O poeta è um fingidor

post 171

 

 

Sono una persona orribile. E bugiarda. Ma poi, bugiarda su ciò che per me conta moltissimo, bugiarda su un tasto che a premerlo mi fa male. Quindi ancora peggio.

Oggi avevo una specie di ispezione del mio appartamento da parte della mia padrona di casa. Dico una specie perché è stata camuffata come un’ispezione da parte di un geometra(?), ingegnere(?). Come ho forse già detto il mio mini appartamento è stato costruito sopra a una chiesa. In pratica era la canonica o qualcosa del genere (dopo oggi non ho più sicurezza di nulla). Ma insomma, pare che la chiesa sottostante sia particolarmente umida, soprattutto perché una parte di questa chiesa è chiusa da anni. L’umidità si vede sulle scale che salgono al mio appartamento, il muro sfarina eccetera eccetera. Quindi il geometra(?) o ingegnere (?) è arrivato a casa mia per sincerarsi che non ci sia umidità anche nell’appartamento. Certo, direte, ma non bastava chiedertelo? Io mai avuto problemi con l’umidità, qui (a parte quella volta che ho fissato con il trapano una mensola e ho preso pieno lo scarico del cesso della tizia che abita sopra: ora non mi invidiate, vero?). Insomma, mai un muro sgallato, mai una traccia di nero.

Ma siccome non avevo nulla da nascondere ho acconsentito all’ispezione con il sorriso sulle labbra. Tirato. Ma sempre un sorriso.

Ieri è stata una giornata da incubo a lavoro: 12 ore filate, sono arrivata alla dirittura di arrivo senza guardare la famosa app del telefono che mi conta passi e chilometri percorsi: avrei potuto spaventarmi. Esco da lavoro, mi trascino a casa e sbavo per una doccia calda ristoratrice. Ed ecco che arrivano le telefonate: Little boss (che è da suo padre per il weekend) ha dimenticato lo zainetto per fare ginnastica (che ora si chiama motoria o motricità, a seconda di quanto l’italiano vuole complicarsi la vita), Me lo porti?, Certo, amore, arrivo. Poi ecco l’Amico Speciale.

Stasera dormi a casa mia? La inauguriamo. (Ha appena traslocato nella sua nuova casa, NdR)

E ci ceniamo?

Certo.

Ma i piatti, ci sono?

Circa.

Come circa? Che parli come Little Boss?

Dai, qualcosa arrangiamo! (Una pizza mangiata nella scatola, NdR)

Ok…

Ma prima vieni con me al negozio dei cinesi a comprare un paio di cose?

E quindi, con una stanchezza colossale, eccomi lì al negozio con lui che mi chiede: ma cosa potrebbe servirmi nell’immediato? E io ho risposte fantasiose, a seconda di quello che vedo: un orologio da parete, un portatovaglioli con l’emoticon che ride, uno stampo da forno in silicone…

Sei fatta?, mi chiede. Beh, quasi…

Poi boh, la serata di ieri sera nei miei ricordi è annebbiata dalle sette di sera in poi, di sicuro ho mangiato la pizza a casa sua, mi sono infilata il pigiama, ma stamani mi sono ritrovata nuda. È comunque un bel segno.

E stamani mi sono precipitata a casa per renderla presentabile per l’ispezione.

Ho spolverato polvere che camminava da sola, buttato via centinaia di piccoli oggetti inutili (ma come facciamo ad accumulare tutta questa spazzatura, in casa? Bomboniere, nastri, bottiglie vuote, disegni di bambini sconosciuti, carte e bustine, chili di cuffie per le orecchie, chiaramente rotte, addirittura ho buttato un pezzo di rete per polli…siamo accumulatori seriali, come in quel brutto reality), risistemato la camera di Little Boss, un procedimento che mi ha richiesto tanto stomaco e tanta pazienza. E un buon cassetto dove infilare gli imprevisti. E insomma arrivo all’appuntamento con il fiato corto, ma con una casa presentabile e due nuovi profumatori per ambienti. Tanto che la mia padrona di casa e ne esce con Ma che buon profumino che hai qui! E poi come la tieni bene, la casa!

Sfodero il mio secondo sorriso e mento: ma no, dai, scusa la confusione, non ho mai tempo per sistemare, il lavoro, gli impegni di Little Boss…

Ho fatto il primo scalino che mi porta giù all’inferno.

Poi nota il muro della follia: sono le carte di Fabula (in pratica sono le regole del Viaggio dell’eroe di Vogler scritte su carte plastificate da attaccare al muro: la struttura di un romanzo in stile easy). Sai, le dico, è per il romanzo che sto scrivendo. Lei, che ha una figlia pure lei scrittrice, ne è colpita e mi sorride felice. Un altro punto per me. Un altro scalino di discesa per l’inferno.

Ok. Ok. Non saranno bugie gravi. Ma mi toccano nel profondo. Mi sento una persona orribile. Ma se è vero che, come dice Pessoa, O poeta è um fingidor, allora la strada è quella giusta magari…

Smetto di pensare al romanzo che non sto scrivendo e mi butto sulle silloge, no?

Un lieto inizio, parte 2

post 153

 

C’è della cacofonia stasera in casa… io sento la mia musica con le cuffie (ho tentato la strada delle cuffie bluetooth, ma siccome non sapevo come usarle ho solo caricato la scatolina senza caricare le cuffie vere e proprie. Little Boss ha commentato come fa di solito negli ultimi tempi: sei vecchia) e Little Boss ascolta la sua con il telefono. I Clash contro Low Low, i Nirvana contro Ultimo.

È che stasera volevo scrivere la seconda puntata di una storia a lieto inizio. Ormai il nostro Osaro è un navigato del Ristorante. Certo, ancora non capisce tutto quello che gli diciamo, specie se a parlare è la mia collega sarda; di lei dice che ha un computer nella lingua perché parla troppo veloce. Fosse quello il male… raddoppia tutte le consonanti che non vanno raddoppiato e toglie tutte le doppie: praticamente una grammatica al contrario che manco io la capisco quando mi dice come frige il polo; senza contare le occasioni in cui racconta le raccapriccianti storie della sua infanzia, quando la mamma le dava da mangiare il parasangue: mi ha spiegato cos’è e fidatevi: non volete saperlo.

In ogni caso Osaro è il nostro Eddie Murphy,ci fa piegare in due ogni giorno. Appena lo chiami ti risponde subito: buongiorno. O Buon anno, a seconda di cosa gli passa per la testa. Quando schiaccia le sfoglie (se non sapete di cosa sto parlando vi dico che le belle sfoglie che trovate al bar sotto casa nella classica forma a borsellino vengono fuori dalla pasta sfoglia tirata, arrotolata, tagliata e schiacciata con il mattarello- noi lo facciamo a mano- e poi riempite con mela, crema eccetera. Lezione di pasticceria terminata) batte le mani e inizia a parlare con l’impasto: let’s go, I’m ready! E quando gli dici qualcosa e chiedi: hai capito?, lui annuisce sempre, Capito!, ma quando gli chiedi: ok, allora che ho detto?, ha imparato la magica parola: boh! Dice tutto con una faccia da schiaffi e poi se la ride (alla Eddie, appunto) che mica te la puoi davvero prendere con lui. Ha il grande merito di far ridere di gusto anche il mio Capo, che di ridere ha bisogno, eccome, e anche quando combina qualche guaio non la vedi mai arrabbiata sul serio. È come avere un bambino tra lo staff, ti aspetta dietro l’angolo per farti Buu!, ma poi quando va via corre ad abbracciarti. Come un bambino, appunto.

E, come dicevo, è talmente in gamba e sveglio e ben voluto che il mio Capo, ora che il nostro pizzaiolo ha deciso di prendere il volo, ha deciso di chiamare la ragazza che si occupa di Osaro e chiedere se, per caso, conosce qualche altro richiedente asilo bisognoso di lavoro. La ragazza ha sgranato gli occhi di felicità e invece il ghanese Joseph ha pianto, sempre per lo stesso motivo. E così adesso stiamo facendo formazione al suddetto ghanese, padre di famiglia e un pelino più bravo con l’italiano. La sua tutor per l’Haccp sono io stavolta (l’avevo scampata con Osaro, ma Joseph mi tocca) e devo dire che il pacato Joseph con Osaro non ha nulla a che vedere: rispettoso fino al midollo, timido, ma un gran lavoratore. E anche orgoglioso: voglio imparare da solo, mi ha detto stamani, che non voglio che il Capo spenda soldi per pagare te che insegni a me. ‘sti cazzi…

E quindi speriamo tutti in Joseph, la nostra famiglia è sempre più eterogenea e multietnica. E devo dire che ne vado fiera. Sono belle cose da mostrare a Little Boss.

Ho solo un obiettivo in tutta questa storia: insegnare a Osaro la vera e buona musica: il ragazzo corre con Little Boss e appena parte Irama si mette a ballare…

Per togliere questo peso dallo stomaco intanto mi ascolto le Hole

 

Varie ed eventuali: più meno mi trovo sempre qui…

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Questo articolo ha bisogno di una prefazione postfazionata: nel senso che è una follia prefatoria, in puro stile pasoliniano, ma scritta dopo aver finito. Che poi, se ci penso, ogni prefazione è scritta dopo aver terminato la stesura, quindi è una prefazione che va bene. No?

In ogni caso ciò che tento di esprimere saltando di palo in frasca, come spesso mi accade, facendo impazzire il povero Wal, è che non lo dico spesso (ma qualche volta sì), un buon 50 per cento della motivazione che mi spinge a scrivere qui è per la mia Ale. È lei il mio lettore ideale di questo blog. È per lei che cerco di tenerlo aggiornato tanto da non farla preoccupare (anche se sa che meno scrivo più sto bene), è per lei che racconto le piccole cazzate della mia giornata. È il mio modo, spesso, di rispondere alle sue mail, alle sue bellissime mail che mi strappano lacrime, che mi tengono incollata al telefono leggendo e rileggendo. Ale, tesoro, sa solo il cielo quanto mi manchi…

La mia follia prefatoria ha bisogno di un’altra precisazione: questo articolo ha più gusto, a mio avviso, se si legge contestualmente alla canzone in appendice. Billie… quante cavolo di canzoni hai scritto e cantato che mi hanno toccato il cuore?

 

 

 

Più o meno mi trovo sempre qui: a una certa ora della sera o del mattino, con un sottofondo musicale bassissimo, giusto volto a contrastare le canzoni di Coez di Little Boss e le notifiche dei messaggi del mio ex, che si stanno intensificando in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dell’udienza per la causa di affido. Lui urla e sbraita con la piccola, sbatte porte, le manda messaggi al limite della tollerabilità, minaccia me e lei, fa il famoso diavolo a 4, ma siccome è lui, lo fa anche a 6, ‘sto diavolo. È il classico uomo che se solo avesse le palle mi avrebbe già buttato una boccetta di acido sul viso. Meno male non ha le palle…

Ma insomma, come ho detto spesso, questi sono solo i soliti cazzi. I soliti cazzi da 5 anni, dal giorno in cui ho detto basta. E, come ho detto ieri al mio avvocato, alla fine ci sto facendo l’abitudine (come è buffo fare l’abitudine alla violenza, non è vero?) e sono comunque stranamente felice, ho tutto quello che mi serve. Ho una figlia bellissima, simpatica e intelligente, un lavoro che mi affatica sì, a volte, ma mi dà soddisfazioni e tanti sorrisi, ho un bel po’ di amici importanti, roba che non si trova facilmente, devo dire, molti di questi a volte non li nomino neanche qui, ma questo non perché non siano importanti, tutt’altro. Sono la mia rete. Ho l’Amico Speciale, ora, bello avere qualcuno che ti fa stare bene senza assecondarti, che sa come prenderti per farti sorridere anche nelle difficoltà, che poi mi chiedo come fa, lui, con una come me che manderebbe sempre tutto in tragedia, manco fossi un Eschilo o Sofocle, ma sa come pigiare i pulsanti giusti.

Insomma, povera, incasinata, ma felice.

E da oggi anche allenata. Alla fine il primo giorno di palestra è arrivato. Devo dire che un pelino di ansia lo avevo, il terrore di non riuscire a muovermi il giorno successivo aleggiava nella mia testa, già immaginavo il dolore ogni volta che alzavo un piatto o per ogni pizza infornata. Ma il ragazzo, Michele (che tra l’altro, come metà delle persone che ho visto lì, è un mio cliente; tranne una che invece è una mia collega. Quindi come stare al Ristorante… ma con più attrezzi) è stato clemente. Avevo dato un’occhiata alla mia app per sapere quanti chilometri avevo fatto a lavoro e già ero a 7 e mezzo. Ho chiesto venia, quindi, e posso quasi affermare con quasi sicurezza (quasi) che domani non avrò ripercussioni. Vabbè, domani ve lo dico.

Io e Little Boss siamo una bella squadra. Alla fine lei si è impegnata tanto e abbiamo riso tanto ed è stata una bella idea, devo dire.

È la prima volta che facciamo qualcosa insieme, mi ha detto.

Certo che potevamo iniziare con yoga, ho ribattuto.

Ma eravamo entrambe entusiaste del pomeriggio.

Forse lei avrà qualche doloretto, domani, visto che abbiamo alzato gli stessi pesi.

E poi va detto che in effetti sono uscita da lì bella rilassata.

Vediamo come va.

Una frase che dico spesso di recente, che non è nel mio stile, ma che inizia a piacermi. Quel che di imprevedibilità, quel cosa che mi fa scivolare i problemi sulle spalle, quel quando che mi dice Adesso, non domani.

Mi godo i piccoli piaceri quando posso, quando il mio carattere impossibile mi consente: una cena con Little Boss in cui ridiamo di tutto, un bacio rubato all’Amico Speciale tra un caffè e l’altro, una telefonata a un amico lontano, una foto stupida, un abbraccio inaspettato, un messaggio che mi dice Quanto sei bella, un libro di King che non avevo ancora letto, un bicchiere del mio vino preferito, una canzone dei Green day che avevo dimenticato.

Come questa:

 

 

 

 

 

E quindi ieri…

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…era (di nuovo) il mio compleanno. Ormai sono nell’ordine del 40 e più. Cintura nera, primo dan.

Devo dire che è stata una giornata di probabilità e imprevisti.

Le probabilità erano per lo più del lavoro: turno massacrante e infinito, ma che devo dire è volato grazie alla mia collega. Sulla lavagna del Ristorante ha scritto appena arrivata Auguri Moon! , e in tutto il giorno non ha perso occasione per ricordare a tutti di farmi gli auguri: un traguardo è un traguardo, vecchietta, ha commentato. E così la giornata è passata con la classica domanda: quanti anni fai?

14!

Sì, per gamba!

Magari

E poi è stata la volta degli imprevisti. Tipo la visita a sorpresa di mio padre all’ora di pranzo. Ora, mio padre non vive vicinisssimo, un’ottantina di chilometri da casa mia, e inizia ad avere più di 70 anni, quindi, beh, non è nemmeno più di primo pelo. Mi sono resa conta che sta invecchiando, oltre che ingrassando pericolosamente, e i suoi riflessi non sono più quelli di un tempo. anche il suo cervello è diventato più pigro e ora si concentra molto su cose che mi fanno fare fatica a riconoscerlo: il meteo, le fake news, le amministrazioni comunali… tra poco sarà uno di quei pensionati affacciati oltre le recinzioni dei Lavori in corso, teso a giudicare il buon andamento della spesa pubblica.

Ma insomma, nonostante questo, il fatto che mi abbia fatto una sorpresa (e un bel regalo) mi ha reso felice. Mi rendo conto che per lui è stato un piccolo sforzo. E per me lo è stato il selfie che ha preteso con me, rubato nella mia micro pausasigaretta, dove sfoggio un sorriso tiratissimo: chissà cosa hanno pensato gli amici a cui lo ha inviato…

E dopo un pranzo di fine turno al Ristorante che, come ha detto Micro(bo), Ma che è, Natale? (eravamo tutti, più mio padre, 8 quindi. Ho messo le tovaglie vere, niente tovagliette di carta, e i bicchieri da vino per brindare. Mancava il dolce, ma tanto io sono a dieta…), proprio mentre stavo per tornare a casa (erano quasi 11 ore che stavo lì dentro), è arrivato il secondo imprevisto: il Mentore.

Il Mentore ha letto il blog e ha deciso che la parola Eliminazione non faceva al caso suo. Nostro, anzi. E devo dire che parlandone con lui, beh, mi tocca dargli ragione. Devo dire che il suo, di regalo, è stato graditissimo: mi ha tolto da una fissa un po’ bambinesca (che io invece ho reputato da persona matura)e ha riassestato un equilibrio diverso. E quindi no, nessuna discussione, nessuna spiegazione, solo una chiacchierata tra amici, un aggiornamento tra le cose, qualche risata di gusto, un bell’abbraccio. Eravamo stanchi entrambi, per motivi diversi, ma mi ha fatto bene.

E quindi sono uscita dal Ristornate dopo più di 12 ore di soggiorno e ho raggiunto l’Amico Speciale a casa mia (che nel frattempo aveva fatto le sue cose da maschio: stuccare e imbiancare il suo nuovo appartamento). Siamo usciti a festeggiare, cena al ristornate messicano, io in una nuvola di semi incoscienza che solo l’entrada extra piccante ha un pelino dissolto, lui con ancora qualche macchia di vernice sulle mani, mi ha stretto le mani sopra il tavolino e mi ha detto: vecchietta!(ieri mi è toccato spesso questo appellativo, lo so…) Il tuo regalo arriverà prima delle fine del mese. E di nuovo, ogni volta, penso che lui non ha mai fatto regali, che non è il suo stile, fare regali per le ricorrenze, lui è Il matto (come lo chiama sua madre). Ho sorriso. Ed ero felice. E allora ha ragione la mia collega quando, mentre gli parlavo di lui, a un certo punto ha gridato: Capo!! Abbiamo perso Moon! E vabbè, mi avranno persa, ma io non mi sento affatto perduta.

E Little Boss? Nulla. La chiamo alle 6 del pomeriggio e mi fa, prima di dire Pronto: lo so, ma io gli auguri te li voglio fare di persona! E vabbè, crediamole… tanto oggi non mi scappa. Abbiamo l’appuntamento per mettere l’apparecchio di mattina e nel pomeriggio andiamo in Città a vedere una mostra sui Futuristi. È il mio compleanno, no? Decido io come festeggiarlo.

E quindi la giornata si è conclusa prima delle dieci, mi sono trascinata fino al letto, mi sono buttata addosso all’Amico Speciale, ho iniziato a vaneggiare su cose improbabili che nascondo nel cassetto sotto al letto e gli ho chiesto: mi racconti una storia? La cosa incredibile è che lui l’ha fatto. Ma io ho ascoltato solo le prime parole. Stavo già dormendo.

Un lieto inizio

post 153

 

È già qualche giorno che ho voglia di scrivere una storia a lieto inizio, come direbbero i miei amici di OUT (Once Upon a Time).

Quindi vado?

Vado.

C’era una volta un ragazzo che era arrivato in Italia dalla Nigeria come rifugiato. Perché, sento dire, io, che di politica non mi curo praticamente più, che in Nigeria non c’è la guerra. Ma la gente muore. I civili muoiono. E così Osaro (il cognome non ce la faccio a tenerlo a mente) tre anni fa, a 21 anni, è fuggito. Ha trovato qui un’associazione che l’ha aiutato, gli ha dato una casa, l’ha spronato a trovare un lavoro, a imparare l’Italiano. Ma, beh, io vivo in campagna piena… le opportunità di lavoro scarseggiano per tutti. Così ha iniziato a fare come tanti suoi connazionali (e non): ha cominciato a farsi trovare fuori dalle porte dei bar, dei ristoranti, vicino alle spiagge, nei parcheggi. In mano una borsa con fazzoletti, ombrelli…le solite cose. Spesso, da un anno a questa parte, se ne stava fuori dal mio Ristorante. Apriva la porta ai clienti, con un sorriso, non chiedeva mai nulla, si faceva chiamare Francesco (più facile da ricordare, furbo, il ragazzo, no?), ha imparato i nomi di tutti. I primi mesi faceva infinite colazioni offerte. Poi ha capito, l’acciughina (che avrà la mia taglia), che non poteva continuare così, e così ha iniziato a rifiutare anche quelle. Qualcuno gli lasciava un euro, due, cinquanta cent. Lui sorrideva a tutti, salutava tutti. Me compresa, ovvio. Di poche parole, ma perché non sa bene l’italiano. E infatti quando ha scoperto che parlavo inglese è stato tutto un chiedere (ma questa è tua figlia? Ma da quanto lavori qui? Ma sei sposata?). Simpatico, Osaro, mi è sempre piaciuto. Quando lo hanno spostato a dormire in un centro un po’ più grande veniva comunque al Ristorante, ormai si era fatto gli amici. E poi il mio Boss, in cambio di qualche soldo e un abbondante pasto, ha iniziato a fargli fare qualche lavoretto: giardinaggio, muratura. Che si sa, durante la primavera i lavori fuori aumentano. E così Osaro ha iniziato a venire sempre più spesso. Gran lavoratore, il ragazzo. Il mio Boss gli chiedeva, in Italiano, se gli piaceva lavorare, e lui: nooo. Ma beh, ho capito poi, non si capivano: lui credeva che gli chiedesse se aveva trovato lavoro…

E poi ecco, un giorno me lo sono trovato in pasticceria. Il mio Boss, dopo aver assunto e licenziato un bel po’ di ragazzi incapaci, ha ritenuto produttivo tentare con lui che, invece, di voglia e bisogno di lavorare ne ha davvero.

E così Osaro, da bravo rifugiato, è arrivato al Ristorante e mi ha rubato il lavoro: sta imparando a fare gli impasti, la pizza (è stato velocissimo a imparare a stendere, infornare e sfornare con la pala). Il secondo giorno di lavoro (suo) l’ho portato a comprarsi l’abbigliamento da lavoro e mi sono sentita molto Richard con Julia in Pretty Woman (denoattri). Alla fine sono quasi la sola che può capirlo e parlare con lui, quindi faccio la parte, spesso, di Google traduttore. Il mio Capo per farsi capire da lui urla, credendo che con un tono di voce più alto capirà cosa significa dare il cencio, o prendere la granata… io gli spiego che Now you have to clean the floore lui ride, ride tanto, Osaro, è felice, I’m lucky, dice, eccome se lo sei, caro ragazzo, ti sei trovato in un posto dove, anche se qualche volta devi alzarti presto la mattina o tirare tardi la sera, hai sempre un lavoro sicuro, con l’aria condizionata, dove il cibo non manca mai, per nessuno, dove il Capo e il Boss ti trattano da figlio se fai il tuo. E infatti il furbo Osaro, chiama già il Capo Mume il Boss Dad.

E poi manda messaggi a me, I miss U, se non mi vede per un giorno. Io cerco di parlare chiaro, I have a boyfriend, I’m 41! I’m old… e lui mi regala un braccialetto con le conchiglie. E uno per Little Boss. I’m busy, Osaro. Ok, ma quando porti me a vedere casa tua?

Sorrido di questo ragazzo con la giacca bianca che gli spiove sulle spalle e ripeto: ti devo parlare in italiano, così migliori. E poi ripeto in inglese. Good teacher,fa lui. E intanto il ragazzo lavora, tutti i clienti lo salutano e gli mostrano il pollice, scopriamo nel giro di due settimane che i razzisti sono davvero pochi, sono tutti felice di vederlo lavorare. E lui si fa ben volere.

La sua cooperativa l’ha spostato qui vicino, va e torna in bici dal lavoro, con il suo gilet a strisce catarifrangenti.

But I want to live alone, now I’ve a work!, dice. E io lo capisco, la bellezza di vivere da soli.

Un lieto inizio, dunque. Ha avuto carte fortunate: vedremo come le giocherà, il nostro Osaro.

Io, per una volta, faccio da spettatrice. E anche un po’ da teacher, ok.

Ma l’animo della maestrina l’ho sempre avuto.

 

 

 

Quando la giornata va in vacca

post 144

 

 

Avete presente quelle giornate in cui appena aprite gli occhi vi rendete conto che la giornata andrà in vacca?

Il mio amico Watz continua a tentare di convincermi che si tratti della famosa Profezia che si autoavvera, ma io sono M.O.O.N.  e non ci sono logiche psicologiche che tengano: io ci metto sempre tanto impegno affinché le giornate filino lisce come l’olio, ma poi ecco che arriva Qualcuno, o un Evento esterno che ristabilisce l’equilibrio che avevo avvertito.

E così a inizio settimana ho dato uno sguardo al calendario e ho detto: mercoledì pomeriggio libero, Little Boss è da suo padre, l’Amico Speciale è partito per un viaggio, mia madre non ha necessità, mio padre latita come sempre, il frigo potrebbe anche attendere il rifornimento, i bucati sono quasi in pari, insomma, avete presente: mi prendo tre ore per me! L’estate che tanto si è fatta attendere arriverà domani e io voglio santificare il dio Sole andando in piscina. Obiettivi: rilassarsi, farsi un bel bagno, prendere il sole, leggere.

Preparo lo zaino con il mio nuovo costume da surfer (definizione del Negozio degli sportivi in cui sono andata ieri -niente battute, so che non è il negozio per me, tanto che quasi ieri non si aprivano le porte e un tizio alla cassa mi ha fatto saltare la coda per pagare, giusto per farmi uscire prima possibile-, ma in realtà si tratta di un normalissimo bikini costato in tutto meno di dieci euro), la cuffia zebrata (ognuno ha le sue debolezze), Ragazze elettriche (un romanzo distopico in cui le ragazze prima e le donne poi si accorgono di avere un incredibile superpotere: possono fulminare gli uomini con un solo tocco della mano: praticamente il sogno nel cassetto di tutte) e pure il tablet, che sia mai che tra un tuffo e l’altro non mi venga voglia di scrivere qualcosa.

La mattina procede a ritmo incalzante, ci sono mille cose da fare, a pranzo il Ristorante è pieno come non lo era da settimane. Penso che finirò tardi se non mi sbrigo, accorciando decisamente le Tre ore per me previste. Così tiro, cerco di tagliare corto con il tizio di Roma che ha scoperto che mia nonna era di Montesacro e che mi continua elencare posti (splendidi) di Roma dove devo tornare, faccio volare le tovaglie pulite sui tavoli, incalzo la mia collega per farmi portare al più presto i bicchieri puliti. Poi dalla cucina esce il mio capo: ma prima di andare via mi stampi il nuovo menù estivo come avevi detto?

Cazzo.

E vabbè, ne ho troppe per la testa, ok, lo avevo dimenticato. Il portatile del Ristorante non collabora (quando mai lo fa?), fatica ad accendersi, poi pure la stampante mi fa le storie (mi manca l’inchiostro!, dice. Brutta gallina starnazzante), e poi ci si mette anche la cassa sopra la quale devo cambiare voci e prezzi. Insomma, finisco con un’ora piena di ritardo e un giramento di scatole che faccio tornare l’inverno.

Ma io sono M.O.O.N.: salgo in macchina e accarezzo il mio violaceo zaino. La piscina dista solo due minuti di macchina, ma io riesco a trovare ben due semafori rossi per lavori in corso. Ottimo.

Arrivata alla piscina il parcheggio è pieno. Come è possibile? È solo un comune mercoledì! Poi vedo i bambini.

Campi solari.

La piscina è gremita di tante piccole teste urlanti che non ci starebbe nemmeno uno spillo.

Faccio il giro e torno a casa.

Il dio Sole dovrà ancora aspettare per avermi.

Per ora mi accontento della Luna.

Non senza una cordiale incazzatura, ovvio.

Procedo con il Piano B e mi faccio una tisana…

Il Tempo giusto

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Stamani tritavo la mozzarella per la pizza per il Ristorante. Mi capita spesso, facendo lavori ripetitivi dove il neurone non ha bisogno di sforzarsi, che mi arrivino pensieri inaspettati. Capita un po’ a tutti, credo. Poi mi capita, però, anche un’altra cosa: se faccio un lavoro ripetitivo per la prima volta e ho un certo pensiero, tutte le volte successive che faccio quel lavoro mi arriva lo stesso pensiero. Un esempio: la prima volta che riempivo i bignè alla crema con la sai à poche, che non sapevo usare, ho pensato all’appuntamento con la mediatrice familiare: dove avrei parcheggiato, cosa le avrei detto, alla finestra affacciata sulla scuola elementare che ho frequentato, ai suoi capelli corti, al suo cognome fin troppo familiare. E così, ancora oggi, quando riempio un bignè alla crema, il pensiero mi va a quella fragile (e dannosa) ragazza, al suo studio, al suo modo di parlare eccetera. 

oggi, quindi, tritavo la mozzarella. La prima volta che ho tritato la mozzarella da pizza avevo 17 anni, l’estate prima del diploma. Lavoravo per uno stereo nuovo, per le vacanze prima dell’ultimo anno, ascoltavo Alanis Morrisette (c’era quella canzone, Hand in my pocket, che aveva un strofe che facevano per me: I feel drunk but I’m sober, I’m young and I’m underpaid, I’m tired but I’m working)leggevo tutto Calvino con libri presi in biblioteca, giravo in piena estate di mattina con la felpa, facendo incazzare mio padre, portavo pantaloncini di jeans cortissimi, facendo girare il tipo trentenne del bar che lavorava lì vicino e che due anni dopo sarebbe diventato il mio quasi amante. 

E a volte, la domenica pomeriggio, mi mettevano a tritare la mozzarella, prima che la pizzeria aprisse, prima che il mondo si svegliasse, perché lì, dove lavoravo, sembrava la morte prima della sette della domenica. E io avevo la pelle del colore dell’aragosta che premeva sui vestiti, perché non perdevo nemmeno un istante libero per andare al mare, da sola, prendendo almeno tre mezzi pubblici e perdendo due ore che in macchina ci avrei messo mezz’ora. E mentre tritavo la mozzarella pensavo alla mia vita da grande, che avrei avuto un appartamento in città, che avrei vissuto da sola per un po’ (che ci crediate o no, questo sogno è stato il motivo per il quale è finita la storia con il mio primo ragazzo, oltre al fatto che avevo deciso di fare l’università e lui invece no), che avrei avuto un cane, o un gatto, un ufficio che mi avrebbe visto fare cose inimmaginabili (letteralmente), immaginavo la mia auto, i miei tacchi, i miei completi, le mie acconciature, gli uomini che avrei frequentato. Non mi vedevo sposata. Non mi vedevo con figli. Non mi vedevo insieme a, ma da sola con. 

Stamani quel pensiero, prepotente, è tornato. E ho riso di me, ho riso di gusto proprio, mentre cercavo di mandare via la stanchezza, la preoccupazione per Little Boss, che i miei puntini sulle I hanno scatenato un bombardamento che lei sente, nonostante io cerchi di tenerla al sicuro nel bunker, ma la guerra c’è, è in atto, e andava fatta, bisognava rispondere, non si può sempre subire, anche questo devo insegnarle, che non si può sempre subire. 

Ho riso mentre cercavo di capire che il mio sogno in parte l’ho realizzato a 40 anni, e che ormai però è tardi, certe cose vanno fatte a 20, e io a 20 già vivevo insieme al mio ex. 

E come al solito faccio bilanci e arrivo a dire che la vita l’ho vissuta al contrario, a 20 anni ero già sposata, a 27 ho avuto una figlia, a 35 ho ricominciato l’università, a 40 vivo da sola. 

E forse la voglia che ho è solo di normalità. Forse è il kairòs, come mi ha ricordato qualcuno qui, da qualche parte, in qualche articolo. Forse questo è il momento giusto, il tempo giusto. 

Forse è solo il momento di provarci. 

Provarci davvero. 

Costruire

 

post 132

 

Sulla decisione di tenere aperto o meno questo blog ha pesato un breve commento di Ale, detto a bassa voce, come solo lei sa fare, che a volte è al limite dell’udibile.

Secondo me dovresti tenerlo.

E siccome io mi fido di lei, moltissimo, più che di me, le darò retta. E vediamo come va.

Sì, Wal, anche il tuo parere ha influito.

Mi sono data, come forse ho già detto, un Tempo Massimodi Lutto (TML).Il lutto lo tengo per la Morte della Speranza. Non posso permettermi di far andare avanti il lutto a oltranza, e alla fine il mio lutto è solo un vestire di nero e poco più. Ma siccome sono Programmino, come mi hanno definito in tanti, il Mentore prima di tutti, ho deciso che il lutto finirà tal giorno alla tal ora. Non durerà un anno, niente 365 giorni stavolta, niente count down, niente pianti. Diciamo che sarà qualcosa che assomiglia di più alla riservatezza. Ma una volta finito questo lutto, basta. Quello che ho capito grazie allo Shogun è che ho risolto il conflitto spazio/armadio. Ora sono pronta a provarci.

E a tal proposito l’Amico Speciale si è presentato con un mazzo di fiori (metaforico. In realtà erano lampadine, che a casa mia la spesa delle lampadine va di pari passo con la bolletta del gas in pieno inverno, sarà perché detesto il buio e appena metto un piede in casa accendo tutte le luci accendibili manco fossimo a Las Vegas), un sorriso sincero e mi ha detto: non te lo dico che ti amo, preferisco dimostrartelo. E visto tutto quello che gli ho fatto passare direi che sta facendo un buon lavoro. Ma ho messo le mani avanti, come sempre, come mi viene bene fare: avrò il mio periodo di lutto; poi vediamo che succede. Per ora siamo quello che siamo stati sempre: due persone che si vogliono bene, e scusate se è poco.

Quindi non mi resta che tuffarmi a capofitto nel lavoro, e il periodo ricomincia a fiorire. Pure troppo. Oggi forse era San Sughero, non lo so, ma il Ristornate a pranzo era strapieno, quasi fosse una domenica. E il personale ridotto, ovvio, perché in realtà era solo mercoledì. Ridotto a due, cioè: io e la cuoca. Le mie gambette hanno corso, le mie braccia hanno sfornato pizze e portato piatti alla velocità della luce, ma ho avuto anche il tempo di far due chiacchiere. Ha pranzato da me una Signora che conosco da tanto tempo, che mi ha conosciuto sposata in realtà e ora passa volentieri anche solo per salutare (e darmi laute mance, a dire il vero). La Signora è molto ricca. E lo specifico perché è del tipo che mi piace, che sa di avere tanti soldi, ma non è dimenticata di cosa vuol dire non averli. Sono queste le persone che mi piacciono, quelle che non ti fanno sentire mai una serva solo perché porti loro i piatti. E fidatevi: dell’altra categoria il mondo è pieno. Insomma, tra una chiacchiera e l’altra, la Signora mi chiede di Little Boss, che ha visto nascere. Ha quasi 13 anni, le dico, ormai è una signorina. Lei mi guarda e chiede: ma ti sei risposata?La risposta che mi viene di solito in automatico in queste occasioni è: ma che, mi credi scema? Ma chi me lo fa fare, sono così felice e libera ora, un uomo? No, grazie, ho già dato, di figli ne ho già, certo, ho qualcuno, non sono una suora, ma una relazione…

Ma stavolta ho risposto: non ancora. Forse in un futuro, non lo so.

Lei ha sorriso e ha detto:ho sempre pensato che meritassi di meglio.

Già. Frase standard di chi conosce me e il mio ex. Se avessi un euro per ogni volta che me lo hanno detto forse sarei ricca. Eravate una coppia squilibrata(che così pare pure la verità); non eravate fatti l’uno per l’altra; tu sei così intelligente; è stata una fortuna per te lasciarlo; la famiglia del tuo ex ha qualcosa che non va; non so come hai fatto a sopportare per tanti anni; ti vedo rinata; finalmente hai ricominciato a sorridere. Vabbè, ho un sacco pieno di queste frasi che si sono accumulate in quasi 4 anni. Sono certa che a lui dicano lo stesso. Ma che io meriti di meglio, mah, chi lo sa, alla fine ognuno non ha ciò che si merita? Mia sorella continua a dirmi che nella vita mi sono lasciata scappare tante occasioni. Io alla fine ho avuto tante cose belle, e siccome non sono ancora alla resa dei conti, voglio credere che ci siano ancora tante occasioni per me.

In sintesi: barcollo, ma non mollo.

Oppure Se mi rilasso, collasso.

O ancora: nel mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è giorno dopo giorno.

La canzone sceglietela voi.

Io ho scelto la mia…

Corsi di cucina e premi letterari

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Mi hanno fregato con un altro corso di cucina. 

Io, che detesto cucinare, sono obbligata per lavoro a fare questo dannato corso con lo Chef Stellato. E lo so, lo so (per favore, non ditemelo) che molti di voi diranno che sono maledettamente fortunata, che un corso gratis fatto da uno chef che sa fare lo chef, che insegna trucchi e cotture, inventa piatti, suggerisce modifiche ai piatti classici e tutte quelle cose lì è una bella occasione, che insomma, lo so che ci sono milioni di persone che si continuano a guardare programmi di cucina e si dilettano tra i fornelli come novelli Canavacciuolo e vanno a cercarsi nel negozio etnico il platano da friggere perché la Parodi vi ha abbinato il piccione (sto inventando, ovvio, ogni riferimento a persone o cibo è del tutto casuale), lo so che esiste anche un canale (anche se devo dire che è pochissimo che l’ho incrociato) sul digitale dedicato alla cucina, quindi immagino che ci siano davvero molte persone affascinate da questa Nuova Arte… MA. Ma io sono stanca del cibo, sono stanca di pensare alle sue infinite preparazioni, ma sopratutto sono stanca di fare corsi di cucina che mi rubano il tempo prezioso che vorrei passare con Little Boss.  

Che poi a me, lo Chef Stellato,  piace pure, è un ragazzo alla mano nonostante le sue stelle Michelin, arriva con la moto e questo, non so perché, ma me lo rende ancora più simpatico. 

Resta il fatto che dovrò sorbirmi intingoli e arrosti per due giorni di seguito e siccome pare che sia l’unica al Ristorante in grado di scrivere (ok. Qui le battute dei miei colleghi si sprecano: scrivi tu gli appunti, non sei una scrittrice? Oppure, scrivi tu Auguri sulla torta con la cioccolata: non sei una scrittrice? Eccetera), non potrò nemmeno distrarmi e pensare agli affaracci miei. 

E invece io vorrei pensarci, agli affaracci miei, visto che oggi il mio capo mi ha chiamato da parte e mi ha detto: Bene, Monica, hai tempo fino al 28 febbraio per scrivere un romanzo commerciale di 200 pagine. Poi ha mi ha messo sul banco l’articolo di un giornale. Credo di aver buttato fuori gli occhi come in cartone degli anni cinquanta. Esiste un concorso letterario che ha un bel montepremi: 150.000 euro. In questo concorso vince la storia, non le sperimentazioni, non lo stile, non il nome, sopratutto. Si concorre anche con pseudonimo. 

E così adesso è dalle una circa che il mio cervello non fa altro che macinare questa cosa. 

La prima cosa che ho pensato è stata a questo tempo ho per scrivere e quanto devo scrivere al giorno per poter arrivare a uno scalino come 200 pagine. Contando che più o meno che adesso ne scrivo una e mezzo al giorno, anche se non tutti i giorni, e la trovo una cosa fattibile,  mi occorrerebbero almeno 200 giorni, cioè più di sei mesi. Che non ho. Ricalcolo: due pagine al giorno tutti i giorni: sono cento giorni, cioè poco più di tre mesi. Fattibile. Quindi ok, a livello di tempo potrei esserci. 

Ed ecco che il mio ragionamento si ferma qui. I calcoli che ho segnato sul blocco delle comande tra una cestina di pane e un dessert sono l’unica cosa che il mio neurone solitario è riuscito a creare. Poi nel Moon cervello si sono accese le altre mille domande e, a seguito, le altre mille perplessità che mi hanno scemare l’entusiasmo del Grande Progetto (è la mia modalità standard, nessuna sorpresa).

La verità è che io non so scrivere un romanzo. E sopratutto non so scrivere un romanzo commerciale. E sopratutto, non so se davvero voglio scriverlo. Ovvero, quanto me la sono sbattuta per studiare la scrittura, per non ridurre i miei racconti a storielline, per cercarmi uno stile, per sperimentare… per non affiancare necessariamente la scrittura ai soldi? Mi ci sono voluti anni per capire come voglio scrivere. E ora arriva un premio del cavolo che sicuramente non vincerò mai (immaginate la valanga delle persone che parteciperanno, compresi autori famosi sotto pseudonimo. La avete immaginata? ora, raddoppiatela) e tutto può cambiare? 

Sì, Moon, ok. Ma sono 150.000 euro… un misero tentativo potresti pur farlo. 

Quindi, non ho ragione a dire che non voglio fare il corso di cucina e voglio pensare agli affaracci miei?