Alessa

Nel dì di festa…

Mi alzo controvoglia alle sette e mezzo, ben due ore e mezzo dopo la mia sveglia abituale. Nonostante ciò le gambe sembrano stones, la schiena non vuole raddrizzarsi, sotto gli occhi ho due Fosse delle Marianne. 

Prendo il mio caffè con latte di soia, ingurgito l’integratore che assomiglia a una sostanza con dentro la criptonite e mi sento un po’ meglio. Giusto due minuti due. Poi il cervello si attiva, si ricorda quello che deve fare in giornata e allora ciao, vorrei tornare dritta dritta a letto.

E vabbè, invece mi vesto, indosso semi compiaciuta i jeans che non stavano più dal pre-lockdown, esco senza essere del tutto preparata al freddo e me ne vado nella città del mare da mio padre (mi sono ricordata questo post… e ora tutto sembra chiaro. O quasi). Mentre guido mi ripeto gli obiettivi del giorno: portare scatole per trasloco, chiamare la sua dottoressa per riferire dati della pressione, recuperare e inviare i documenti per il nuovo contratto di affitto e…convincerlo a mettersi un pannolone per anziani. 

Arrivo alle nove e mezzo e alle dieci e mezzo ho già fatto tutto, compreso il convincimento. Mi guardo allo specchio del suo bagno (che ho appena pulito per onore alla decenza) e mi dico: ci sei, Moon, oggi è andata bene. Soddisfatta di me per un Serenity extralarge.

Torno giusto per prendere Little a scuola (che a scuola non era perché sciopero) e poi a casa. Perché nel pomeriggio devo fare il cambio dell’armadio, chiamare di nuovo la dottoressa di mio padre, organizzare con mia madre la cena per il mio compleanno… e poi arriva lei. Arriva Alexa.

L’amore tra me e questo gioco per adulti (non chiamiamolo in altri modi, è così e basta: è un gioco) inizia mesi fa a casa di mia sorella. Lei e le mie nipotine la chiamano per ogni cavolata: Alexa, metti le luci rosse; Alexa, fammi sentire Nella vecchia fattoria; Alexa, di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?E via discorrendo. 

Nonostante ciò immagino le sue potenzialità. Alexa, accendi la lavatrice; Alexa, fammi vedere cosa succede nel mio soggiorno. E poi sì, anche, Alexa, metti la mia compilation preferita su Spoty

Ma è solo negli ultimi giorni che Alexa è tornata nel mio cuore, quando la FDC l’ha portata al laboratorio di pasticceria per il mio Capo. 

Ora. Il mio Capo spesso le urla contro: ALEXA, DIMMI LA FREQUENZA DI RMC! Come se Alexa fosse il vecchietto sordo che l’altra mattina, quando l’ho visto sedersi al tavolo e gli ho chiesto se avesse il Green Pass mi ha risposto: sì, grazie, un caffè macchiato. Misteri dell’udito.

Comunque, l’Alexa del lavoro è chiamatissima. Anche Osaro, il mio collega nigeriano, a volte prova a chiamarla. Solo che la X non gli viene. Alessa, fa lui. Alessa!!! E lei zitta. Lui mi guarda, fa spallucce. Alessa no funziona, dice(il suo italiano è quasi come il mio nigeriano, va detto, nonostante i millemila corsi di lingua che frequenta. Ciò mi spinge a dire: ma chi li fa, questi corsi???)

L’altro giorno Osaro ha visto due mosche, una sopra all’altra. Mi batte su una spalla e mi fa: Moon, pure mosca ha fidanzata! Perché io no fidanzata? Così il mio Capo ha chiesto a Alexa: Alexa, lo vuoi Osaro come fidanzato? Lei ha risposto: sono felicemente single, grazie. 

Povero Os… nessuna speranza! Va detto che il ragazzo è bello, ma pretenzioso: la vuole bianca (no nera, perché io no nero– see, ok, Os, se ti copri con tutta la farina della pizzeria, forse-), la vuole giovane e bella, intelligente, italiana, che lavora…

Eh, gli faccio io, se la vuoi italiana sarà meglio che lo impari, prima, l’italiano, no? 

Ma se è intelligente, mi risponde, studia e impara inglese, come te. 

Pinato*, gli rispondo.

Pentolina, mi dice lui (perché ogni tanto borbotto)

Intanto abbiamo raggiunto il compromesso. Lui continua a dire le cose in inglese anche al mio Capo e se lei non lo capisce invita Alexa a fare da traduttrice.

Un interprete come un altro…

*in gergo: duro come le pigne (o pine, in toscano) verdi

Prendiamola a ridere

Notare che non mi fido e mi faccio mandare la foto della pressione di mio padre…

È un’ora tarda per me, le nove e venti.

Conscia del fatto che non terminerò stasera questo mio scritto, sento comunque la necessità di scrivere. Bene, mi dico. Stai tornando umana. 

È che sono fissa a risolvere un problema, quello di mio padre. Un uomo relativamente giovane per i tempi odierni (73 anni, non vi sembra giovane?) che si comporta come un novantenne senza speranze. Un uomo vitale, molto attento a se stesso, attaccato alla vita, egocentrico fino all’estremo limite ( tanto che spesso ha messo la sua vita di fronte a quella delle sue figlie, causando non pochi problemi di botta o di rimbalzo), un uomo vivo, insomma, trasformato in un Dead Man Walking in poco tempo, un anno per lo più. La causa ancora parzialmente sconosciuta. 

Una figlia non può che intervenire in maniera decisa in questi momenti. Facendo da genitore, insomma. Programmando visite, prendendo decisioni difficili… insomma, il solito tour dei Figli Di Genitori Malati (FDGM). 

Ma resta che sono anche Madre, vera, di un’adolescente. 

Insomma, mi trovo in quell’età bastarda in cui mi devo preoccupare sia dei figli che dei genitori. Tempo per sé pari a zero. Con resto. 

Oggi mi chiama Little a lavoro. Chiama di rado, quasi mai. Si affida a Whatsapp più che latro.

Mami, dice, c’è una lente a contatto nel cesso.

Lo so, dico, l’ho buttata io stamani perché era finita (le porto anche più del dovuto, Ndr, prima o poi divento cieca per un’infezione sconosciuta dovuta al portare troppo una lente a contatto).

Sì, ok, ma ti serve?

In che senso Bambi? (nomignolo che le affibbio random, quando per lo più voglio chiederle qualcosa oppure dirle che le voglio bene oppure, come nel caso, farle capire che non sto capendo)

Nel senso, posso farci sopra la pipì o vuoi recuperarla?

Che dire. 

Non diciamo nulla. 

E poi, più tardi, chiamo mio padre. 

Ciao, come ti senti?

Bene! Perché?

Sì, ok, la pressione la hai misurata?

Sì, la massima è 190. Non male vero? 

Come non male???? È alta! Babbo, dovresti tenerla sotto 160 almeno!

Ah sì? E chi lo dice? 

Tipo il tuo medico?

Ah, ok, ok. me lo dice sempre anche Moon.

Babbo…sono io Moon…

Ahahaha. Fa lui. Ahahaha. 

Ma io dico? Che te ridi?

Che poi, sì, lo ammetto, ci rido anche io. 

Ridiamoci su, che è meglio. 

Intanto la mia artrosi cervicale si fa sentire. Quella che un tempo chiamavo la Carogna. Da qualche parte l’ho già scritto, ma non so dove. 

Il mio ortopedico mi dice che peggiora con lo stress. E quindi ci provo a non stressarmi, tra i messaggi del Poeta (il mio ex ora lo chiamo così, il Poeta, anzi Er Poeta, dato l’ermetismo dei suoi scritti che neanche Ungaretti), mio padre con l’arteriosclerosi e mia figlia con le crisi di adolescenza e il lavoro con le crisi sempre e la mia cervicale con le sue crisi cicliche. 

Ci provo. Eh.

Intanto sono riuscita a finire di scrivere qui. 

Un traguardo. Sono le nove e quarantacinque. In ritardo di un’ora sulla tabella di marcia di Morfeo. 

Morfeo mi scuserà. Spero.

E sì che ero brava a scuola con i riassunti…

Bene bene bene.

La mia idea era di riassumere questi sei mesi, ma si sa, un riassunto è sempre una questione personale, di PDV, direi io. E di immagini, di fotografie, quelle che restano impresse nella nostra pellicola mentale. Avrei voluto solo belle foto, o foto belle. Vediamo cosa ne esce.

Febbraio:

C’è un furgone stipato di roba smontata: un letto contenitore dell’ikea, una cucina intera, rossa, di buona fattura, specchi, lampade, una scala con scalini di vetro fatta su misura, materassi, zanzariere comprate on line. No. Non è il mio furgone del trasloco. Io ho traslocato con la mia macchina, Winny, le scatole con i libri e tutto il resto occupano poco spazio. È la roba che viene portata via dalla mia vecchia casa: viene svuotata per motivi terzi ed è inutile che ve li dica: troppo lungo e complicato. Ma soprattutto non sono affari miei. Ci sono io, in piedi sopra il parquet, guardo le stanze tinteggiate da me sei anni fa completamente spoglie: la casa che mi ha accolto, il mio rifugio dalla tempesta, la spettatrice della mia rinascita ora è nuda, inerme. Le dico addio in silenzio.

Ale di fronte a me. Dall’altra parte del tavolo. È lì con me, allungando una mano la posso toccare, la vedo, con la sua nuova aria da folletto, come a dimostrarmi che è lì, nel paese dei folletti, che vuole stare. E io lo so che sebbene ci provi fino all’ultimo giorno, sebbene pensi pure di sabotarla, non posso fare a meno di amarla tanto da lasciare che se ne vada. Così da dimostrarmi che l’amore non è sempre egoista, dopotutto. 

Marzo:

I colori dell’arcobaleno volteggiano sulla mia testa. E sul mio lavoro. Vai a lavoro? Stai a casa? Ormai è solo una questione di scelte, non di obbligo. Mi dico: vai a lavorare almeno ti distrai. Credo sia la prima volta che lo penso. 

Aprile: 

Una Pasqua tutta per me. Nella mia nuova casa le vocine delle mie nipoti, i regali, il sole, i sorrisi. Un pranzo in famiglia che ho organizzato io, finalmente, senza stress. Ogni tanto essere in zona rossa è un bene.

Per l’occasione sto friggendo i supplì. Le polpettine di riso saporite sono dorate quando le scolo, finalmente lo scettro è passato dalle mani di mia madre, la Regina dei Supplì, alle mie: continuo così la tradizione di famiglia, con una ricetta, il riso e il pangrattato. 

Maggio: 

A Maggio nemmeno una foto. Né mentale né fisica… deve essere stato un mese pieno di lavoro.

Giugno: 

Io che guardo il carroattrezzi portarsi via la macchina di mio padre mentre mi scuso con i vigli urbani per lui, Si deve essere dimenticato l’assicurazione, scusate, ripeto. Ma so che c’è qualcosa di più. Decido di fare una cosa non proprio etica ma salvifica per il momento: nascondere la testa sotto la sabbia in stile struzzo e rimandare tutto a dopo l’estate.

Luglio:

Un castello stregato, un pranzo pieno di leccornie, una bella giornata di sole. Io e Little Boss ci prendiamo una giornata di respiro e ce ne andiamo a Fosdinovo con tanto di visita guidata, sulle tracce del fantasma che respira. O così dicono gli esperti fantasmologi… spettrologi? Occultisti? Ma come si chiamano? Ah: ghostbuster! Pranzo poi a Colonnata: slurp! E basta, solo slurp. 

Agosto: 

io e Little Boss al mare, a fare le signore, con pranzo al ristornate sulla spiaggia, lettini e tutto il contorno del mare che per una giornata spedi 100 euro. Semel in anno…, dicevano. Anche se il riferimento era per il Carnevale, se non erro.

Agosto però è anche la mia foto su un altro lettino, quello del Tizio che Che mi Scrocchia (T.C.S.) come diceva una mia collega (che non nominerò con nomignoli, tanto è già sparita: è durata come un gatto in tangenziale al Ristorante. Così va la vita). Al TSC ho lasciato un bel mucchio di soldi per nulla. ma va detto che in quell’ora di sedute da lui dormivo che era un piacere. Insomma tra Luglio e Agosto iniziano i miei problemi che portano, oggi, le mie papille gustative a tentare il suicidio: la dieta vegana! (ma la mia dieta non è solo vegana: ha altre restrizioni. Pure!). 

Agosto mi vede anche poco insieme all’Amico Speciale: quando io dormo (ogni volta che non lavoro in pratica) lui è sveglio; quando io sono sveglia, lui è a lavoro; quando io lavoro… bhe, lavoro. Quindi un gran casino. 

Settembre: 

Ahhh ( di sollievo). Le ferie. 

Le ferie mi vedono in Sicilia. Porto io lì la zona gialla. Ma chi se ne frega, Palermo è bellissimissima. Un clima rilassato, giornate perfette (né caldo né freddo, mai pioggia), chili e chili di fritto (panelle e crocchè, arancine), cannoli come se non ci fosse un domani, acqua talmente limpida che potevo vedere i pori del mio piede, edifici come la Cattedrale, il Palazzo dei Normanni… insomma: è stato un antipasto, cara Sicilia. Tornerò per il primo, il secondo e pure il dessert!

Settembre mi vede però anche impegnata in tutto quello che ho voluto tralasciare nei mesi passati. Mio padre è in cima alla classifica. E quindi un’altra foto di me mi vede in macchina fare su e giù due volte a settimana tra il Paesello sperduto dove abito e la Grande città di mare dove invece abita lui (3 ore di auto tra andata e ritorno). In questa immagine io guido la macchina come Fred dei Flinstone: avete presente, no? 

Il mese finisce con me una Moon disagiata, stanca e dolorante, che nel frattempo, oltre a una dieta, ha iniziato anche una cura farmacologica che spera funzioni (le altre cure provate? Acqua fresca. Sennò non tentavo il TSC o la dieta). 

Ottobre è appena iniziato. Già si preannunciano tuoni e fulmini, reali e metaforici. 

Certo, se viene giù metaforicamente l’acqua come realmente è venuta giù qui ieri sera… affogherò di sicuro! 

Un riassunto un po’ lunghetto, questo. La prof di italiano di Little mi darebbe un due. Spero che WP non dia i voti…

Love your mom

Ed eccomi qui con il mio the verde (rigorosamente in infusione nella tazza con la scritta Chocolate is always a good idea), dopo una sessione di cucina casalinga. Perché, se è vero che voglio credere che la dieta che sto seguendo funzioni, lo è altrettanto che cucinare, per me, is not always a good idea… Ma sono costretta. Come diceva ieri il cuoco vegano del ristorantino che ho scovato vicino alla scuola di Little Boss, un conto è farsi una fettina in padella all’ultimo minuto, un altro è farsi piacere il tofu al naturale preso e messo lì. 

Va detto che sto studiando (la cosa che in assoluto amo di più fare). Cerco di creare un ricettario su misura per me: piatti veloci ma gustosi. E giorno dopo giorno il Libro Vegano (L.V.) cresce.

Sulla meditazione invece sono un pelino più capra (Sgarbi dixit). Tento di farla dopo cena, sdraiata sul letto, così se mi rilasso tanto da addormentarmi sono già lì. Ma spesso non tengo a bada i pensieri, mi si imbizzarriscono proprio, e faccio una gran fatica. E mi deprimo perché non ne sono capace. Che poi, siccome la meditazione Mindfulness prevede che non mi giudichi, finisce solo che mi giudico anche per essermi giudicata: un macello. 

Nel libro che sto leggendo sull’argomento (Guida alla meditazione della consapevolezza) c’è anche una sezione dedicata a un Progetto Mindfulness: si tratta di prendersi cura di… indovinate? Una pianta! Questo perché una pianta ha bisogno di osservazione, attenzione e cure. E disciplina. Ottimo, ottimo, ma io, come ho già scritto, sono una con il pollice verso, uccido qualsiasi cosa verde anche solo avvicinandomi (come Maga Magò nella Spada della roccia: presente?). Non voglio mietere altre vittime, non ora almeno, che sono così…principiante! Così ho trovato una soluzione alternativa: il lievito madre. Molti sapranno di cosa parlo, ma nel caso vi faccio un riassuntino: il lievito madre è il lievito che usavano le nostre nonne (o bisnonne o trisnonne, dipende dall’età di chi legge); trattasi semplicemente di acqua e farina fermentata in modo spontaneo grazie ai microorganismi presenti nelle materie prime. E questo, più o meno, lo sanno tutti. Quello che io invece non sapevo è che il lievito madre, contrariamente al suo nome, si comporta come un figlio. Anzi. Un neonato. Prima di tutto deve essere risvegliato, poi bisogna fargli il bagnetto, infine deve essere messo a letto. Il tutto solo per non farlo morire. Un Tamagotchi ante litteram. Se poi lo si vuole usare allora dobbiamo procedere a fargli vari bagnetti (i rinfreschi) ogni tot ora, deve essere fasciato in un certo modo, con tessuto di lino superpulito e corda apposta (sì, questa cosa della corda per legarlo non è proprio da infanti, ma concedetemi la licenza). Inoltre bisogna saperlo guardare e annusare con attenzione: se ha un odore troppo acido allora va lavato con lo zucchero, se gli alveoli sono troppo radi non va bene, se non ce ne sono troppi non va bene… insomma, un gran cavolo di lavoro per sfornare una pagnotta! Quindi per ora ho deciso solo di tenerlo in vita: il bagnetto una volta a settimana. Poi quando sarò più grande penserò al modo migliore per usarlo. Sempre che non muoia, ovvio. 

Nel frattempo, anche per il lievito, studio. Perché il Ristorante sta diventando sempre più Pasticceria (aggiungi aggiungi, un biscotto nuovo qui, una monoporzione lì ) e quindi progettiamo di fare il mitico Panettone per Natale. Con, ovvio, il lievito madre. Credo che nei prossimi mesi avrò da impratichirmi, col piccoletto. 

Mi ero messa seduta qui, in realtà, proprio per fare un riassunto di tutte le cose che sono successe a lavoro da sei mesi a questa parte, ma come al solito Va’ dove ti porta la tastiera ha prevalso. 

Sarà per la prossima volta, eh…

Vado a fare uno snack con la maionese vegana alla paprika (buonissima, ve la consiglio anche se siete uovivori, è stata la prima ricetta del L.V.)

La mia casa

La settimana passata è stata bella tosta, un surplus di lavoro inaspettato e Little Boss che mi chiede di portarla alla fiera, e la sua lezione di canto, e la mia lezione di scrittura creativa, e una festa di compleanno (di Little) da preparare…

La mia piccola ha fatto i mitici 14. Forse ho detto mitici anche l’anno passato, per i suoi 13, ma solo perché ogni anno che passa è un miracolo per me, ogni cambiamento che fa mi sorprende (o mi fa incazzare, dipende), ogni scalino sento che è sempre più difficile per me stare al passo con lei. usa parole che non conosco, social che non capisco, e tutto questo mi fa sentire vecchissima, mi fa sentire (aiuto!!!!) mia madre. E proprio sulla soglia dei 42.

Anno difficile il 2020, lo diciamo tutti da tempo. Eppure ho anche scritto che sono certa che le cose stanno per cambiare. E se lo scrivo a volte è vero.

Mi sono sorpresa in queste mattine a cantare nella testa, vi capita mai? Mentre glassavo i bignè è arrivato Jimmy Fontana con Il mondo. E poi ieri mattina (o meglio ieri notte alle 3.30, quando mi sono alzata) nella mia testa suonavano le note di La mia casa, di Daniele Silvestri. Ora, la scelta della colonna sonora per questo momento è davvero discutibile, chissà come sta male quel piccolo neurone solitario che gira a vuoto nel mio cervello, fatto sta che le associazioni non le ha fatte del tutto a caso.

Ho già scritto quanto io adori il minuscolo buchetto in cui vivo con Little da più di 5 anni ormai, una casa graziosa, il parquet in terra, il soffitto a volta in pietra, gli arredi praticamente nuovi. E forse ho anche scritto che la mia padrona di casa l’ha messa in vendita, senza però (ancora) darmi lo sfratto. Siamo in un piccolo piccolissimo paese e le notizie corrono veloci, tutto sanno tutto e quindi è così che lunedì mattina mi ha telefonato una persona per propormi una casa. Anche altre persone mi avevano detto di case in affitto, ma alcune avevano un prezzo che non potevo permettermi, altre erano senza mobili, altre non avevano una camera per Little Boss (che anche ora non ha visto che stanzia nel soppalco di questa minuscola casa). Alla persona che ha chiamato e che mi proponeva una casa simile alla mia (esattamente quella al di là del mio pianerottolo) ho detto proprio questo: se devo cambiare ho bisogno di una stanza per Little. E così è venuto fuori che ha un altro appartamento, poco più in là. E sabato me l’ha fatto vedere. 

Appena siamo entrati, io, Little e l’Amico Speciale, abbiamo tutti capito una cosa: è la mia casa. Due camere grandi, cucina abitabile, bagno nuovo e spazioso (siamo due donne, eh, ci vuole posto nel bagno!), due grandi sottoscala. Niente balconi, niente giardino, ma neanche qui li ho, quindi… le ho detto che le avrei fatto sapere tra una settimana, ma appena uscita avevo già deciso (oltretutto mi fa anche un prezzo più basso di quello che pago ora). 

Quello che voglio dire con questo pippone sulla casa è quello che ripeto da sempre: se tu ti muovi, l’universo intorno a te si muove per aiutarti. 

E quindi anno nuovo, casa nuova e stop a tutte le preoccupazioni sull’alloggio. 

Restano un po’ quelle sul lavoro, sebbene la logica riesca a fugarle. In fin dei conti l’Amico Speciale quando me lo fa notare ha ragione: ormai lì dentro sono un pilastro, e me ne rendo conto anche da sola quando i miei nuovi colleghi (entrati in sostituzione di Micro(bo) e della collega in maternità) vengono a chiedere le cose prima a me. Inoltre, nonostante il Covid, lavoriamo, e tanto. La pasticceria vende bene, solo il Ristorante è un po’ in calo, e io mi sto specializzando sempre più nella pasticceria. Fino a che l’Ombra Malvaglia della figlia del Capo(che è una pasticcera con tanto di carta) se ne resta a casa con il figlio io sono salva. E visto quanto è paranoica non sarà questione di due mesi. 

Quindi sì, sabato ho cantato, ho abbracciato Little, baciato l’Amico Speciale e sorriso. 

L’universo è ancora con me. 

Un segno invisibile e mio (cit.)

post 192

 

 

 

Prefazione postfatta:

Devo dire che tutti questi ricordi sono assai poco piacevoli. Il mio masochismo sta forse buttando benzina sul fuoco? Oppure è necessario ricordare e mettere in ordine i pensieri, proprio ora che ne ho il tempo?

Scrivere non serve forse a questo, a rimettere in fila i pensieri?

La prefazione postfatta è zeppa di domande… ai posteri eccetera eccetera

 

Spesso mi fisso a pensare, ecco da dove vengono i ricordi, sono circondata da questi, qui chiusa.

Fisso il mio personale centrotavola. È qui da prima di me, anche se l’ho comprato io, un lunedì mattina all’Ikea con Ale. La mediatrice familiare (quella stronza a cui ancora vorrei tirare il collo) mi aveva detto di aspettare a dare comunicazione a Little Boss della separazione. Avrei prima dovuto: A) cercarmi un lavoro; B) cercarmi una casa; C) preparare la notizia insieme al mio ex, di comune accordo.

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui ho comunicato al mio ex che volevo lasciarlo (definitivamente, stavolta, niente Una pausa a casa di mia madre per una settimana, come era successo 5 anni prima). Era il primo maggio, un giorno caldo, c’era il sole. Ci siamo trovati (udite udite) fuori dal Ristorante che poi mi avrebbe assunta. Ricordo di aver preso una lattina di coca, lui una birra. Ho cercato di dirgli quello che gli ripetevo da anni (%, per l’esattezza), che non ce la facevo più, che vivere con lui era diventato impossibile, che non lo amavo più, che non c’era speranza di ricostruire un rapporto (sa solo il cielo se ho provato di tutto), che separarci era l’unica soluzione, per me, per stare bene. Quante parole buttate al vento. Lui ha solo incamerato il messaggio (ti lascio) e, se già gli stavo un po’ sulle balle anche prima, da lì ha iniziato a bruciare il suo odio.

Beh, da quel primo di maggio, grazie alla mediatrice, avrebbero dovuto passare altri 6 mesi prima che io potessi andarmene da casa sua. Ecco, di quei mesi ho dei ricordi piuttosto confusi, devo dirlo. Vivere con una persona che ti odia e che tu non ami più, nello stesso letto, mangiando alla stessa tavola. Un vero incubo. Ma dovevo tener duro, a quanto diceva la mediatrice ne andava della felicità di Little Boss. Ho tenuto duro, ho sopportato tutto (certo poi ogni tanto crollavo, ricordo una sera, già lavoravo al Ristorante, che a fine turno iniziai a piangere, così, mentre asciugavo i bicchieri; e il mio Boss era lì: imbarazzante ancora oggi a ripensarci) e alla fine, trovato il lavoro, ho trovato anche una casa: questa. L’ho trovata per caso, mentre andavo con Ale a vederne un’altra, è stata lei a indicarmi il cartello, è stata lei a dirmi: chiama. Io l’ho vista e amata, sin da subito. Certo, il mio buchetto è carino, va detto, molto curato per essere così piccolo, al tempo, per una come me (lavoro precario- il contratto sarebbe arrivato solo dopo due mesi- e zero soldi in tasca) rasentava la perfezione.

Mi mancava tutto, però, o quasi. Qui avevo i mobili (lavatrice e lavastoviglie comprese), ma tutte le mie cose, dalle coperte ai piatti, dovevo lasciarle a casa del mio ex.

Ed ecco che un lunedì mattina io e Ale siamo partite con una lista piuttosto lunga e una macchina (la mia) piuttosto piccola. La missione doveva inserirsi nello spazio della scuola di Little Boss (sempre grazie ai consigli della mediatrice).

Al reparto candele ho visto questo. Ci ho comprato tre candele da piazzarci sopra e ho infilato tutto nella borsa blu (avete fatto caso che più roba mettete in quelle borse e più roba ci va? Sembra la borsa di Mary Poppins). Siamo tornate giusto in tempo per caricare tutto e filare a scuola a prendere la piccola.

Quindi, verso settembre, avevo ormai il punto A) e il punto B). Ma mancava il punto C). Il punto C) è stata lo scoglio più grande. Ci sarebbero voluti quasi due mesi ancora. In questi due mesi ho pagato il mio affitto e venivo qui ogni tanto per sistemare. Insieme a un amico ho addirittura riverniciato le pareti (ogni stanza ha un colore diverso, non è stato facilissimo). Qualche serata l’ho passata qui con Ale (nottata, più che altro, venivamo qui alla fine del mio turno e al tempo lavoravo solo la sera). Appena aprivo la porta il profumo di quelle tre candele mi faceva sentire a casa. Era qualcosa di indiscutibilmente mio. E solo mio. Sentirsi a casa non è certo una questione di luogo, ma di sensazioni, di affetti, di emozioni. Quelle stupide candele riuscivano a darmi questo, riuscivano a farmi sentire giusta, mi davano la forza di andare avanti. Mi dicevano: siamo qui e ti aspettiamo.

Quanta forza hanno gli oggetti. Tanta quanta noi riusciamo a dargliela.

Le candele ormai sono bruciate, insieme alle mie paure (quasi tutte). Resta questo centrotavola, dove comunque infilo un incenso dietro l’altro. Mia madre dice che tutte le mie case profumano nello stesso modo. Io invece sono certa del contrario.

Qui c’è sempre profumo di buono: un segno invisibile e mio.

Videoregistratore, Tv, Libri Scadenti (e altre cose divertenti che non farò mai più)

post 191

 

 

Facendo ancora un passettino in avanti (qui si deve procedere a passettini, la casa è minuscola), in Casa Moon, vedrete senza dubbio una delle migliori amiche di questa forzata clausura: la televisione.

Ora, magari vi potreste chiedere che storia può mai raccontare un oggetto così comune. La mia peraltro è quasi più piccola dello schermo del mio computer.

Il mio rapporto con la tv è cambiato nel corso degli anni.

Sono nata nel ’78 (è vero che le donne non dicono la propria età eccetera, ma la mia età è nella premessa di questo blog, quindi…) e la mia infanzia, per ovvie ragioni cronologiche, si è spalmata in tutti gli anni ’80. A casa avevamo una tv a colori (non se ne trovavano moltissime) con, addirittura, un telecomando. Era piccola e cicciona, gli apparecchi con il tubo catodico erano così: simpatici oggetti da compagnia. Nonostante io passassi molto tempo a fare quello che fanno di solito le bambine, colorare, (Gesù, quanti alberi innocenti ho massacrato quando ero piccola!), leggere, scribacchiare sul mio primo diario (che, indovinate? Si chiamava Kitty… che fantasia!), giocare con mia sorella (una cosa che spesso finiva in rissa) me ne restava comunque moltissimo per inebetirmi davanti allo schermo. I cartoni animati non erano contingentati come adesso, c’era la fiera del manga splatter su qualsiasi RTV38 del caso. Io succhiavo tutto come un’ape, impollinando poi la mia fantasia. Crescendo ho solo cambiato programmi. Se una mattina ero malata c’erano tutti quei telefilm (sì, prima le serie tv erano telefilm) che adoravo: Supercar, Manimal, il mitico MacGyver…una lista infinita. Il pomeriggio invece, prima e dopo BimBumBam, Genitori in Blue Jeans, i Robinson… chi più ne ha più ne metta. (A tarda notte- per la me di allora e devo dire anche per la me di ora- i Visitors: quello lo potevo guardare di rado…mi spedivano a letto dopo il telegiornale).

Quando ho compiuto 8 anni in casa mia è arrivato il videoregistratore. Cavoli, l’oggetto più sfruttato di tutti i tempi. Io e mia sorella guardavamo, registravamo, facevamo a gara a chi toglieva meglio le pubblicità stoppando nel momento esatto (alla fine spesso una delle due capitolava nel sonno e la fine dei film era una costellazione di spot). Avevamo imparato a memoria le battute dei nostri preferiti: La spada nella roccia, I Goonies, La storia infinita, I Ghostbuster…

La mia adolescenza è proseguita così, mutando solo i telefilm (Beverly Hills, Twin Peaks) e i film (Die Hard, Ghost). Con il mio primo ragazzo facevamo notte a riguardare qualsiasi cosa, pop corn e coca cola alla mano.

Ho continuato a coltivare la mia passione (dipendenza?) così per anni. Poi, quando già stavo con il mio ex, ho scoperto…Sky. Beh, all’inizio l’ho adorato, devo dirlo. Serie tv (erano già state rinominate), film, documentari, cartoni animati: onnivora e bulimica. Mi sono vista veramente di tutto. E di più.

Fino a che, come era immaginabile, ho fatto il pieno. Ricordo che Little Boss aveva più o meno 3 anni. E io, da un giorno all’altro, ho deciso che ero stufa. Non chiedetemi cosa è scattato nel mio cervello. Ho semplicemente deciso che basta, non avevo più voglia di guardare le vite degli altri. E da allora ho iniziato a vivere la mia? Sia mai! Ho iniziato a leggere le vite degli altri in maniera altrettanto compulsiva e bulimica. Se nasci limone non diventi arancio.

Ma per i libri non sono arrivata al pieno. I libri (uno in particolare) mi ha portato dritta dritta a pigiare tastini su un minuscolo Netbook e a tentare di scrivermele da sola, le storie.

Ma sto, come al solito, divagando.

Insomma, ho spento la tv. Non l’ho quasi guardata per anni. Il quasi si riferisce a qualche telegiornale e a pezzi di cose che guardava il mio ex.

Il punto è che quando mi sono trasferita qui non avevo intenzione di comprare una tv. Avevo pochi soldi e spenderne per un oggetto che reputavo poco utile…

Certo, c’era Little Boss, una novenne. Ma con lei riuscivamo a sbarcarcela con qualche video su You tube e poi, da brava Radical Chic, non era forse meglio non averla, la tv?

Beh, è qui che entra in campo il mio Capo. Dopo un mesetto invitai lei e tutti i miei colleghi qui, per una cena piuttosto informale (che qui significa in piedi, non avevo abbastanza spazio e neanche abbastanza sedie) tutti tesi a festeggiare il mio nuovo buco…cioè, appartamento. Ed eccola che arriva con un regalo per Little Boss. Eh sì, una televisione.

All’inizio, siccome la tv nuova era di sua proprietà, decidemmo di metterla nel soppalco, di fronte al letto. La tv restava spenta quasi sempre. A volte decidevamo di guardare una serie tv insieme (Flash, al tempo) e allora andavo io su da lei, ci mettevamo entrambe sul suo letto, ma una piazza per due era davvero scomoda. Decidemmo quindi di traferire la tv in camera mia e con un letto a due piazze ce la siamo cavata bene per un po’. Non ne guardavamo tanta. Poi sono passati gli anni. Non ricordo esattamente quando ho spostato la tv in soggiorno(scusate l’eufemismo), so solo che (e la cosa è davvero molto divertente) per poterla guardare bene ho dovuto metterci sotto dei libri, per poterla rialzare. E sei libri belli grassi (e direi quasi tutti inutili) sono ancora lì sotto (non catalogati). Sembra quasi un riassunto di questa storia.

Nonostante la nuova posizione il mio rapporto con lo schermo è ancora altalenante. Detesto guardarla da sola (anche se a volte capita, soprattutto di recente).

Credo che in vecchiaia ci farò pace. Sarò come mia madre, che la tiene sempre accesa per farle compagnia.

Sarebbe decisamente meglio un tir di gatti

 

 

Omnia Vincit Amor

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Ieri sera ho ceduto anche io. Mi sorprende, anzi, che non sia successo prima e devo dire che mi ha fatto pure bene. Sarà stata la solitudine di questi giorni, le sere senza Little Boss non sono le stesse; sarà stato il mal di denti che ora inizia a farsi notare; sarà stata la notizia della cassa integrazione. Ma forse il mio cervello alla fine doveva soccombere alla paura. E così alle otto in punto, mentre io e l’Amico Speciale ci mandavamo messaggi un po’ inutili, ho iniziato a piangere come se non ci fosse un domani. Forse proprio per la pura del domani, in effetti. Sono rimasta lì per venti minuti buoni a produrre liquido lacrimale, singhiozzando. Sono solo 12 giorni, mi ripetevo, come farò ad arrivare alla fine? Che non so nemmeno quando sarà, la fine?  Nel caso specifico credo che la mia natura di Programmino ne risenta alquanto.

Ma ok, alla fine ho smesso di frignare, mi sono lavata il viso e mi sono buttata sul divano davanti a un film abbastanza insulso, ma che mi ha aiutato a distrarmi.

Ed ecco che stamani in effetti mi sono svegliata meglio. Non direi più ottimista (anche se mi sono lanciata in messaggi positivi sin dalle prime luci dell’alba, cercando di rincuorare alcuni colleghi ansiosi), ma almeno un po’ meno larvarispetto a ieri.

Ho messo in pratica il mio personale Feng Shui, ripulendo la casa da cima a fondo ed eccomi qui a mostrarvi un altro oggetto che vedrete di sicuro appena varcate la soglia.

All’inizio della mia vita in solitaria ero piuttosto confusa, come ho già scritto. Ritrovare me stessa e tutto il resto. Non credo di esserci ancora riuscita appieno. Ma quello che sapevo era che, dopo anni di repressione, avevo un gran voglia di fare come mi pare. Non avevo mai vissuto da sola, intendo senza qualcuno a cui dar conto. E all’improvviso mi sono ritrovata in questa condizione una settimana sì e una no. All’inizio l’affido della piccola era stato deciso seguendo le indicazioni di un mediatore familiare (tornassi indietro le sparerei, ma cosa fatta…). Insisteva sul fatto della bigenitorialità, un nuovo sistema di affido riconosciuto dal 2006, che ho poi scoperto non applica nessuno nessuno. Ma mica sono un avvocato, io. Mi sono fidata delle sue parole e così abbiamo fatto un piano che sulla carta funzionava benissimo. Certo, avrebbe funzionato se il mio ex non si fosse bevuto il cervello. Letteralmente. Ma questa è un’altra storia.

All’inizio il fatto di non avere con me la piccola tutte le notti mi faceva sentire strana. Come se non stessi vivendo la mia vita. Poi dallo strano sono passata al depresso. Non riuscivo proprio a collegarmi con quel nuovo stile di vita, seguivo le indicazioni del mediatore, ma non funzionava nulla. Ho ingoiato una discreta quantità di letame per diversi anni, devo dire. Ale mi ripeteva che ce l’avrei fatta, che avevo passato di peggio, che poi quando Little Boss fosse cresciuta si sarebbe resa conto da sola. Ma intanto io non potevo parlarle di ciò che stava succedendo, dovevo farle vivere questa fase il più naturalmente possibile.

Io, invece, di naturale per me facevo ben poco. Vivevo il tempo con lei con un attaccamento morboso, sempre a farle fare qualcosa, a chiederle come stava, a chiederlo a tutti quelli che la vedevano Come vi pare la stia prendendo? Vi sembra tranquilla? Parla mai della cosa quando non ci sono?

Ho cercato di rendere questa casa anche un po’ sua, coinvolgendola in qualche lavoretto, come la sua libreria fatta di cassette di legno colorate, e cercando di farla giocare il più possibile. Volevo renderle questo posto speciale, un po’ magico, divertente. E così un pomeriggio sono uscita con lei, sono andata in un negozio e ho preso un cestino chiuso, una carrucola e una corda. Ho attaccato tutto alla ringhiera del suo soppalco e abbiamo iniziato a scambiarci oggetti da su a giù e viceversa.

Il gioco non è durato molto, sono onesta, ma se penso ai primi tempi della mia nuova situazione il cestino la fa da protagonista. È stato il primo momento in cui mi sono sentita più rilassata, più collegata a lei. è stato il primo momento in cui ho pensato che le cose, alla fine, si sarebbero davvero aggiustate. È stato il momento in cui come mantra mi sono ripetuta Omnia vincit amor. Meno ansia, quindi, e più amore.

Alla fine la storia mi ha dato ragione.

Lar doce lar

post 189

 

 

Io non sono una scrittrice, ormai è cosa nota. Scrivo, e basta. Scrivo perché me lo dice il cervello, anzi, quel piccolo neurone che si aggira solitario come una particella di sodio nell’acqua Lete. E non sono capace di scrivere storie grandiose, di inventare mondi, alla Tolkien, di uccidere persone in modi inimmaginabili come King, di parlare di montagne come Cognetti. Sono solo capace di scrivere della mia vita, da perfetto dilettante come ho sentito dire una volta a una presentazione del libro di un amico. Ancora oggi quel tipo mi sta sugli zebedei, devo dirlo, ma ammetto che ha ragione.

Con questa quarantena devo restare ferma e buona in casa. Una casa piuttosto piccola, oltretutto. Allora mi fermo un attimo e mi guardo attorno: sono circondata di oggetti. Le case straripano di oggetti che raccontano delle storie. Potrei quindi iniziare dalla porta di casa. Non il portone, quello che si apre un giorno sì e uno no, come se avesse il ciclo (anche se il mio Doc è sicuro di aver capito il problema e di poterlo risolvere, Dammi una zeppa di legno, la metto qui… e mi ci è voluto un po’ a fargli capire che avevo in casa una bambina malata e che non lo volevo come falegname ma come medico), ma la porta rossa che regala l’ingresso in questa mini moonrealtà.

Lar doce lar, ovvero casa dolce casa, in Portoghese.

Ero qui da poco più di due mesi quando mio padre mi ha regalato il mio primo viaggio da sola. Aereo, albergo, tutto compreso. Ti serve una vacanza da sola, adesso, ha detto. Avevo lasciato il mio ex da poco, avevo lasciato il lavoro, la casa, tutta una vita costruita in quindici anni mollata lì come un vecchio peluche durante un trasloco. La mia, manco a dirlo, non è stata una decisione facile, tutt’altro. All’inizio, diciamo, ero piuttosto stordita. Dovevo ricostruire tutto daccapo, soprattutto me stessa.

Non avevo mai viaggiato da sola in 36 anni. Chiamai uno dei miei amici, l’Attore, e gli parlai del viaggio.

Dove vai?

Lisbona

Wow! Una città bellissima!

Lo so…

Quando si viaggia da soli arriva sempre un momento in cui hai un calo, una specie di down, qualcosa tipo Voglio tornare a casa.

Non avevo mai sentito parlare del down del viaggiatore solitario, ma lui aveva viaggiato molto più di me. Mi fidai.

Il giorno della partenza mi feci accompagnare all’aeroporto. Avevo un po’ di strizza, ma anche un’eccitazione che sembrava quella che accompagna un debutto in società: nonostante fossi già madre, avessi già vissuto da grande per tanto tempo, mi sentivo una bambina che sta per entrare nel mondo degli adulti.

Devo dire che Lisbona mi è rimasta nel cuore. Mi sono rimaste nel cuore le strade, le finestre, l’Alfama e Belèm, il museo di arte antica, il museo Gulbenkian (eh sì, io adoro i musei, adoro il fatto che se ne stiano fermi lì e che aspettino solo una come me che vada a esplorarli, posso guardare tutto con il mio passo e immergermi in un mondo altro), le deliziose Pastel de nata , l’elevator de Santa Justa, e Sintra, diamine!, Quinta da Regaleria è il posto più bello e inquietante che io abbia mai visto, specie in un giorno di pioggia (ne ho beccati tre su cinque, di giorni di pioggia). E poi la Casa di Pessoa, il mio grande idolo, che per leggere Il libro dell’inquietudine ci ho messo due anni (troppo Pessoa tutto insieme può condurre al suicidio), ma la sua poesia mi accompagna giorno dopo giorno.

Devo dire che non ho avuto nessun down. La mattina mi svegliavo presto, ripassavo il programma giornaliero (oggi vedo questo, vado qui, poi prendo il tram e mi sposto qui…, questa sono io quando viaggio, non amo perdermi, sono una programmatrice meticolosa), iniziavo a camminare e non mi fermavo mai fino alla sera, verso le sette, quando tornavo (un po’ disfatta, nevvero) all’albergo dove cenavo con un panino e una birra, addormentandomi sul Bar delle grandi speranzedi Moehringer.

Alla fine del viaggio avevo tanti opuscoli, tante foto, qualche ninnolo da regalare e il desiderio di non dimenticare nulla di quel viaggio. Pare che i viaggi, storicamente e narrativamente, siano una metafora della vita, Ulisse docet. Vorrei poter dire che in quel viaggio ho avuto grandi rivelazioni che mi sono tornate utili in futuro, ma non sarei onesta. Però una cosa l’ho capita. È bello viaggiare per poter poi tornare a casa. Un viaggio senza ritorno non è un vero viaggio. Non per me, almeno.

Ed ecco quindi che questo cartello, Casa dolce casa, mi ricorda che la costante ricerca di me stessa è importante, ma solo se poi restituisco i risultati a chi amo.

Intanto, quindi, siete entrati in Casa Moon.