Varie ed eventuali: più meno mi trovo sempre qui…

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Questo articolo ha bisogno di una prefazione postfazionata: nel senso che è una follia prefatoria, in puro stile pasoliniano, ma scritta dopo aver finito. Che poi, se ci penso, ogni prefazione è scritta dopo aver terminato la stesura, quindi è una prefazione che va bene. No?

In ogni caso ciò che tento di esprimere saltando di palo in frasca, come spesso mi accade, facendo impazzire il povero Wal, è che non lo dico spesso (ma qualche volta sì), un buon 50 per cento della motivazione che mi spinge a scrivere qui è per la mia Ale. È lei il mio lettore ideale di questo blog. È per lei che cerco di tenerlo aggiornato tanto da non farla preoccupare (anche se sa che meno scrivo più sto bene), è per lei che racconto le piccole cazzate della mia giornata. È il mio modo, spesso, di rispondere alle sue mail, alle sue bellissime mail che mi strappano lacrime, che mi tengono incollata al telefono leggendo e rileggendo. Ale, tesoro, sa solo il cielo quanto mi manchi…

La mia follia prefatoria ha bisogno di un’altra precisazione: questo articolo ha più gusto, a mio avviso, se si legge contestualmente alla canzone in appendice. Billie… quante cavolo di canzoni hai scritto e cantato che mi hanno toccato il cuore?

 

 

 

Più o meno mi trovo sempre qui: a una certa ora della sera o del mattino, con un sottofondo musicale bassissimo, giusto volto a contrastare le canzoni di Coez di Little Boss e le notifiche dei messaggi del mio ex, che si stanno intensificando in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dell’udienza per la causa di affido. Lui urla e sbraita con la piccola, sbatte porte, le manda messaggi al limite della tollerabilità, minaccia me e lei, fa il famoso diavolo a 4, ma siccome è lui, lo fa anche a 6, ‘sto diavolo. È il classico uomo che se solo avesse le palle mi avrebbe già buttato una boccetta di acido sul viso. Meno male non ha le palle…

Ma insomma, come ho detto spesso, questi sono solo i soliti cazzi. I soliti cazzi da 5 anni, dal giorno in cui ho detto basta. E, come ho detto ieri al mio avvocato, alla fine ci sto facendo l’abitudine (come è buffo fare l’abitudine alla violenza, non è vero?) e sono comunque stranamente felice, ho tutto quello che mi serve. Ho una figlia bellissima, simpatica e intelligente, un lavoro che mi affatica sì, a volte, ma mi dà soddisfazioni e tanti sorrisi, ho un bel po’ di amici importanti, roba che non si trova facilmente, devo dire, molti di questi a volte non li nomino neanche qui, ma questo non perché non siano importanti, tutt’altro. Sono la mia rete. Ho l’Amico Speciale, ora, bello avere qualcuno che ti fa stare bene senza assecondarti, che sa come prenderti per farti sorridere anche nelle difficoltà, che poi mi chiedo come fa, lui, con una come me che manderebbe sempre tutto in tragedia, manco fossi un Eschilo o Sofocle, ma sa come pigiare i pulsanti giusti.

Insomma, povera, incasinata, ma felice.

E da oggi anche allenata. Alla fine il primo giorno di palestra è arrivato. Devo dire che un pelino di ansia lo avevo, il terrore di non riuscire a muovermi il giorno successivo aleggiava nella mia testa, già immaginavo il dolore ogni volta che alzavo un piatto o per ogni pizza infornata. Ma il ragazzo, Michele (che tra l’altro, come metà delle persone che ho visto lì, è un mio cliente; tranne una che invece è una mia collega. Quindi come stare al Ristorante… ma con più attrezzi) è stato clemente. Avevo dato un’occhiata alla mia app per sapere quanti chilometri avevo fatto a lavoro e già ero a 7 e mezzo. Ho chiesto venia, quindi, e posso quasi affermare con quasi sicurezza (quasi) che domani non avrò ripercussioni. Vabbè, domani ve lo dico.

Io e Little Boss siamo una bella squadra. Alla fine lei si è impegnata tanto e abbiamo riso tanto ed è stata una bella idea, devo dire.

È la prima volta che facciamo qualcosa insieme, mi ha detto.

Certo che potevamo iniziare con yoga, ho ribattuto.

Ma eravamo entrambe entusiaste del pomeriggio.

Forse lei avrà qualche doloretto, domani, visto che abbiamo alzato gli stessi pesi.

E poi va detto che in effetti sono uscita da lì bella rilassata.

Vediamo come va.

Una frase che dico spesso di recente, che non è nel mio stile, ma che inizia a piacermi. Quel che di imprevedibilità, quel cosa che mi fa scivolare i problemi sulle spalle, quel quando che mi dice Adesso, non domani.

Mi godo i piccoli piaceri quando posso, quando il mio carattere impossibile mi consente: una cena con Little Boss in cui ridiamo di tutto, un bacio rubato all’Amico Speciale tra un caffè e l’altro, una telefonata a un amico lontano, una foto stupida, un abbraccio inaspettato, un messaggio che mi dice Quanto sei bella, un libro di King che non avevo ancora letto, un bicchiere del mio vino preferito, una canzone dei Green day che avevo dimenticato.

Come questa:

 

 

 

 

 

Lettera a Te

post 157

Mi hai mandato un messaggio, ieri, Stasera proverò a scriverti, ma poi no, non ce l’hai fatta e io, che invece stamani volevo scriverti sul canale privato, mi trovo a farlo qui. Qui perché. Qui perché resta insieme a tutta la mia altra vita, qui perché è questo un momento in cui le certezze me le faccio scivolare tra le dita come sabbia e tu e lei, tu e Little Boss siete da sempre le mie certezze, i chiodi ai quali attaccare i fili della mia vita, le due persone che danno un significato all’Amore. e quindi forse di scrivere di te e a te ho bisogno ora, in questo momento in cui le certezze scivolano e ho bisogno di un granello che risplenda in mezzo a tutti gli altri.

Mi dici, mi sa che sei busy, come si dice qua, il linguaggio dei folletti è come il nostro, alla fine, sì, sono busy, lo chiedo spesso anche a Osaro (il mio collega nigeriano, ricordi? Ci hai parlato per telefono), Osaro, are you busy?, quando ho bisogno di una mano, e lui no, non è mai troppo busyper me,  arriva al volo, ‘sta specie di acciuga, stende le pizze per me, mi aiuta a pulire, Thanks, gli faccio, e poi sperimento un po’, Danke, Gracias, Merci, sia mai gli venisse la voglia delle lingue, che poi alla fine Grazieè l’unica parola che so in tutte le lingue del mondo, io Ti amoinvece non so dirlo, citando il film, io Ti amo sono restia a dirlo, lo sono, lo ero, chi lo sa, so solo che all’Amico Speciale non lo dico e non me lo faccio dire mai, forse è scaramanzia vista l’ultima volta che l’ho detto, forse non ha più il sapore giusto, ora, o non serve, non ha scopi.

E potrei scrivere come mille altre volte che mi manchi, ma in realtà non è proprio così, c’è sempre una parte di te che è me, che si è depositata negli anni in fondo al mio cuore, e quando dico Amica non va bene e quando dico Sorella ci sono già più vicina, ma no, non è esatto, dovrei inventarmelo un appellativo per te, un nuovo sostantivo che ci descriva, ma proprio io che amo inventare le parole e giocarci non ho idee. Allora dirò solo che sei un’Ale per me, ti renderò metafora, nel mio piccolo mondo il tuo nome avrà per sempre il significato di un sentimento che è tutto nostro, privato, inspiegabile al resto del mondo, ma che ce ne frega, mica è obbligatorio spiegare, obbligatorio è vivere, quello sì.

In questo momento in cui le certezze scivolano, ti ritrovo, come sempre, fragile corpo di quercia accanto al mio anche a miglia di distanza, la mia incasinata Ale.

E oggi ho voglia di dedicarti una canzone che ha un titolo che ci siamo dette milioni di volte, è un inno a quello che siamo quando siamo insieme, sopravvissute, nonostante tutto e tutti. Sopravvivremo perché ci sono Amori nella nostra vita che sono certezze, che sono veri, che non hanno bisogno di aspettative. Perché, nonostante tante volte ci siamo ripetute che non ne siamo capaci, invece, noi, sappiamo amare.

 

 

 

Vernice fresca

post 130

 

 

Un sabato come tanti, un caffè a lato della tastiera, un maglione caldo (vabbè, sorvoliamo su questa ignominia, io che già volevo indossare t-shirt e calzoncini, li sento lassù nelle scatole, i miei vestiti estivi, tutti a brontolare come me), mille pensieri ancora confusi che fanno faticare il piccolo neurone solitario.

Mi sono presa tre ore per me, una cosa che faccio di rado quando si tratta di Little Boss, quando sta con me sta con me, dico sempre, e non è che quando sta con me e io voglio stare da sola lei mi sia di particolare distrazione, ma avevo bisogno di rimodellare queste quattro mura in solitudine, rimodellarle nella mia testa, cancellare tutte quelle brutte immagini che ci si erano appiccicate una settimana fa, un po’ come dare una mano di vernice metaforica. Perché io, qui, ci devo vivere, e queste pareti devono sempre ricordarmi momenti felici, devo poter guardare un quadro e ricordarmi il bel momento in cui mi è stato regalato, devo poter entrare nel letto pensando a quando ci sono stati gli abbracci e non le lacrime. Per fare questo ci vuole molta concentrazione. E forse un buon pennello. Anche a ridipingere ho imparato in questo ultimo periodo.

Il lavoro è stato fruttuoso. Ho pulito lo specchio cercandomi e mi sono vista, laggiù, un po’ opaca, ma sempre io. E la casa intera ha sorriso, come solo lei sa fare quando torno da lei. Ho capito che eliminare (il primo istinto della fase cianurotica) non serve a nulla, bisogna imparare a guardare di nuovo, in modo nuovo, cambiando sempre lato, senza farsi sopraffare della voglia di crearsi troppe certezze, perché nella vita non ci sono mai certezze, soprattutto su noi stessi.

Nel frattempo la vita sembra essersi rallentata, anche il lavoro è più lento, chissà, forse l’Universo ha capito che avevo bisogno di una pausa. Capitano cose alquanto comiche, come TDL che mi scrive messaggi per consolarmi del mio grande dolore (che ha intuito credo dagli occhi gonfi e le mani tremanti di domenica), mi chiede cosa è successo, scrive Puoi parlarne con me se vuoi, e certo che non lo farò, mi viene da ridere al solo pensiero. Ho accettato un caffè, mi fa tenerezza il modo in cui si preoccupa per me, mi chiedo quanto abbia davvero capito quello che c’è stato tra noi, a questo punto, ma non me ne preoccupo più. Mi sono preoccupata di essere vista, vista davvero, da troppe persone. Ora non me ne frega più nulla, non voglio preoccuparmene più, voglio preoccuparmi di coloro che restano nella mia vita perché vogliono farlo. Perché siamo l’uno per l’altro valori aggiunti. Ed essermi tolta questo pensiero mi alleggerisce, sono stanca di spiegarmi a chi non può sentire, sono stanca di smanaccare di fronte a chi non può vedere. E allora sì, parlerò con TDL delle mille cose che lui vuole sentire da me, come sempre, dei miei progetti, delle mie idee, lui si ricaricherà di stimoli, che poi è quello che vuole, io mi svuoterò un po’ dai pensieri inutili, ma non tenterò più di spiegarmi davvero.

Tra poche ore arriverà l’unica persona che non ha bisogno di nulla per vedermi, nemmeno vedermi fisicamente. Dopo i mesi a studiare la magia in mezzo ai folletti sarà Ale, come sempre, a ricaricarmi l’anima.

E io non vedo l’ora…

Quello che conta. Per Te

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Oggi è il tuo compleanno.

Un giorno speciale per me.

Lo so che ti ho già fatto gli auguri veloci su Whatsapp stamani, e mandato un video scemo con Little Boss, e che ci siamo sentite per telefono fino a un secondo fa, tu con il tuo mal di denti, io con le mie solite paturnie (ma sto migliorando, vero? Sono sempre più brava nella gestione del dolore, qualcosa dovrò pur aver imparato, la maturità a qualcosa porta davvero).

Manca poco, pochissimo al giorno in cui, finalmente, ci potremo riabbracciare. Quanto tempo è passato? Nemmeno me lo ricordo più, amica mia. Ma sarà come essersi viste ieri, lo so. Sarà un po’ difficile riconoscersi all’inizio, più magre, con qualche ruga di dolore in mezzo alla fronte, ma sempre noi, sempre le stesse. Quel nostro rapporto speciale che nessuno capirà, a cui nessuno ha dato credito in passato, la nostra forza, la mia forza ha il tuo volto.

Chissà quanta magia hai imparato laggiù, dai folletti, quante storie dovremo raccontarci fino a notte fonda (ora sono più brava a resistere quando le stelle infiammano il cielo, una piccola eredità di qualcuno che ho amato), quanto dovremo ciacolare, no?

E non vedo l’ora, e stavolta il count down lo faccio per te, siamo già a meno quattro, perché lo sai che i miei giorni finiscono presto, ma per te li farò durare tutto il tempo possibile.

E sì, un giorno verrò a trovarti in mezzo ai folletti, mi farai vedere le tue magie, come hai già fatto nel paese che era un collegio, ricordi?

E quello che io ti auguro è di ricordarti sempre sempre sempre che sei una persona speciale e ciò che ti chiedo, per me, egoisticamente come solo l’amore può essere, è di non permettere mai a nessuno di dirti il contrario.

Io e te sappiamo che la profondità delle cose è insondabile, a volte inspiegabile, che va presa come un atto di fede, a volte bisogna solo arrendersi e crederci, senza paura, e io con te non ho mai paura.

Quando ti dico che ti voglio bene è sempre un limite.

Oggi è un giorno speciale per me.

È il tuo compleanno.

Non smetterò mai di ringraziare questo giorno.

 

Ti dedico questa canzone che mi ha fatto sentire Little Boss. Perché è bella. Perché tu, un po’ pazza, lo sei…

 

Sorellanza

post 113

 

Oggi ho questa specie di frenesia: ho bisogno di parlare con Ale.

La mia dolce amica del Sottosopra, l’addestratrice di fate e folletti che se ne sta in mezzo ai boschi.

Ma non messaggi, telefono: proprio della sua presenza fisica, ho bisogno. Avrei bisogno. Condizionaliamola, sta frase.

Mi manca terribilmente e parlare di lei me la fa mancare ancora di più. Siamo fatti così, è vero, ci si abitua a tutto, alla fine, anche all’assenza, ma mica sempre, eh. Mica sempre. E quando mi succedono cose strane, cose che non capisco e che so che lei invece può sbrogliare, perché lei è bravissima a sbrogliare le cose ingarbugliate, ha proprio il dono dello sbrogliamento, allora la sua assenza pesa come un macigno. Perché la sua capacità è anche quella di sapere quale strada percorrere per riportare tutto alla realtà, tutto qui, sulla terra. Senza di lei, mi sono resa conto, sono un po’ più alla deriva, mi manca una parte, la parte che mi guarda da fuori, che mi conosce, che percepisce i cambiamenti e sa quali sono veri e quali mi passeranno. È come un gancio. E io oggi mi sento sganciata.

Perché nonostante tutto il mio impegno, tutto il mio dannato studiare, leggere, capire, analizzare, auto analizzare, scrivere eccetera, a volte manco di senso pratico (ma è esattamente questo? Senso pratico? Non so, forse è altro, qualcosa che è legato ai piedi per terra, sì, ma … non lo so, se mi viene il concetto giusto prima di terminare correggerò).

E lei è quella cosa lì, tra le altre mille.

E so, lo so, che sta lassù tra i boschi per salvarsi la pelle, so, lo so che questa è la sua vita e la sua scelta, so, lo so che sono felice che lei stia cercando la sua strada, ma so anche, lo so, che mi manca e alla fine un po’ egoisti lo siamo, noi bipedi.

In questa vita lunare, la nuova vita dopo quella vecchia, le cose si stanno assestando. No, non è vero, non sono le cose, sono io che mi sto assestando. Ho ripreso dei ritmi, ho stabilito obiettivi, mi ci sono voluti anni, ecco, quando dico che riesco a riconoscermi allo specchio, ora, sto dicendo anche questo. So cosa voglio, so dove voglio andare e, nonostante i mille problemi, le difficoltà, i cambiamenti, le instabilità, io sono stabile. O meglio, mi sento stabile. Sento che posso contare su di me, il che non è poco. E ho un sacco di amici, in questa vita lunare, veri, sinceri, vicini in molti modi. E sento che posso contare anche su di loro, sulla mia rete di salvataggio (e spero che loro contino su di me allo stesso modo, ovvio).

Quindi sto bene. E negli ultimi tempi sto ancora meglio grazie a un tizio che viene dal Giappone.

Non mi manca Ale perché sono sola. Mi manca Ale perché è una parte di me.

Ci sono poche cose come la sorellanza.

Love affair

 

post 89

Avevo deciso di cenare presto stasera, appena tornata a casa. Metto su l’acqua per cuocere due ravioli (la cosa più veloce e meno impegnativa che si possa cucinare dopo la pizza surgelata), mentre bolle leggo una mail di Ale. Spengo tutto e mi metto qui.

 

Mia figlia ha una cotta. Anzi due, mi comunica. Con una di queste due si è data da fare (che significa chiedere tramite intermediario se c’è interesse anche da parte di lui). E l’altro?, chiedo. Mamma, prima devo sentire cosa dice il primo. Sennò non è corretto. Ci penso su. Uh, ok. La sua idea di correttezza la capisco, quello che non capisco (ma forse dovrei dire: non ricordo?) è come possano piacerti allo stesso modo due persone diverse. E poi penso che se ha fatto il primo passo verso uno forse quello le interessa di più. Ma non dico. Mi faccio i cazzi miei, che già che me lo dice mi pare buono, no? Quello che so è che non ha aspettato. Ha fatto lei la prima mossa. Accidenti, quanta differenza, penso, tra i suoi 12 e i miei 12 anni. Le modalità, alla fine, le riconosco, sono le stesse (qui sì, qui ho chiesto ed è venuto fuori: Ci mettiamo insieme? Ok. E poi giù a non parlarsi nemmeno per mesi finché uno dei due si stanca e molla l’altro), ma io non ho mai fatto la prima mossa con nessuno. Ero una a cui piaceva vincere facile, già. Aspettavo. E basta. Al più lanciavo segnali, da brava ragazza. Ero. Ora mi sa che non lo sono più.

In ogni caso oggi a Little Boss chiedo come è andato il sondaggio. Lei arrossisce (cavolo! Arrossisce! Povera bambina mia, questo difetto del cavolo non dovevi prendermelo. Ora siamo io, te e Levin…) e mi dice che a lui non dispiacerebbe. Uh, ok. Di nuovo. Certo, mi verrebbe da dirgli, non sono proprio le basi giuste per partire. Così vago. Così piatto. Ma certo, sono ancora bambini, lui di certo lo è più di lei, ci siamo passati, no? È come giocare a fare i grandi. Che poi si gioca per poco, un paio d’anni, forse, poi le cose iniziano a complicarsi. E, mentre sono lì che penso a quanto sono felice che lei abbia la sua tresca potenziale e guido verso casa, lei mi fa: che poi tutti pensano che se due ragazzi si lasciano è normale. Ma quando sei più grande, e ti lasci, tutto il mondo non è così comprensivo, sono lì a dire che non hanno più 14 anni. E invece è uguale. Si gira, mi guarda: no?

E ecco. Io non so che dirle. Vorrei poterle snocciolare discorsi sulla responsabilità di certe cose che si decidono insieme e altro, ma in realtà non sono un buon pulpito per questo. Resto zitta come una scema. Abbozzo un sorrisetto altrettanto scemo e alzo il volume a Jhonny Cash.

E poi ecco che arriva Ale. Che è laggiù spersa nei boschi. Lei e la sua magia. Lei e un Lui. Che non ama. Ma di cui ha bisogno. Perché non è mica male trovare il caffè pronto appena ti alzi, avere un corpo caldo accanto al tuo la notte, avere una spalla a cui aggrapparsi. Non viversela da sola, la solitudine.È sbagliato?, mi chiede.

No, Ale. Non lo è mai. Alla fine questa vita non è altro che cercare e trovare piccole cose che ci facciano sopravvivere, che ci facciano respirare. Non sei invecchiata cara amica. Sei solo stanca di camminare da sola. E allora ciò che conta è non farsi del male.

Solo questo: essere accorti e non farsi troppo male. E non fare troppo male.

Io non sono una persona accorta. E mi sono fatta male troppe volte. E ho fatto male per sbadataggine.

Ma alla fine fa parte del patto, questo. Farsi male, fare male. È il rischio, quando ti butti da 4200 metri da un aereo che pilota un tizio che ha preso la licenza di volo a punti al supermercato.

Allora bisognerebbe stabilire quanto sei tollerante al dolore, magari. O quanto lo sono gli altri.

Ma devo ricordarmi spesso quanto sia doloroso per me anche non vivere, mettersi nella zona confort e restarci.

Ecco, stasera la mia Little Boss e Ale me lo hanno ricordato.

In ogni caso sto mettendo da parte una bella scorta di Kleenex per il futuro. L’unica cosa che potrò fare per scaramanzia.

La mia piccola Boss inizia ora: ne avrà bisogno.

 

Stasera la canzone è offerta dal passato che non è mai passato. Un regalo del mio Amico Scrittore.

Qui.

Durante la stagione delle piogge

post 53

È la stagione delle piogge. Doveva arrivare. Non la volevo, ma doveva arrivare. Non la volevo perché la pioggia mi ricorda TDL; non la volevo perché, che voi ci crediate o meno, per andare a portare Little Boss al pulmino devo passare da una passerella sul fiume (attenzione, non è un ponte!), che se piove si inonda e mi costringe a fare un giro lunghissimo: stare in mezzo ai lupi ha i suoi pregi e suoi difetti; non la volevo perché i miei capelli fanno schifo, quando piove, sembro Alda Merini ai tempi del manicomio; non la volevo perché fa freddo e mi tocca accendere il riscaldamento e il che non fa bene alle mie tasche; ma sopratutto non la volevo perché la mia macchina regge la strada come un Ape e quindi sono stata costretta a cambiargli le scarpe, non vogliamo rischiare la vita, no? E quindi, oltre ai soldi, pure lo sbatti sbatti di star lì ad aspettare, mentre veri maschi Alfa (di cui ho la nausea, ricordate?) fanno pessime battute a triplo senso su ogni cosa. Ma oggi è andata benino, direi, anche perché Fascione (che è il vero soprannome del mio gommista) mi ha chiesto dopo aver pagato: vuoi due bottiglie di vino? Oppure del limoncello? Sennò ho anche un salamotto. 

Breve silenzio.

Cos’è, hai le gomme in offerta speciale?

No, è che i nostri clienti li vogliamo o grassi o alcolizzati. 

Così ho scelto di alcolizzarmi. Il vino stasera mi farà dimenticare i soldi che gli ho lasciato. 

E sono tornata a casa con il mio bottino alcolico di ottima annata, decisissima a provare il trucco da vampira per domani mattina. E nel mentre ho fatto una cosa che non facevo da millenni: ho chiamo Ale. 

E come sempre la mia piccola maga mi ispira un casino e dopo un’ora e dodici minuti di conversazione mi ha catapultato qui a parlare del Sorprendere. 

Ok. Lo so. Noi donne siamo bravissime a capirci e non capirci e siamo altrettanto brave a mandare messaggi confusi agli uomini: concordiamo tutti su questo. I nostri No spesso sono e viceversa. Così accade che, quando anche siamo cristalline (come lo sono stata io con TDL) gli uomini si confondano e, privati dalla nascita dell’empatia (non è colpa loro, io e Ale lo diciamo sempre: manca quella gambetta: XX vs XY) non ci capiscano più nulla. Ricordatevi sempre che sono una giustificazionista. Ma. 

Quello a cui davvero gli uomini non arrivano è che una donna va sorpresa. Questo non significa solo arrivare a casa in un giorno qualsiasi con una rosa in mano (che spesso fa solo nascere il sospetto: cosa hai combinato se mi porti una rosa?). Sorprendere è quando non ti aspetti un abbraccio in un momento di debolezza, quando non ti aspetti un fazzoletto quando piangi, quando non ti aspetti un complimento ben fatto (le parole, cazzo, sono così difficili?), quando non ti aspetti che ti stenda il bucato, quando non ti aspetti che ti faccia un regalo per San Valentino…

Ok. Mentre scrivevo mi si è accesa una strana lampadina. Una di quelle a risparmi energetico, sapete? Quelle che all’inizio non ci vedi un cavolo. Poi piano piano ti acceca(le detesto: io la luce la voglio subito come mi pare). 

Sono tornata lì, sono tornata alle Aspettative. E poi sono tornata all’Amico Speciale. E poi al Sorprendere. E poi allo Spazio, l’Armadio. E, ovvio, a TDL.

Insomma, lo so che voi non ci avete capito nulla, siete ciechi come lo sono io, la luce ancora deve accendersi, ma io alla fine mi sono resa conto che sto blaterando a caso. 

Non è quello che fa l’altra persona.

Io credo proprio sia solo in me. 

Ho il sospetto (il sospetto, badate bene) che quello che sto vivendo sia solo Paura. 

Sei terrorizzata, mi ha detto l’Amico Atipico.

Ho bisogno di altro tempo. 

Ho bisogno di pensarci ancora.

E poi, ovvio, come al solito arriverò a delle conclusioni che vanno bene per ora.

Ma senza pensare, che razza di persona sarei?

E quindi ieri era il mio compleanno

post 46

E quindi ieri era il mio compleanno. 

Eccoli arrivati, i 40. Ora sono una che finisce in -anta. 

Vi ricordo che il mio compleanno non era proprio ieri, lo ieri in cui pubblico questo post, come vi ho già scritto, ma circa un mese fa, un po’ meno, ora, in effetti, perché sto pubblicando di più e scrivendo meno cercando di mettermi in pari, cosa che non ho ancora calcolato quando avverrà. Diciamo che quando avverrà ve lo dirò. Quando sarò temporalmente stabile e non rivivrò più momenti passati forse qualcosa cambierà, forse mi sentirò meglio, o peggio, non posso prevederlo. Non posso prevedere nulla, ora, in effetti, al contrario di come faccio di solito, che mi immagino il futuro, lo calcolo eccetera. Mi sento sotto l’influenza del butterfly effect. Sarà la vecchiaia? 

Perché quando arrivi a una soglia e la varchi senti sempre che qualcosa lo hai lasciato indietro. E io oggi voglio dirmi che ho lasciato indietro solo lo schifo, ma non ne sono del tutto convinta. Sono perplessa. 

In ogni caso quello che c’è da qui in avanti sarà di certo un certo tipo di cambiamento fisico. Certo, non da 40 anni e un giorno, sarà graduale. Spero. Forse è per questo che i miei colleghi mi hanno regalato un buono dal parrucchiere, un messaggio del tipo: coprili, quei capelli bianchi, vecchietta. 

Ma giuro che se mia madre mi regala una crema antirughe…

L’Amico Speciale non si è invece smentito e mi ha regalato il suo tempo con me ieri pomeriggio e un Kill Bill  sul mio divano davanti a un piatto di pasta con le cime di rapa cucinata da me, quindi discutibile. No. Non è vero: faceva ribrezzo, ma ha mangiato come se fosse addirittura buona… Lui non è un tipo da regali fisici, un fiore, un foulard, ma va detto che mi regala molte altre cose belle. Nei suoi confronti sono un’arpia, sempre a mettere paletti e divieti, ma non ingiusta. 

TDL invece mi ha solo mandato un messaggio in cui mi chiedeva se era il mio compleanno: San Facebook? Ovvio. E allora perché chiedi. Così gli ho ripeto che no, non lo era, era solo una data scelta a caso per farmi fare gli auguri. Silenzio.

La mia Little Boss ieri non era con me e quindi tra una cosa e l’altra ho ricevuto solo un misero Ah, auguri, mentre parlavamo al telefono di compiti da fare e orari. Sì, sì, lo so. Si rifarà stasera, ne sono certa, quando andremo a cena da mia madre (gulp!) che per l’occasione ha invitato anche mio padre (prima volta a casa sua) che per ricambiare la cortesia la reinviterà in occasione del suo compleanno, a fine mese: insomma: i mondi cambiano e i due divorziati per eccellenza -con urla e sangue- alla fine stanno facendo pace. Ci sono voluti solo 20 anni: un tempo giusto, direi. 

Ma devo dirlo. Il regalo migliore l’ho ricevuto stamani da Ale. Un email lunghissima e bellissima dove mi augurava di fare mille cose splendide, e io manco una ne ho fatta, ma le farò, prima o poi. Ci riesco, prima o poi. 

E allora finisco questo post mettendo un po’ di Ale, qui. Sono certa che non si arrabbierà…

Ciao  Moon, 

è dalle 9 di stamani che converso con te e non lo sai

Ho in mente una scena, non mi ricordo bene quando, in cui te con un bicchiere di vino in mano ti volti e mi dici che non vuoi essere festeggiata per il tuo quarantesimo compleanno.

Mi auguro di cuore che tu stia festeggiando, anzi spero che ti stiano festeggiando come è giusto che tu venga festeggiata.

Ti auguro la sorpresa che io non sono riuscita a farti, ti auguro una leggera arrabbiatura per una festa a sorpresa che non volevi ma è riuscita bene e ti scappa un sorriso 

Ti auguro una improvvisata, un regalo per te da chi pensa a te. Magari niente di romantico, ma utile, perché chi ti fa un regalo utile sa di cosa hai bisogno e ti fa risparmiare magari 30 euro per quel pezzo della cucina che si rompe

Ti auguro una lacrima di nostalgia verso il tempo trascorso, ma un pianto di gioia per il tempo che partorirai da ora in poi

Ti auguro di tenere per mano qualcuno che ti faccia sentire protetta quanto te hai voglia di proteggerla

Ti auguro una sbornia allegra che ti fa ballare una vecchia canzone della Bandabardò

Tanti auguri di routine

Gli auguri della tua famiglia sgangherata, ma neanche troppo

Un regalo inutile ma romantico

Un abbraccio di quelli talmente familiari che non ti ricordi neanche di aver ricevuto ma non per questo meno sentito

Un abbraccio di quelli da stritolo da qualcuno che non vedi da un po’

Una carezza di tua figlia

Un bacio mentre dorme a tua figlia

Ti auguro di trovare una cena pronta quando sei troppo stanca per cucinare 

Ti auguro un pò di solitudine per goderti un caffè e una sigaretta prima di cominciare a correre la tua giornata

Un angolo comodo e caldo per te

Un’arrabbiatura che diventa abbraccio

Una torta bella e comprata

Una torta fatta per te anche se un pochino sbruciacchiata

Una buona torta con 40 candeline da spegnere 

Un desiderio sincero

Un panino cotto e fontina

Uno due tre … cinque cento …mille desideri che vedrai avverarsi

La forza che hai avuto fino ad ora raddoppiata

Un passo dopo l’altro

Ti auguro un cappello buffo(ieri ho visto un matrimonio e voglio un cappello assurdo e orrendo come quelli)

Ti auguro di lasciare le zavorre in un angolo 

Ti auguro un cuore leggero almeno per qualche momento

Ti auguro di arrabbiarti sempre di fronte alle ingiustizie

Ti auguro di trovare la pentola d’ oro alla fine dell’arcobaleno 

Ti auguro di trovare un paio di scarpe belle e comode a 10 euro

Un tanti auguri in ritardo

Un milione di rinascite

Ti auguro di trasmettere a tua figlia la ribellione verso i soprusi

Il rispetto di te stessa 

Un biglietto di auguri sonoro

Le candeline che non si spengono e una cappellino a cono colorato

Una spalla che ti sorregge prima di cadere

Una mano che ti aiuti ad alzarti ogni volta che cadi

Una serata sul divano a guardare qualcosa di divertente 

Ti auguro un viaggio in autostop

Un complimento da uno sconosciuto

Ti auguro di chiedere “hai mangiato? ti cucino un piatto di pasta se hai fame”

Ti auguro di sentire questa domanda rivolta a te

Un sonno ristoratore

La bellezza dei colori autunnali

Di dividere una cena in un unico piatto 

Una carezza che fa scendere i brividi sula schiena

Ti auguro Passione 

Ti auguro….

Di vivere e non sopravvivere qualunque cosa voglia dire

Soddisfazione per te stessa

Un paio di occhi che non ti giudicano e fanno finta di credere alle bugie che dici

Ti auguro ….

Io invece auguro a tutti voi di trovare un’amica così…

No: vi auguro di incontrala, una donna così…

Like a New Born

Post 31E nulla, mi sono installata una nuova routine, quasi fosse un’applicazione: esco da lavoro, torno a casa, passo dal bar qui sotto a prendermi una coca (possibilmente zero, anche se non ce l’hanno quasi mai), mi metto al pc e accendo una sigaretta. E scrivo. 

Scrivo un pezzo di nulla ogni giorno, mi tengo in allenamento, mi costringo a pensare nel modo giusto, senza avvitarmici troppo. 

Stamani ho ricevuto una mail di Ale. Il mio piccolo tesoro nel cuore…

Mi parlava di Pilastri. E cercava di spiegarlo a me, ma prima di tutto a se stessa. I grandi Pilastri delle relazioni umane. Gesù, se è un casino. 

Per fare una casa occorrono fondamenta e cemento. 

Per fare una relazione occorrono Parole che abbiano un significato comune. Rispetto, Fiducia, Sincerità, ad esempio.

Io e Ale, che alla fine abbiamo ragionato un sacco a come riempire queste Parole, ci troviamo ancora a cercare di infilarci tutto a caso, ci infiliamo le persone, i fatti, perfino il meteo (so che sembra assurdo, ma ogni volta che piove io riempio un pezzetto della parola Amore). Ma poi quando ci troviamo a dirle, a scriverle, ecco che di nuovo si vuotano di senso, ecco che avremmo bisogno di ricominciare da capo. 

Quasi sempre. 

Perché Fiducia si riempie alla perfezione quando pensiamo l’una all’altra. Così come Rispetto e Sincerità. 

E mi ci è voluta Ale, di nuovo, per capirlo, per capire che se una relazione è giusta tutte queste parole si riempiono senza sforzo. 

La mia piccola amica sta imparando bene la Magia e me la sta trasmettendo. 

Le sue parole sono riuscite a far scomparire quel nuvolone nero che attraversa ogni tanto il mio cielo.

Dopo l’ultima domanda che ho fatto a TDL (Cosa siamo, ora, noi?)lui è scomparso. Nemmeno una capatina al Ristorante. Nessun messaggio. Riesce ogni volta a svuotare la mie Parole. Ogni volta. 

Ma oggi non mi sento così triste per questo. 

Oggi c’è Ale.

Oggi c’è anche un Nuovo Amico Atipico (NAA) che non credevo così facile da trovare. 

Oggi c’è David Gilmour, anche, che danza proprio davanti a me. 

E domani. Domani c’è un evento su racconti brevi e riviste on line al quale parteciperò e non vedo l’ora di esserci. Sarò con il mio Mentore, quindi l’entusiasmo raddoppia. E alla fine mi accontento di poco. 

Solo di sentirmi me stessa. 

Quindi rispolvero il mantra che avevo timidamente tirato fuori in questi mesi. L’ho girato ieri al NAA. 

E lo collego in maniera del tutto arbitraria al titolo di una canzone che ho sempre amato.

Quindi, Moon, muovi il culo.

E sarà finalmente Like a New Born.

O più spazio o più armadio

post 16

Ale non vive più qui.

Vive da un’altra parte, anzi, dall’altra parte del mondo. In mezzo ai boschi, più o meno, tra le fate e gli gnomi, credo, facendo un lavoro che secondo me ha a che fare con la Magia, quella vera. 

Ci sentiamo quando possiamo, ci scriviamo quando possiamo, proprio stamani mi è arrivata una sua mezza mail (che io immagino abbia scritto fino a che uno gnomo non l’ha disturbata dicendole che a mezzanotte si sarebbe trasformata in zucca o una cosa simile) dove mi parlava di stanze. Vive, per il momento, con una tizia sudamericana, non sa nemmeno lei di dove, non è una donna di molte parole. Io immagino sia una specie di sciamano, ma sono solo ipotesi: cosa davvero faccia Ale lì è un mistero, e se lei vuole che resti tale io la rispetto. Insomma, la tizia-sciamano il primo giorno le ha detto: ci sono due stanze in questa casa. Ne puoi scegliere una a tuo piacimento. Nella prima c’è più spazio, nella seconda c’è invece un armadio più grande. 

Lei ha risposto solo: o più spazio o più armadio: capito.

E questa frase me l’ha girata. E io l’ho girata al mio piccolo neurone, che la sta elaborando per benino. 

Ha ragione: o più spazio, o più armadio. Non si può avere entrambi, bisogna scegliere.

Ho pensato un po’ a tutta la mia vita. C’è stato un tempo in cui avevo un armadio enorme e ben ordinato, ma lo spazio era davvero minimo, soffocante. No. Era una vera e propria Trappola Infernale. Ho passato anni a ignorare il fatto che non c’entravo, nella stanza, passavo giornate intere a guardare solo l’armadio e pensavo: mi basta questo, dopotutto mi basta… ma poi un giorno mi sono svegliata. Non so come ci sia riuscita, ho tante ipotesi e non vi tedierò elencandole. Conta il fatto che mi sono svegliata e che mi sono resa conto che no, armadio bello quanto vuoi, ma ho bisogno anche di spazio. Così ho fatto le valigie (a metà, ovviamente) e mi sono trasferita nella stanza con più spazio. All’inizio era tutto un saltare di qua e di là, la mia mezza valigia entrava perfettamente nell’armadio minuscolo. Chi se ne frega dell’armadio, pensavo: ora sono libera! Faccio la mia vita. Nessuno può più dirmi cosa fare, pensare, vedere…insomma, avete capito. Ma poi ho iniziato a comprare altri vestiti, si vede (sono una donna, dopotutto, amo i vestiti, anche se la maggior parte si riducono a jeans e t-shirt) e l’armadio ha iniziato a essere piccolo. 

Ora. Una persona logica direbbe: compra un armadio più grande e hai risolto. 

La fregatura è che con un armadio più grande ci sarebbe meno spazio. 

Quindi: o più spazio, o più armadio. Non se ne esce. 

Questa complicata metafora si riferisce alla mia (devastante) vita sentimentale. Il mio matrimonio è stato per molti versi soffocante e quando è finito mi sono trovata a gestire un sacco di spazio tutto mio (altro che Una stanza tutta per me, come diceva Virginia! Tutte le stanze ora erano mie!). 

È stato bello, ma poi passa il tempo, Little boss cresce, tra poco sarà una piccola donna, farà la sua vita e le sue scelte, come è giusto che sia, eccetera. E io… forse, dico forse, sento il bisogno di avere una vita mia, una persona accanto e tutte quelle cose lì (ancora un po’ imprecisate). Allora mi dico che TDL magari ha fatto tanta presa per questo motivo. Perché volevo più armadio. 

Perché non ci si accontenta mai di quello che si ha, in fin dei conti. O almeno, così succede a me. L’inquietudine pessoana regna sovrana. 

E così mi dico che alla fine sono fortunata, dopotutto. Ho ancora più spazio. 

Per l’armadio deciderò poi.