Somme e sottrazioni

Post 74Quando accendo il pc mi viene d’istinto di aprire la cartella Moon e il Censore sul mio desktop. Anche quando so perfettamente che dovrei fare altro. 

È stato così anche stasera, sono venuta prima qui, ho scritto una mezza pagina di incoraggiamento e poi ho aperto il racconto sul narcisista. Ed ecco che la distanza dalla meta l’ho accorciata di un migliaio di parole. 

Poi quella mezza pagina l’ho buttata. Aveva assolto al suo compito.

Quindi oggi faccio la somma delle azioni e ne esce una cifra positiva. Anche se devo dire che sono sfinita. E raffreddata. Di nuovo. Qui si gela, non so da voi. 

Il mio premio non in denaro per tutte le azioni che ho compiuto oggi (appuntamento per Little Boss dall’estetista – non commento più questa cosa-, revisione della macchina, voltura del contratto dell’acqua, bucato, racconto, una vera cena per la piccola iena) è un po’ di musica e, più tardi, un bicchiere di vino. Che quando dico che mi accontento di poco è vero. 

Tutto il resto sta andando dove deve andare, come il percorso di un fiume, ogni tanto la vita mi lancia ai piedi qualche Sorpresa che io raccolgo felice per riempirci questa parola, Sorpresa, una parola che anni fa avevo svuotato del tutto. E quindi ci mettiamo l’Amico Atipico che si sorbisce la mia lagna per un racconto rifiutato da una rivista; ci mettiamo aver parlato con qualcuno che pensavi fosse in modo, scoprendo che in realtà è proprio così (ogni tanto il naso mi funziona ancora, anche se è raffreddato); ci mettiamo l’operaio del comune che mi porta a casa due bottiglie di vino come regalo di Natale; ci mettiamo un biglietto criptico lasciato nella tasca della mia giacca dalla mia collega zen, La Verità è il cammino, il Bene l’azione e il Bello il sentimento (Meishu-Sama), che ancora devo capire cosa cavolo significa, sul serio, ma lei è una che fa Sekai e qualcosa, non so che diavolo di disciplina sia, fatto sta che oggi ha visto mia madre (che è passata a trovarmi) e quando se ne è andata ha detto: come si vede che andare d’accordo. E io penso: come si vede che questa disciplina ti fa usare droghe pesanti. Ma non lo dico. 

Ci voglio mettere anche, nella parola Sorpresa, le mie nuove reazioni nei confronti di TDL, che mi manda messaggi per chiedermi quale vino si abbina con il tartufo. Già che penso che il tartufo sia sprecato per uno che lo vuole tagliare a tocchi con il coltello… e poi non ama il Chianti. Mi chiedo allora quale vino ci berrà, il Tavernello? Ma la Sorpresa, dicevo, è nelle mie reazioni. Stanno sparendo. Quelle fisiche, dico: battito accelerato, voce squillante, gambe che cedono… Lo vedo e nulla. Mi manda messaggi e non corro a leggerli. Non lo sto più evitando. Anzi, spesso lo cerco. E le nuove reazioni mi sorprendono (piacevolmente). Forse c’è stato un chiodo scaccia chiodo un po’ sui generis. O forse è arrivato il momento che tanto aspettavo dall’inizio. Ogni giorno che passa sento che c’è qualcosa di meno.  Le emozioni a sottrazione: che cosa buffa in realtà. 

Oggi ho aggiunto, quindi, fatto somme, sottratto.

Arrivata a fine giornata mi sento un calcolatore.

Forse ha ragione Barbara: dico dico, ma poi da un certo orecchio non ci sento mai…

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Il percorso dei sentimenti (un articolo complesso: leggere moderatamente)

post 71

 

 

Quello che trovo estremamente buffo nella mia vita è il modo in cui mi arriva la stanchezza.

Quasi mai è una stanchezza fisica, così come i dolori, quasi mai sono dolori veri, e con veri intendo non causati da quel piccolo neurone solitario, che sì è solo, ma fa gran danni.

E quindi mentre sono lì che rifletto sul perché ho un dolore allucinante al basso ventre martedì mattina, ecco che arriva la risposta: sono semplicemente incazzata. E accanto a incazzata ci metto: delusa, allibita, preoccupata e tutta un’altra serie di aggettivi che vi risparmio.

Insomma, pensavo che il vero scalino di questo mese fosse (in ordine di comparizione): mettere il punto simbolico con TDL, lasciare l’Amico Speciale e farmi togliere un tumore.

Ma no.

Il vero scalino sto per farlo adesso. La vera guerra inizia ora. Il padre di Little Boss ha dichiarato che non vuole più fargli da padre. E io, che finora ho tollerato le sue follie, ora ho deciso di non tollerare più nulla. Anzi, lo ha deciso Little Boss.

Saranno mesi duri. Molto duri. Ma sopravviverò anche a questo, ne sono certa. Ho un fine ben preciso che ha i capelli neri, adora le serie tv e ha i primi brufoli sulla pelle.

Penso ad altro per distrarmi mentre il mio avvocato mi prepara l’armatura e l’elmetto.

Penso al percorso dei sentimenti. Ovvero: come sono arrivata a provare un certo sentimento per quella persona?

Ora, detta così può suonare una cosa stupida, ma sono un paio di giorni che ci ragiono su senza venirne davvero a capo, diciamo che la mia è solo una sensazione, ed ecco perché ho bisogno di scriverla qui. Stavolta anche per avere un parere.

Fate conto che esiste una persona nella vostra vita. Chiunque. E questa persona fa cose che vi fanno stare bene e cose che vi fanno stare male nel corso degli anni. A un certo punto il vostro neurone solitario decide che, sulla bilancia, nel piatto del Bene c’è meno roba che nel piatto del Male. Quindi prendete una decisione a riguardo. Il vostro sentimento nei suoi confronti sarà di un certo tipo (ma può accadere anche il contrario, che il piatto del Bene sia più pesante, non importa: è solo un esempio). Passa il tempo. Accadono anche altre cose. La bilancia pende un po’ a destra e un po’ a sinistra, spesso si inclina tutta da una parte ricordandovi il vostro sentimento. Potete anche cambiare idea, ovvio, ma ci sarà comunque un percorso del sentimento che vi ricorderà, ad esempio, che comunque il piatto del Male (o del Bene) è stato ricolmo. È tutta una questione di bilanciamento, non so se mi spiego.

Dove voglio arrivare… il fatto è che credo che il mio lampione che segna il percorso del sentimento abbia qualche problema. Mi dimentico spesso le cose brutte che mi hanno fatto nel corso degli anni, le metto in un cassetto, dimentico come cavolo stavo in certi momenti per colpa di alcune persone. Tendo a perdonare perché il mio cervello mette da parte certe cose. Il che, scritto così, è inquietante. È come se fossi sempre sprovveduta.

Ma la cosa peggiore è che ci sono volte, invece, che il mio istinto parte per riflesso e alzo muri a prescindere proprio per non ripetere certe esperienze.

Quindi: da una parte dimentico, dall’altra no. Ma lo faccio nel modo sbagliato. E con le perone sbagliate.

Mi rendo conto che il mio ragionamento sia molto contorto. Neanche metterlo nero su bianco lo ha reso cristallino.

Chiunque sia arrivato in fondo senza vomitare per il giro su stesso che ha fatto il proprio cervello può dirmi la sua sul percorso dei sentimenti.

Nel frattempo io mi godo la vista della stella di Natale che mi è stata regalata dalla Misericordia. L’ho fotografata. Ma Little Boss mi ha suggerito, giustamente: perché non la metti fuori sul pianerottolo così non la vedi morire giorno dopo giorno?

Chissà se riesco a farla vivere almeno fino a Natale…

Volevo essere breve. Cazzo

post 59

E mi piacerebbe che poteste sentire questa canzone mentre leggete, ma non so come funzionano davvero i video qui, su WordPress.

Mica perché sia una bellissima canzone, anche se devo dire che Spoty l’ha trovata per me e quindi va da sé che mi piace, solo che scrivo queste parole con queste note in loop, perché se una canzone mi piace faccio così e la ascolto in loop, perché se una canzone mi piace significa che mi fa stare bene(o male, fa lo stesso) e io voglio sentirmi in quel modo il più a lungo possibile. Voglio sentire, provare, toccare tutto quello che mi fa sentire viva.

E stasera sto (stranamente) bene con me stessa, cavolo quando sto bene, mi guardo allo specchio e mi piacciono quelle linee viola sotto gli occhi, il pallore da enfisema, lo zeroseno sotto la maglietta, i capelli bianchi, pure quelli (prima o poi ci vado dal parrucchiere a sfruttare il buono che mi hanno regalato i colleghi). E mi piace il mio sorriso.

Perché sto bene? Sarà questa canzone? Santeria?

O sarà il cielo nuvoloso? Il turno doppio? Il mio ex che si incazza perché ho deciso di non mandare a scuola Little Boss lunedì per poter stare un po’ di tempo con mio padre? L’ospedale che chiama per dirmi che sì, c’è bisogno di fare due parole, ma non puoi dirmelo ora? No, non si può, la privacy eccetera , devi aspettare giovedì. Sarà TDL che non mi chiama per il nostro famoso incontro?( Ma mi manda messaggi per cose inutili, cose che sa già, diamine, gatto e topo!) Ormai sarà la prossima settimana, mancano due giorni a lunedì, il lunedì che dà il via alla settimana prossima, e lui nulla, non fa quello che ha detto, non mi fa sapere, cosa che mi aspettavo, certo, lui si fa da parte, è un gentleman, dirà così, cavolo, I Known my Chickens, li conosco bene. Che poi è solo un modo per prendere tempo, crede che io sia una stupida? Lui non sa che io so. Ma sì, va bene così, il punto che voglio metterci alla fine lo metterà lui in questo modo vigliacco, ma conta il fine, giusto?

E pensavo a una cosa, questa cosa della Sfera e del Cubo, Vittorio mi hai fatto pensare, maldetto dramma quotidiano, il mio pensiero, amico-nemico della mia vita, che poi penso davvero a caso, a volte, confondo la realtà con i sogni, non i sogni ad occhi aperti, proprio quelli che si fanno la notte, e ieri ho sognato di nuovo di nuovo di nuovo TDL, che mi incrociava e non mi guardava, non mi riconosceva nemmeno, che poi so perché l’ho sognato, il mio subconoscio mi sta mandando dei segni belli grossi di recente, potrei ignorarli e fare di testa mia, ma alla fine ci faccio i conti.

Divago. Come sempre. Pessima questa mia abitudine di perdere il segno, di smarrirmi e dover ricominciare da capo.

Pensavo alla Sfera e al Cubo, dicevo. Sì, ok, sono la Sfera: sempre in movimento e sempre la stessa faccia, la mia natura è rotolare via, ma non da tutto. Per molte cose sono un Cubo stabile: lo sono per il lavoro (mi serve, devo essere meno rotolosa possibile), lo sono per Little Boss (cerco comunque di essere una buona madre, di darle degli esempi discreti, non buoni, magari, ma io ho ceduto alla dura realtà dell’imperfezione e mi preme che impari questo, che impari a non pretendere la perfezione da se stessa, questo le salverà il coca button – tradotto: culo-), lo sono per… basta. Ho finito. Per il resto resto una Sfera.

Ed ecco, se c’è una cosa che mi piace di questo posto è questo: l’interazione. È come essere in un posto dove vuoi stare e parlare con chi vuoi parlare. Sono sincera: non credevo funzionasse così. Credevo che avrei scritto e basta. Libera il Censore, Moon. Ma qui le persone leggono. Non tutti, ma chissefrega, molte leggono davvero quello che scrivo. Il che per me è sorprendente. E io leggo. Leggo tanto. E assolutamente leggo. Nel senso che non metto mai un tic a niente che io non abbia effettivamente letto. Preciso perché qualcuno, giustamente, a volte polemizza su questo. Ma io leggo tutto quello che tocco con il mouse. Poi magari non ho un cazzo da dire e meno sto zitta, ma leggo (Sembra quasi un’intimidazione…scusate). Leggo perché quello che mi interessa siete voi, mi interessa il Dentro della gente, mi interessa capire e qui a volte, se stai attento, certo, se  stai attento lo vedi, un po’ di Dentro. Lo vedi anche fuori, certo, ma ti ci vuole più sbatti sbatti. Serve Tempo. Serve fiducia. Cose che non sono facili da ottenere.

Volevo essere breve.

Cazzo.

ps: i tag di questo articolo sono davvero a caso: perdono?

Le considerazioni di base

post 58A volte mi capita di notare le coppie.

Non spesso, a dire il vero, ma capita. Sopratutto quelle non più giovani, diciamo non giovanissime.

Ne vedo passare tante al Ristorante.

Ne vedo passare tante anche per la strada.

Sono così orribile che spesso li guardo e penso a cosa ci sia di storto in loro, per cosa litigano, per cosa si odiano a vicenda,  per cosa si lanciano i piatti. Per cosa non si rivolgono parola per giorni.

Sono così orribile che non vedo mai l’amore, anche quando mi viene raccontato non ci credo.

Ok. Non ci credo alle coppie felici.

Non ne ho mai conosciuta una in intimità, forse, ma quello di cui sono sicura  è che a me non è mai successo di essere felice davvero con un’altra persona accanto.

Ora, questo potrebbe sembrare molto triste, molto Poverina, non hai mai incontrato quello giusto, ma noi sappiamo, vero? Lo sappiamo.

Vediamo, allora, di partire da quello che so io tanto per cominciare.

So che ho una predisposizione innata nel mandare a puttane le relazioni, sopratutto quelle che mi pare possano sboccare in una sicurezza e in una tranquillità che potrebbe anche prevedere il tenersi mano nella mano passeggiando in un prato, magari. Non necessariamente, ma ci stiamo intesi.

So che ho una predisposizione particolare nel togliermi ciò che mi fa bene, perché questo mi fa sentire in colpa, come se il mio cervello dicesse: Stai sfruttando quella persona, Moon, lo fai per il tuo bene, non per il suo.

So che ho una predisposizione particolare nell’infilarmi nei casini perché tendo a dire quello che sento in quel momento senza pensare alle conseguenze. E oltre a ciò, intendo, se ciò non bastasse, non sono capace di stare sola, lo desidero, nel senso che desidero uno spazio mentale solo mio, in cui io penso a me e Little Boss e basta, ma non succede mai, non è mai successo da quando ho , boh, quindici anni? Mai stata sola.

Ma non solo.

Mai stata lasciata.

Mica ho avuto chissà quanti uomini, ma sebbene con estrema fatica e sofferenza, come nei casi recenti, sono sempre rotolata via.

Ciò ti porta a pensare, vero?

Mi porta a pensare tante cose, tantissime, cose che ho già pensato e credevo di aver superato, ma no, si vede che è il mio modus operandi , sono una serial killer delle mie occasioni di felicità.

E non capisco perché.

Sono cinica, ok, non voglio ammettere che la felicità esista, da qualche parte.

Ma c’è di più.

Trovo sempre un sistema per soffrire.

Non riesco ad accontentarmi. Ma nel senso specifico: non riesco a farmi contenta. E allora spero che lo facciano gli altri. Il che è assurdo per definizione. Specie per una cinica come me.

Per essere felici basterebbe cederci, alla felicità. Non crederci.

Che cedere sia proprio il termine giusto. Lasciarsi andare.

Ma per una come me significherebbe solo arrendersi al fatto che la vita fa anche schifo. E che la felicità è come la solitudine, non una condizione, ma uno stato d’animo.

Non ci sono ancora arrivata a queste considerazioni di base.

Teoria, pratica e il Nulla che dilaga

post 57

Sto facendo una versione stracciona dell’happy hour mentre aspetto che il riso sia cotto ( mi piace il riso, va bene? Con il mio ex era impopolare, così come le linguine – o bavette, come le chiamate?-. E va da sé che ora in casa ho solo riso e linguine. Little Boss ogni tanto ci prova a chiedermi le penne, ma per la  pasta corta ho sempre delle remore… ) e sto pensando se trascrivere quello che ho scritto a penna oggi pomeriggio oppure scrivere tutto da capo. 

Indubbiamente ho già iniziato a scrivere da capo, quindi potrei continuare. 

Lì chiusa nell’abitacolo di Winny (la mia macchina si chiama così) ho iniziato con questa frase: non mi sto portando da nessuna parte.

Il fatto è che scrivo e scrivo e mi sembra di essere arrivata a delle conclusioni, ma non è affatto così. Perché il nocciolo è che non ci sono conclusioni a cui arrivare. 

Affronto la vita come se fosse un problema matematico, quindi l’errore esiste già in partenza. Senza contare che io e la matematica ci piacciamo sì, ma non è che abbiamo mai mangiato assieme.

(Qualcuno mi ha detto che sono discalculica, detta così sembra un’offesa pesante, in realtà è perché spesso, presentando i conti al Ristorante, inverto i numeri: il tavolo sei deve pagare 30 euro e 70? Ecco che io gli dico: 70 euro e 30 – generando non poco panico, ovvio-. La mia ipotesi è che invece la mia sia solo fretta. Sono nata con il sale sulla coda – o con la coda sul sale, scriverei, se fossi dislessica- e quindi ogni cosa tendo a farla nel minor tempo possibile. E quindi a volte ci sta che il mio cervello si confonda, no? Inverta le cose. Ok, ok: questa potrebbe essere solo l’ennesima versione edulcorata di me stessa, ma potrebbe essere, no?)

Terminata questa interminabile parentesi. 

Ce l’ho, la mania di calcolare la vita come se fosse un’equazione, che peraltro non conosco. Come se il nostro comportamento fosse solo un’insieme di azioni logiche, concatenate le une alle altre, e invece no, diamine, non siamo logici, consequenziali, coerenti, non siamo macchine, non possiamo calcolare i centimetri di una reazione, i minuti di un sentimento, i centilitri delle lacrime. 

Grande applauso a me, Brava Moon, come sempre sei la migliore per la teoria. Logorroica e prolissa (dipende cosa fai)poteresti rigirare il mondo come un calzino, ma poi c’è la pratica e tu, ammettilo, fai schifo nella pratica.

Quindi riassumo: il mio neurone solitario sa. Sa che non può calcolare tutto, che i sentimenti non si posso combattere, non si può metterli in una scatola da scarpe e spedire sopra l’armadio come una vecchia foto di cui ti vergogni. Eppure continua a provarci…

Io lo amo, lo amo ancora, diamine, lo sogno spesso, come stanotte, seguo le linea della sua schiena quando se ne va, lo guardo appena so di non essere vista, a rischio di farmi esplodere il cuore. 

Eppure sento anche un gran vuoto.

Come se si fosse portato via una parte di me. Magari quando lo vedrò da sola riuscirò a farmela restituire. Oppure questa cosa, vederci, non accadrà mai più. 

Sento che non ne ha voglia.

Che non ha più voglia di me (come biasimarlo?)

Nemmeno cinque dannati minuti.

E a scrivere queste cose il Nulla dilaga, rischia di distruggere Fantàsia. Ricordate il film? O il libro di Ende, ancora meglio.

Ma questa frase l’ho già detta. E Sebastian dopotutto l’ha salvata, Fantàsia. 

Il lieto fine…

Quello che lui voleva per me, voleva che avessi il mio lieto fine.

Senza capire che il mio lieto fine era lui.

Piccoli passi da geisha

post 56

Ok.

Vediamo cosa riescono a fare la mie mani qui, stasera, le mani rubate all’arte, come mi disse una volta Sergio, il Mio Primo Cliente.

Sto muovendo i miei piccoli passi, piccolissimi, sembro una geisha con sul kimono stretto, ma qualcosa lo sto facendo, e il mio naso mi dice che non sono passi a caso, che lo sapete che delle cose fatte a caso, ormai, ne sento l’odore.

Il primo passo era parlare con l’Amico Speciale. Faccio un tick: spuntato.

I risultati? Nessuno può saperlo, come mandare una sonda su Marte: tante previsioni, nessuna certezza.Intanto oggi mi ha chiamato, per sapere se sto bene: lui è così, non sparirà.

Il secondo passo era lui. Sempre lui. Maledetto lui.

Io questa storia la devo concludere: simbolicamente, almeno. E invece ogni volta che gli ho chiesto cinque minuti per parlare solo io e lui ha accampato mille scuse, tanti Spero che non sarà l’ultima, tanti Se e tanti Ma.

L’ho inchiodato con un trucchetto giusto due giorni fa.

Il trucchetto è stato dirgli: voglio vederti l’ultima volta come dico io.

Il testosterone ha accettato: quando?

Anche sabato.

Ma sabato ho poco tempo, magari rimandiamo.

E ti pareva.

Ma io sono paziente, caro TDL. È da Agosto che scrivo di te (vi ho risparmiato tutto quello che è stato prima), quindi settimana più settimana meno…

Che poi alla fine se avesse accettato per oggi, che è sabato, appunto, sarebbe stato un disastro anche per me. Perché ho una paura maledetta di vederlo. Ho bisogno di farlo, perché ho bisogno di capire (tentare di capire) cosa sta dietro a quel tremore che ancora provo appena entra al Ristorante. Ho bisogno di guardarlo negli occhi (quel maldetto fremito che ha all’occhio destro quando mi guarda… maledizione, come fanno a fregarti così i dettagli?)ci sarà ancora?

Al contrario di quello che penso dell’Amico Speciale: come vorrei saperlo ignorare

Che poi, siccome non sono capace di restare fuori delle cose che non capisco, siccome ho sempre bisogno di andare a fondo, mi sono pure infilata nei casini con l’Amico Atipico, che ho smesso di sentire perché mi stava facendo bene.

Ok.

La follia sta cercando di prendere la residenza, qui, io lo so.

Se la guardo da un profilo prettamente logico io sto eliminando tutto quello che mi fa bene per andare incontro a tutto quello che mi fa male. Io sono una dichiarata Masochista Del Cazzo (MDC), ma questo non può spiegare tutto.

Me lo auguro, almeno.

I piccoli passi da geisha, ricordate? Sono io. Piccoli passi. Perché ci sono delle cose che non mi tornano. Ma capire quali cavolo siano… è tutta un’altra storia.

Quello che ancora non so di me

Post 50

 

Ci sono, non ci sono.

Vado e vengo.

AC/DC.

Non so perché ma queste parole me le ripetevo prima sotto la doccia, e di nuovo mentre mi asciugavo i capelli. 

Ci sono, non ci sono.

Vado e vengo.

AC/DC.

Oggi va così. Non sono sempre presente a me stessa, mi perdo, perdo, e non mi trovo. 

È come se stessi, a tratti, vivendo la vita di qualcun altro.

La conosco, questa sensazione. La conosco bene. Solo che erano mesi che non la provavo. Molti mesi. 

Tutto questo mi ricorda un mio professore al liceo. Dovevamo consegnare un tema sul Paesaggio interiore e si vede che il mio, di paesaggio, era davvero desolato o che so io, perché mi fermò, dopo le lezioni e mi disse: tu sei troppo sensibile. Usò quel Troppo. Non disse sensibile e basta, né molto sensibile, ma Troppo. Quindi, in un certo senso, mi stava dicendo che non andava bene, che avrebbe portato a conseguenze funeste. Ma certo, avevo sedici anni, in piena fase adolescenziale (allora l’adolescenza non arrivava a dodici anni, come adesso: eravamo un pelino più ritardati, diciamocelo), un po’ in crisi come tutti quelli che leggono Leopardi e restano affascinati dalla filosofia.  Tutto nella norma, quindi. 

Solo che ci penso anche adesso e scopro che forse tutti i torti non li aveva. Ancora oggi ci sono momenti che sono senza pelle, così vulnerabile a qualsiasi cosa che allora mi chiudo e stop, mi ritiro, come fa la mia tartaruga nel suo guscio, preferisco non parlare con nessuno, mettere la maschera del Va tutto alla grande (mia madre ancora ci casca), ma non andare oltre. Ogni parola potrebbe farmi male. 

E dentro mi sento così gelida, così invalicabile che ferirei anche chiunque si avvicinasse. E lo faccio. L’ho fatto e lo faccio ancora. Dovrei mettermi un cartello sulla fronte : keep out. Almeno le persone sarebbero avvisate.

Così, scrivendo, così è facile, lo ammetto. Sono io che parlo (scrivo), nessuno di fronte a me, nessuno a dire la sua nell’esatto momento in cui finisco di dire la mia. Così è facile. 

Nel momento in cui questa roba sarà sul web io mi sarò ricostruita la pelle, lo faccio sempre, è roba di poche ore, a volte, o pochi giorni. Ma ora, ora che vado e vengo, ora è complicato. 

Questo per dire che poi, alla fine, non sono così graziosa, diciamo che sono un mogwai. Carinissimo, certo, finché non gli date da mangiare dopo la mezzanotte: a quel punto ecco che arriva il gremlin. La mia capacità è di tornare un mogwai. E a trasformarmi in gremlin ci penso da sola, senza l’aiuto di nessuno. Sono un’ottima trasformista. 

Quello che ancora non so di me è come accade, perché accade e come impedirlo a lungo termine. Ma ci sto lavorando da anni, tanto che almeno ho capito che in certi momenti la gente la devo evitare. Ma punto in alto. 

Io punto sempre in alto per certe cose. 

Sei singol?

post 48

Stasera mi sento davvero cotta a puntino, non lo è il mio cervello, piuttosto il mio corpo, ma va bene così perché mi sono presa un po’ di carica emotiva e mentale oggi, quando passi dei bei pomeriggi e c’è qualcuno che trasforma le lacrime in sorriso, allora siamo messi bene, la vita si può tollerare.

Quindi posso permettermi anche un po’ di polemica. 

Oggi punto a Facebook.

Eh, che bersaglio facile, come sparare sulla Croce Rossa, però. 

Che poi il mio vero bersaglio non è Facebook. Nessuno è obbligato ad avere un profilo social. Non è che la gente per strada non ti saluta se non lo hai o cose del genere. Solo che ammetto che per me è comodo: comodo per il lavoro, per la scrittura, per le notizie (poi io metto in cima alla sezione notizie solo alcune cose che mi interessano, tipo case editrici e blog letterari eccetera, il mio Facebook è noioso, dice Little Boss, che invece siccome ha meno di 50 anni non ha Facebook, ma Instagram, il social che conta, dice). E quindi nulla, ho Facebook, lo uso, chiedo amicizie e do amicizie. Ma a volte capitano quelli che, amici di amici, ti chiedono l’amicizia e dopo 4 secondi netti dal momento in cui gliela hai data partono con Messanger. Alcuni sono solo cortesi del web: grazie dell’amicizia, bentrovata. Altri sono decerebrati. Messaggio tipo: ciao, superbellissima, mi piacerebbe conoscerti. E quindi se non mi conosci da cosa hai dedotto che sono superbellissima? Da quella foto in croce che ho sul profilo, io e Little Boss al matrimonio di mia sorella, io con i baffi finti e lei con la pipa? Io le foto le detesto, quindi sul mio profilo devi scavare a lungo prima di trovarne, che è più facile, molto più facile, che nelle foto in cui Ci sono io, ci sia la copertina di un libro. 

Oggi invece questo la fa un po’ più lunga. Prima mi chiede se sono parente di X. E perché mai? Ma rispondo cortese. Poi si scusa. Di cosa? Che mi ha scritto, dice. Vabbè, gli rispondo, mica mi hai dato un ceffone, stai tranquillo, buona vita. 

E qui parte all’attacco: sei divorziata? Sei singol? (giuro, scritto così).

Rispondo: né l’uno né l’altro (vediamo se capisci che non sono interessata. E mi compiaccio pure del due di picche elegante… Che idiota che sono!). 

Ma ovvio, sopravvaluto. Io mi sa che l’ho di vizio, di sopravvalutare la gente. 

E infatti ecco lì che risponde: ah, sei libera, come me! Magari in cerca di un ragazzo. Esci con le amiche stasera? 

E nulla, qui desisto. Metto il telefono nella borsa e lo ignoro per ore. Proprio non ci penso, grazie al cielo, ho ben altro da fare. 

Ma poi torno a casa ed ecco che il tipo si è fatto pure permaloso. Ecco, scrive, ti ho già rotto le scatole. Non pensavo di darti noia (ho corretto gli errori grammaticali per voi: ringraziatemi, anche i vostri occhi apprezzeranno). 

Così mi impietosisco, e gli dico che ci siamo fraintesi, che non sono single (io lo scrivo giusto, chissà se se ne accorge). 

Ah, fa lui.

Peccato.

Sennò ci provavo.

Ecco, uomini alla lettura: per favore, per pietà, per supplica: non fatelo. Non mandate messaggi a caso alla prima donna che vedete nella schermata Persone che potresti conoscere. Almeno prima date un’occhiata al profilo, che se è una che legge come un treno come me non ve li perdona, gli errori grammaticali.

E non perdona nemmeno il ritardo mentale…

Cazzeggiare pallido e assorto

 

post 39

È una domenica pomeriggio come altre, finito il mio turno da massacro me ne sono tornata a casa ad aspettare Little Boss cercando di concedermi il famoso relax che non trovo mai. Ora. È molto probabile che non vi tornino i giorni, quando leggerete, l’ho spiegato nel Riassuntino…(lato destro del blog, credo, se mi ricordo bene): io scrivo troppo. Nel senso che se dovessi pubblicare subito tutto quello che scrivo, intaserei WordPress. Quindi li programmo e chissà quando leggerete questo… per ora sono avanti di un mese. Cioè. Indietro di un mese? Boh, ditemelo voi, non lo so. E la distanza tra i giorni in cui scrivo e quelli in cui pubblico effettivamente l’articolo sta crescendo come se fosse Blob. Questo significa: A) che devo rallentare, devo farmi una vita, andare fuori, vedere gente, restare umana, come consigliava giustamente Miller nel suo decalogo per gli scrittori; B) che sto dilatando il tempo, anzi, lo sto contorcendo: oggi pubblico qualcosa che è successo un mese fa, ma è come se mi succedesse di nuovo: un paradosso temporale che manda ai matti il neuroncino solitario. 

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che dovrei semplicemente eliminare gli articoli inutili, ripetitivi, fare una selezione, insomma. Ma così rischierei di non pubblicare più nulla, e sebbene quel qualcuno potrebbe esultare perché così divento una cittadina modello, prendo le mie cartacce e invece di buttarle per strada me le metto nella borsa e le porto a casa, a me piace stare qui. Mi piace essere un’incivile del web. E poi lo spazio è ancora grande, tendente all’infinito, quindi, siccome pago le tasse, avrò qualche diritto no?

Questa follia prefatoria, citando Pasolini in Petrolio, non ha un vero scopo. Anzi, non lo ha l’articolo in sé. È solo un mio cazzeggiare pallido e assorto perché dovrei fare la lista della spesa e non ne ho voglia, anzi, non ne ho cervello. 

È che mercoledì è il compleanno di Little Boss: 12 anni tondi e pari (non so perché ma i numeri pari mi piacciono tantissimo, provo tenerezza per loro, e io e Little Boss, entrambe, quest’anno compiamo numeri tondi e pari a dieci giorni- tondi e pari- di distanza. Ma non fate auguri: tanto sarà già passato un mese quando pubblicherò questo), e quindi voglio farle una piccola piccolissima festa. I soliti ignoti a cena: mia sorella con la truppa, mio padre e mia madre con Teresa (se se la porta, che è sempre una Question Mark). 

Ma siccome ormai sapete che detesto cucinare, sarà tutto un delirio di toast e pizzette (con la scusa che ai bambini piacciono). E la torta sarà con la Nutella, ovvio. Questa è una tradizione di ogni anno.

Sarà divertente vedere di nuovo mio padre e mia madre insieme, loro, che non si sono rivolti parola per quindici anni dopo il divorzio e ora sono costretti a stare nella stessa stanza per ore (la tregua tra loro è avvenuta dopo la mia separazione: già avevo problemi con il padre di Little Boss, che non mi rivolge parola e quindi i compleanni di Little Boss sono diventati doppi: uno da me e uno da lui.  Se avessi dovuto farne uno con mia madre e uno con mio padre -separatamente- la piccola rischiava di festeggiare tutto l’anno… molto felice lei, poco io).

Insomma, comunque, ho scoperto che riescono anche a parlarsi, i due, ogni tanto. Ma sempre sullo stesso argomento: la differenziata. Ora, non chiedetemi perché, ma riescono a stare minuti interi a confidarsi dove buttano il barattolo dei pelati o il tovagliolo di carta usato, ridendo come bambini.  E si scambiano opinioni: nel mio comune si fa così, nel mio cosà…

Sono davvero dei grandissimi misteri…

Io, che la differenziata ancora non ce l’ho, fingo di ascoltarli con interesse. Ma ogni volta che mi trovo a casa loro sono sempre confusa sui vari sacchi e bidoncini. Così di solito lascio la spazzatura in giro: ci penseranno loro, che hanno studiato il manuale. 

Cavolo, è già tardi e ancora non ho fatto la lista…

Mi ridurrò a fare la spesa a caso, domattina, infilando nel carrello a istinto, come sempre. Perché l’istinto per le schifezze ce l’ho ancora buono…

Like a New Born

Post 31E nulla, mi sono installata una nuova routine, quasi fosse un’applicazione: esco da lavoro, torno a casa, passo dal bar qui sotto a prendermi una coca (possibilmente zero, anche se non ce l’hanno quasi mai), mi metto al pc e accendo una sigaretta. E scrivo. 

Scrivo un pezzo di nulla ogni giorno, mi tengo in allenamento, mi costringo a pensare nel modo giusto, senza avvitarmici troppo. 

Stamani ho ricevuto una mail di Ale. Il mio piccolo tesoro nel cuore…

Mi parlava di Pilastri. E cercava di spiegarlo a me, ma prima di tutto a se stessa. I grandi Pilastri delle relazioni umane. Gesù, se è un casino. 

Per fare una casa occorrono fondamenta e cemento. 

Per fare una relazione occorrono Parole che abbiano un significato comune. Rispetto, Fiducia, Sincerità, ad esempio.

Io e Ale, che alla fine abbiamo ragionato un sacco a come riempire queste Parole, ci troviamo ancora a cercare di infilarci tutto a caso, ci infiliamo le persone, i fatti, perfino il meteo (so che sembra assurdo, ma ogni volta che piove io riempio un pezzetto della parola Amore). Ma poi quando ci troviamo a dirle, a scriverle, ecco che di nuovo si vuotano di senso, ecco che avremmo bisogno di ricominciare da capo. 

Quasi sempre. 

Perché Fiducia si riempie alla perfezione quando pensiamo l’una all’altra. Così come Rispetto e Sincerità. 

E mi ci è voluta Ale, di nuovo, per capirlo, per capire che se una relazione è giusta tutte queste parole si riempiono senza sforzo. 

La mia piccola amica sta imparando bene la Magia e me la sta trasmettendo. 

Le sue parole sono riuscite a far scomparire quel nuvolone nero che attraversa ogni tanto il mio cielo.

Dopo l’ultima domanda che ho fatto a TDL (Cosa siamo, ora, noi?)lui è scomparso. Nemmeno una capatina al Ristorante. Nessun messaggio. Riesce ogni volta a svuotare la mie Parole. Ogni volta. 

Ma oggi non mi sento così triste per questo. 

Oggi c’è Ale.

Oggi c’è anche un Nuovo Amico Atipico (NAA) che non credevo così facile da trovare. 

Oggi c’è David Gilmour, anche, che danza proprio davanti a me. 

E domani. Domani c’è un evento su racconti brevi e riviste on line al quale parteciperò e non vedo l’ora di esserci. Sarò con il mio Mentore, quindi l’entusiasmo raddoppia. E alla fine mi accontento di poco. 

Solo di sentirmi me stessa. 

Quindi rispolvero il mantra che avevo timidamente tirato fuori in questi mesi. L’ho girato ieri al NAA. 

E lo collego in maniera del tutto arbitraria al titolo di una canzone che ho sempre amato.

Quindi, Moon, muovi il culo.

E sarà finalmente Like a New Born.