Dein Mann isst das Insekt

post 196

 

 

Ho sentito di recente, in un film, questa frase: gli oggetti sono importanti in tempi duri.

Sempre stata d’accordo. Gli oggetti hanno la vita che decidiamo di dargli, hanno l’anima che scegliamo per loro, diventano le persone che non possiamo vedere, i ricordi che non vogliamo dimenticare.

La compagnia degli oggetti è quasi l’unica che posso avere in queste lunghissime giornate fatte di solitudine, anche le telefonate diventano spesso un riverbero, sarà che non c’è mai davvero nulla di nuovo da dirsi, riflettiamo come specchi ciò che leggiamo sui giornali o ascoltiamo in tv. Tutti connessi a un unico grande problema.

Sono sempre stata d’accordo, dicevo, eppure ci sono momenti che perfino gli oggetti perdono di senso, si smaterializzano, non hanno più poteri.

Questo è uno di quei momenti.

Sarà perché ogni gesto in questo periodo sembra sovrumano, solo andare a fare la spesa richiede due ore di attesa per il proprio turno, all’interno devi schivare le persone, ogni acquisto viene fatto in fretta (e spesso senza leggere attentamente il prezzo) perché sei in pena per tutta la gente che è ancora fuori, la mascherina non ti fa respirare, i guanti ti fanno sudare e si attaccano agli adesivi con il prezzo della frutta, le persone intorno a te sono tristi e tu pure, tra l’altro. Tristi, preoccupate, nevrotiche (soprattutto se stanno lavorando). Poi torni a casa, scarichi la spesa (buste belle piene e pesanti, che a fare la spesa mica ci vai ogni due giorni), fai una rampa di scale e appena arrivi in cima hai il fiatone, nemmeno tu avessi fatto la maratona di New York, perché ( e sì, cara Ale, hai ragione, va detto) stiamo assistendo anche un po’ all’apocalisse dei corpi, che se ne stanno fermi quasi 24 ore al giorno da un mese e anche fare una rampa di scale è uno di quei gesti che sembrano sovrumani.

E in mancanza di allenamento del corpo proviamo almeno ad allenare altro. Come le nostre capacità in cucina (le torte e il pane sono diventati simboli dell’hashtag #iorestoacasa), la capacità di leggere un libro che sembra un dizionario (io non mollo, non mollo, sembriamo dire a volte). Magari cerchiamo di imparare un’altra lingua, una difficile però (mica l’inglese o lo spagnolo e basta), che so, il tedesco, con la cupezza di ogni suo termine, con una grammatica che avevi dimenticato dai tempi del liceo. Certo va detto che le frasi che costruiscono in questi corsi a volte sono alienanti e se imparando l’inglese ti trovi di fronte a cose tipo: i miei pantaloni sono arancioni (la risposta può essere solo una: il tuo gusto in fatto di abbigliamento è davvero discutibile), imparando il tedesco invece leggi: tuo marito mangia l’insetto (e qui il raccapriccio è massimo. Puoi solo soprassedere e ringraziare il cielo di non aver conosciuto di persona chi ha scritto queste frasi).

E certo che scrivere tutto questo non in prima persona aiuta, e certo che potreste leggere tutto in prima persona.

Ma oggi avevo bisogno di prendere le distanze da tutto, soprattutto dalla mia vita.

 

 

Cazzeggiare pallido e assorto

 

post 39

È una domenica pomeriggio come altre, finito il mio turno da massacro me ne sono tornata a casa ad aspettare Little Boss cercando di concedermi il famoso relax che non trovo mai. Ora. È molto probabile che non vi tornino i giorni, quando leggerete, l’ho spiegato nel Riassuntino…(lato destro del blog, credo, se mi ricordo bene): io scrivo troppo. Nel senso che se dovessi pubblicare subito tutto quello che scrivo, intaserei WordPress. Quindi li programmo e chissà quando leggerete questo… per ora sono avanti di un mese. Cioè. Indietro di un mese? Boh, ditemelo voi, non lo so. E la distanza tra i giorni in cui scrivo e quelli in cui pubblico effettivamente l’articolo sta crescendo come se fosse Blob. Questo significa: A) che devo rallentare, devo farmi una vita, andare fuori, vedere gente, restare umana, come consigliava giustamente Miller nel suo decalogo per gli scrittori; B) che sto dilatando il tempo, anzi, lo sto contorcendo: oggi pubblico qualcosa che è successo un mese fa, ma è come se mi succedesse di nuovo: un paradosso temporale che manda ai matti il neuroncino solitario. 

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che dovrei semplicemente eliminare gli articoli inutili, ripetitivi, fare una selezione, insomma. Ma così rischierei di non pubblicare più nulla, e sebbene quel qualcuno potrebbe esultare perché così divento una cittadina modello, prendo le mie cartacce e invece di buttarle per strada me le metto nella borsa e le porto a casa, a me piace stare qui. Mi piace essere un’incivile del web. E poi lo spazio è ancora grande, tendente all’infinito, quindi, siccome pago le tasse, avrò qualche diritto no?

Questa follia prefatoria, citando Pasolini in Petrolio, non ha un vero scopo. Anzi, non lo ha l’articolo in sé. È solo un mio cazzeggiare pallido e assorto perché dovrei fare la lista della spesa e non ne ho voglia, anzi, non ne ho cervello. 

È che mercoledì è il compleanno di Little Boss: 12 anni tondi e pari (non so perché ma i numeri pari mi piacciono tantissimo, provo tenerezza per loro, e io e Little Boss, entrambe, quest’anno compiamo numeri tondi e pari a dieci giorni- tondi e pari- di distanza. Ma non fate auguri: tanto sarà già passato un mese quando pubblicherò questo), e quindi voglio farle una piccola piccolissima festa. I soliti ignoti a cena: mia sorella con la truppa, mio padre e mia madre con Teresa (se se la porta, che è sempre una Question Mark). 

Ma siccome ormai sapete che detesto cucinare, sarà tutto un delirio di toast e pizzette (con la scusa che ai bambini piacciono). E la torta sarà con la Nutella, ovvio. Questa è una tradizione di ogni anno.

Sarà divertente vedere di nuovo mio padre e mia madre insieme, loro, che non si sono rivolti parola per quindici anni dopo il divorzio e ora sono costretti a stare nella stessa stanza per ore (la tregua tra loro è avvenuta dopo la mia separazione: già avevo problemi con il padre di Little Boss, che non mi rivolge parola e quindi i compleanni di Little Boss sono diventati doppi: uno da me e uno da lui.  Se avessi dovuto farne uno con mia madre e uno con mio padre -separatamente- la piccola rischiava di festeggiare tutto l’anno… molto felice lei, poco io).

Insomma, comunque, ho scoperto che riescono anche a parlarsi, i due, ogni tanto. Ma sempre sullo stesso argomento: la differenziata. Ora, non chiedetemi perché, ma riescono a stare minuti interi a confidarsi dove buttano il barattolo dei pelati o il tovagliolo di carta usato, ridendo come bambini.  E si scambiano opinioni: nel mio comune si fa così, nel mio cosà…

Sono davvero dei grandissimi misteri…

Io, che la differenziata ancora non ce l’ho, fingo di ascoltarli con interesse. Ma ogni volta che mi trovo a casa loro sono sempre confusa sui vari sacchi e bidoncini. Così di solito lascio la spazzatura in giro: ci penseranno loro, che hanno studiato il manuale. 

Cavolo, è già tardi e ancora non ho fatto la lista…

Mi ridurrò a fare la spesa a caso, domattina, infilando nel carrello a istinto, come sempre. Perché l’istinto per le schifezze ce l’ho ancora buono…