Le piccole cose

 

 

 

post 198

Le piccole cose della vita…

Cosa c’è che può tirarti su meglio di una buona sessione di sesso? Che in questo momento è verboten (giusto per dirlo in tedesco, visto che lo sto semi imparando), e quindi va da sé che la tensione sale come non mai, e si ammucchia in un angolo insieme a tutto il resto delle preoccupazioni (tipo: quando riapriremo il Ristorante? Il mio Capo ipotizza anche un lontanissimo Luglio. E le domande nascono spontanee: avrò dei soldi in questo lungo periodo? Per ora non ne ho visti dalla cassa integrazione; avessi i soldi, il Ristornate riuscirà a reggere il duro colpo dello stop?; se anche lui ce la fa, io riuscirò ancora a lavorare? Mi ricorderò come si fa? Il mio corpo sarà in grado di riprendere? Beh, solo alcune tra le mille preoccupazioni).

L’astinenza sessuale, dicevo, inizia a farsi sentire. L’Amico Speciale mi chiama due volte al giorno, ci vediamo almeno una volta al giorno su Facetime, lui mi mostra la sua cagnolina che gioca, io le sfoglie al cioccolato che faccio per Little Boss, poi ci diciamo: Che palle! Quando finirà? Mi manchi… appena ti rivedo… questi hanno rotto il cazzo! Non si può separare due persone così! Tu cosa ti prepari per cena? Dove sei andato oggi per lavoro? Che cosa hai studiato? Io con i soldi per ora me la cavo, grazie. Tua madre come sta? Tua zia a Milano? Cosa dice il tuo Capo?

Andiamo avanti così da più di un mese. Sottile si intravede sotto alle nostre conversazioni il filo del Non se ne può più.

E siccome oggi sono particolarmente intollerante, non so se è una questione di giovedì, questo giorno prezzemolino che sta sempre in mezzo a tutto, oppure il sogno che ho fatto stanotte, dove non riuscivo a pulire il pavimento di questa casa che, notavo ieri, è davvero graziosa nella sua piccolezza, insomma, non so per cosa, ma in questa grande boule di nervosismo ci si è aggiunto uno dei momenti che detesto di più della settimana: la lezione di canto di Little Boss. Che fa, ovviamente, su Skype. E a cui io sono esclusa. Nel senso che le prime volte mi mandava a fare la spesa, così da essere da sola in casa mentre faceva lezione. E ok. Tanto la spesa va fatta eccetera. Solo che ora ci vado davvero malvolentieri, a fare la spesa, vuoi per la fila di cui sopra, vuoi perché i soldi scarseggiano e cerco di fare economia cucinando come una Benedetta Parodi (una cosa di cui sono capacissima è organizzarmi, come chi mi conosce ben sa). Quindi per tutta la lezione non solo devo fare silenzio (non ci sono porte in questa casa, è quello che potrei chiamare senza mezzi termini mini open space ), ma devo anche non ascoltare. Quando dico che l’amore supera i confini della logica ora potete capire di cosa parlo. Quindi mi munisco di cuffie, oggi, e vai con la lezione di tedesco, e vai con il potenziamento di inglese… e vai che mi sono rotta le balle dopo mezz’ora. E poi eccola lì la rivelazione: musica.

Le piccole cose della vita.

La musica a palla nelle orecchie mi ha ridato vita.

I Greenday di nuovo mi salvano il culo.

Con una canzone che come al solito arriva al momento giusto…

P.s. devo ricominciare a ridare il vero nome a queste cose: segni. Sul cosa vogliano dire abbiamo forse già discusso.

 

La mia ancora di salvezza

post 179

 

Come dicevo, la mia storia con l’Amico Speciale va discretamente, lui è quasitutto ciò di cui ho bisogno, mi aiuta quando sono in panne (ha passato un sabato mattina in lavanderia al mio posto perché stavo smattando per l’accumulo di bucato, quale uomo ti lava e ti piega il bucato? Il tuo dico, solo il tuo bucato…), mi prepara la cena quando faccio tardi (la sua impepata di cozze era sublime), sceglie sempre i film giusti (no, non l’avrei mai guardato un film dal titolo Bunraku, giuro su ciò che ho di più caro, e invece mi è piaciuta la regia alternativa, ve lo consiglio), si sveglia prima di me per preparare il caffè (anche se la mia sveglia punta le 5 e lui è di riposo… questa cosa ha stupito talmente tutti che ora mi danno della Strega), ascolta le mie magagne, mi coccola quando sono stanca, e a letto… a letto non posso chiedere di più (detto tra noi, è un valore aggiunto alla mia vita che non credevo di poter avere). Quindi quel quasi…?

Il quasi è semplice: credo di essere arrivata a delle degne conclusioni, su questo fronte, anche grazie agli ultimi due anni passati, grazie a TDL, ma soprattutto allo Shogun.

Ho iniziato a capire che A) non tutti gli uomini sono come il mio ex; B) se il mio ex è stato quello che è stato con me prima e è quello che è ora, la responsabilità è anche mia (non solo mia, non solo sua, ma mia e sua. Può sembrare una banalità, ma per me è una grande conquista); C) il principe azzurro…non esiste. Ebbene sì, anche se mi rompe ammetterlo ho sempre pensato di poter trovare l’uomo giusto, ma che non fosse solo giusto, ma giusto giusto, perfetto, in parole povere. Ciò non solo è denigrante per una ragazza di intelligenza media come me, ma anche deleterio. Perché ti immerge in uno strato di aspettative a dir poco assurde, distruggendo tutto. Ora, non è che avessi mai pensato che fosse il mio ex, il principino, ma credevo, al tempo, di essere un po’ immune a quell’amore che taglia via gli occhi. E le orecchie. E la testa tutta. E poi le mie certezze sono crollate, non ero affatto immune e TDL lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. E, detto ciò, ho capito anche che D) l’innamoramento è una follia che ha poco a che fare con le coppie, è una follia temporanea, che inebria, che va bene solo per soffrire, non può appagarti mai, ti dà solo una scarica di adrenalina, e di vita, certo, ma dura poco (il tempo di arrivare dalla pancia al cuore e poi alla mente) e ti lascia un po’ disarticolata, distorta, e ti occorre poi del tempo per rimetterti in sesto, per riallinearti al tuo Io. Per capire, anche, che non è quello che vuoi. Perché amare è bello, davvero, ti lascia addosso la sensazione che la tua vita abbia un senso, che tu esista davvero, ti dice che puoi fare davvero dei miracoli, perché essere innamorati ti dà forza, ti rende sveglio, attento, moltiplica tutti i tuoi sensi. Ma tutta questa energia che si sprigiona dentro di te, prima o poi, per un motivo o per un altro, dovrà calare. Dalla pancia passa al cuore e poi alla mente. E la mente difficilmente avrà la stessa risposta di pancia e cuore. Perché quello che vedi quando sei innamorato (oh, beh, sulla definizione e sulle parole lascio a voi, io mi ci perdo: innamoramento, infatuazione, cotta, definitela come vi pare) non è un uomo (o una donna), ma un superuomo (o una superdonna). E, ovvio, non esistono superuomini e superdonne (così come il principe azzurro).

Forse il mio problema (una volta me lo disse il Mentore, ma sono passati davvero tanti anni da quel giorno, e se l’ho capito solo adesso significa che la mia intelligenza non è poi così media, il neurone fa fatica a girare e va piano) è che volevo innamorarmi. E poi, quando è successo, mi ci sono volute tre testate belle potenti per capire che non era quello che volevo davvero.

Quello che voglio è amare la persona che ho accanto con i pregi e i difetti (non senza vederli), guardando alla sua interezza (non solo a quella parte che tanto mi piace), facendo compromessi, lavorando duro, impegnandomi senza pensare L’amore è sufficiente. Perché non lo è. Al limite vince su tutto. E senza ombra di dubbio è la mia ancora di salvezza.

 

 

In ogni caso, in questi giorni molto confusi e di fatti di decisioni importanti, mi sono persa spesso a ripensare alla storia con l’Amico Speciale. Forse perché UAP ha pubblicato la sua, di storia, con Dolce Consorte, forse perché qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere una mia biografia (la cosa è stata detta tra il serio e il faceto, ma l’ho visto come un Segno), forse perché il mio capo l’altro giorno ha detto una cosa su di me e sull’Amico Speciale che mi ha sorpreso, perché la penso da sempre (e la pensa così anche Ale), insomma forse ho voglia anche io di tirare le fila con lui, fin dall’inizio, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto, poco più che ventenne (quindi eoni fa).

Ma soprattutto perché solo scrivendo riesco a pensare davvero, mettere in ordine e capire le cose.

Sarà facile?

Chi può dirlo

Vivere nella paura

post 92

 

 

Stamani mi sono svegliata e mi sono affacciata alla finestra: stava nevicando, gran bei fiocchi ciccioni e piccoli fiocchi che sembravano cenere. Sveglio Little Boss, Guarda, rospa, nevica! Ce ne restiamo diversi minuti in silenzio ognuna con la sua tazza in mano e il naso in su. Poi non attacca e via, andiamo, a scuola tu, a lavoro io, e siccome ancora sfiocchetta, lei in macchina mi dice che sembra di fare un viaggio nello spazio col Millennium Falcon e allora eccoci lì a cantare il theme di Star Wars come due deficienti. E ok, mi sembra tutto meno drammatico, così, anche pensare che l’Amico Speciale mi abbia definita la sua kriptonite fa meno male. Almeno finché non lo rivedrò. Il che accade esattamente un’ora dopo, ovvio. E allora l’imbarazzo tra noi è talmente palpabile che se accorge pure la mia collega, e la considerazione di essere una persona orribile si riaffaccia prepotente. E così per tutta la mattina non faccio che pensare a quanto male ho fatto, proprio nei momenti in cui pensavo al male che mi facevano gli altri. E nel calderone ci infilo tutti: il mio ex, il Mentore, mia madre, TDL, e, ovvio, L’Amico Speciale. Ci infilo anche le possibilità che avrò di fare male: l’Amico Atipico, lo Shogun. Dopotutto se sono stata paragonata a Luna e kriptonite si vede che di umano ho ben poco…

Ne esco svuotata e stanchissima.

A pranzo arriva un amico che mi dice che ho la faccia che fa schifo. Tu pensi troppo, aggiunge. Già, questa cosa non la riesco a pilotare, il pensiero, ho provato con un sacco di trucchi, ma alla fine falliscono tutti.

Oltretutto è un periodo in cui c’è poco lavoro, pochi clienti, tanti tempi morti e le giornate non passano mai. In queste condizioni il pensiero prolifera come una colonia di batteri.

E alla fine concludo che il mio problema è la paura, maledetta lei. E io ci provo, sul serio, a scacciarla, ma alla fine sono sempre terrorizzata da tutto. E sono lì che penso a questo e faccio il count down alle due e mezza, ora della chiusura della cucina, quando arrivano due ragazzi. Sfogliano il menù, mi chiamano e uno dei due mi fa: ok, guarda, iniziamo con le allergie, poi ti dico le mie intolleranze. E praticamente mi elenca tutti gli allergeni esistenti tranne molluschi e crostacei e poi tira fuori il siringone di adrenalina. Giusto per farmi capire meglio. Panico in cucina. Qui si rischia di mandare all’ospedale una persona per una distrazione minima. Siamo quasi sul punto di dirgli di cercarsi un altro ristorante, ma è lui a convincerci, in realtà, confrontandosi con noi sulle modalità di preparazione e sugli ingradienti. Il panico diminuisce, ma credo di avergli chiesto almeno mille volte l’elenco delle allergie, fino a che non me le sono segnate sul foglio e via. La cuoca cambia griglia, taglieri, cucchiai, pentole. Poi mi fa: esci a guardare se è ancora vivo!

E sì, è ancora vivo alla fine del pranzo, e pure felice della tagliata ai porcini. Mi mostra due foto in cui ha la faccia gonfia come una palla. L’ultima volta che sono stato all’ospedale,dice.Mi hanno fatto una puntura di adrenalina nel cuore. Fa molto Pulp Fiction…

E poi glielo chiedo:scusa, ma non hai paura a magiare fuori? E  la domanda vera che vorrei fargli è : ma sei pazzo a andare al ristorante con il tour di allergie che hai?

E il mio Segno oggi è lui. È la risposta che mi dà e che mi risolve un pochino la giornata.

Non si può vivere nella paura.

Ecco. Sono queste le cose che mi capitano nei momenti in cui mi devono capitare e che davvero faccio fatica a capire. Nel senso, forse vedo le cose che voglio vedere nel momento in cui le voglio vedere. O forse no. Forse le cose accadono per un motivo. Sempre.

A fine turno un messaggio dello Shogun la giornata la risolve del tutto.

L’unica cosa che mi mancava era scriverne qui.

Il Moonverso

post 65

 

Mi sono imposta una dieta. Una cosa che dura da poche ore, a dire il vero, e chissà se mai riuscirò ad arrivare a ventiquattro. Conoscendomi, ne dubito. Quindi posso già parlare di dieta? No. (No! Devo essere ottimista!)

La mia dieta prevede: evita di non mangiare, per favore; evita di affogare qualsiasi cosa in una salsa al colesterolo (l’altra sera ho mangiato patate lesse in salsa di: fontina, mascarpone, panna, emmental e parmigiano. Con tanto pepe); evita di mangiare solo pasta, che lo so che fai presto a fare le linguine in bianco, ma insomma…

In pratica la mia dieta si risolve in: cucina anche per te. E mangia. Magari anche qualche verdura.

Visto che per un mese avrò una prescrizione medica che mi proibisce di fare attività fisica (praticamente il sogno della mia vita), almeno la dieta va corretta.

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per Moon (eh sì, non ho resistito, scusate).

Quindi sono qui che mi preparo una tisana al posto del bicchiere di vino, ascolto lo sciacquettio della lavastoviglie con un orecchio e una canzone dei Cake a ripetizione, Frank Sinatra, una gran bella canzone. E pensavo che più o meno ho fatto un sacco di cose anche oggi. Mi sono rimessa in pari con qualche progetto arretrato, anche se non ho ancora finito. E ho pensato al racconto che devo scrivere e finire (prima bozza) entro la fine del mese. E di cui ho già sognato il finale. Sognato nel senso di sognare. Da addormentata. E quando mi sono svegliata tutto era così chiaro. Era chiara la direzione che il mio protagonista doveva seguire ed era chiara la sua strada, come se la luna la avesse rischiarata per tutto il tempo (mi sto autocitando stasera, chiedo venia).

E devo dire che siccome di solito le grandi idee per i racconti le ho mentre guido, questa è una modalità che differisce moltissimo. E quindi la prendo come un maledetto Segno. Il Segno, per essere precisi, è che questa storia deve venire fuori. Ora. È il suo momento. E non sentivo questa sensazione da anni, non sentivo il richiamo di una storia dall’ultima Laura di cui ho scritto (e che ho messo qui, su WordPress, sul blog di Circolo 16).

Una bella sensazione.

Ed ecco che, finalmente, allora, stasera, ora, sarò breve. Perché dopo essermi rimessa parzialmente in pari con gli impegni(completare racconti a due mani –Franck, ho terminato il mio pezzo proprio oggi. Devo solo trascriverlo ora, come ti dicevo-; revisionare un racconto dello Scrittore; pagare tutti i bollettini; dare comunicazione agli altri genitori della riunione a scuola- con relativo sondaggio per una gita al Fico-; insegnare alla collega come scrivere sulle torte in mia assenza) ecco che sono pronta a dedicarmi alla narrativa.

E ho un biglietto sulla mia bacheca. Lo scrissi ad Agosto, prima di aprire questo blog. C’è scritto sopra: i Segni dicono che devi ricominciare a scrivere.

Prendo molto sul serio i Segni.

Una volta un tizio, un musicista, mi disse: quando fai un cambiamento positivo l’Universo si muove per aiutarti.

Il mio Moonverso si sta muovendo.

Vediamo come risponde l’Universo.

Tregua?

 

post 63

Così gli ho detto in macchina a TDL: mia figlia è l’unica cazzata che io non abbia fatto nella  vita.

Non mi capacito di come ancora possa amarmi dopo tutti gli errori, dopo tutta la sofferenza. Dopo tutto.

L’ho detto a lui per dirlo anche a me.

Devi pensare a te, dice l’ospedale.

Non posso pensare a me senza di lei.

Ed ecco che allora ci pensiamo insieme, ragioniamo sulla mia convalescenza. Io e lei. Non potrò fare sforzi per un mese, le dico. Guarda che le casse dell’acqua le posso portare su io, mi risponde. E poi per la spesa la fai un poco ogni giorno. E non devi più prendermi in braccio come quando ero piccola. 

Incontrovertibile.

Non ci pensare, dice la mia piccola Boss.

Io invece ci penso.

Penso alla dottoressa con gli occhi chiari che faceva casino con i fogli (non me li scombinare!, rideva l’infermiera), stai tranquilla, mi ha detto, non è una spada di Damocle, è un tumore. Noi lo leviamo e le possibilità che ti torni è bassissima.

Io so che ha ragione. Lo so perché ho letto. Lo so perché mi sono informata. Lo so perché io non ho paura di morire. Non è la morte che mi spaventa. E poi non ci muoio per questa cosa. Nel senso, se non lo tolgono magari anche sì, ma la prevenzione funziona (Funziona, capito? Fateveli i controlli: fine della pubblicità progresso).

Penso al lavoro: dovrò fare meno palestra del solito (ricordate? la pesistica alzando i fusti della birra? I piegamenti eccetera?), sarò quindi meno efficiente e mi gireranno un po’ le scatole. Sarò più lenta, maledizione, e io detesto essere lenta.

Penso anche al sesso. Zero per un bel po’. Non conta che io che non abbia più l’altra parte, è l’idea. Clausura. Clausura indotta: se non è questo un Segno

Poi, ovvio, penso: e se non lo tolgono tutto? O ritorna? Altro intervento? E poi: per dieci anni devo fare controlli, e pensarci?

Certo, ok, come ho detto a Barbara, qui: è una gran rottura di scatole. Era meglio vincere alla lotteria, che lo so che dovrei iniziare a giocarci, prima, altrimenti non posso certo vincere, ma fa lo stesso.

E tra poco più di una settimana farò l’intervento, e via, chiuderò un altro capitolo.

E poi si aprirà qualcos’altro, magari.

O magari non si apre nulla e io avrò finalmente la mia tregua.

Sì, ci credo poco anche io.

Le testine come me trovano sempre il sistema per complicarsi la vita…

Nota:Come promesso ho ricongiunto il Tempo. Ho un po’ corso, devo dire, per poterlo fare, soffocando il blog di articoli. Ma ci sono riuscita. Quindi la tregua è anche per voi. Se vi va bene non riuscirò più a scrivere un articolo al giorno. Magari la mia vita diventerà così piatta che non avrò più nulla da scrivere. Forse… chi può dirlo? 

Il puzzle della vita

post 41

 

Dopo quattro giorni di assenza di TDL mi stavo quasi abituando.

Tante cose per la testa, lavoro, Little Boss (compleanno andato benissimo, la piccola felice, il cibo tutto esaurito, stanchezza tollerabile), paturnie del mio ex. E poi l’Amico Speciale. Che ultimamente sta premendo un po’ può pedale del riconoscimento fidanzato ufficiale. Più lui preme, più io mi blocco. È come se ci stessimo creando una routine, un vissuto. Ma io non sono fatta così, non più, non posso cedere al vissuto insieme per creare un futuro. L’ho già fatto ed è stato un disastro. Quindi mi nego. Lascio in giro tracce di altre vite. Perché a parole gli ho già detto tutto. E la situazione tra noi non può evolvere.

E tutto questo lo penso perfino ora, che ho rivisto dopo giorni TDL. E ho notato un cambiamento positivo: le mie reazioni fisiche stanno diminuendo: le gambe tremano meno, mi distraggo meno, il cuore ha un’andatura regolare. Mi riservo sempre qualche battuta al veleno per lui, per fargli capire che sì, sono arrabbiata: non si può entrare come un elefante in una cristalleria e sperare di non rompere nulla. Lui ha rotto qualcosa. Qualcosa che io gli ho concesso con troppa fretta, senza dubbio. Non si torna indietro. 

Insomma: la botta spaventosa credo stia guarendo. 

Ho una cosa da rendergli, un libro. Lo tengo sul comodino da mesi, lo spolvero, ma non lo ho mai letto. Era la mia scusa per poterlo tenere, solo che ora non lo voglio più. Credo sia arrivato il momento di renderglielo. Ed ecco che gli ho mandato un messaggio proprio ora. Questo capitolo deve chiudersi prima possibile.

E non lo so, sarà il pomeriggio piovoso che mi sta uccidendo, sarà che ogni volta che piove penso un po’ a lui, come ho detto, riempio la parola Amore, perché ogni volta che sono stata con lui stava piovendo, ed ecco, quello era un Segno: neanche il cielo voleva che stessimo insieme. Io l’ho frainteso e adesso devo svuotare di nuovo la parola e trovare un sistema per riempirla da capo. 

E quindi nulla. Nulla. Come sempre. Come sempre più spesso accade anche qui, quando scrivo e non riesco a fare quello che di solito mi viene bene, riordinare il caos, mettere ordine tra le idee. 

Ma forse sono solo stanca. 

Tutto mi appare sfocato, lontano, come se non accedesse a me.

Ma forse sono solo malnutrita.

Mangio a caso, appena ho tempo, appena mi ricordo, non so da quanto non ho lo stimolo della fame, solo con Little Boss mi obbligo a una regolarità.

Ma forse sono solo disillusa. 

Non capisco cosa vogliono gli uomini da me.

Ma forse sono solo stupida.

Non vedo le cose perché non le voglio vedere.

Ma forse sono solo maledettamente stufa.

Non sempre riesco a far vincere l’ottimismo.

Che poi alla fine non sono infelice.

L’infelicità l’ho toccata con mano, mi ci sono fatta un male cane. So di cosa stiamo parlando. So cosa significa la disperazione. Ne conosco le curve, i dettagli, potrei disegnarla a memoria come faceva mio nonno con il suo campo di prigionia in Russia. 

Tutto ciò che ci ha distrutto ci resta nel cuore come una cartolina.

È il puzzle del nostro Viaggio.

È il puzzle della nostra Vita.

 P.s. 

Di solito numero i miei post in ordine nella cartella sul Mac, scrivo il titolo  e poi i giorni che mancano alla fine. Oggi decido che vi inondo: che non mi frega più nulla del mio countdown. Che voglio ricongiungere il Tempo. Quindi piano piano ci riesco. Piano piano il Tempo di scrittura dovrà equivalere a quello di pubblicazione.

Auguri.

Omnia vincit stultitia

 

post 40

Non ho tempo. 

No. Ricomincio.

Non ho Tempo.

Giorni frenetici, tutto un correre qui e là, tutto un fare cose, dire cose, pensare cose. Tutto un cercare di organizzare: lavoro, straordinari, lezioni di yoga e chitarra per Little Boss (sì, lo so, yoga:un grande mistero il fatto che mi abbia chiesto di farla, certo non glielo ho detto io, non voglio indagare oltre, la fa stare bene), spesa, festa di compleanno, di nuovo lavoro straordinario, appuntamento con l’estetista ( sempre lei, mica io… a volte mi chiedo se sia mia figlia…ma almeno la mia è una battuta e non un’insinuazione), progetto con il Grande Artista (uno strike, tra l’altro, in venti minuti ho scritto un pezzo “efficace”: così hanno detto: uno a zero per Moon), una litigata via sms con il mio ex, l’Amico Speciale che mi chiede: ci rivedremo mai? Sei sempre impegnata. Tesoro, non ho Tempo! Devo correre, devo fare, devo…

Ecco, tipo ora. Dovrei preparare cena, è vero, che è tutto il giorno che corro e ho avuto giusto il tempo di una doccia (15 minuti, con questo clima devo asciugarli, i capelli), dovrei fare la lavatrice, mettere a posto i piatti nella lavastoviglie, pulire e sistemare il bagno (siamo due donne, ora, in questa casa e il bagno è un delirio di prodotti cosmetici: 10% Moon, 90% Little Boss: crema per i brufoli, olio per le smagliature, scrub sotto la doccia, crema corpo profumata, balsamo per le labbra… credo che sia lo zampino di mia madre, sotto sotto). Insomma, dovrei fare mille altre cose invece di essere qui. Ma. 

Ma.

Ma.

Ma.

Ho guardato Little Boss negli occhi, le ho chiesto trenta minuti di pietà. 

Amore, devo scrivere, ti prego, sono tre giorni e sono in astinenza. Ho le dita legate, devo slegarle. Ho il cervello intasato, devo stasarlo. Ho gli occhi

Eh, mamma, vai e scrivi, per favore, che cenare si cena dopo, ok?

Il Boss migliore del mondo, il più comprensivo, il più dolce. Ieri sera, che era il suo compleanno, mi ha suonato Hallelujah con il suo nuovo ukulele, ne ho fatto un video da mandare a Ale, speriamo che laggiù nella foresta riesca a vederlo. 

Se non ci fosse Little Boss la vita sarebbe davvero molto scarsa.

Che poi le rubo tempo (Tempo?) per non scrivere nulla, lo so, solo per sproloquiare, ma io lo adoro, sproloquiare dico, adoro questa via di fuga dallo stress di ogni giorno, so che è solo un espediente, ma vabbè, mi solleva, e manco mi accorgo che TDL manca da  giorni, sparito proprio, non ho Tempo per curarmi di lui, voglio averne sempre meno, di Tempo per lui. 

Riempirsi la vita per non pensarci: potrebbe essere un buon trucco, ma la vita non va come vogliamo noi, le cose accadono, e spesso mi dico che accadono per una ragione e magari questo correre frenetico che mi tocca in questo momento è un Segno. È il Segno che devo pensare meno a lui. È l’universo che si muove per aiutarmi. 

Sì, ok. Sta diventando troppo folle anche per me. 

I Segni sono altro. 

Mi sa che qui non ho ancora mai parlato davvero di Segni, di quello che la mia psicologa chiamava : le previsioni che si autoavverano. Che poi è solo un mix di stupidità e goduria personale. Ma io ci credo. Credo nei Segni. Anche se con TDL non ho voluto vederli tutti. Ma c’erano, i Segni: c’era, l’universo che mi diceva: stai sbagliando. 

Solo che omnia vincit amor. 

O omnia vincit stultitia, fate voi.

Vado a preparare cena…