Amo…

Post 152

 

 

Amo le parole scorrette. Quelle inventate. Quelle che trovi per caso nel bucato da lavare, dentro il barattolo del sale, sotto al sorriso di un’amica che non vedi da tempo.

Amo le parole che sono pezzi di vetro fine che si conficcano sotto ai piedi nudi, quelle che sono morbidi cuscini dove soffocare le lacrime, lasciando la traccia di un rossetto inutile, quelle che si fanno cogliere come capperi nati sulle mura di un’antica città, quelle che ti arrivano inaspettate come le coccole quando sei stanco.

Amo le parole che sporcano, che gridano, che invadono gli spazi inesplorati del mio corpo, quelle che respirano e fanno respirare.

Amo le parole scorrette. Che non significano. Evocano.

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Elastici

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Avete presente quei barattolini pieni di elastici? Quella roba da ufficio (che in casa mia non manca mai, insieme a confezioni da 10 di matite B e penne Stadler). Ecco, quando avete bisogno di un elastico piccolo immancabilmente ne tirate fuori cento tutti insieme, arruffati, ma di questi cento nemmeno uno è come lo vuoi tu. Potrebbe sembrare una classica legge di Murphy. In realtà è come sento la mia testa in questo periodo. Un agglomerato disordinato di pensieri, tutte intricati. E quando tento di tirarne fuori uno, ecco che saltano fuori i cento elastici.

Quelle che proprio mi creano ansia sono le scadenze:

entro il 31 luglio presentare la domanda per i contributi affitto entro il 1 agosto consegnare le certificazioni all’avvocato entro il 10 agosto chiamare l’ospedale per prenotare la visita entro il 31 agosto paga la seconda rata della spazzatura…

Poi ci sono le cose che ti devi ricordare, in generale:

regalo di compleanno di tua madre prenota i libri per Little Boss per la scuola vai dal dottore per la ricetta porta le scarpe dal calzolaio invita tuo padre a cena…

Va da sé che in mezzo a questa roba a volte ti sfuggono i fondamentali, e così sono costretta a rimettere sveglie di ogni tipo a ogni ora. Ad esempio, medicina alle 9, prepara cena alle 19, e la più inquietante di tutte, alle 16: bevi. Sì, perché se non me lo ricordo con una sveglia rischio di morire disidratata e manco me ne accorgerei.

Ringrazio il cielo che abbiano inventato gli organizer, prima, e quei mini computer che ci portiamo in tasca ogni giorno, adesso. La tecnologia mi aiuta a non avere Equitalia alle calcagna, a non farmi staccare la luce, a non farmi fare figure di merda con amici e parenti, a non morire.

Certo, ci sono cose che, nonostante tutto, dimentico di ricordarmi. E così salto l’appuntamento dal dentista, dimentico l’iscrizione allo scuolabus per Little Boss, mi alzo la mattina e non ho più una goccia di latte.

Tralascio quei lunghi quarti d’ora in cui mi sforzo, prima di uscire da lavoro, di ricordare se ho fatto tutto quello che dovevo fare, se ho preso tutto quello che dovevo prendere, chiedo inutilmente ai miei colleghi che, siccome non sono nel mio cervello, giustamente non mi sanno aiutare. Ma ci provano, poretti.

In questo caos primordiale zeppo di elastici colorati, io, non certo paga, voglio anche mettere i miei progetti. Quindi sveglia alle 5, come programmato, scrittura di almeno un’ora, studio nel pomeriggio, lettura serale di un autore che merita.

Non sono capace di lasciarmi in pace.

Il fatto è che penso che sono sempre riuscita a gestire mille cose senza eccessivo sforzo, finora, e che quindi perché mai non dovrei esserne più in grado?

Forse non faccio i conti con l’età che avanza. Forse dovrei essere più permissiva con me, tanto nessuno mi darà mai una medaglia al merito, e poi invece penso che se non mi do da fare ora certo dopo sarà sempre peggio, sempre più faticoso, sempre più elastici, sempre più colori, sempre più dimensioni, sempre più difficile ricordarsi, sempre più…

Una delle mie paure (tra le mille che ho) è quella che il mio cervello si ammali, che non riesca più non solo a fare quello che faceva prima, come ora, ma che non riesca più a ricordare, connettere. A fare il suo lavoro base. E così cerco sempre di tenerlo in allenamento, dimenticando, spesso, che anche il corpo va curato di pari passo.

Ci provo, eh, a curare anche il corpo, ci provo a mangiare in modo regolare, a mangiare meno schifezze (il cibo casuale, come lo chiamo io), a dormire regolarmente, ma in fondo in fondo io questo involucro lo detesto, l’ho sempre detestato, e finisce che tutti i miei buoni propositi finiscono nel cesso in pochi giorni. Poi la vita frenetica mi riacchiappa per i capelli, torno a saltare i pasti, a non guardare le occhiaie, a non andare a camminare.

Intanto nel mio programma forzato oggi ho inserito questo, che alla fine mi fa stare sempre bene, anche se non è niente, ma alla fine è tanto.

Sono solo Punti Di Vista.

Il lettore ideale

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Chiunque scriva è d’accordo su una cosa: si scrive per un lettore ideale. Una persona sola, unica, che probabilmente è entrata nel nostro cuore con prepotenza e lì è rimasta a stazionare per giorni, mesi, anni. Diversi anni fa il mio lettore ideale era il Mentore. Lo è stato per tantissimo tempo, c’era questo tra noi, una scrittura fatta di sangue, alla Hemingway, Soffri era il nostro motto, vedrai che qualcosa di buono ne esce, Scava, era il mio personale, e cavolo se l’ho fatto, ho scavato tanto da consumarmici le unghie, un’archeologa disperata, Desperate archaelogist, una serie tv del tutto priva di sorrisi. Non so se ne è uscita buona letteratura, ma di sicuro ne è uscita tanta, di roba.

Ma esattamente cosa fa, il lettore ideale? Beh, anche nulla, a parte leggere. È solo una persona di cui sai il gusto letterario, che, un po’, assomiglia al tuo, ma che non è te. Perché si sa, tu sei il peggior giudice di te stesso eccetera. È una persona di cui ti fidi, una persona che sai che ti dirà sempre la verità, almeno sulla tua produzione. King aveva sua moglie (il lettore ideale per antonomasia, almeno fino al loro divorzio), Virginia Woolf aveva Leonard, suo marito (che le aveva regalato una casa editrice: questo sì che è un regalo, mica un banale anello). Giusto per citarne due che ricordo.

Mi manca un lettore ideale.

Alla fine sono diventata io il mio lettore ideale, ed è una cosa che non esiste, che non sta in piedi, io scrivo per me, e non posso farlo, infatti ogni cosa che scrivo mi sembra adeguata non appena la scrivo, per poi cadere subito in disgrazia come un nobile sfortunato. Mi rileggo e non sono abbastanza brava come la Postorino o la Di Pietrantonio, non ho il piglio della Bender, non ho la fantasia della Nothomb, la profondità di Carver, il genio di Wallace, la capacità linguistica di Meads, l’incredibile sguardo della Homes.

Mi manca un lettore ideale.

Sogno di trovarlo in un angolo di strada, in un tombino, nascosto nelle pieghe della mia vita piatta come il seno della Knightley, tento conversazioni di letteratura con chiunque, ma nessuno soddisfa i requisiti, i pochi lettori che trovo… leggono, appunto. Mica se la vogliono smazzare con i sogni assurdi di lettori ideali, con fabula e intreccio, con similitudini, anafore, allitterazioni, con punto di vista del narratore.

Mi manca un lettore ideale.

Che poi non è mica vero che il lettore ideale debba darti un giudizio e smazzarsi con figure retoriche e tecniche di narrativa. Deve solo darti lo stimolo per scrivere, perché hai bisogno di raccontare quella storia a lui/lei. Alla sua unicità. Perché, come tante cose della vita, la scrittura parte dall’amore.

Alla mancanza di questo lettore ideale non sopperisco.

La prendo come cosa acquisita, come una mancanza, appunto, si fa anche con un arto meno, con un senso meno, ci si abitua, si rinuncia. Si inventano modi nuovi.

Io non invento nulla, vado avanti turandomi il naso, sperando di fare alla fine qualcosa di decente, ma mica per dimostrare qualcosa a qualcuno, solo per dimostrarlo a me, che le ore perse dietro a queste lettere non sono state sprecate, che non è stato come fare un Sudoku.

Nessuna medaglia, se non la mia.

Nessuno, a parte me.

(Che poi, che buffo, è proprio il contrario di Tutti, tranne me, il titolo della mia prima raccolta di racconti ormai smembrata).

Le cose cambiano. Accettare certi cambiamenti è dura anche per me che la mia zona confort è restare fuori dalla zona confort.

Ma è già qualche giorno che riesco ad alzarmi alle 5. E a scrivere almeno 1000 parole al giorno.

Nulla di speciale

 

WordPress non mi fa copiare il file dal mio word.

O forse è il mio pc.

Quindi provo ad attaccarlo qui, così, un po’ a cazzo.

vediamo…

Ah, no, ecco, ho risolto: copio e incollo come sempre.

Tutta roba di cui, comunque, potevate fare a meno…

 

 

 

In questo periodo sono un po’ vuota.

Un po’ piatta.

Un po’ ferma.

Insomma. Il concetto è quello.

È come se galleggiassi, ma non alla maniera di It, certo, direi più come fare il morto sulla superficie del mare.

Faccio cose che non mi interessano, non faccio cose che mi interessano, tento di darmi degli obiettivi, qualcosa di piccolo e raggiungibile, come ad esempio alzarmi prima la mattina per scrivere, o studiare, ma la sveglia la ignoro, mi giro dall’altra parte e aspetto quella delle sei.

È che ho di nuovo smesso di riconoscermi allo specchio.

Forse è la stanchezza, lo stress, dormire male la notte non aiuta certo, fare una moltitudine di sogni nemmeno, correre tutto il giorno neanche. Ed ecco che ho appena scritto tutte le mie giustificazioni del caso.

O anche, più semplicemente, l’Irrisolto mi alita sul collo.

Nell’Irrisolto credo vada a finire anche il mio cinismo. L’altro giorno scherzavo, al solito, con Micro(bo) che però a un certo punto si è quasi spazientito e mi ha detto: ma perché non diventi lesbica, visto che disprezzi tanto gli uomini?

Beh, io non li disprezzo. Li disprezzo? No, mi piacciono. Mi piacciono? Ma sì, dai. Sicura?

E beh, alla fine, il commento quasi spazientito di Micro(bo) mi ha fatto capire che mi sa che ha ragione lui. Ho perso la fiducia. Una cosa molto triste, ma più ci penso e più mi rendo conto che non mi fido più. Di nessuno. E quel che è peggio è che sto perdendo anche la speranza. E questo mi rende non solo sempre più cinica, ma esattamente la persona che non vorrei essere, una gattara in fieri, se conoscete l’elemento.

Sto tornando ad essere il robot che ero, la sonnambula che sopravvive e non vive? Che si crogiola nelle sue ottuse piccole e medio borghesi convinzioni sulla società di massa, comode perché non mi permettono di usare il cervello?

Ho davvero finito le cose da dire? Sono tutta qua?

Alla fine non c’è nulla di speciale in un’esistenza.

 

 

 

Di Marziani e Venusiane (ma sopratutto Marziani)

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Una volta scrivevo un sacco di recensioni.  Era uno dei miei punti forti, scriverle, mi piaceva dire la mia, far conoscere autori semi sconosciuti, privilegiare alcuni aspetti di un testo, screditarne altri. Insomma, il mio lato maestrinaveniva fuori alla grande. Ho iniziato in un forum di appassionati di libri, proseguito sul mio (primo) blog e terminato, in pratica, su una rivista on line. Lo faccio ancora, a volte, di scrivermi qualcosa su ciò che leggo, ma lo faccio in privato, in cartaceo per lo più.

Tutta questa premessa l’ho scritta per dire che questa non èuna recensione. Per prima cosa si recensisce un libro terminato, e io, questo libro, non l’ho ancora finito. Poi si indicano autore e titolo, e io non lo farò.

Il libro in questione lo chiamerò Il famoso libro sui rapporti di coppia(IFLSRDC: abbreviato: LRC), l’autore è il Grande psicologo(GP). E questo vi basti.

GP è diventato famoso con questi libri (ebbene sì, ce ne sono più di uno), ha venduto milioni di copie e fa seminari da anni. L’obiettivo è uno solo: dire a uomini e donne che non si capiscono solo perché parlano lingue diverse. In pratica si pone come interprete. E fin qui la logica non fa una grinza: che uomini e donne la pensino diversamente è noto a tutti.

Una piccola parentesi: come sono approdata in questi felici lidi cartacei? Qualcuno, ma giuro non mi ricordo chi, sennò lo ripescherei e gliene direi quattro, me lo ha consigliato, nonostante il titolo, che mi ispirava come il lampredotto a colazione. E dopo anni da questo consiglio, forse giunta a dovuta maturazione (io), dopo gli insuccessi plurimi dei miei rapporti (o tentati rapporti, parlando di cose recenti), mi sono detta: why not? Male non farà. E in effetti male non fa, nel senso che danni non me ne ha recati, anzi, spesso mi ha fatto ridere parecchio, quindi un risultato l’ho ottenuto, magari non quello sperato: capire gli uomini.

Ma torniamo al libro. Il GP si propone di dare indicazioni a uomini e donne per potersi capire e quindi non litigare per prima cosa, e poi non separarsi per seconda.

Riassumendo afferma che le donne si infastidiscono quando gli uomini non le ascoltano e si rifiutano di parlare con loro. Ciò avviene, secondo GP, perché gli uomini hanno bisogno, quando sono turbati (parole sue), di ritirarsi nella caverna. Ritirarsi nella caverna significa semplicemente sia andare in garage a fare modellismo, che guardare la tv o giocare a calcetto con gli amici. Ritirarsi nella caverna significa quindi stare lontano dalla vita familiare. Questa è logica, un due più due.

Gli uomini invece si infastidiscono quando si sentono giudicati (in malo modo) dalle donne. Le donne li sviliscono così perché il loro umore funziona come un’onda: a un certo punto si infrangono e devono scendere nel pozzo, dove faranno una pulizia emotiva: in pratica devono toccare il fondo (della depressione) per poi risalire.

È un riassunto sommario, non fateci caso. Ma le parole usate da GP sono queste precise: uomo nella caverna, donna nel pozzo. Già qui è incoraggiante.

Ma ok. Ok. Vediamo i consigli partici per far funzionare una coppia. Che poi lui traduce in segnare punti: di per sé abominevole. Come fare a segnare punti con una donna? Facile (chi ride è fuori dalla classe):

  • tornate a casa e per prima cosa abbracciatela
  • regalatele dei fiori e non solo per le feste
  • fatele complimenti
  • ditele “ti amo” almeno due volte al giorno
  • rifate il letto e riordinate la camera
  • lavate la sua auto
  • lavate la vostra auto quando sapete che lei ci monterà
  • lavatevi prima di fare l’amore
  • qualche volta coccolatela anche se non pensate di fare l’amore (!!!!
  • fatela sentire più importante dei figli (questo è davvero inquietante…
  • nelle occasioni speciali scattatele qualche foto
  • tenetele aperta la porta, offritevi di portarle la spesa o i bagagli in viaggi
  • mostratevi interessato (non siate interessati, ma mostratevi e basta, che tanto non la capisce la differenza) alla sua giornata
  • mostratevi divertito alle sue battute

Altri ne ho omessi. Che questo basti. A tutti.

La mia domanda è una sola: se un uomo ha bisogno che un GP del ca… gli dica cosa fare con la propria donna, quale speranza abbiamo per l’intera umanità? Sul serio un uomo ha bisogno di un GP per capire che se a una donna gli dici Sei bellissima la rendi felice? Perché, un uomo non ne sarebbe felice?

Va anche detto che un elenco simile per le donne non c’è. La cosa mi turba, come direbbe GP.

Alle donne viene semplicemente consigliato di non giudicare gli uomini (dei pigri, degli inetti, degli scordoni, degli irresponsabili per lo più) e di farli sentire importanti facendogli risolvere i loro problemi. Ho un tubo rotto Tom, puoi ripararlo tu? O, grazie, mio cavaliere dall’armatura lucente! Senza di te sarei morta! Qualcosa del genere.

Segnare punti, guadagnare, sono parole ripetute spesso nel libro.

Ora… io mi dico che è vero che la solitudine è una brutta bestia, ma è una bestia ancora più brutta l’uomo che viene descritto qui: un pigro, inetto, irriconoscente essere che appena può striscia nella sua caverna. La donna, di contro, è descritta come un essere volubile, psicotico, piagnucolone e criticone che appena può si deprime e scende nel pozzo, anche se tutto va alla grande. La sintesi del libro potrebbe essere che i due, marziano e venusiana, siano dei cerebrolesi e che l’unica soluzione sia fare a sopportarsi, cosa che il mio ex suocero mi disse mille mila anni fa e che io ho rifiutato in direttissima. Io non sopporto proprio più nessuno: io amo, al più, e minimizzo i difetti, come faccio con Little Boss. Ma sopportare, gente, è ben diverso: non si regge alla pressione, si esplode, garantito per esperienza.

Poi magari non sarò fatta per le relazioni a lungo termine…

Ma questo libro mi ha solo detto che se anche così fosse, la ragione è la mia.

L’Irrisolto

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Non riesco a dormire.

Un fatto che per molti è una cosa normale. Molte sono le cose normali che per me sono invece straordinarie, come per esempio soffrire il caldo. Di solito io sto al caldo come un pesce sta all’acqua. Invece mi sono trovata in difficoltà di recente.

Lo stesso è per il sonno. Insomma, da quando sono bambina mi sono fatta mancare un sacco di cose, ma mai le ore di sonno. L’Amico Speciale mi ha sempre preso in giro per questo,Basta che tocchi il letto, tu.  E si vede che invece non lo tocco, il letto, quando mi ci sdraio, e passo molto tempo a rotolarmici senza risultati.

Little Boss mi dice che se vado a letto tardi mi gioco il Sonno di bellezza. Beh, io vorrei tanto essere bella, ma giuro che non lo faccio apposta.

Stasera, dopo aver inutilmente tentato di leggere il Manuale più stupido della storia dei manuali psicologici, sono venuta qui per continuare a fare quello che ho fatto per buona parte del pomeriggio: l’ennesima revisione a un romanzo di un amico. Mi ero detta che non lo avrei più fatto, ma non c’è nulla da fare, è una cosa che mi piace, una cosa che stuzzica un lato di me che oltretutto nemmeno apprezzo particolarmente, ma tant’è. Così, invece di continuare il mio romanzo, leggo quelli degli altri e ancora tento di piazzare i miei ultimi racconti sulle benedette riviste on line. Una, ieri, mi ha risposto di no a tempo record: tutto in un solo pomeriggio.

Contando che ne ho piazzati dieci, ormai, in questi anni, e che me restano nella cartella (che ho nominato proprio così: Racconti da piazzare) solo tre, direi che almeno su quel lato non sono stata poi così male. Ostinata, come sempre. Vorrei buttare la mia ostinazione anche nella cartella con scritto Romanzo.

Sulle scuse fantasiose che invento ogni volta per evitare il confronto con quel foglio vuoto di word la più carina di sicuro è, appunto, che fa troppo caldo per scrivere. Ma c’è anche Sono in un periodo di confusione (mi chiedo, da quando ho compiuto 20 anni,  se ho mai avuto un periodo di non confusione, per una storia o un’altra), Ho troppo lavoro al Ristorante, Non sono abbastanza brava, Il romanzo non è la misura per me( e allora perché non scrivi un racconto, diamine?).

Ebbene sì, credo che stasera sia questo pensiero a non farmi dormire. Tanti anni fa risposi alla fatidica domanda da Primo giorno di corso di scrittura: perché scrivi? E avevo una valanga di Perché. Anche oggi sono validi, ma credo di avere paura, semplicemente. Scrivere fa paura. Fa paura perché tira fuori della roba che invece per far filare tutto liscio tendi a tenere nel cassetto. Chiuso a chiave. E con la combinazione.

Mettermi alla prova pochi mesi fa con un racconto nuovo mi ha fatto capire che ci sono conflitti che ancora non ho risolto. Banalmente sempre gli stessi. Eh, beh, ok, sono una recidiva. Ci sono tante cose in cui tento di migliorare, giorno dopo giorno (e, a proposito, secondo il Grande Psicologoche ha scritto il Manuale più stupido della storia dei manuali psicologici, pare che questa sia una dote del tutto femminile, venusiana, per dirlo in termini suoi), ma c’è uno boccone duro che non mi va mai né su né giù, che da oggi chiamerò l’Irrisolto. Cosa, esattamente, non abbia risolto, beh, non lo so.

La logica vorrebbe che invece di averne paura io lo affronti. O almeno, è così che io faccio quando ho paura di qualcosa.

Ma la mia voglia di normalità, in questo momento, è talmente forte che sto facendo resistenza.

Ma siccome questa cosa mi è entrata in circolo, soprattutto scrivendoci ora, stasera, mi sa che qualche passetto in quella direzione dovrò farlo. Un piccolo passo. Alla fine è proprio questo blog che mi insegna che sono lenta, sì, ma se voglio una cosa…