Le cose cambiano in un attimo

post 83

 

Ci sono momenti in cui il mio piccolo neurone ha bisogno di ricorrere a pensieri elementari. Vi capita mai? Roba facile da dire, da scrivere, da pensare. Per esempio stasera ho questo pensiero: le cose cambiano in un attimo. Una verità più o meno assoluta, che ho constato io stessa anche nel corso dell’anno scaduto: incontro TDL e le cose cambiano in un attimo; mi dicono del tumore e le cose cambiano in un attimo, e via dicendo.

Ma ci sono cose che davvero corrono molto veloci.

Cose che potrebbero (condizionale, almeno, usalo, tesoro) cambiarti tutto: cambiare il modo di vedere le cose, la vita, il mondo.

E sì, lo so, sono generica. Di solito lo sono quando ancora devo capire delle cose, quando ancora devo pensarci, e (tediosa, tediosa e ripetitiva) io penso qui, con le mani qui, con gli occhi qui.

Ecco perché vi annoio: per pensare. Perché è vero che potrei farlo in solitudine, al limite con un’amica, ma non mi funziona allo stesso modo.

E quindi penso, stasera, alle perdite. Alle persone che necessariamente ho perso nel corso della vita. Come sarebbero le cose se non perdessimo mai nessuno?

L’altra sera mi sono ritrovata catapultata in un gruppo whatsApp che aveva questo nome: Buon anno. Io e altre 30 persone, tra l’altro. Aggiunta al gruppo da una certa J, che non avevo in rubrica. Unico altro membro del gruppo della mia rubrica? TDL. Leggermente inquietante, lo ammetto. Cerco di capire chi cavolo sia questa J, ci penso, ma poi è l’ultimo giorno dell’anno, cena con la piccola, fuochi di artificio, mille cose per la testa, non ci arrivo da sola, allora chiedo. A J, ovvio(Grazie per avermi aggiunto, tanti auguri anche a te, ma chi sei?). Beh. J è stata la mia migliore amica al liceo. Di più: il liceo senza di lei sarebbe stata una vera barba. Si era ripescata il mio numero, chissà dove. Ma l’avevo persa. Beh, la ho persa, nonostante i messaggi di rito: dai, prendiamoci un caffè,eccetera.

(Il fatto che conosca TDL continua ad essere inquietante e così domando: come la conosci J? E beh, lui mi fa un mille discorsi, ma poi arriva a un punto e mi dice che J ha avuto un sacco di problemi. Psichiatrici, aggiunge. Con fare un po’ schifato, forse. Beh. Io i problemi psichiatrici di J li conosco. E a me non fanno schifo, anzi. La sento vera per questo. E il fatto che me lo abbia detto con quella faccia gli fa perdere molti, molti punti… ha dei pregiudizi. E a me non è che mi piaccia poi tanto la gente con i pregiudizi, eh…)

CHIUSA LA PERENTESI.

Insomma, dicevo che si perdono persone. E J me la sono persa. E non volevo, ma è successo.

Ora ho 40 maledetti anni. E non sono più così disposta a perdere le persone importanti.

Ma ci sono cose che non si possono certo trasformare con la magia. Ci sono scelte che vanno fatte, prima o poi.

E così l’Amico Speciale stasera se ne è andato. Per non tornare, credo.

E io lo so che doveva andare così.

E lo so che prima o poi eccetera.

E lo so. E punto.

Solo che le cose cambiano in un attimo.

 

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Scrivere di…

 

post 80

 

Come ho appena detto a un amico, spero di scantucciare il Tempo per poter scrivere di. Scrivere di cosa, ancora non lo so di preciso, diciamo che so da dove voglio partire, più o meno.

La situazione in questa piccola casa di 40 metri è abbastanza disastrosa: Little Boss sta guardando una terribile serie tv alle mie spalle con il volume da cinema e ride di gusto alle battute, la lavatrice sta centrifugando e si muove tanto che se le do un euro scende pure al bar a prendere il caffè, i vicini stanno dando un festino con l’aspirapolvere. Ma il casino non mi impedisce di essere qui. Ho imparato a estraniarmi anni fa, quando Little Boss era piccola e mi costringevadavanti alla tv per i suoi cartoni animati. Io prendevo un libro e leggevo (Peppa Pig dopo due episodi mi faceva venire voglia di spaccare lo schermo) e sebbene all’inizio sia stato difficile, con il tempo ci ho preso la mano e ho iniziato a leggere ovunque. E quando dico ovunque…

Insomma, mi sto già perdendo, cavolo.

Oggi è la viglia di Natale: tante cose da fare per preparare il pranzo del Ristorante (conta i bicchieri, tira fuori le tovaglie da festa, spolvera i centrotavola). Domani la sala sarà mia e dovrò fare una cosa che di solito non faccio: gestire tutto il personale. Quindi, presa dalla smania organizzativa, oggi devo dire che non ero molto concentrata quando è arrivato TDL. Aveva una faccia da funerale, ma la ha spesso in questi giorni. Ho dato la colpa alle sue beghe sul lavoro, di cui mi ha parlato. Sì, ok, continuo a sentirlo, non spesso, ma a volte me lo chiedo, come sta. E glielo chiedo, di conseguenza. Solo che oggi se ne è andato senza nemmeno salutare. I miei auguri glieli ho lanciati dietro con la fionda mentre infilava la porta. Non mi ha ferito, come avrebbe fatto tempo fa. Ma mi ha stupito, un po’. Così scava scava mi ha detto che è arrabbiato con me. Lui. Perché… semplice: perché sente che l’interruttore l’ho spento (rubo queste parole che mi disse il Mentore tempo fa). Ho spento quel flusso inarrestabile di follia che era il mio amore per lui, ho spento le attenzioni, i gesti (anche quelli da persona ferita), gli sguardi, le parole. Eppure ci parlo, eccome, al Ristorante molto più di prima. Ma va da sé che è un modo diverso di parlare, di guardarsi. E allora subito mi è venuta in mente l’immagine di un bambino che ha un gioco che non guarda mai, e si arrabbia tantissimo se qualcuno glielo prende per giocarci a sua volta. Ma poi no, non è esattamente questo. Io non sono più sua, e lui lo sente. Io ho altre cose per la testa, ho altre persone con cui parlare, altre cose da scoprire, potrei dire che mi sono rifatta una vitase la cosa non suonasse un pochino eccessiva per la situazione. Non suona però eccessiva per il mio cuore. Me lo sto ricostruendo, piano piano.

E quindi nulla, dopo il suo sfogo Sono arrabbiato con te, io gli ho semplicemente mandato i miei auguri. Auguri sinceri. Di cuore. Per uscire dal mio cerchio o la fai immensa o te ne vuoi andare, lo dico sempre. E lui è stato troppo vicino a me per non essere entrato nel cerchio. E nonostante mi abbia ferita tante volte e in tanti modi, penso sempre che alla fine non lo volesse. No che non lo voleva. Ma non ci usciamo da questa impasse… e allora mi scappa da ridere, giuro, se ci penso.

Forse rido perché sono felice. E davvero così mi sento, oggi, alla vigilia del Natale 2018. Mi sento felice e piena. Ho davanti uno tsunami di casini che si avvicina, ma sono felice perché so che in un modo o nell’altro, con qualche momento di scoraggiamento, certo, ce la farò. Perché ho tutto quello di cui ho bisogno. Ed è così banale che fatico a capire perché ci ho messo tanto tempo.

Sono iniziando semplicemente, finalmente, ad essere soddisfatta di me.

Non mi resta che augurare a tutti uno splendido Natale. Vittorio l’ho visto scomparire, quindi non c’è pericolo che si offenda. Per tutti gli altri: vi prego: non fate i cinici. C’è speranza sempre. C’è speranza per tutto. Anche TDL, che finora non aveva risposto ai miei auguri scrive: auguri bel sogno. Proprio di cuore

Sono sempre i dettagli a fare la differenza

post 78

 

Questo è il mio primo documento scritto con Word.

Che a voi non farà differenza, ma a me la fa, la fa eccome, perché ero orfana da Word da più di un anno e il fatto che lo abbia di nuovo è un miracolo dell’Amico Atipico. Qui, nel Moonverso, sono sempre i dettagli a cambiare le cose, e chissà perché i dettagli sono piccolezze che ti fanno sentire amata.

Sono stati giorni di regali non previsti. Ma no, non è il Natale, demonizzatelo voi, io ho smesso, visto che se è vero che il costume da Mamma Natale non sta alle colleghe tettone, è anche vero che ho già un piano B, che se è vero che i biscotti di Natale mi hanno stroncato la schiena, è anche vero che si sono venduti in un week end. Non è il Natale. I regali mi sono arrivati perché ho persone intorno che mi vogliono bene. Piccole cose: una bottiglia di olio, un messaggio, Come stai?, dei quaderni nuovi per Little Boss, una canzone, un bicchiere di vino a fine pasto, una giacca nuova che non entra più, un programma di videoscrittura, la foto di un Americano,  un bacio sentito davvero.

E l’ultima volta che ho visto TDL lui è stato così delicato da ricordarmi che avevo una psicologa che mi seguiva e poi Dovresti tornarci, magari. Certo, non è il primo che me lo dice. Ho sentito questa frase due anni di fila. Da tanta gente. Troppa. E io ogni volta ci ho pensato. Seriamente. Che poi è il mio modo di pensare: seriamente. Io adoro giocare, adoro fare la cretina, ma quando si tratta di pensare sono seria, molto seria. E ci sono tornata anche, dalla mia Psi, come ho imparato a chiamarla. Ci sono tornata una volta ad Agosto, in piena crisi TDL. E come sempre, non so perché penso sempre la stessa cosa, che tutto, ma proprio tutto quello che scelgo di fare, sia sempre utile, in fin dei conti. Andarci mi è servito a capire che non mi serviva più. Che, come dice lei, tengo botta. Certo, la prima volta che ci sono andata, diversi anni fa, non tenevo botta per nulla. E tutto quello che ho fatto con lei mi è servito, mi serve ancora. Ha cambiato gli occhiali con cui guardo il mondo. Cioè. Lo abbiamo fatto insieme. Fatto sta che prima sì e ora…ora sento di no. E siccome con lei ero rimasta che ci saremmo sentite a Settembre e ora siamo a Dicembre, oggi le ho scritto un lungo messaggio di addio. E devo dire che mi dispiace davvero liquidarla così dalla mia vita, per mesi è stata un’ancora, un bastone, e un’amica, anche. Ma certo, ha fatto solo il suo lavoro, questo è indubbio. Diciamo allora che lei è stata l’unica a farlo bene. E dirle addio mi ha fatto venire il classico nodo alla gola. Ma dovevo farlo. Perché ora posso camminare da sola, con le mie gambe. Basta essere Bambi sul ghiaccio.

Riconoscerlo per me è stato fonte di orgoglio in primis, ma non è solo merito mio. È anche merito delle persone che mi stanno intorno. Ed è vero che ci sono persone che mi stanno intorno è perché io glielo permetto, ora. Sono tornata a essere quello che dovevo essere. Sono tornata a me stessa abbattendo i muri e continuando a dare fiducia. E facendomene una ragione delle delusioni. Ma non provarci più (e io per anni non ci ho provato più per molti motivi) è stato snaturante. E quindi devastante.

Quindi sì, Psi, hai ragione tu, ora tengo botta, tengo botta nonostante tutti i miei conflitti, tengo botta nonostante i casini, tengo botta nonostante la confusione, tengo botta perché allo specchio mi riconosco, nonostante tutto. Tengo botta perché sono io, e anche se a volte mi sto sulle balle, è sempre bello riconoscersi.

E tengo botta perché ho capito finalmente che le persone ti amano solo se glielo permetti.

Piccole conquiste.

Sono sempre i dettagli a cambiare le cose.

 

 

 

Stasera le cose cambiano anche grazie a questa canzone, che avevo dimenticato e non voglio farlo più, allora la aggiungo qui:

Perché ci sono due cose che mi salvano sempre il Coca button: la prima è scrivere, la seconda è la musica.

Somme e sottrazioni

Post 74Quando accendo il pc mi viene d’istinto di aprire la cartella Moon e il Censore sul mio desktop. Anche quando so perfettamente che dovrei fare altro. 

È stato così anche stasera, sono venuta prima qui, ho scritto una mezza pagina di incoraggiamento e poi ho aperto il racconto sul narcisista. Ed ecco che la distanza dalla meta l’ho accorciata di un migliaio di parole. 

Poi quella mezza pagina l’ho buttata. Aveva assolto al suo compito.

Quindi oggi faccio la somma delle azioni e ne esce una cifra positiva. Anche se devo dire che sono sfinita. E raffreddata. Di nuovo. Qui si gela, non so da voi. 

Il mio premio non in denaro per tutte le azioni che ho compiuto oggi (appuntamento per Little Boss dall’estetista – non commento più questa cosa-, revisione della macchina, voltura del contratto dell’acqua, bucato, racconto, una vera cena per la piccola iena) è un po’ di musica e, più tardi, un bicchiere di vino. Che quando dico che mi accontento di poco è vero. 

Tutto il resto sta andando dove deve andare, come il percorso di un fiume, ogni tanto la vita mi lancia ai piedi qualche Sorpresa che io raccolgo felice per riempirci questa parola, Sorpresa, una parola che anni fa avevo svuotato del tutto. E quindi ci mettiamo l’Amico Atipico che si sorbisce la mia lagna per un racconto rifiutato da una rivista; ci mettiamo aver parlato con qualcuno che pensavi fosse in modo, scoprendo che in realtà è proprio così (ogni tanto il naso mi funziona ancora, anche se è raffreddato); ci mettiamo l’operaio del comune che mi porta a casa due bottiglie di vino come regalo di Natale; ci mettiamo un biglietto criptico lasciato nella tasca della mia giacca dalla mia collega zen, La Verità è il cammino, il Bene l’azione e il Bello il sentimento (Meishu-Sama), che ancora devo capire cosa cavolo significa, sul serio, ma lei è una che fa Sekai e qualcosa, non so che diavolo di disciplina sia, fatto sta che oggi ha visto mia madre (che è passata a trovarmi) e quando se ne è andata ha detto: come si vede che andare d’accordo. E io penso: come si vede che questa disciplina ti fa usare droghe pesanti. Ma non lo dico. 

Ci voglio mettere anche, nella parola Sorpresa, le mie nuove reazioni nei confronti di TDL, che mi manda messaggi per chiedermi quale vino si abbina con il tartufo. Già che penso che il tartufo sia sprecato per uno che lo vuole tagliare a tocchi con il coltello… e poi non ama il Chianti. Mi chiedo allora quale vino ci berrà, il Tavernello? Ma la Sorpresa, dicevo, è nelle mie reazioni. Stanno sparendo. Quelle fisiche, dico: battito accelerato, voce squillante, gambe che cedono… Lo vedo e nulla. Mi manda messaggi e non corro a leggerli. Non lo sto più evitando. Anzi, spesso lo cerco. E le nuove reazioni mi sorprendono (piacevolmente). Forse c’è stato un chiodo scaccia chiodo un po’ sui generis. O forse è arrivato il momento che tanto aspettavo dall’inizio. Ogni giorno che passa sento che c’è qualcosa di meno.  Le emozioni a sottrazione: che cosa buffa in realtà. 

Oggi ho aggiunto, quindi, fatto somme, sottratto.

Arrivata a fine giornata mi sento un calcolatore.

Forse ha ragione Barbara: dico dico, ma poi da un certo orecchio non ci sento mai…

Anche l’amore è una forma di egoismo

post 72

 

Accanto al mio albero di Natale, ascoltando una compilation rock di Natale (con delle perle uniche, tipo i blink con I won’t be Home for Christhmas, una delle mie preferite. E, naturalmente, Feliciano, sempre lui, again… potrebbe essere il mio personale incubo di Natale per tutti gli anni a venire), scrivendo dalla parte sbagliata del foglio, come sempre, pensando alla conversazione che ho avuto con TDL giusto stamani.

Tutto questo genundiare prefatorio sta a simboleggiare che tutte queste azioni sono ancora da finire, e da definire anche.

Il fatto di non scrivere più di TDL qui ha paradossalmente segnato una nuova fase in cui ci sentiamo e ci parliamo di più. Certo, non come prima, sia nella quantità che, sopratutto, nel modo. E credo che questo sia un bene. Sentirci, dico. Mi aiuta a farlo scendere da quel piedistallo sopra al quale lo avevo infilato qui, in questo blog. Lo rende più vero, e quindi più sopportabilmente dimenticabile. Sopratutto in questi giorni mi sono resa conto che più ci parlo e più trovo lontane le nostre visioni del mondo. Mi sta cadendo quel prosciuttino sugli occhi che l’innamoramento mi aveva regalato. Questo non significa che non mi piaccia più, TDL, ma ora è umano. È solo un uomo. Non c’è più quel concetto ineluttabile di Destino che mi faceva disperare la notte, piangere il giorno, soffrire sempre. Sto guarendo e lo sto facendo nel modo giusto. Il Tempo ci ha messo il suo zampino. E sono certa che non passerà ancora molto prima di riuscirgli ad essere amica e basta. Dopotutto l’ho scelto perché è una persona interessante, e questo è, questo non cambia. 

Per il resto ho passato un weekend bipolare: da un lato il lavoro che mi ha spento come se fossi stata una candela, dall’altra l’Amico Atipico è venuto a trovarmi, smaronandosi con un viaggio lungo e complicato e ricevendo in cambio una mezza Moon (ma anche una burrata, un albero di Natale da fare insieme a Little Boss, un’ emergenza luci dell’ultimo minuto e una notte in un piumone che fa ottomila gradi… sì, ok, non sono tutte cose positive, ma almeno non si è annoiato, no?). il risultato è che stamani mi sento bene, equilibrata ( e per me è una sensazione assai rara), positiva, nonostante un mal di testa che mi fa sorgere il dubbio di dover partorire la Minerva del nuovo millennio. 

E quindi posso riflettere con calma sulla conversazione con TDL. Mi rimprovera sempre di non pensare a me stessa, di mettermi sempre in secondo piano. Non ha torto. E io infatti gli do ragione. Solo che non ci trovo nulla di male. Nella vita ti devi dare delle priorità. E io ho Little Boss come priorità. Che poi io sono capace di amare così: o tutto o niente. Ed è probabile che sia precisamente questo il mio problema, con gli uomini (faccio così, amo mettendo me in secondo piano e poi lì resto, e quando me ne accorgo e faccio il passo avanti scoppia il casino), ma sono sicura che non lo è con Little Boss. Sarà lei a costringermi a mettermi in primo piano tra poco, perché non avrà più così bisogno di me, farà la sua vita e io potrò solo essere lì a guardare. Ma ora, ora, ha bisogno di me. Del mio aiuto, del mio sostegno. Non posso pensare prima a me, alle mie necessità, perché sono una madre. Non ci trovo nulla di sbagliato. Forse è perché in fin dei conti sono stata cresciuta così. O forse perché lo sento e basta. E aggiungo sul piatto che comunque amare mi fa bene. Anche amare è una forma di egoismo. Forse la più grande. 

Potrei chiudere il discorso dicendo : ma TDL è un uomo, non può capire. In realtà non è una questione di genere. Ma di situazione. Forse sarei stata diversa come madre se avessi avuto un padre vero per lei. Forse avremmo trovato il modo di metterci entrambi sullo stesso piano, e saremmo rimasti lì insieme, a darci la mano. Le cose fatte da sola sono sempre più faticose e ti portano a fare rinunce. Forse lo avevo, il padre vero, e l’ho trasformato io in questo mostro, come lui mi accusa. Ma c’è qualcosa che non mi convince in questo suo discorso. È vero che le croci si fanno con due legni. Ma sono appunto due, i legni. 

Quello che resta è una bambina che non posso lasciare a se stessa. 

Qualunque errore io faccia, in ogni caso, sono certa che, come sempre, lo sconterò. 

E ora sono pronta anche a questo. 

Ma almeno mi sto movendo: non posso più accusarmi di subirla, la vita. 

Ora devo dare risposta a qualche domanda…

Poi magari mi accorgerò che tutto quello che ho scritto oggi ha un controsenso interno. Ma potrò dare la colpa a Minerva che vuole uscire dalla mia testa…

Il punto simbolico

 

post 61 e 62

 

Sono già due giorni ormai. Nel mentre sono successe altre cose, come sempre, quando do il gas alla mia vita la mia vita risponde con l’accelerata: mi pare logico, anzi, meccanico.

Ho messo il punto simbolico. E l’ho messo chiamandolo proprio così: punto simbolico. Ho avuto venti minuti, anche meno di mezz’ora, siamo scesi dalle macchine e poi nel bar di fronte per un caffè e lui mi chiede, mentre aspettiamo la tazzina, dimmi tutto, e, giuro sulla testa di mia figlia, in sottofondo c’era questa canzone, Dancing in the moonlight, e io mi sono messa a ridere, cosa ridi?, Nulla, è che questo posto non va bene, usciamo per favore. L’asfalto sarà una scenografia perfetta.

Gli ho chiesto di non parlare. E lui l’ha fatto, ha ascoltato e basta, ha ascoltato mentre gli dicevo che non ha funzionato nulla, nemmeno odiarlo, che però sono stanca, non ce la faccio più, e allora eccolo, il punto simbolico, che è vero che potevo farlo anche senza dirglielo, ma l’ho già fatto e non ha funzionato, quindi…

Una fine.

Non risolve.

Ma aiuta.

Smetti di tirarmi le trecce, gli ho detto.

Posso anche non venire più al Ristorante, se lo vuoi.

Non serve, non risolverebbe nulla, ho già provato a evitarti, ma non è questo, non è evitarti, è metterci un punto, quello che mi serve.

Fai sempre tutto da sola, dice.

Forse, penso, ma non rispondo più.

Scendo dalla sua macchina per evitare di piangergli davanti, lui mi prende per la mano, chiamami quando starai meglio, voglio ancora sentirti parlare.

Sono stata previdente. Il maglione ha protetto il freddo, le scarpe mi hanno impedito di inciampare. E il trucco si sarebbe sciolto.

E quindi cercherò di smettere almeno di scriverci su (li sento gli applausi e le grida di giubilo: era ora! Finalmente!).

Mi ci vorrà forse ancora tempo per risarcire questa ferita.

E tanto nel mentre ho altre cose a cui pensare…

Quando parlo di Segni parlo proprio di questo: l’ospedale mi ha dato un Segno bello grosso: ora devi pensare a te, smetti di circumnavigare il tuo cuore. Pensa al tuo utero…

Prima di

post 61 e 62

Sei qui per mettere un punto simbolico. Quindi fallo. Questa storia non può avere seguito, quindi tanto vale che abbia una fine.

E tanto vale che la fine la scriva tu anche se sai che con i finali non sei brava, mai scritti dei bei finali nei tuoi racconti, tendi a far morire la gente, tuo padre te lo diceva sempre leggendoti. Poi ha smesso di leggere. Tu non glieli hai più dati e lui non li ha più chiesti. Troppa fatica, Moon, sembrava volerti dire.

Quando avevi sedici anni ti sei presa una cotta per un ragazzo, siete usciti poche volte, poche, prima che tu ti stancassi. Ma quei primi giorni eri eccitata all’idea di vederlo, la prima storia un po’ vera, i primi baci seri, le mani ovunque, quell’aspettarsi sempre qualcosa di più. E allora per calmarti prima di uscire facevi una doccia bollente e ti preparavi una camomilla. Lo hai fatto anche stasera prima di uscire, prima di incontrare lui, ma non è più eccitazione, è paura quella di cui cerchi di lavarti le tracce, che affoghi nella camomilla. E ora te ne stai qui, in questo parcheggio, la torcia attaccata al volante, aspetti. E scrivi. Ché una cosa l’hai imparata da quando avevi sedici anni, una cosa l’hai capita: scrivere ti fa bene, è il tuo massaggio, il primo sole sulla pelle  a primavera.

E ora, ora che stai per assistere al funerale di una parte di te, quella che crede e che ha creduto, quella che spera e che ha sperato, hai bisogno di cose che ti facciano bene. 

Il battito rallenta mentre ti chiedi per la centesima volta perché hai scelto questo posto, uno squallido parcheggio, qualcosa di talmente lontano dal bellissimo parco in cui vi siete imparati a conoscere. Ma forse sono gli inizi a scegliere i posti, così come le fini. Non scegli tu, scelgono loro.

Non ti sei truccata stasera, nemmeno il filo di mascara che ti metti di solito perché lo sai che quando ripartirai, quando tornerai a casa, non potrai non piangere. E ti congratuli con te almeno per questo, almeno per i dettagli: la maglia pesante per non sentire freddo, le scarpe comode per non inciampare, carta e penna per alleviare la tensione.

Manca poco, una manciata di minuti.

Non sono pronta.

Ho paura.

Ma dopo non potrai che stare meglio. 

Il Simposio: qualcosa che ho già vissuto sbarca qui, sulla Luna

post 60

Stamani mi sono svegliata in un’altra città.

Stamani mi sono svegliata sul mare e già questo è il piccolo miracolo di cui il mio corpo e neurone solitario avevano bisogno.

Mi sono svegliata in un’altra città sul mare con Little Boss. E qui suona tutto: ho fatto il super bonus, ho vinto!

Il sole, la colazione fatta alle dieci nella pasticceria più famosa della città, un giro in libreria (non sono riuscita a tenere le mie mani lontano da Roth… sono pessima, una tossica di libri…) e il mare. Una splendida giornata, alla Vasco. Vedete poi come mi accontento di poco, non voglio mica la luna! (ora la smetto con le citazioni musicali, una cosa che faceva sempre mia madre quando ero piccola).

TDL arriva alle quattro del pomeriggio. E vabbè, avevo torto: non si è dimenticato, non vuole non vedermi (perdonate questa litote orribile), mi dice: domani?

E io domani ho solo mezz’ora per stare con lui. E così penso se rimandare ancora. Ma poi no, ma che rimando. Mezz’ora basterà per fare quello che voglio fare, tanto non riuscirei in ogni caso a dirgli tutto quello che ho dentro, tutto quello che vorrei sapesse, nemmeno se avessi una giornata intera, e allora forse è meglio, avere solo mezz’ora, no? Mezz’ora è sufficiente per mettere il mio punto simbolico, per rendergli il suo libro di modo che io non abbia più scuse, che non abbia più ganci a cui appigliarmi per chiamarlo. È l’ultima cosa che ho di lui, quel suo libro. E la maglietta me la tengo, punto.

E in tutto il giorno non ho fatto altro che pensare alle relazioni, alle forme di amore, a Platone, ho invaso spazi altrui (scusa CG) e tutto questo mi ha riportata a uno spettacolo che ho visto con Little Boss a casa di un amico, un discorso sul mito, in particolare sul Simposio. E mentre sono qui che penso che devo rileggerlo, mi rendo conto che l’ho già pensato anche allora e poi non l’ho fatto. Ma ho un piccolo resoconto, che è poi una lettera che ho mandato a TDL dopo la serata. E ne lascio un pezzo qui.

Beh, la serata era nella cantina di Furio, un tipo strano che ho conosciuto un annetto fa perché aveva letto cose mie e voleva che creassi un evento (o collaborassi a crearne) nella sua cantina. La cantina è uno spazio privato aperto alla cultura: musica, teatro, cose così, che lui organizza per lo più per gli amici. Non mi ricordo se te ne ho parlato, se mi ripeto scusa. Insomma. Io ho fatto uno spettacolo con i miei racconti nella sua cantina e lui adesso ogni tanto mi invita ai suoi nuovi eventi. E stasera era il turno dei un attore, Vittorio.

Lo spettacolo era sul mito. Discorso sul mito. Vittorio lo conosco a casa di Giorgio, prima dello spettacolo: incurvato, un pugliese con accento romano (tutto il teatro si impara a Roma) , innamorato del mito. Eh. Ha scoperto l’acqua calda. Pure Jung si rifaceva al mito per spiegare la psiche. Perché il mito non è altro che la storia dell’uomo. Il mito spiega tutto e tutto si spiega con il mito. Quindi parte, da bravo amante fittonato a parlarmi dell’Orlando furioso (mentre io cerco tento di capire quale mito origini la banshee, protagonista della serie tv Teen Woolf che ho visto con Little Boss); e lui parla, parla un casino, si commuove appena sente nominare Afrodite e Proserpina, poi passa a raccontare degli Argonauti, e poi mi dà delle indicazioni per capire che Goldrake in realtà era la rappresentazione del Minotauro e che le sette stelle sul petto di Ken Shiro sono quelle che gli imperatori dovevano avere per salire al cielo come divinità. Infine mi dice che I guerrieri della notte (il film del 1979) sono una trasposizione moderna dell’Anabasi di Senofonte. (in queste occasioni dovrei avere l’emoticon giusto…)

Insomma, Little Boss è lì che adocchia il salame sul tavolo dell’aperitivo (ancora inviolato), già sbuffa e io vorrei sapere se anche Heidi è una trasposizione di qualche dea, magari Era. Dopo un’ora di ritardo parte l’aperitivo. E la piccola si placa per un po’. Certo, ha ragione, siamo circondati da vecchi e qualcuno del settore, qualche attore, tutta gente che non conosco, ma ho visto e mi hanno visto, chissà quando e come (ma sì, Moon, eppure sei una faccia conosciuta…mah). Quindi, mentre io ascolto con il bicchiere di vino l’incredibile storia di un’ingegnere di nome Marina che a 30 anni ha mollato lavoro e marito per dedicarsi al teatro e ora vive a metà tra Francia e Italia (nel senso che la Francia la fa campare con il teatro e l’Italia no) , Little Boss spippola sul telefonino (che non prende, per nulla) sbuffa e mi dice: ma dobbiamo proprio restare?

Panico!

Cribbio, sì che dobbiamo!

Ecco, le previsioni si avverano, mi odierà.

Dai, le faccio, aspetta ancora un pochino, ora comincia. E per fortuna pure Vittorio si è stancato di fumare sotto l’acqua e rientra e prende posto sulla sedia e le luci si spengono e facendo girare il suo carillon comincia.

Racconta.

Racconta e basta.

Racconta partendo con questa frase: Il fatto è che noi non ci occupiamo più di anima. Mentre i Greci lo facevano. E lo facevano con il mito.

C’è un dialogo di Platone, il Simposio, forse il più conosciuto, che narra di una festa a casa di un poeta, Agatone, a cui sono invitati un po’ tutti: Fedro, Alcibiade, il guerriero, Aristofane, il commediografo, Pausania, lo storiografo, e, naturalmente, Socrate. Tema della serata? Eros, Amore. Le domande sono quelle: che cos’è? (ah, ah! Che risate che mi sono fatta!) , come funziona? È buono o cattivo? Ci fa bene o ci fa male?

E per tutta la sera ognuno dice la sua, fino a che non arriva il turno di Socrate, che dice, senza mezzi termini che Eros non è un dio, ma un daimon, un demone. Eros lo sciogli membra, lo chiama. Nato dall’unione di Povertà e Abbondanza sarà sempre in bilico tra queste due forze. E se Eros possederà il corpo, nascerà una creatura di carne e sangue; ma se possederà l’anima, nasceranno le idee. Solo chi ama crea. E wow!, mentre sono lì che mi scrivo alcuni punti, ecco che a questa frase mi fermo, inebetita, a ragionare che no, cazzo, me lo devo rileggere, il Simposio (magari non tradurlo, che palle, tradurlo, poi ti perdi il senso, e poi chi ci riuscirebbe più?) , e insomma sono lì che ascolto e Little Boss mi prende la penna e il foglio e mi guarda contrariata. Scrive la frase: Solo chi ama crea. Della serie, che fai? Non ti segni queste cose importanti? E lì capisco quanto la amo. Lei, che se ne voleva andare, ora è incollata agli occhi dell’attore sul palco, è attentissima. E Vittorio continua a raccontare, parla della nostra capacità di infuturarci , proiettare una relazione nel futuro, e io, io sola, so quanto vorrei perdere questa capacità che invece, a parer suo, fa muovere il mondo.

E poi passa a Tiresia, a Narciso, Europa, Teseo, Dioniso, è tutto un turbinio di racconti che si intrecciano, vanno avanti tornano (questa cosa che vanno avanti e tornano me l’ha detta Little Boss e, cribbio, io non ci avevo pensato, e allora come non può sciogliermi il cuore?) , tornano per raccontare dell’uomo, dell’uomo attraverso il mito ed è pure divertente, specie quando parla di Zeus che è un erotomane (che è vero). E il tempo in queste storie non conta, lo dice più volte, ed è vero, perché sono storie di allora e sono storie di ora, di mai e di sempre.

E conclude con la domanda che Aristofane fa durante il Simposio: perché per tutta la vita non facciamo altro che cercare di abbracciare un altra persona? E qui parte il mito per cui gli uomini un tempo erano doppi: quattro gambe, quattro braccia, due teste, due sessi. E poi Zeus, l’erotomane, siccome erano tracotanti e volevano sterminare gli dei, che fa? Li divide in due. La storia dell’anima gemella, sai? Quella lì. E per tutta la vita li condanna a cercarsi. Ah, e certo, di mezzo poi c’è lo zampino di Eros.

E mi chiedo quanto caso ci sia in tutte queste sincronicità junghiane.

E mi chiedo, tanti sono mai i miti, e i dialoghi che Vittorio poteva fare sul mito(mica fa sempre il solito, mi ero informata) che mi chiedo perché io sia andata a vedere proprio questo. C’è chi mi dice che io vedo i segni un po’ come cazzo mi pare. Vero. Lo faccio. Ma poi… boh. Forse guardiamo davvero solo ciò che vogliamo vedere. O forse c’è della magia da qualche parte. O forse la vita è questa, è piena di segni ovunque che ci vogliono indicare la strada. Tutto accade per caso nello stesso istante in cui tutto non accade per caso.

Uff. Chissà che noia, eh? Prima o poi riuscirai anche a dirmelo 🙂

Per ora ti dico grazie. Perché solo scrivendolo a te mi sembra di averlo vissuto davvero. E adesso questo è un altro tassello della mia vita, che si va ad aggiungere a tutti i tasselli. E un tassello sei tu.

Buonanotte”

Volevo essere breve. Cazzo

post 59

E mi piacerebbe che poteste sentire questa canzone mentre leggete, ma non so come funzionano davvero i video qui, su WordPress.

Mica perché sia una bellissima canzone, anche se devo dire che Spoty l’ha trovata per me e quindi va da sé che mi piace, solo che scrivo queste parole con queste note in loop, perché se una canzone mi piace faccio così e la ascolto in loop, perché se una canzone mi piace significa che mi fa stare bene(o male, fa lo stesso) e io voglio sentirmi in quel modo il più a lungo possibile. Voglio sentire, provare, toccare tutto quello che mi fa sentire viva.

E stasera sto (stranamente) bene con me stessa, cavolo quando sto bene, mi guardo allo specchio e mi piacciono quelle linee viola sotto gli occhi, il pallore da enfisema, lo zeroseno sotto la maglietta, i capelli bianchi, pure quelli (prima o poi ci vado dal parrucchiere a sfruttare il buono che mi hanno regalato i colleghi). E mi piace il mio sorriso.

Perché sto bene? Sarà questa canzone? Santeria?

O sarà il cielo nuvoloso? Il turno doppio? Il mio ex che si incazza perché ho deciso di non mandare a scuola Little Boss lunedì per poter stare un po’ di tempo con mio padre? L’ospedale che chiama per dirmi che sì, c’è bisogno di fare due parole, ma non puoi dirmelo ora? No, non si può, la privacy eccetera , devi aspettare giovedì. Sarà TDL che non mi chiama per il nostro famoso incontro?( Ma mi manda messaggi per cose inutili, cose che sa già, diamine, gatto e topo!) Ormai sarà la prossima settimana, mancano due giorni a lunedì, il lunedì che dà il via alla settimana prossima, e lui nulla, non fa quello che ha detto, non mi fa sapere, cosa che mi aspettavo, certo, lui si fa da parte, è un gentleman, dirà così, cavolo, I Known my Chickens, li conosco bene. Che poi è solo un modo per prendere tempo, crede che io sia una stupida? Lui non sa che io so. Ma sì, va bene così, il punto che voglio metterci alla fine lo metterà lui in questo modo vigliacco, ma conta il fine, giusto?

E pensavo a una cosa, questa cosa della Sfera e del Cubo, Vittorio mi hai fatto pensare, maldetto dramma quotidiano, il mio pensiero, amico-nemico della mia vita, che poi penso davvero a caso, a volte, confondo la realtà con i sogni, non i sogni ad occhi aperti, proprio quelli che si fanno la notte, e ieri ho sognato di nuovo di nuovo di nuovo TDL, che mi incrociava e non mi guardava, non mi riconosceva nemmeno, che poi so perché l’ho sognato, il mio subconoscio mi sta mandando dei segni belli grossi di recente, potrei ignorarli e fare di testa mia, ma alla fine ci faccio i conti.

Divago. Come sempre. Pessima questa mia abitudine di perdere il segno, di smarrirmi e dover ricominciare da capo.

Pensavo alla Sfera e al Cubo, dicevo. Sì, ok, sono la Sfera: sempre in movimento e sempre la stessa faccia, la mia natura è rotolare via, ma non da tutto. Per molte cose sono un Cubo stabile: lo sono per il lavoro (mi serve, devo essere meno rotolosa possibile), lo sono per Little Boss (cerco comunque di essere una buona madre, di darle degli esempi discreti, non buoni, magari, ma io ho ceduto alla dura realtà dell’imperfezione e mi preme che impari questo, che impari a non pretendere la perfezione da se stessa, questo le salverà il coca button – tradotto: culo-), lo sono per… basta. Ho finito. Per il resto resto una Sfera.

Ed ecco, se c’è una cosa che mi piace di questo posto è questo: l’interazione. È come essere in un posto dove vuoi stare e parlare con chi vuoi parlare. Sono sincera: non credevo funzionasse così. Credevo che avrei scritto e basta. Libera il Censore, Moon. Ma qui le persone leggono. Non tutti, ma chissefrega, molte leggono davvero quello che scrivo. Il che per me è sorprendente. E io leggo. Leggo tanto. E assolutamente leggo. Nel senso che non metto mai un tic a niente che io non abbia effettivamente letto. Preciso perché qualcuno, giustamente, a volte polemizza su questo. Ma io leggo tutto quello che tocco con il mouse. Poi magari non ho un cazzo da dire e meno sto zitta, ma leggo (Sembra quasi un’intimidazione…scusate). Leggo perché quello che mi interessa siete voi, mi interessa il Dentro della gente, mi interessa capire e qui a volte, se stai attento, certo, se  stai attento lo vedi, un po’ di Dentro. Lo vedi anche fuori, certo, ma ti ci vuole più sbatti sbatti. Serve Tempo. Serve fiducia. Cose che non sono facili da ottenere.

Volevo essere breve.

Cazzo.

ps: i tag di questo articolo sono davvero a caso: perdono?

Piccoli passi da geisha

post 56

Ok.

Vediamo cosa riescono a fare la mie mani qui, stasera, le mani rubate all’arte, come mi disse una volta Sergio, il Mio Primo Cliente.

Sto muovendo i miei piccoli passi, piccolissimi, sembro una geisha con sul kimono stretto, ma qualcosa lo sto facendo, e il mio naso mi dice che non sono passi a caso, che lo sapete che delle cose fatte a caso, ormai, ne sento l’odore.

Il primo passo era parlare con l’Amico Speciale. Faccio un tick: spuntato.

I risultati? Nessuno può saperlo, come mandare una sonda su Marte: tante previsioni, nessuna certezza.Intanto oggi mi ha chiamato, per sapere se sto bene: lui è così, non sparirà.

Il secondo passo era lui. Sempre lui. Maledetto lui.

Io questa storia la devo concludere: simbolicamente, almeno. E invece ogni volta che gli ho chiesto cinque minuti per parlare solo io e lui ha accampato mille scuse, tanti Spero che non sarà l’ultima, tanti Se e tanti Ma.

L’ho inchiodato con un trucchetto giusto due giorni fa.

Il trucchetto è stato dirgli: voglio vederti l’ultima volta come dico io.

Il testosterone ha accettato: quando?

Anche sabato.

Ma sabato ho poco tempo, magari rimandiamo.

E ti pareva.

Ma io sono paziente, caro TDL. È da Agosto che scrivo di te (vi ho risparmiato tutto quello che è stato prima), quindi settimana più settimana meno…

Che poi alla fine se avesse accettato per oggi, che è sabato, appunto, sarebbe stato un disastro anche per me. Perché ho una paura maledetta di vederlo. Ho bisogno di farlo, perché ho bisogno di capire (tentare di capire) cosa sta dietro a quel tremore che ancora provo appena entra al Ristorante. Ho bisogno di guardarlo negli occhi (quel maldetto fremito che ha all’occhio destro quando mi guarda… maledizione, come fanno a fregarti così i dettagli?)ci sarà ancora?

Al contrario di quello che penso dell’Amico Speciale: come vorrei saperlo ignorare

Che poi, siccome non sono capace di restare fuori delle cose che non capisco, siccome ho sempre bisogno di andare a fondo, mi sono pure infilata nei casini con l’Amico Atipico, che ho smesso di sentire perché mi stava facendo bene.

Ok.

La follia sta cercando di prendere la residenza, qui, io lo so.

Se la guardo da un profilo prettamente logico io sto eliminando tutto quello che mi fa bene per andare incontro a tutto quello che mi fa male. Io sono una dichiarata Masochista Del Cazzo (MDC), ma questo non può spiegare tutto.

Me lo auguro, almeno.

I piccoli passi da geisha, ricordate? Sono io. Piccoli passi. Perché ci sono delle cose che non mi tornano. Ma capire quali cavolo siano… è tutta un’altra storia.