Finirà…

post 217

 

 

Sulla mia scrivania, nel mio Moon hole di pace, un angolino in bella vista dove però, stranamente, mi sento sempre me stessa (anche quando la reale me stessa si sente una defecazione di cane abbandonata sotto il sole di Luglio), ho un quadernetto.

Il quadernetto in questione ha raccolto finora appunti sparsi dei momenti in cui mi trovavo qui, davanti al mio super bellissimo pc, e quindi del mio Romanzo- fast (lo chiamerò così da qui in poi, rubando un’espressione al mio amico Leonardo Di Carlo, il pasticcere, che così chiama la sua meringa furba). Gli appunti in viola (una scelta dettata dalla necessità, nessuna preferenza) sono quelli che ho raccolto guardando video o leggendo documenti; le scritte con la matita sono le idee per proseguire il romanzo.

È tutto molto caotico, nel mio quadernetto, e ci sono anche post-it appesi qui e là, ma finora era rimasto illibato.

Sono giorni invece che la sua presunta purezza viene meno.

Ci sono appunti per bilanciare un semifreddo.

Ci sono password per accedere alle mail.

Ci sono le misure di Berta (la libreria di Little Boss comprata dagli svedesi).

C’è, soprattutto, il calcolo della retribuzione della CIGD per vedere se riesco a entrare in qualche altro contributo.

E nulla: il contributo in questione (per l’affitto) prevede che sia elargito per chi è, appunto, in CIGD, ma vuole anche una riduzione effettiva dei guadagni, rispetto all’anno precedente, minimo del 30%. Ora. Io non sono un asso della matematica. Ma so che la cassa integrazione in deroga è dell’80%. Quindi la riduzione è prevista per il 20%, se non erro. Poi vai a vedere il reale esborso dall’INPS e non è affatto il 20% in meno, ma il 30% e più. E qui arriva ciò che non sapevo: il resto (calcolato in base a non saprei cosa) lo dà il datore di lavoro: gli 80 euro di Renzi, per esempio, e le festività. Ma che festività sono se non ho lavorato? Bah. Mistero.

Cercate di capirmi, non è che mi lamenti, se qualche briciolo di soldo arriva arriva, solo che non capisco: fanno un contributo per chi è in CIDG e poi non posso prenderlo? Perché, a conti fatti, sforo. Sforo di 30 euro un mese, di cinquanta un altro, ma sforo.

Il Comune, piccolo cucciolo, sono mesi che si sbatte per me, mi manda mail, mi chiama come se fossi sua figlia, mi dice: provaci, rifai i conti. Ma nulla. l’ordinanza è regionale e l’autocertificazione è mia: mi pare di avere già troppi problemi per prendermi pure una sanzione per falsa dichiarazione.

Resta che non capisco il concetto base.

E forse ci sta, può essere che sono un po’ troppo nervosetta. Non è un buon momento, anche se sono rientrata a lavoro. O forse per questo? Sembra che l’universo si concentri tutto adesso: dopo mesi a non fare nulla se non esacerbarmi per ogni bollettino serale, adesso il mondo si è svegliato. E io non mi sento pronta. Sono inadeguata al mondo Covid: non respiro nella mascherina, mi frizzano le mani con il gel. Sono inadeguata al mondo ripartito, come lo sono sempre, ogni mattina: ho bisogno di tempo per partire, mi serve il caffè, mi serve la calma…

E così finisce che litigo pure con piccola Pigra Boss, che la mattina non sente la sveglia (e le mie milleduecento telefonate) e io pensando subito al peggio mi precipito riversandole addosso tutta quella frustrazione di madre inadeguata che mi sento sulle spalle.

Questo anno è terribile.

Ma finirà.

Oh, se finirà…

Per essere peggiore il 2021 dovrà mettersi proprio d’impegno.

 

 

La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Ma che disperazione

 

 

Ho il cervello intasato. Tanto pieno che le idee non si muovono, c’è traffico, la fila, i lavori in corso. E continuo a modellare idee, senza sosta.

Riapriamo il Ristorante tra poco. bisogna rifare tutte le preparazioni. Già. Ma quali? Dopo quattro mesi non ricordo cosa facevo, come lo facevo, quando lo facevo. Con chi lo facevo, invece, sono certa: io e io.

Cosa fare? Il mio campo, uno dei miei campi per l’esattezza, o il campo in cui voglio finire, ancora più esatto, è la pasticceria: siamo in estate: gelati, semifreddi, sono un vomitatoio di nuove proposte. Un tartufo gelato con scaglie di nocciola e cioccolato? Un mignon con una crema anidra al limone autoprodotta? Un semifreddo al tiramisù? Una monoporzione al mango e panna?

Ho TROPPE idee.

E non solo per il lavoro pagato.

Le idee fioccano anche per il lavoro gratis d’amore dei.  La scrittura. Sono nella fase due del mio romanzo, una riscrittura capitolo per capitolo, cercando di migliorare, arricchire e correggere la trama. La notte prima di dormire mi vengono delle frasi e per ogni parola immagino la sua composizione sulla tastiera. Poi accendo la luce, prendo il blocchetto celeste sul comodino, con il nome giusto, Toughts I need to write before I fall asleep (l’ho comprato da Tiger? Da Willy? Maledetto Alzheimer precoce!) e scrivo delle note che al mattino non riesco a leggere. Chi non legge nella sua scrittura è un asino addirittura, dice sempre mia madre.

E poi la mattina alle sei la sveglia suona, mi rigenero con il caffè, metto le dita sulla tastiera e vado. Vado. Vado. Sto correndo come Forrest Gump prima di togliersi le protesi. La speranza è quella di arrivare a ottenere una maglietta gialla da sporcare con lo smile (se non avete riferimenti, guardate/leggete Forrest Gump: ne vale sempre la pena).

Dopo le otto spengo il pc, infilo una tuta e dedico il cervello intasato al lavoro: pulire, sistemare, riorganizzare. Nuovo ricettario (in word, stampato e sistemato), nuovo menù (scritto e organizzato), nuovo laboratorio di lavoro, con 5 macchine in più, tutte da imparare, da studiare, da usare, soprattutto.

Ho il cervello intasato.

Norme HACCP, nuove etichette, nuove procedure, il Covid e le mascherine, sanificare, i fogli per conservare i dati dei clienti, le strisce in terra. E poi la pubblicità: nuovi post sui social da creare, fidelizzare il cliente, prodotti più belli (ma sempre buoni).

Ma questo cazzo di posto è mio?, mi chiedo. Eppure non riesco a farne a meno. E mentre domani i miei colleghi dormiranno beati nei loro letti, io sarò ancora lì, a vedere di sistemare la bilancia, di ordinare il magazzino, di fare la lista per i fornitori.

Mi faranno santa? Non credo.

Mi faranno tonna? Più probabile.

E mentre scrivo tutto questo, il mio unico pensiero va a una carella di Word, nominata genericamente Romanzo. Senza titolo, ancora. Non vedo l’ora di rimettermici. Anche se so che devo cercare di non correre troppo, non troppe parole al giorno, perdi mordente, Moon, dopo le prime 5000 parole.

Il tuo romanzo mediocre. Il tuo piccolo un po’ deforme. Ma il tuo primo piccolo.

Ma che disperazione nasce da una distrazione.

Avere questa gioia nello scrivere… non ha prezzo.

21 Giugno: fine del mondo e del romanzo

Sono le 8.49 di una domenica mattina.

Anche stamani mi sono alzata presto. Siamo agli sgoccioli, tra poco, dopo 4 mesi di fermo obbligato, riprenderò a lavorare. Domani abbiamo un’altra lezione del corso HACCP, poi martedì si parte con le pulizie, sanificazioni eccetera. Ci vorranno forse dieci giorni, vista la mole di lavoro. E poi: l’ignoto: come sarà lavorare alle nuove condizioni? Riuscirò a resistere con la mascherina (che il mio Capo ha fatto fare per tutti in stoffa e con il logo, che in effetti fa più figo) per sei, sette, otto ore? A, proposito di ore, quante ne farò? riuscirò a racimolare qualche straordinario come prima o la mia busta paga sarà sottile? Certo mai quanto la cassa integrazione, che ancora fatica a trovare la strada del mio conto corrente.

Queste, e molte altre, sono le domande che da un bel po’ mi frullano nel cervello (e credo di averne pure già scritto).

Ma.

Ma.

Ma.

In ogni caso c’è sempre qualche nota positiva.

E non è solo perché Little ha finito gli esami di terza media e ora è una diplomata a tutti gli effetti. Questo però influisce: non averla nervosa in giro per casa è già una buona cosa. Sapere che ha ancora la possibilità di prendere la borsa di studio, nonostante gli scivoloni durante la didattica a distanza, anche.

È che alle 8.49 del giorno 21 giugno 2020 ho terminato la prima bozza del mio unico romanzo.

Dopo anni di tentativi falliti, di mortificazioni autoinflitte, di rinunce e poi nuovi inutili slanci, alla fine ce l’ho fatta.

Non avrei mai pensato di scrivere una roba come quella che ho scritto. E credo che se leggessi questo romanzo senza saperne nulla, scritto da un’altra persona, lo ridurrei a brandelli. Io so essere molto caustica nelle recensioni. Anche un po’ stronza, diciamocelo. Senza pietà. Ebbene non ne avrei nemmeno per il mio.

So di non aver scritto letteratura, anche se mi ero ripromessa di scrivere solo quello: letteratura. Eppure lo stesso, questo romanzo mi ha dato e mi dà soddisfazione. Solo per il fatto di averlo terminato, credo. Portato in fondo. Concluso. Finito. Fertig (e usiamole quelle tre parole di tedesco che ho imparato con Duolingo in questo lockdown).

E poi…volete mettere riuscire a finire un progetto tanto desiderato proprio prima che finisca il mondo? (Oggi, secondo i nuovi calcoli)

Vado a festeggiare con il secondo caffè.

Mi resta solo una domanda. ma l’ha già posta Liga…

 

 

 

 

Chi ha scelto chi?

post 193

Ho bisogno di una pausa.

E come fare una pausa dalla scrittura se non scrivendo?

Sono diventata la caricatura di me stessa.

Il fatto è questo, e lo dico in breve: sono quasi 4 mesi (4!!!) che sono a casa senza fare nulla; ho passato le giornate a trascinarmi, triste e ansiosa, in giro per casa, in perfetto stile zombie; ho incrementato le mie capacità culinarie (non è del tutto vero: ho messo in pratica, più spesso del solito, quelle tre cose che so fare, eliminando la Fiera del precotto dal frigo- citazione di Venkman); mi sono esercitata davanti allo specchio per riuscire a fare una perfetta Boxer braid (con scarsi risultati); ho consumato la televisione, fatto quasi fuori il Tolino e comprato (sigh!) perfino un paio di giochi sull’Iphone (Room non era poi così male… solo che mi ha fottuto la batteria).

Insomma: quanto tempo avrei avuto per scrivere quel dannato romanzo di cui parlo sempre da anni e anni?

Ma, dicevo a me stessa, perché non ti ci metti adesso, che hai tempo in quantità?

E non è che all’inizio, non ci abbia provato. Mi ero fatta uno schema mooolto approfondito, seguendo il mitico Vogler, cercando di pensare a una storia decente. E si vede che la storia non era poi così decente, perché è naufragata prima di prendere il largo, a pagina 2.

Mi sono data una spulciatina ai file nel computer, oggi: lì dentro ci sono ben 4 romanzi iniziati (una delle cartelle si chiamava Con poca speranza e quindi immaginate il contenuto) , il più lungo dei quali conteneva ben 13 capitoli. Insomma, quello era il mio record, 13 capitoli, poco più di 13 pagine, a tutti gli effetti. Non un granché.

Parlando con il Mentore, non molto tempo fa, mi sentivo piuttosto scoraggiata, affranta direi. Non ricordo se l’ho detto anche a lui, ma di certo l’ho pensato: basta con la scrittura, devo mettere un punto a questa storia, ho scritto dei racconti, è vero, alcuni sono stati pubblicati (gratis) in riviste non poi tanto male, ma si tratta, comunque, di roba scritta più di 5 anni fa ormai. L’ultima mia produzione (finita) era il racconto del disturbo psicologico, mai consegnato alla casa editrice oltretutto. Credo (devo ammetterlo a me stessa) che il colpo di grazia me lo abbia dato l’ultima rivista a cui aveva mandato l’opera, che ha rifiutato il tutto. Ok, non so incassare i rifiuti: vedrò di lavorarci su.

E quindi ok, non ho pensato più a scrivere da quel momento, con la frase classica: meglio utilizzare il mio tempo a leggere buoni romanzi, piuttosto che sprecarne per scriverne di pessimi.

E fin qui tutto ok. Avevo rinunciato. Capita. Insomma, dopo dieci anni se i risultati non arrivano (non a livello di pubblicazione, ma di produzione proprio), allora forse la cosa non fa per te.

E poi è successa una cosa, poco più di una settimana fa.

Una storia ha bussato alla mia porta, così. Senza avvisare. Una storia che in verità non ho scelto (o meglio, una storia che non sceglierei), ma era lì, bellina chiara, limpida e così, per sfida, ho voluto fare una prova. Mi sono detta: tu prova a iniziare, e poi vedi. Se non continui pace, torni a essere quella di prima. Che ci rimetti? Non hai ancora un cavolo da fare!

Ho iniziato. E il primo giorno ho solo pensato. Senza scrivere. E più pensavo e più la storia era definita. Il giorno dopo ho iniziato. Dieci pagine. Bene, mi sono detta. Ma sugli inizi ero già navigata, come ho detto.

Il giorno dopo 12 pagine. E quello dopo altrettante. Insomma, stavo procedendo a vele spiegate, come un treno e la storia (e questo ha dell’incredibile) non stava perdendo forza, non stava sfumando, incasinandomi il cervello per trovare soluzioni. Anzi.

E quindi no, non sono qui a cantare vittoria, ma in una settimana ho scritto praticamente metà romanzo. E so esattamente cosa ci va dopo, per intenderci, la strada per arrivare all’epilogo.

A prescindere dal risultato che sarà, in generale (revisioni a parte, la storia poi magari mi sembrerà banale, i personaggi poco definiti, lo stile scarso?), quello che per me conta è finirlo. E siccome ancora non l’ho finito…

Ma queste pagine mi rendono esaltata, sono entusiasta del lavoro (per ora) e mi rendo conto che se mi vengono delle domande ansiogene in testa (Arriverà la cassa integrazione? Riuscirò a pagare l’affitto? E l’assicurazione della macchina? A cui oltretutto dovrei cambiare la guarnizione di testa, cazzo?) la mia risposta è una sola:

macchissenefrega! Sto scrivendo (e qui ci sta bene uno smile).

Quindi questa cosa che ho sotto le dita, questo romanzo ( o cosa sarà) sta già facendo un buon lavoro, no? E io, beh, mi diverto a scriverlo, sul serio. La schiena si lamenta, a volte, ma torno alla tastiera volentieri e anzi, a volte mi impongo di smettere per non bruciare tutto a causa della stanchezza.

E quindi sì, è davvero da morir dal ridere, come ho scritto a Ale: tra poco rientro a lavoro (la prossima già inizieremo a fare qualcosa) e io ho scelto questo momento per scrivere il romanzo.

Ma forse ha ragione lei, sempre Ale, forse è una manovra di Ispirazione (una dea a cui non credo).

O forse la storia ha scelto me.

 

 

 

L’Irrisolto

post 147

 

 

Non riesco a dormire.

Un fatto che per molti è una cosa normale. Molte sono le cose normali che per me sono invece straordinarie, come per esempio soffrire il caldo. Di solito io sto al caldo come un pesce sta all’acqua. Invece mi sono trovata in difficoltà di recente.

Lo stesso è per il sonno. Insomma, da quando sono bambina mi sono fatta mancare un sacco di cose, ma mai le ore di sonno. L’Amico Speciale mi ha sempre preso in giro per questo,Basta che tocchi il letto, tu.  E si vede che invece non lo tocco, il letto, quando mi ci sdraio, e passo molto tempo a rotolarmici senza risultati.

Little Boss mi dice che se vado a letto tardi mi gioco il Sonno di bellezza. Beh, io vorrei tanto essere bella, ma giuro che non lo faccio apposta.

Stasera, dopo aver inutilmente tentato di leggere il Manuale più stupido della storia dei manuali psicologici, sono venuta qui per continuare a fare quello che ho fatto per buona parte del pomeriggio: l’ennesima revisione a un romanzo di un amico. Mi ero detta che non lo avrei più fatto, ma non c’è nulla da fare, è una cosa che mi piace, una cosa che stuzzica un lato di me che oltretutto nemmeno apprezzo particolarmente, ma tant’è. Così, invece di continuare il mio romanzo, leggo quelli degli altri e ancora tento di piazzare i miei ultimi racconti sulle benedette riviste on line. Una, ieri, mi ha risposto di no a tempo record: tutto in un solo pomeriggio.

Contando che ne ho piazzati dieci, ormai, in questi anni, e che me restano nella cartella (che ho nominato proprio così: Racconti da piazzare) solo tre, direi che almeno su quel lato non sono stata poi così male. Ostinata, come sempre. Vorrei buttare la mia ostinazione anche nella cartella con scritto Romanzo.

Sulle scuse fantasiose che invento ogni volta per evitare il confronto con quel foglio vuoto di word la più carina di sicuro è, appunto, che fa troppo caldo per scrivere. Ma c’è anche Sono in un periodo di confusione (mi chiedo, da quando ho compiuto 20 anni,  se ho mai avuto un periodo di non confusione, per una storia o un’altra), Ho troppo lavoro al Ristorante, Non sono abbastanza brava, Il romanzo non è la misura per me( e allora perché non scrivi un racconto, diamine?).

Ebbene sì, credo che stasera sia questo pensiero a non farmi dormire. Tanti anni fa risposi alla fatidica domanda da Primo giorno di corso di scrittura: perché scrivi? E avevo una valanga di Perché. Anche oggi sono validi, ma credo di avere paura, semplicemente. Scrivere fa paura. Fa paura perché tira fuori della roba che invece per far filare tutto liscio tendi a tenere nel cassetto. Chiuso a chiave. E con la combinazione.

Mettermi alla prova pochi mesi fa con un racconto nuovo mi ha fatto capire che ci sono conflitti che ancora non ho risolto. Banalmente sempre gli stessi. Eh, beh, ok, sono una recidiva. Ci sono tante cose in cui tento di migliorare, giorno dopo giorno (e, a proposito, secondo il Grande Psicologoche ha scritto il Manuale più stupido della storia dei manuali psicologici, pare che questa sia una dote del tutto femminile, venusiana, per dirlo in termini suoi), ma c’è uno boccone duro che non mi va mai né su né giù, che da oggi chiamerò l’Irrisolto. Cosa, esattamente, non abbia risolto, beh, non lo so.

La logica vorrebbe che invece di averne paura io lo affronti. O almeno, è così che io faccio quando ho paura di qualcosa.

Ma la mia voglia di normalità, in questo momento, è talmente forte che sto facendo resistenza.

Ma siccome questa cosa mi è entrata in circolo, soprattutto scrivendoci ora, stasera, mi sa che qualche passetto in quella direzione dovrò farlo. Un piccolo passo. Alla fine è proprio questo blog che mi insegna che sono lenta, sì, ma se voglio una cosa…

Piano B

post 143

 

Ho un piano B per superare questo momento che, per motivi fatti da: un ex fuori di testa, una bambina malata da una settimana, il lavoro che aumenta, mi rende un po’ nervosetta, facendo naufragare anche le attività più semplici, come cucinare il pollo.

Il piano B l’ho ideato questa mattina, dopo una notte diversamente dormiente. Mi sono svegliata credo millemila volte, mi sono girata nel letto come un cane che non trova la cuccia, ho contato un numero di pecore che mi avrebbero permesso di fare maglioni a tutto il mondo per cento anni.

E ho sognato. Maledetti sogni, di nuovo. Ho sognato di non riuscire a smettere di fare pipì. Stamani il libro dalle pagine ingiallite mi ha detto diverse cose a proposito di questo sogno. Pare che abbia sentimenti repressi che si sono accumulati come la spazzatura nella discarica, e che io abbia bisogno di sganciarli dalla repressione, ed esprimerli. Dai retta alla tua pancia e non alla tua testa, ha consigliato. Beh, la mia pancia mi dice solo che non ho fame, complice di sicuro il caldo.

Ed ecco che allora ho inventato il piano B: visto che comunque non riesco a seguire in questo momento (ma l’ho mai fatto?) un’alimentazione normale, nonostante ogni tanto la cuoca al Ristorante faccia le orecchie da mercante quando le dicoNon mangioe butti comunque la pasta anche per me (Ormai l’ho cucinata, e sfodera un sorriso), tanto vale bere. Quindi una tisana ogni ora, più o meno. So che le tisane fanno caldo e sembra una scelta bizzarra, ma almeno bevo e provo a rilassarmi.

Ma perché non ti droghi come tutti?,mi dice Micro(bo) mentre pulisce una piccolissima ditata sul vetro della porta: il ragazzo sta diventando come la badante russa di mio nonno, che ti faceva infilare le pattine all’ingresso per non sporcare.

Bella idea!,rispondo. Giusto per aggiungere disagio al disagio…

Il risultato per ora è che il mio sogno sta diventando realtà: faccio pipì di continuo.

Forse era un sogno premonitore.

Intanto la domenica sta finendo pigra, alla tisana ho aggiunto un incenso, giusto perché la tazza che sto bevendo ora sa di zenzero e mi pare di stare in Oriente così: il viaggio dei poveri.

La mia Little Boss è a finire di guarire da suo padre già da venerdì, mi manca, ci mandiamo post con Commenti memorabili su Instagram, disquisiamo al telefono se posso chiamarla cucciolae zucchina(credo di averla chiamata in tutti i modi, anche zuppetta di pesce, non esiste un nomignolo che non le abbia affibbiato), mi aggiorna sul sapore schifoso degli antibiotici e quello invece decente della Tachipirina orosolubile (Ma perché c’è scritto orosolubile?, chiede lei appena vede la confezione. Viene dal latino, os, oris è bocca.Significa che si scioglie in bocca. Lei mi guarda e sembra sollevata. Che credevi?,chiedo. Che fosse una supposta. Beata ignoranza…). Ma non è come averla qui.

L’Amico Speciale invece è partito per uno dei suoi viaggi, mi telefona annoiato, io gli racconto del tizio con il kilt che al Ristorante oggi ha allietato tutti suonando e cantando una canzone scozzese con la chitarra, Ti mando il video, dico. Lui mi chiede se aveva le mutande e se ha fatto il gesto epico di Mel in Braveheart.

Penso al mio romanzo: statico da un mese e più, penso che se scrivessi un pezzetto tutti i giorni, invece che scrivere qui, forse lo finirei in poco tempo. E mi torna in mente che anni fa il Mentore mi disse una cosa molto simile.

Si vede che magari non sono un tipo da romanzo. Forse non è proprio la mia forma. O non lo è ancora.

Il progetto resta comunque sul mio muro.

Vediamo intanto di far finire anche Giugno e poi tasterò di nuovo il terreno del mio Dentro per capire se c’è dello spazio adatto per piantare questo seme.

Mi scappa di nuovo la pipì, uff…

Il Museo dell’innocenza

post 119

Mio padre oggi mi riporta indietro di qualche anno. Alla prima volta che ho visto un Nobel, Oran Pamuk. Alla prima volta che ho sentito parlare del Museo dell’innocenza.

Ed ecco cosa scrivevo, al tempo:

(Pietrasanta, 8 Giugno 2013)

Arriva sul palco, il Nobel, che quasi te lo aspetti luccicante come una moneta preziosa, niente a che fare con quest’uomo normalissimo, emozionato e titubante. 

Prende la parola il suo editore, Einuadi, e il loro prologo è tutto per Istambul, per quelle rappresaglie, per quella paura della guerra civile che tanto lo atterrisce e disarma in questi giorni. Ammette di essere qui con il corpo e là con il cuore.

Io, da ascoltatrice, avverto questa dicotomia e non riesco a capirla all’inizio: sarà il traduttore? Sarà il viavai di gente continuo? Sarà che sono lontana?

Ma quando si entra nel vivo, quando inizia a parlare del suo libro, “Il museo dell’innocenza”, ecco che i nostri fili si allacciano e io sono pronta a farmi trascinare in questo viaggio verso la Turchia. 

«Il museo è vero» dice. 

E io non capisco.

Mi ci vuole davvero molto tempo -molte parole- per arrivare alla comprensione di questo duplice progetto, studiato per anni e finito di realizzare solo quindici mesi fa.

“Il museo dell’innocenza” è un libro che parla di un uomo innamorato. E di tutto ciò che ruota intorno all’amore. O Amore. Quindi felicità, rabbia, frustrazione. Il protagonista, Kemal, nel corso del romanzo raccoglierà gli oggetti che per lui rappresentano questa passione -osteggiata- verso la donna amata. 

Ma mentre scriveva, Pamuk non aveva in mente solo il romanzo: davanti a lui c’era la voglia di creare un luogo fisico per questo suo personaggio: un museo, appunto.

Il viaggio è duplice, allora: c’è “Il museo” romanzo e il museo reale, che contiene gli oggetti raccolti da Kamal: entrando dentro il museo entri dentro il romanzo e viceversa. Ma sono i sensi coinvolti ad essere differenti. Resta il fatto che questi oggetti incarnino una storia, la raccontino.

 Il romanzo sconfina nella realtà: Kemal chiede al suo amico Pamuk di creare per lui il museo. E Pamuk esegue gli ordini del suo personaggio. Non solo. Crea un catalogo museale, “L’innocenza degli oggetti”, che è di per sé strutturato come un romanzo.

«I musei mi piacciono», afferma Pamuk. Ma troppo spesso, specie quelli orientali, sono una dichiarazione politica. Non sono solo una sede artistica, ma anche politica. Guardando un museo in Cina, ad esempio, non puoi che restare stupito dall’immensità, dalla floridezza, e finire per elogiare la Nazione.  Ma non premia l’individualità, non ti dice niente sul cinese.

Il suo progetto vuole fare questo, invece, premiare l’individualità. Perché se mai c’è un parallelo tra museo e arte della scrittura è che entrambi fanno vedere i dettagli minuti che compongono la vita. 

 

 

Ritornare lì con la mente è stato bellissimo oggi. Rivivermi. Ricordarmi che ci sono anche queste cose che hanno influenzato il Moonverso.

Cacchio se ho voglia di rileggere quel libro, ora…

 

 

 

 

 

 

 

Corsi di cucina e premi letterari

chef-657352_1920

 

Mi hanno fregato con un altro corso di cucina. 

Io, che detesto cucinare, sono obbligata per lavoro a fare questo dannato corso con lo Chef Stellato. E lo so, lo so (per favore, non ditemelo) che molti di voi diranno che sono maledettamente fortunata, che un corso gratis fatto da uno chef che sa fare lo chef, che insegna trucchi e cotture, inventa piatti, suggerisce modifiche ai piatti classici e tutte quelle cose lì è una bella occasione, che insomma, lo so che ci sono milioni di persone che si continuano a guardare programmi di cucina e si dilettano tra i fornelli come novelli Canavacciuolo e vanno a cercarsi nel negozio etnico il platano da friggere perché la Parodi vi ha abbinato il piccione (sto inventando, ovvio, ogni riferimento a persone o cibo è del tutto casuale), lo so che esiste anche un canale (anche se devo dire che è pochissimo che l’ho incrociato) sul digitale dedicato alla cucina, quindi immagino che ci siano davvero molte persone affascinate da questa Nuova Arte… MA. Ma io sono stanca del cibo, sono stanca di pensare alle sue infinite preparazioni, ma sopratutto sono stanca di fare corsi di cucina che mi rubano il tempo prezioso che vorrei passare con Little Boss.  

Che poi a me, lo Chef Stellato,  piace pure, è un ragazzo alla mano nonostante le sue stelle Michelin, arriva con la moto e questo, non so perché, ma me lo rende ancora più simpatico. 

Resta il fatto che dovrò sorbirmi intingoli e arrosti per due giorni di seguito e siccome pare che sia l’unica al Ristorante in grado di scrivere (ok. Qui le battute dei miei colleghi si sprecano: scrivi tu gli appunti, non sei una scrittrice? Oppure, scrivi tu Auguri sulla torta con la cioccolata: non sei una scrittrice? Eccetera), non potrò nemmeno distrarmi e pensare agli affaracci miei. 

E invece io vorrei pensarci, agli affaracci miei, visto che oggi il mio capo mi ha chiamato da parte e mi ha detto: Bene, Monica, hai tempo fino al 28 febbraio per scrivere un romanzo commerciale di 200 pagine. Poi ha mi ha messo sul banco l’articolo di un giornale. Credo di aver buttato fuori gli occhi come in cartone degli anni cinquanta. Esiste un concorso letterario che ha un bel montepremi: 150.000 euro. In questo concorso vince la storia, non le sperimentazioni, non lo stile, non il nome, sopratutto. Si concorre anche con pseudonimo. 

E così adesso è dalle una circa che il mio cervello non fa altro che macinare questa cosa. 

La prima cosa che ho pensato è stata a questo tempo ho per scrivere e quanto devo scrivere al giorno per poter arrivare a uno scalino come 200 pagine. Contando che più o meno che adesso ne scrivo una e mezzo al giorno, anche se non tutti i giorni, e la trovo una cosa fattibile,  mi occorrerebbero almeno 200 giorni, cioè più di sei mesi. Che non ho. Ricalcolo: due pagine al giorno tutti i giorni: sono cento giorni, cioè poco più di tre mesi. Fattibile. Quindi ok, a livello di tempo potrei esserci. 

Ed ecco che il mio ragionamento si ferma qui. I calcoli che ho segnato sul blocco delle comande tra una cestina di pane e un dessert sono l’unica cosa che il mio neurone solitario è riuscito a creare. Poi nel Moon cervello si sono accese le altre mille domande e, a seguito, le altre mille perplessità che mi hanno scemare l’entusiasmo del Grande Progetto (è la mia modalità standard, nessuna sorpresa).

La verità è che io non so scrivere un romanzo. E sopratutto non so scrivere un romanzo commerciale. E sopratutto, non so se davvero voglio scriverlo. Ovvero, quanto me la sono sbattuta per studiare la scrittura, per non ridurre i miei racconti a storielline, per cercarmi uno stile, per sperimentare… per non affiancare necessariamente la scrittura ai soldi? Mi ci sono voluti anni per capire come voglio scrivere. E ora arriva un premio del cavolo che sicuramente non vincerò mai (immaginate la valanga delle persone che parteciperanno, compresi autori famosi sotto pseudonimo. La avete immaginata? ora, raddoppiatela) e tutto può cambiare? 

Sì, Moon, ok. Ma sono 150.000 euro… un misero tentativo potresti pur farlo. 

Quindi, non ho ragione a dire che non voglio fare il corso di cucina e voglio pensare agli affaracci miei?