Il Simposio: qualcosa che ho già vissuto sbarca qui, sulla Luna

post 60

Stamani mi sono svegliata in un’altra città.

Stamani mi sono svegliata sul mare e già questo è il piccolo miracolo di cui il mio corpo e neurone solitario avevano bisogno.

Mi sono svegliata in un’altra città sul mare con Little Boss. E qui suona tutto: ho fatto il super bonus, ho vinto!

Il sole, la colazione fatta alle dieci nella pasticceria più famosa della città, un giro in libreria (non sono riuscita a tenere le mie mani lontano da Roth… sono pessima, una tossica di libri…) e il mare. Una splendida giornata, alla Vasco. Vedete poi come mi accontento di poco, non voglio mica la luna! (ora la smetto con le citazioni musicali, una cosa che faceva sempre mia madre quando ero piccola).

TDL arriva alle quattro del pomeriggio. E vabbè, avevo torto: non si è dimenticato, non vuole non vedermi (perdonate questa litote orribile), mi dice: domani?

E io domani ho solo mezz’ora per stare con lui. E così penso se rimandare ancora. Ma poi no, ma che rimando. Mezz’ora basterà per fare quello che voglio fare, tanto non riuscirei in ogni caso a dirgli tutto quello che ho dentro, tutto quello che vorrei sapesse, nemmeno se avessi una giornata intera, e allora forse è meglio, avere solo mezz’ora, no? Mezz’ora è sufficiente per mettere il mio punto simbolico, per rendergli il suo libro di modo che io non abbia più scuse, che non abbia più ganci a cui appigliarmi per chiamarlo. È l’ultima cosa che ho di lui, quel suo libro. E la maglietta me la tengo, punto.

E in tutto il giorno non ho fatto altro che pensare alle relazioni, alle forme di amore, a Platone, ho invaso spazi altrui (scusa CG) e tutto questo mi ha riportata a uno spettacolo che ho visto con Little Boss a casa di un amico, un discorso sul mito, in particolare sul Simposio. E mentre sono qui che penso che devo rileggerlo, mi rendo conto che l’ho già pensato anche allora e poi non l’ho fatto. Ma ho un piccolo resoconto, che è poi una lettera che ho mandato a TDL dopo la serata. E ne lascio un pezzo qui.

Beh, la serata era nella cantina di Furio, un tipo strano che ho conosciuto un annetto fa perché aveva letto cose mie e voleva che creassi un evento (o collaborassi a crearne) nella sua cantina. La cantina è uno spazio privato aperto alla cultura: musica, teatro, cose così, che lui organizza per lo più per gli amici. Non mi ricordo se te ne ho parlato, se mi ripeto scusa. Insomma. Io ho fatto uno spettacolo con i miei racconti nella sua cantina e lui adesso ogni tanto mi invita ai suoi nuovi eventi. E stasera era il turno dei un attore, Vittorio.

Lo spettacolo era sul mito. Discorso sul mito. Vittorio lo conosco a casa di Giorgio, prima dello spettacolo: incurvato, un pugliese con accento romano (tutto il teatro si impara a Roma) , innamorato del mito. Eh. Ha scoperto l’acqua calda. Pure Jung si rifaceva al mito per spiegare la psiche. Perché il mito non è altro che la storia dell’uomo. Il mito spiega tutto e tutto si spiega con il mito. Quindi parte, da bravo amante fittonato a parlarmi dell’Orlando furioso (mentre io cerco tento di capire quale mito origini la banshee, protagonista della serie tv Teen Woolf che ho visto con Little Boss); e lui parla, parla un casino, si commuove appena sente nominare Afrodite e Proserpina, poi passa a raccontare degli Argonauti, e poi mi dà delle indicazioni per capire che Goldrake in realtà era la rappresentazione del Minotauro e che le sette stelle sul petto di Ken Shiro sono quelle che gli imperatori dovevano avere per salire al cielo come divinità. Infine mi dice che I guerrieri della notte (il film del 1979) sono una trasposizione moderna dell’Anabasi di Senofonte. (in queste occasioni dovrei avere l’emoticon giusto…)

Insomma, Little Boss è lì che adocchia il salame sul tavolo dell’aperitivo (ancora inviolato), già sbuffa e io vorrei sapere se anche Heidi è una trasposizione di qualche dea, magari Era. Dopo un’ora di ritardo parte l’aperitivo. E la piccola si placa per un po’. Certo, ha ragione, siamo circondati da vecchi e qualcuno del settore, qualche attore, tutta gente che non conosco, ma ho visto e mi hanno visto, chissà quando e come (ma sì, Moon, eppure sei una faccia conosciuta…mah). Quindi, mentre io ascolto con il bicchiere di vino l’incredibile storia di un’ingegnere di nome Marina che a 30 anni ha mollato lavoro e marito per dedicarsi al teatro e ora vive a metà tra Francia e Italia (nel senso che la Francia la fa campare con il teatro e l’Italia no) , Little Boss spippola sul telefonino (che non prende, per nulla) sbuffa e mi dice: ma dobbiamo proprio restare?

Panico!

Cribbio, sì che dobbiamo!

Ecco, le previsioni si avverano, mi odierà.

Dai, le faccio, aspetta ancora un pochino, ora comincia. E per fortuna pure Vittorio si è stancato di fumare sotto l’acqua e rientra e prende posto sulla sedia e le luci si spengono e facendo girare il suo carillon comincia.

Racconta.

Racconta e basta.

Racconta partendo con questa frase: Il fatto è che noi non ci occupiamo più di anima. Mentre i Greci lo facevano. E lo facevano con il mito.

C’è un dialogo di Platone, il Simposio, forse il più conosciuto, che narra di una festa a casa di un poeta, Agatone, a cui sono invitati un po’ tutti: Fedro, Alcibiade, il guerriero, Aristofane, il commediografo, Pausania, lo storiografo, e, naturalmente, Socrate. Tema della serata? Eros, Amore. Le domande sono quelle: che cos’è? (ah, ah! Che risate che mi sono fatta!) , come funziona? È buono o cattivo? Ci fa bene o ci fa male?

E per tutta la sera ognuno dice la sua, fino a che non arriva il turno di Socrate, che dice, senza mezzi termini che Eros non è un dio, ma un daimon, un demone. Eros lo sciogli membra, lo chiama. Nato dall’unione di Povertà e Abbondanza sarà sempre in bilico tra queste due forze. E se Eros possederà il corpo, nascerà una creatura di carne e sangue; ma se possederà l’anima, nasceranno le idee. Solo chi ama crea. E wow!, mentre sono lì che mi scrivo alcuni punti, ecco che a questa frase mi fermo, inebetita, a ragionare che no, cazzo, me lo devo rileggere, il Simposio (magari non tradurlo, che palle, tradurlo, poi ti perdi il senso, e poi chi ci riuscirebbe più?) , e insomma sono lì che ascolto e Little Boss mi prende la penna e il foglio e mi guarda contrariata. Scrive la frase: Solo chi ama crea. Della serie, che fai? Non ti segni queste cose importanti? E lì capisco quanto la amo. Lei, che se ne voleva andare, ora è incollata agli occhi dell’attore sul palco, è attentissima. E Vittorio continua a raccontare, parla della nostra capacità di infuturarci , proiettare una relazione nel futuro, e io, io sola, so quanto vorrei perdere questa capacità che invece, a parer suo, fa muovere il mondo.

E poi passa a Tiresia, a Narciso, Europa, Teseo, Dioniso, è tutto un turbinio di racconti che si intrecciano, vanno avanti tornano (questa cosa che vanno avanti e tornano me l’ha detta Little Boss e, cribbio, io non ci avevo pensato, e allora come non può sciogliermi il cuore?) , tornano per raccontare dell’uomo, dell’uomo attraverso il mito ed è pure divertente, specie quando parla di Zeus che è un erotomane (che è vero). E il tempo in queste storie non conta, lo dice più volte, ed è vero, perché sono storie di allora e sono storie di ora, di mai e di sempre.

E conclude con la domanda che Aristofane fa durante il Simposio: perché per tutta la vita non facciamo altro che cercare di abbracciare un altra persona? E qui parte il mito per cui gli uomini un tempo erano doppi: quattro gambe, quattro braccia, due teste, due sessi. E poi Zeus, l’erotomane, siccome erano tracotanti e volevano sterminare gli dei, che fa? Li divide in due. La storia dell’anima gemella, sai? Quella lì. E per tutta la vita li condanna a cercarsi. Ah, e certo, di mezzo poi c’è lo zampino di Eros.

E mi chiedo quanto caso ci sia in tutte queste sincronicità junghiane.

E mi chiedo, tanti sono mai i miti, e i dialoghi che Vittorio poteva fare sul mito(mica fa sempre il solito, mi ero informata) che mi chiedo perché io sia andata a vedere proprio questo. C’è chi mi dice che io vedo i segni un po’ come cazzo mi pare. Vero. Lo faccio. Ma poi… boh. Forse guardiamo davvero solo ciò che vogliamo vedere. O forse c’è della magia da qualche parte. O forse la vita è questa, è piena di segni ovunque che ci vogliono indicare la strada. Tutto accade per caso nello stesso istante in cui tutto non accade per caso.

Uff. Chissà che noia, eh? Prima o poi riuscirai anche a dirmelo 🙂

Per ora ti dico grazie. Perché solo scrivendolo a te mi sembra di averlo vissuto davvero. E adesso questo è un altro tassello della mia vita, che si va ad aggiungere a tutti i tasselli. E un tassello sei tu.

Buonanotte”

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De media necessitudo

post 55

Ho il pc in aggiornamento e quindi rispolvero carta e penna, carezzando il mio lato vintage. 

Sarebbe bello poter solo fare delle foto di queste pagine  da mettere sul blog invece che trascrivere, peccato che la mia calligrafia sia diventata pessima (lo è perché voglio scrivere velocemente, per tenere dietro al mio cervello, ma con la tastiera sono più veloce, molto più veloce).

E quindi nulla: ieri sera, alla fine, l’ho fatto. Mi sono allenata con voi e poi l’ho fatto. 

All’inizio ero proprio convinta che avrei rinunciato, sono onesta. L’Amico Speciale è arrivato a casa mia quando avevo appena iniziato a guardare un film horror (sera di Halloween, che altro avrei dovuto fare?) suggeritomi da Tim Vision (1)  e mi ha chiesto: parliamo prima o dopo il film? 

Così l’ho trascinato sul divano, sotto la coperta, con me, ho appoggiato la testa sulla sua spalla e risposto: rimandiamo?

Un atto salvifico, per lui, che già sopporta poco le conversazioni, figuriamoci quelle su di noi.

E dopo il film avevamo fame e ci siamo fatti due spaghi, come diceva Elio, e dopo ancora ci siamo visti la cagata con Cusack ed ecco lì che siamo arrivati alla buonanotte e, mentre eravamo ancora abbracciati sul divano, lui mi ha chiesto : sei sicura che vuoi rimandare? Un atto di coraggio estremo, non ho altro da dire.

E così ha tolto il tappo. E, visto che comunque mi ero allenata, le parole sono uscite tutte in fila, come piccoli indiani, e ho confessato, finalmente, la mia grande verità:

Mi girano le scatole al pensiero di fare un passo indietro, ma non riesco a fare un passo avanti con te, e inizio a stare male in questa mezza relazione. 

Sì, sì, lo so, è un discorso da donne. Ma lui è lui. Mi ha sorriso, mentre io, come sempre, piangevo, e mi ha chiesto: quindi che si fa?

E io a questo non ho risposta. 

Allora si è alzato, si è messo il giubbotto, la scarpe, un bacio sulla fronte, uno sulla guancia, uno sulle labbra e in meno di dieci minuti eravamo già nudi nel mio letto. 

Lui ha riso, alla fine, Sono irresistibile, ha detto, ma so che ha capito quello che gli ho detto, forse più di me, so che mi lascerà libera, lo so, e non sparirà, non si allontanerà. Lui è così. 

Vorrei saperlo amare. 

Perché di cose buone, lui, ne è pieno. 

Che peccato che abbia incontrato me…

(1) Su questo apro una nota, qualcosa di molto wallaciano, chi ha letto DFW lo sa. Ecco, mi sono vista ben due film proposti da Tim Vision per la sera di Halloween, proprio film a tema horror, secondo loro. Il primo, Morgan, era vagamente tollerabile, ma di certo fantascienza e non horror; il secondo, Cell, lo abbiamo scelto – io per la seconda volta, quindi ditemelo tranquilli: errare è umano, perseverare…- per il dannato John Cusack, il bellissimo – questione di gusti, certo- Cusack. E questo superava tutte le aspettative possibili dell’orrido: mai vista una trama tanto brutta e inconsistente. E lui, Cusack, se l’è pure prodotto … ora, io mi dico che il genere Horror è tutt’altro. Horror è Shining, giusto per dirne uno. Quindi concludo che Tim Vision abbia catalogato Horror in senso letterale: pellicole tanto orribili da far vergognare per secoli e millenni regista, sceneggiatore, attori… pure lo scenografo.

Lettera all’amico Speciale che non vedrà mai la luce

old-letters-436501_1920Te lo scrivo perché è più facile. E inizio a pensare che le scorciatoie mi piacciano troppo. 

Te lo scrivo perché tra poco sarai qui e io mi devo allenare, perché saremo di nuovo come la prima sera che stiamo usciti, io sulla sedia e tu sul divano, ti offrirò da bere e poi inizierò. Tra pochi giorni saranno due anni che ci vediamo. Te lo ho chiesto io di uscire. Di nuovo, chi cerca chi non so se ha più importanza, ma quel giorno di due anni fa ti ho chiesto io di venire con me a mangiare il sushi. Io e il mio ex ci eravamo appena lasciati, io vivevo da sola solo da due mesi e tu mi hai confessato che mentre venivi a prendermi ti ripetevi: sto facendo una cazzata, sto facendo una cazzata… chissà se avevi ragione. E poi eccoci lì, tu sul divano e io sulla sedia che ti chiedo: cosa ti aspettavi da questa serata? Perché io lo sapevo, cosa aspettarmi: una serata e stop. Dopotutto era quello che ho sempre sentito di te, tante donne, ma nessuna che sia durata più di otto mesi.  Eri perfetto per me allora. Doveva essere solo una serata. 

E poi la serata è diventa una settimana in cui non ci siamo più visti vestiti. E poi era ancora Novembre e ci ripetevamo che non saremmo arrivati ad Agosto. E poi un giorno mi hai detto: sai che ci vediamo da un anno? E io no, non lo sapevo come ci eravamo arrivati, lì. E ancora adesso non lo so, come abbiamo potuto vivere questa storia a metà. Questa storia immobile. Come ci siamo riusciti non facendoci mai vedere in giro insieme, come ci siamo riusciti tenendoci nascosti a noi stessi, come ci siamo riusciti senza mai dirci una parola di troppo, senza eccessi di sentimentalismi, senza vederci davvero insieme. 

Quello che penso oggi è invece che non siamo riusciti a non farci del male. E io mi prendo le mie colpe. 

Una volta mi hai detto che il momento in cui abbiamo cominciato a vederci era sbagliato, che io non ero pronta. Certo che avevi ragione, te l’ho sempre data, ragione. Ecco cosa cui ha impedito di vivere questa storia per intero, dico oggi: io. 

Ma forse non è solo questo. 

Mi hai anche detto, un giorno, che bisognerebbe definirla, la parola Amore. E io ti ho risposto che sto cercando di riempirla da anni, quella parola, senza grandi risultati. Ma oggi so una cosa. So che Amore toglie ogni dubbio. E io i dubbi con te ce li ho. E non per quello che sei, non per quello che fai, ma quello che non provo. 

Ed ecco che penso, ancora, che io quindici anni senza Amore li so fare. Li ho già fatti. È stato il mio Armadio. E poi ho sentito la necessità dello Spazio. 

Ecco, quello che penso oggi è che Amore regala Spazio e Armadio. 

E potrebbe essere una cosa impossibile, questo lo so, dannazione, lo so. E potrebbe essere anche che, anche fosse possibile, io non ci arriverò mai più. E potrebbe anche essere che, come con TDL, lui sia Amore e io non lo sia per lui. 

Ma mi chiedo, ancora, basta questa consapevolezza per arrendersi? Per avere un uomo accanto ( e tu per tante cose so che mi faresti felice, so che mi faresti stare bene) e non sentirsi soli? 

Devo arrendermi sapendo che è una resa? Posso farlo davvero? 

Non credo di essere ancora pronta. 

E ora so che tu vorresti la mia resa. So che sei stanco come lo sono io, di questa vita a metà. Che non è vero che siamo Amici, ma non siamo neanche Innamorati. 

Se solo sapessi dirtele queste cose, così come le scrivo. 

Ma il mio mezzo è questo: la scrittura. 

Tu sei la cosa più bella che potesse succedermi in questi due anni. 

Ma ho paura che sia il momento di lasciarti andare…

Ti voglio bene. 

Te ne voglio più di quello che ti dimostro. 

E alla fine se le sono date…

post 38

E nulla, sono rientrata a casa verso le quattro e mezzo decisa a farmi un bel piatto per pranzmerendacena, un bel riso al pomodoro (suvvia, fatemela anche voi la faccia schifata, come tuuuutti quelli a cui l’ho detto… ma a me, il riso al pomodoro piace da morire). Ho fatto la salsa, messa a bollire l’acqua e sono scivolata in bagno a farmi una doccia. Quando l’acqua nella pentola stava per bollire ho sentito uno strano rumore. E una strana puzza. Il camion che vuota la biologica sotto casa: perfetto: davvero un momento di merda, ho scelto.

Quindi ho spento i fornelli in attesa che finiscano. E speriamo mi torni la fame, prima o poi…

La scelta di fare un pasto unico, in very pet style, è stata dettata dal fatto che oggi, finito il mio turno di lavoro, non avevo davvero voglia di mangiare. Vuoi perché mi è toccato servirlo per forza, oggi, TDL, mandando a puttane la strategia dell’Evitamento, vuoi perché avevo la testa piena zeppa di pensieri. 

È che a lavoro non ci si annoia mai, va detto. 

Allora vi racconto una storia.

C’era una volta una coppia di giovani ragazzi che ogni sabato a pranzo prenotava al Ristorante. Loro: carini, ben vestiti, educati, dolcissimi. All’inizio li vedevo tenersi per mano, avvicinarsi l’uno all’altra da una parte all’altra del tavolo, sorridersi. Giovani innamorati, dicevo. Macché, mi ha risposto un giorno la cuoca: quelli stanno insieme da quindici anni! 

Insomma: se volete immaginare la storia d’amore perfetta credo che anche voi visualizzerete i loro volti. 

Poi di punto in bianco hanno smesso di prenotare. Un sabato, due, e me ne sono dimenticata. A volte i clienti lo fanno: cambiano posto, decidono di risparmiare eccetera.

Ma un giorno vedo la ragazza al tavolo. Con un altro uomo. Ohmygod!, dico alla cuoca. Abbiamo uno scandalo sotto al sole. Fatto sta che la ragazza ha cambiato uomo ma non abitudini: e ora ogni sabato viene con l’altro. Di nuovo, sono il ritratto della dolcezza: Pucci Pucci bau, per intenderci. Mi ha sgomentata un po’ questa cosa, all’inizio, ma poi ho finito per farci l’abitudine. Se c’è una cosa che ha l’uomo è proprio questo: alla fine riesce ad abituarsi a tutto.

Oggi il servizio è partito alla grande. I clienti arrivavano scaglionati (chi lavora nella ristorazione sa cosa intendo: il delirio arriva quando si presentano cinque tavoli contemporaneamente e sai che alla fine qualcuno dovrà per forza aspettare), io e la mia collega ci intendevamo alla perfezione (abbiamo deciso un codice per tutto: porta il pane al tavolo 2? Un cerchio e poi il numero due con le dita. Insomma, ci sentiamo geniali e possiamo comunicare a distanza senza urlarci dietro). Poi è arrivata la Nuova Coppia Perfetta. E fin lì nulla di nuovo. Peccato che poco dopo sia arrivato l’ex fidanzato. Ha preso una sedia, si è seduto con loro al tavolo e ha iniziato a discutere animatamente (uso degli eufemismi: in realtà ha sputato un’offesa dietro l’altra. Ma da seduto, che forse gli faceva più elegante, chissà). Io e la mia collega siamo rimaste interdette. Ovvero ci sono cascate le braccia. Erano insieme alle braccia della ragazza, ovvio, e forse anche insieme a quelle del nuovo Lui. Sono bastati pochi minuti, in effetti, prima che il nuovo Lui si alzasse e lo invitasse ad uscire. E quello è stato il momento in cui è iniziata la rissa. Sì, se le sono date. Proprio lì, davanti a tutti. Le braccia di chiunque in sala erano assieme alle nostre, per terra. 

Il mio boss si è precipitato a chiamare i carabinieri, in sala qualcuno ha provato a fermarli, insomma, era il caos. Ed è stato, ovvio, il momento in cui è entrato TDL. 

Ho cercato di parare i buchi mentre la mia collega faceva acrobazie per spostare la discussione fuori senza prendersi uno schiaffo come ricompensa. 

TDL, serafico, mi ha chiesto cosa fosse successo. Ho goduto un po’ a rispondere : non tutti la prendono bene (come te) quando la donna che ama (dice di amare) se ne va.

Non ha detto nulla.

Chissà cosa ha dentro quella testa. Mi piacerebbe essere una cartografa e farne un mappa, giusto per orientarmi. 

Finalmente il camion della biologica se ne è andato. Il mio riso è pronto e ora me lo vado a mangiare. Un treno di peperoncino e via, come piace a me. 

Domani è un altro giorno (di lavoro folle).