La mia casa

La settimana passata è stata bella tosta, un surplus di lavoro inaspettato e Little Boss che mi chiede di portarla alla fiera, e la sua lezione di canto, e la mia lezione di scrittura creativa, e una festa di compleanno (di Little) da preparare…

La mia piccola ha fatto i mitici 14. Forse ho detto mitici anche l’anno passato, per i suoi 13, ma solo perché ogni anno che passa è un miracolo per me, ogni cambiamento che fa mi sorprende (o mi fa incazzare, dipende), ogni scalino sento che è sempre più difficile per me stare al passo con lei. usa parole che non conosco, social che non capisco, e tutto questo mi fa sentire vecchissima, mi fa sentire (aiuto!!!!) mia madre. E proprio sulla soglia dei 42.

Anno difficile il 2020, lo diciamo tutti da tempo. Eppure ho anche scritto che sono certa che le cose stanno per cambiare. E se lo scrivo a volte è vero.

Mi sono sorpresa in queste mattine a cantare nella testa, vi capita mai? Mentre glassavo i bignè è arrivato Jimmy Fontana con Il mondo. E poi ieri mattina (o meglio ieri notte alle 3.30, quando mi sono alzata) nella mia testa suonavano le note di La mia casa, di Daniele Silvestri. Ora, la scelta della colonna sonora per questo momento è davvero discutibile, chissà come sta male quel piccolo neurone solitario che gira a vuoto nel mio cervello, fatto sta che le associazioni non le ha fatte del tutto a caso.

Ho già scritto quanto io adori il minuscolo buchetto in cui vivo con Little da più di 5 anni ormai, una casa graziosa, il parquet in terra, il soffitto a volta in pietra, gli arredi praticamente nuovi. E forse ho anche scritto che la mia padrona di casa l’ha messa in vendita, senza però (ancora) darmi lo sfratto. Siamo in un piccolo piccolissimo paese e le notizie corrono veloci, tutto sanno tutto e quindi è così che lunedì mattina mi ha telefonato una persona per propormi una casa. Anche altre persone mi avevano detto di case in affitto, ma alcune avevano un prezzo che non potevo permettermi, altre erano senza mobili, altre non avevano una camera per Little Boss (che anche ora non ha visto che stanzia nel soppalco di questa minuscola casa). Alla persona che ha chiamato e che mi proponeva una casa simile alla mia (esattamente quella al di là del mio pianerottolo) ho detto proprio questo: se devo cambiare ho bisogno di una stanza per Little. E così è venuto fuori che ha un altro appartamento, poco più in là. E sabato me l’ha fatto vedere. 

Appena siamo entrati, io, Little e l’Amico Speciale, abbiamo tutti capito una cosa: è la mia casa. Due camere grandi, cucina abitabile, bagno nuovo e spazioso (siamo due donne, eh, ci vuole posto nel bagno!), due grandi sottoscala. Niente balconi, niente giardino, ma neanche qui li ho, quindi… le ho detto che le avrei fatto sapere tra una settimana, ma appena uscita avevo già deciso (oltretutto mi fa anche un prezzo più basso di quello che pago ora). 

Quello che voglio dire con questo pippone sulla casa è quello che ripeto da sempre: se tu ti muovi, l’universo intorno a te si muove per aiutarti. 

E quindi anno nuovo, casa nuova e stop a tutte le preoccupazioni sull’alloggio. 

Restano un po’ quelle sul lavoro, sebbene la logica riesca a fugarle. In fin dei conti l’Amico Speciale quando me lo fa notare ha ragione: ormai lì dentro sono un pilastro, e me ne rendo conto anche da sola quando i miei nuovi colleghi (entrati in sostituzione di Micro(bo) e della collega in maternità) vengono a chiedere le cose prima a me. Inoltre, nonostante il Covid, lavoriamo, e tanto. La pasticceria vende bene, solo il Ristorante è un po’ in calo, e io mi sto specializzando sempre più nella pasticceria. Fino a che l’Ombra Malvaglia della figlia del Capo(che è una pasticcera con tanto di carta) se ne resta a casa con il figlio io sono salva. E visto quanto è paranoica non sarà questione di due mesi. 

Quindi sì, sabato ho cantato, ho abbracciato Little, baciato l’Amico Speciale e sorriso. 

L’universo è ancora con me. 

Finirà…

post 217

 

 

Sulla mia scrivania, nel mio Moon hole di pace, un angolino in bella vista dove però, stranamente, mi sento sempre me stessa (anche quando la reale me stessa si sente una defecazione di cane abbandonata sotto il sole di Luglio), ho un quadernetto.

Il quadernetto in questione ha raccolto finora appunti sparsi dei momenti in cui mi trovavo qui, davanti al mio super bellissimo pc, e quindi del mio Romanzo- fast (lo chiamerò così da qui in poi, rubando un’espressione al mio amico Leonardo Di Carlo, il pasticcere, che così chiama la sua meringa furba). Gli appunti in viola (una scelta dettata dalla necessità, nessuna preferenza) sono quelli che ho raccolto guardando video o leggendo documenti; le scritte con la matita sono le idee per proseguire il romanzo.

È tutto molto caotico, nel mio quadernetto, e ci sono anche post-it appesi qui e là, ma finora era rimasto illibato.

Sono giorni invece che la sua presunta purezza viene meno.

Ci sono appunti per bilanciare un semifreddo.

Ci sono password per accedere alle mail.

Ci sono le misure di Berta (la libreria di Little Boss comprata dagli svedesi).

C’è, soprattutto, il calcolo della retribuzione della CIGD per vedere se riesco a entrare in qualche altro contributo.

E nulla: il contributo in questione (per l’affitto) prevede che sia elargito per chi è, appunto, in CIGD, ma vuole anche una riduzione effettiva dei guadagni, rispetto all’anno precedente, minimo del 30%. Ora. Io non sono un asso della matematica. Ma so che la cassa integrazione in deroga è dell’80%. Quindi la riduzione è prevista per il 20%, se non erro. Poi vai a vedere il reale esborso dall’INPS e non è affatto il 20% in meno, ma il 30% e più. E qui arriva ciò che non sapevo: il resto (calcolato in base a non saprei cosa) lo dà il datore di lavoro: gli 80 euro di Renzi, per esempio, e le festività. Ma che festività sono se non ho lavorato? Bah. Mistero.

Cercate di capirmi, non è che mi lamenti, se qualche briciolo di soldo arriva arriva, solo che non capisco: fanno un contributo per chi è in CIDG e poi non posso prenderlo? Perché, a conti fatti, sforo. Sforo di 30 euro un mese, di cinquanta un altro, ma sforo.

Il Comune, piccolo cucciolo, sono mesi che si sbatte per me, mi manda mail, mi chiama come se fossi sua figlia, mi dice: provaci, rifai i conti. Ma nulla. l’ordinanza è regionale e l’autocertificazione è mia: mi pare di avere già troppi problemi per prendermi pure una sanzione per falsa dichiarazione.

Resta che non capisco il concetto base.

E forse ci sta, può essere che sono un po’ troppo nervosetta. Non è un buon momento, anche se sono rientrata a lavoro. O forse per questo? Sembra che l’universo si concentri tutto adesso: dopo mesi a non fare nulla se non esacerbarmi per ogni bollettino serale, adesso il mondo si è svegliato. E io non mi sento pronta. Sono inadeguata al mondo Covid: non respiro nella mascherina, mi frizzano le mani con il gel. Sono inadeguata al mondo ripartito, come lo sono sempre, ogni mattina: ho bisogno di tempo per partire, mi serve il caffè, mi serve la calma…

E così finisce che litigo pure con piccola Pigra Boss, che la mattina non sente la sveglia (e le mie milleduecento telefonate) e io pensando subito al peggio mi precipito riversandole addosso tutta quella frustrazione di madre inadeguata che mi sento sulle spalle.

Questo anno è terribile.

Ma finirà.

Oh, se finirà…

Per essere peggiore il 2021 dovrà mettersi proprio d’impegno.

 

 

La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Ma che disperazione

 

 

Ho il cervello intasato. Tanto pieno che le idee non si muovono, c’è traffico, la fila, i lavori in corso. E continuo a modellare idee, senza sosta.

Riapriamo il Ristorante tra poco. bisogna rifare tutte le preparazioni. Già. Ma quali? Dopo quattro mesi non ricordo cosa facevo, come lo facevo, quando lo facevo. Con chi lo facevo, invece, sono certa: io e io.

Cosa fare? Il mio campo, uno dei miei campi per l’esattezza, o il campo in cui voglio finire, ancora più esatto, è la pasticceria: siamo in estate: gelati, semifreddi, sono un vomitatoio di nuove proposte. Un tartufo gelato con scaglie di nocciola e cioccolato? Un mignon con una crema anidra al limone autoprodotta? Un semifreddo al tiramisù? Una monoporzione al mango e panna?

Ho TROPPE idee.

E non solo per il lavoro pagato.

Le idee fioccano anche per il lavoro gratis d’amore dei.  La scrittura. Sono nella fase due del mio romanzo, una riscrittura capitolo per capitolo, cercando di migliorare, arricchire e correggere la trama. La notte prima di dormire mi vengono delle frasi e per ogni parola immagino la sua composizione sulla tastiera. Poi accendo la luce, prendo il blocchetto celeste sul comodino, con il nome giusto, Toughts I need to write before I fall asleep (l’ho comprato da Tiger? Da Willy? Maledetto Alzheimer precoce!) e scrivo delle note che al mattino non riesco a leggere. Chi non legge nella sua scrittura è un asino addirittura, dice sempre mia madre.

E poi la mattina alle sei la sveglia suona, mi rigenero con il caffè, metto le dita sulla tastiera e vado. Vado. Vado. Sto correndo come Forrest Gump prima di togliersi le protesi. La speranza è quella di arrivare a ottenere una maglietta gialla da sporcare con lo smile (se non avete riferimenti, guardate/leggete Forrest Gump: ne vale sempre la pena).

Dopo le otto spengo il pc, infilo una tuta e dedico il cervello intasato al lavoro: pulire, sistemare, riorganizzare. Nuovo ricettario (in word, stampato e sistemato), nuovo menù (scritto e organizzato), nuovo laboratorio di lavoro, con 5 macchine in più, tutte da imparare, da studiare, da usare, soprattutto.

Ho il cervello intasato.

Norme HACCP, nuove etichette, nuove procedure, il Covid e le mascherine, sanificare, i fogli per conservare i dati dei clienti, le strisce in terra. E poi la pubblicità: nuovi post sui social da creare, fidelizzare il cliente, prodotti più belli (ma sempre buoni).

Ma questo cazzo di posto è mio?, mi chiedo. Eppure non riesco a farne a meno. E mentre domani i miei colleghi dormiranno beati nei loro letti, io sarò ancora lì, a vedere di sistemare la bilancia, di ordinare il magazzino, di fare la lista per i fornitori.

Mi faranno santa? Non credo.

Mi faranno tonna? Più probabile.

E mentre scrivo tutto questo, il mio unico pensiero va a una carella di Word, nominata genericamente Romanzo. Senza titolo, ancora. Non vedo l’ora di rimettermici. Anche se so che devo cercare di non correre troppo, non troppe parole al giorno, perdi mordente, Moon, dopo le prime 5000 parole.

Il tuo romanzo mediocre. Il tuo piccolo un po’ deforme. Ma il tuo primo piccolo.

Ma che disperazione nasce da una distrazione.

Avere questa gioia nello scrivere… non ha prezzo.

C.A.T.I.: Contenuto ad Alto Tasso di Incazzosità

 

NOTA INIZIALE: SE NON FOSSE STATO PER ADRI CHE MI HA AIUTATO PER UN’ORA E PIU’ A RECUPERARE QUESTO FILE CHE AVEVO CANCELLATO PER SBAGLIO NON AVREI PUBBLICATO NULLA: PRENDETEVELA CON LUI 🙂

(Questo contenuto è ad alto tasso di incazzosità. Vietato alle persone suscettibili, positiviste e anche alle moraliste: a quelle, ai moralisti- o moralizzatori, meglio-, mi sa che tutti i miei contenuti sono vietati. A prescindere)

 

Ho bisogno di fare una pausa 2. La vendetta.

In realtà stavolta non stavo scrivendo, per oggi ho già dato le mie parole. Sul prestino, verso le 5.30 più o meno. Le cose a lavoro stanno ripartendo. Ieri sono stata lì tutta la mattina a lavare i piatti e i pensili, stamani corso aggiornamento HACCP.

Il corso di aggiornamento di solito è una cosa un po’ ridicola, dura tre o quattro re (non ricordo) e per la maggior parte del tempo il docente ricorda: lavatevi le mani. Vista la nostra storia recente e tutti i video della D’Urso ormai metà del lavoro del docente HACCP è vanificato. Così per riempire le ben 12ore di corso ( e non chiedetemi perché sono finita in un corso completo, che lo so che di solito la completezza è un bene, specie se non la paghi, ma stavolta dovrò dissentire), il docente è costretto a: ripetere le stesse cose come un’idiota; allungare i tempi della pausa caffè; fingere che l’audio non vada e che lui debba resettare non so quale impostazione sul pc.

Ora, va da sé che questi corsi sono via Skype (o altre piattaforme similari). Le uniche cose buone di questo Covid sono proprio corsi (inutili) e riunioni (fittizie) fatte via web, le ricette mediche inviate per Whatsapp, la possibilità di non fare cene di classe in stile Fine corso, la possibilità di andare dal dentista con un appuntamento vero, senza dover aspettare ore e ore che sia il tuo turno: ora il dentista gli appuntamenti deve rispettarli.

ma sebbene questi corsi siano tendenzialmente tediosi anche dal vero, via Skype sono peggio. Stamani ho visto e sentito (in ordine): la fidanzata/moglie di qualcuno passare con un baby doll dietro al partecipante ( e dopo gli ha pure vuotato la spazzatura che era sotto la scrivania); la conversazione privata di un altro che parlava del suo problema personale con la figlia adolescente (sempre mentre “faceva” il corso); gli occhiali orribili della mia collega che invece seguiva col telefonino in riva al mare (della Sardegna, quindi pure bellissimo e desertico mare); una donna misteriosa che si faceva gli affari suoi parlando con chissachì: clienti? Amici? Familiari? Era comunque una conversazione concitata; un’altra tizia che si mangiava le unghie come se non ci fosse un domani; l’ultimo, invece, che alla fine è uscito di casa e si è messo pure il casco, infilando il telefono in tasca (immaginate il fruscio) e andandosene via in motorino.

Ora, già ‘sta roba, così, è dannosa al cervello di normale. Se poi aggiungi la modalità in cui è fatta poggi sulle mie spalle anche il famoso carico da 11.

Alle dieci (il corso iniziava alle 9) ero già enormemente scoglionata.

Oltretutto non l’ho seguito da casa (magari mi sarei alzata anche io, come metà della gente, e mi sarei fatta un caffè o mi sarei fumata una cicca), ma dal Ristorante. Il mio Capo ha avuto questa idea geniale: tutti insieme, così chi non ha dimestichezza col pc è a posto. Il docente l’abbiamo messo in modovisione collegando il pc allo schermo della tv.

Siamo solo alle prime 4 ore (di 12, ripeto)e io già non sopporto più il docente. Si dimentica le cose da dire, non carica le slide come promesso, non gli frega una cippa se qualcuno, nel frattempo, ha attivato il frullatore a immersione e disturba tutti, se gli facciamo delle domande gli servono 8 ore per rispondere (ma non era il suo campo? Lui risponde: è tanto che non faccio corsi, sono arrugginito). Fanculo.

Una unica risposta incazzata. Fanculo.

Fanculo al docente che guadagna per non fare un cazzo.

Fanciulo alle linee guida per la ristorazione che non hanno logica.

Fanculo, soprattutto, alle linee guida Covid, che cambiano da una settimana all’altra, impedendoci di abituarci a queste. Oggi plexiglass sì, oggi no; oggi guanti sì, oggi no.

DECIDETEVI.

Eccheccazzo.

Alla fine sull’incazzatura mi sono putre limitata. Come sempre. Deve averci messo lo zampino il mio amicoperlapelle: il Censore.

 

 

Storia di Wonderland

post 186

 

Ho passato un inverno piuttosto duro. Da settembre (mi) ero oberata di impegni e ho passato intere settimane a lavorare (anche dieci ore) e passare il resto della giornata a scorrazzare su e giù con Little Boss: corso di chitarra, yoga, canto, palestra due volte a settimana, il club del lettore… insomma, non avevo tempo per niente, ma soprattutto vivevo la mia vita come una maratona che dovevo vincere per forza.

Verso Gennaio ho cercato di staccare un po’ la spina, riuscendoci certo, ma lo stress e il nervosismo non sono passati del tutto. Aspettavo le ferie, che di solito facciamo a Febbraio. Ma quest’anno il mio Capo ha deciso di regalarci(mi) Wonderland, ovvero un laboratorio più grande dove lavorare. La storia di Wonderland è presto detta:

C’era una volta un Capo che aprì un Ristorante e si creò un laboratorio su misura. Lavorandoci da sola non aveva bisogno di molto spazio, senza contare che sapeva di poter fare solo alcune cose in autonomia. Passarono gli anni. Il Capo vide che i suoi prodotti andavano a ruba e decise di ampliare la gamma dell’offerta. Ma iniziò ad essere stanca di fare tutto da sola (giustamente). Ecco che in quel frangente arrivo io. Io e il Capo avevamo già lavorato insieme anni prima, ci conoscevamo ed eravamo piuttosto amiche. Nonostante le difficoltà del momento (mio)che forse un giorno racconterò, decide di assumermi. Almeno così mi riposo un po’, disse. Ma il Capo non è fatto per riposarsi, non ce l’ha nel DNA la parola riposo, e assumermi non fece altro che farla provare a fare sempre più prodotti, sempre più cose in autonomia. Io e il Capo riuscivamo ancora a destreggiarci nel vecchio laboratorio, nonostante lo spazio ridotto. Ma il lavoro, menomale, aumentò. C’erano giornate in cui era quasi impossibile per noi due riuscire a soddisfare la richiesta. Ed ecco che arriva il nostro amico Osaro. Osaro impara in fretta, riesce quasi a sostituire il Capo, che adesso può dedicarsi (manco a dirlo) a nuovi prodotti in autonomia. In pochi mesi riusciamo a distribuirci i ruoli: ognuno di noi si occupa di una gamma di prodotti con risultati davvero soddisfacenti. Ma. Ma, ovvio, nel piccolo laboratorio non c’entriamo più. Ora siamo in tre e si gioco da una parte al contorsionismo (abbassati che butto la teglia nel forno!), dall’altra ci litighiamo le attrezzature (ehi, l’abbattitore serviva a me, ORA!). Il Capo si rende conto che andare avanti così è impossibile: non abbiamo posto per stoccare tutta la roba che produciamo ed è impossibile farla giorno per giorno (anche se alla fine è proprio quello che facciamo). Per il mio compleanno, un po’ scherzando un po’ no, chiedo al Boss, il marito del Capo, un banco tutto mio sul quale lavorare. Il Boss dice che butterà giù lui il muro, Tranquilla, mi fa, piano piano la convinciamo, il Capo. Beh, alla fine il Boss ha potuto fare poco perché il Capo aveva già deciso. E allora ecco i pomeriggi passati con il progettista, tutti e tre chini sul nuovo progetto di Wonderland. Io lo vedo e già sbavo: nuove attrezzature, tanto spazio che puoi pure pattinarci lì in mezzo, ma soprattutto,un banco tutto per sé (scusate la citazione Woolfiana). Passano due mesi e le cose si fanno complicate: permessi, ordini, il prezzo finale lievita, non c’è modo di abbassare i costi se non riducendo i macchinari, tutti indispensabili. Il Capo sta pensando di rinunciare. Troppi soldi, devo pagare dieci persone che lavorano qui, ho paura di non farcela. Io la capisco, sul serio, ma penso a quanto potremmo guadagnare riuscendo a ottimizzare il lavoro, cerco di farle capire (con la diplomazia che mi contraddistingue) che è un investimento che vedrà nel tempo, ma un investimento giusto, ma il Capo ancora tentenna. Ed ecco che arriva l’esercito che cambierà tutto: i cavalieri dell’ASL. Un bel controllo a sorpresa, una mattinata a guardare gente con tutte e mascherine (un presagio di quello che accade adesso) che infila il naso in frigoriferi, scatole eccetera. Ovvio che tutto il casino lo trova nel minuscolo laboratorio. Fate troppi prodotti in uno spazio ristretto, decretano. Non credevo che i cavalieri dell’ASL fossero persone assennate, li ho sempre visti come vampiri sputamulte, ma stavolta li amo, li adoro. Così il Capo gli mostra il progetto. I cavalieri annuiscono felici, Ok, fate i lavori e poi torniamo a dare un’occhiata, Niente multe, nemmeno uno scappellotto. E ora il Capo è costretto a fare Wonderland. Siamo però già a Gennaio. Dopo un paio di giorni veniamo a sapere che prima di fine Febbraio non riusciremo a iniziare i lavori. Ok, ferie a Marzo, penso. Poi si passa a inizio Marzo, poi si va al dieci. Queste ferie non arrivano più. Ed ecco che in questa fiaba arriva l’Apocalisse. Incredibilmente riusciamo a chiudere solo un giorno prima del decreto, giusto in tempo con l’inizio dei lavori. Che fortuna. Per il lavoro, dico.

E quindi nulla, ora una schiera di muratori sta costruendo Wonderland, proprio mentre scrivo, subiranno qualche ritardo, credo, ma i tempi erano comunque lunghi. Riapriremo in piena crisi (di turisti, con i quali lavoravamo molto), con i debiti e una moltitudine di persone spaventate. Ma sono ottimista, io. Credo nel progetto. Sono sicura che Andrà tutto bene, anche senza fare striscioni.

Certo, all’inizio mi girava un po’ perché sono costretta a passare le mie uniche ferie dell’anno confinata in casa. Avevo anche già un biglietto per questo venerdì per andare da Ale, nel paese dei folletti, mi ero organizzata con amici per andare a Torino qualche giorno con Little Boss, avevo detto all’Amico Speciale che avremmo sfruttato quel buono alle terme che mi hanno regalato per il compleanno. Dopo un inverno duro avrei tanto voluto godermele, queste ferie, staccare un po’…

Ma va detto che, dopo una settimana, me ne sto facendo una ragione. È proprio vero che ci sia abitua a tutto

Un lieto inizio, parte 2

post 153

 

C’è della cacofonia stasera in casa… io sento la mia musica con le cuffie (ho tentato la strada delle cuffie bluetooth, ma siccome non sapevo come usarle ho solo caricato la scatolina senza caricare le cuffie vere e proprie. Little Boss ha commentato come fa di solito negli ultimi tempi: sei vecchia) e Little Boss ascolta la sua con il telefono. I Clash contro Low Low, i Nirvana contro Ultimo.

È che stasera volevo scrivere la seconda puntata di una storia a lieto inizio. Ormai il nostro Osaro è un navigato del Ristorante. Certo, ancora non capisce tutto quello che gli diciamo, specie se a parlare è la mia collega sarda; di lei dice che ha un computer nella lingua perché parla troppo veloce. Fosse quello il male… raddoppia tutte le consonanti che non vanno raddoppiato e toglie tutte le doppie: praticamente una grammatica al contrario che manco io la capisco quando mi dice come frige il polo; senza contare le occasioni in cui racconta le raccapriccianti storie della sua infanzia, quando la mamma le dava da mangiare il parasangue: mi ha spiegato cos’è e fidatevi: non volete saperlo.

In ogni caso Osaro è il nostro Eddie Murphy,ci fa piegare in due ogni giorno. Appena lo chiami ti risponde subito: buongiorno. O Buon anno, a seconda di cosa gli passa per la testa. Quando schiaccia le sfoglie (se non sapete di cosa sto parlando vi dico che le belle sfoglie che trovate al bar sotto casa nella classica forma a borsellino vengono fuori dalla pasta sfoglia tirata, arrotolata, tagliata e schiacciata con il mattarello- noi lo facciamo a mano- e poi riempite con mela, crema eccetera. Lezione di pasticceria terminata) batte le mani e inizia a parlare con l’impasto: let’s go, I’m ready! E quando gli dici qualcosa e chiedi: hai capito?, lui annuisce sempre, Capito!, ma quando gli chiedi: ok, allora che ho detto?, ha imparato la magica parola: boh! Dice tutto con una faccia da schiaffi e poi se la ride (alla Eddie, appunto) che mica te la puoi davvero prendere con lui. Ha il grande merito di far ridere di gusto anche il mio Capo, che di ridere ha bisogno, eccome, e anche quando combina qualche guaio non la vedi mai arrabbiata sul serio. È come avere un bambino tra lo staff, ti aspetta dietro l’angolo per farti Buu!, ma poi quando va via corre ad abbracciarti. Come un bambino, appunto.

E, come dicevo, è talmente in gamba e sveglio e ben voluto che il mio Capo, ora che il nostro pizzaiolo ha deciso di prendere il volo, ha deciso di chiamare la ragazza che si occupa di Osaro e chiedere se, per caso, conosce qualche altro richiedente asilo bisognoso di lavoro. La ragazza ha sgranato gli occhi di felicità e invece il ghanese Joseph ha pianto, sempre per lo stesso motivo. E così adesso stiamo facendo formazione al suddetto ghanese, padre di famiglia e un pelino più bravo con l’italiano. La sua tutor per l’Haccp sono io stavolta (l’avevo scampata con Osaro, ma Joseph mi tocca) e devo dire che il pacato Joseph con Osaro non ha nulla a che vedere: rispettoso fino al midollo, timido, ma un gran lavoratore. E anche orgoglioso: voglio imparare da solo, mi ha detto stamani, che non voglio che il Capo spenda soldi per pagare te che insegni a me. ‘sti cazzi…

E quindi speriamo tutti in Joseph, la nostra famiglia è sempre più eterogenea e multietnica. E devo dire che ne vado fiera. Sono belle cose da mostrare a Little Boss.

Ho solo un obiettivo in tutta questa storia: insegnare a Osaro la vera e buona musica: il ragazzo corre con Little Boss e appena parte Irama si mette a ballare…

Per togliere questo peso dallo stomaco intanto mi ascolto le Hole

 

Un lieto inizio

post 153

 

È già qualche giorno che ho voglia di scrivere una storia a lieto inizio, come direbbero i miei amici di OUT (Once Upon a Time).

Quindi vado?

Vado.

C’era una volta un ragazzo che era arrivato in Italia dalla Nigeria come rifugiato. Perché, sento dire, io, che di politica non mi curo praticamente più, che in Nigeria non c’è la guerra. Ma la gente muore. I civili muoiono. E così Osaro (il cognome non ce la faccio a tenerlo a mente) tre anni fa, a 21 anni, è fuggito. Ha trovato qui un’associazione che l’ha aiutato, gli ha dato una casa, l’ha spronato a trovare un lavoro, a imparare l’Italiano. Ma, beh, io vivo in campagna piena… le opportunità di lavoro scarseggiano per tutti. Così ha iniziato a fare come tanti suoi connazionali (e non): ha cominciato a farsi trovare fuori dalle porte dei bar, dei ristoranti, vicino alle spiagge, nei parcheggi. In mano una borsa con fazzoletti, ombrelli…le solite cose. Spesso, da un anno a questa parte, se ne stava fuori dal mio Ristorante. Apriva la porta ai clienti, con un sorriso, non chiedeva mai nulla, si faceva chiamare Francesco (più facile da ricordare, furbo, il ragazzo, no?), ha imparato i nomi di tutti. I primi mesi faceva infinite colazioni offerte. Poi ha capito, l’acciughina (che avrà la mia taglia), che non poteva continuare così, e così ha iniziato a rifiutare anche quelle. Qualcuno gli lasciava un euro, due, cinquanta cent. Lui sorrideva a tutti, salutava tutti. Me compresa, ovvio. Di poche parole, ma perché non sa bene l’italiano. E infatti quando ha scoperto che parlavo inglese è stato tutto un chiedere (ma questa è tua figlia? Ma da quanto lavori qui? Ma sei sposata?). Simpatico, Osaro, mi è sempre piaciuto. Quando lo hanno spostato a dormire in un centro un po’ più grande veniva comunque al Ristorante, ormai si era fatto gli amici. E poi il mio Boss, in cambio di qualche soldo e un abbondante pasto, ha iniziato a fargli fare qualche lavoretto: giardinaggio, muratura. Che si sa, durante la primavera i lavori fuori aumentano. E così Osaro ha iniziato a venire sempre più spesso. Gran lavoratore, il ragazzo. Il mio Boss gli chiedeva, in Italiano, se gli piaceva lavorare, e lui: nooo. Ma beh, ho capito poi, non si capivano: lui credeva che gli chiedesse se aveva trovato lavoro…

E poi ecco, un giorno me lo sono trovato in pasticceria. Il mio Boss, dopo aver assunto e licenziato un bel po’ di ragazzi incapaci, ha ritenuto produttivo tentare con lui che, invece, di voglia e bisogno di lavorare ne ha davvero.

E così Osaro, da bravo rifugiato, è arrivato al Ristorante e mi ha rubato il lavoro: sta imparando a fare gli impasti, la pizza (è stato velocissimo a imparare a stendere, infornare e sfornare con la pala). Il secondo giorno di lavoro (suo) l’ho portato a comprarsi l’abbigliamento da lavoro e mi sono sentita molto Richard con Julia in Pretty Woman (denoattri). Alla fine sono quasi la sola che può capirlo e parlare con lui, quindi faccio la parte, spesso, di Google traduttore. Il mio Capo per farsi capire da lui urla, credendo che con un tono di voce più alto capirà cosa significa dare il cencio, o prendere la granata… io gli spiego che Now you have to clean the floore lui ride, ride tanto, Osaro, è felice, I’m lucky, dice, eccome se lo sei, caro ragazzo, ti sei trovato in un posto dove, anche se qualche volta devi alzarti presto la mattina o tirare tardi la sera, hai sempre un lavoro sicuro, con l’aria condizionata, dove il cibo non manca mai, per nessuno, dove il Capo e il Boss ti trattano da figlio se fai il tuo. E infatti il furbo Osaro, chiama già il Capo Mume il Boss Dad.

E poi manda messaggi a me, I miss U, se non mi vede per un giorno. Io cerco di parlare chiaro, I have a boyfriend, I’m 41! I’m old… e lui mi regala un braccialetto con le conchiglie. E uno per Little Boss. I’m busy, Osaro. Ok, ma quando porti me a vedere casa tua?

Sorrido di questo ragazzo con la giacca bianca che gli spiove sulle spalle e ripeto: ti devo parlare in italiano, così migliori. E poi ripeto in inglese. Good teacher,fa lui. E intanto il ragazzo lavora, tutti i clienti lo salutano e gli mostrano il pollice, scopriamo nel giro di due settimane che i razzisti sono davvero pochi, sono tutti felice di vederlo lavorare. E lui si fa ben volere.

La sua cooperativa l’ha spostato qui vicino, va e torna in bici dal lavoro, con il suo gilet a strisce catarifrangenti.

But I want to live alone, now I’ve a work!, dice. E io lo capisco, la bellezza di vivere da soli.

Un lieto inizio, dunque. Ha avuto carte fortunate: vedremo come le giocherà, il nostro Osaro.

Io, per una volta, faccio da spettatrice. E anche un po’ da teacher, ok.

Ma l’animo della maestrina l’ho sempre avuto.

 

 

 

Road to nowhere

 

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La breve visita di Ale dal paese della Magia è già terminata. Sarà per questo che Spoty mi sta regalando una canzone che ha il sapore della terra sconosciuta dove stasera tornerà.

Little Boss in macchina mi ha chiesto se me la sono goduta. La tua amica, dice. Sì, piccola, alla fine mi ha dato tanto di quel poco tempo che aveva, e sempre bello, sempre buono. Rivederla è stato tornare a casa, almeno per un momento. E ci siamo ricordate a vicenda che siamo querce, noi due. Sempre un po’ incazzate, sempre un po’ deluse, sempre un po’ tristi, ma anche tenaci, forti, siamo quelle che si rialzano dopo ogni sconfitta, che fanno il dito medio al recente fallimento e ci provano di nuovo. Instancabili, nella stanchezza.

Certo che mi mancherà, mi manca sempre, ma come ogni volta sono felice per lei che parta. So che è la sua cosa giusta. Che forse non le risolve la vita, ma aiuta. E io sarò qui ad aspettarla fino a che avrà voglia di tornare.

Mi resta la voglia di scrivere, la possibilità di farlo, una Little Boss che balla una canzone in spagnolo davanti allo specchio, un lavoro che alla fine qualche soddisfazione me la dà, qualche risata me la strappa, specie quando mi trovo a gestire i social legati al Ristorante. Beh, lì c’è un vero e proprio mondo. Mi occupo di Facebook, Instagram, Google e Tripadvisor (questo ultimo con meno slancio, per ora). Quindi a volte mi devo forzare per mettere foto, rispondere a recensioni (magari di sabato sera), e, soprattutto, rispondere ai messaggi privati. Ne ho ricevuti alcuni davvero spassosi di recente, che ti fanno capire come sta messo male il mondo. Una tizia, dopo aver guardato attentamente la pagina del Ristorante, ha mandato un messaggio chiedendo:ma davvero siete chiusi il lunedì?Beh, in effetti no, lo scriviamo così, perché sennò abbiamo troppo lavoro tutti i giorni e se qualcuno non viene a mangiare da noi ne siamo lieti. (In ogni caso, nonostante avvisi e cartelli, se mi trovo al Ristorante il lunedì, come quando ho fatto il corso del gelato, le persone che scendono dalla macchina e provano, rabbiosamente, ad aprire la porta chiusa a chiave, non si contano…).

Senza pensare a quelli che vogliono trovare un lavoro senza nemmeno prendersi la briga di farsi un curriculum. O al limite presentarsi fisicamente.

Ma sono gli sgrammaticati ad avere tutta la mia attenzione. Tra chi vuole sapere il costo di una torta a quore per la festa della mamma e chi chiede, senza mezzi termini, se bastono20,00 per mangiare. E cosa c’è, aggiungono.

E poi ci sono gli indecisi.

Vorrei prenotare un tavolo per tre per pranzo.

Ok, a che ora?

Alle 20.

E poi ci sono i clienti ai tavoli.

Cosa c’è nella tagliata ai porcini?

Vorrei una pizza margherita senza formaggio e senza pomodoro.

Mi può fare una bottiglia di acqua mezza gassata e mezza naturale?

Come sono fatti i gamberi alla griglia?

Avete un pollo alla griglia? No, mi dispiace, non teniamo le carni bianche. Ok, allora prendo il tacchino.

Potrei continuare per ore.

Io adoro la gente. La adoro perché mi fa sentire così intelligente, a volte…

E mi fa sparire gli occhiali con lenti Dark Black, nonostante la mia Ale stia per partire, nonostante i casini con il mio ex, nonostante il pacchetto dello Shogun ancora da aprire, nonostante la mia vita.

La vita poi è sul serio una strada per il nulla. Tanto vale provare a godersi il viaggio, quando capita…

Bilanciamenti

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Quello che dovrei fare ora:

bilanciare il gelato alla crema.

Quello che effettivamente faccio ora: fumo e scrivo qui.

Quello che dovrei fare:

andare almeno a letto e dormire, dopo 11 ore di corso intensivo di gelateria.

Quello che faccio ora: pensare ai miei fantasmi.

Quello che dovrei fare:

ascoltare musica allegra.

Quello che faccio:

ascolto Lonley day dei System of a down.

Insomma, siamo d’accordo che faccio tutte le cose sbagliate, no?

Sono la maga delle cose sbagliate, la razionalità mi incula sempre con questa storia.

Ma nonostante tutto sto meglio. Il mio cervello oggi ha avuto da mangiare. Poi non fate il conto che ha avuto da mangiare pasta e pane e ho un cervello celiaco, ha mangiato, comunque. Non si è autofagocitato come fa di solito.

Ho un altro corso. Pare che la mia vita sia intervallata da corsi di aggiornamento molto frequenti se leggo questo blog: da che l’ho iniziato(agosto) ne ho già avuti 3: uno di cucina, uno di cocktail (che ho fatto io) e ora uno di gelateria. Questo è il peggiore dei tre. Perché è costoso (500 euro al giorno, che vabbè che non sborso io, ma il peso del corso si fa sentire); perché ha a che fare con chimica e matematica (le mie nemiche da sempre, anche se ne sono attratta, come alla fine sono attratta dalle cose che mi fanno male); perché mi sa(non ne ho ancora la sicurezza, ma vedrai che ho ragione) mi porterà via tanto tempo per studiare, visto che io sono così: non le concepisco le cose a metà.

In ogni caso trovo un elemento molto positivo in queste tre giornate di massacro: il mio piccolo neurone è impegnato a fare calcoli, proporzioni, percentuali, si deve barcamenare con tabelle e deve ricordare cose come il POD o il PAC dei vari zuccheri, il loro RS eccetera.

(Parentesi per chi crede che fare il gelato sia una cosa facile: col cazzo: aprite un libro di Luca Caviezel e poi ne riparliamo, ok?)

Quindi, dicevo: neurone impegnato nei bilanciamenti = neurone non più impegnato nelle sue varie seghe mentali. Il che equivale a meno dolore. Ottimo risultato, caro Gelataio. Che poi il Gelataio che ci (mipiù che altro, visto che le allieve sono solo due e una ha già dato forfait) sta insegnando sembra anche un tipo in gamba, uno pipato con i prodotti naturali, veri, gusto più che marketing, insomma, quando impari da uno che ama il suo lavoro è sempre una cosa grande. E io amo imparare cose nuove.

Una volta TDL mi disse una cosa che mi fece sorridere, e ora me la ricordo perché in un certo ha ragione: è come se tu volessi riempiere continuamente la sacca del tuo sapere. Una cosa non ti entra? Ce la pigi a forza.

E ora pigio a forza questo, forse. Ma alla fine può farmi comodo, come tutte le cose che avrò imparato.

Quindi calcolo. Bilancio. Alla fine la vita stessa è un bilanciamento per far tornare tutto, no? Somma degli ingredienti che sia pari a 1000, e se non torna bisogna aggiustare il tiro, togliere da una parte e aggiungere dall’altra.

Intanto vado ad aggiustare il bilanciamento della crema. Che per bilanciare la mia vita ho ancora strada da fare…