Intanto, nel Moonverso…

post 117

 

Di solito prima scrivo e poi metto il titolo a quello che ho scritto. Un po’ a casaccio, come i tags. Ma stamani mentre facevo le pulizie al Ristorante (una cosa che mi piace, lavoro ripetitivo, che non implica la presenza del neurone solitario del mio cervello) mi è venuta fuori questa frase e eccola lì che ve la propino oggi. Perché io sono figlia di quello di cui sono figlia, televisione e fumetti.

Quindi:

Intanto, nel Moonverso…

Sabato pomeriggio mi arriva un messaggio da TDL. Ha finito un racconto, Per favore mi dai un occhiata? (sì, senza l’apostrofo, quando voglio posso essere una vera stronza, lo so, me ne rendo conto, ma non lo faccio apposta… no, non è vero, faccio la stronza apposta. Ma almeno posso dire che non mi fa sentire meglio).

Passa il sabato. La domenica lo vedo, lui fa un accenno al racconto, io gli dico che appena posso lo leggo, lui fa la faccia da cane bastonato, io quella da cane che ringhia.

Lunedì riprendo il file in mano. È un racconto che ho già letto in buona parte perché lui la aveva usata come scusa prima per cercarmi (Ah, tu scrivi? Allora ti volevo chiedere…eccetera). È una storia fantasy, e ho già scritto forse quanto io sia lontana da quel genere, manco Tolkien ho finito, e va detto, Tolkien è Tolkien… comunque non è certo il motivo per il quale esito. Tutta questa storia mi puzza di altro. E appena sento quell’odore io mi incazzo. Ne parlo con lo Shogun. Che mi dice che forse non sono la persona giusta per questo lavoro. Io concordo, ma per motivi diversi. Solo che mi rompe da morire non fare un lavoro che mi piace (eh, sì, ognuno è malato a modo suo) perché ho paura di non essere obiettiva. Nel caso specifico ho paura di essere troppo stronza. Che già lo sono, quindi… insomma, mi dico, tu sei in grado di essere professionale. Se di professionalità si può parlare. Esito, apro, chiudo, riapro e mi decido.

Appena vedo il testo già mi salta un nervo: mi ha rubato il carattere! Ora, questa storia del Courier (che è il mio carattere, che voi non vedete perché l’editor di WordPress mi ha messo questo altro e io sono pigra e non lo cambio) l’ho già scritta qui da qualche parte. So che sono stata io la prima a rubarlo al Mentore, quindi da ladra a ladro… ma no. Un conto è rubare e un conto essere derubati, specie se hai il sospetto che il motivo sia lo stesso.

Ma rimetto a posto il nervo saltato e proseguo (professionalità! Eccheccazzo!). la storia la ricordo molto bene, il pezzo che ha aggiunto chiude bene, la trama si regge, non è male. Non mi entusiasma, ma è il genere stesso a non farlo. Solo che noto l’aggiunta di qualche descrizione che prima, sono sicura, non c’era. Della co-protagonista, per l’esattezza. Ma siccome non voglio fare la paranoica, apro il vecchio file che mi ha mandato più di anno fa e confronto. Certo, ho ragione io. E beh, ok, chiudo tutto, invio due righe poco specifiche sulla funzionalità della trama (aggiungendo che è un cumulo di refusi e imperfezioni che vanno corrette) e stop.

Lui poi chiede se posso aiutarlo anche in quello, segnando in rosso gli errori.

Cazzo!

Ok, TDL, lo faccio, ma senza fretta, ho un romanzo, una causa di affido, una vita privata.

Ma io ho fretta!

Eccheccavolo! Farò il possibile… (e qui la domanda nasce spontanea: perché diamine hai detto ok? Come fai a infilarti sempre in queste stronzate?)

E vabbè, qui andrebbe steso il classico velo pietoso su quanto sono scema e su quanto troppo disponibile sia (l’Amico Speciale diceva servizievole, magari aveva ragione lui).

Ma ciò a cui pensavo stamani in realtà era proprio la descrizione di TDL del suo personaggio. Era chiaro che avesse voluto inserire quella descrizione per me. E che voleva che la leggessi. Solo che la tizia, lì, veniva descritta come apparentemente algida. Una donna dura, che non si lascia sfuggire sorrisi se non in rare occasioni. E in una settimana è già la seconda volta che mi viene detta la stessa cosa. Il mio ex Lex (questa è una storia moooolto lunga che chissà se mi capiterà mai di raccontare per intero. Vi basti sapere che, come Superman, avevo un personale Lex Luthor che ce l’aveva con me per motivi personali di non chiara natura, e con il quale, proprio questa settimana pare che io abbia chiarito. Sì, lo so, ci sono tanti forse e ma ancora, è la mia natura diffidente, diciamo che ok, mi fido, ma sto ancora con le orecchie dritte, come ogni volta che non capisco bene le cose) ha detto che sembro insensibile. Ora, questo apparentemente e questo sembrare significano che ai loro occhi ok, forse non lo sono davvero, algida e insensibile, ma resta il fatto che per chi non mi conosce io appaia così. E questa cosa mi sconvolge. Tanto. Perché io credo sempre di essere socievole e solare, mentre invece sembro la matrigna di Biancaneve.

E allora giù seghe mentali, come da copione. E stamani sorridevo a 100 denti, quasi da paresi, e mi sono sentita dire da una cliente, Ehi, biondina (questo vizio ce l’hanno tutti, di chiamarmi biondina, maschi e femmine) come sei seria!

Ma cavolo!

E sì che mi sembra di non aver mai sorriso tanto alla vita come adesso. Sono proprio felice, cavolo, e a quanto sembra questa cosa si nota solo perché sono più bella. E ok, mica è un male se me lo dicono, il Mago del computer, un amico, mi ha detto anche che sono più alta! Ma io voglio sembrare quello che sono, diamine!

Più felice!

Domani mi attacco in fronte uno smile…

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Venerdì

post 105

Il mio caffè si sta freddando. Ma è buono anche così, freddo.

Penso ai giorni della settimana e ai colori che hanno. È un gioco che io ho fatto spesso da bambina, anche Little Boss lo fa, da sempre, solo che si impunta sul fatto che i colori siano sempre gli stessi (Lunedì è blu, dice. Ma se la settimana passata era giallo!Allora mi guarda in cagnesco e ripete: Non è vero, è sempre stato blu! Mai mettersi contro una bambina di 12 anni, poi ti dice all’infinito che, siccome sei vecchia, ha ragione lei…), mentre io, come dicevo, sono certa che cambiano.

IlVenerdì è sempre stato per me un giorno da colori scuri: marrone, nero, perfino verde militare, a volte. Insomma, una chiavica. Non so perché, ma l’ho sempre visto come un giorno di asperità, un giorno spigoloso. Un giorno da sfiga, anche. Un giorno che non mi è mai andato a genio. Non triste come la Domenica d’inverno (ma questo accadeva qualche anno fa), ma nemmeno bello come il Lunedì, che per me è giallo, rosso, arancione, insomma roba da stare allegri. E ora ok, me la gioco bene perché il Lunedì è il mio giorno libero, ma in realtà mi piaceva anche prima, perché odiavo troppo la Domenica e il Lunedì per me era la liberazione dalla noia e dalla tristezza.

Ma divago. Come sempre.

Parlavo del Venerdì. Ma ora voglio parlare di Venerdì, questo che è appena passato. Che è iniziato in sordina, devo ammetterlo, lavoro come al solito, ma poi qualche lavoretto che ha richiesto creatività (e regalato soddisfazione), una mancia buona al tavolo 5, qualche sana risata con i colleghi.

E già la giornata inizia a sbocciare. Ma insomma, mi sbrigo, devo fare alcune cose prima di andare a prendere Little Boss da un’amica, torno a casa, doccia, caffè, mi fermo accanto al Camino(che è solo il mio termosifone della cucina), mi guardo intorno e tutto mi sembra perfetto. Sensazione strana, quella della perfezione nell’imperfezione, perché nulla è perfetto nella mia casa, ci sono cose ammucchiate ovunque, ma la sensazione di perfezione è dentro di me. E mentre fumo la mia xx sigaretta della giornata ecco che arriva una mail.

Hanno accettato un mio racconto in una rivista.

Ed era un po’ che provavo a piazzarlo ed era uno dei miei preferiti e non stava trovando casa, ma questa casa è una bella casa, una casa che mi piaceva già da un po’, e allora ecco che la perfezione è quasi all’apice, quasi eh, e un bel colpo ora mi ci voleva proprio, tra le sparate di rabbia dell’Amico Speciale e i messaggi in codice del mio ex, che per decifrarli ci vorrebbe il bambino autistico di Codice Mercury, e questa cosa invece arriva inaspettata ed è ciò che volevo, ciò che voglio, è un piccolo mattone giallo nel sentiero dei mattoni gialli che porta a Oz e io sono davvero felice, chiamo mezzo mondo per annunciare il Grande Evento (che lo è solo per me, ovvio, che so cosa significa, che so la portata che ha per me ora), batto il cinque con Little Boss appena la carico in macchina, lei mi abbraccia e ride, felice per me, Brava, Grazie.

Ma la perfezione che io sentivo in me giunge agli eventi solo in serata, appena arriva lo Shogun, che starà da me per il fine settimana.

E il Venerdì ha tutti i colori del mondo, un arcobaleno incredibile, che fa male agli occhi, ed è la prima volta che un giorno ha tanti colori tutti insieme.

È un bel gioco, questo…

Le cose che vuoi ma non vuoi

post 101

 

Ancora ferie.

Ne parlo come fosse una condanna e in fondo c’è una parte di me che lo pensa. Questi giorni fatti di nulla mi costringono a fare (è la mia natura), a pensare a cosa fare per la precisione, e sono stancanti. In ferie in questo modo io mi stanco.

Ieri alla fine mi sono fatta una gita, ho preso il treno e sono andata a Firenze. Una mostra di Bansky, un giro alla Piccola Farmacia Letteraria, il mercatino di San Lorenzo, il Duomo. C’era il sole, una giornata splendida per camminare, che alla fine è quello che ho fatto, ho camminato, le cuffie nelle orecchie come un’adolescente, il sorriso stirato in pasticceria. Mentre passavo da Ponte Vecchio ho rinunciato al racconto. Quello del narcisista covert, quello per la raccolta sui disturbi patologici. Pensavo ai lucchetti, ma non ho guardato se ce ne erano, non so perché. Eppure me lo ero riproposto. Pensavo ai lucchetti dell’amore, a una promessa chiusa a chiave e messa lì, su un ponte che ha mille anni come minimo. Mi sono detta che le promesse hanno bisogno di simboli, qualcosa di materiale a cui attaccarsi.

Anche io avevo promesso. Certo, non in modo solenne, ma avevo detto che ce l’avrei fatta. E poi invece no. Invece no. Lo Shogun mi manda un messaggio e mi chiede se sto bene. Incazzata? Triste? Ma no, sto bene, alla fine è la verità. Non mi pento di aver rinunciato, l’ho fatto per motivi giusti, mi pento di aver mancato alla promessa con me stessa. Un altro Se vuoi puoi mancato, ma forse mi dico che non lo volevo.

È strano pensare alle cose che vuoi ma non vuoi. Mi sembra il riassunto della mia vita. O magari è una scusa che mi do in perfetto stile La volpe e l’uva. Non ci arrivo. Ma tanto non la volevo. E allora la domanda che mi faccio è come si fa a scavalcare i trucchetti delle nostre menti, le piccole trappole in cui cadiamo per giustificare le nostre azioni? Come si fa a capire quello che davvero vogliamo?

Che forse non me lo chiedo nemmeno per me, alla fine, ma me lo chiedo per altri. Per mia madre (Ma tu, dalla vita, che vuoi?), per l’Amico Speciale (Devi capire cosa vuoi). Sarebbe tutto più facile se capissi all’istante e decidessi fermamente (questo aggettivo è orrendo: non dovrei permettermi di usarlo).

E invece ci sono delle cose che voglio ma non voglio. Forse perché magari ne voglio solo un pezzo, dell’intero così com’è non me ne faccio di nulla. Magari voglio solo pezzi di realtà perché tutta insieme mi investirebbe. O magari è solo il mio modo per non stare nella Zona confort, un auto sabotarmi continuo. Come si decide qual è la verità?

E allora ecco che torno sempre lì, torno sempre a pensare che non esiste La verità, ma solo Una verità, una delle tante possibili, una che sia accettabile per farci andare avanti per la nostra strada o per decidere di tornare sui propri passi. E in questo stato di relativismo cosmico mi rendo conto che però tutto è possibile e accettabile o al contrario, tutto può essere inaccettabile e impossibile. Quindi la mia teoria ha una falla. Tutto non può essere il contrario di tutto.

Torno al punto e mi chiedo: perché hai rinunciato? Lo volevi o non lo volevi? Il mio cervello risponde che non lo sa. Ho deciso con la pancia. Ho deciso pensando ai lucchetti. E ora mi sento più libera.

 

Un baule pieno di gente

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Di questo pomeriggio avevo proprio bisogno, questa settimana. 

Dopo il tentativo fallito di staccare la spina con la superficialità, oggi ho trovato il mio modo. 

Che in effetti ci voleva poco, per capirlo, Moon… (ho letto in giro che parlare a se stesso in terza persona tende a calmare l’ansia). 

Un pomeriggio di solitudine. 

Che poi è capitato del tutto casualmente, visto che in realtà avevo un appuntamento con un amico che è stato candidato allo Strega per festeggiare. Ma l’amico si è bloccato con la schiena e, sebbene avessi una certa curiosità di sapere i dettagli, cosa ne pensava eccetera, è stato un bene (per me, ovvio, per lui no, affatto. Come ha detto lui, forse è il colpo dello Strega). 

E così ho tutto il tempo per fermarmi, oggi, riflettere senza ansia, ascoltando una compilation acustica (sono proprio stressata se preferisco questa roba agli Offspring) e scrivendo. 

Mi preoccupa ancora l’Amico Speciale. Sebbene ora pare che l’abbia presa bene, dopo svariati ripensamenti (Devo starti lontano per un po’. Ok. Voglio far parte della tua vita. Ok), in realtà ho l’impressione che mi stia tallonando per farmi cambiare idea. Anche se, ovvio, dice tutto il contrario. E quindi sono messaggi, telefonate, mi aspetta quando esco da lavoro per fumare una sigaretta, mi chiede di accompagnarlo a prendere l’auto nuova, mi offre caffè. Non che la cosa mi dispiaccia o mi dia fastidio, solo che la vedo come sospetta. E quindi sto con le orecchie dritte. 

E poi c’è il famoso racconto che, sebbene abbia finito, devo correggere. E allora ieri ho mandato un messaggio: non lo voglio finire, scrivo. Ma è finito, risponde l’Amico Scrittore (che mi ha coinvolto nel progetto). 

Il fatto è che non trovo il significato in quello che sto facendo. Credo che il punto sia tutto lì. Non so dove voglio arrivare, con la scrittura, penso al mio amico candidato allo Strega con il suo romanzo (che non mi piace) e alle case editrici, e ai profitti, e alle mode, e poi penso che io voglio scrivere quello che mi pare, voglio che la scrittura abbia un senso nella mia vita, e non posso dargli un senso con i soldi, con le pubblicazioni, voglio che quello che scrivo abbia un senso per me. 

Voglio arrivare a conoscere la verità attraverso la mia penna, come diceva Norman Mailer (più o meno, eh, la citazione non è esatta). E non lo sto facendo. Non più. Oh, l’ho fatto. Eccome. E ho scoperto un sacco di cose di me, attraverso i miei racconti. Ma ora invece sto solo imitando me stessa. Sono la mia brutta copia. E lo leggo, è evidente. E mi infastidisco. 

Ed ecco perché mi sembra di aver fatto un compitino e non di aver scritto un racconto. E mi sono delusa. E forse sì, lo finirò, tenterò di dargli una forma corretta, ma non sarà per me, sarà per altro, per altri. 

È che la scrittura, come la voglio io, deve nascere da una parte che non ha a che fare solo con il cervello. Non può essere programmata. Non può essere piena di paletti. Nasce da una necessità. La mia, di scrivere. 

E questo credo sia il manifesto del mio fallimento come scrittrice. 

Ma nonostante la parola fallimento abbia una connotazione negativa, non gliela do, in questo caso. 

Il fatto che sia una scrittrice fallita non significa che magari abbia scritto, in passato,  o che scriverò, in futuro,  qualcosa di bello. 

Magari quando sarò morta Little Boss troverà Un baule pieno di gente

E finalmente…

 

post 84…dopo lunga e penosa malattia (mentale, per essere precisi), ho terminato il racconto per la raccolta sui disturbi di personalità.  Addio Narcisista! Covert, ricordo.

E questo pezzo l’ho scritto proprio male. Nel senso che mi sono dovuta contorcere dentro ai paletti imposti da altri, se mai ci si può contorcere nei paletti, ma io mi sono sentita così, mentre scrivevo, storta, innaturale, non ero nella mia posizione. Perché sulla sedia ci sto come un indiano (d’America), ma nei racconti ci viaggio dritta come un fuso. E ho dovuto rinunciare al bellissimo finale che avevo sognato (sognato! Capite?? Ma quando mai un Segnofu più chiaro di questo?) per metterci un finale non banale come mi avevano quasi imposto, ma comunque non adatto alla mia piccola Arianna. Perché la miaArianna era partita alla grande. E poi si è rimpicciolita dentro ai tasti, fino quasi a scomparire.

Ora, io non lo so se tutto quello che sto scrivendo ha un senso per voi. Ma lo ha per me.

Da una parte sento la liberazione di un compito ingrato (che all’inizio non lo era, ma lo è diventato con il tempo), dall’altra sento di aver tradito la miapiccola, di averla portata su una strada che non le appartiene. O meglio. Che non le dona.

E poi non contiamo che ho scritto senza aver riletto nulla. Improvvisando alla grande. Io. Che sui miei personaggi ci perdo il cervello venti giorni prima di iniziare davvero a scriverci su.

Ma tant’è.

Il dado è tratto.

Per ora.

Poi ci sarà la parte ancor meno divertente: la revisione. Una roba allucinante se seguo le norme redazionali della casa editrice (che oltretutto detesto. Nel senso che detesto le persone proprio, non mi stanno simpatici a pelle, diciamo così, non approvo le loro scelte da nessun punto di vista e cose del genere).

Ma per stasera non ci penso.

Ho altre cose a cui pensare.

Tante cose.

Anche se ora per me dovrebbe essere l’ora della nanna, con tanto di pigiama e coniglietti ai piedi, con tanto di borsa dell’acqua calda come una novantenne, mica dovrei essere qui, ma tanto per cambiare la logica si scinde dal mio neurone e forma una società a parte, dove vivono gli unicorni e dove io non mi alzo tra poche ore.

Forse stasera sono riuscita a finire il racconto perché ho letto l’oroscopo del 2019 per il mio segno.

Me ne stavo al Ristorante a perdere tempo durante la lezione di yoga di Little Boss e ho fatto una cosa che di solito evito: ho letto il giornale. La prima notizia che ho letto è stata quella del primo bambino nato a Pisa del 2019. Peccato che aveva genitori livornesi che non hanno voluto foto del pargolo nato in terra straniera. Il campanilismo toscano. Una vera chicca.

Poi ho letto quella del tizio che mette al guinzaglio la sua donna per gelosia e la trascina per mezzo quartiere fino a farla svenire.

Quindi mi sono buttata sulle pagine centrali: oh, God saves the horoscope.

Il mio oroscopo dice che il 2019 sarà così: si chiude una porta e si apre un portone. MP me lo aveva detto giusto ieri. Forse è MP che fa gli oroscopi per il mio quotidiano locale. Sei tu MP? Puoi dirmelo. Sul serio.

Ma mi ha anche detto: tante soddisfazioni lavorative, nuove proposte e un aumento. E siccome avevo il mio capo accanto quando l’ho letto (a voce alta) e lui si è girato e ha ringhiato, immagino si riferisca all’altro lavoro, quello non pagato. Tante soddisfazioni eccetera. Senza aumenti. Mi accontento.

E così stasera ho deciso di dar retta all’oroscopo e darmi da fare. Che non dovete aspettare che il Destino vi porti la minestra scodellata (parole sue): scodellatevela.

Ed ecco che provo a scodellarmela. E magari domani faccio i reinvii alle riviste che me lo hanno chiesto.

Che sennò alla fine hanno ragione i miei colleghi: io scrivo solo sulle torte di compleanno e sulle Sacher…

Somethimes they come back (devo organizzarmi)

post 68

Eccomi qui, dall’intervento non sono passate nemmeno 24 ore e io già mi sto rompendo le scatole.

Devo organizzarmi.

Sto alla grande (vabbè, non esageriamo, facciamo che tutto è relativo), alla fine, Barbara, comunque, avevi ragione, come ho già detto (scusate questo treno di virgole…)

La mia Doc era in gran forma ieri. Spippolava su un Samsung maledicendosi per aver infilato il suo iPhone dritto nel cesso, parlava di case in affitto al mare, di appuntamenti con uomini, tutte cose di cui onestamente non poteva importarmi nulla, ma che in effetti mi hanno distratto mentre compilava  fogli, mi faceva firmare fogli, stampava fogli.

Posso ascoltare la mia musica mentre…?

Perché no, che ascolti?

Radiohead

Rilassante…

La mia Doc ha un bel sorriso.

Mi sono fatta girare il monitor e mentre Thom cantava le sue canzoni, io mi sono vista tutto in diretta, meglio che un programma su Focus.

Qui dovrei sentire qualcosa se sentissi?, le ho chiesto.

Sì, certo.

Ho tirato un sospiro di sollievo: anestesia? Funziona.

E poi nel giro di mezz’ora ero già fuori, Magari aspetta un pochino prima di andare, ma c’era un odore di paura in quella sala d’aspetto e io me ne sono venuta alla svelta, nonostante le proteste dei coccolatori (avevo tutto un team con me, che sembrava dovessi partire per la guerra).

E il pomeriggio è stato in effetti un po’ fumoso, con tutta quella gente intorno, nemmeno la pentola dell’acqua mi hanno fatto mettere sul fuoco, e poi Non puoi dormire da sola, stanotte, e così è rimasto l’Amico Speciale, ci siamo visti due commedie in tv, Certo che così non ci si capisce più nulla, se dormiamo insieme. Sono d’accordo. Ma stanotte ho dormito benissimo.

Ci penserò domani. Firmato: Rossella.

E domani è già oggi, ho cercato di non far tornare i coccolatori, ma ci sono riuscita al 50%. Con la smorfia telefonica di mia madre.

(Omissione della conversazione con TDL di questa mattina: continuo a essere brava?)

E ho tutte queste giornate in cui non devo fare nulla che già mi spingono all’angoscia, meno male che devo scrivere il racconto, mi ci infognerò per benino, e poi mi rimetto in pari nel leggere qualche articolo qui, e poi magari finisco il libro che ho comprato, e poi magari…

Riposati, rilassati, riguardati: santocielo che incubo!

No, no: devo organizzarmi…

Il Moonverso

post 65

 

Mi sono imposta una dieta. Una cosa che dura da poche ore, a dire il vero, e chissà se mai riuscirò ad arrivare a ventiquattro. Conoscendomi, ne dubito. Quindi posso già parlare di dieta? No. (No! Devo essere ottimista!)

La mia dieta prevede: evita di non mangiare, per favore; evita di affogare qualsiasi cosa in una salsa al colesterolo (l’altra sera ho mangiato patate lesse in salsa di: fontina, mascarpone, panna, emmental e parmigiano. Con tanto pepe); evita di mangiare solo pasta, che lo so che fai presto a fare le linguine in bianco, ma insomma…

In pratica la mia dieta si risolve in: cucina anche per te. E mangia. Magari anche qualche verdura.

Visto che per un mese avrò una prescrizione medica che mi proibisce di fare attività fisica (praticamente il sogno della mia vita), almeno la dieta va corretta.

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per Moon (eh sì, non ho resistito, scusate).

Quindi sono qui che mi preparo una tisana al posto del bicchiere di vino, ascolto lo sciacquettio della lavastoviglie con un orecchio e una canzone dei Cake a ripetizione, Frank Sinatra, una gran bella canzone. E pensavo che più o meno ho fatto un sacco di cose anche oggi. Mi sono rimessa in pari con qualche progetto arretrato, anche se non ho ancora finito. E ho pensato al racconto che devo scrivere e finire (prima bozza) entro la fine del mese. E di cui ho già sognato il finale. Sognato nel senso di sognare. Da addormentata. E quando mi sono svegliata tutto era così chiaro. Era chiara la direzione che il mio protagonista doveva seguire ed era chiara la sua strada, come se la luna la avesse rischiarata per tutto il tempo (mi sto autocitando stasera, chiedo venia).

E devo dire che siccome di solito le grandi idee per i racconti le ho mentre guido, questa è una modalità che differisce moltissimo. E quindi la prendo come un maledetto Segno. Il Segno, per essere precisi, è che questa storia deve venire fuori. Ora. È il suo momento. E non sentivo questa sensazione da anni, non sentivo il richiamo di una storia dall’ultima Laura di cui ho scritto (e che ho messo qui, su WordPress, sul blog di Circolo 16).

Una bella sensazione.

Ed ecco che, finalmente, allora, stasera, ora, sarò breve. Perché dopo essermi rimessa parzialmente in pari con gli impegni(completare racconti a due mani –Franck, ho terminato il mio pezzo proprio oggi. Devo solo trascriverlo ora, come ti dicevo-; revisionare un racconto dello Scrittore; pagare tutti i bollettini; dare comunicazione agli altri genitori della riunione a scuola- con relativo sondaggio per una gita al Fico-; insegnare alla collega come scrivere sulle torte in mia assenza) ecco che sono pronta a dedicarmi alla narrativa.

E ho un biglietto sulla mia bacheca. Lo scrissi ad Agosto, prima di aprire questo blog. C’è scritto sopra: i Segni dicono che devi ricominciare a scrivere.

Prendo molto sul serio i Segni.

Una volta un tizio, un musicista, mi disse: quando fai un cambiamento positivo l’Universo si muove per aiutarti.

Il mio Moonverso si sta muovendo.

Vediamo come risponde l’Universo.

Zen e narcisismo

post 64

 

Non so se vi è mai capitato di andare in quei centri benessere, qualcosa tipo Spa, per intenderci. C’è una cosa simile vicino a me, lo chiamano Thermarium, entri (dopo aver lasciato la mamma come garanzia), ti accoglie una signorina vestita di bianco, hai la sauna, il bagno turco, la doccia sensoriale, la tisana e, sopratutto, quel profumo di Patchouli e la musica: uccellini, flauti, eccetera.

Ed ecco che proprio oggi, primo giorno di lavoro dopo la mia dichiarata tregua (che per me significa anche: rilassati cara, distendi i nervi, prenditi tempo e tutte quelle cose lì) entro in cucina e sento, accanto al microonde, un suono strano. Sono uccellini, ne sono certa. Fuori fa parecchio freddo: qualche passerotto in cerca di riparo? Ispeziono gli scaffali, cerco ancora e trovo…un telefono. La nuova aiuto cuoca ama la musicoterapia si vede e infatti eccola che mi spunta alle spalle (sempre sorridente, sempre pulita, sempre calma) e mi chiede: ti piace?

Ma sì, why not? Un po’ di aiuto non può che far bene.

E quindi oggi escono piatti zen, volteggio tra i tavoli, nemmeno mi incazzo per le due spagnole che ci mettono cinquanta minuti (!) per finire un piattino di formaggio in due. Che solo quello hanno ordinato. Un piattino di formaggio in due.

Ma ho altro da pensare, alla svolta, no? Prima di tutto ora sono decisamente single(1), me lo ha detto ieri lo Scrittore (si sarebbe incazzato se lo avessi chiamato così prima. Ma ora posso, dato che ha pubblicato il suo primo libro). Mi ha telefonato verso le dieci per chiedermi come sto, l’esame eccetera e poi, alla fine, mi ha parlato di un progetto, qualcosa che mi risvegli dal torpore, lo so che lo fa per me di farmi entrare in questa cosa. Si tratta di scrivere un racconto incentrato sulla figura del narcisista covert. Ovvio che io non ho idea di cosa sia, al più arrivo al narcisismo, ma più per il mito che altro,  e quindi sono già due giorni che leggo (anche qui su WordPress), mi informo e cerco di capire. E alla fine, leggi leggi, qualcosa è arrivato.

E allora mentre sto andando alla riunione della scuola (alla quale arriverò all’orario sbagliato trovandomi costretta a riorganizzare tutto il pomeriggio in tre minuti e la cosa, ovvio, funzionerà un po’ male e dovrò correre per riuscire ad arrivare in tempo, quello giusto, trovandomi davanti il culo di un cinghiale che per un pelo eviterò) penso che questo progetto mi serve. 25000 battute in dieci giorni. Su qualcosa che non conosco. Ma che mi piace da morire…

Non lo so perché ma i disturbi mi attraggono. Nel senso che ci scrivo volentieri. E ci ho scritto. Perché è quell’essere in bilico tra normalità e patologia. È quella parte nascosta che sta in ognuno di noi. Le paure, le ansie…

Ognuno è disturbato a modo suo. Io per prima.

E quindi nulla, alla fine ho accettato.

E dopo trenta secondi ecco che faccio parte di un gruppo che ha a che fare con fave letterarie (no, non lo chiedo il motivo) e mi arrivano un sacco di benvenuta! Buon lavoro! Info gruppo, riunioni… oddio! Speriamo di riuscire a farcela.

Ma sì! Io so scrivere bene! Verrà un racconto formidabile! Sono brava, diamine, so scrivere!

Ecco, visto? Mi sto già calando nella parte del narcisista.

Overt, però.

(1) Il fatto di sentirmi chiamare single mi ha dato da pensare. Prima non lo ero? Insomma, con TDL lo ero, lui aveva un’altra… e con l’Amico Speciale lo stesso, non c’era nulla di definito. Quindi cosa ho, una medaglietta, ora? Mi fanno gli sconti? Ma sopratutto, non è che single significhi sola. Perché io sola non lo sono. Sono piena di amici, di persone che mi vogliono bene e a cui io voglio bene. Persone che vanno e vengono. La mia famosa rete. Quindi, esattamente, cosa significa essere single? Che non vado a letto con nessuno? Ma quello me lo ha prescritto il dottore, quindi…

Bussola rotta: prima o poi…

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Stamani mi sono svegliata con un tizio che alle 6 di mattina cantava sotto la mia finestra L’emozione non ha voce (sbagliando le parole, tra l’altro. Però era intonato). Forse lo dovevo capire che quello era il Segno di una giornata strana. 

Stavo sorseggiando il mio primo caffè e mandando messaggi al Nuovo Amico Atipico (ultimamente ci sentiamo spesso, lo sento più di mia madre- e questo è un bene- passiamo anche ore a non dirci nulla di serio e a farci ridere – lui è più bravo di me, chiunque lo è, a dire il vero: io sono la Pesantezza del Vivere, calvinianamente parlando), gli raccontavo proprio la storia del cantante sotto la finestra. Era un bel momento. Fino a che un nervo è stato toccato. Eh, sì, arriva lui, aspettate: TDL. Ha finito il libro che gli ho regalato, un Murakami di prim’ordine (non il mio preferito, ma un must, di sicuro) e mi ha mandato le sue impressioni. Normale. Normale in un contesto normale. 

Lui continua a scrivere cose e io abbozzo. Oggi sono proprio incocciata con lui, non ne voglio sapere. Era una mattina tanto da Biancaneve e lui la trasforma nell’antro della Regina Cattiva (le metafore sulle fiabe vengono tutte da una recente visione di Once upon a time con Little Boss). Evitamento: non è quella la giusta strategia? E quindi abbozzo mezze risposte o non rispondo proprio. Fino a che non chiede: sei arrabbiata con me?

Ahahahahaahhh. E poi ancora ahahaahaah!

Te ne sei accorto alla svelta!

Ma non rispondo, ovvio.

Qualcosa avrò pur imparato.

Eppure…

Eppure oggi mi sento inquieta. 

Torno a casa e Little Boss è tutta presa nel riordinare la sua stanza (?), la sento che traffica in camera sua (che poi è solo un soppalco, nemmeno una stanza vera, con pareti vere e porte vere, me lo rinfaccerà quando sarà più grande e vorrà una vera privacy, ma in quaranta metri che posso fare, io? A parte delle tende, che già mi sono organizzata a cucire… a far cucire, scusate). Allora prendo il Mac, anzi, lui prende me, visto che è un fisso, ci guardiamo per un po’, lo interrogo sui file salvati, Voglio finire quel racconto del cavolo che non ho mai finito, gli dico. Lui, il Mac, fa la faccetta scettica. Ma aiuta, a modo suo, apre i file, me li ordina per data. E il suo compito si esaurisce qui. Si beve un sorso di birra (virtuale) e mi guarda: ora la palla è tua: gioca. E io inizio, ma sì, da qualche parte arriverà, la mia Margherita. Le ho dato un sacco di problemi iniziali, deve farsi il suo Viaggio dell’eroe, trovare amici, nemici, arrivare all’obiettivo, la situazione iniziale deve capovolgersi e poi arriva il finale. Semplice: Vogler insegna. 

Ma le storie non mi nascono così. Margherita non la sento. Non la capisco, non la empatizzo, e quindi è tutto inutile. Dopo 1000 parole chiudo il file. 

Così non funziono.

E sarebbe bello dare la colpa a qualcuno, sarebbe bello che non fosse solo colpa mia. 

Giro in tondo perché ho la bussola rotta.

Prima o poi capirò cosa devo fare, prima o poi arriverà il Nord, prima o poi TDL non mi farà più male, prima o poi sarò pronta per godermi la vita, per essere felice, per lasciare che l’inquietudine non sia la mia ombra, il mio passato, il mio futuro e il mio destino. 

Non ditemi che non sono ottimista, per favore.