Cosa vorrei da Babbo Natale

Non so perché mi è venuta voglia di scrivere di questa giornata, che poi non è stata grandiosa, splendida. E nemmeno terribile, terrificante. È stata media. Una giornata media che ha visto una me media. 

Mi sono svegliata con un mal di testa che sembrava mi avessero infilato il cervello in una centrifuga per insalata e la netta sensazione di essermi persa: che giorno è? Martedì, dice l’Iphone. Ma è festa, ha risposto il mio cervello strizzato, quindi è come una domenica. Ma una domenica in zona arancione, specie per chi lavora in un Bar, non è una vera domenica, facciamo che è come un sabato stiracchiato, un sabato di Febbraio, per giunta (chi lavora nella ristorazione forse può capire a cosa mi riferisco).

Al lavoro in effetti è stato così, a parte un paio di tizi divertenti (come sempre), uno dei quali insisteva a parlare della Civilissima Svizzera (sì, come no? La Civilissima Svizzera è stata l’ultima nazione a concedere il voto alle donne, tra le altre cose…), l’altro che insisteva a dirmi che sedici euro per sei paste da dessert era troppo. Ma ne ha prese dodici, ho risposto, due vassoi da sei fanno dodici paste. Nulla, questo il cervello più che strizzato lo aveva mandato in ferie (si può fare solo questo, oggi, in Italia: tu in ferie non puoi andarci, per via del Covid, ma il cervello invece sì, e lo fanno in tanti). Alla fine si è convinto, anche se credevo di dover tirare fuori la calcolatrice e fargli vedere…

E poi nulla, la giornata di lavoro a un certo punto è finita, ho preso le mie cose e sono tornata a casa. Little era a pranzo da suo padre e io. Mi sono sentita sola. Perché si sa che la solitudine è una sensazione, non una realtà oggettiva. Avrei voluto uscire, andare a trovare qualcuno (perfino mia madre, questo la dice lunga su quanto mi sentissi sola) e invece me ne sono rimasta lì a aspettare che l’orologio segnasse l’ora in cui dovevo recuperare Little da suo padre. 

In macchina lei mi ha detto un sacco di cose (come sempre mi intasa il cervello di info e guai a dimenticare che lei ti ha detto che la prof di Italiano ha rimandato il compito di lunedì prossimo). E poi mi ha detto che suo padre era tranquillo, che le ha chiesto di quel ragazzino con cui sta, il Little Nerd, che si è offerto di portarla nella cittadina per vederlo se dovessero cambiare le condizioni di colore. Lei era confusa e felice, come avrebbe detto Carmen Consoli, e io anche. Sembra che le cose stiano migliorando, da quelle parti. Si vocifera che forse, il mio ex, abbia trovato una. Dopo soli cinque anni e passa. Forse la svolta? Forse davvero smetterà per sempre di mandarmi messaggi alla cazzo (perdonate il termine, ma se aveste letto i suoi messaggi in questi anni direste di peggio). Bene, benone: una buona mezza notizia. 

E poi una telefonata dell’Amico Speciale. Devi portare la macchina dal meccanico, portiamola ora così domani la guarda, ti do la mia macchina, mi dice. Tutto verissimo, la macchina mi avverte già da un po’ con il suo countdown che mi mancano pochi chilometri al tagliando, giusto stamni mi mancavano 57 chilometri, ma lo sento dalla sua voce che così almeno abbiamo una scusa per vederci, fosse anche per pochi minuti. Assicuro Little a casa, riparto, faccio due chilometri e la macchina mi dice che è l’ora, l’ora del meccanico, mi accende la spia con la chiave inglese. Non so perché questa cosa mi riempia di gioia, come se io e la macchina fossimo in una strana sintonia. O forse è più in sintonia con l’Amico Speciale, chi lo sa. 

Riporto l’Amico Speciale a casa, Ti fermi per una birretta?, chiede. Why not? Illegali per illegali (lui vive in un comune diverso, a soli due chilometri dal mio, ma ciò non ci impedisce di essere illegali). E mentre siamo lì lui inizia a dirmi che sarebbe bello dividerci la vita, alzarci insieme, cucinare per tre invece che per due (Little è sempre compresa, ovvio). Mi dice che quando (non se) saremo sposati allora forse dovremo trasferirci in una casa più grande, io ribatto che la mia futura casa ci permetterà di dormire insieme, qualche volta, anche se c’è Little Boss in casa (ora non è possibile per via degli spazi), che sarebbe una prova di convivenza ideale eccetera. Insomma, parliamo, progettiamo, in sintesi facciamo quello che a me riesce sempre benissimo, progettare, a lui invece resta ostico. E sono felice, mi sembra che tutto si stia costruendo bene, come quando monti il Galeone della Lego e non ti avanzano pezzi. 

Rimonto in macchina (la sua) e collego Spoty. Sulla mia non si può fare, sulla sua è un piacere vedere Moon’s Iphone sul display. Sono di casa anche lì, nella sua macchina, sono parte della sua vita e lui della mia. Avevo giurato che non sarebbe successo più, che non mi sarei fatta fregare più da un uomo con la storia del possesso e del Sei Mia e tutto il resto.  Ma non è così che mi sento. Non mi sento sua, mi sento una parte della sua vita, così come sento che sono una parte della sua. Non c’entra mai il possesso, c’entra la voglia di condividere, di esserci, e mi si sta aprendo davanti un mondo sconosciuto e bellissimo. 

E poi poco prima di parcheggiare ecco che attacca questa canzone: 

e inizia a piovere. Piccole gocce che spazzo via dal vetro. 

E mi sento felice sul serio. Mi sento completa, piena. 

Quindi sì, giornata media che ha visto una me media. 

Ma è quando ti senti felice in una giornata media che ha visto una te media che ti accorgi che le cose iniziano a decollare. 

Anche se so che è impossibile, vorrei chiedere a Babbo natale di portarmi tanti giorni così. Il più possibile. 

Upload di Little

Vediamo da che parte iniziare…

Little Boss ha ormai 14 anni, è in piena adolescenza, gli ormoni le saltellano in corpo come cavallette, il suo Little World è cambiato  da quando ha iniziato il Liceo (gente nuova, cittadina invece del paesello eccetera), la sua generazione ormai sta appesa al filo di un Tik Tok. Inoltre mettiamoci una pandemia, la didattica a distanza, la disorganizzazione degli insegnanti, il nervosismo che mette non uscire mai dalla stanza se non per andare in un’altra casa e un’altra stanza. 

Queste sono le premesse. 

Il fatto arriva l’altra sera, verso le nove, ora in cui di solito io dormo, che non dormissi ancora è stato un caso, anche se l’occhio si chiudeva eccome sul divano. Little scende dalle scale, Vado a lavarmi i denti, dice, è quasi in bagno e mi fa: ah, volevo chiederti un favore

Spara, rispondo. 

Vorrei che quando parli di me, anzi no, scrivi di me, invece che scrivere ad esempio, mia figlia, tu scrivessi mi* figli*. 

? (questo è il fumetto che mi è apparso sopra la testa)

Sì, perché io non mi sento Cisgender, ma neanche non- binary, diciamo che sono una via di mezzo della via di mezzo tra sentirmi femmina e non- binary

?? 

Mi sento A-gender, ma forse anche Genderfluid, non so. 

A questo punto cala il silenzio. 

Poi, dopo un po’, chiedo: e che c’entra questo con il ragazzino che hai baciato?

Nulla, lui invece si sente non-binary. 

Ah, faccio. 

Non credo proprio che scriverò di te così a, per esempio, tua nonna o tuo nonno, dico tornando al punto di partenza. Anche perché poi dovrei spiegarglielo, e io, sinceramente, non ci sto capendo un cavolo

Lei prima se la prende, poi, dopo un po’ di insistenza, cerca di spiegarmi. E mentre fa schemetti su un foglio e insieme cerchiamo le definizioni, continua a ripetermi che non mi ha chiesto nulla di così complicato: basta cambiare un segno grafico.  

Certo, così il caming out di nonsocosa lo faccio io per te…, le faccio presente. 

Ma in tutto questo circo di definizioni e scatole di cui non ero, sinceramente, a conoscenza, mi pare che per Little manchi qualcosa: il sesso. Insomma, mi chiedo e le chiedo, come puoi definirti sessualmente senza un’esperienza sul campo? Non ti sembra un po’ impulsiva come scelta?

Lei risponde: ci penso già da ben 6 mesi!

E lì capisco quanta differenza passa tra una quattordicenne e una quarantaduenne: il senso del tempo è molto diverso. 

Quindi: lei è sicura, dopo ben 6 mesi di riflessione a 14 anni, di non essere sicura del genere al quale appartiene, nonostante le piaccia un ragazzo, si sia voluta tingere i capelli, stia ore e ore allo specchio, si provi i miei vestiti e mi rubi l’eyeliner. 

Ma io, che non voglio ignorare come da copione (è una fase, è una moda, passerà), né voglio ingigantire la cosa (andiamo da un medico per diagnosticarti la disforia di genere), devo perlomeno informarmi. 

E così il giorno seguente lo passo tutto a leggere, poi il mio Boss mi dà una rivista (Millennium) con uno speciale dedicato, e io mi addentro in questo mondo con diligenza, leggendo di bambini di 4 anni che già sentivano di appartenere a un genere diverso da quello di nascita. Penso a Little a 4 anni: mi ricordo di una normale bambina, che giocava con tutto, bambole comprese, che amava i puzzle e disegnare. Non voleva vestirsi da maschio, ma nemmeno da femmina: la vestivo io, punto. 

Quindi nulla, mi informo mi informo ma ancora sono lontana dal capire come ci si possa non sentire appartenente a un genere. Io questo problema, è vero, non me lo sono mai posto: ci sono stereotipi che ho sempre combattuto, mi sono sempre vestita come volevo, una volta mi sono chiesta se potevo avere tendenze lesbiche (vista la mia storia familiare mi pareva ovvio pensarci), mi sono risposta che mi piacciono gli uomini e punto. Ma questa cosa, questa del genere, no. Non capisco le varie sfumature, la differenza che corre tra un A-gender e un Gender Fluid, ma soprattutto non capisco tutte queste definizioni, queste scatole in cui doversi inserire per forza: ma dico, non puoi farti la tua vita privata e basta? Che c’è bisogno di spiegare tutto tutto? Cosa cambia, mi chiedo? 

Ed ecco che la domanda la giro a voi: Cosa cambia? 

Forse non sono così aperta di idee come pensavo (eppure ho accettato una madre lesbica, mi pareva di essere molto aperta), oppure sto solo invecchiando e faccio come tutti i vecchi: non mi riconosco nelle nuove generazioni e mi pare che si stava meglio quando si stava peggio eccetera. 

Se inizio a scrivere per motti e proverbi fatemi fuori senza passare dal Via…Li

Il primo bacio

L’adolescenza di mia figlia mi sta conturbando. La sua prima cotta, il suo primo ragazzo, il suo primo bacio in epoca Covid. Dovrei essere contraria, insomma, siamo o non siamo in stato di allerta, ma invece, nel mio cuore, ne gioisco. 

Il suo primo bacio. Ricorderà per sempre il timido ragazzino un po’ nerd che glielo ha dato. E io rivedrò per tanto tempo l’espressione sul suo viso, felice di far parte di tutto questo. 

Ripenso al mio, di primo bacio. Ero più piccola di lei, avevo una cotta assurda per un ragazzino che oggi vedo spesso e che è diventato un alcolizzato, in pratica (si vede che ho un radar per i cattivi ragazzi, anche quelli in fieri). Eravamo nello stanzino che l’oratorio di pese dava agli scout: lui nelle Aquile, io nelle Pantere (nere e fiere era il grido), avrei dovuto essere nei Pinguini, animali goffi e festaioli, non sono mai stata una che ruggiva. Ma in quel caso avevo limato: la pazienza? Forse. Ero talmente cotta da mesi che lo sapevano anche i sassi. E sebbene lui avesse tante altre alternative, quel pomeriggio scelse me. Forse perché le alternative se le era già fatte: era un ragazzino sveglio, nonostante l’età. 

Fatto sta che ricordo ogni attimo. La colonna sonora (Ti amo di Umberto Tozzi, in gran voga quell’estate); le sue labbra (umidissime, un polpo, in pratica); la mia sensazione ( le famose farfalle nello stomaco, un modo banale di dire una cosa reale). E mi ricordo anche che durò tantissimo. Tanto a tal punto che a un certo punto feci una cosa che non si dovrebbe fare mai: aprii gli occhi. E mi guardai intorno: le bandierine fissate al muro, le assi del tavolo accanto a noi, la panca su cui stavamo seduti. E la porta: soprattutto la porta. Non so se la considerassi una via di fuga o un pericolo per la nostra intimità. 

Dopo quel primo bacio finì tutto: l’adolescenza non perdona. Ma io ancora lo ricordo con piacere, sono felice che sia stato con uno che mi piaceva davvero, devo dire che, nonostante i suoi problemi attuali, ogni volta che ci vediamo esercita ancora un certo fascino su di me ( devo dirlo: lui è ancora un figo pazzesco e con uno sguardo ammalia, peccato che il suo livello di attenzione nei confronti del prossimo sia di 2 secondi…)

Ecco, spero che per la mia Little sia così. Che ricordi con piacere questo momento. Che la fuga in camera sua dopo una cena super veloce abbia un domani. Perché, scusate le banalità, questi momenti non tornano più. Non sarà mai più lo stesso. Sarà sempre difficile, non si potrà lasciar andare come ora, guarderà gli occhi di un uomo e saprà che quelle farfalle non sono eterne, che l’amore non è quello, che anche se c’è l’amore questo non può tenere insieme tutto. L’amore, a volte, non basta. 

Riesco sempre a essere ottusamente cinica, nevvero

Ammirate le mie doti naturali. 

E vai con la musica, maestro:

(prima volta che vedo ‘sto video: che orrore!!!)

E io guardo Sharknado

Stamani ho deciso di scrivere Senza censura (non so se vi ricordate: esisteva un programma su Rai 3 una volta, con questo nome).  

Fanculo, quindi, al mio Acerrimo Nemico. 

La settimana è stata pesante come il cinghiale della pubblicità del Brioschi, quindi me lo voglio concedere.

Inizio da lunedì, un giorno di festa in cui, dopo mesi, ho rivisto l’Amico Atipico. L’unico giorno in cui mi è sembrato di vivere. Rivedere lui, parlare del più e del meno, del lavoro (io), della ragazza psicopatica (lui), bersi un cappuccino, pranzare con Little dove (per dirla nel mood locale) ci sono le fie con le rote (l’American diners, dove le ragazze servono sui pattini a rotelle) è stato corroborante. Ma è durato come un gatto in tangenziale. La realtà, quella vera, è arrivata alle 15.00, quando è arrivato il tecnico per revisionare la caldaia: 120 euro. 

Martedì. Martedì è sempre un po’ follia, ricomincia il lavoro, io non sono mai in pari, basta il battito d’ali di una farfalla e perdo il passo, martedì ho perso il passo. Mercoledì ero ancora un passo indietro e, Covidnonostante, il Ristorante a pranzo si è riempito come se non ci fosse un domani. 

E qui sta il punto: sento tutto come se non ci fosse un domani. E io sono una maniaca del controllo. Il domani, per me, è importante. Io vivo per il domani. E oggi non c’è più, il domani. Domani cambia in modo improvviso, quando meno te lo aspetti. Basta un dpcm. 

Nel giro di tre giorni il mondo è cambiato. 

La gente ha avuto paura, il lavoro è calato e io non so più cosa fare. 

Nel giro di tre giorni, poi, anche la scuola è cambiata.

I ragazzi devono stare a casa, quando non si sa, la domenica sera ci sono le corse a guardare sul sito chi il lunedì sta a casa e chi no. 

E io cosa faccio. La cassa integrazione, ancora? Devo fare un trasloco, mi servono soldi, mi serve il lavoro. 

Ma mi serve anche non ammalarmi, mi serve che non si ammali Little, mia madre, mio padre, le mie nipoti. 

Mi serve che non ci sia questa guerra, 

Mi serve che un medico non mi dica cosa si dicono tra medici, così, mentre si beve il caffè che gli ho appena fatto, che non mi dica che i contagi sono 10.000 oggi e 30.000 domani e 60.000 tra tre giorni. 

Non voglio sapere dell’apocalisse, la immagino già di mio. 

Sono confusa, impanicata, il distopico che andava tanto di moda in letteratura un anno o due fa non è più distopico, è reale, e io che cosa faccio.

Io gioco a scala quaranta. 

Guardo la tv. 

Guardo Sharknado. 

Che se non sapete cosa diavolo sia, sappiatelo, che Sharknado ti toglie i pensieri, sul serio.

Perché la mattina sono un girotondo di articoli del Corriere, indiscrezioni sull’Ansa, veline dal Quirinale. 

Ma la sera per non implodere devo guardare Sharknado. 

Anche la mia Little implode. 

Non mi sopporta più, si tinge la faccia per non so quale motivo, sta in videochiamata con gli amici, pensa alle proteste perché tengono la mascherina in aula 5 ore invece di 4. Le sue piccole lotte. 

Ma la scuola li abbandona, li sacrifica. Ci prova a tenere duro, ma non può farcela, ci sono le Regioni che dichiarano: scuole chiuse e ristoranti aperti, e io sono in mezzo: tra i due fuochi. Due miei colleghi saranno messi a casa lunedì senza cassa integrazione, senza possibilità di essere licenziati (quindi disoccupazione). 

La mia piccola realtà. 

Io posso solo disdire l’ultimo appuntamento dal dentista, che spendere soldi ora per i denti non è il caso, facciamo i Cip e Ciop, mettiamo via qualche ghianda, che la storia qui su fa brutta e se dobbiamo rientrare in letargo ci serve cibo.

Martedì per ora io lavoro. Sono una delle fortunate. Ma non riesco a gioirne.

TDL (il minchione per eccellenza) mi chiama nazista perché lo rimbrotto se va in giro per il Ristorante senza mascherina. Dice che sono nervosa, negativa. Lui continua a chiamarmi bellissima e io lo detesto per la sua infinita superficialità. Per il suo egocentrismo esasperato. 

Su questa storia hanno tuti un’opinione. E si comportano di conseguenza. Ignorando il resto. 

Mia nonna diceva sempre che le persone sono capaci di guardare solo al proprio pezzetto di terra.

Io compresa, forse. 

Ho scritto questo pezzo come mi sento: in completa confusione. Perdonate quindi se ho saltato qualche passaggio logico. La logica, a oggi, mi sembra perduta.

Genitori incazzati

Con l’inizio del nuovo anno scolastico le cose stanno radicalmente cambiando a casa Moon. 

Prima di tutto Little Boss non va più alle medie al paesello, ma al liceo alla cittadina, che dista un bel po’ ed è quindi costretta a prendere, come dicevo, il pullman e farsi un’ora di viaggio all’andata e un’ora al ritorno. Nulla di nuovo da queste parti se non fosse per il Covid-caos.  

E quindi, mentre a scuola le cose sembrano essere regolari (nel limite del possibile) con distanziamenti, mascherine fornite ogni 2 ore ai ragazzi e alcuni divieti logici (tipo non usare la palestra perché viene utilizzata promiscuamente anche da associazioni sportive esterne), sul pullman le cose cambiano. E molto.

L’Azienda Trasporti (che cercherò di evitare di insultare) non sta facendo proprio il suo dovere. Avrebbe dovuto incrementare le corse a causa della riduzione dei posti all’80%, ma non lo ha fatto. Mi riferisce Little Boss che sul suo, di pullman, spesso i ragazzi stanno addirittura in piedi, stretti come sardine. Gli autisti che fanno salire i ragazzi nonostante i posti siano esauriti rischiano. E tanto. 

Ma mai quanto l’autista che due giorni fa, causa pullman pieno all’80% come da regola, ha lasciato a piedi mia figlia. L’ha lasciata lì, nella cittadina, all’uscita di scuola. Il pullman successivo è alle 17.30. Little Boss non ha ancora 14 anni. e lui l’ha lasciata lì. 

Mia figlia è, grazie al cielo, abbastanza sveglia e subito si è diretta in un’altra corsia e ha preso un altro pullman che, sebbene non l’abbia riportata a casa, l’ha perlomeno avvicinata a casa. Tutto risolto, quindi? 

Col cavolo! Sono incazzata come una mina. 

Non è una questione di IoPago, ma di logica: tu, Azienda Trasporti, non puoi lasciare a 25 chilometri di distanza da casa una ragazzina di 13 anni. 

Allora ho fatto ciò che andava fatto: ho scritto una bella letterina all’Azienda e poi ho chiamato il numero della Regione che si occupa dei trasporti, segnalando l’accaduto. E mentre la Regione (la ragazza al centralino è stata gentilissima) mi ha risposto, perlomeno, come di dovere, dicendo che no, la situazione non va bene e che avrebbe fatto un esposto anche alla Provincia e all’Azienda stessa, l’Azienda Trasporti mi ha risposto così: 

Diamo debito riscontro alla sua segnalazione per informare che, dai dati aziendali in possesso, dall’inizio dell’anno scolastico, non risultano situazioni di affollamento che abbiano potuto impedire l’accesso al servizio. Preme inoltre informare che, al fine di compensare la ridotta capacità di trasporto come da DPCM del 7 settembre u.s. che consentono l’accesso sul bus fino all’80% dei posti previsti dalla carta di circolazione, sono state previste corse aggiuntive in orario di entrata/uscita delle scuole.

Disponibili per ulteriori ed eventuali chiarimenti l’occasione è gradita per inviare cordiali saluti.

Cara Azienda, vuoi la guerra? La vuoi? Perché io sono pronta a fartela. 

Prima di tutto vorrei far notare l’illogicità della risposta: dall’inizio dell’anno scolastico non risultano situazioni di affollamento che abbiano potuto impedire l’accesso al servizio. 

Ma non è ciò che ti ho segnalato io? Se non avevi dati prima te li sto fornendo io, no? 

E poi la chiusura della discussione, un po’ del tipo: ma dai, stai solo esagerando, noi abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo, ti stai inventando il problema. 

Parliamo di comunicazione, ora. Non avrebbero fatto figura migliore se avessero risposto che avrebbero monitorato e controllato la cosa? Poi, come di consueto, non avrebbero fatto nulla, ma intanto accettavano la mia segnalazione. E io mi sarei zittita fino a nuovo problema.

Ma con questa risposta mi stai aizzando. 

Così ho detto a Little Boss di fare dei filmati sul pullman quando è strapieno. Poi oscureremo i volti e li manderemo all’Azienda, tanto per iniziare. 

E se il mio fosse un problema isolato lo capirei pure. Ma sul giornale locale stanno uscendo decine di articoli del genere, lettere di famiglie, denunce per aver lasciato a piedi dei ragazzi sotto la pioggia. 

Mi sa che l’Azienda Trasporti non ha capito con chi ha a che fare: genitori incazzati.

Se Little continuerà ad andare a scuola (stanno mettendo in quarantena molte classi anche del suo stesso istituto) vi farò sapere come va a finire…

Primo giorno di scuola

Ore 6.30 del mattino. 

Little Boss è partita per il suo primo giorno di Liceo.

Credo di essere più nervosa di lei. 

Ho lasciato che scendesse da sola alla fermata (che comunque è sotto casa) e prendesse l’autobus fino a scuola, non l’ho accompagnata io, sebbene potessi. Volevamo entrambe abituarci fin dal primo giorno. È da ieri che fa i preparativi: zaino, outfit (che ai tempi di mia madre si chiamava abbigliamento, ai miei look). Alle prime due ore ha una materia che si chiama Pitt. e nessuno ha ancora capito cosa diavolo è, nemmeno la scuola stessa. Stamani si è svegliata alle 5.30, nemmeno un mugugno, nonostante per settimane si sia alzata alle 13, si è fatta fare il caffè, si è vestita, insomma se l’è cavata bene, anche se stava per uscire con il cartellino attaccato alla felpa, si è comportata da mini adulta quale è, diomio quanto sta crescendo veloce. 

Volevo farle una foto ricordo, il primo giorno delle superiori, come quella che ha per il primo giorno di elementari e che sto guardando proprio ora perché ce l’ho sopra la mia testa mentre scrivo: le avevo fatto due codine, ha il suo zaino rosa che le pende enorme sulla schiena, e un mezzo sorriso abbozzato. Così diversa da stamani, con i capelli lisciati dalla piastra e la mascherina chirurgica a nasconderle l’ansia. 

E il mio essere ansiosa per prima mi fa turbinare la mente di domande: si farà nuove amicizie? Come saranno? Si sentirà persa? Troverà la strada del liceo dopo che sarà scesa? E la porta giusta?(hanno entrate diversificate a seconda delle classi)Saranno difficili le materie? Si sentirà persa? 

E poi ancora: quanto durerà questa scuola? Riuscirà a evitare la didattica a distanza? La metteranno in quarantena? 

Lo so, vivere nella mia testa non è facile. Sto pensando di iniziare una dieta anti ansia, mangiando fiori di camomilla e foglie di melissa tutto il giorno come una capra. 

Ma nonostante l’ansia mi sento orgogliosa di quello che ha fatto finora e di quello che si accinge a fare. E, sebbene abbia preso da suo padre più di quanto vorrei, è una ragazzina in gamba, un po’ rigida nelle sue convinzioni, ma ha 14 anni, è un’adolescente.

Mi ha appena scritto dall’autobus che si è spaventata perché alcuni ragazzi sono scesi per prendere la coincidenza per un’altra città e lei credeva di dover scendere con loro… ecco che già si è sentita un po’ persa

Riusciremo a sopravvivere a questo giorno. E a quelli che verranno. Intanto chissà se la mia ansia mi lascerà andare a fare la spesa, stamani. 

Finirà…

post 217

 

 

Sulla mia scrivania, nel mio Moon hole di pace, un angolino in bella vista dove però, stranamente, mi sento sempre me stessa (anche quando la reale me stessa si sente una defecazione di cane abbandonata sotto il sole di Luglio), ho un quadernetto.

Il quadernetto in questione ha raccolto finora appunti sparsi dei momenti in cui mi trovavo qui, davanti al mio super bellissimo pc, e quindi del mio Romanzo- fast (lo chiamerò così da qui in poi, rubando un’espressione al mio amico Leonardo Di Carlo, il pasticcere, che così chiama la sua meringa furba). Gli appunti in viola (una scelta dettata dalla necessità, nessuna preferenza) sono quelli che ho raccolto guardando video o leggendo documenti; le scritte con la matita sono le idee per proseguire il romanzo.

È tutto molto caotico, nel mio quadernetto, e ci sono anche post-it appesi qui e là, ma finora era rimasto illibato.

Sono giorni invece che la sua presunta purezza viene meno.

Ci sono appunti per bilanciare un semifreddo.

Ci sono password per accedere alle mail.

Ci sono le misure di Berta (la libreria di Little Boss comprata dagli svedesi).

C’è, soprattutto, il calcolo della retribuzione della CIGD per vedere se riesco a entrare in qualche altro contributo.

E nulla: il contributo in questione (per l’affitto) prevede che sia elargito per chi è, appunto, in CIGD, ma vuole anche una riduzione effettiva dei guadagni, rispetto all’anno precedente, minimo del 30%. Ora. Io non sono un asso della matematica. Ma so che la cassa integrazione in deroga è dell’80%. Quindi la riduzione è prevista per il 20%, se non erro. Poi vai a vedere il reale esborso dall’INPS e non è affatto il 20% in meno, ma il 30% e più. E qui arriva ciò che non sapevo: il resto (calcolato in base a non saprei cosa) lo dà il datore di lavoro: gli 80 euro di Renzi, per esempio, e le festività. Ma che festività sono se non ho lavorato? Bah. Mistero.

Cercate di capirmi, non è che mi lamenti, se qualche briciolo di soldo arriva arriva, solo che non capisco: fanno un contributo per chi è in CIDG e poi non posso prenderlo? Perché, a conti fatti, sforo. Sforo di 30 euro un mese, di cinquanta un altro, ma sforo.

Il Comune, piccolo cucciolo, sono mesi che si sbatte per me, mi manda mail, mi chiama come se fossi sua figlia, mi dice: provaci, rifai i conti. Ma nulla. l’ordinanza è regionale e l’autocertificazione è mia: mi pare di avere già troppi problemi per prendermi pure una sanzione per falsa dichiarazione.

Resta che non capisco il concetto base.

E forse ci sta, può essere che sono un po’ troppo nervosetta. Non è un buon momento, anche se sono rientrata a lavoro. O forse per questo? Sembra che l’universo si concentri tutto adesso: dopo mesi a non fare nulla se non esacerbarmi per ogni bollettino serale, adesso il mondo si è svegliato. E io non mi sento pronta. Sono inadeguata al mondo Covid: non respiro nella mascherina, mi frizzano le mani con il gel. Sono inadeguata al mondo ripartito, come lo sono sempre, ogni mattina: ho bisogno di tempo per partire, mi serve il caffè, mi serve la calma…

E così finisce che litigo pure con piccola Pigra Boss, che la mattina non sente la sveglia (e le mie milleduecento telefonate) e io pensando subito al peggio mi precipito riversandole addosso tutta quella frustrazione di madre inadeguata che mi sento sulle spalle.

Questo anno è terribile.

Ma finirà.

Oh, se finirà…

Per essere peggiore il 2021 dovrà mettersi proprio d’impegno.

 

 

Fuori il vecchio e dentro il nuovo

 

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Non so da quanto tempo non scrivevo con Spoty di sottofondo. Di recente la musica l’ho un po’ ignorata, una cosa strana per me. Io credo che ci sia qualcosa di collegato, qualcosa che mi intravedo dietro a una cortina di nebbia, non ne ho chiari i contorni, ma ha a che fare con una parte di me che non vuole uscire (o che non riesce a farlo). Colpa della Moon-razional/pratica, che da un po’ di tempo cavalca le scene, star indiscussa. Non fraintendetemi, adoro la Moon R./P., mi aiuta a tenere sotto controllo la casa, Little Boss, i conti, il lavoro, ma spesso, a questa, sfugge il lato poetico della vita, le sfuggono i sentimenti, le sfugge emozionarsi per un tramonto o per un abbraccio particolarmente caldo. E le sfugge anche la musica, anzi, la musica, la scrittura di un blog, un po’ la irritano, vede tutto questo come una distrazione, una perdita di tempo. Ma siccome io sono l’intero delle due metà, fino a prova contraria decido io e ogni tanto provo a svegliare la Moon dormiente (a cui non ho ancora dato un nome: Moon testa tra le nuvole? Moon sognatrice? Accetto suggerimenti) forzandola ad alzarsi dal suo torpore con la scrittura e la musica (che stavolta è una compilation che mi ha girato Little Boss e che, strano ma vero, apprezzo- è molto rock).

Questa mega intro mi ci voleva, come sarò brava a farmi prendere dalla Follia Prefatoria (cit.)?

È che il lavoro appena ricominciato massacra, come era prevedibile, e io ci metto del mio andando all’Ikea nel mio giorno di festa.

La mia Little sta per fare un saltone, un vero cambiamento, e le ci vuole di adeguare lo spazio in cui vive alla sua nuova vita. Lo spazio in cui vive è molto piccolo, ma Ikea, sebbene abbia mobili di scarsa (ma economica) qualità, ha un vantaggio: puoi comporre e prendere idee per salvare lo spazio. Così ieri ci siamo avviate in macchina poco prima di pranzo (ora che c’è di nuovo l’aria condizionata sulla piccola Winny, la mia macchina, è stato un viaggio piacevole), ci siamo sanificate, controllate la febbre, disinfettato i carrelli, messe le museruole e abbiamo vissuto un’ora di Svezia 100%. Siamo rientrate con due mobili libreria nuovi per i libri del liceo che verranno (che abbiamo rinominato Berta. In realtà si chiamano Besta, ma Little ha sbagliato a dirlo e secondo noi il nostro nome è migliore), due cassette di legno ancora da tingere (per la sua collezione di libri di Harry Potter) e la solita marea di cazzate che ti restano aggrappate alle mani quando vai all’Ikea: piante finte (le vere non ci provo più, lo giuro), una nuova luce per il comodino, un tappeto colorato per il bagno…avete capito, no?

Il pomeriggio lo abbiamo passato a riorganizzare la sua stanza (stanza è un eufemismo, visto che è un soppalco). E mentre io montavo Berta, a lei avevo dato il compito di buttare via le cose che non le servivano più.

Ora: nella mia famiglia ci sono correnti di pensiero molto diverse tra loro per l’operazione Butta via. Mia nonna materna era una che non conserva nulla. Di rimando mia madre non butta mai via nulla, continua ad accumulare oggetti inutili che negli anni si sono stratificati e, come gli anelli di un albero, dicono quanti anni ha. Mio padre invece è talmente poco legato agli oggetti (ma anche alle persone?) che potresti portargli via mezza casa e neanche se ne accorgerebbe. Io mi sono sempre considerata, ovviamente, una dolce via di mezzo: ho ancora le prime scarpine di Little Boss e il suo ultimo cuccio, ma un cavetto che non so che è non lo conservo dicendo Non si sa mai. E Little Boss di che parrocchia sarà?

Ha inaugurato una nuova diocesi, direi. Mi è toccato controllare nei sacchi neri quello che aveva buttato e meno male! Ho recuperato quaderni quasi nuovi, un portachiavi, mollette decorate, penne funzionanti e, tra le altre cose, il libro scritto da mio nonno con i suoi appunti originali (che sì, mica è un Best seller, ma insomma… a sua discolpa ha detto: non me ne ero accorta che c’era anche quello).

Insomma, via il vecchio e dentro il nuovo.

Finita la parte della sua vita legata ai peluches (che ho trasferito in camera mia) e alle penne colorate. Benvenuta adulitità. Berta è ancora mezza vuota, ma mi chiedo cosa ospiterà: preservativi? Birra? Sigarette?

Questa nuova fase, tanto spaventosa per me, è arrivata così, dall’oggi (finiti gli esami di terza media) al domani (che già chatta con i suoi futuri compagni di scuola di libri e anime).

La vedo felice. La vedo nuova. La vedo cresciuta.

Ma dalla spazzatura ho recuperato anche un suo vecchio diario, di quando aveva 9 anni, e che no, non ce la faccio a lasciare andare.

Come si fa a lasciare che i figli crescano? Io amo Little, ma mi manca anche la Little piccola, paffutella, con i piedini da morsi e quel suo volere la luce accesa di notte mentre stringe il suo gatto di peluche.

Io invecchio e lei cresce.

Il tempo è un bastardo. (cit. 2)

La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Dubbio del 16 Marzo: mia figlia è una strega?

 

post 184

 

Gooooodmorning WordPress!!!

È un altro bellissimo giorno a casa Moon, il sole è sorto (non lo davamo mica più per scontato), la temperatura esterna è di 3 gradi, quella interna di 18. Le notizie che leggiamo sul bollettino non sono rassicuranti, ma ce la faremo. Ce la faremo.

Oggi è l’ultimo giorno di reclusione Moon-Little Boss. Domani la porto da suo padre. Le dico che è fortunata, dopotutto, almeno ha due diverse location per fare la sua quarantena. Lei mi guarda di traverso.

Ieri notte ha sognato di passeggiare sul corso di Milano accanto al Duomo. Mi ci è voluto un po’ per capire che era la galleria Vittorio Emanuele II. E sognava di fare shopping. Ah…le tredicenni…

Che è una tredicenne lo vedo esponenzialmente day by day. Ad esempio, prima della chiusura delle scuole si è presa l’influenza. Ancora non c’era l’allarmismo Covid 19, il medico è venuto a visitarla, ha detto: Influenza stagionale e se ne è andato consigliandomi solo la Tachipirina. I sintomi erano gli stessi del Covid19: febbre alta, tosse, raffreddore. Al medico chiedo: come si distingue il Covid 19 dall’influenza stagionale? Lui risponde: non si distingue. Ottimo. Siamo andate avanti finché non è guarita, ci è voluta una settimana e mezzo. Nel frattempo in casa mia si sono alternate varie persone: mio fratello, mia madre, l’Amico Speciale. L’unica conclusione a cui siamo arrivati è che se era il Covid19 almeno uno di noi avrebbe dovuto prenderla. Sono passati più di 20 giorni, nel frattempo è scoppiato il caos e stiamo tutti bene (mia madre compresa, che era quella più a rischio, ma per l’influenza stagionale aveva il vaccino) e quindi non era Coronavirus. La nostra è stata una diagnosi a posteriori. O magari solo una botta di culo, vai a dirlo.

Ma la storia non era quella dell’influenza di Little Boss. La storia è quella della guarigione di Little Boss. Il martedì sera andiamo in ambulatorio (deserto, già il panico si stava diffondendo, le cose sono cambiate velocemente, nel giro di una settimana) per il certificato. Si torna a scuola domani, le dico.  Lei si fa rossa in viso, prova a protestare, ma poi è il nostro turno e dobbiamo entrare. Il medico la visita (igienizzandosi le mani ogni tre secondi, sembra un ossessivo compulsivo) e la dichiara guarita. Little Boss chiede: ma devo andare a scuola già domani?  Certo, stai bene, risponde lui. In faccia è talmente rossa che potrei scambiarla per un pomodoro e lasciarla all’alimentari.

Appena usciamo dall’ambulatorio sfodera il suo lato da dramma elisabettiano. Piange, urla, strilla, Non voglio tornare a scuola domani, non ero pronta, pensavo di andarci giovedì, non voglio tornarci in mezzo a quei deficienti della mia classe, sono tutti bimbetti,  io li detesto, odio la scuola, odio i miei compagni, odio tutto il moooondooo!!!!

All’inizio mi arrabbio per la sua pigrizia. Urlo un po’ anche io. Sono decisa: domani vai a scuola. Punto. Sono sempre permissiva, ma non per la scuola. Insisto: puoi piangere e urlare quanto vuoi, ma domani ci vai.

Poi mi addolcisco, con lei funziono sempre così, funziono per amore, e vederla piangere mi fa male.

A te piace studiare, Little, che cos’hai?

Lei tira su con il naso: vorrei poter fare i compiti senza andare a scuola. Non mi piacciono i miei compagni.

Passo la mezz’ora successiva a calmarla, a filosofeggiare sulla vita, sulla sua ingiustizia, le racconto qualche esperienza mia, di come alla fine l’ho superata, di quanto la vita sia questa: un guazzabuglio di regole che non ci piacciono, ma la società è questa e siamo esseri sociali, cresciamo grazie a questo eccetera eccetera eccetera.

La convinco. Smette di piangere e prepara lo zaino. Il giorno dopo è mercoledì 4 Marzo 2020. Alle 14 ci sono le prime indiscrezioni. Alle 19 Conte annuncia la chiusura delle scuole fino al 15 (poi prorogata al 3 Aprile).

Ora.

Io mi chiedo.

Non è che mia figlia è una strega e questo Covid19 ce l’ha messo lei per esaudire i suoi desideri da tredicenne che odia il mooooondooo?