A volte sto anche bene

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La settimana inizia così: una tazza di caffè mentre Little Boss ancora dorme, un salutino a Raschio, una candela alla vaniglia e i mille pensieri che mi affollano la mente.  Ho una To do list zeppa questa settimana, che è l’ultima di lavoro prima delle ferie.

Ho quindi voglia di cullarmi ancora un po’ nel dolce far niente, prima di partire alla carica. Ho voglia di scrivere qui, ancora.

Ho passato un sabato busy, come direbbe la mia Ale, il lavoro mi ha stroncato le ginocchia, ma una promessa è una promessa (mi pare sia anche il titolo di un film, sbaglio?) e ho dovuto accompagnare Little Boss in Città per sostituire il vetro del suo telefono. Trovo molto interessante il luogo verso il quale ci siamo dirette: un buco semi nascosto dove tre ragazzini (proprio: ragazzini) cinesi hanno dato un’occhiata veloce al suo smartphone e hanno detto: sessantacinque, tla mezz’ola. E in mezz’ora in effetti, mentre io, Little Boss e l’Amico Speciale ci deliziavamo il palato con una specie di the con le bolle di gelatina (se mai vi capita di andare in un Bobble Bobble non scegliete il Matcha: fa schifo alla grande, specie con le palline di Tapioca), hanno cambiato il vetro, perfetti, precisi, con la metà dei soldi che mi chiedeva il Centro Apple. Stupefacente.

Dopo questo gran risparmio ho ritenuto giusto invitare tutti per un aperitivo e una cena, quindi dopo un Coca-prosecco-birra ci siamo diretti in un locale da gourmet, adatto alle mie tasche (se voglio andare in ferie le mie tasche devono essere strettine): il mitico Mc Donald. Erano anni che non ci andavo, credo di averci portato Little Boss solo due volte e lei se ne ricorda solo una, quindi la prima volta mi sa che più che mangiare ha giocato con lo scivolo lì fuori, con grande guadagno per la sua salute. Mentre eravamo in fila, due ragazzini (l’età sarà stata quella dei cinesi del negozio) si sono fatti portare al tavolo ben 20 cheeseburger. Interessante modo di passare il sabato sera, ha detto l’Amico Speciale. Ma loro sembravano felici di quella pseudo sfida spacca stomaco. Lo sembravano un po’ meno quando io e Little Boss gli siamo passate davanti dopo una ventina di minuti per andare in bagno. Mi sono fermata davanti alle carte unte e appallottolate, erano quasi alla fine: come va ragazzi?,ho chiesto. Insomma…, ha risposto uno dei due. Tranquilli, domani sarà peggio,ho concluso. Dalle loro facce nauseate credo di non aver sbagliato oracolo.

Il sole ancora non era calato, e Little Boss fa: andiamo a giocare a bowling?

Di nuovo, sono anni che non gioco a bowling, ho pensato. E qui la conclusione è partita da sé: sono anni che non fai un cavolo di nulla!

In pratica la sala da bowling l’abbiamo aperta noi, se la russa che la gestisce mi dava una scopa sono certa che le avrei dato una mano. Che nomi mietto ragazzi?, ha chiesto poi. Mi fa sempre un po’ strano sentir parlare un russo, sembra a volte la caricatura di se stesso (un po’ come i cinesi di prima), solo che mi ributta anche negli anni ’80, in mezzo alla Guerra Fredda, e mi aspetto sempre che ne esca fuori uno scontro tra spie in stile James Bond.

Drugo, Bunny e Maude, gli faccio. Mi aspetto che qualcuno, se non lei almeno il tizio che ci dà le scarpette, colga la citazione. Ma non siamo in una sala da bowling? Possibile che nessuno, qui, abbia visto Il grande Lebowski?

A quanto pare no, visto che il tizio quasi si incazza a sentir nominare Drugo. Niente Drughi, qui! La porta è quella!

E ora siamo pari, perché come lui non ha colto la mia, di citazione, io non raccolgo la sua. Ci vuole l’Amico Speciale per spiegarmi che i Drughi sono i tifosi della Juve. Abbiamo incappato in un Interista, si vede. Maledetto calcio…

Chiarite le cose ripeto quattro volte Bunnyalla russa. Vanny?, chiede. No, Bunny, con la B di Bologna. Ah, come il coniglio!, mi fa lei. Mi arrendo. Mi becco il nome del coniglio sullo schermo. Accontentiamoci.

Little Boss rischia di rompere la pista un paio di volte, io invece pensavo peggio, un paio di Strikeli infilo (ma mai quanti i miei Gutter), con il risultato finale che, ancora oggi, mi fa male il gluteo sinistro e il braccio destro: una vera campionessa! Alla fine vince Drugo, come da copione. Magari se mi davo il nome di Jesusavevo qualche possibilità.

Più tardi l’Amico Speciale mi scopre a guardarlo mentre sorrido.

Che c’è?, Che sorridi?, mi fa.

Niente. Ah, che risposta fastidiosa. La dico apposta. Ma poi non reggo e gli dico:

È che sto bene.

E questo è il massimo della dichiarazione che posso fargli al momento. Ma lui lo sa. E restiamo abbracciati fino a che Little Boss non ci dice: mi fate venire il diabete!

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Breve storia di una Paranoia

post 157

 

 

Paranoia e Moon erano sempre state legate da un sentimento reciproco di dipendenza e odio, amore e repulsione. Si conoscevano dalla notte dei tempi, forse molto prima che Moon avesse coscienza della sua vita. Paranoia, pur di restare accanto a Moon, assumeva le forme più disparate e si presentava alla sua porta in qualsiasi occasione, compiaciuta del fatto che Moon, in sua presenza, smettesse di mangiare, dormire, parlare, scrivere, a volte. Paranoia è sempre stata un po’ una stronzetta, si sa.

Una mattina decise di prendere una delle sue forme più temibili. Forse voleva punire Moon di non averla ascoltata per (addirittura!) due mesi, forse si era alzata con la zampa caprina sbagliata, chi può dirlo, fatto sta che mentre Moon sorseggiava il suo primo caffè della mattina, appena uscito dalla moka, profumato come non mai, si avvicinò a lei e si mostrò in tutto il suo splendore.

Sono la Paranoia di Essere Incinta, tuonò. Per te, che ami gli acronimi, sono PEI!

Moon saltò sulla sedia, spaventata e, incredibilmente, iniziò a sentire cattivo il suo caffè. Aveva proprio un sapore orribile.

Stamani hai particolarmente sonno, disse Ragione alle sue spalle. Ragione e Paranoia non erano mai andate d’accordo, battibeccavano di continuo. Sfortunatamente per Moon però battibeccavano quasi sempre di notte, a voce alta, e riprendevano al mattino, spesso, mentre faceva colazione. Avere a che fare con quelle due non era roba facile, ma va detto che spesso Moon seguiva i consigli di Ragione, ignorando Paranoia. E così fece quella mattina, mentre Ragione continuava a ripetergli che era solo stata un’incapace a prepararsi la moka.

Così Moon arrivò a lavoro e si fece fare il suo (meritato)secondo caffè da Micro(bo),sicura che avrebbe, stavolta, riconosciuto il favoloso aroma di sempre.

Ma no.

Continuava a sentire il caffè cattivo. A tal punto che decise di saltare tutti gli altri caffè della giornata.

È solo un caso, continuò Ragione. E poi ti è successo anche quella volta che poi hai scoperto avere l’influenza, ricordi? La mattina sentivi il caffè cattivo e la sera avevi la febbre a 39.

Moon ci pensò su. Vero. Questo è proprio il caso di capovolgere il vecchio (e orribile) detto toscano del Meglio questo (cioè rimanere incinta) di una malattia. Direi che stavolta faccio il tifo per la malattia.

Ma Paranoia continuò a lavorare alle gambe della povera Moon tutto il giorno e la sera. Fino a notte fonda, quando la luna sorprese Moon (e il che è metaforicamente allitterante) ancora attaccata al suo telefonino a leggere pareri sui forum più disparati. Sintomi del primo mese di gravidanza.

Ma Moon, non ne hai già avuta una?, diceva Ragione. Non ti ricordi più che Sapevi, che Sentivi, e ora non senti nulla, no? Macchè incinta! Sarà un’indigestione, idiota! O il risultato del tuo mangiare a cazzo che tieni da troppi anni! È più facile che ti venga una trombosi con le schifezze che prendi per non restare incinta piuttosto che una gravidanza. Cristo! PENSA, dannazione!

Ma Moon ascoltava solo PEI, ormai. E si tastava il seno per sentire se le era gonfiato, pensava che sì, era stanca, stanca morta, sfinita, non riusciva più a fare le stesse cose di mesi fa, ma nemmeno di questo inverno, e allora Ragione diventava scema a dirle che era solo STRESS, si arrabbiava come una matta, povera Ragione, ma sapeva che avrebbe dovuto giocare una sola carta: il test.

Ok, Moon, comprati ‘sto test di gravidanza e smetti di rompere i coglioni.

E così Moon fece. Dopo una mattinata in cui era sicura di avere dolori al basso ventre, vertigini, stanchezza, nausee, fece una scappata al supermercato, senza farsi vedere prese il test di gravidanza attaccato accanto alla cassa e corse a casa, con il cuore in mano. A malapena chiuse la porta di casa, corse in bagno, orinò sul test e mise il timer al suo telefono.

-5

-4

-3

-2

-1

Ok.

Una sola lineetta.

Nulla.

Non sei incinta. Visto, cretina? , disse Ragione.

PEI lanciò un urlo dio dolore, ormai sconfitta. Moon la vide scivolare dentro lo scarico mentre faceva la doccia.

Ragione sorrise, soddisfatta. E concluse:

Ora però scrivici su, di questa roba, per favore. Così te lo ricordi anche tu quanto sei scema…

Lettera a Te

post 157

Mi hai mandato un messaggio, ieri, Stasera proverò a scriverti, ma poi no, non ce l’hai fatta e io, che invece stamani volevo scriverti sul canale privato, mi trovo a farlo qui. Qui perché. Qui perché resta insieme a tutta la mia altra vita, qui perché è questo un momento in cui le certezze me le faccio scivolare tra le dita come sabbia e tu e lei, tu e Little Boss siete da sempre le mie certezze, i chiodi ai quali attaccare i fili della mia vita, le due persone che danno un significato all’Amore. e quindi forse di scrivere di te e a te ho bisogno ora, in questo momento in cui le certezze scivolano e ho bisogno di un granello che risplenda in mezzo a tutti gli altri.

Mi dici, mi sa che sei busy, come si dice qua, il linguaggio dei folletti è come il nostro, alla fine, sì, sono busy, lo chiedo spesso anche a Osaro (il mio collega nigeriano, ricordi? Ci hai parlato per telefono), Osaro, are you busy?, quando ho bisogno di una mano, e lui no, non è mai troppo busyper me,  arriva al volo, ‘sta specie di acciuga, stende le pizze per me, mi aiuta a pulire, Thanks, gli faccio, e poi sperimento un po’, Danke, Gracias, Merci, sia mai gli venisse la voglia delle lingue, che poi alla fine Grazieè l’unica parola che so in tutte le lingue del mondo, io Ti amoinvece non so dirlo, citando il film, io Ti amo sono restia a dirlo, lo sono, lo ero, chi lo sa, so solo che all’Amico Speciale non lo dico e non me lo faccio dire mai, forse è scaramanzia vista l’ultima volta che l’ho detto, forse non ha più il sapore giusto, ora, o non serve, non ha scopi.

E potrei scrivere come mille altre volte che mi manchi, ma in realtà non è proprio così, c’è sempre una parte di te che è me, che si è depositata negli anni in fondo al mio cuore, e quando dico Amica non va bene e quando dico Sorella ci sono già più vicina, ma no, non è esatto, dovrei inventarmelo un appellativo per te, un nuovo sostantivo che ci descriva, ma proprio io che amo inventare le parole e giocarci non ho idee. Allora dirò solo che sei un’Ale per me, ti renderò metafora, nel mio piccolo mondo il tuo nome avrà per sempre il significato di un sentimento che è tutto nostro, privato, inspiegabile al resto del mondo, ma che ce ne frega, mica è obbligatorio spiegare, obbligatorio è vivere, quello sì.

In questo momento in cui le certezze scivolano, ti ritrovo, come sempre, fragile corpo di quercia accanto al mio anche a miglia di distanza, la mia incasinata Ale.

E oggi ho voglia di dedicarti una canzone che ha un titolo che ci siamo dette milioni di volte, è un inno a quello che siamo quando siamo insieme, sopravvissute, nonostante tutto e tutti. Sopravvivremo perché ci sono Amori nella nostra vita che sono certezze, che sono veri, che non hanno bisogno di aspettative. Perché, nonostante tante volte ci siamo ripetute che non ne siamo capaci, invece, noi, sappiamo amare.

 

 

 

La sfida più difficile

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L’unico giorno in cui posso fare la buca nel letto l’Amico Speciale va a lavoro presto, sciottola in cucina, ci tiene ad abbracciarmi stretta prima di uscire, lui, che appena apre gli occhi è già super attivo. Io, che appena apro gli occhi sono uno zombie, ho bisogno di litri di caffè e almeno mezz’ora di silenzio assoluto. I risvegli con lui per me sono un piccolo trauma e non c’è nulla da fare, lui si diverte tantissimo a vedermi così.

Ho provato a tornare a dormire, nulla da fare, una volta sveglia sono sveglia e inizio a detestare il letto, mi sta proprio antipatico quando non serve alla sua funzione, quando Morfeo se ne va me ne devo andare anche io.

Mi risveglio in una casa stranamente silenziosa, Little Boss è da suo padre, la vado a prendere tra poco. L’ha portata al mare, il mio ex, per la prima volta dall’inizio dell’estate, gli era presa una specie di ripicca, sono mesi che le tiene il muso, che le rivolge a stento la parola, che la punisce perché non mi odia come fa lui, non capisce che il mondo non funziona con le fazioni, che se qualcuno non odia chi odia lui non è un nemico necessariamente, ma è tutto inutile, nessuno riesce a farlo ragionare e chi ci rimette è una bambina che si trova un padre a metà, un padre che non sa fare il padre, che non ne è proprio capace. Poteva andare peggio, mi dico a volte, poteva fare di peggio, ma ogni volta che ci penso mi rendo conto che non lo so pensare, questo peggio, penso dalla parte di chi è genitore e mi arrabbio tantissimo. Ma no, più che la rabbia mi morde la preoccupazione.

Sono talmente preoccupata che la sogno la notte, Little Boss, la sogno ribelle, la sogno triste, la sogno infelice. Poi mi sveglio, vado in camera sua, la guardo mentre dorme pacifica, la pace di chi ancora non ha fatto quello scalino nel mondo dei grandi, solo quando dorme riesco a vederla così, ancora una bambina, ancora un esserino indifeso, come quando aveva pochi mesi e si addormentava tutta rannicchiata sul mio petto, il faccino tondo rivolto in su, la manina stretta al mio dito. Per anni mi sono chiesta se questa separazione l’avesse turbata: chiedevo a chiunque di darmi un’opinione, Ma secondo te sta bene?, la vedi tranquilla?, a scuola avevo mobilitato tutte le maestre, poi alle medie anche i professori, ma la risposta era sempre la stessa: è allegra, solare, sta bene con i compagni, va bene in tutte le materie. E allora alla fine ho smesso di chiederlo agli altri, lo chiedo a lei, ora, la abbraccio e glielo chiedo, oppure la abbraccio e basta, a lei ancora piace se la abbraccio, ancora lo vuole quel calore, vuole i baci a consumare le guance, vuole sentire che ci sono, che le voglio bene, che non la lascerò. Ancora vuole tutte queste cose, che sono le cose che voglio anche io, e quindi tra di noi tutto va bene. Ma sono preoccupata lo stesso. Un po’ lo sono per natura, una che si preoccupa, un po’ so che non sarò in grado di salvarla dalle delusioni, dal dolore, al limite potrò cercare di non dagliele io, ma anche su questo come posso garantire? Come posso dire ora che non la deluderò mai quando so per prima che tutti i genitori, prima o poi, per un motivo o un altro, deludono?

Era un giorno di novembre, dopo la raccolta delle olive. Faceva freddissimo e io e il mio ex siamo andati in un bar a berci una cioccolata calda. Ero vestita come l’omino della Michelin, forse avevo proprio una giacca con la scritta Michelin a dire il vero, ero stanca ma felice, non mi ricordo nemmeno più perché. È stato in quel momento, mentre soffiavo sulla tazza, che ho deciso. E ho deciso io, non ricordo di aver chiesto, ricordo di aver comunicato. Avevo 27 anni e volevo un figlio.

È stato in quel momento che la mia vita è cambiata. È stato in quel momento che ho intrapreso la sfida più difficile della vita.

Una sfida alla quale non rinuncerei mai per tutto l’oro del mondo.

 

Vasi di Pandora

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Queste, queste due ore, dalle 17 alle 19 di una viglia di Ferragosto moderatamente calda e di sicuro extra colma di turisti (nella mia zona, almeno), sono le prime due ore di completa solitudine che ho da non ricordo più quando. Di recente, tra Little Boss, l’Amico Speciale, qualche amica in deficit di amicizie, questa casa è stata un porto di mare. O forse sembra solo a me, che prima vivevo pomeriggi interi di solitudine. Le cose cambiano. La vita cambia. Cambiano anche le abitudini, sebbene con l’età tutto risulti sempre più statico, granitico, non vi pare? In pochi mesi mi sembra di essermi irrigidita proprio lì, nelle abitudini. Sono sempre stata un animale abitudinario, nel mio piccolo, ma ero pronta anche al cambiamento, l’ho sempre auspicato, la tua zona confort è essere fuori dalla zona confort, mi disse una volta qualcuno, mi annoio facile, forse, ho bisogno di emozioni, forse, ho bisogno di sapere che la vita non è tutto qui, non si riduce nel piccolo spazio che va da casa a lavoro, non si mette dentro la lavatrice per farla tornare bianca in un’ora, ci si deve impolverare, perché noi siamo polvere diceva Flannery O’connor, si deve guardare, annusare, toccare affinché ci si possa sentire vivi.

E i cambiamenti, invece, ora mi fanno un po’ paura. E con ora dico ora ora, non ricordo più come si pigia il pedale dell’acceleratore. O forse sono effettivamente troppo stanca.

Avete presente le idee che vi sembrano geniali la sera e invece la mattina vi sembrano pure idiozie? Ecco, io di solito ho questi momenti di gloria geniale la mattina: appena mi sveglio il neurone solitario riceve la sua dose di caffeina e si agita tutto, avrebbe voglia di fare mille cose, di creare, programmare. E spesso lo fa. Quindi è tutta una sfilza di: appena torno a casa oggi faccio…

E poi eccomi che varco la soglia e, se va bene, svuoto la lista delle cose da fare per non far chiamare gli assistenti sociali. Ma la mattina il neurone ha anche pensato di fare altro, credendo che sia una buona idea, che ne so, scrivere una lettera a una persona lontana. Ma il neurone della sera invece ha già ricevuto le sue dosi di mazzate (dal caldo, dal lavoro, dalla gente), e non ha più voglia di aprire vasi di Pandora. E di questi vasi ne ho già un po’. Pandora sarebbe invidiosa di me…

Mi chiedo quindi cosa ne farò, di questo ciottolame che sta qui e non voglio aprire. Posso davvero lasciarlo qui e dimenticarmene? Forse se mi viene l’Alzheimer.  Ci saranno momenti più idonei di questo per aprirne un paio? Chi lo sa, ma il mio oroscopo mi diceva che era questo il mio momento per aprire vasi. E come sapete io credo molto nell’oroscopo. Eppure sento che sto murando, proprio con calce e mattoni, e non mi do pace. E siccome lo sto scrivendo già da un po’, significa che non sono solo i sogni assurdi che faccio la notte a spingermi al tormento.

Questi fogli virtuali, la trasformazione della Pagine del Mattino che già scrivevo mesi prima di approdare qui, hanno il compito di tenere in un unico punto il mio Ego, curarlo, farlo crescere, depredarlo dagli eccessi, scaricarlo, gonfiarlo, tenere tutto qui, tenere tutto unito affinché non possa rompermi di nuovo.

Quindi, Vasi, sappiate che so che ci siete. So che prima o poi dovrò aprirvi, in un modo o nell’altro, non voglio dimenticare della vostra esistenza.

Voglio solo riprendere fiato.

Solo per un momento.

Siamo quasi a un anno di blog e tiro qualche filo perché è un sabato pomeriggio pigro e caldo

post 154

 

 

Tra sei giorni sarà un anno che ho aperto questo blog.

L’ho aperto per un motivo preciso, per farmi passare una super mega cotta simil adolescenziale per un tizio di nome TDL (Tizio Della Luna). Ma nel frattempo sono successe molte cose. Ho incontrato lo Shogun. Poi lui è sparito,talmente beneche ora ho quasi l’impressione di essermelo inventato. E dopo due storie che io credevo d’amore ho realizzato una sola cosa: che l’amore ancora non ho capito cosa sia, come trattarlo e soprattutto come uscirne.  Se ne esce benino quando l’altro scompare, si fantasmizza, perché nella tua testa e nel tuo cuore resta solo una cornice come di sogno, e se fai un bel lavoro anche gli oggetti si fantasmizzano. Certo, ci sono cose che restano, ci sono ponti che non cadono. Ma è più facile.

Lo è meno con chi resta e insiste, come TDL, a tirare il gomitolo di lana al gatto. La mia condizione felina a volte mi farebbe venire voglia di prenderlo, quel gomitolo. Il mio corpo ancora qualche volta mi gioca brutti scherzi, ma diciamo che l’ho presa come una nuova condizione. Nulla che abbia a che fare con il cuore.

Perché se c’è una cosa che Ale mi ha detto e di cui mi convinco giorno dopo giorno è che amare è una scelta.

Sbagliata, nel mio caso. Ho un certo radar che chissà dove si nasconde, forse tra la scapola e la spalla, che mi indirizza verso gli uomini sbagliati. Che poi, sbagliati… mica è del tutto vero. Solo che a me piace ancora pensarlo, che esistano uomini giusti e uomini sbagliati, che se sono giusti tutto è facile e se sono sbagliati si vede subito. E lo so da sola che è una conclusione del tutto fuorviante, che questo sì che lastrica il sentiero di mattoni gialli di difficoltà e infelicità, perchè dentro di me credo alle favole. Tutta colpa di Jane Austen, diceva un libro. È che essere realista non è che mi piaccia sempre sempre. Ogni tanto godo anche a sognare di credere, a sognare di fidarmi, quando in realtà faccio sempre più fatica.

E così la mia vita si allunga, senza allargarsi, come ricordava Non mi ricordo più chi.

Spezzare la corazza, che metto e levo senza alcun senso logico, non è poi così facile.

Ho iniziato dicendo che i 365 giorni iniziali sono quasi passati. E sì, sto meglio, ho una vita che alla fine mi sembra quasi normale, che poi alla fine è l’unica cosa che ho risolto davvero in questo ultimo anno: il mio conflitto spazio-armadio.

Ma siccome sono io… qualcosa mi dice che non sono in zona sicurezza. Che non mi posso rilassare. Che non mi devo rilassare, soprattutto, che devo stare attenta, che ricadere nel sonnambulismo cronico della non vita (che, appunto si allunga senza allargarsi mai) è un attimo. Dove i giorni sono tutti uguali, dove le cose sono sempre le stesse, dove io non sono altro che un corpo che cammina, lavora, fa l’amore, mangia.

Qualcuno dice che la vita senza quella follia scioglimembra che è l’amore non ha senso. Qualcun altro lo rifugge (e capisco ora perché). C’è chi lo vive e ne è felice.

Io, devo dirlo, la differenza l’ho notata. In me, dico. Ma non so se fosse davvero una cosa positiva. A conti fatti ho sofferto davvero troppo per augurarmi di innamorarmi di nuovo.

Che è la frase più triste che un essere umano posso scriversi…

Un lieto inizio

post 153

 

È già qualche giorno che ho voglia di scrivere una storia a lieto inizio, come direbbero i miei amici di OUT (Once Upon a Time).

Quindi vado?

Vado.

C’era una volta un ragazzo che era arrivato in Italia dalla Nigeria come rifugiato. Perché, sento dire, io, che di politica non mi curo praticamente più, che in Nigeria non c’è la guerra. Ma la gente muore. I civili muoiono. E così Osaro (il cognome non ce la faccio a tenerlo a mente) tre anni fa, a 21 anni, è fuggito. Ha trovato qui un’associazione che l’ha aiutato, gli ha dato una casa, l’ha spronato a trovare un lavoro, a imparare l’Italiano. Ma, beh, io vivo in campagna piena… le opportunità di lavoro scarseggiano per tutti. Così ha iniziato a fare come tanti suoi connazionali (e non): ha cominciato a farsi trovare fuori dalle porte dei bar, dei ristoranti, vicino alle spiagge, nei parcheggi. In mano una borsa con fazzoletti, ombrelli…le solite cose. Spesso, da un anno a questa parte, se ne stava fuori dal mio Ristorante. Apriva la porta ai clienti, con un sorriso, non chiedeva mai nulla, si faceva chiamare Francesco (più facile da ricordare, furbo, il ragazzo, no?), ha imparato i nomi di tutti. I primi mesi faceva infinite colazioni offerte. Poi ha capito, l’acciughina (che avrà la mia taglia), che non poteva continuare così, e così ha iniziato a rifiutare anche quelle. Qualcuno gli lasciava un euro, due, cinquanta cent. Lui sorrideva a tutti, salutava tutti. Me compresa, ovvio. Di poche parole, ma perché non sa bene l’italiano. E infatti quando ha scoperto che parlavo inglese è stato tutto un chiedere (ma questa è tua figlia? Ma da quanto lavori qui? Ma sei sposata?). Simpatico, Osaro, mi è sempre piaciuto. Quando lo hanno spostato a dormire in un centro un po’ più grande veniva comunque al Ristorante, ormai si era fatto gli amici. E poi il mio Boss, in cambio di qualche soldo e un abbondante pasto, ha iniziato a fargli fare qualche lavoretto: giardinaggio, muratura. Che si sa, durante la primavera i lavori fuori aumentano. E così Osaro ha iniziato a venire sempre più spesso. Gran lavoratore, il ragazzo. Il mio Boss gli chiedeva, in Italiano, se gli piaceva lavorare, e lui: nooo. Ma beh, ho capito poi, non si capivano: lui credeva che gli chiedesse se aveva trovato lavoro…

E poi ecco, un giorno me lo sono trovato in pasticceria. Il mio Boss, dopo aver assunto e licenziato un bel po’ di ragazzi incapaci, ha ritenuto produttivo tentare con lui che, invece, di voglia e bisogno di lavorare ne ha davvero.

E così Osaro, da bravo rifugiato, è arrivato al Ristorante e mi ha rubato il lavoro: sta imparando a fare gli impasti, la pizza (è stato velocissimo a imparare a stendere, infornare e sfornare con la pala). Il secondo giorno di lavoro (suo) l’ho portato a comprarsi l’abbigliamento da lavoro e mi sono sentita molto Richard con Julia in Pretty Woman (denoattri). Alla fine sono quasi la sola che può capirlo e parlare con lui, quindi faccio la parte, spesso, di Google traduttore. Il mio Capo per farsi capire da lui urla, credendo che con un tono di voce più alto capirà cosa significa dare il cencio, o prendere la granata… io gli spiego che Now you have to clean the floore lui ride, ride tanto, Osaro, è felice, I’m lucky, dice, eccome se lo sei, caro ragazzo, ti sei trovato in un posto dove, anche se qualche volta devi alzarti presto la mattina o tirare tardi la sera, hai sempre un lavoro sicuro, con l’aria condizionata, dove il cibo non manca mai, per nessuno, dove il Capo e il Boss ti trattano da figlio se fai il tuo. E infatti il furbo Osaro, chiama già il Capo Mume il Boss Dad.

E poi manda messaggi a me, I miss U, se non mi vede per un giorno. Io cerco di parlare chiaro, I have a boyfriend, I’m 41! I’m old… e lui mi regala un braccialetto con le conchiglie. E uno per Little Boss. I’m busy, Osaro. Ok, ma quando porti me a vedere casa tua?

Sorrido di questo ragazzo con la giacca bianca che gli spiove sulle spalle e ripeto: ti devo parlare in italiano, così migliori. E poi ripeto in inglese. Good teacher,fa lui. E intanto il ragazzo lavora, tutti i clienti lo salutano e gli mostrano il pollice, scopriamo nel giro di due settimane che i razzisti sono davvero pochi, sono tutti felice di vederlo lavorare. E lui si fa ben volere.

La sua cooperativa l’ha spostato qui vicino, va e torna in bici dal lavoro, con il suo gilet a strisce catarifrangenti.

But I want to live alone, now I’ve a work!, dice. E io lo capisco, la bellezza di vivere da soli.

Un lieto inizio, dunque. Ha avuto carte fortunate: vedremo come le giocherà, il nostro Osaro.

Io, per una volta, faccio da spettatrice. E anche un po’ da teacher, ok.

Ma l’animo della maestrina l’ho sempre avuto.