La Zona Gialla (Z.G.)

E la Toscana è, dopo più di un mese, tornata ieri in zona gialla. La parentesi durerà il tempo di uno starnuto (allergico, eh, non da Covid 19 o da Covid 2, la Vendetta, il suo perfido gemello inglese: questa storia ha un che di avvincente, alla fine) e dunque tra due giorni la fiesta sarà già finita: che la siestacominci!

Lungi da me criticare scelte effettuate, più che altro non ho voglia qui. Qui volevo, semplicemente, constatare.

Domenica mattina, ore 5.30. un cliente entra nel bar, si avvicina alla vetrina dei dolci, chiede: quindi stamani la colazione si può fare qui? 

Io: certo, vi è concesso da oggi fino a mercoledì. Poi stop perlomeno fino al 7 gennaio.

Lui si toglie la mascherina e la getta in terra. La getta a terra, dico. Ah, finalmente, fa lui.

Io: guardi che la mascherina è ancora obbligatoria…

Evvabbè, che cosa gli vuoi dire alla gente?

Comunque quello era solo l’inizio, perché di comportamenti scorretti, in stile Quinoncenècovviddi, ne vedo altri mille prima che la mattinata finisca. Brontolo, riprendo, a volte lascio fare perché sfinita. 

Ma il primo giorno di zona gialla non lo è solo per il lavoro. Little Boss è lì pronta a scattare allo start perché non vede l’ora di rivedere i suoi amici (e il Little Nerd che non potrà baciare perché Cèilcoviddi (parole sue, devo crederle?). A mezzogiorno è già nella cittadina che si prepara a mangiare schifezze con il suo gruppetto. Le impongo di inviarmi la sua posizione sempre (adoro la condivisione della posizione su Whatsapp), la chiamo appena finisco di lavorare, le dico che alle 18 spaccate deve essere pronta, la vado a prendere. 

Ma siccome è zona gialla anche Max, l’Amico Speciale, si muove: alle tre è già a casa mia, mi porta in dono coniglio fritto e si presenta con quel cavolo di completo che, cavolo cavolo, se è strabello con il completo, mi dice: se devo uscire con una bella donna devo fare la mia figura (quanto è ruffiano, ma lo adoro quando lo fa). Io per festeggiare la zona gialla mi sono presa un prosecco al circolino sotto casa (finalmente in presenza), divoro il coniglio e poi divoro Max, ignorando l’occhiataccia del suo completo gettato sul divano. 

Stasera sushi?, mi chiede baciandomi una spalla. 

Un tir di sushi, gli rispondo. 

Pronti, via, eccoci alla cittadina per recuperare Little Boss, una cittadina stracolma, c’è pure il mercato, il delirio più totale. 

Il secondo giorno di zona gialla inizia in sordina. Ma nel pomeriggio Little mi chiede di tornare alla cittadina. Devo finire di comprare i regali, la fumetteria ieri era chiusa

Ok. alle tre riparto, siccome è presto decido di tirare a lucido Winny all’autolavaggio. Winny non la prende bene. Ho tirato tutto in avanti il sedile del guidatore e quello resta bloccato lì. Tiro, impreco, chiedo aiuto: nulla. Mi tocca guidare l’auto come fossi sulle macchinine scontro. Chiamo il Meccanico Di Fiducia, che ormai chiamo più di mio padre (quando mi si accende una spia, quando devo fare inversione delle gomme, quando devo cambiare la corda della frizione, quando mi perde dalla guarnizione di testa… Winny è stanca) e gli chiedo un consulto, sperando mi riceva al volo. Nulla, mi riceve domani. Mi sentirò alta ancora per un po’. 

Per consolami lascio Little in centro a incontrarsi con il Little Nerd e mi butto sullo shopping consolatorio: ho un’ora per ripristinare il livello di serotonina. L’ora la uso bene, mi compro anche un cappotto. Poi siccome mi si sono rotte le calze vado da Tezenis e, oltre alle calze, mi resta attaccato alle mani anche un pigiama. Alla cassa mi prendono i sensi di colpa, come un bulimica, e quando la commessa mi chiede se è un regalo dico di sì. Quanto è grave mentire alle commesse di Tezenis? Lei poverina mi dà pure il kit per incartare, esco e mi sento pure peggio.

Io e Litte torniamo a casa con il favore delle tenebre. 

Siamo solo a metà dei giorni concessi dalla zona gialla e mi sembra di aver vissuto due settimane. 

Da una parte non vedo l’ora che sia il blocco: almeno dormo e mi riposo….

T.B.P. Vol 2.

A voi un’altra puntata della Barista Moon e le sue incredibili avventure

Incredibile la pletora di diavolerie che la gente può dire/fare. 

Quindi Tipi da bar durante la Pandemia Vol. 2

  1. CLIENTE CON MASCHERINA MAGGIORENNE (M.M.): chiamasi mascherina maggiorenne ogni mascherina portata per più di un mese. La mascherina dopo alcuni giorni presenta una chiazza scura e oleosa in prossimità di naso e bocca, visibile anche dall’esterno (non voglio immaginare l’interno). 

Qui non sussiste nessun tipo di conversazione. Cerco di mandarlo via alla svelta prima di vomitare. 

  • CLIENTE IPOCRITA (I.):

Io: Buongiorno! 

Cliente I.: Buongiorno a lei, mi dà una brioche e una caffè da portar via? 

Io: subito.

Cliente I.: (tra sé e sé) da portar via per forza, eh, siamo in zona rossa, che poi la gente non lo sa nemmeno quello che si può fare e quello che non si può fare. Oppure fanno finta di non saperlo, dico io, eh, che se c’è una legge c’è una legge, ma poi davanti ai bar si mettono a fare gli assemblamenti (non c’è verso, dopo quasi un anno di pandemia, ancora la gente non ha imparato, N.d.R.), ma non lo sanno che si deve stare a casa? Eh? Che bisogna uscire solo per necessità vere? Che non si può fare ciò che vogliamo? Che ci sono delle vite in ballo e che Prima la salute? 

Io: Ecco qua signora, sono due euro (di solito faccio finta di nulla durante i soliloqui)

Cliente I.: ah, volevo anche ordinarle un dolce per domenica prossima. Mia figlia si è laureata, vorrei una cream tart. 

Io: nessun problema, per quante persone?

Cliente I.: mah, saremo una decina. 

Io: Ah. Ok. 

  • CLIENTE BUGIARDO (B.): 

Cliente B.: Buongiorno vorrei ordinare un dolce per martedì, un millefoglie crema e panna.

Io: certo, per quante persone?

Cliente B.: la faccia per dieci. Anche se siamo solo in quattro, beh, ma siamo golosi, tutti, e se avanza pazienza.

Io: (certo come no…) Mi dica l’ora e ci vediamo martedì.

  • CLIENTE RECIDIVO (R.):

Cliente R. Buongiorno mi dà un budino di riso.

Io: Certo! (Metto il budino nel sacchetto di carta)

Cliente R.: Perché me lo mette nel sacchetto? Lo mangio ora.

Io: (sospiro) no, mi dispiace, non può mangiarlo qui, deve portarlo via. E non può nemmeno qui fuori, dovrebbe andare in macchina.

Cliente R: ah, ok, va bene. Mi fa anche un caffè? (Prende il budino dal sacchetto e inizia a mangiarlo)

Io: no, guardi che non può, glielo ho appena detto.

Cliente R.: ah, già. Scusi, eh.

Io: ecco il caffè.

Cliente R. (prende il caffè, lo stappa e inizia a berlo)

Io? Non ho più parole…

  • CLIENTE COMODO (C.)

Messaggio su Facebook dal Cliente C.: Salve volevo sapere se siete aperti per l’asporto della pasticceria.  

Io: sì, siamo aperti, ma le consiglio di prenotare al numero di telefono sulla pagina se desidera un dolce in particolare. 

Cliente C.: allora sì, mi faccia una torta della nonna per sabato.

Io: purtroppo non sono autorizzata a prendere le ordinazioni da qui, dovrebbe chiamare, come ho detto, il numero presente sulla pagina e parlare con la pasticceria.

Cliente C.: ah. Pensavo con la storia della zona rossa che si potesse. Allora non importa grazie.

(Il Cliente C. non ha mai chiamato per la torta. Forse non era capace di telefonare)

E con i T.B.P. per ora chiudo. Mi aspetta una settimana pesante in zona arancione (ci siamo passati oggi), dove, per chi non lo sapesse, posso ancora solo lavorare con l’asporto nel mio Bar. E lo specifico perché pare che nessuno l’abbia capito, come ho scoperto oggi. 

Faccio una personale standing ovation per le mascherine maggiorenni: avremo un sacco di elettori in più alle prossime elezioni. 

E io guardo Sharknado

Stamani ho deciso di scrivere Senza censura (non so se vi ricordate: esisteva un programma su Rai 3 una volta, con questo nome).  

Fanculo, quindi, al mio Acerrimo Nemico. 

La settimana è stata pesante come il cinghiale della pubblicità del Brioschi, quindi me lo voglio concedere.

Inizio da lunedì, un giorno di festa in cui, dopo mesi, ho rivisto l’Amico Atipico. L’unico giorno in cui mi è sembrato di vivere. Rivedere lui, parlare del più e del meno, del lavoro (io), della ragazza psicopatica (lui), bersi un cappuccino, pranzare con Little dove (per dirla nel mood locale) ci sono le fie con le rote (l’American diners, dove le ragazze servono sui pattini a rotelle) è stato corroborante. Ma è durato come un gatto in tangenziale. La realtà, quella vera, è arrivata alle 15.00, quando è arrivato il tecnico per revisionare la caldaia: 120 euro. 

Martedì. Martedì è sempre un po’ follia, ricomincia il lavoro, io non sono mai in pari, basta il battito d’ali di una farfalla e perdo il passo, martedì ho perso il passo. Mercoledì ero ancora un passo indietro e, Covidnonostante, il Ristorante a pranzo si è riempito come se non ci fosse un domani. 

E qui sta il punto: sento tutto come se non ci fosse un domani. E io sono una maniaca del controllo. Il domani, per me, è importante. Io vivo per il domani. E oggi non c’è più, il domani. Domani cambia in modo improvviso, quando meno te lo aspetti. Basta un dpcm. 

Nel giro di tre giorni il mondo è cambiato. 

La gente ha avuto paura, il lavoro è calato e io non so più cosa fare. 

Nel giro di tre giorni, poi, anche la scuola è cambiata.

I ragazzi devono stare a casa, quando non si sa, la domenica sera ci sono le corse a guardare sul sito chi il lunedì sta a casa e chi no. 

E io cosa faccio. La cassa integrazione, ancora? Devo fare un trasloco, mi servono soldi, mi serve il lavoro. 

Ma mi serve anche non ammalarmi, mi serve che non si ammali Little, mia madre, mio padre, le mie nipoti. 

Mi serve che non ci sia questa guerra, 

Mi serve che un medico non mi dica cosa si dicono tra medici, così, mentre si beve il caffè che gli ho appena fatto, che non mi dica che i contagi sono 10.000 oggi e 30.000 domani e 60.000 tra tre giorni. 

Non voglio sapere dell’apocalisse, la immagino già di mio. 

Sono confusa, impanicata, il distopico che andava tanto di moda in letteratura un anno o due fa non è più distopico, è reale, e io che cosa faccio.

Io gioco a scala quaranta. 

Guardo la tv. 

Guardo Sharknado. 

Che se non sapete cosa diavolo sia, sappiatelo, che Sharknado ti toglie i pensieri, sul serio.

Perché la mattina sono un girotondo di articoli del Corriere, indiscrezioni sull’Ansa, veline dal Quirinale. 

Ma la sera per non implodere devo guardare Sharknado. 

Anche la mia Little implode. 

Non mi sopporta più, si tinge la faccia per non so quale motivo, sta in videochiamata con gli amici, pensa alle proteste perché tengono la mascherina in aula 5 ore invece di 4. Le sue piccole lotte. 

Ma la scuola li abbandona, li sacrifica. Ci prova a tenere duro, ma non può farcela, ci sono le Regioni che dichiarano: scuole chiuse e ristoranti aperti, e io sono in mezzo: tra i due fuochi. Due miei colleghi saranno messi a casa lunedì senza cassa integrazione, senza possibilità di essere licenziati (quindi disoccupazione). 

La mia piccola realtà. 

Io posso solo disdire l’ultimo appuntamento dal dentista, che spendere soldi ora per i denti non è il caso, facciamo i Cip e Ciop, mettiamo via qualche ghianda, che la storia qui su fa brutta e se dobbiamo rientrare in letargo ci serve cibo.

Martedì per ora io lavoro. Sono una delle fortunate. Ma non riesco a gioirne.

TDL (il minchione per eccellenza) mi chiama nazista perché lo rimbrotto se va in giro per il Ristorante senza mascherina. Dice che sono nervosa, negativa. Lui continua a chiamarmi bellissima e io lo detesto per la sua infinita superficialità. Per il suo egocentrismo esasperato. 

Su questa storia hanno tuti un’opinione. E si comportano di conseguenza. Ignorando il resto. 

Mia nonna diceva sempre che le persone sono capaci di guardare solo al proprio pezzetto di terra.

Io compresa, forse. 

Ho scritto questo pezzo come mi sento: in completa confusione. Perdonate quindi se ho saltato qualche passaggio logico. La logica, a oggi, mi sembra perduta.

La mia casa

La settimana passata è stata bella tosta, un surplus di lavoro inaspettato e Little Boss che mi chiede di portarla alla fiera, e la sua lezione di canto, e la mia lezione di scrittura creativa, e una festa di compleanno (di Little) da preparare…

La mia piccola ha fatto i mitici 14. Forse ho detto mitici anche l’anno passato, per i suoi 13, ma solo perché ogni anno che passa è un miracolo per me, ogni cambiamento che fa mi sorprende (o mi fa incazzare, dipende), ogni scalino sento che è sempre più difficile per me stare al passo con lei. usa parole che non conosco, social che non capisco, e tutto questo mi fa sentire vecchissima, mi fa sentire (aiuto!!!!) mia madre. E proprio sulla soglia dei 42.

Anno difficile il 2020, lo diciamo tutti da tempo. Eppure ho anche scritto che sono certa che le cose stanno per cambiare. E se lo scrivo a volte è vero.

Mi sono sorpresa in queste mattine a cantare nella testa, vi capita mai? Mentre glassavo i bignè è arrivato Jimmy Fontana con Il mondo. E poi ieri mattina (o meglio ieri notte alle 3.30, quando mi sono alzata) nella mia testa suonavano le note di La mia casa, di Daniele Silvestri. Ora, la scelta della colonna sonora per questo momento è davvero discutibile, chissà come sta male quel piccolo neurone solitario che gira a vuoto nel mio cervello, fatto sta che le associazioni non le ha fatte del tutto a caso.

Ho già scritto quanto io adori il minuscolo buchetto in cui vivo con Little da più di 5 anni ormai, una casa graziosa, il parquet in terra, il soffitto a volta in pietra, gli arredi praticamente nuovi. E forse ho anche scritto che la mia padrona di casa l’ha messa in vendita, senza però (ancora) darmi lo sfratto. Siamo in un piccolo piccolissimo paese e le notizie corrono veloci, tutto sanno tutto e quindi è così che lunedì mattina mi ha telefonato una persona per propormi una casa. Anche altre persone mi avevano detto di case in affitto, ma alcune avevano un prezzo che non potevo permettermi, altre erano senza mobili, altre non avevano una camera per Little Boss (che anche ora non ha visto che stanzia nel soppalco di questa minuscola casa). Alla persona che ha chiamato e che mi proponeva una casa simile alla mia (esattamente quella al di là del mio pianerottolo) ho detto proprio questo: se devo cambiare ho bisogno di una stanza per Little. E così è venuto fuori che ha un altro appartamento, poco più in là. E sabato me l’ha fatto vedere. 

Appena siamo entrati, io, Little e l’Amico Speciale, abbiamo tutti capito una cosa: è la mia casa. Due camere grandi, cucina abitabile, bagno nuovo e spazioso (siamo due donne, eh, ci vuole posto nel bagno!), due grandi sottoscala. Niente balconi, niente giardino, ma neanche qui li ho, quindi… le ho detto che le avrei fatto sapere tra una settimana, ma appena uscita avevo già deciso (oltretutto mi fa anche un prezzo più basso di quello che pago ora). 

Quello che voglio dire con questo pippone sulla casa è quello che ripeto da sempre: se tu ti muovi, l’universo intorno a te si muove per aiutarti. 

E quindi anno nuovo, casa nuova e stop a tutte le preoccupazioni sull’alloggio. 

Restano un po’ quelle sul lavoro, sebbene la logica riesca a fugarle. In fin dei conti l’Amico Speciale quando me lo fa notare ha ragione: ormai lì dentro sono un pilastro, e me ne rendo conto anche da sola quando i miei nuovi colleghi (entrati in sostituzione di Micro(bo) e della collega in maternità) vengono a chiedere le cose prima a me. Inoltre, nonostante il Covid, lavoriamo, e tanto. La pasticceria vende bene, solo il Ristorante è un po’ in calo, e io mi sto specializzando sempre più nella pasticceria. Fino a che l’Ombra Malvaglia della figlia del Capo(che è una pasticcera con tanto di carta) se ne resta a casa con il figlio io sono salva. E visto quanto è paranoica non sarà questione di due mesi. 

Quindi sì, sabato ho cantato, ho abbracciato Little, baciato l’Amico Speciale e sorriso. 

L’universo è ancora con me. 

Finirà…

post 217

 

 

Sulla mia scrivania, nel mio Moon hole di pace, un angolino in bella vista dove però, stranamente, mi sento sempre me stessa (anche quando la reale me stessa si sente una defecazione di cane abbandonata sotto il sole di Luglio), ho un quadernetto.

Il quadernetto in questione ha raccolto finora appunti sparsi dei momenti in cui mi trovavo qui, davanti al mio super bellissimo pc, e quindi del mio Romanzo- fast (lo chiamerò così da qui in poi, rubando un’espressione al mio amico Leonardo Di Carlo, il pasticcere, che così chiama la sua meringa furba). Gli appunti in viola (una scelta dettata dalla necessità, nessuna preferenza) sono quelli che ho raccolto guardando video o leggendo documenti; le scritte con la matita sono le idee per proseguire il romanzo.

È tutto molto caotico, nel mio quadernetto, e ci sono anche post-it appesi qui e là, ma finora era rimasto illibato.

Sono giorni invece che la sua presunta purezza viene meno.

Ci sono appunti per bilanciare un semifreddo.

Ci sono password per accedere alle mail.

Ci sono le misure di Berta (la libreria di Little Boss comprata dagli svedesi).

C’è, soprattutto, il calcolo della retribuzione della CIGD per vedere se riesco a entrare in qualche altro contributo.

E nulla: il contributo in questione (per l’affitto) prevede che sia elargito per chi è, appunto, in CIGD, ma vuole anche una riduzione effettiva dei guadagni, rispetto all’anno precedente, minimo del 30%. Ora. Io non sono un asso della matematica. Ma so che la cassa integrazione in deroga è dell’80%. Quindi la riduzione è prevista per il 20%, se non erro. Poi vai a vedere il reale esborso dall’INPS e non è affatto il 20% in meno, ma il 30% e più. E qui arriva ciò che non sapevo: il resto (calcolato in base a non saprei cosa) lo dà il datore di lavoro: gli 80 euro di Renzi, per esempio, e le festività. Ma che festività sono se non ho lavorato? Bah. Mistero.

Cercate di capirmi, non è che mi lamenti, se qualche briciolo di soldo arriva arriva, solo che non capisco: fanno un contributo per chi è in CIDG e poi non posso prenderlo? Perché, a conti fatti, sforo. Sforo di 30 euro un mese, di cinquanta un altro, ma sforo.

Il Comune, piccolo cucciolo, sono mesi che si sbatte per me, mi manda mail, mi chiama come se fossi sua figlia, mi dice: provaci, rifai i conti. Ma nulla. l’ordinanza è regionale e l’autocertificazione è mia: mi pare di avere già troppi problemi per prendermi pure una sanzione per falsa dichiarazione.

Resta che non capisco il concetto base.

E forse ci sta, può essere che sono un po’ troppo nervosetta. Non è un buon momento, anche se sono rientrata a lavoro. O forse per questo? Sembra che l’universo si concentri tutto adesso: dopo mesi a non fare nulla se non esacerbarmi per ogni bollettino serale, adesso il mondo si è svegliato. E io non mi sento pronta. Sono inadeguata al mondo Covid: non respiro nella mascherina, mi frizzano le mani con il gel. Sono inadeguata al mondo ripartito, come lo sono sempre, ogni mattina: ho bisogno di tempo per partire, mi serve il caffè, mi serve la calma…

E così finisce che litigo pure con piccola Pigra Boss, che la mattina non sente la sveglia (e le mie milleduecento telefonate) e io pensando subito al peggio mi precipito riversandole addosso tutta quella frustrazione di madre inadeguata che mi sento sulle spalle.

Questo anno è terribile.

Ma finirà.

Oh, se finirà…

Per essere peggiore il 2021 dovrà mettersi proprio d’impegno.

 

 

La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Ma che disperazione

 

 

Ho il cervello intasato. Tanto pieno che le idee non si muovono, c’è traffico, la fila, i lavori in corso. E continuo a modellare idee, senza sosta.

Riapriamo il Ristorante tra poco. bisogna rifare tutte le preparazioni. Già. Ma quali? Dopo quattro mesi non ricordo cosa facevo, come lo facevo, quando lo facevo. Con chi lo facevo, invece, sono certa: io e io.

Cosa fare? Il mio campo, uno dei miei campi per l’esattezza, o il campo in cui voglio finire, ancora più esatto, è la pasticceria: siamo in estate: gelati, semifreddi, sono un vomitatoio di nuove proposte. Un tartufo gelato con scaglie di nocciola e cioccolato? Un mignon con una crema anidra al limone autoprodotta? Un semifreddo al tiramisù? Una monoporzione al mango e panna?

Ho TROPPE idee.

E non solo per il lavoro pagato.

Le idee fioccano anche per il lavoro gratis d’amore dei.  La scrittura. Sono nella fase due del mio romanzo, una riscrittura capitolo per capitolo, cercando di migliorare, arricchire e correggere la trama. La notte prima di dormire mi vengono delle frasi e per ogni parola immagino la sua composizione sulla tastiera. Poi accendo la luce, prendo il blocchetto celeste sul comodino, con il nome giusto, Toughts I need to write before I fall asleep (l’ho comprato da Tiger? Da Willy? Maledetto Alzheimer precoce!) e scrivo delle note che al mattino non riesco a leggere. Chi non legge nella sua scrittura è un asino addirittura, dice sempre mia madre.

E poi la mattina alle sei la sveglia suona, mi rigenero con il caffè, metto le dita sulla tastiera e vado. Vado. Vado. Sto correndo come Forrest Gump prima di togliersi le protesi. La speranza è quella di arrivare a ottenere una maglietta gialla da sporcare con lo smile (se non avete riferimenti, guardate/leggete Forrest Gump: ne vale sempre la pena).

Dopo le otto spengo il pc, infilo una tuta e dedico il cervello intasato al lavoro: pulire, sistemare, riorganizzare. Nuovo ricettario (in word, stampato e sistemato), nuovo menù (scritto e organizzato), nuovo laboratorio di lavoro, con 5 macchine in più, tutte da imparare, da studiare, da usare, soprattutto.

Ho il cervello intasato.

Norme HACCP, nuove etichette, nuove procedure, il Covid e le mascherine, sanificare, i fogli per conservare i dati dei clienti, le strisce in terra. E poi la pubblicità: nuovi post sui social da creare, fidelizzare il cliente, prodotti più belli (ma sempre buoni).

Ma questo cazzo di posto è mio?, mi chiedo. Eppure non riesco a farne a meno. E mentre domani i miei colleghi dormiranno beati nei loro letti, io sarò ancora lì, a vedere di sistemare la bilancia, di ordinare il magazzino, di fare la lista per i fornitori.

Mi faranno santa? Non credo.

Mi faranno tonna? Più probabile.

E mentre scrivo tutto questo, il mio unico pensiero va a una carella di Word, nominata genericamente Romanzo. Senza titolo, ancora. Non vedo l’ora di rimettermici. Anche se so che devo cercare di non correre troppo, non troppe parole al giorno, perdi mordente, Moon, dopo le prime 5000 parole.

Il tuo romanzo mediocre. Il tuo piccolo un po’ deforme. Ma il tuo primo piccolo.

Ma che disperazione nasce da una distrazione.

Avere questa gioia nello scrivere… non ha prezzo.

Padri fantastici e dove trovarli

post 207

 

 

Ieri è stata una giornata particolare. Per la prima volta, dopo tanti giorni, mi sono svegliata fiduciosa. Almeno per un momento.

Finalmente è arrivata la fatidica cassa integrazione. Beh, una miseria, ma c’era da aspettarselo. Se ho dovuto aspettare tanto per questi tre spiccioli, immagino che i prossimi mesi saranno duri. Ma non mi lamento, ho la forza dei contributi straordinari e alcuni ultimi appelli che posso fare se proprio sono nella merda.

Subito dopo aver constato l’arrivo della CIGD, ho mandato un messaggio al mio Capo, che, poverina, iniziava a struggersi anche per noi dipendenti. Anche lei c’è rimasta male per la cifra. Quindi ho passato un quarto d’ora buono a consolarla. Finché non mi ha detto che secondo i suoi calcoli riusciremo a riaprire a Luglio. Luglio?, credo che i miei occhi abbiano fatto un salto in avanti. Eh, i lavori di ristrutturazione vanno avanti lentamente

Ma, nonostante tutto, ho tenuto botta, e senza scoraggiarmi ha infarcito la conversazione di nuovi discorsi motivazionali: dai, non è così grave, anzi! Sarà meglio per noi, tutti avranno già riaperto e noi avremo il tempo di orientarci nelle nuove misure, no?  

Ci ho quasi creduto anche io.

Vabbè, vado dal dentista, dopo. Questo dentista credo mi abbia preso per il pozzo di San Patrizio. Ogni volta che ci vado (e questa è la terza) se ne viene fuori con qualcosa in più: prima devitalizzazione del dente, poi pulizia (altri 80 euro), ieri ha iniziato a parlare di Bite e di capsule. Al che ho detto: ma io ho già un Bite! (che non porto quasi mai). Portamelo che lo guardiamo e al limite lo correggiamo. E immagino che non lo farà gratis perché sono gentile.

Nel frattempo ho saldato il conto (temporaneo, mi sa) e comunque esco tranquilla.

Dopo pranzo iniziano i messaggi del gruppo del lavoro: chi ha ricevuto la CIGD? Io sì, io no, Ma è una miseria! Come faremo? Ma quando riapriamo? Il panico ha iniziato a dilagare. Al che, niente affatto scoraggiata, ho rifilato i discorsetti motivazionali che avevo fatto al Capo anche a loro. Evvai, teniamo duro che ce la faremo!

Ero talmente soddisfatta che poi mi sono messa a fare i biscotti. Un piccolo regalo per mio padre che, incredibile ma vero, ha deciso di venirmi a trovare in serata. Incredibile perché lui, da quando è iniziata questa pandemia, non ha fatto altro che rifilarmi mega pipponi su quanto sia pericoloso il Coronavirus, su quanto lui fosse spaventato e su cosa dovevo o non dovevo fare (vai a passeggiare in mezzo al nulla? Ma sei matta? Fai la spesa senza i guanti? Ma sei matta? Fai dormire lì l’Amico Speciale? Ma sei matta?). Quando mi ha detto che sarebbe venuto, da bravo congiunto, ho provato timidamente a invitarlo a cena. La risposta? Non mi sembra il caso, io vengo con la mascherina e tengo la distanza.

Poi in realtà si è sciolto, una volta qui, e si è addirittura azzardato a dare un abbraccio. Si vede che alla fine si sentiva ridicolo se avesse fatto diversamente.

Passare un’ora con mio padre, di recente, non è mai facile. Si distrae con tutti i messaggi che gli arrivano da mille gruppi diversi, gli viene in mente di fare una telefonata proprio quando è qui e se inizi un discorso qualsiasi cambia subito argomento. Ve lo dico con onestà: è stata una tortura a livello nervoso. E quando finalmente è arrivata Little, verso le sette e mezza, e lui se ne è andato, ho tirato un sospiro di sollievo.

Mio padre non è mai stato un buon padre. Ma non è una critica soggettiva. È talmente oggettivo che spesso qualcuno mi chiede come faccia a parlargli ancora. Io do la risposta più semplice del mondo: perché è mio padre. E se devo sopportare un’ora di conversazioni interrotte e di vacuità una volta ogni tanto, beh, direi che ci posso stare. Certo, l’incontro con lui ha fatto evaporare del tutto il senso di fiducia che sentivo dalla mattina.

Ma per rifarmi, dopo, mi sono mangiata un mega cheeseburger home made.

Non esiste (per me )saggezza

post 197

 

 

Dell’ordinario in un mondo straordinario ho già parlato.

Ma dubito che ci sia molto altro da scrivere, arrivati a questo punto.

Passo la mia vita ad inventarmi occupazioni. Poi il gran culo che ho a volte vuole che non sia a trovarmele, ma altri. Il mio Capo, per la precisione, che mi ha regalato un bel corso on line di Montersino, un corso professionale di pasticceria, che io sto seguendo pedissequamente.

Imparo quindi (o reimparo?) la gestione degli impasti base, ma soprattutto imparo (quasi da zero) i trucchi chimici che mi permettono di non sbagliare le ricette. Cosa significa: che lo zucchero si sciole nel 33% dei liquidi, che un semifreddo, per essere mangiabile a -18, deve avere il 23% di zuccheri, che i grassi e gli zuccheri aumentano la conservabilità, che esistono termini come sineresi, in pasticceria, e io che credevo fosse una figura retorica…  (sì, ok, l’ho confusa con la sinestesia, scusate, mi sento totalmente inabile in ogni campo, adesso, dal tedesco che sto imparando -mio padre lo sa e mi manda mille frasi per me indecifrabili ogni sera- alla grammatica, finirò con scrivere Ho, senza acca, il mio cervello si scinderà in tanti piccoli atomi inutili e tutto il mio sapere – che è davvero poco- tenderà a volatizzarsi, un po’ come le varie parti di me che avevo descritto pochi giorni fa).

Ho generalmente poca fiducia nelle mie capacità. È innata, come cosa, potremmo freudianamente ascriverla al comportamento di mio padre, che mi fa sempre sentire un’ignorante quando non so le cose che sa lui (ma quando io so cose che non sa lui allora il discorso cambia, ovvio: sono io che so cose che non servono, inutili. Così come sono sempre io che amo scrittori che a lui non piacciono, come sono sempre io che faccio le cose che lui non approva. Il discorso sarebbe lungo e complesso. E tedioso. Come le nostre attuali conversazioni). In ogni caso so cosa mi piace: imparare. Anche se poi non so bene cosa posso ricavarci (vedi il tedesco), a me imparare piace.

Il mio Boss disse una volta che amavo fare la maestrina. Nonostante la cosa al tempo mi ferì lievemente, e incredibilmente fece restare attoniti i presenti (forse imbarazzati per me), io in realtà so che ha ragione. Al meglio delle mie capacità io so che amo imparare per insegnare. Amo apprendere, la ricerca che implica, l’impegno che ci vuole. Così come, una volta appresa una cosa (che però, attenzione: deve darmi gioia- ma di solito lo fa-)amo dirlo al mondo intero.

Così ora vorrei potervi fare una bella lezione sulle creme di base, dalla crema pasticcera alla namelaka, passando un secondo per i semifreddi (senza giungere al gelato, che vorrebbe un po’ di ripasso teorico).

Ma se c’è un’altra cosa che ho imparato ( e questa l’ho imparata empiricamente) è che alla gente spesso non frega un cazzo di quello che al momento frega a te. Ed è giusto. Comprensibile. Io stessa mi registro così sul mondo.

Quindi c’è sempre questa estenuante ricerca di chi ti comprende in un momento in cui vuoi essere compresa esattamente nella stessa misura in cui lo vuoi e per cosa vuoi in quel momento.

Va da sé che questa ricerca è deleteria. Anche questo imparo a livello empirico.

E quindi come concludo? Che non esiste saggezza, direbbe qualcuno. Carofiglio, per essere esatti.

Io, poi, di saggezza, so davvero ben poco…

Storia di Wonderland

post 186

 

Ho passato un inverno piuttosto duro. Da settembre (mi) ero oberata di impegni e ho passato intere settimane a lavorare (anche dieci ore) e passare il resto della giornata a scorrazzare su e giù con Little Boss: corso di chitarra, yoga, canto, palestra due volte a settimana, il club del lettore… insomma, non avevo tempo per niente, ma soprattutto vivevo la mia vita come una maratona che dovevo vincere per forza.

Verso Gennaio ho cercato di staccare un po’ la spina, riuscendoci certo, ma lo stress e il nervosismo non sono passati del tutto. Aspettavo le ferie, che di solito facciamo a Febbraio. Ma quest’anno il mio Capo ha deciso di regalarci(mi) Wonderland, ovvero un laboratorio più grande dove lavorare. La storia di Wonderland è presto detta:

C’era una volta un Capo che aprì un Ristorante e si creò un laboratorio su misura. Lavorandoci da sola non aveva bisogno di molto spazio, senza contare che sapeva di poter fare solo alcune cose in autonomia. Passarono gli anni. Il Capo vide che i suoi prodotti andavano a ruba e decise di ampliare la gamma dell’offerta. Ma iniziò ad essere stanca di fare tutto da sola (giustamente). Ecco che in quel frangente arrivo io. Io e il Capo avevamo già lavorato insieme anni prima, ci conoscevamo ed eravamo piuttosto amiche. Nonostante le difficoltà del momento (mio)che forse un giorno racconterò, decide di assumermi. Almeno così mi riposo un po’, disse. Ma il Capo non è fatto per riposarsi, non ce l’ha nel DNA la parola riposo, e assumermi non fece altro che farla provare a fare sempre più prodotti, sempre più cose in autonomia. Io e il Capo riuscivamo ancora a destreggiarci nel vecchio laboratorio, nonostante lo spazio ridotto. Ma il lavoro, menomale, aumentò. C’erano giornate in cui era quasi impossibile per noi due riuscire a soddisfare la richiesta. Ed ecco che arriva il nostro amico Osaro. Osaro impara in fretta, riesce quasi a sostituire il Capo, che adesso può dedicarsi (manco a dirlo) a nuovi prodotti in autonomia. In pochi mesi riusciamo a distribuirci i ruoli: ognuno di noi si occupa di una gamma di prodotti con risultati davvero soddisfacenti. Ma. Ma, ovvio, nel piccolo laboratorio non c’entriamo più. Ora siamo in tre e si gioco da una parte al contorsionismo (abbassati che butto la teglia nel forno!), dall’altra ci litighiamo le attrezzature (ehi, l’abbattitore serviva a me, ORA!). Il Capo si rende conto che andare avanti così è impossibile: non abbiamo posto per stoccare tutta la roba che produciamo ed è impossibile farla giorno per giorno (anche se alla fine è proprio quello che facciamo). Per il mio compleanno, un po’ scherzando un po’ no, chiedo al Boss, il marito del Capo, un banco tutto mio sul quale lavorare. Il Boss dice che butterà giù lui il muro, Tranquilla, mi fa, piano piano la convinciamo, il Capo. Beh, alla fine il Boss ha potuto fare poco perché il Capo aveva già deciso. E allora ecco i pomeriggi passati con il progettista, tutti e tre chini sul nuovo progetto di Wonderland. Io lo vedo e già sbavo: nuove attrezzature, tanto spazio che puoi pure pattinarci lì in mezzo, ma soprattutto,un banco tutto per sé (scusate la citazione Woolfiana). Passano due mesi e le cose si fanno complicate: permessi, ordini, il prezzo finale lievita, non c’è modo di abbassare i costi se non riducendo i macchinari, tutti indispensabili. Il Capo sta pensando di rinunciare. Troppi soldi, devo pagare dieci persone che lavorano qui, ho paura di non farcela. Io la capisco, sul serio, ma penso a quanto potremmo guadagnare riuscendo a ottimizzare il lavoro, cerco di farle capire (con la diplomazia che mi contraddistingue) che è un investimento che vedrà nel tempo, ma un investimento giusto, ma il Capo ancora tentenna. Ed ecco che arriva l’esercito che cambierà tutto: i cavalieri dell’ASL. Un bel controllo a sorpresa, una mattinata a guardare gente con tutte e mascherine (un presagio di quello che accade adesso) che infila il naso in frigoriferi, scatole eccetera. Ovvio che tutto il casino lo trova nel minuscolo laboratorio. Fate troppi prodotti in uno spazio ristretto, decretano. Non credevo che i cavalieri dell’ASL fossero persone assennate, li ho sempre visti come vampiri sputamulte, ma stavolta li amo, li adoro. Così il Capo gli mostra il progetto. I cavalieri annuiscono felici, Ok, fate i lavori e poi torniamo a dare un’occhiata, Niente multe, nemmeno uno scappellotto. E ora il Capo è costretto a fare Wonderland. Siamo però già a Gennaio. Dopo un paio di giorni veniamo a sapere che prima di fine Febbraio non riusciremo a iniziare i lavori. Ok, ferie a Marzo, penso. Poi si passa a inizio Marzo, poi si va al dieci. Queste ferie non arrivano più. Ed ecco che in questa fiaba arriva l’Apocalisse. Incredibilmente riusciamo a chiudere solo un giorno prima del decreto, giusto in tempo con l’inizio dei lavori. Che fortuna. Per il lavoro, dico.

E quindi nulla, ora una schiera di muratori sta costruendo Wonderland, proprio mentre scrivo, subiranno qualche ritardo, credo, ma i tempi erano comunque lunghi. Riapriremo in piena crisi (di turisti, con i quali lavoravamo molto), con i debiti e una moltitudine di persone spaventate. Ma sono ottimista, io. Credo nel progetto. Sono sicura che Andrà tutto bene, anche senza fare striscioni.

Certo, all’inizio mi girava un po’ perché sono costretta a passare le mie uniche ferie dell’anno confinata in casa. Avevo anche già un biglietto per questo venerdì per andare da Ale, nel paese dei folletti, mi ero organizzata con amici per andare a Torino qualche giorno con Little Boss, avevo detto all’Amico Speciale che avremmo sfruttato quel buono alle terme che mi hanno regalato per il compleanno. Dopo un inverno duro avrei tanto voluto godermele, queste ferie, staccare un po’…

Ma va detto che, dopo una settimana, me ne sto facendo una ragione. È proprio vero che ci sia abitua a tutto