Cicatrici

Post 17

Oggi mi sento un po’ triste. Capita, mi dico. La stanchezza, un pelino di stress per le cose che accadono, per i tentativi falliti di portare pace intorno a me, per quella stupida ostinazione a volersi fidare del mondo… le solite cose, insomma.

Mi sento triste. E non disperata. Quindi faccio passi da gigante. Mi fa male una cicatrice. No. Stavolta nessuna metafora. Stavolta mi fa male sul serio, una cosa fisica. Mi punge, come se mi volesse dire qualcosa. E mi viene in mente la bellissima scena dell’Odissea, quella della cicatrice di Ulisse che la vecchia nutrice riconosce dopo dieci anni (insomma, diciamocelo, una scena un po’ patetica: lo riconoscono prima il cane, Argo, e la nutrice, della moglie  e del figlio…). Comunque. Da quella cicatrice parte un pezzo epico (è proprio il caso di dirlo) in cui Omero ci racconta tutta una storia (della cicatrice stessa) e secondo me è un pezzo in Jazz (magari una volta vi dirò come la penso sulla scrittura in Jazz). Perché è vero. Le cicatrici hanno una storia. E ci raccontano di noi, ci ricordano chi siamo, ci fanno riconoscere, non tanto alle nutrici, tanto a noi stessi. 

 E allora anche io vi voglio raccontare la storia della mia cicatrice, quella che mi punge ora e mi fa penare a scrivere, perché è una cicatrice che ho sulla mano. 

E ve la racconto in jazz, perché non ci sono altri modi di raccontare una cicatrice, Omero ce lo dice bene, ce lo spiega in un numero di pagine che farebbe perdere il cervello a chiunque, ma non a lui, si vede, o a loro, chissà quanti erano, Omero, un po’ come la Ferrante, chissà quanta gente è la Ferrante, mi chiedo, e me lo chiedo perché chissà quante persone sono anche io, che sono stata solo Monica per tantissimi anni, e ora sono anche Moon, Molto Ostinata O Nevrotica, e lo sono, Nevrotica, perché ho incontrato un Tizio della Luna che ho amato fin dal primo istante, che poi mi chiedo: cosa avrà di speciale, il Tizio della Luna, me lo chiedo da così tanto tempo che le parole mi si sono scolorite in bocca, ma non c’è soluzione, ché poi è stato lui il primo a dirmi che scrivevo in Jazz, perché della mia follia verbale mai avrei pensato che fosse jazz, ma solo follia, solo una specie di tubo di scarico del cervello, perché se c’è una cosa che adoro è mordere il Tempo, azzannarlo come un cane, e lo faccio anche quando scrivo, a volte, le dita non ce la fanno a stare dietro a quel piccolo neurone che mi tengo a girovagare nel cervello, ed è per questo che faccio mille refusi, mi dispiace, davvero, per chi legge, se faccio refusi, poi sono pigra e non mi va di rileggere, ma non è nemmeno solo pigrizia, è che non posso rileggere sennò arriva il Censore e taglia e taglia e io non voglio che tagli, che a tagliarmi ci penso già da sola, perché sono distratta, mi tremano le mani e il cuore mi batte forte, e alzo la testa quando ho un coltello in mano e invece dovrei solo concentrati su quello che faccio, come ad esempio tagliare il salame, e invece mi vengono in mente delle cose, mi passa una canzone sotto al naso e io la seguo, ma le orecchie siccome non mi bastano, allora la seguo pure con lo sguardo, come se potessi vederlo, TDL, mentre la ascolta, quella canzone, povera piccola stupida Moon, povera piccola stupida ragazzina troppo cresciuta, TDL non è nella tua cucina, non gliene frega un fico secco del tuo salame, guarda il coltello, che invece di tagliare il salame sta tagliando la mano, prendilo, scema, uno strofinaccio, che stai facendo un casino in terra, è pure sabato sera e la farmacia sotto casa è chiusa per turno, speriamo che ti basti quel cerottino con le Winx che hai comprato per Little Boss anni fa, magari domani vai e ti compri le cose che ti servono se ti tagli di nuovo, che dici?, lo fai lo sforzo di essere grande?, lo fai lo sforzo di prenderti cura di te invece che perderti dietro ai sogni e alle canzoni?

Stasera mi fa male la cicatrice perché sono triste, perché piango, come quella sera del salame. E mi fa male per ricordarmi di stare attenta, di sforzarmi di prendermi cura di me. 

E io, per prendermi cura di me, per salvarmi, come ho detto a TDL giusto ieri, non posso fare altro che scrivere.

Stanotte ho sognato TDL

Post 13

Stanotte ho sognato il Tizio della Luna. Mi stava sorridendo, con quel suo mento sbruffone e l’occhio sinistro che trema solo un pochino quando si ferma a guardarmi. Alzava una mano, l’altra sul cuore, come sempre, come se si dovesse difendere dal mio sguardo. Faceva dei buffi passi di danza, e io ridevo, ferma, le gambe inchiodate dalla paura, quella morsa allo stomaco che mi prende quando si avvicina, e lui lo faceva a passo di danza, Lifeline, mi diceva, balliamo insieme, ti prego, come una volta, come quella notte, e poi leggimi ancora le poesie della Kristof, leggimi ancora Con un abbraccio. Stenditi sopra di me ed eclissa ancora la luna, Moon. 

E io alzavo la testa, le nostre bocche a sfiorarsi, i nostri respiri mescolati, le sue mani sui miei fianchi, le mie nei suoi capelli, Vieni più vicina, Moon, non ti farò male. So che è una bugia, me ne farà tantissimo e nessuno riuscirà a vederlo, ma il bene, il bene che ora voglio, non riesco a trattenermi, mi sollevo solo un po’, ci fondiamo, ci scambiamo l’anima in un continuo passaggio, e intanto tutto il mondo si è fatto più scuro, c’è solo la luce della luna, gli rischiara solo una guancia, fa brillare le sue palpebre socchiuse e poi. 

E poi i sogni se li porta via la sveglia. 

Il fatto è che fino a questo momento, cioè, fino a ieri, solo ieri, stavo pensando che scrivere questo blog e tutto il resto facesse davvero la differenza. Solo ieri, ripeto, mi dicevo: vedi? Già stai meglio! TDL sta sprofondando nel tuo inconscio, insomma, te ne stai dimenticando, brava Moon, vedrai che è stato solo un fuoco fatuo. Ti riprendi in poco tempo, altro che 300 giorni, ah ah! 

Ah.

Ed ecco che stanotte arriva e mi fa sentire come quel benedetto giorno di primavera e io mi chiedo: ma cosa ho che non va? Ma perché non ti rassegni? Ma che ti frulla in quel cervello atipico? Nulla, ecco cosa. Non ho nulla nel cervello, sono diventata mononeuronale. Non ho altre spiegazioni. 

E intanto la vita prosegue lenta, i giorni sembrano mattoni che non riesco a mettere uno sull’altro per farci delle buone fondamenta, sono tutti sparsi lì, a terra. 

Mi sono ripromessa che dopo le ferie (lavorando al Ristorante ho le ferie quando tutti rientrano a lavorare: una bella fortuna) dovrò mettermici con impegno, fare cambiamenti, prendere decisioni da persona adulta quale l’età mi dice che sono. Darmi una deadline mi ha sempre aiutato. Quindi aspetto. Aspetto e intanto sogno. E non dirò bugie: stanotte, di sicuro, cercherò di tornare lì, con lui. Se esiste un momento perfetto per credere ai sogni lucidi è questo. 

La sfiga è sempre in agguato!

post 8

Oggi è venerdì 17. Superstizione, cari miei, superstizione a go-go. Non credo in nessun dio, ma ho una cieca fiducia negli oroscopi e nella sfiga. Specchio rotto? Sale rovesciato? Cappello sul letto? Maledetto gatto nero che attraversa la strada e mi blocca lì anche per un quarto d’ora prima che passi un’altra macchina in senso inverso? Le ho tutte, dalla prima all’ultima, messe in ordine  e incollate come figurine in un album Panini. 

Oggi è venerdì 17. Mi aspetto grandi cose da questa giornata, tanto che dovrei uscire con l’armatura. 

Cerco invece di essere positiva, vado a lavoro cantando i Muse a squarciagola (i Muse mi danno sempre la carica, sono una donna inversamente proporzionale), lavoro sodo non pensando a nulla (o quasi) sorrido ai clienti del Ristorante, che è la cosa che amo fare di più. Perché vedete, lavorare in un ristorante è come andare in scena: un po’ di trucco (e io ne metto il minimo indispensabile), un vestito adatto (la divisa) e il copione imparato a memoria: c’è qualcosa di più facile? Certo, ci sono giornate in cui devi improvvisare, ma quando vai in scena 250 giorni su 365 (ma forse sono di più, ho fatto solo un conto approssimativo) conosci bene i trucchi del mestiere. Insomma, lavorare per me è una liberazione quasi artistica. 

Sempre che non ci sia di mezzo TDL, ovvio. Perché con lui ho delle difficoltà fisiche da superare. Una volta mi è scivolato un piatto dalle mani. Un’altra sono inciampata in una sedia, rovesciandola. Un’altra ancora ho portato del vino al tavolo di una signora che voleva solo acqua e dell’acqua al tavolo di una coppia che voleva solo vino (divertente il fatto che entrambi i tavoli non mi abbiano fatto notare l’errore…). Insomma: combino casini. Ma non rinuncerei mai a vedere gli occhi di TDL, nemmeno per un secondo. 

Venerdì 17, ripeto. Ma TDL è in ferie, come ho detto (lido bellissimo e romantico con DSV, vedi post precedente) e quindi non corro rischi. Forse.

Il Forse arriva alle tredici in punto, sala piena di gente, nemmeno un buco in piedi, io che corro con oliere e cestini di pane, la cucina che sputa letteralmente fuoco (anche dalle narici). E lui. Da solo. Con l’aria spettinata. 

C’è un tavolo per me? 

Cavolo, io per te lo fabbricherei sul momento, un tavolo, vorrei dirgli. Datemi del legno, vi prego!

Ma no. 

Non ce l’ho.

Forse se aspetti una decina di minuti, dico guardando il tizio che è ancora all’antipasto. 

Ho fretta, mi dispiace. 

Cazzo. 

Ed ecco che arriva a darmi una mano il dio delle piccole cose, mi fodero la faccia con un sorriso, quello che indosso senza problemi 250 giorni su 365, tiro fuori dal taschino della camicia un biglietto da visita del locale e gli dico: la prossima volta chiama, così il tavolo ce l’hai assicurato. 

Lui se na va lo stesso. E io devo farci i conti. 

Magari dopo aver servito tutte queste persone, però.

Quando finisco di lavorare trovo due messaggi sul telefono. Il primo, alle dodici, mi chiede se ho un tavolo per una persona. Il secondo, alle tredici e trenta, è solo un punto interrogativo. 

Forse la prossima volta chiamerà il Ristorante, invece di mandare messaggi a me. E forse, dico forse, io sentirò una fitta allo stomaco, come se gli avessi tolto anche quell’ultima scusa per mandarmi un messaggio. 

Ma almeno sarò sicura di vederlo. 

Messi Male del mondo, cercate di capirmi…

Il Tizio della Luna e la Donna della Sua Vita

post 7Il fatto è che TDL mi manca da morire. Mi manca quel quotidiano scambio di banalità che avevamo, mi sentivo completamente nella sua vita, mi comunicava ogni suo spostamento, ogni opinione sui fatti di cronaca, erano milioni di messaggi scritti, vocali, telefonate, mail. Ero come una compagna virtuale. Ma nella realtà, nella realtà vera, quella reale, ero solo una conoscente, qualcuno da salutare se incontri al supermercato limitandosi a un Ciao, senza nemmeno prendersi il disturbo di aggiungere Come va. Credo sia stata questa dicotomia a farmi sbroccare. Il suo (e mio) tenere segreta questa specie di intesa era necessario (giustificazionista), indubbiamente la DSV non avrebbe capito. O avrebbe capito pure troppo, se avesse visto il mio sguardo da pesce lesso. Insomma, le cose sono andate così. Mettiamoci una pietra sopra e andiamo avanti. 

Già.

Andare avanti.

Mi chiedo dove diavolo dovrei andare, adesso, dato che mancano ancora ben 288 giorni alla fine di questa agonia. 

Nel frattempo cerco di non pensarci, mi sforzo di non notare la sua assenza in questa settimana che è in ferie, e quindi niente pranzi al ristornate per TDL, se ne starà sbracato al sole in un posto tipo Corfù, con le eleganti e abbronzate braccia della DSV attorno al collo, la sera usciranno a passeggiare al tramonto mano nella mano, lei con indosso solo un abitino bianco trasparente, lui con quell’aria spettinata che si ritrova sempre, con quel look non curato curatissimo e il berretto calato sugli occhi, la mattina faranno colazione con croissant deliziosi seduti su un balcone che si affaccia sul mare, guardandosi negli occhi, e forse sarà in un posto come quello che finalmente le chiederà di sposarlo, visto che rimanda da una vita, dice, per un motivo o per l’altro, tirerà fuori l’anello dalla tasca dei suoi pantaloni, un anello semplice ma bellissimo, si metterà in ginocchio, una cosa che fa con molto rispetto, e non dovrà aggiungere altro, saranno per sempre TDL e DSV, la coppia perfetta. 

Come ho detto, cerco di non pensarci. 

Intanto i giorni passano lentamente, io mi sono buttata in un progetto di reportage di storie vere che non ho idea dove mi porti (presumibilmente esattamente nello stesso punto di ieri, qui)con un Grande Artista, cerco di uscire a cena con altri uomini (deludenti), aspetto in gloria il ritorno di mia figlia dal mare, abbronzatissima e ingrassata di quattro chili (le ferie hanno sempre fatto male alla sua dieta), cerco di evitare gli incessanti inviti a cena di mia madre e della sua nuova compagna (che di solito cominciano con acerrime dispute politiche e terminano con accuse da parte di mia madre e recriminazioni da parte mia: la solita solfa), lavoro like a dog, per dirla con i Beatles. 

Ma la notte resto da sola. Mi rigiro nel letto cercando di scacciare i pensieri, mi assopisco per pochi minuti, poi mi risveglio, tocco con la mano la metà del letto alla mia sinistra, sempre vuota, intonsa, nemmeno una piega delle lenzuola. Allora apro la finestra, se ho fortuna il cielo è libero e stellato, lo scruto per cercare una stella cadente, prima o poi ci riuscirò, e nel mentre i miei occhi vagano a destra e sinistra, la mia mente si perde nel buio. E finalmente il mio corpo crolla, esausto. 

Moon e il suo Ego

Post 6

So di essere particolarmente autoreferenziale in questo blog. So anche che con molta probabilità resterò un granellino di sabbia sepolto sotto ad altri mille. Ma la mia è questione di Ego e di scrittura, tra le altre cose.

Qualche tempo fa pensavo a cosa mi manca davvero per fare la scrittrice. Insomma, conosco l’italiano meglio di altre persone, sono abbastanza precisa nella scelta delle parole, ho studiato a fondo interi manuali di scrittura creativa, conosco le storie degli scrittori che più ho amato, riconosco uno stile creativo da uno classico, so cosa occorre a una storia perché sia tale… eppure. Eppure mi sento bloccata. E non è il blocco dello scrittore, perché io non lo sono. È il maledetto Censore. Ora, questo essere infimo, brutto come il peccato, infingardo e traditore, riesce a far presa su di me perché non ho un’ Egosfera che staziona sopra la mia testa come l’astronave madre di Indipendence day. Il mio Ego è ridotto ai minimi termini per i motivi più vari e che non mi metterò certo qui a elencare. Ho il tatuaggio di Loser sulla fronte come la povera Drew Barrymore in Mai stata baciata. Me lo sono tatuata da sola, in tanti anni di perversa autodistruzione e qualcuno ha sempre contribuito a rendere visibile l’inchiostro. 

Quindi sto tentando di rimpolpare il mio Ego, vomitando a caso la mia vita, esternato quello che sono, mostrando al mondo che sì, Moon ce la può fare! È un po’ autoconvincersi e un po’ ingannarsi, che poi sono la stessa cosa.  

Certo è che il mio Ego (lo tratto con le maiuscole, che se lo merita, oppure io mi sto autoconvincendo che se lo merita) viene stroncato quando, come ieri, il mio TDL viene a mangiare al ristorante dove lavoro con la DSV (Donna della Sua Vita). Che gesto infimo. Che delicatezza ridotta allo zero assoluto. Che infamia. Che… non ho più Che da aggiungere. Mi chiedo come abbia potuto farmi questo. Insomma, oggi sei un TDL diverso, un Testa Di Legno. Ma non ci hai pensato? Immagino di no, e questo mi fa pensare di essermi innamorata proprio dell’uomo sbagliato. Ma siccome sono una giustificazionista, lo sono da sempre, ho sempre giustificato anche il mio ex, che dopo due anni continua a mandarmi messaggi di minacce, giustifico mia madre che se ne è andata di casa quando ero piccola, giustifico il mio primo datore di lavoro che mi faceva lavorare al nero e non mi pagava gli straordinari, come non posso trovare una giustificazione al TDL, di cui sono follemente innamorata? 

Ed ecco come ho ragionato (più o meno): ho conosciuto TDL perché è un cliente (più o meno) fisso del ristorante dove lavoro come cameriera; viene a mangiare lì quando è a lavoro, da solo o con alcuni colleghi; sicuramente avrà detto alla DSV che mangia spesso proprio in questo ristorante; e altrettanto sicuramente avrà giustificato questo fatto con cose tipo Si mangia benissimo, cibo ottimo, prezzo onesto, magari tralasciando il servizio eccellente tra le qualità, per non destare sospetti; magari DSV avrà pensato, Se è così eccellente perché non ci porta anche me? E avrà detto così anche a TDL, che, alle strette, non ha potuto dire di no a una cena intima con lei nel ristorante di cui dice meraviglie. Il ragionamento torna. È stato costretto dagli eventi. Non voleva ferirmi. Perché che mi feriva lo doveva sapere, dopo che io gli ho detto Quello Che Gli Ho Detto. Perché io a vederlo così, carino, con i capelli spettinati del tipo Mi sono appena svegliato anche se sono le otto di sera, proprio non riesco a tollerarlo senza che le gambe mi cedano, perché vedere lei, bellissima, elegante, al seguito, mi ha staccato quell’ala di farfalla che credevo di possedere e ora devo ricompormela da capo, come se sapessi come si fa, a farsi ricrescere un’ala! 

E l’estate sta finendo. E la leggera brezza sulla mia pelle in questa sera estiva mi fa rabbrividire. E il mio Ego sprofonda di nuovo nelle viscere della terra, spaventato, annichilito dagli eventi, turbato da una parola che stenta a capire davvero: amore. 

Acronimi

post 5

Diciamo che a questo punto avete un’infarinatura della mia vita, una base da cui partire, anche se non mi sono ancora presentata. Mi chiamo Moon che non è, ovvio, il mio vero nome. Mia madre è strana, ma non fino a questo punto. Questo nome me l’ha affibbiato TDL quando, un giorno, parlavo di acronimi per acronimi. Gli ripetevo la solita tiritera sul Novecento, che è il secolo degli acronimi: O.N.U., N.A.T.O, E.U.R. e chi più ne ha più ne metta. E così via gli ho snocciolato tutta una serie di acronimi che uso ogni tanto, il P.D.V. (Punto di vista) del narratore, F.S.F. (Francis Scott Fitzgerlad), D.F.W.(David Foster Wallace) e altri. Non so perché, ma gli acronimi fanno proprio al caso mio, che non ho mai tempo da perdere quando parlo di qualcosa che mi appassiona. E così lui ha risposto: tu sei M.O.O.N , Molto Ostinata O Nevrotica, oppure sei Moon, come luna, e il tuo lato in ombra non me lo mostri mai. 

Forse ora capite perché mi sono innamorata di TDL. Le donne si fanno fregare da cose come queste. Almeno. Io mi ci faccio fregare alla grande.

Il fatto che io non stia insieme a TDL, cantando canzoni mentre facciamo la doccia insieme o scrutando il cielo di Agosto per beccare una stella cadente(che io, tra l’altro, non ho mai visto in vita mia e quando la vedrò la prima volta sono certa che urlerò come una bambina, oppure diventerà il mio più grande rimpianto)  invece che scrivere su questo blog non è facile da spiegare. Oppure sì: lui ha un’altra. E non un’altra a caso, ma un’altra donna di cui è innamorato. Fine del lieto fine, tutti a casa, sarà per la prossima volta, Moon. 

Ma. 

Ma. 

Ma. 

E la vita è tutta una serie di Ma uno in fila all’altro, tipo locomotiva e vagoni.

Ma al mio cuore non gliene importa un fico secco.

Mi ero sempre chiesta come si potesse amare un uomo e non essere ricambiata. Credevo che l’amore fosse un flusso continuo tra due persone, uno scambio etico e solidale, come i prodotti della Coop, io ti amo, tu mi ami e il mio amore cresce grazie al tuo e viceversa. E poi ho scoperto che non funziona così. Funziona che tu incontri una persona che ti piace, ci parli e ti piace ancora di più, lo sfiori e senti della roba che se non avessero abolito l’elettroshock saresti convinta di essere al manicomio, lo vedi da lontano e le gambe iniziano a tremare, ci parli e il respiro fatica a uscire. E ti ritrovi al sera sotto le coperte a pensare che vita magnifica sarebbe la tua al suo fianco, che no, con una persona così la quotidianità, killer di ogni rapporto di coppia, non riuscirebbe nemmeno a fare un graffietto, che vorresti fosse il padre dei tuoi figli, che ne vorresti ancora, di figli, solo per dargli lui come padre, che una sera a casa a guadare la tv con lui seduto accanto a te sul divano potrebbe essere come scoprire che esiste Shangri-La. Insomma. Capite la follia? Capite come sono messa, maledizione? E chi non vorrebbe disfarsi di pensieri così, dopo una militanza di quarant’anni nel Partito dei Cinici? 

Ho ancora 292 giorni, mi dico. Forse qualcosa meno. Poi il mio cervello andrà automaticamente in blackout, il sistema si riavvierà, e io potrò tornare a essere una militante perfetta.

Chi è il Tizio Della Luna(TDL)

Post 3La seconda cosa che posso dire è che, a 40 anni, mi sono innamorata . Mica semplice, mica facile, mai, a nessuna età. Diciamo che non mi era capitato spesso. Diciamo che è la seconda volta in vita mia che mi capita. Diciamo anche che la prima volta l’ho presa meglio.
Ora, non è che posso ricondurre tutti i miei problemi da schizoide/bulimica di vita al fatto che mi sono innamorata. Però ha risvegliato certe cose, certe sensazioni, certi pensieri. E io, il pensiero, non lo tengo mai fermo, lo lascio libero di girare e devastare come un uragano tutto quello che ha di buono intorno.
Ho questa cosa, questo difetto, che riesco a mettere in fila i pensieri solo scrivendo. E quindi su questa cosa ci ho scritto un sacco. Ma, al contrario delle altre, non ne sono ancora venuta a capo. Ci riprovo anche qui, nella speranza di fare meglio stavolta.
Dunque, lui è il Tizio della Luna, o TDL, se preferite. TDL è arrivato nella mia vita in un bel giorno di primavera. E proprio alla frontiera, sono arrivata, come Piero, davanti al nemico. Non dico che l’amore sia una guerra, ma in certi casi sì, in certi casi la guerra la fai dentro di te, come ho fatto io, per resistere a un sentimento che sapevo benissimo avrebbe fatto danni enormi.
Mi ha cercato lui. Così. Per dire. Ma alla fine chi cerca chi non ha importanza. Ciò che importa è solo che è entrato nel mio mondo bussando alla porta giusta, quella dei libri e della scrittura.
In ogni caso il primo giorno avevamo davanti un prato bellissimo, una giornata di sole da far invidia a una cartolina, tutta una serie di parole che sono fluite dalle nostre bocche con una facilità che nemmeno pensavo possibile. Tre ore sono volate in un lampo. Nemmeno lo conoscevo e ho iniziato a raccontargli tutto. Ma tutto tutto, come Chunk nel film dei Goonies. E così anche lui mi ha raccontato qualcosa. E la sua voce è stata un balsamo (metafora ammuffita, lo so, ma realistica) per il mio cervello spettinato. In poche parole alla fine della giornata ero già lì che mi dicevo che no, non mi piaceva, mi stava simpatico, ma no, certo, solo amici, mi ha chiesto una mano con i suoi racconti (eh. Lo so. La scusa è classica, lo so) e io farò solo quello, gli darò una mano con editing e magari gli consiglio dei concorsi e magari. Sì. Magari.
E nei giorni seguenti, mentre io gli consigliavo libri da leggere e manuali da consultare, lui mi diceva che era stato bello parlare con me. E poi, non so come sia successo, ma ci siamo ritrovati a scriverci tutti i giorni del più e del meno, poi del più e del più, e nel tempo che Flash impiega a fare il giro di casa mia era un Buonanotte la sera e un Buongiorno la mattina. Ci siamo precipitati addosso, che non lo so come sia potuto succedere, fatto sta che è successo e la mattina avevo un solo pensiero aprendo gli occhi e la sera un solo ultimo chiudendoli. Ma quello che più importa è che condividevo con TDL praticamente tutta la mia giornata. E volendola condividere con lui, la notavo. E notarla mi ha portato ad amarla di più. E amare di più la mia vita mi rendeva felice.
Ma come è ovvio tutte le cose belle finiscono. Flash ha fatto un altro giro a casa mia e il mondo ha collassato, è imploso, oppure a esplodere sono stata io, ma non importa più. Fatto sta che TDL ha detto addio alla Moonlife e io ho detto addio a TDL. Facile. Veloce. Ma non certo indolore.
E quindi, TDL, questo blog è anche per te, che sei entrato nella mia vita come un fulmine, devastando ogni mio apparecchio elettronico e non. E ancora ho addosso l’elettricità che hai portato e se chiudo gli occhi non vedo le macerie. Ci vogliono 365 giorni per dimenticare una persona, dice mia figlia. E io le credo perché è una bambina intelligente. Facciamo che mi sconto la pena a 300. Ma in questo periodo mi do anche la possibilità di raccontare ancora la mia vita, vediamo se la noto di nuovo e se le cose prendono una piega migliore. Vediamo se dopo mille inciampi sono pronta a rialzarmi.