. Ho passato tutta la sua vita a pensare a cosa potesse essere meglio per lei. E per farlo mi ci sono sbattuta, l’ho ascoltata, anche quando piangeva per le maledette coliche, e ho cercato di entrare in contatto con lei in mille modi. L’ho guadata: da vicino, da lontano, anche da media distanza, che non si sa mai.
Tutto ciò che chiedo, ora, è poterle dare opportunità. Non negargliele. Tutto ciò che vorrei è che fosse non certo felice, non sono così stupida, ma almeno sicura del suo nido. Conoscete la Teoria dell’attaccamento di Bowlby? Se non la conoscete, conoscetela. Perché a me ha cambiato la vita.
Un nido. Almeno questo. Il nido sicuro dal quale partire.
Alla fine, visto che in teoria sono fatta di stecchi e bava, non dovrebbe essere così impossibile…