Siamo quasi a un anno di blog e tiro qualche filo perché è un sabato pomeriggio pigro e caldo

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Tra sei giorni sarà un anno che ho aperto questo blog.

L’ho aperto per un motivo preciso, per farmi passare una super mega cotta simil adolescenziale per un tizio di nome TDL (Tizio Della Luna). Ma nel frattempo sono successe molte cose. Ho incontrato lo Shogun. Poi lui è sparito,talmente beneche ora ho quasi l’impressione di essermelo inventato. E dopo due storie che io credevo d’amore ho realizzato una sola cosa: che l’amore ancora non ho capito cosa sia, come trattarlo e soprattutto come uscirne.  Se ne esce benino quando l’altro scompare, si fantasmizza, perché nella tua testa e nel tuo cuore resta solo una cornice come di sogno, e se fai un bel lavoro anche gli oggetti si fantasmizzano. Certo, ci sono cose che restano, ci sono ponti che non cadono. Ma è più facile.

Lo è meno con chi resta e insiste, come TDL, a tirare il gomitolo di lana al gatto. La mia condizione felina a volte mi farebbe venire voglia di prenderlo, quel gomitolo. Il mio corpo ancora qualche volta mi gioca brutti scherzi, ma diciamo che l’ho presa come una nuova condizione. Nulla che abbia a che fare con il cuore.

Perché se c’è una cosa che Ale mi ha detto e di cui mi convinco giorno dopo giorno è che amare è una scelta.

Sbagliata, nel mio caso. Ho un certo radar che chissà dove si nasconde, forse tra la scapola e la spalla, che mi indirizza verso gli uomini sbagliati. Che poi, sbagliati… mica è del tutto vero. Solo che a me piace ancora pensarlo, che esistano uomini giusti e uomini sbagliati, che se sono giusti tutto è facile e se sono sbagliati si vede subito. E lo so da sola che è una conclusione del tutto fuorviante, che questo sì che lastrica il sentiero di mattoni gialli di difficoltà e infelicità, perchè dentro di me credo alle favole. Tutta colpa di Jane Austen, diceva un libro. È che essere realista non è che mi piaccia sempre sempre. Ogni tanto godo anche a sognare di credere, a sognare di fidarmi, quando in realtà faccio sempre più fatica.

E così la mia vita si allunga, senza allargarsi, come ricordava Non mi ricordo più chi.

Spezzare la corazza, che metto e levo senza alcun senso logico, non è poi così facile.

Ho iniziato dicendo che i 365 giorni iniziali sono quasi passati. E sì, sto meglio, ho una vita che alla fine mi sembra quasi normale, che poi alla fine è l’unica cosa che ho risolto davvero in questo ultimo anno: il mio conflitto spazio-armadio.

Ma siccome sono io… qualcosa mi dice che non sono in zona sicurezza. Che non mi posso rilassare. Che non mi devo rilassare, soprattutto, che devo stare attenta, che ricadere nel sonnambulismo cronico della non vita (che, appunto si allunga senza allargarsi mai) è un attimo. Dove i giorni sono tutti uguali, dove le cose sono sempre le stesse, dove io non sono altro che un corpo che cammina, lavora, fa l’amore, mangia.

Qualcuno dice che la vita senza quella follia scioglimembra che è l’amore non ha senso. Qualcun altro lo rifugge (e capisco ora perché). C’è chi lo vive e ne è felice.

Io, devo dirlo, la differenza l’ho notata. In me, dico. Ma non so se fosse davvero una cosa positiva. A conti fatti ho sofferto davvero troppo per augurarmi di innamorarmi di nuovo.

Che è la frase più triste che un essere umano posso scriversi…

To be or not to be Moon?

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I giorni di festa andrebbero vissuti sul serio. Spesso ci si adatta a usarli per recuperare tutto ciò che non siamo riusciti a fare durante la settimana, la spesa, il bucato, il dottore per la ricetta, le pulizie. Niente di più sbagliato: un giorno di festa dovrebbe essere di festa e basta.

Poi io predico sbagliando, perché ho appena finito di fare esattamente quello che ho scritto sopra, sbaglio sapendo di sbagliare. Mi capita spesso…

In ogni caso mi sento alla grande, sarà complice il sole che finalmente mi fa lasciare a casa il giacchetto, sarà la presenza di Ale, che mi fa rilassare parlando dei ghosts che ci sono nel Castello dove lavora, lei mi ricorda sempre la magia che c’è nel mondo e io, di questa magia, ne ho proprio bisogno.

TDL insiste con i messaggi ammiccanti, e mi fa capire che il suo gioco non mi interessa più, non mi dà più nessuna emozione, è solo un’altra distrazione. Si guarisce da tutto, alla fine. Anche le cicatrici più grandi possono trasformarsi in uno smile, basta solo volerlo.

Continuo a studiare le basi tecniche di preparazione del gelato, una cosa che mi tiene molto impegnata e ne sono lieta. E studio anche la letteratura e la scrittura, ovviamente, leggo e rileggo i vari suggerimenti, ho terminato l’intervista fatta a Michele Mari, ricavandone anche più di quel che credevo: alla fine è riuscito a farmi vedere una nuova concezione di scrittura che mi rende più rilassata, meno ansiosa, aggiustando il tiro sul Censore, e facendomi dire per l’ennesima volta che tutto è utile, a suo modo. Anche qui, bisogna solo saperlo vedere. I miei occhiali (quelli famosi con cui guardo il mondo) più che cambiati, dire che sono estremamente puliti.

Sono giorni che penso al senso che può ancora avere tenere aperto questo blog. A volte mi rispondo di sì, perché comunque è un buon modo per pensare, è un buon modo per tenere le dita in allenamento, è un buon modo per vedere la mia vita, è un buon modo per riordinare le cose. Ma ci sono volte che mi rispondo che no, l’ho aperto per guarire, e sono guarita. Più volte.

Potrei quindi lasciare tutto qui e andarmene. Ho già detto molte cose, alla fine credo di aver detto quasi tutto quello che volevo dire, ci ho pensato su, ho cambiato idea, a volte, e poi sono tornata su i miei passi, altre volte.

Ecco, scrivendolo, mi rendo conto di essere ancora indecisa.

Forse la Luna ha compiuto il suo giro, il Moonverso si è avviato di nuovo, un altro piccolo viaggio, chissà se si fermerà di nuovo.

Mi lascio ancora un po’ di tempo…

Volevo essere breve. Cazzo

post 59

E mi piacerebbe che poteste sentire questa canzone mentre leggete, ma non so come funzionano davvero i video qui, su WordPress.

Mica perché sia una bellissima canzone, anche se devo dire che Spoty l’ha trovata per me e quindi va da sé che mi piace, solo che scrivo queste parole con queste note in loop, perché se una canzone mi piace faccio così e la ascolto in loop, perché se una canzone mi piace significa che mi fa stare bene(o male, fa lo stesso) e io voglio sentirmi in quel modo il più a lungo possibile. Voglio sentire, provare, toccare tutto quello che mi fa sentire viva.

E stasera sto (stranamente) bene con me stessa, cavolo quando sto bene, mi guardo allo specchio e mi piacciono quelle linee viola sotto gli occhi, il pallore da enfisema, lo zeroseno sotto la maglietta, i capelli bianchi, pure quelli (prima o poi ci vado dal parrucchiere a sfruttare il buono che mi hanno regalato i colleghi). E mi piace il mio sorriso.

Perché sto bene? Sarà questa canzone? Santeria?

O sarà il cielo nuvoloso? Il turno doppio? Il mio ex che si incazza perché ho deciso di non mandare a scuola Little Boss lunedì per poter stare un po’ di tempo con mio padre? L’ospedale che chiama per dirmi che sì, c’è bisogno di fare due parole, ma non puoi dirmelo ora? No, non si può, la privacy eccetera , devi aspettare giovedì. Sarà TDL che non mi chiama per il nostro famoso incontro?( Ma mi manda messaggi per cose inutili, cose che sa già, diamine, gatto e topo!) Ormai sarà la prossima settimana, mancano due giorni a lunedì, il lunedì che dà il via alla settimana prossima, e lui nulla, non fa quello che ha detto, non mi fa sapere, cosa che mi aspettavo, certo, lui si fa da parte, è un gentleman, dirà così, cavolo, I Known my Chickens, li conosco bene. Che poi è solo un modo per prendere tempo, crede che io sia una stupida? Lui non sa che io so. Ma sì, va bene così, il punto che voglio metterci alla fine lo metterà lui in questo modo vigliacco, ma conta il fine, giusto?

E pensavo a una cosa, questa cosa della Sfera e del Cubo, Vittorio mi hai fatto pensare, maldetto dramma quotidiano, il mio pensiero, amico-nemico della mia vita, che poi penso davvero a caso, a volte, confondo la realtà con i sogni, non i sogni ad occhi aperti, proprio quelli che si fanno la notte, e ieri ho sognato di nuovo di nuovo di nuovo TDL, che mi incrociava e non mi guardava, non mi riconosceva nemmeno, che poi so perché l’ho sognato, il mio subconoscio mi sta mandando dei segni belli grossi di recente, potrei ignorarli e fare di testa mia, ma alla fine ci faccio i conti.

Divago. Come sempre. Pessima questa mia abitudine di perdere il segno, di smarrirmi e dover ricominciare da capo.

Pensavo alla Sfera e al Cubo, dicevo. Sì, ok, sono la Sfera: sempre in movimento e sempre la stessa faccia, la mia natura è rotolare via, ma non da tutto. Per molte cose sono un Cubo stabile: lo sono per il lavoro (mi serve, devo essere meno rotolosa possibile), lo sono per Little Boss (cerco comunque di essere una buona madre, di darle degli esempi discreti, non buoni, magari, ma io ho ceduto alla dura realtà dell’imperfezione e mi preme che impari questo, che impari a non pretendere la perfezione da se stessa, questo le salverà il coca button – tradotto: culo-), lo sono per… basta. Ho finito. Per il resto resto una Sfera.

Ed ecco, se c’è una cosa che mi piace di questo posto è questo: l’interazione. È come essere in un posto dove vuoi stare e parlare con chi vuoi parlare. Sono sincera: non credevo funzionasse così. Credevo che avrei scritto e basta. Libera il Censore, Moon. Ma qui le persone leggono. Non tutti, ma chissefrega, molte leggono davvero quello che scrivo. Il che per me è sorprendente. E io leggo. Leggo tanto. E assolutamente leggo. Nel senso che non metto mai un tic a niente che io non abbia effettivamente letto. Preciso perché qualcuno, giustamente, a volte polemizza su questo. Ma io leggo tutto quello che tocco con il mouse. Poi magari non ho un cazzo da dire e meno sto zitta, ma leggo (Sembra quasi un’intimidazione…scusate). Leggo perché quello che mi interessa siete voi, mi interessa il Dentro della gente, mi interessa capire e qui a volte, se stai attento, certo, se  stai attento lo vedi, un po’ di Dentro. Lo vedi anche fuori, certo, ma ti ci vuole più sbatti sbatti. Serve Tempo. Serve fiducia. Cose che non sono facili da ottenere.

Volevo essere breve.

Cazzo.

ps: i tag di questo articolo sono davvero a caso: perdono?

Piccoli passi da geisha

post 56

Ok.

Vediamo cosa riescono a fare la mie mani qui, stasera, le mani rubate all’arte, come mi disse una volta Sergio, il Mio Primo Cliente.

Sto muovendo i miei piccoli passi, piccolissimi, sembro una geisha con sul kimono stretto, ma qualcosa lo sto facendo, e il mio naso mi dice che non sono passi a caso, che lo sapete che delle cose fatte a caso, ormai, ne sento l’odore.

Il primo passo era parlare con l’Amico Speciale. Faccio un tick: spuntato.

I risultati? Nessuno può saperlo, come mandare una sonda su Marte: tante previsioni, nessuna certezza.Intanto oggi mi ha chiamato, per sapere se sto bene: lui è così, non sparirà.

Il secondo passo era lui. Sempre lui. Maledetto lui.

Io questa storia la devo concludere: simbolicamente, almeno. E invece ogni volta che gli ho chiesto cinque minuti per parlare solo io e lui ha accampato mille scuse, tanti Spero che non sarà l’ultima, tanti Se e tanti Ma.

L’ho inchiodato con un trucchetto giusto due giorni fa.

Il trucchetto è stato dirgli: voglio vederti l’ultima volta come dico io.

Il testosterone ha accettato: quando?

Anche sabato.

Ma sabato ho poco tempo, magari rimandiamo.

E ti pareva.

Ma io sono paziente, caro TDL. È da Agosto che scrivo di te (vi ho risparmiato tutto quello che è stato prima), quindi settimana più settimana meno…

Che poi alla fine se avesse accettato per oggi, che è sabato, appunto, sarebbe stato un disastro anche per me. Perché ho una paura maledetta di vederlo. Ho bisogno di farlo, perché ho bisogno di capire (tentare di capire) cosa sta dietro a quel tremore che ancora provo appena entra al Ristorante. Ho bisogno di guardarlo negli occhi (quel maldetto fremito che ha all’occhio destro quando mi guarda… maledizione, come fanno a fregarti così i dettagli?)ci sarà ancora?

Al contrario di quello che penso dell’Amico Speciale: come vorrei saperlo ignorare

Che poi, siccome non sono capace di restare fuori delle cose che non capisco, siccome ho sempre bisogno di andare a fondo, mi sono pure infilata nei casini con l’Amico Atipico, che ho smesso di sentire perché mi stava facendo bene.

Ok.

La follia sta cercando di prendere la residenza, qui, io lo so.

Se la guardo da un profilo prettamente logico io sto eliminando tutto quello che mi fa bene per andare incontro a tutto quello che mi fa male. Io sono una dichiarata Masochista Del Cazzo (MDC), ma questo non può spiegare tutto.

Me lo auguro, almeno.

I piccoli passi da geisha, ricordate? Sono io. Piccoli passi. Perché ci sono delle cose che non mi tornano. Ma capire quali cavolo siano… è tutta un’altra storia.

Cazzeggiare pallido e assorto

 

post 39

È una domenica pomeriggio come altre, finito il mio turno da massacro me ne sono tornata a casa ad aspettare Little Boss cercando di concedermi il famoso relax che non trovo mai. Ora. È molto probabile che non vi tornino i giorni, quando leggerete, l’ho spiegato nel Riassuntino…(lato destro del blog, credo, se mi ricordo bene): io scrivo troppo. Nel senso che se dovessi pubblicare subito tutto quello che scrivo, intaserei WordPress. Quindi li programmo e chissà quando leggerete questo… per ora sono avanti di un mese. Cioè. Indietro di un mese? Boh, ditemelo voi, non lo so. E la distanza tra i giorni in cui scrivo e quelli in cui pubblico effettivamente l’articolo sta crescendo come se fosse Blob. Questo significa: A) che devo rallentare, devo farmi una vita, andare fuori, vedere gente, restare umana, come consigliava giustamente Miller nel suo decalogo per gli scrittori; B) che sto dilatando il tempo, anzi, lo sto contorcendo: oggi pubblico qualcosa che è successo un mese fa, ma è come se mi succedesse di nuovo: un paradosso temporale che manda ai matti il neuroncino solitario. 

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che dovrei semplicemente eliminare gli articoli inutili, ripetitivi, fare una selezione, insomma. Ma così rischierei di non pubblicare più nulla, e sebbene quel qualcuno potrebbe esultare perché così divento una cittadina modello, prendo le mie cartacce e invece di buttarle per strada me le metto nella borsa e le porto a casa, a me piace stare qui. Mi piace essere un’incivile del web. E poi lo spazio è ancora grande, tendente all’infinito, quindi, siccome pago le tasse, avrò qualche diritto no?

Questa follia prefatoria, citando Pasolini in Petrolio, non ha un vero scopo. Anzi, non lo ha l’articolo in sé. È solo un mio cazzeggiare pallido e assorto perché dovrei fare la lista della spesa e non ne ho voglia, anzi, non ne ho cervello. 

È che mercoledì è il compleanno di Little Boss: 12 anni tondi e pari (non so perché ma i numeri pari mi piacciono tantissimo, provo tenerezza per loro, e io e Little Boss, entrambe, quest’anno compiamo numeri tondi e pari a dieci giorni- tondi e pari- di distanza. Ma non fate auguri: tanto sarà già passato un mese quando pubblicherò questo), e quindi voglio farle una piccola piccolissima festa. I soliti ignoti a cena: mia sorella con la truppa, mio padre e mia madre con Teresa (se se la porta, che è sempre una Question Mark). 

Ma siccome ormai sapete che detesto cucinare, sarà tutto un delirio di toast e pizzette (con la scusa che ai bambini piacciono). E la torta sarà con la Nutella, ovvio. Questa è una tradizione di ogni anno.

Sarà divertente vedere di nuovo mio padre e mia madre insieme, loro, che non si sono rivolti parola per quindici anni dopo il divorzio e ora sono costretti a stare nella stessa stanza per ore (la tregua tra loro è avvenuta dopo la mia separazione: già avevo problemi con il padre di Little Boss, che non mi rivolge parola e quindi i compleanni di Little Boss sono diventati doppi: uno da me e uno da lui.  Se avessi dovuto farne uno con mia madre e uno con mio padre -separatamente- la piccola rischiava di festeggiare tutto l’anno… molto felice lei, poco io).

Insomma, comunque, ho scoperto che riescono anche a parlarsi, i due, ogni tanto. Ma sempre sullo stesso argomento: la differenziata. Ora, non chiedetemi perché, ma riescono a stare minuti interi a confidarsi dove buttano il barattolo dei pelati o il tovagliolo di carta usato, ridendo come bambini.  E si scambiano opinioni: nel mio comune si fa così, nel mio cosà…

Sono davvero dei grandissimi misteri…

Io, che la differenziata ancora non ce l’ho, fingo di ascoltarli con interesse. Ma ogni volta che mi trovo a casa loro sono sempre confusa sui vari sacchi e bidoncini. Così di solito lascio la spazzatura in giro: ci penseranno loro, che hanno studiato il manuale. 

Cavolo, è già tardi e ancora non ho fatto la lista…

Mi ridurrò a fare la spesa a caso, domattina, infilando nel carrello a istinto, come sempre. Perché l’istinto per le schifezze ce l’ho ancora buono…

Quando mi prude il cervello…

post 32

 

Se c’è una cosa che proprio non vedo l’ora di fare appena finisco un bel turno massacrante a lavoro è tornare a casa e mettermi qui a scrivere. Mi prudono le mani, anzi no, mi prude il cervello. E il cervello mi prude da ieri sera, ma ero davvero troppo stanca per fare alcunché. 

Quindi oggi torno a casa, entro, guardo vogliosa il Mac, nemmeno fosse Brad Pitt, scarico la borsa in terra e… casa mia è un disastro: nemmeno dopo una guerra nucleare in stile La strada di Mac Carthy. Forse c’è una sorta di patto Feng Shui che ho fatto in tempi remoti, oppure è stato l’insegnamento di mia madre che non mi faceva uscire il sabato pomeriggio se prima non avevo riordinato la mia stanza, fatto sta che non riesco a fare quello che mi piace se prima non ho reso la mia casa almeno decente, così che l’Asl non possa chiuderla. Ed ecco che pulisco il bagno alla velocità di Mastro Lindo, raccolgo da terra almeno un etto di capelli, tutti miei (Little Boss è scura e ha i capelli corti e questi sono tutti biondi e lunghi)e poi mi fermo a chiedermi se altre donne vivono lo stesso paradosso: perdere milioni di capelli e non essere pelate.

Ed ecco che ci sono, finalmente, la lavatrice sta andando, Tarta e Raschio (non vi devo dire che animali ho in casa, vero?) hanno i loro gamberetti liofilizzati, io ho fatto una doccia rigenerante e mi sono seduta alla scrivania con la faccia beata. Appena tocco la tastiera suona il telefono: mia madre.

A volte ho l’impressione di essere in una serie tv di scarso livello. 

Mi chiama per avere informazioni.

Lei sente sempre la necessità di avere informazioni da me, come se fossi una brutta copia di Siri, che perlomeno se non capisce nulla dai colpa al programma, invece se io le cose non le so è una tragedia, sono un’incapace.

Eppure lei se ne sta quasi tutto il giorno su Facebook a guardare post di gattini e a girare foto dei nipoti. Lo sforzo di aprire Safari potrebbe pure farlo, ogni tanto. 

Dopo una conversazione di quindici minuti fatta di niente (Come faccio a cambiare assicurazione e farne una on line? Eccheneso, io non ho un’assicurazione on line. Ma non mi puoi guardare tu? Ok, ma devo avere almeno una foto della vecchia. E come si fa? Ad esempio provi a farci una foto? Non fare la strafottente, eccetera eccetera) finalmente riesco a staccarmi ed ecco che appena tocco di nuovo la tastiera chiama l’Amico Speciale. 

Gesù, come si fa ad avere un secondo per se stessi?

Medito di non rispondere, ma non ci riesco, potrebbe essere importante, non è che mi chiami così spesso. 

Ma no, non è importante, e passo altri venti minuti a sentire i suoi mugugni incazzati del lavoro. Glielo devo, per tutte le volte che lui ha ascoltato me e le mie piagnine inutili. E poi mi dispiace pure, che non si trovi bene con il suo nuovo lavoro. C’è questa cosa che mi prende, a volte: quando io mi sento alla grande, come oggi, dopo essere stata all’Evento, ad esempio, dopo una giornata che ha fatto strike ad ogni colpo, vorrei che tutto il mondo si sentisse come mi sento io. E non so se questo è un pensiero egoista oppure no. Ai posteri l’ardua sentenza. 

In ogni caso, eccomi alla prese, alla fine, con le mie adorate parole. 

Tutto fatto, telefono silenziato per precauzione, anche se ormai non c’è più nessuno che possa chiamare, in effetti.

E quando mi metto a scrivere dell’Evento esce invece questo che avete appena letto. 

I Green Day stanno suonando Time of your life proprio adesso: quando parlo di Segni sto parlando di roba come questa.

Another turning point, a fork stuck in the road

Time grabs you by the wrist, directs you where to go

So make the best of this test…

Illusione…

post 30

Io per scrivere uso il Courier. Ho rubato questo carattere al Mentore e non ne ho potuto più fare a meno. Mi ricorda la typewriter, come mi disse una volta l’insegnante di inglese all’università. Adoro la macchina da scrivere, forse perché è lì che ho cominciato a muovere i primi passi, o forse solo perché sono una fanatica del vintage.

TDL si lamentava sempre del Courier. Non lo leggo bene, diceva. Ma non l’ho cambiato. Mai. Una sorta di piccola ripicca personale, qualcosa del tipo: ehi, guarda che io, per te, non voglio cambiare nulla della mia vita. Ed è andata a finire che invece, la vita me l’ha stravolta… e nemmeno so come ha fatto. 

È che rifletto su un articolo che ho letto qui. Questo articolo. Il blog di Viviana Chinello mi piace, sono sempre stata affascinata dalla mente umana e la psicologia a volte mi ha dato una mano a capire, a indagare. La pragmatica della comunicazione, ad esempio: non farebbe male a nessuno darci un’occhiata.

Ma divago, come sempre. Dicevo dell’articolo. Amare una persona o illusione?

La fase dell’innamoramento può provare seri danni, scrive. Ci rende ciechi, ci fa vedere una persona diversa da quella che abbiamo davanti. La realtà è adulterata dalle nostre emozioni, aspettative e illusioni. 

Ecco, nulla che io non sapessi già, credo di averci riflettuto moltissimo e prima di scrivere qui ne ho scritto per mesi nelle Pagine del Mattino, un quaderno dove ho vomitato parole per mesi prima di conoscere TDL. Dopo un matrimonio andato a carte quarantotto mi sono costruita il mio piccolo muro di cinta, cercando di tenere fuori un po’ tutti, amici compresi. Come se avessi bisogno, in un certo senso, di leccarmi le ferite prima di mostrarmi di nuovo al mondo. E il mio leccarmi le ferite era un Non hai fatto nulla di male, non sei quello che dice il to ex, hai migliorato la tua vita, quella di tua figlia, hai preso la Decisione Giusta. È solo ora che inizio a pensarla davvero così. Ho preso la Decisione Giusta, lasciandolo, mentre finora mi sono detta che non avevo altra scelta. Che non è la stessa cosa. 

Ma torniamo alla fase dell’innamoramento. Credo ormai di aver capito molte cose del mio matrimonio, ma la fase dell’innamoramento, quella cecità assoluta, con il mio ex non l’ho mai passata. La sto decisamente passando con il Tizio della Luna. E questo mi riporta all’illusione. Ovvero, mi sono solo illusa che lui fosse quello giusto? Era solo un’illusione, non realtà, quello che eravamo? Quello che ancora dice che siamo? Due persone che saranno comunque legate per sempre? Non ho voluto vederli, i suoi difetti? Non l’ho mia visto per quello che è? 

Ecco, oggi, pensandoci, mi sa che è vero, che non ho visto. Ho voluto ascoltare le sue dolci parole, ho voluto vivere nei sogni, mi sono sottratta alla realtà, ho voluto cedere all’inganno. 

La realtà me la vado ripetendo da giorni, ormai: lui non ti ama, dimenticalo. Lascialo perdere e fai in modo che lui ti lasci perdere, sopratutto, che la smetta di giocare con te. 

Sono solo un giocattolo per sopperire alla monotonia della sua vita. 

Forse, scriverlo, scriverlo anche qui, me lo farà entrare in testa più velocemente. Forse posso scontarmi altri giorni. Forse questo blog finirà prima del previsto. 

Certo.

Ma con l’amaro in bocca.

Al Mentore

post 28

Ho trovato una vecchia lettera mandata a un vecchio amico. Un amico indubbiamente speciale, chiaro, lo chiamo amico, ma è stata una persona importante, lo è tutt’ora anche se in modo diverso, è stato un sacco di cose per me, un Mentore prima di tutto, un Mentore per molte cose, forse troppe, con lui parlavo un sacco, parlavamo di libri, di scrittura, insomma, avevamo un mondo di carta tutto nostro. Con lui, in quella lettera, ragionavo del tempo. Anzi, del Tempo. 

Io ho sempre calcolato ogni cosa in relazione al Tempo, non so perché. Ogni azione è associata, nel mio cervello malato, al Tempo che impiego per farla. A volte anche al Tempo medio che impiegano gli altri, con relative sottrazioni. Ora mi direte: hai davvero scoperto che la terra è tonda. A parte il fatto che pure per quello ci è voluto qualche migliaio d’anni, saperlo e saperlo sono due cose diverse. 

Quindi ora ci faccio più caso, no? Tempo impiegato per fare la doccia? Con lavaggio capelli in inverno: quindici minuti; senza lavaggio capelli in estate:cinque al massimo. In estate quindi guadagno Tempo. Ho mediamente 7 minuti in più ogni sera. E potrei passare alla fase due: come spendo questi 7 minuti in più? Mi faccio un aperitivo mentre fumo una sigaretta? Oppure pulisco il bagno? Sono domande che una donna si fa, spesso…magari pure un uomo, però single, che l’ammogliato è un po’ restio a fare pensieri sul Viakal, credo. 

Poi ovviamente c’è un argomento principe che riguarda il Tempo. O almeno lo è per me in questo periodo. Il sonno. Quante ore consigliano gli esperti? Se vado a letto sapendo già che ho la sveglia puntata e poi non prendo sonno, quel Tempo dove finisce? Il Tempo perso ad addormentarmi, dico. Lo posso guadagnare in riposo generico, tipo la pennichella del dopo pranzo? Quando ne ho il Tempo, ovvio. Quindi che faccio…lo considero oppure no? 

E sì, entrare nel mio cervello che ragiona sul Tempo è quasi un trip. Mi viene in mente un film, del tizio che entra nel cervello di John Malkovic. Che ha infatti il titolo Essere John Malkovic. 

Mi chiederete perché pensarci, perché scriverlo. Perché se guardo attentamente e lavoro di cesello, anche scrivendo questo post spreco Tempo. Vuoi perché tutto ciò ha senso solo per me, quindi scriverlo è come far andare il gatto libero sulla tastiera (cosa che se avessi un gatto qui farebbe volentieri, ma non c’è, non ho più spazio per i gatti); vuoi perché il Tempo di scrivere  trecentocinquantadue parole (milleeseicentocinquantaquattro  caratteri spazi esclusi e duemiladue  spazi inclusi) forse è superiore alla risposta in sé. Che ha invece cinque parole (ventidue caratteri spazi esclusi e ventisei inclusi). 

Ed è questo che dicevo al mio amico, al mio Mentore. 

E non lo sa, oppure sì, ma se sono qui a rompere le balle a tutti con queste parole è solo colpa sua. È stato lui a farmi conoscere Carver. Murakami. Hemingway. La splendida Aimee Bender (non lo ringrazierò mai abbastanza, e forse non l’ho fatto). È stato lui a farmi entrare nel mondo di carta. A farmelo amare. Io, che aspettavo solo la spinta giusta. E lui che me l’ha data nel modo giusto. E se ancora sento che tutto questo è importante, lo devo solo a lui. Al mio Mentore. 

Grazie, Mentore, per avermi vista. 

Grazie, Mentore, per avermi aiutata. 

Grazie, Mentore, di essere ancora qui a leggermi. 

Con la scimmia di Palahniuk sul collo

post 26Evvai che oggi sono riuscita a prolungare la sensazione delle ferie andando in piscina con Little Boss e una sua amica. Qui, in mezzo agli ulivi (e ai tafani) non c’è davvero nessuno, è pace assoluta. E visto che sono riuscita a sbloccare l’eraeder, mi leggo Palahniuk, finalmente. Mi imbatto in un racconto, Voi siete qui. È il resoconto, più o meno, di una fiera per scrittori dove, pagando, hai 7 minuti per proporre a un editore la tua storia, il tuo manoscritto. Nulla di nuovo, si fa anche qui in Italia. Se vinci ti porti a casa un contratto: clap, clap!

Proseguo e inizio a sgomentarmi. Il caro buon vecchio Palahniuk mi sta dicendo, ora, che buona parte di queste persone racconta solo della propria vita, rielaborandola. 

Forgiata a colpi di martello sullo stampo di una buona sceneggiatura. Interpretata sul modello di un successo del botteghino. Non c’è da stupirsi che tu abbia cominciato a valutare la tua giornata in termini di nuovi spunti narrativi. La musica diventa colonna sonora. L’abbigliamento diventa costume. La conversazione, dialogo”.

E vabbè, nemmeno c’è bisogno di grandi doti per capire il collegamento che il mio neurone solitario ha fatto. Ebbene. Ebbene. Ebbene. Sì. Mi sono sentita punta nel vivo (oltre al tafano, pure Palahniuk). Io, che per anni ho provato a dissimulare dicendo che nelle mie storie non c’ero io, che volevo solo dar voce alla mia gente. Ora mi trovo a spiattellare la mia vita daybyday. Insomma, sono come tutta quella gente alla fiera degli scrittori, gente che cerca di vendere la propria vita su carta. E non è forse che anche io vivo la mia vita Come un romanzo? Non è che mi perdo i momenti per la smania di registrarli? 

Chiudo il racconto a metà. Mai mi sono sentita più lontana dall’idea di scrittrice.

O forse no. Beh, in realtà non proprio. 

In fin dei conti non ho mai fatto l’equazione Scrittura=Denaro. E poi questo scrivere mi fa bene, lo dico sempre, scrivere mi fa pensare. E in questo modo rifletto sulla mia vita, su di me, sugli errori commessi. Insomma, do un senso a tutto. Riordino il caos. E posso sfruttare il mio passato a beneficio del futuro. E non obbligo nessuno a leggere. Non chiedo soldi. Scrivo. E basta.

Quindi no, alla fine, non sono così lontana dalla mia idea di scrittrice. Non ho un romanzo? Dico: non ancora. Ma poi ci arrivo, eh.

Riapro il libro e finisco il racconto. E guarda guarda… le cose alla fine iniziano a tornare. Palahniuk salva l’idea della Terapia della parola. Quindi alla fine concordiamo, eh?

“Un aspetto positivo è che magari questa consapevolezza e questa registrazione potranno spingerci a condurre vite più interessanti. Magari saremo meno inclini a ripetere in continuazione gli stessi errori”.

E infine:

“O magari… forse, chissà, tutto questo processo non è che una preparazione verso qualcosa di più grande. Se impariamo a riflettere sulle nostre vite e a conoscerle, potremo tenere gli occhi bene aperti e plasmare il futuro. Questo diluvio di libri e film, di trame e sottotrame, potrebbe essere il sistema che il genere umano userà per prendere coscienza di tutta la sua storia”. 

Ora mi piaci, Pala. Che io, alla fine, sono una che non usa la letteratura come svago, ma come conoscenza dell’uomo. Se mi devo svagare gioco a carte. Quindi ok. Facciamo che questo blog è anche una preparazione. Un blog multiuso. Rielaboro Socrate: nel mentre cerco di conoscere me stessa, magari riuscirò a conoscere qualcosa di più sull’uomo. 

Cavolo. I miei 7 minuti, però sono scaduti da un pezzo. 

Se ne riparla la prossima volta. 

Birra, sigarette e sesso

post s.n.

E siccome Qualcuno mi ha detto che in questo blog manca La Parte Bukowski, stasera ve la scrivo.

 E siccome questa è una serata di birra e sigarette mi sento libera, anzi, liberissima, di parlare di sesso.

La colonna sonora è delle migliori, gli Weezer con Undone, una delle mie preferite, manco lo so perché, ma non decido io, decide il Mio Amante Preferito, Spofity, e io lo assecondo e mi chiedo, Ma mi ha seguito nei locali in questi anni? Si è infilato nelle mie cuffiette? Ha hackerato il mio pc? Ha scoperto che scaricavo musica con Torrent?…cazzo! Scatta la denuncia?

Comunque, dicevo, sesso. 

Una delle cose più controverse dei miei 40 anni. Nel senso che per troppi anni ho fatto sesso scadente. No. Ho fatto sesso. E io sognavo di fare l’amore. E sognavo, e mi dicevo che fare l’amore avrebbe cambiato tutto, che in passato lo avevo fatto (davvero?) e che c’era solo questa differenza sostanziale: si fa l’amore con chi si ama, e si fa sesso con chi non si ama. Semplice. Efficace. E adesso arrivano i No Doubt con Just a girl a dirmi che… che cazzate ti sei raccontata per anni! 

Ero solo una ragazzina… hanno ragione i No Doubt. 

Il fatto è che non avevo trovato uomini che ci sapessero fare. Che si perdessero un po’ con me. A capire. A studiare. Insomma, gente!, un po’ di sana fatica a capire cosa cavolo vogliono le donne a letto? 

Perché, più o meno, quello che vuole l’uomo, più o meno eh, lo sappiamo. Ma quello che vogliono le donne… ecco, ce lo chiedono! Eccheccazzo! Non può davvero esistere che un uomo con cui sono uscita mezza volta possa chiedermi Come ti piace? Aiutami, fammi vedere. 

NO. Non funziona così.

Non funziona così per me, almeno. 

Funziona che ti ci perdi, ti ci smazzi, e allora se proprio vuoi, te lo dico.

Insomma, ci vuoi almeno perdere tempo, con me? O deve essere tutto semplice fin da principio? 

E allora mi dico che non c’ho capito nulla per anni. E che il sesso non ha a che fare necessariamente con l’amore. Credo. Anzi, no. 

E io e l’Amico Speciale ce lo siamo detti molte volte, che se la gente facesse più sesso starebbe meglio, sarebbe più rilassata. L’Amico Speciale ha ragione. E noi siamo, difatti, più rilassati. Quando lo facciamo, ovvio. Perché i benefits con lui di cui parlavo, sono questi.: un buon sesso. 

E sebbene l’Amico Speciale sia stato speciale per un sacco di cose anche fuori dal letto, di sicuro è lì che mi dà il massimo. È l’unica persona che mi abbia fatto sentire amata e capita sotto le lenzuola. Poi va detto che fuori da lì… ma questa è un’altra storia.

Stasera è una serata di birra e sigarette e si parla di sesso. 

E io che ho una figlia ci penso, che lei deve sapere. Che deve capire. Che alla fine perché questa cosa va fatta male se sai come farla bene? Che sì, l’amore è un valore aggiunto, che sì, essere innamorate è importante per stare bene, ma che bisogna anche sapere come farlo? Io mi sento così stupida, a volte. Così ritardata. E non voglio che mia figlia si senta così, alla mia età. 

E io e l’Amico Speciale sappiamo (o almeno lo so io ) che alla fine nella vita conta solo stare bene. Almeno un po’. 

Almeno per un momento