Un lieto inizio, parte 2

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C’è della cacofonia stasera in casa… io sento la mia musica con le cuffie (ho tentato la strada delle cuffie bluetooth, ma siccome non sapevo come usarle ho solo caricato la scatolina senza caricare le cuffie vere e proprie. Little Boss ha commentato come fa di solito negli ultimi tempi: sei vecchia) e Little Boss ascolta la sua con il telefono. I Clash contro Low Low, i Nirvana contro Ultimo.

È che stasera volevo scrivere la seconda puntata di una storia a lieto inizio. Ormai il nostro Osaro è un navigato del Ristorante. Certo, ancora non capisce tutto quello che gli diciamo, specie se a parlare è la mia collega sarda; di lei dice che ha un computer nella lingua perché parla troppo veloce. Fosse quello il male… raddoppia tutte le consonanti che non vanno raddoppiato e toglie tutte le doppie: praticamente una grammatica al contrario che manco io la capisco quando mi dice come frige il polo; senza contare le occasioni in cui racconta le raccapriccianti storie della sua infanzia, quando la mamma le dava da mangiare il parasangue: mi ha spiegato cos’è e fidatevi: non volete saperlo.

In ogni caso Osaro è il nostro Eddie Murphy,ci fa piegare in due ogni giorno. Appena lo chiami ti risponde subito: buongiorno. O Buon anno, a seconda di cosa gli passa per la testa. Quando schiaccia le sfoglie (se non sapete di cosa sto parlando vi dico che le belle sfoglie che trovate al bar sotto casa nella classica forma a borsellino vengono fuori dalla pasta sfoglia tirata, arrotolata, tagliata e schiacciata con il mattarello- noi lo facciamo a mano- e poi riempite con mela, crema eccetera. Lezione di pasticceria terminata) batte le mani e inizia a parlare con l’impasto: let’s go, I’m ready! E quando gli dici qualcosa e chiedi: hai capito?, lui annuisce sempre, Capito!, ma quando gli chiedi: ok, allora che ho detto?, ha imparato la magica parola: boh! Dice tutto con una faccia da schiaffi e poi se la ride (alla Eddie, appunto) che mica te la puoi davvero prendere con lui. Ha il grande merito di far ridere di gusto anche il mio Capo, che di ridere ha bisogno, eccome, e anche quando combina qualche guaio non la vedi mai arrabbiata sul serio. È come avere un bambino tra lo staff, ti aspetta dietro l’angolo per farti Buu!, ma poi quando va via corre ad abbracciarti. Come un bambino, appunto.

E, come dicevo, è talmente in gamba e sveglio e ben voluto che il mio Capo, ora che il nostro pizzaiolo ha deciso di prendere il volo, ha deciso di chiamare la ragazza che si occupa di Osaro e chiedere se, per caso, conosce qualche altro richiedente asilo bisognoso di lavoro. La ragazza ha sgranato gli occhi di felicità e invece il ghanese Joseph ha pianto, sempre per lo stesso motivo. E così adesso stiamo facendo formazione al suddetto ghanese, padre di famiglia e un pelino più bravo con l’italiano. La sua tutor per l’Haccp sono io stavolta (l’avevo scampata con Osaro, ma Joseph mi tocca) e devo dire che il pacato Joseph con Osaro non ha nulla a che vedere: rispettoso fino al midollo, timido, ma un gran lavoratore. E anche orgoglioso: voglio imparare da solo, mi ha detto stamani, che non voglio che il Capo spenda soldi per pagare te che insegni a me. ‘sti cazzi…

E quindi speriamo tutti in Joseph, la nostra famiglia è sempre più eterogenea e multietnica. E devo dire che ne vado fiera. Sono belle cose da mostrare a Little Boss.

Ho solo un obiettivo in tutta questa storia: insegnare a Osaro la vera e buona musica: il ragazzo corre con Little Boss e appena parte Irama si mette a ballare…

Per togliere questo peso dallo stomaco intanto mi ascolto le Hole

 

Un lieto inizio

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È già qualche giorno che ho voglia di scrivere una storia a lieto inizio, come direbbero i miei amici di OUT (Once Upon a Time).

Quindi vado?

Vado.

C’era una volta un ragazzo che era arrivato in Italia dalla Nigeria come rifugiato. Perché, sento dire, io, che di politica non mi curo praticamente più, che in Nigeria non c’è la guerra. Ma la gente muore. I civili muoiono. E così Osaro (il cognome non ce la faccio a tenerlo a mente) tre anni fa, a 21 anni, è fuggito. Ha trovato qui un’associazione che l’ha aiutato, gli ha dato una casa, l’ha spronato a trovare un lavoro, a imparare l’Italiano. Ma, beh, io vivo in campagna piena… le opportunità di lavoro scarseggiano per tutti. Così ha iniziato a fare come tanti suoi connazionali (e non): ha cominciato a farsi trovare fuori dalle porte dei bar, dei ristoranti, vicino alle spiagge, nei parcheggi. In mano una borsa con fazzoletti, ombrelli…le solite cose. Spesso, da un anno a questa parte, se ne stava fuori dal mio Ristorante. Apriva la porta ai clienti, con un sorriso, non chiedeva mai nulla, si faceva chiamare Francesco (più facile da ricordare, furbo, il ragazzo, no?), ha imparato i nomi di tutti. I primi mesi faceva infinite colazioni offerte. Poi ha capito, l’acciughina (che avrà la mia taglia), che non poteva continuare così, e così ha iniziato a rifiutare anche quelle. Qualcuno gli lasciava un euro, due, cinquanta cent. Lui sorrideva a tutti, salutava tutti. Me compresa, ovvio. Di poche parole, ma perché non sa bene l’italiano. E infatti quando ha scoperto che parlavo inglese è stato tutto un chiedere (ma questa è tua figlia? Ma da quanto lavori qui? Ma sei sposata?). Simpatico, Osaro, mi è sempre piaciuto. Quando lo hanno spostato a dormire in un centro un po’ più grande veniva comunque al Ristorante, ormai si era fatto gli amici. E poi il mio Boss, in cambio di qualche soldo e un abbondante pasto, ha iniziato a fargli fare qualche lavoretto: giardinaggio, muratura. Che si sa, durante la primavera i lavori fuori aumentano. E così Osaro ha iniziato a venire sempre più spesso. Gran lavoratore, il ragazzo. Il mio Boss gli chiedeva, in Italiano, se gli piaceva lavorare, e lui: nooo. Ma beh, ho capito poi, non si capivano: lui credeva che gli chiedesse se aveva trovato lavoro…

E poi ecco, un giorno me lo sono trovato in pasticceria. Il mio Boss, dopo aver assunto e licenziato un bel po’ di ragazzi incapaci, ha ritenuto produttivo tentare con lui che, invece, di voglia e bisogno di lavorare ne ha davvero.

E così Osaro, da bravo rifugiato, è arrivato al Ristorante e mi ha rubato il lavoro: sta imparando a fare gli impasti, la pizza (è stato velocissimo a imparare a stendere, infornare e sfornare con la pala). Il secondo giorno di lavoro (suo) l’ho portato a comprarsi l’abbigliamento da lavoro e mi sono sentita molto Richard con Julia in Pretty Woman (denoattri). Alla fine sono quasi la sola che può capirlo e parlare con lui, quindi faccio la parte, spesso, di Google traduttore. Il mio Capo per farsi capire da lui urla, credendo che con un tono di voce più alto capirà cosa significa dare il cencio, o prendere la granata… io gli spiego che Now you have to clean the floore lui ride, ride tanto, Osaro, è felice, I’m lucky, dice, eccome se lo sei, caro ragazzo, ti sei trovato in un posto dove, anche se qualche volta devi alzarti presto la mattina o tirare tardi la sera, hai sempre un lavoro sicuro, con l’aria condizionata, dove il cibo non manca mai, per nessuno, dove il Capo e il Boss ti trattano da figlio se fai il tuo. E infatti il furbo Osaro, chiama già il Capo Mume il Boss Dad.

E poi manda messaggi a me, I miss U, se non mi vede per un giorno. Io cerco di parlare chiaro, I have a boyfriend, I’m 41! I’m old… e lui mi regala un braccialetto con le conchiglie. E uno per Little Boss. I’m busy, Osaro. Ok, ma quando porti me a vedere casa tua?

Sorrido di questo ragazzo con la giacca bianca che gli spiove sulle spalle e ripeto: ti devo parlare in italiano, così migliori. E poi ripeto in inglese. Good teacher,fa lui. E intanto il ragazzo lavora, tutti i clienti lo salutano e gli mostrano il pollice, scopriamo nel giro di due settimane che i razzisti sono davvero pochi, sono tutti felice di vederlo lavorare. E lui si fa ben volere.

La sua cooperativa l’ha spostato qui vicino, va e torna in bici dal lavoro, con il suo gilet a strisce catarifrangenti.

But I want to live alone, now I’ve a work!, dice. E io lo capisco, la bellezza di vivere da soli.

Un lieto inizio, dunque. Ha avuto carte fortunate: vedremo come le giocherà, il nostro Osaro.

Io, per una volta, faccio da spettatrice. E anche un po’ da teacher, ok.

Ma l’animo della maestrina l’ho sempre avuto.

 

 

 

Road to nowhere

 

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La breve visita di Ale dal paese della Magia è già terminata. Sarà per questo che Spoty mi sta regalando una canzone che ha il sapore della terra sconosciuta dove stasera tornerà.

Little Boss in macchina mi ha chiesto se me la sono goduta. La tua amica, dice. Sì, piccola, alla fine mi ha dato tanto di quel poco tempo che aveva, e sempre bello, sempre buono. Rivederla è stato tornare a casa, almeno per un momento. E ci siamo ricordate a vicenda che siamo querce, noi due. Sempre un po’ incazzate, sempre un po’ deluse, sempre un po’ tristi, ma anche tenaci, forti, siamo quelle che si rialzano dopo ogni sconfitta, che fanno il dito medio al recente fallimento e ci provano di nuovo. Instancabili, nella stanchezza.

Certo che mi mancherà, mi manca sempre, ma come ogni volta sono felice per lei che parta. So che è la sua cosa giusta. Che forse non le risolve la vita, ma aiuta. E io sarò qui ad aspettarla fino a che avrà voglia di tornare.

Mi resta la voglia di scrivere, la possibilità di farlo, una Little Boss che balla una canzone in spagnolo davanti allo specchio, un lavoro che alla fine qualche soddisfazione me la dà, qualche risata me la strappa, specie quando mi trovo a gestire i social legati al Ristorante. Beh, lì c’è un vero e proprio mondo. Mi occupo di Facebook, Instagram, Google e Tripadvisor (questo ultimo con meno slancio, per ora). Quindi a volte mi devo forzare per mettere foto, rispondere a recensioni (magari di sabato sera), e, soprattutto, rispondere ai messaggi privati. Ne ho ricevuti alcuni davvero spassosi di recente, che ti fanno capire come sta messo male il mondo. Una tizia, dopo aver guardato attentamente la pagina del Ristorante, ha mandato un messaggio chiedendo:ma davvero siete chiusi il lunedì?Beh, in effetti no, lo scriviamo così, perché sennò abbiamo troppo lavoro tutti i giorni e se qualcuno non viene a mangiare da noi ne siamo lieti. (In ogni caso, nonostante avvisi e cartelli, se mi trovo al Ristorante il lunedì, come quando ho fatto il corso del gelato, le persone che scendono dalla macchina e provano, rabbiosamente, ad aprire la porta chiusa a chiave, non si contano…).

Senza pensare a quelli che vogliono trovare un lavoro senza nemmeno prendersi la briga di farsi un curriculum. O al limite presentarsi fisicamente.

Ma sono gli sgrammaticati ad avere tutta la mia attenzione. Tra chi vuole sapere il costo di una torta a quore per la festa della mamma e chi chiede, senza mezzi termini, se bastono20,00 per mangiare. E cosa c’è, aggiungono.

E poi ci sono gli indecisi.

Vorrei prenotare un tavolo per tre per pranzo.

Ok, a che ora?

Alle 20.

E poi ci sono i clienti ai tavoli.

Cosa c’è nella tagliata ai porcini?

Vorrei una pizza margherita senza formaggio e senza pomodoro.

Mi può fare una bottiglia di acqua mezza gassata e mezza naturale?

Come sono fatti i gamberi alla griglia?

Avete un pollo alla griglia? No, mi dispiace, non teniamo le carni bianche. Ok, allora prendo il tacchino.

Potrei continuare per ore.

Io adoro la gente. La adoro perché mi fa sentire così intelligente, a volte…

E mi fa sparire gli occhiali con lenti Dark Black, nonostante la mia Ale stia per partire, nonostante i casini con il mio ex, nonostante il pacchetto dello Shogun ancora da aprire, nonostante la mia vita.

La vita poi è sul serio una strada per il nulla. Tanto vale provare a godersi il viaggio, quando capita…

Bilanciamenti

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Quello che dovrei fare ora:

bilanciare il gelato alla crema.

Quello che effettivamente faccio ora: fumo e scrivo qui.

Quello che dovrei fare:

andare almeno a letto e dormire, dopo 11 ore di corso intensivo di gelateria.

Quello che faccio ora: pensare ai miei fantasmi.

Quello che dovrei fare:

ascoltare musica allegra.

Quello che faccio:

ascolto Lonley day dei System of a down.

Insomma, siamo d’accordo che faccio tutte le cose sbagliate, no?

Sono la maga delle cose sbagliate, la razionalità mi incula sempre con questa storia.

Ma nonostante tutto sto meglio. Il mio cervello oggi ha avuto da mangiare. Poi non fate il conto che ha avuto da mangiare pasta e pane e ho un cervello celiaco, ha mangiato, comunque. Non si è autofagocitato come fa di solito.

Ho un altro corso. Pare che la mia vita sia intervallata da corsi di aggiornamento molto frequenti se leggo questo blog: da che l’ho iniziato(agosto) ne ho già avuti 3: uno di cucina, uno di cocktail (che ho fatto io) e ora uno di gelateria. Questo è il peggiore dei tre. Perché è costoso (500 euro al giorno, che vabbè che non sborso io, ma il peso del corso si fa sentire); perché ha a che fare con chimica e matematica (le mie nemiche da sempre, anche se ne sono attratta, come alla fine sono attratta dalle cose che mi fanno male); perché mi sa(non ne ho ancora la sicurezza, ma vedrai che ho ragione) mi porterà via tanto tempo per studiare, visto che io sono così: non le concepisco le cose a metà.

In ogni caso trovo un elemento molto positivo in queste tre giornate di massacro: il mio piccolo neurone è impegnato a fare calcoli, proporzioni, percentuali, si deve barcamenare con tabelle e deve ricordare cose come il POD o il PAC dei vari zuccheri, il loro RS eccetera.

(Parentesi per chi crede che fare il gelato sia una cosa facile: col cazzo: aprite un libro di Luca Caviezel e poi ne riparliamo, ok?)

Quindi, dicevo: neurone impegnato nei bilanciamenti = neurone non più impegnato nelle sue varie seghe mentali. Il che equivale a meno dolore. Ottimo risultato, caro Gelataio. Che poi il Gelataio che ci (mipiù che altro, visto che le allieve sono solo due e una ha già dato forfait) sta insegnando sembra anche un tipo in gamba, uno pipato con i prodotti naturali, veri, gusto più che marketing, insomma, quando impari da uno che ama il suo lavoro è sempre una cosa grande. E io amo imparare cose nuove.

Una volta TDL mi disse una cosa che mi fece sorridere, e ora me la ricordo perché in un certo ha ragione: è come se tu volessi riempiere continuamente la sacca del tuo sapere. Una cosa non ti entra? Ce la pigi a forza.

E ora pigio a forza questo, forse. Ma alla fine può farmi comodo, come tutte le cose che avrò imparato.

Quindi calcolo. Bilancio. Alla fine la vita stessa è un bilanciamento per far tornare tutto, no? Somma degli ingredienti che sia pari a 1000, e se non torna bisogna aggiustare il tiro, togliere da una parte e aggiungere dall’altra.

Intanto vado ad aggiustare il bilanciamento della crema. Che per bilanciare la mia vita ho ancora strada da fare…

 

E alla fine se le sono date…

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E nulla, sono rientrata a casa verso le quattro e mezzo decisa a farmi un bel piatto per pranzmerendacena, un bel riso al pomodoro (suvvia, fatemela anche voi la faccia schifata, come tuuuutti quelli a cui l’ho detto… ma a me, il riso al pomodoro piace da morire). Ho fatto la salsa, messa a bollire l’acqua e sono scivolata in bagno a farmi una doccia. Quando l’acqua nella pentola stava per bollire ho sentito uno strano rumore. E una strana puzza. Il camion che vuota la biologica sotto casa: perfetto: davvero un momento di merda, ho scelto.

Quindi ho spento i fornelli in attesa che finiscano. E speriamo mi torni la fame, prima o poi…

La scelta di fare un pasto unico, in very pet style, è stata dettata dal fatto che oggi, finito il mio turno di lavoro, non avevo davvero voglia di mangiare. Vuoi perché mi è toccato servirlo per forza, oggi, TDL, mandando a puttane la strategia dell’Evitamento, vuoi perché avevo la testa piena zeppa di pensieri. 

È che a lavoro non ci si annoia mai, va detto. 

Allora vi racconto una storia.

C’era una volta una coppia di giovani ragazzi che ogni sabato a pranzo prenotava al Ristorante. Loro: carini, ben vestiti, educati, dolcissimi. All’inizio li vedevo tenersi per mano, avvicinarsi l’uno all’altra da una parte all’altra del tavolo, sorridersi. Giovani innamorati, dicevo. Macché, mi ha risposto un giorno la cuoca: quelli stanno insieme da quindici anni! 

Insomma: se volete immaginare la storia d’amore perfetta credo che anche voi visualizzerete i loro volti. 

Poi di punto in bianco hanno smesso di prenotare. Un sabato, due, e me ne sono dimenticata. A volte i clienti lo fanno: cambiano posto, decidono di risparmiare eccetera.

Ma un giorno vedo la ragazza al tavolo. Con un altro uomo. Ohmygod!, dico alla cuoca. Abbiamo uno scandalo sotto al sole. Fatto sta che la ragazza ha cambiato uomo ma non abitudini: e ora ogni sabato viene con l’altro. Di nuovo, sono il ritratto della dolcezza: Pucci Pucci bau, per intenderci. Mi ha sgomentata un po’ questa cosa, all’inizio, ma poi ho finito per farci l’abitudine. Se c’è una cosa che ha l’uomo è proprio questo: alla fine riesce ad abituarsi a tutto.

Oggi il servizio è partito alla grande. I clienti arrivavano scaglionati (chi lavora nella ristorazione sa cosa intendo: il delirio arriva quando si presentano cinque tavoli contemporaneamente e sai che alla fine qualcuno dovrà per forza aspettare), io e la mia collega ci intendevamo alla perfezione (abbiamo deciso un codice per tutto: porta il pane al tavolo 2? Un cerchio e poi il numero due con le dita. Insomma, ci sentiamo geniali e possiamo comunicare a distanza senza urlarci dietro). Poi è arrivata la Nuova Coppia Perfetta. E fin lì nulla di nuovo. Peccato che poco dopo sia arrivato l’ex fidanzato. Ha preso una sedia, si è seduto con loro al tavolo e ha iniziato a discutere animatamente (uso degli eufemismi: in realtà ha sputato un’offesa dietro l’altra. Ma da seduto, che forse gli faceva più elegante, chissà). Io e la mia collega siamo rimaste interdette. Ovvero ci sono cascate le braccia. Erano insieme alle braccia della ragazza, ovvio, e forse anche insieme a quelle del nuovo Lui. Sono bastati pochi minuti, in effetti, prima che il nuovo Lui si alzasse e lo invitasse ad uscire. E quello è stato il momento in cui è iniziata la rissa. Sì, se le sono date. Proprio lì, davanti a tutti. Le braccia di chiunque in sala erano assieme alle nostre, per terra. 

Il mio boss si è precipitato a chiamare i carabinieri, in sala qualcuno ha provato a fermarli, insomma, era il caos. Ed è stato, ovvio, il momento in cui è entrato TDL. 

Ho cercato di parare i buchi mentre la mia collega faceva acrobazie per spostare la discussione fuori senza prendersi uno schiaffo come ricompensa. 

TDL, serafico, mi ha chiesto cosa fosse successo. Ho goduto un po’ a rispondere : non tutti la prendono bene (come te) quando la donna che ama (dice di amare) se ne va.

Non ha detto nulla.

Chissà cosa ha dentro quella testa. Mi piacerebbe essere una cartografa e farne un mappa, giusto per orientarmi. 

Finalmente il camion della biologica se ne è andato. Il mio riso è pronto e ora me lo vado a mangiare. Un treno di peperoncino e via, come piace a me. 

Domani è un altro giorno (di lavoro folle).

Hallelujah

post 37

 

Stasera ascolto Hallelujah, nella versione di Buckley, una delle tante, un classico, certo, delle canzoni smielenze. Forse dovrei ascoltare Because of you, degli Skunk, che sarebbe più in linea con quello che dovrebbe essere il mio umore nei confronti di TDL in questa nuova fase dell’Evitamento. Ma mi sento più da Buckley, stasera, forse perché anche TDL sta seguendo la mia stessa strategia, mi evita per benino, come se lo avessimo deciso nello stesso istante, o forse si è accorto che la mia scintilla si sta esaurendo quando lo guardo, che mi sta regalando solo tanta tristezza, non lo so. 

Magari mi legge nel pensiero.

Magari legge questo blog…

No, questo lo escludo. 

Insomma, in ogni caso questa canzone mi rende molliccia perché mi fa pensare al sesso. Che non devo mica spiegare pure a voi, come ho fatto con TDL, che l’Hallelujah Buckley lo canta per il sesso e non per Dio, vero? E non solo mi fa pensare al sesso, ma al sesso con TDL (per ovvi motivi: non li devo spiegare, di nuovo, vero?). Una vera bomba a orologeria. 

Ringrazio il cielo che comunque sto davvero malissimo, il mio raffreddore è peggiorato, e quindi da una parte è proprio il momento giusto per mettere in atto la strategia dell’Evitamento. Sono talmente rinco che potrei farmi davvero male abbinando raffreddore e TDL. 

Ciò non vale però per il mio lavoro. È come se vivessi in una bolla: non sento nulla, parlo come un trans, mi è toccato leggere il labiale dei miei clienti tutto il giorno per capire cosa diavolo stavano ordinando (un signore caritatevole ha sorriso commosso quando mi sono allontanata per starnutire. In realtà sembrava il lamento di un cane, più che un semplice starnuto, ma lui non si è scomposto).

Ma sopratutto non è la condizione ideale per un dannato corso di cucina.

Lo Chef Stellato si è mostrato comprensivo, certo, mentre cercavo di seguire le sue ricette e scrivere le dosi, prendendo continuamente abbagli sui numeri (cento grammi di sale? No, Monica, 20 grammi, vuoi far schizzare la pressione di qualcuno dei tuoi clienti?), cercando di mantenermi sveglia refrigerando la fronte sul piano di acciaio, allontanandomi continuamente per soffiarmi il naso (che tra l’altro penso di non avere più. L’ho consumato e sono la nuova versione di Tu Sai Chi).

Ma. Quando siamo arrivati ad assaggiare le pietanze… che disastro! Non sentivo nulla. Ma nulla nulla. Nemmeno se mancava il sale. Già che le mie papille gustative sono rozze per via dei quintali di tabacco che fumo. Il raffreddore ha anestetizzato quel poco che rimane. 

È troppo piccante?

Beh. Definiamo piccante, Chef…

Monica, dai: brucia la lingua?

Non ho più una lingua, Chef… (oltre al naso)

Quindi ho sguazzato tra flan, filetti di maiale in crosta, paella (il mio boss è andato in ferie alle Canarie e si è preso la fissa) e sughi di faraona senza distinguere nulla. Come mangiare plastica. 

Ho salutato lo Chef Stellato con un mezzo sorriso: ci vediamo al tuo ristorante! 

Sì, ma chi avrà mai tutti quei soldi per farsi una cena? Io no di certo. Più facile che lo incontri in pista con la moto, ve lo dico io. 

E sono distrutta, vuota e senza naso, sopratutto. 

E questa cosa che sto evitando TDL…

Sono di nuovo inquieta e confusa. 

Diamo la colpa al raffreddore, prendiamo una tachipirina come dessert e andiamo a letto: domani mi tocca un turno doppio e un pomeriggio senza Little Boss. Ci vorrà del coraggio per affrontare tutto con il sorriso. 

Hallelujah