Stellette

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Eccomi tornata nella modalità Mogwai. Sono stata veloce, stavolta. Magari sono un Mogwai di secondo livello, quelli che escono da Gizmo quando si bagna, ma di certo non più un Gremlin, il che è fondamentale per la sopravvivenza di tutti i miei elettrodomestici.

Ma certo, per chi non ha visto il film tutte queste sono solo farneticazioni di un folle. E allora, per chi non ha visto il film: ma che stavate facendo alla metà degli anni 80? Ma come è possibile non prendere al volo citazioni come Tu esci. La musica attacca e tu cominci a sentirla e anche il corpo inizia a muoversi da solo. Oppure Nessuno mette Baby in un angolo. E davvero non sapete cosa diavolo è un Traccobbetto? E Venimmo, vedemmo e lo inculammo!Non vi dice nulla?

Quindi: o siete troppo giovani, come il mio Micro(bo), oppure negli anni dello splendore del trash americano eravate molto felici e magari eravate in un parco a giocare a palla. Io no. Io guardavo la tv. Tanta. Tantissima. Talmente tanta che il mio migliore amico era Uan.

Ecco perché ora non sono capace di guardarla: una vera overdose.

In ogni caso che sto meglio si vede dalla mia voglia di divagare. E nella capacità che ha mio padre di distrarmi con un messaggio in cui mi dice che nel 1920 fu instaurata una repubblica socialista a Viareggio. Durata ben due settimane. E poi passiamo a parlare di Tobino, e libri, e poi Basaglia, ed era tanto che non lo facevo con lui e devo dire che sono bei momenti. Per me. Assegnano stellette alla giornata. Così come il fatto che mi sia resa conto che le giornate stanno diventando sempre più lunghe, o che Little Boss sia davvero brava con la chitarra elettrica, tanto che sarà la mia giovane Slash (ma a lei gli occhi si vedranno, perché sono così belli). E lo stesso accade quando ascolto la mia nuova Lista su Spoty, la Lista della Nostalgia (che prende il nome dalla radio, la mia radio dalla personalità multipla, che suona Pupo subito dopo i Nirvana): stellette, stellette, stellette.

Stellette anche grazie allo Shogun che ha dimenticato pezzi di sé in giro per casa mia e questo rende tutto più reale. Nel senso: il mio appuntamento con lui c’è stato davvero, non me lo sono sognato, ho le prove. Anzi: c’ho le prove, avrebbe scritto Ceccherini. Giusto per non distaccarsi troppo dal filone iniziale.

Ed ecco che il Moonverso ricomincia a prendere la forma solita, si circonda pure di stellette, e io sono di nuovo capace di scrivere cazzate e frasi di senso compiuto (?) senza incolonnarle.

Ci sono ovviamente ancora delle cose che devo risolvere. Non praticamente, ma nel mio Dentro. Perché stavolta anche la teoria ho capito di non saperla tutta tutta. E se non so la teoria come potrò mai passare alla pratica? La recherche anche per me. Ma a modo mio, il che rende tutto molto caotico e molto meno extrasensoriale. Io i sensi li voglio. Li ammiro. Li stimo, direi.

 

In ogni caso: una stelletta anche per chi azzecca almeno due titoli? E una canzone regalo: qui

 

Postilla:sopportate le foto mie, ogni tanto: ci sto provando, ok? E io non sono un cavallino da corsa (nessunissimo talento). In compenso a volte sono un mulo da soma.

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Invece di dormire

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Ci sono momenti che la musica serve per riempire.

Silenzi. Vuoti. Mente. Anima.

Ci sono momenti che la musica serve. E basta.

Serve per non arrampicarsi sui bicchieri, per non scivolare sotto le coperte, per ricordarti di respirare, per guardarsi davvero, per farti sentire vera, per amarti.

Ed ecco che, su queste note (metaforiche), cado dentro Spoty, il mio amante virtuale, e gli chiedo aiuto, come sempre.

Sono arrivata al Daily mix 6, ma il 4 è quello che può farmi stare bene, stasera, che il mio cervello funziona a strappi. No, meglio, funziona a frammenti. Un po’ come Il libro dell’Inquietudine, ma senza tutta la bellezza. Senza la poesia.

Io non lo so cosa diavolo ho che non va.

Mi sento inabile. Credo sia questa la sensazione che provo adesso. Di essere inabile a vivere alcune cose. Tipo i momenti di felicità. Forse è per questo che mi hanno consigliato caldamente un libro dal titolo Mindfullness. Che poi è facile. Cioè. Lo sembra. Definisco: Per mindfulness si intende un’attitudine che si coltiva attraverso una pratica di meditazione sviluppata a partire dai precetti del buddhismo e volta a portare l’attenzione del soggetto in maniera non giudicante verso il momento presente.

Goditi il maledetto momento è un buon riassunto.

Io sono inabile, appunto.

E sì, lo so, siccome sono una persona razionale, basterà che passino alcune ore e tutto tornerà sui binari e i Foo Fighters non l’avranno vinta, e io ricomincerò il mio viaggio, sarò tranquilla, che poi è quello che sono, tranquilla, io sono una luna tranquilla, la luna lo è per definizione, sta ferma lì e riflette.

Non fa mica nulla, la luna.

È una cosa ferma.

Tutto questo domani finirà.

E io tornerò nei binari.

E sarà grazie alla musica.

E alle ore di sonno forse.

O forse la felicità non fa per me. Ci avevo già pensato?

La voglio, ma poi sono qui che la distruggo.

E allora do il via libera a tutte quelle frasi-frammento che ho nel cervello.

Magari mi fa bene. Anche se non hanno senso. Ma alla fine non c’è nulla che abbia un senso se non siamo noi a darglielo.

 

Siamo il risultato della somma di ciò che (ci) è stato.

 

Respirare è vivere non evadere dalla vita.

 

Una volta che comincio a scrivere non riesco più a fermarmi.

 

Sono in bilico tra sogno e realtà.

 

Ho una paura fottuta.

 

Riconosco le carezze d’amore.

 

Ho bisogno di respirare.

 

Sono pronta ad amare, ma non ad essere amata.

 

C’è un terremoto qui dentro.

 

Come è possibile che mi piaccia una canzone di Michael Bublè?

qui

 

Giorni +, Giorni – e uno Shogun

 

post 86

Sono le quattro del pomeriggio e sono già in pigiama. Forse uno psichiatra mi classificherebbe comedepressa(loro hanno degli standard, un sistema tutto loro di infilare la gente nei contenitori solo per quello che fanno e non quello che sono, ma non voglio avviare una polemica, era solo una stupida constatazione). In realtà sono i primi vestiti che ho trovato uscendo dalla doccia e siccome sono comodi e caldiwhy not?Nessun psichiatra alla lettura avrà mai il mio indirizzo.

Il fatto è che mi sento un po’ nervosetta, come direbbe Wal, me lo dice anche il caffè decaffeinato che mi sono appena fatta e lo dice anche il fatto che non ricordassi di avere il caffè decaffeinato.

Oggi a lavoro ero distratta, ho portato gli spaghetti al tavolo della tagliata e la tagliata al tavolo degli spaghetti, ho versato un calice di rosso al posto del bianco, ho dimenticato di inserire nella comanda un caffè… insomma, mi sarei licenziata.  Detesto non essere efficiente, soprattutto sul lavoro. Capita. Certo. Sì.

Esistono Giorni + e Giorni -.

È che, come ho scritto, sto per andare in guerra (con il mio ex, per l’affido di Little Boss) e ieri è stata emessa la dichiarazione ufficialee… nessuna reazione con me. La cosa, ovvio, dovrebbe farmi piacere, nessun messaggio sibillino, nessun rebus (lui si esprime così, come dice la mia collega andrebbe sottotitolato), solo che questo silenzio lo trovo molto rumoroso. E mi rende inquieta.

Cerco di ovviare pensando alle cose belle, che alla fine ce ne sono molte, penso al mio appuntamentodi domani.

E stavolta è un appuntamento serio, nel senso che so perfettamente che non mi troverò a parlare di rally, è una persona che già conosco abbastanza e domani sarà propedeutico a conoscersi di più. Magari se evito di usare con lui la parola propedeutico… giusto per riallacciarsi a ciò che ho già scritto e che molti di voi hanno ampliamente sviscerato.

E stavolta mi sa che non posso dire di più, anche se, oh, ci sarebbe un mondo da dire, un universo direi, ma diciamo che un po’ lo faccio anche per scaramanzia, diciamo che sì, una parte di tutto questo ha bisogno di restare dove è, nel mio Dentro, che alla fine questa storia nasce tutta da lì, dal mio Dentro. E si è nutrita della mia testardaggine, della mia insistenza, ma anche di onestà reciproca, di qualche sorriso, di molte parole, in ogni caso. E quindi perfetto, le molte parole sono l’incipit di questo racconto. E il racconto parla di Shogun. Ma siccome sono scaramantica, appunto, non rivelerò la trama in itinere. Per questa volta, solo per adesso, me la vivrò un po’. Nessuna previsione. Nessuna aspettativa. Già è un miracolo che domani sia con me.

E quindi spero che il silenzio duri ancora per un attimo, giusto il tempo di farmi respirare questo fine settimana.

È che ho così tante incertezze nel mio futuro che se iniziassi ad elencarle non finirei più. E io, che sono una che ama calcolare (sempre facendo i conti sbagliati, ovvio, mica la so davvero la matematica) stavolta non sono capace nemmeno di mettere in colonna.

Mi sento molto meno nervosetta, ora.

Quasi sorridente, direi.

Non sono nemmeno più tanto arrabbiata con Marco Aime che terrà una conferenza (interessante) a Pistoia alle 11 di mattina di un dannato mercoledì. Però posso permettermi ancora di chiedere: ma questa gente, non ce l’ha un lavoro? Ma come si fa a organizzare un incontro alle 11 di mattina?

Speriamo non ci vada nessuno.

Ecco.

P.s.: CG: non sono io che non stacco il grassetto corsivato (o il corsivo grassettato) dalla parola successiva. Io scrivo in Word e poi copioincollo. Credo sia WordPress a scazzare la formattazione. Perché non li separo qui, dici? Semplice, sono pigra (è lo stesso motivo per il quale lascio refusi e metto tag a caso).  Forse il tempo che ho speso a sottolineare questa cosa a te avrei potuto impiegarlo a separare le parole. Ma mi sarei divertita molto meno…

P.p.s.: Il mio wordpress è diventato tutto rosa. Prima era blu, e ora è rosa. Ha capito che sono una donna o lo ha fatto a tutti?

 

Questioni di linguaggio

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Stavo passando lo straccio in pasticceria, oggi. Forse potrebbe non sembrare importante questo dettaglio, ma invece lo è, perché se c’è un attimo di respiro nel mio lavoro è quando compio i gesti ripetitivi, e se c’è un attimo di respiro io penso. Spesso penso a caso, spesso mi faccio venire l’ansia per le cose più stupide, ma oggi pensavo al linguaggio.

Tutto è nato da un piccolo screzio (bonario, certo) che ho avuto con il mio collega giovane, Micro(bo). Il mio collega giovane ama musica inascoltabile. Lui dice lo stesso, ma è meno diplomatico e afferma che non ci capisco un cazzo. E così Nostalgia ci offre spunti continui per continuare a battibeccarci. La cosa prosegue anche fuori dal lavoro (io cerco di dargli lezioni, una Guida all’educazione musicale, soprattutto dopo che, avendo ascoltato una canzone dei Doors, ha detto: a qualcuno sta suonando un telefono?Era il pezzo strumentale di Light my fire…). E insomma, l’altra sera io ho azzardato un Lou Reed e lui ha risposto con… Mengoni. E siccome il patto è che la canzone va ascoltata, io l’ho ascoltata. E il testo è la cosa più banale che ci sia. Di una banalità scandalosa. Pure la melodia secondo me lascia il tempo che trova, ma visto che lui si bea del fatto che ascolta musica italiana soprattutto per il testo (non sa l’inglese, povero cristo), beh, ecco, il testo di Essere umani fa venire i brividi di banalità. Esisteranno dei brividi di banalità? Forse li ha creati Mengoni con quella canzone.

Ma il punto non è il linguaggio di Mengoni, ma il mio. Perché lui mi ha chiesto spiegazioni. E io gli ho dato una Moon spiegazione: questo testo non mi aggiunge nulla, non fa Moon+1, dice cose che hanno già detto in milioni, ma con disonestà intellettuale, perché perlomeno Ti amodi Tozzi non finge di avere un impegno sociale, non finge di avere un significato nascosto sotto al guerriero di carta igienica, è un (voluto, spero) nonsensefatto di immagini, mentre il testo di Mengoni finge di voler dire qualcosa di impegnato.

E qui l’ho perso. Per minuti buoni. E poi mi ha scritto: io mica ti capisco, sai, quando parli

E lo so, che non mi capisci, Micro(bo). E nemmeno sei il solo.

Nel senso, intendiamoci, non è che non sono capace di fare una sana conversazione metereologica (Oggi è freddo, eh? Ma sì, il termometro fa meno 9!, Beata l’estate. Io preferisco l’inverno, basta che non nevichi, e roba del genere), dopotutto lavoro al pubblico e va da sé che non mi metto a parlare dell’onestà intellettuale di Mengoni con i miei clienti. Solo che ci sono delle volte che sento il bisogno di potermi esprimere come sono. Di essere me anche nel linguaggio. Non sono certo la prima che si pone il problema del linguaggio, ovvio, Pasolini ci ha centrato la sua poetica (altrimenti non si spiegherebbero le dannate poesie in friulano), solo che il linguaggio del quale parlo è il mio. È il linguaggio del Moonverso, che risponde Rogerinvece di Ok, che utilizza termini desueti per non farli sentire soli e abbandonati (è proprio una questione filologica, dove filologico lo intendo al pari di filantropico, ma con le parole al posto degli uomini), che cita in latino perché ci è abituata. Perché io parlo così, a me. Mi parlo citando, mi parlo neologizzando, mi parlo rielaborando le parole. Solo che poi la gente, giustamente, non mi capisce.

Quindi forse il mio è un problema di linguaggio condiviso. Ma nel senso che non so con chi condividerlo, appunto. Forse è anche per questo che preferisco scrivere, specialmente qui: della serie, che mi capiate o no, mica siete obbligati a leggere. Non mi capite, passate avanti. Questo fa già di me una scrittrice fallita, perché è nella definizione perlomenola comprensione, ma non me ne preoccupo perché ho maniavantizzato nel nome del blog. In ogni caso mi preoccupa dovermi frenare, cioè, dover modulare il mio linguaggio con alcune persone che mi stanno accanto.

Ma ovvio. Ovvio. Ci sono persone che mi capiscono eccome. Che è una questione di conoscenza (di me) e basta. Ad esempio mia figlia mi capisce sempre al volo. E non è la sola.

Ma mi chiedo quanto sia giusto far fatica per capirmi.

E finalmente…

 

post 84…dopo lunga e penosa malattia (mentale, per essere precisi), ho terminato il racconto per la raccolta sui disturbi di personalità.  Addio Narcisista! Covert, ricordo.

E questo pezzo l’ho scritto proprio male. Nel senso che mi sono dovuta contorcere dentro ai paletti imposti da altri, se mai ci si può contorcere nei paletti, ma io mi sono sentita così, mentre scrivevo, storta, innaturale, non ero nella mia posizione. Perché sulla sedia ci sto come un indiano (d’America), ma nei racconti ci viaggio dritta come un fuso. E ho dovuto rinunciare al bellissimo finale che avevo sognato (sognato! Capite?? Ma quando mai un Segnofu più chiaro di questo?) per metterci un finale non banale come mi avevano quasi imposto, ma comunque non adatto alla mia piccola Arianna. Perché la miaArianna era partita alla grande. E poi si è rimpicciolita dentro ai tasti, fino quasi a scomparire.

Ora, io non lo so se tutto quello che sto scrivendo ha un senso per voi. Ma lo ha per me.

Da una parte sento la liberazione di un compito ingrato (che all’inizio non lo era, ma lo è diventato con il tempo), dall’altra sento di aver tradito la miapiccola, di averla portata su una strada che non le appartiene. O meglio. Che non le dona.

E poi non contiamo che ho scritto senza aver riletto nulla. Improvvisando alla grande. Io. Che sui miei personaggi ci perdo il cervello venti giorni prima di iniziare davvero a scriverci su.

Ma tant’è.

Il dado è tratto.

Per ora.

Poi ci sarà la parte ancor meno divertente: la revisione. Una roba allucinante se seguo le norme redazionali della casa editrice (che oltretutto detesto. Nel senso che detesto le persone proprio, non mi stanno simpatici a pelle, diciamo così, non approvo le loro scelte da nessun punto di vista e cose del genere).

Ma per stasera non ci penso.

Ho altre cose a cui pensare.

Tante cose.

Anche se ora per me dovrebbe essere l’ora della nanna, con tanto di pigiama e coniglietti ai piedi, con tanto di borsa dell’acqua calda come una novantenne, mica dovrei essere qui, ma tanto per cambiare la logica si scinde dal mio neurone e forma una società a parte, dove vivono gli unicorni e dove io non mi alzo tra poche ore.

Forse stasera sono riuscita a finire il racconto perché ho letto l’oroscopo del 2019 per il mio segno.

Me ne stavo al Ristorante a perdere tempo durante la lezione di yoga di Little Boss e ho fatto una cosa che di solito evito: ho letto il giornale. La prima notizia che ho letto è stata quella del primo bambino nato a Pisa del 2019. Peccato che aveva genitori livornesi che non hanno voluto foto del pargolo nato in terra straniera. Il campanilismo toscano. Una vera chicca.

Poi ho letto quella del tizio che mette al guinzaglio la sua donna per gelosia e la trascina per mezzo quartiere fino a farla svenire.

Quindi mi sono buttata sulle pagine centrali: oh, God saves the horoscope.

Il mio oroscopo dice che il 2019 sarà così: si chiude una porta e si apre un portone. MP me lo aveva detto giusto ieri. Forse è MP che fa gli oroscopi per il mio quotidiano locale. Sei tu MP? Puoi dirmelo. Sul serio.

Ma mi ha anche detto: tante soddisfazioni lavorative, nuove proposte e un aumento. E siccome avevo il mio capo accanto quando l’ho letto (a voce alta) e lui si è girato e ha ringhiato, immagino si riferisca all’altro lavoro, quello non pagato. Tante soddisfazioni eccetera. Senza aumenti. Mi accontento.

E così stasera ho deciso di dar retta all’oroscopo e darmi da fare. Che non dovete aspettare che il Destino vi porti la minestra scodellata (parole sue): scodellatevela.

Ed ecco che provo a scodellarmela. E magari domani faccio i reinvii alle riviste che me lo hanno chiesto.

Che sennò alla fine hanno ragione i miei colleghi: io scrivo solo sulle torte di compleanno e sulle Sacher…

Le cose cambiano in un attimo

post 83

 

Ci sono momenti in cui il mio piccolo neurone ha bisogno di ricorrere a pensieri elementari. Vi capita mai? Roba facile da dire, da scrivere, da pensare. Per esempio stasera ho questo pensiero: le cose cambiano in un attimo. Una verità più o meno assoluta, che ho constato io stessa anche nel corso dell’anno scaduto: incontro TDL e le cose cambiano in un attimo; mi dicono del tumore e le cose cambiano in un attimo, e via dicendo.

Ma ci sono cose che davvero corrono molto veloci.

Cose che potrebbero (condizionale, almeno, usalo, tesoro) cambiarti tutto: cambiare il modo di vedere le cose, la vita, il mondo.

E sì, lo so, sono generica. Di solito lo sono quando ancora devo capire delle cose, quando ancora devo pensarci, e (tediosa, tediosa e ripetitiva) io penso qui, con le mani qui, con gli occhi qui.

Ecco perché vi annoio: per pensare. Perché è vero che potrei farlo in solitudine, al limite con un’amica, ma non mi funziona allo stesso modo.

E quindi penso, stasera, alle perdite. Alle persone che necessariamente ho perso nel corso della vita. Come sarebbero le cose se non perdessimo mai nessuno?

L’altra sera mi sono ritrovata catapultata in un gruppo whatsApp che aveva questo nome: Buon anno. Io e altre 30 persone, tra l’altro. Aggiunta al gruppo da una certa J, che non avevo in rubrica. Unico altro membro del gruppo della mia rubrica? TDL. Leggermente inquietante, lo ammetto. Cerco di capire chi cavolo sia questa J, ci penso, ma poi è l’ultimo giorno dell’anno, cena con la piccola, fuochi di artificio, mille cose per la testa, non ci arrivo da sola, allora chiedo. A J, ovvio(Grazie per avermi aggiunto, tanti auguri anche a te, ma chi sei?). Beh. J è stata la mia migliore amica al liceo. Di più: il liceo senza di lei sarebbe stata una vera barba. Si era ripescata il mio numero, chissà dove. Ma l’avevo persa. Beh, la ho persa, nonostante i messaggi di rito: dai, prendiamoci un caffè,eccetera.

(Il fatto che conosca TDL continua ad essere inquietante e così domando: come la conosci J? E beh, lui mi fa un mille discorsi, ma poi arriva a un punto e mi dice che J ha avuto un sacco di problemi. Psichiatrici, aggiunge. Con fare un po’ schifato, forse. Beh. Io i problemi psichiatrici di J li conosco. E a me non fanno schifo, anzi. La sento vera per questo. E il fatto che me lo abbia detto con quella faccia gli fa perdere molti, molti punti… ha dei pregiudizi. E a me non è che mi piaccia poi tanto la gente con i pregiudizi, eh…)

CHIUSA LA PERENTESI.

Insomma, dicevo che si perdono persone. E J me la sono persa. E non volevo, ma è successo.

Ora ho 40 maledetti anni. E non sono più così disposta a perdere le persone importanti.

Ma ci sono cose che non si possono certo trasformare con la magia. Ci sono scelte che vanno fatte, prima o poi.

E così l’Amico Speciale stasera se ne è andato. Per non tornare, credo.

E io lo so che doveva andare così.

E lo so che prima o poi eccetera.

E lo so. E punto.

Solo che le cose cambiano in un attimo.

 

Stasera funziona così

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Stasera funziona così.

Che ho iniziato a scrivere questo post tre volte e poi sono successe cose e poi io sono cambiata nel tempo che scrivevo, e forse allora mi sono detta: Non è il Tempo giusto per scrivere, perché per scrivere ci vuole il Tempo giusto, la mente giusta, anche la sigaretta giusta, tutto deve essere giusto, qui dentro, per mettersi con le dita sulla tastiera.

E ora è il momento giusto perché l’anno è già finito e io sono qui e ho già fatto il mio montaggio. E il montaggio lo intendo proprio con il termine tecnico del cinema e questa cosa l’ho rubata a Pasolini, uno dei miei miti, lo ammetto, ma siccome sono io, siccome sono Moon, rifletto e distorco, allora non è la morte a creare il montaggio della mia vita, scegliendo i momenti più significativi e mettendoli in ordine, ma sono io. Iocreo il montaggio del mio anno che è già scaduto, io metto in ordine la mia vita. Senza morire, che per quello c’è tempo ed è inevitabile. Io mi guardo alle spalle e seleziono, come faccio per i miei personaggi.

E quello che ho selezionato dell’anno appena finito è roba splendida, roba da non crederci.

Perché tutto, anche i momenti più bui, sono stati creati dai momenti di gioia immensa, momenti per cui ogni giorno che passa mi rendo conto che vivo. E se questi momenti ora li vedo è perché contribuisco in parte a crearli: non mi nascondo più, non mi soffoco più, e così ecco che mi riconosco allo specchio, e anche gli altri mi guardano e mi riconoscono, non sono più solo un corpo che cammina, sono io. E questo iose prima lo concedevo solo a pochi, ora lo spiattello perfino qui.

E il montaggio è stato fatto, e il risultato mi ha soddisfatto molto.

Mi sono innamorata nel 2018. Non succedeva da anni. Anzi, così prepotente l’amore non era mai entrato nella mia vita. E ho sofferto molto. Ma innamorarmi mi ha donato la speranza. E mi ha regalato anche una persona, perché TDL non può scomparire così, come se non fosse mai esistito. Le cose stanno cambiando. Per me, almeno. Ma non svaniscono.

Ho conosciuto tante persone nel 2018. Persone bellissime. Persone che mi hanno dato e che mi danno tutt’ora cose che non credevo si potessero donare con tanta eleganza e facilità. Cavolo. Come sono fortunata per questo. Come è bello entrare dentro la vita delle persone, metterci un piedino e capire che lì, in quel posto, che nemmeno sapevi che esistesse, tu ci stai bene. E capire anche che per quelle persone tu sei qualcosa. Qualcosa di vero. Donarsi con onestà. E essere ricambiati con onestà.

Ho scoperto e imparato milioni di cose nel 2018. Da quelle pratiche a quelle un po’ meno pratiche, ma non per questo meno importanti. E altre le sto ancora imparando: ad accettarmi per quello che sono, ad apprezzarmi, anche, un po’, a non farmi uccidere da chi ha come solo scopo nella vita odiarmi.

Ho rafforzato rapporti nel 2018 che erano già belli, già forti, ma così so che sono d’acciaio, anzi, antiatomici.

Credo di aver fatto un bel lavoro di montaggio, il Regista ne sarebbe orgoglioso.

Quello che adesso devo fare è solo scrivere l’anno che verrà, senza lasciarmi scoraggiare dalla pagina bianca.

E c’è qualcosa nel mio Dentro, qualcosa che freme, che si agita, che so che è mio, ma ancora non so gestire, perché io mi riconosco, è vero, ma gestirmi è un’altra cosa, gestirmi significa controllare, e io non voglio essere controllata, in tutti i sensi, figurati da una scassa palle come me, quindi mi lascio libera, almeno per un po’, almeno finchè posso, almeno fino a che non faccio danni.

Il 2019 è iniziato da almeno due ore.

E io mi sento così felice…