Lar doce lar

post 189

 

 

Io non sono una scrittrice, ormai è cosa nota. Scrivo, e basta. Scrivo perché me lo dice il cervello, anzi, quel piccolo neurone che si aggira solitario come una particella di sodio nell’acqua Lete. E non sono capace di scrivere storie grandiose, di inventare mondi, alla Tolkien, di uccidere persone in modi inimmaginabili come King, di parlare di montagne come Cognetti. Sono solo capace di scrivere della mia vita, da perfetto dilettante come ho sentito dire una volta a una presentazione del libro di un amico. Ancora oggi quel tipo mi sta sugli zebedei, devo dirlo, ma ammetto che ha ragione.

Con questa quarantena devo restare ferma e buona in casa. Una casa piuttosto piccola, oltretutto. Allora mi fermo un attimo e mi guardo attorno: sono circondata di oggetti. Le case straripano di oggetti che raccontano delle storie. Potrei quindi iniziare dalla porta di casa. Non il portone, quello che si apre un giorno sì e uno no, come se avesse il ciclo (anche se il mio Doc è sicuro di aver capito il problema e di poterlo risolvere, Dammi una zeppa di legno, la metto qui… e mi ci è voluto un po’ a fargli capire che avevo in casa una bambina malata e che non lo volevo come falegname ma come medico), ma la porta rossa che regala l’ingresso in questa mini moonrealtà.

Lar doce lar, ovvero casa dolce casa, in Portoghese.

Ero qui da poco più di due mesi quando mio padre mi ha regalato il mio primo viaggio da sola. Aereo, albergo, tutto compreso. Ti serve una vacanza da sola, adesso, ha detto. Avevo lasciato il mio ex da poco, avevo lasciato il lavoro, la casa, tutta una vita costruita in quindici anni mollata lì come un vecchio peluche durante un trasloco. La mia, manco a dirlo, non è stata una decisione facile, tutt’altro. All’inizio, diciamo, ero piuttosto stordita. Dovevo ricostruire tutto daccapo, soprattutto me stessa.

Non avevo mai viaggiato da sola in 36 anni. Chiamai uno dei miei amici, l’Attore, e gli parlai del viaggio.

Dove vai?

Lisbona

Wow! Una città bellissima!

Lo so…

Quando si viaggia da soli arriva sempre un momento in cui hai un calo, una specie di down, qualcosa tipo Voglio tornare a casa.

Non avevo mai sentito parlare del down del viaggiatore solitario, ma lui aveva viaggiato molto più di me. Mi fidai.

Il giorno della partenza mi feci accompagnare all’aeroporto. Avevo un po’ di strizza, ma anche un’eccitazione che sembrava quella che accompagna un debutto in società: nonostante fossi già madre, avessi già vissuto da grande per tanto tempo, mi sentivo una bambina che sta per entrare nel mondo degli adulti.

Devo dire che Lisbona mi è rimasta nel cuore. Mi sono rimaste nel cuore le strade, le finestre, l’Alfama e Belèm, il museo di arte antica, il museo Gulbenkian (eh sì, io adoro i musei, adoro il fatto che se ne stiano fermi lì e che aspettino solo una come me che vada a esplorarli, posso guardare tutto con il mio passo e immergermi in un mondo altro), le deliziose Pastel de nata , l’elevator de Santa Justa, e Sintra, diamine!, Quinta da Regaleria è il posto più bello e inquietante che io abbia mai visto, specie in un giorno di pioggia (ne ho beccati tre su cinque, di giorni di pioggia). E poi la Casa di Pessoa, il mio grande idolo, che per leggere Il libro dell’inquietudine ci ho messo due anni (troppo Pessoa tutto insieme può condurre al suicidio), ma la sua poesia mi accompagna giorno dopo giorno.

Devo dire che non ho avuto nessun down. La mattina mi svegliavo presto, ripassavo il programma giornaliero (oggi vedo questo, vado qui, poi prendo il tram e mi sposto qui…, questa sono io quando viaggio, non amo perdermi, sono una programmatrice meticolosa), iniziavo a camminare e non mi fermavo mai fino alla sera, verso le sette, quando tornavo (un po’ disfatta, nevvero) all’albergo dove cenavo con un panino e una birra, addormentandomi sul Bar delle grandi speranzedi Moehringer.

Alla fine del viaggio avevo tanti opuscoli, tante foto, qualche ninnolo da regalare e il desiderio di non dimenticare nulla di quel viaggio. Pare che i viaggi, storicamente e narrativamente, siano una metafora della vita, Ulisse docet. Vorrei poter dire che in quel viaggio ho avuto grandi rivelazioni che mi sono tornate utili in futuro, ma non sarei onesta. Però una cosa l’ho capita. È bello viaggiare per poter poi tornare a casa. Un viaggio senza ritorno non è un vero viaggio. Non per me, almeno.

Ed ecco quindi che questo cartello, Casa dolce casa, mi ricorda che la costante ricerca di me stessa è importante, ma solo se poi restituisco i risultati a chi amo.

Intanto, quindi, siete entrati in Casa Moon.

Sometimes they come back

post 161

 

 

Eccomi tornata a casa, sto prendendo il secondo caffè della mattina (decaffeinato, che sto cercando di riequilibrare la mia alimentazione) e fuori piove. Non che sia una novità, su sei giorni di ferie, tre sono state bagnate di pioggia, già meglio di come dicevano le previsioni.

Giorni di mare? Zero. Dopotutto ha ragione l’AP (Allegro Pessimista), quello non è mare. Ma almeno l’ho annusato. L’albergo (già chiamarlo così significa dargli un riconoscimento di cui non ha diritto) ha svelato il suo essere cheap sin dal primo giorno. Dico solo che ho ringraziato il cielo tornando a casa e trovando stoviglie e bagno puliti.  Inoltre (ma è normale per quei posti, lo so) c’era la Feria del Vecchio in Vacanza. All’ora di colazione e cena dovevamo sgomitare per avere una porzione di cibo non meglio identificato e bevande annacquate. Ho una teoria sulle bevande: credo che, data la presenza massiccia di persone over 70, che non volessero farle ubriacare o sovreccitare. Squisita, come premura, ma io la mattina non lo voglio l’orzo nel mio caffè! Ora. Che, come dice Little Boss, mi faccia meno male tutto questo, è vero. Ma…

Ah. Dimenticavo la piscina. Ecco. Dimentichiamola.

Nonostante ciò siamo donne risolute, e automunite per giunta. L’auto ce l’ha munital’Amico Speciale, visto che la sua è nuova (e a gas, con aria condizionata funzionante) e la mia Winny invece è già una sessantenne con problemi di olio e una frizione durissima (ma come ho fatto non accorgermi di avere una frizione così dura?). Dicevo: donne risolute e automunite.

Il primo giorno abbiamo espatriato, il nostro primo espatrio insieme, il primo espatrio di Little Boss. Abbiamo varcato il confine nazionale senza nemmeno accorgercene. San Marino è davvero carina. Ma è fredda. O almeno, lo era quel giorno. Fredda e nebbiosa, sembrava di stare a Silent Hill, ma con più turisti.

Belle le torri, bello il Passo delle Streghe, ma alla fine del pomeriggio sembravo un cubetto di ghiaccio, mentre Little Boss aveva una magliettina a maniche corte e diceva Ah, come si sta bene. Forse non è mia figlia. Usa troppi prodotti da bagno, adora i pantaloni a vita alta, non le piacciono le linguine, ha sempre caldo. Dovrò indagare all’ospedale dove ho partorito…

Il giorno dopo abbiamo visto Gradara. Giro con il trenino turistico, pranzo decente in un ristornate (Portami la tagliata. Cottura? La voglio che fa ancora muu), passeggiata sui camminatoi delle mura con panorama mozzafiato. E un bel sole.

E poi dovevamo scegliere: acquario di Cattolica o Oltremare? Oltremare ha vinto e non me sono pentita. Little Boss si è divertita tanto a fare i giochetti del passaporto che danno all’ingresso ai bambini (all’inizio si è sentita offesa, ma poi ha visto che cosa doveva fare e ha cambiato idea. Torno ai tempi della mia giovinezza, ha detto). Inutile dire che lo spettacolo con i delfini è stato il più emozionante. Ma.

Ma non sono riuscita a non pensare che da un momento all’altro avrebbero detto la mitica frase: addio e grazie per tutto il pesce. E di pesce ne hanno mangiato uno sbotto, quei sei, durante lo spettacolo.

E poi il sabato. Il sabato del rientro. Ho pagato l’albergo anche meno del prezzo previsto da Booking, ma non ho fatto domande, sarebbe stato idiota. E poi direzione Bologna.

Ecco. Bologna. Festival del Be you (l’agenda che ha preso il posto della nostra vecchia Smemoranda, in pratica). Un Festival per ragazzine di 12 anni (come è Little Boss), dove non si altro che ore di fila per incontrare gli Idoli. Ok. E chi sono questi Idoli? Boh. Mica ho capito. Youtuber, per lo più, altri ragazzini che fanno gaming, star di Tik Tok(lo avrò scritto bene?), insomma per me perfetti sconosciuti. Ho visto cose che voi umani… ho visto e sentito ragazzine urlanti, genitori annoiati, incazzati, basiti. Ho guardato Little Boss negli occhi e ho pronunciato questa frase:

Se mai un giorno litigheremo (fisiologico, prima o poi, nonostante tutti i Ti voglio bene e i Dammi un abbraccione e Ancora un bacino, dai) e mi dirai l’altrettanto fisiologica frase: Tu non mi vuoi bene, ecco, in quel momento ti ricorderò questo giorno e ti dirò che se non è Vero Amore questo, non so mai cosa possa esserlo.

Ha risposto: ma noi non litigheremo mai. Illusa. E poi una bella rufianata: io ti voglio troppo bene.

È così che mi frega. Sempre.

In conclusione siamo state felici di tornare a casa, perché è bello sì partire, ma anche tornare. E devo dire che L’Amico Speciale mi è mancato davvero. Sono stata felice di trovarlo a casa mia al rientro.

E anche se non è stata certo una vacanza da sogno, non è stato quello che mi aspettavo (un po’ di mare me lo aspettavo, i costumi non hanno visto la luce), è stata bella perché ero con lei. E abbiamo riso tantissimo, soprattutto dei vecchi che sgomitavano al buffet dell’Hotel, e dello sciacquone che buttava acqua di continuo e del traghetto Caronte che faceva tre metri sul fiume per portare la gente da Cattolica a Gabicce per 40 centesimi (gli abbiamo arrotondato le tasche, a quello), e della puzza di pesce ovunque, del panorama dal nostro balcone vista altri Hotel, dell’alligatore a Oltremare che ha terrorizzato Little Boss (e del relativo cartello che diceva: non gettate oggetti agli alligatori, chi lo farà verrà accompagnato a recuperarli personalmente  subito dopo), e delle foto che ci siamo fatte, e di tantissime altre cose che ricorderemo per sempre.

Ho ancora 4 giorni di ferie da dedicare alle lavatrici, alla spesa, alla lezione di Little Boss, al secondo capitolo di It che è appena uscito al cinema…

La foto rappresenta uno dei momenti condivisi con Little Boss. Perché l’alba dal mare mica siamo mai riuscite a vederla…

Dejà vu

post 160

 

 

È una specie di dejà vu.

Ultimo giorno di lavoro prima delle ferie, ovviamente il più terribile dell’estate, clienti come se piovesse, ci manca una persona, dieci minuti prima della chiusura della cucina arriva un gruppo di 15 (!) spagnoli: dieci pizze. Chiamo Osaro, Help me, please! It’s my job, fa lui, e corre. Siamo come la Juve, dice il mio Amico Cacciatore che ogni tanto compare in questi articoli (e lo chiamiamo Gipo, diamogli un nome, a questi amici), lui inizia a stendere, io condisco poi faccio Finish! E lui inforna. Siete una bella squadra. Io non mi intendo di calcio, ma in effetti pare che lo sia, a parte ciò che dicono gli Interisti.

E beh, alla fine saluto tutti, Buone ferie! Divertitevi! Bacio sulla guancia anche Micro(bo), un abbraccio a Sbiru, a Lù, alla Cuoca, a Osaro.

Corro a casa a prepararmi per la festa di mia nipote.

E ormai io e Little Boss siamo d’accordo: le ferie non possono iniziare senza la festa di compleanno di mia nipote, ormai cinquenne.

Il tema di quest’anno? Indiani e cowboy.

La differenza dall’anno passato? C’è anche l’Amico Speciale a godersi i bambini urlanti. Mi chiedo come si troverà, mica è abituato a queste cose, lui, e invece mi sorprende: sempre a suo agio, l’Amico Speciale, chiacchiera con i miei, chiede ai bambini di fare una gara di urli, prende un po’ in giro Little Boss, che quest’anno non si schioda dal mio fianco, forse si sente troppo grande ormai per giocare. Trovo a un certo punto la ragazza dell’anno passato, quella incinta di sei mesi: lei e Woody hanno sfornato proprio un bel pargoletto. È più vispo di suo fratello, dice, e io rabbrividisco per lei, visto che l’altro suo figlio, quello grande, è di nuovo attaccato alla casetta, urlante: forse c’è dall’anno passato, chissà.

E di nuovo (sembra quasi incredibile) mi trovo di fronte a una conversazione sulla differenziata che vede partecipi mio padre e mia madre… davvero non capisco. So che non possono parlare di politica, so che non possono parlare del loro privato, ma è possibile che non si rendano conto che parlano sempre e solo di spazzatura? Non potrebbero discutere, che ne so, di cucina?

Meno male che poi arriva l’Amico speciale e inizia a raccontare del suo anno di militare: una conversazione nuova per la mia famiglia, né mio padre, né mio cognato, né il mio ex avevano storie da naja nel loro repertorio.

Taglio della torta e, come da copione, tutti a casa, domani si parte per le ferie io e Little Boss, Riviera romagnola quest’anno, ho prenotato in anticipo e trovato una super offerta (io ho il radar per le vacanze cheap). Stavolta l’Hotel (con mezza pensione) è talmente cheap che ho paura che la sera mi chiedano di fare un paio d’ore di lavoro al ristorante… speriamo bene.

Inoltre il meteo pare che non sia dalla nostra. Una settimana di acqua piena, dice, ma si sa, i Bernacca di questi tempi non sono poi così attendibili, forse qualche ora si salverà.

E poi, come ogni anno, l’importante è cambiare aria, e stavolta cambio pure mare. Ho almeno un paio di cose in programma: fare un selfie con Little Boss a San Marino (per rendere noto al mondo che abbiamo lasciato l’Italia durante queste vacanze, disobbedendo all’ordine imperativo del mio ex che non mi permette di farla espatriare), e un’alba dal mare.

Quasi pronta alla partenza, non mi resta che finire le valigie e saltare in macchina.

Ah sì: devo svegliare Little Boss!

Ci risentiamo tra una settimana.

E ora Via! Verso l’infinito e oltre!