Seghe mentali: egoismo

post 115

No, lo so che non è questo il momento migliore. Non sono rilassata (ma quando mai lo sono?), ho la piccola Boss nell’altra stanza con 39 e mezzo di febbre (no, via, le sta scendendo un pochino), mille pensieri sull’Amico Speciale (che mi odia, come immaginavo sarebbe accaduto, prima o poi). Dovrei scrivere, ma ho testa solo per quello che mi pare. Come sempre non so comandare i miei pensieri, non li controllo, io, proprio io che voglio sempre controllare tutto (fallendo, fallendo, fallendo).

Insomma, è l’egoismo, oggi, che mi prende i pensieri.

Ho risposto in un commento di quanto egoismo ci sia nei rapporti d’amore (più o meno parlavo di questo), ma oggi ho voluto indagare, sviscerare, che non lo faccio sempre, ma a volte mi capita, specie se ci devo ragionare, farmi le seghe mentali?, fa lo stesso, tanto sul pensiero non ho controllo, era nelle premesse.

Quindi leggo sulla Treccani: Atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di sé stesso, del proprio benessere e della propria utilità, tendendo a escludere chiunque altro dalla partecipazione ai beni materiali o spirituali ch’egli possiede e a cui è gelosamente attaccato.

Ecco, c’è scritto che è un atteggiamento, quindi, sempre da definizione: Comportamento assunto da una persona o da una collettività in una determinata circostanza o nei riguardi di altre persone e collettività, o anche rispetto a fatti, dottrine, problemi. Semplifico e riporto nello specifico: Comportamento assunto da una persona nei riguardi di altre persone.

Faccio 2+2, ma siccome in matematica sono una capra (Sgarbi approverebbe) ci sta che sbagli: l’egoismo può essere saltuario (in una determinata circostanza) o perenne.

Per quanto riguarda l’amore invece definiamo così: Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia.

Quindi Amore Egoista sembrerebbe chiaramente un ossimoro. O è Amore o è Egoismo.

Ma torno alla definizione di egoismo. C’è un avverbio che mi ha particolarmente colpito: unicamente. Che significa, sempre Treccani, che mi piace molto, ma è una cosa che mi viene dall’infanzia, esclusivamente. Quindi l’altro, nell’egoismo, non è contemplato. Si può essere egoisti quindi se si vuole il bene dell’altro per personale benessere?

La definizione lo esclude a priori. Quindi no. Non c’è l’Amore Egoista. Sennò non è Amore.

(Piccola parentesi: il fatto che io stia definendo l’Amore, che in particolare riferisco all’Amore filiale, come dicevo nel commento sopra citato, mi inquieta assai. Mi sono persa in questa cosa per anni. Definire l’Amore. Poi certo, Little Boss c’era anche prima, ma io tendevo a differenziare l’Amore filiale dall’Amore per l’altro, dall’Amore per un’amica, Ale per esempio. In realtà mi trovo a provare sensazioni molto simili per tutti e tre i tipi di Amore. Cambiano alcuni parametri, ma che non hanno a che fare con il sentimento in quanto tale, ma con la relazione che intercorre. Della serie: io amo così. E questo, diamine, questo, per me è tanto tanto importante. Capirlo, dico. Il mio specchio è sempre più nitido. Poi può non piacermi, ma mi riconosco sempre di più…).

Ma il discorso non può concludersi così, certo, perché la logica ci aiuta, ma non ci risolve mai tutto tutto. Perché sennò ci riduciamo a dialettica pura, e noi non siamo solo dialettica. Siamo un sacco di cose.

In Amore bisogna pensare anche a se stessi. Che non significa però, come da definizione, essere egoisti. Forse qui incorre l’errore. Che è solo di definizione, come ho detto, ma qualcuno mi dice che è importante definire bene, farsi capire eccetera. Anche qualcuno di voi si è lanciato a dirmelo. E io ok, recepisco i messaggi. Li inoltro, diciamo così, magari ho la connessione lenta, si può dire, e ci mettono un po’ ad arrivare, come certe consegne SDA. Ma scopro, rileggendo libri che non leggevo da un po’ e che non ricordo di aver letto, che alcuni messaggi li incamero. E restano miei. Un po’ come studiare le poesie alle elementari: il sabato del villaggio ti resta per la vita.

E quindi cosa? Vediamo se scrivendo qui mi resta questo, di concetto, questa cosa mia, che oggi ho deciso di pensare.

Non c’è Egoismo nell’Amore.

Nell’Amore c’è l’Amore. Stop.

(Cavolo quanto sono categorica stasera… mi faccio paura da sola…)

Annunci

Quintalogo per il nervosismo (di Moon)

post 111

 

 

Come farsi passare il nervosismo:

1)Torna a casa, prima di tutto.

Se insisti a restare a lavoro chiacchierando su cosa non va nella tua vita non risolvi nella. Lo sfogo (lo hai capito trilionidi anni fa) non ti fa stare meglio. Anzi, mette il focus su quello che non va, quindi ti fa stare peggio. Anzi, more, dovresti divulgare questo tuo Punto Di Vista (PDV), potrebbe fare comodo a qualche spostato come te.

2)Fai una doccia.

L’acqua è il tuo elemento, lo sai, non è che ci fai l’amore con l’acqua, ma riesce sempre a calmarti. Sarà il calore, e tu di calore ne hai bisogno sempre, forse è proprio un fatto biologico, ti hanno sempre detto che sei calda, hai una temperatura alta, quindi senti spesso il freddo. E il caldo ti fa stare bene. E poi c’è quella sensazione di lavarti di dosso la giornata, le incomprensioni, i brutti momenti, dove sei quasi caduta, ma no, non l’hai fatto del tutto. Questa te l’ha regalata tua nonna, che credeva si potesse lavare tutto, anche la colpa, a suon di candeggina.

3)Metti la crema profumata.

Cose da donne, diranno alcuni. Una cosa che mi fa stare bene, annusare qualcosa che conosco, è come essere a casa, ho bisogno dell’olfatto per sentirmi a casa. Potrei spalmarmi di caffè, perché non c’è nulla come il profumo della moka che mi fa più casa. Ma ok anche l’Iris. Basta che non sia il Muschio bianco. E su questo ho già scritto (ma non qui).

4)Togli le tazze della colazione dal lavello.

Anche perché si tratta di migrarle di venti centimetri, dal lavello alla Schiava. Non è proprio una gran fatica.

Nulla mi urta di più della mianegligenza. Non fare le cose che so che dovrei fare mi mette un sacco di meno (-)all’Ego. In modo del tutto fantascientifico non mi curo quasi mai della negligenza degli altri. Altrimenti avrei già decapitato Little Boss…

5)Scrivi il secondo capitolo.

Nulla, in assoluto, mi fa bene come scrivere. Meglio di mangiare, di bere, del sesso (eh, sì). Scrivere mi rende la tizia che allo specchio si riconosce. Quindi aver scritto il capitolo 2 di una storia che ho in testa e funziona mi sento vincente. Sono un po’ come Michael J. Foxin Voglia di vincere. La scena con il padre dove dice: Io ho una gran voglia di vincere. Io pure. Ho voglia di vincere da quando ho memoria. Solo che con il tempo la voglia di vincere si è ridimensionata, va detto.

 

E quindi ecco qui che il nervosismo sta scomparendo. Mi sono rilassata. E oggi al corso i miei ragazzisono riusciti a inventare un pre dinner degno del nome, e con entusiasmo, e ciò significa che hanno recepito le lezioni. Credo glielo farò mettere nel menù, dobbiamo trovare un nome adatto.

Lancio un mini sondaggio.

Qualcuno ha voglia di rispondere? Il cocktail è composto da un Gordon’s premium pink gin (aroma frutti rossi), Martini Dry e succo di mirtillo. Sì, lo so, è una rivisitazione del Cocktail Martini. Insomma, se l’ha fatto Hemingway, però, possiamo farlo pure noi, eh. È leggermente abboccato, ma prevalentemente secco. Limpido, perché il succo di mirtillo si deposita sul fondo.

Lo so, lo so, è roba da esperti di bevute. E se avevo fatto una foto era meglio.

Ma si fa per giocare, no?

Note to self (inutili divagazioni)

post 100

 

Questa mattina mi sono alzata e ho scritto questo:

 

“Stamani nell’aria di questa stanza aleggia un leggero odore di malinconia che si mescola alle candele comprate all’Ikea e al caffè.

Quanto sarebbe bello poter essere quello che si prefigge di essere e basta.

Poter seguire il cammino sicuro, senza tentennamenti, senza paura.

Ho comprato delle note.

Post-it prestampati che difettano, nel loro piccolo, della cosa più importante, la possibilità di attaccare e staccare, quindi forse non sono dei veri post-it, ma solo degli stupidi foglietti prestampati, delle note a se stessi, note to self.

Credevo di aver fatto un acquisto geniale, preso insieme al balsamo calmante per polsi (lasciate perdere, questa roba inutile la producono solo per me).

Ora le guardo, qui accanto sulla scrivania, e penso.

I’m great:

certo, lo sono, sono grande, sono forte, sono il tipo giusto. Giusto per cosa, mi chiedo? Giusto per scrivere, giusto per fare la cameriera, giusto per amare, per far crescere, per consolare, organizzare, regalare, fumare, dormire? E poi, soprattutto, giusto per chi? Ti fai troppe domande. Andiamo avanti.

I can do it:

questa è più facile. Lo posso fare. Sono in grado di farcela. Ma posso davvero fare tutto? Posso, che ne so, se davvero lo voglio, viaggiare nel tempo? Beh, no. Non sono in un libro di Dick. E poi sono più un personaggio da King, direi, tipo la moglie di Jack, Wendy, avete presente la dolce Wendy, isterica di paura, con il coltellaccio in mano e l’orecchio attaccato alla porta?

I must not forget:

Non me ne devo dimenticare. Siamo sicuri? Insomma, dimenticare a volte mi sa che è un bene. Tipo dimenticare di essere stata spregevole, di aver fatto soffrire, ma anche solo dimenticare il dolore sofferto. Sennò non se ne esce.

The weekend is near:

affermazione valida anche di martedì. È sicuramente vicino, il weekend. Affermazione innocua, questa, generica, molto fuori dal coro delle altre, un incoraggiamento che sa di Beviti il caffè e ti sveglierai. Se significa che sono vicini i giorni in cui puoi dormire e fare il cazzo che ti pare, allora ok, di solito l’affermazione non è valida per me. Io lavoro in un Ristorante. La mia domenica è il vostro lunedì (nel senso della pesantezza).

Last but not least:

I’m loved:

Sorrido. Sorrido. Sorrido.

Bello poterselo dire. Bisogna essere davvero dei geni per dirselo. Sono amata. Che certezze! Perché tutto ciò che era scritto sopra, insomma, riguarda una sola persona: io. O meglio, Io. Io sono grande, Io posso farcela, Io non devo dimenticare (quella del week end va fuori tempo, non canta con le altre). Ma Sono amata implica un’altra persona. Accidenti, che sicurezza.

Che poi, dico, non è mica detto che essere amati sia un bene, no? Essere riamati lo è. Essere amati, in generale, non saprei. Non sono il tipo che ama gonfiare il proprio ego calpestando quello altrui.

Ho finito. Che è pure troppo.

Nel centro del foglietto c’è uno spazio vuoto. Sono le Note to self extra. Tipo: Finisci il racconto!, Prepara la cena!, Stendi il bucato! Oppure, più semplicemente, Non mentirti!, che già sarebbe una bella conquista smettere di reprimere. Perché, disse il Mentore una volta, Reprimere non è guarire. E io questo insegnamento me lo porto dietro, da anni.”

 

Ora che è già buio e la giornata è passata in un gran turbinio di pensieri, sento che c’è solo una cosa da fare, a parte mettere sui polsi il balsamo calmante: riempire uno di questi stupidi foglietti.

Cazzeggiare pallido e assorto

 

post 39

È una domenica pomeriggio come altre, finito il mio turno da massacro me ne sono tornata a casa ad aspettare Little Boss cercando di concedermi il famoso relax che non trovo mai. Ora. È molto probabile che non vi tornino i giorni, quando leggerete, l’ho spiegato nel Riassuntino…(lato destro del blog, credo, se mi ricordo bene): io scrivo troppo. Nel senso che se dovessi pubblicare subito tutto quello che scrivo, intaserei WordPress. Quindi li programmo e chissà quando leggerete questo… per ora sono avanti di un mese. Cioè. Indietro di un mese? Boh, ditemelo voi, non lo so. E la distanza tra i giorni in cui scrivo e quelli in cui pubblico effettivamente l’articolo sta crescendo come se fosse Blob. Questo significa: A) che devo rallentare, devo farmi una vita, andare fuori, vedere gente, restare umana, come consigliava giustamente Miller nel suo decalogo per gli scrittori; B) che sto dilatando il tempo, anzi, lo sto contorcendo: oggi pubblico qualcosa che è successo un mese fa, ma è come se mi succedesse di nuovo: un paradosso temporale che manda ai matti il neuroncino solitario. 

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che dovrei semplicemente eliminare gli articoli inutili, ripetitivi, fare una selezione, insomma. Ma così rischierei di non pubblicare più nulla, e sebbene quel qualcuno potrebbe esultare perché così divento una cittadina modello, prendo le mie cartacce e invece di buttarle per strada me le metto nella borsa e le porto a casa, a me piace stare qui. Mi piace essere un’incivile del web. E poi lo spazio è ancora grande, tendente all’infinito, quindi, siccome pago le tasse, avrò qualche diritto no?

Questa follia prefatoria, citando Pasolini in Petrolio, non ha un vero scopo. Anzi, non lo ha l’articolo in sé. È solo un mio cazzeggiare pallido e assorto perché dovrei fare la lista della spesa e non ne ho voglia, anzi, non ne ho cervello. 

È che mercoledì è il compleanno di Little Boss: 12 anni tondi e pari (non so perché ma i numeri pari mi piacciono tantissimo, provo tenerezza per loro, e io e Little Boss, entrambe, quest’anno compiamo numeri tondi e pari a dieci giorni- tondi e pari- di distanza. Ma non fate auguri: tanto sarà già passato un mese quando pubblicherò questo), e quindi voglio farle una piccola piccolissima festa. I soliti ignoti a cena: mia sorella con la truppa, mio padre e mia madre con Teresa (se se la porta, che è sempre una Question Mark). 

Ma siccome ormai sapete che detesto cucinare, sarà tutto un delirio di toast e pizzette (con la scusa che ai bambini piacciono). E la torta sarà con la Nutella, ovvio. Questa è una tradizione di ogni anno.

Sarà divertente vedere di nuovo mio padre e mia madre insieme, loro, che non si sono rivolti parola per quindici anni dopo il divorzio e ora sono costretti a stare nella stessa stanza per ore (la tregua tra loro è avvenuta dopo la mia separazione: già avevo problemi con il padre di Little Boss, che non mi rivolge parola e quindi i compleanni di Little Boss sono diventati doppi: uno da me e uno da lui.  Se avessi dovuto farne uno con mia madre e uno con mio padre -separatamente- la piccola rischiava di festeggiare tutto l’anno… molto felice lei, poco io).

Insomma, comunque, ho scoperto che riescono anche a parlarsi, i due, ogni tanto. Ma sempre sullo stesso argomento: la differenziata. Ora, non chiedetemi perché, ma riescono a stare minuti interi a confidarsi dove buttano il barattolo dei pelati o il tovagliolo di carta usato, ridendo come bambini.  E si scambiano opinioni: nel mio comune si fa così, nel mio cosà…

Sono davvero dei grandissimi misteri…

Io, che la differenziata ancora non ce l’ho, fingo di ascoltarli con interesse. Ma ogni volta che mi trovo a casa loro sono sempre confusa sui vari sacchi e bidoncini. Così di solito lascio la spazzatura in giro: ci penseranno loro, che hanno studiato il manuale. 

Cavolo, è già tardi e ancora non ho fatto la lista…

Mi ridurrò a fare la spesa a caso, domattina, infilando nel carrello a istinto, come sempre. Perché l’istinto per le schifezze ce l’ho ancora buono…

Smettila, Moon

Post 27

Eccoci qua, le ferie sono terminate e rientro ora dalla prima giornata di lavoro. Sono sincera quando dico che non mi è affatto dispiaciuto rientrare. Prima di tutto perché in ferie la vita è molto cara, anche se prendi in affitto una casa a prezzo-regalo (diciamocelo: il tempo per spendere soldi si dilata come una pupilla al buio). E poi c’è proprio un fattore movimento che interviene: un corpo abituato a muoversi senza soluzione di continuità per sei, otto ore, se lo fermi appassisce, annichilisce, anche se è il mio, di corpo, cioè un insieme di pelle, ciccia e ossa che detesta la palestra. E infatti lo sport lo faccio a lavoro: portare i piatti nell’ora di punta? La mia marcia. Cambiare il fusto della birra? La mia pesistica. Alzarsi e abbassarsi per prendere le bottiglie nel frigorifero? Il mio stretching. 

E sì, infine c’è lui. 

Tornare a lavoro = vedere TDL. 

Equazione perfetta. Mi accontento di poco, lo so, mi basta vedere che sta bene, un sorriso ogni tanto e poco più. 

Il fatto è che oggi, in realtà, non s’è visto.

Certo, sono rimasta delusa, ma non è solo questo. Il fatto è che sembrava tanto smanioso che il Ristorante riaprisse, tutta la storia del controfiletto, e quindi, appena ho avuto una pausa, gli ho mandato un messaggio. Lui non ha risposto per ore. Poi solo questo: sono cazzi, ciao. 

Mi sono preoccupata? Ovvio! Che cazzi sono? Stai male? Mi devo preoccupare? Ma che messaggio è Sono cazzi? E poi il Ciao che significa?

Problemi personali, ha risposto.

Ecco. Ci siamo. Questo è lo schiaffo di cui avevo bisogno. 

Conosco quasi tutte le beghe di TDL, come lui conosce le mie, abbiamo davvero parlato moltissimo, troppo, lo so, ma insomma, ero uno scambio alla pari, ogni problema personale era argomento di conversazione, sapevo tutto di tutto. Sapevo. Passato. E ora siamo già alla fase che i suoi problemi sono personali e giustamente non ne può discutere con me. Che sono? Cosa sono? Ora, poi, non sono davvero nulla. Già lo ero prima, nulla. Ero quella che se avesse avuto un incidente con la sua barca lo avrei saputo dai giornali. Nessuno sapeva che eravamo Amici (vabbè, prendete la parola con le molle). Ora non ci resta che un sorriso per sbaglio, una mano sfiorata per errore, un saluto per obbligo. 

Dovrei solo pensare a non pensarlo. Questo schiaffo dovrebbe solo farmi capire dove cavolo devo mettermi. Rassegnati. Smetti di pensare a lui, smetti di scrivere di lui. 

Ma invece sono preoccupata. Non faccio altro che pensare a lui in difficoltà. Cerco di essere realistica, ma poi mi risolvo ad essere tutt’altro. 

Eppure non sono io. Questo dovrei mettermi in questa testaccia dura. Non sono io. Non sarò mai io quella che gli starà accanto. 

Smettila, Moon. Smettila di pensare alla vita che non avrai mai. Inizia a pensare a quella che hai già. 

E vivitela.  

 

Con la scimmia di Palahniuk sul collo

post 26Evvai che oggi sono riuscita a prolungare la sensazione delle ferie andando in piscina con Little Boss e una sua amica. Qui, in mezzo agli ulivi (e ai tafani) non c’è davvero nessuno, è pace assoluta. E visto che sono riuscita a sbloccare l’eraeder, mi leggo Palahniuk, finalmente. Mi imbatto in un racconto, Voi siete qui. È il resoconto, più o meno, di una fiera per scrittori dove, pagando, hai 7 minuti per proporre a un editore la tua storia, il tuo manoscritto. Nulla di nuovo, si fa anche qui in Italia. Se vinci ti porti a casa un contratto: clap, clap!

Proseguo e inizio a sgomentarmi. Il caro buon vecchio Palahniuk mi sta dicendo, ora, che buona parte di queste persone racconta solo della propria vita, rielaborandola. 

Forgiata a colpi di martello sullo stampo di una buona sceneggiatura. Interpretata sul modello di un successo del botteghino. Non c’è da stupirsi che tu abbia cominciato a valutare la tua giornata in termini di nuovi spunti narrativi. La musica diventa colonna sonora. L’abbigliamento diventa costume. La conversazione, dialogo”.

E vabbè, nemmeno c’è bisogno di grandi doti per capire il collegamento che il mio neurone solitario ha fatto. Ebbene. Ebbene. Ebbene. Sì. Mi sono sentita punta nel vivo (oltre al tafano, pure Palahniuk). Io, che per anni ho provato a dissimulare dicendo che nelle mie storie non c’ero io, che volevo solo dar voce alla mia gente. Ora mi trovo a spiattellare la mia vita daybyday. Insomma, sono come tutta quella gente alla fiera degli scrittori, gente che cerca di vendere la propria vita su carta. E non è forse che anche io vivo la mia vita Come un romanzo? Non è che mi perdo i momenti per la smania di registrarli? 

Chiudo il racconto a metà. Mai mi sono sentita più lontana dall’idea di scrittrice.

O forse no. Beh, in realtà non proprio. 

In fin dei conti non ho mai fatto l’equazione Scrittura=Denaro. E poi questo scrivere mi fa bene, lo dico sempre, scrivere mi fa pensare. E in questo modo rifletto sulla mia vita, su di me, sugli errori commessi. Insomma, do un senso a tutto. Riordino il caos. E posso sfruttare il mio passato a beneficio del futuro. E non obbligo nessuno a leggere. Non chiedo soldi. Scrivo. E basta.

Quindi no, alla fine, non sono così lontana dalla mia idea di scrittrice. Non ho un romanzo? Dico: non ancora. Ma poi ci arrivo, eh.

Riapro il libro e finisco il racconto. E guarda guarda… le cose alla fine iniziano a tornare. Palahniuk salva l’idea della Terapia della parola. Quindi alla fine concordiamo, eh?

“Un aspetto positivo è che magari questa consapevolezza e questa registrazione potranno spingerci a condurre vite più interessanti. Magari saremo meno inclini a ripetere in continuazione gli stessi errori”.

E infine:

“O magari… forse, chissà, tutto questo processo non è che una preparazione verso qualcosa di più grande. Se impariamo a riflettere sulle nostre vite e a conoscerle, potremo tenere gli occhi bene aperti e plasmare il futuro. Questo diluvio di libri e film, di trame e sottotrame, potrebbe essere il sistema che il genere umano userà per prendere coscienza di tutta la sua storia”. 

Ora mi piaci, Pala. Che io, alla fine, sono una che non usa la letteratura come svago, ma come conoscenza dell’uomo. Se mi devo svagare gioco a carte. Quindi ok. Facciamo che questo blog è anche una preparazione. Un blog multiuso. Rielaboro Socrate: nel mentre cerco di conoscere me stessa, magari riuscirò a conoscere qualcosa di più sull’uomo. 

Cavolo. I miei 7 minuti, però sono scaduti da un pezzo. 

Se ne riparla la prossima volta. 

Mani rubate all’arte

post 15

Questa mattina non faccio altro che guardarmi le mani. Tutta colpa del Mio Primo Cliente, Sergio. 

Sergio è un adorabile vecchietto, anni più o meno centocinquanta, che alle otto in punto (tutte le sere) arriva appoggiandosi al suo bastone, si siede al tavolo tre (tutte le sere) e ordina una grigliata mista (tutte le sere). È più che il classico Cliente Abituale, ormai fa parte dell’arredamento. Faceva il pittore, da giovane, o così mi ha sempre detto. Mai visto un quadro suo e l’unica volta che ho provato a googolarlo non ho trovato traccia. Ma questo non vuol dire nulla. Lo chiamo il Mio Primo Cliente perché quando ho iniziato a lavorare al Ristorante, proprio la prima sera di servizio, ancora non sapevo portare nemmeno un piatto, lui mi ha visto e mi ha scelto. Ha detto proprio: vorrei essere servito dalla biondina, se è possibile (ha sempre modi molto eleganti, quindi tralascio di commentare quel biondina). Devo dire che grazie a lui sono riuscita a sciogliere il ghiaccio (che per me era un iceberg tipo quello del Titanic visto che era la prima volta che lavoravo al pubblico dopo quasi vent’anni di lavoro in ufficio). E da allora lo servo sempre io. 

Ma, come sempre, tendo a divagare. Dicevo delle mani. È che ieri sera Sergio ha detto: hai delle belle mani, biondina (ok, no, non ha smesso di chiamarmi così anche se conosce perfettamente il mio nome). Sarebbe stato interessante ritrarle, ha aggiunto. Poi me ne ha presa una, se l’è rigirata sotto al naso, guardandola come una casalinga guarda una melanzana al supermercato, e ha detto, ancora: queste mani sono rubate all’arte. Non ho saputo dire nulla sul momento. E quando avevo trovato qualcosa da dire lui se ne era già andato. Ho perso il momento. 

Ma mi chiedo cosa davvero intendesse dire, probabilmente nulla, Alzheimer arrivo!, e via dicendo.    

Ma la sua frase mi è rimasta. E stamani mentre sorseggiavo il caffè ci stavo ancora pensando (chi ha rubato le mie mani?), e così ho deciso di riprendermele e sebbene sia convinta che non sarò mai una pittrice, né una pianista, né qualsiasi altra cosa si possa artisticamente fare con le mani (anche le ombre cinesi), in ogni caso le posso usare qui, su questa tastiera, posso muoverle qui. E scrivere ancora su questo blog, riappropriandomene almeno per mezz’ora al giorno. 

Così.  

Cucinare

post 14

Ho invitato per domani sera a cena mia sorella con suo marito e mia madre con la sua compagna. Ogni tanto mi toccano anche queste cose. Nel senso, vedo tutti più o meno volentieri, ma il mio grande dilemma è: CUCINARE. 

Ora, non è che per 40 anni io abbia solo aperto scatolette di tonno e scaldato 4 salti in padella, anzi. Quando stavo con il mio ex ero proprio l’emblema della C.P. (Casalinga Perfetta). Da brava CP non solo pulivo e riordinavo casa ogni giorno, ma ero regolare con i bucati, usavo ancora il ferro da stiro, ma sopratutto cucinavo. Cucinavo di tutto, dal cinghiale al pane, credo di aver fatto la marmellata con ogni tipo di frutto, anche i limoni e perfino i peperoncini, d’estate facevo la conserva, adoravo fare i dolci e i biscotti (mia figlia da piccola adorava mangiare quelli fatti in casa), senza contare le piccole coltivazioni da giardino: salvia, menta, rosmarino, basilico, timo… 

Insomma, la cucina era il mio Regno, come ogni CP. Grembiuli, presine da giorno, tovaglie, tendine. Ero contornata da un sacco di quadretti, fierellini, insomma ero una versione moderna di Biancaneve nella casa dei nani. 

Ma, come ogni brava bulimica di vita, questo vestito così anni ’50 ha cominciato a cedere sulle cuciture. 

E ora sono l’esatto opposto. Cucinare è il mio dilemma. 

Ma siccome lo so fare, mi armo di pazienza e mi anticipo, che domani sarò a lavoro fino a tardi e potrò fare ben poco. 

Quindi inizio a impastare il pane, ché a mia figlia piace allo zafferano, poi metto a cuocere le verdure per lo sformato, ché la compagna di mia madre è vegetariana, infine preparo la salsa per la pasta (sublime assemblaggio di melanzane, pomodori secchi e mozzarella di bufala, una ricetta che ho fregato al Ristorante). Sforno il pane e ha un profumo delizioso, dovrò tenerlo alla larga dalle zampetta golose di mia figlia, penso già a come fare quando arriva un messaggio su WhatsApp: mia madre.

Siccome casa tua è piccola e sai che Teresa (la compagna) non si sposta volentieri da casa, e siccome ho appena fatto le verdure ripiene al forno, che sai quanto piacciono a tua sorella, e siccome tu lavori, poverina, hai poco tempo, io invece sono in pensione, lo siamo entrambe, io e Teresa, e poi ho appena comprato il gelato alla nuova gelateria sotto casa e tu sei così lontana!, si scioglie tutto se lo porto a casa tua, dicevo, perché non la facciamo a casa mia, la cena? 

Due secondi di sospensione mentale, mentre giro le verdure già pronte con una mano e il sugo con l’altra, e il telefono lo guardo da lontano.  

Perché no, mamma? Una bella idea! Grazie! (faccina sorridente)

Contraddirla? Mai! Piuttosto cinquanta giorni di galera in stile Conte di Montecristo. 

Lei risponde con un pollice in su. 

Io con il bacio.

Esco da WhatsApp.

Guardo la cena di domani già quasi pronta. 

Guardo l’orologio: tra poco arriverà Little Boss. 

Il mio pane le piacerà un sacco.

Il GA e il Viaggio

post 12jpg

Ho passato altri momenti della mia vita durante i quali avevo Grandi Progetti. Sono sempre stata una Donna da Grandi Progetti. Appena me li comunicano salto di gioia come fossi una bambina con lo zucchero filato. Poi l’entusiasmo scema appena arriva quella vocina a dirmi: Grandi Progetti? Non fanno per te. Sei una mediocre. Non ce la puoi fare. Keep calm and Porta i piatti al tavolo Uno. 

L’ultimo non è da meno. La proposta? Scrivere testi per un Grande Artista. Lui mette la musica e io le parole. Funziona così, il Grande Artista è amico di amici di amici. Gli amici all’inizio della lista mi dicono di andare a conoscerlo. Guarda che G.A. è un uomo alla mano, bravissimo. Io ascolto la sua musica e in effetti mi incanto, mi piace, sento che ha qualcosa che ribolle nel sangue ed è simile alla benzina che ribolle nel mio.  Passo ore a sentire le melodie, penso a una selezione di parole che possano andar bene, e una domenica mattina mi faccio dare un turno di riposo e prendo un treno. 

Credo che la migliore cosa che possa capitare all’uomo sia fare un viaggio. Il viaggio, come dice Magris, è tutto per l’uomo. Mi godo ogni minuto sul treno, perché non lo so cosa hanno i treni, ma mi piacciono da morire, mi sembra che siano un covo di vite, e in effetti lo sono. La gente, mentre viaggia, si rivela. È come se la guardassi seduta sul divano di casa sua, in un certo senso. 

Osservo una ragazza in piedi in fondo al vagone, è altissima e bellissima, ha i capelli di Arnorld (Che cavolo stai dicendo, Willis?), non so perché non riesco a staccarle gli occhi di dosso, ha un’eleganza anche nel restare ferma che invidio da morire.

Il treno si ferma. La ragazza con i capelli di Arnold scende in due passi. Quasi mi dimentico che devo scendere anche io.

Il GA abita vicino alla stazione. Solo quando imposto sul navigatore l’indirizzo esatto mi rendo conto di cosa sto facendo: un grosso buco nell’acqua. Mi si sta aggrovigliando lo stomaco, le gambe non sembrano voler procedere un granché e quando busso alla sua porta ormai sembro già il fantasma di me stessa. Con i capelli che sono un casino.

Il GA è un omone sudato e spettinato quasi quanto me. Ha la presa forte e un sorriso buono. Mi fa sciogliere in poco tempo il nodo che ho nello stomaco, mi offre del vino, inizia a parlare dei suoi progetti, mille progetti, talmente tanti che non ce la faccio a seguirli tutti, mi capisci? Certo, certo che ti capisco, GA, tu sei un GA e tutte le piccole Moon come me bussano alla tua porta chiedendo quello che ti sto chiedendo io, e tu sei stanco, vorresti solo essere lasciato in pace, ti capisco GA, non credere, e infatti dopo poco ti faccio parlare di altro, ti faccio raccontare delle piccole cose, che lo so come ci sente, da stanchi, e io alla fine sono contenta così, solo per averti conosciuto, perché ascoltare la tua musica, quella domenica, e poterti chiedere le cose, e ascoltare le tue risposte, mi basta. 

Il viaggio, mi ripeto andando via. 

E nonostante i reciproci contatti scambiati e tutto il resto, so che con GA non si farà nulla. Me lo sento sotto pelle. Ma chissenefrega. È sempre stato il viaggio, Moon, mai la destinazione. 

E io ho ancora un sacco di strada da fare. 

Intanto ho iniziato a scrivere un racconto. Su una ragazza bellissima che ha i capelli di Arnorld. 

L’unico modo che ho per pensare è scrivere

Post 11

Sono passati più o meno venti giorni da quando ho iniziato il count down del tempo che ho stimato mi ci sarebbe voluto per dimenticare TDL. Mi sono scontata la pena, diciamo, ma il traguardo è ancora lontano. Va detto che la prima a non semplificarsi la vita sono io: ascolto una playlist su Spotify così deprimente che devo tenere i Kleenex accanto al pc, quando mi fermo un attimo sul divano mi perdo a ricordare le sue parole, rileggo messaggi e mail. Ma sopratutto controllo. Controllo i suoi accessi su Facebook, Twitter, Google+, Instagram, LinkedIn. Guardo se qualcosa cambia nella sua vita, sono una spiona, aspetto che distrugga i miei sogni impossibili con qualcosa di possibilissimo e realistico, come la foto in bianco e nero (che fa più figo) del famoso anello di fidanzamento. Oppure un post con un centinaio di faccine felici che annuncia il matrimonio. Ma nulla. TDL è un riservato, nonostante tutti i suoi maledetti social. 

E poi c’è questo valore aggiunto, i messaggi che mi manda, dove non dice mai assolutamente nulla, è quasi una spam, ma quando leggo TDL sul telefono sento che, sì, il giorno zero è ancora lontano. 

Nel frattempo passo questo mio giorno di festa dal lavoro bighellonando, dormendo, leggendo, scrivendo, guardando serie tv con mia figlia, andando al discount a fare la spesa. E nulla mi appare più superfluo del far scorrere i giorni così, senza di lui. Sento che la vita la sto proprio sprecando, e l’unica cosa buona che ho è la scrittura, questa forma folle di vivere dentro le parole, quelle vere e quelle no, quelle oneste, sempre. Perché solo l’onestà vale qualcosa, ché la verità non esiste, è solo una forma di bugia che raccontiamo a noi stessi, ma l’onestà sta proprio qui, nel capirlo. E le parole riescono a farmi questo, riescono a farmi sentire più onesta (certo, se le scrivo con la pancia) e quindi in un certo senso migliore. E poi mi fanno pensare. Sono l’unico mezzo che ho per riflettere su qualcosa senza avvitarmici (ormai ho rubato a TDL questa parola e la uso non guardando al copywrite). Peccato che tutte le parole che butto in giro, qui o su carta, non servano a nessuno se non a me. 

Credo che il Censore abbia annusato questo la prima volta che ha bussato alla mia porta. Sapeva dove colpirmi per fare male e l’ha fatto. Ha visto che la mia debolezza è il giudizio degli altri e mi ha gambizzato. Io ho provato a scrivere racconti che potessero avere un valore sociale, all’inizio. Ma non c’era pancia, solo belle lettere una dietro l’altra. E, insomma, l’italiano mica lo so solo io ( e poi nemmeno quello, so davvero) e tutto quello che ho scritto era banale, e già scritto. Già detto. Un mio vecchio compagno d’armi, un giorno, mi disse qualcosa a proposito. Ci rigiravamo tra le mani una lattina di birra scadente parlando di racconti, scrittura e stili,  e lui si fermò, mi guardò e mi disse: insomma, Monica, se hai qualcosa da dire, dilla! Credo che conti solo questo. 

Non ha mai avuto torto. Ma io ho perseguito la strada del bello stile, della bella parola, della bella immagine per anni, facendomi sanguinare le mani anche cinque ore al giorno. I risultati che ho ottenuto, nonostante impegno e fatica, non sono poi granché. 

Questo blog, invece, libera le parole scritte con la pancia, che non sono ugualmente nulla, ma almeno mi fanno stare bene. E dico quello che voglio dire, anche se non so quanto gliene freghi alla gente. Che poi, cosa importa davvero alla gente? Ma chi lo sa.

E allora dico quello che ho da dire, come disse il compagno d’armi, urlo (ma a bassa voce, sia mai che i vicini mi sentano) che questa vita mi sta stretta e che sono troppo codarda per fare qualcosa in proposito. Se non, appunto, scriverlo.