Memorie di un’antares

post 193

 

 

La mia vera intenzione non era di scrivere qui, ora. Niente affatto. Era di spiaggiarmi di nuovo sul divano, mio compagno di Coronaquarantena, e immergermi nelle fantasie di Fitzgerald grazie a Benjamin Button (il film. Il libro lo ho già letto e devo dire che mi è sembrato il peggiore di Fitzy, ma la storia è intrigante, e comunque è conosciuta, e poi sì, volevo vedere quel figo di Pitt, ok?).

Ma poi nulla, mi sono fatta due conti, il film dura due ore e sono già le sette, sebbene fuori il maledetto sole ci seduca in stile sirena odisseica con una dolce melodia fatta di raggi suadenti e… ok. Stavo ascoltando il suo richiamo e ora mi sono messa tappi di cera (sugli occhi).

Quindi eccomi di nuovo qui. La piccola che vedete in foto è la mia piccola pensionata. Vorrei avere una storia in stile newyorkese, sapete, come quelle alla Bukowski- ho scritto il mio primo romanzo nella stanza di un motel con una vecchia Olivetti che mi regalò mio padre quando avevo 11 anni… la sera andavo a bere nei pub e poi…-

La mia, come potete vedere, non è un Olivetti, tanto per cominciare. È la sua degna rivale del tempo, un’antares (che non so se sapete che deriva da anti-ares, cioè anti-Marte, che era il dio della guerra, quindi in un certo senso è una macchina pacifista…). Secondo, non me la regalò mio padre eccetera. Gliela rubai proprio a quell’età.

Ebbene sì, volevo fare la giornalista. Durante le vacanze estive mi divertivo tantissimo a inventare articoli per un quotidiano locale, molto locale a dire il vero: trattava solo degli eventi che si svolgevano nelle mura di casa mia. Avevano dei titoli invitanti come “Mamma punta da un’ape” o Pentola trabocca e allaga la cucina”. Battevo a macchina, facendo due, tre copie. Poi, ovvio, le copie me le facevo pagare. Una la spedivo in una busta anche a Roma, da mia nonna. Credo che mia madre conservi ancora qualche copia in fondo a un cassetto.

Poi sono cresciuta (più o meno) e verso i 12 anni mi sono trovata a dirigere il giornalino degli scout. Altri articoli molto circoscritti, va detto. Facevo brevi interviste (a uomini non schifosi, tranquilli), reportage di campo, cose così. Gestivo anche la posta con altri gruppi sparsi per l’Italia. In quel periodo mi ritrovavo la cassetta delle lettere piena zeppa di corrispondenza. Il postino, giuro, non seppe più come fare un giorno e me ne lasciò una buona parte per terra. Fu un periodo fervido. Va da sé che battevo a macchina qualsiasi cosa: dalle risposte alle lettere al giornalino, fino alle ricerche scolastiche. I miei indici avevano messo su i calletti e con una sigaretta in bocca (che comunque non avrebbe tardato ad arrivare), un cappello con la scritta PRESS e un paio di bretelle avrei fatto comunque la mia figura.

La mia piccola continuò a starmi accanto fino alla fine delle medie. Poi, vuoi per la difficoltà a reperire i nastri, vuoi per praticità, fu sostituita dall’immancabile penna.

Ed è rimasta così per anni, sepolta a casa di mia madre a prendere polvere. Inutilizzata. E direi anche senza proprietà. La macchina sarebbe stata in realtà di mio padre, che però la lasciò a casa di mia madre (insieme a tantissime altre cose) quando se ne andò. Fu non troppi anni fa che mia madre mi chiese cosa volessi per Natale. E io, nostalgica e con un cuore vintage al 100%, gli risposi: l’antares.

E così la piccola tornò da me. Gli comprai un nastro nuovo (su ebay) e scrissi una lettera alla mia Ale, che era nel collegio travestito da nazione, al tempo, la Svizzera. Devo dire che dopo anni di tastiera fu la cosa più traumatica che potessi fare…

Beh, in ogni caso non voglio sapere di separarmene. Mi ricorda un periodo davvero felice, in cui il mondo sembrava dischiudersi per me, zeppo di possibilità.

Una cosa: ho poi avuto l’opportunità di seguire un corso di giornalismo all’università. Molto interessante, devo dire. E forse quella scintilla di interesse nei confronti della professione si era anche riaccesa.

A oggi sono davvero fiera di me di aver resistito a quell’impulso.

Credo che sarei stata una pessima giornalista, tutta tesa a raccontare verità scomode. Oppure, ancora peggio, a non farlo, passando la vita a sentirmi in colpa.

Il sole è calato. C’è una cena che aspetta solo di essere cucinata. Dopotutto è uno dei grandi eventi della giornata…

Il lato oscuro della Coronaquarantena

 

 

Stamani non ho intenzione di portarvi qui, a casa mia. Ma nelle case degli altri.

In questi giorni i social sono diventati, se possibile, ancora più attivi. Come dice l’Amico speciale, tutti a postare il pane fatto in casa e i figli che giocano a carte. Io compresa, mica mi voglio togliere dalla mischia. I miei profili social non rispecchiano quasi nulla di quello che sono, forse qualcosa di quello che appaio, ma no, non sono io in quelle foto. Credo di essere una dei tanti, i social sono solo vetrine dove abbiamo la possibilità di mettere quello che più ci piace di noi, solo quello che vogliamo mostrare.

Ma poi c’è il resto.

In mezzo a tutte queste foto di persone allegre e campi deserti non troviamo però quelle delle donne che, costrette a casa con i mariti, subiscono violenza.

La Casa della donna della mia Città stamani mi informava di aver ricevuto ben 65 telefonate in una settimana. 65. 65 donne che non sanno come poter tirare avanti, chiuse dentro una prigione, senza possibilità di fuga.

Ora, se state pensando alla violenza il primo pensiero che avrete sarà quello della donna presa a martellate dal marito. Beh, ecco, quello. E però molto altro. La violenza non è fatta solo di calci e pugni. C’è la violenza psicologica, quella economica, forse la più diffusa.

Non è passato molto tempo dalla volta che ho incontrato un’amica di mia madre. Era passata per prendere un caffè e far due chiacchiere, io e Little eravamo lì per caso. Mi chiede se sono sposata, io le do la risposta di rito: separata. Lei mi guarda un po’. Sorride. Mi dice che lo capisce, che non è la solita vecchietta che va in giro a diffondere il verbo della Sacra Famiglia. Che forse, se fosse nata in un altro tempo, il mio, avrebbe fatto anche lei quella scelta.

 

Ho passato tutta la mia vita al comando (ha usato questo esatto, di termine) di mio marito: lui ordinava e io obbedivo. Prima funzionava così, almeno qui. Appena sposata io stavo a casa e lui lavorava. Una coppia normale. Solo che i soldi li amministrava solo lui. Dalla sua busta paga, ogni settimana, mi dava i soldi per fare la spesa e alla sera controllava quello che avevo preso e quanto avevo speso. La mattina, mentre andavo a fare la spesa, mi capitava di passare davanti a un negozio di biancheria, magari. Vedevo delle belle lenzuola che avrei voluto comprare, o una coperta. Ma quando chiedevo dei soldi a mio marito per queste cose lui mi sgridava, dicendo che non avevamo bisogno di altre chincaglierie. Così io rinunciavo. E rinunciavo. Ma lui…lui non che non rinunciava. I soldi erano suoi, diceva, e ci poteva fare quello che voleva. Allora iniziai a pensare di cercarmi un lavoro. Ma lui non voleva. Chi avrebbe stirato le sue camicie? E chi avrebbe cucinato per lui? Mi sentivo in trappola. Non era certo questa la vita che sognavo una volta sposata. Ma ero debole. E, come tante di noi al tempo, mi sentivo senza alternative. Così ho vissuto gran parte della mia vita. E vivo così ancora oggi, con i miei figli che, oltretutto, mi disprezzano per quello che faccio. Perché ancora gli obbedisco.

 

Non ho potuto fare altro che ascoltare in silenzio. Io, quella donna, l’ho sentita.

Era violenza? Certo che sì. L’unica differenza è che ci sono stati tempi in cui queste cose erano comuni, tanto comuni da farti sentire nella media. E quindi dal farti desistere dal fare alcunché.

Che il matrimonio sia solo un atto di amore possono pensarlo solo le stupide Moon come me: per la maggior parte dei casi (grazie al cielo non tutti) è solo un contratto di affari.

Gli equilibri già instabili prima della Coronaquarantena oggi sono messi a dura prova. Le donne sono le più colpite (anche se certo non sono le uniche).

La cosa mi tocca tanto? Eh, sì, mi tocca  perché a modo mio ci sono passata. Perché anche io ho fatto quel numero rosa. E pur continuando a pensare che le croci si fanno con due pezzi di legno e che quindi la responsabilità sia stata anche mia che mi sono messa in condizione di subire, non posso fare a meno di pensare che non tutti possono trovare la forza, non a tutte può scattare quella molla. Se la mia non fosse scattata sarei ancora lì. E in questi giorni la mia vita sarebbe stata un inferno.

 

Un segno invisibile e mio (cit.)

post 192

 

 

 

Prefazione postfatta:

Devo dire che tutti questi ricordi sono assai poco piacevoli. Il mio masochismo sta forse buttando benzina sul fuoco? Oppure è necessario ricordare e mettere in ordine i pensieri, proprio ora che ne ho il tempo?

Scrivere non serve forse a questo, a rimettere in fila i pensieri?

La prefazione postfatta è zeppa di domande… ai posteri eccetera eccetera

 

Spesso mi fisso a pensare, ecco da dove vengono i ricordi, sono circondata da questi, qui chiusa.

Fisso il mio personale centrotavola. È qui da prima di me, anche se l’ho comprato io, un lunedì mattina all’Ikea con Ale. La mediatrice familiare (quella stronza a cui ancora vorrei tirare il collo) mi aveva detto di aspettare a dare comunicazione a Little Boss della separazione. Avrei prima dovuto: A) cercarmi un lavoro; B) cercarmi una casa; C) preparare la notizia insieme al mio ex, di comune accordo.

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui ho comunicato al mio ex che volevo lasciarlo (definitivamente, stavolta, niente Una pausa a casa di mia madre per una settimana, come era successo 5 anni prima). Era il primo maggio, un giorno caldo, c’era il sole. Ci siamo trovati (udite udite) fuori dal Ristorante che poi mi avrebbe assunta. Ricordo di aver preso una lattina di coca, lui una birra. Ho cercato di dirgli quello che gli ripetevo da anni (%, per l’esattezza), che non ce la facevo più, che vivere con lui era diventato impossibile, che non lo amavo più, che non c’era speranza di ricostruire un rapporto (sa solo il cielo se ho provato di tutto), che separarci era l’unica soluzione, per me, per stare bene. Quante parole buttate al vento. Lui ha solo incamerato il messaggio (ti lascio) e, se già gli stavo un po’ sulle balle anche prima, da lì ha iniziato a bruciare il suo odio.

Beh, da quel primo di maggio, grazie alla mediatrice, avrebbero dovuto passare altri 6 mesi prima che io potessi andarmene da casa sua. Ecco, di quei mesi ho dei ricordi piuttosto confusi, devo dirlo. Vivere con una persona che ti odia e che tu non ami più, nello stesso letto, mangiando alla stessa tavola. Un vero incubo. Ma dovevo tener duro, a quanto diceva la mediatrice ne andava della felicità di Little Boss. Ho tenuto duro, ho sopportato tutto (certo poi ogni tanto crollavo, ricordo una sera, già lavoravo al Ristorante, che a fine turno iniziai a piangere, così, mentre asciugavo i bicchieri; e il mio Boss era lì: imbarazzante ancora oggi a ripensarci) e alla fine, trovato il lavoro, ho trovato anche una casa: questa. L’ho trovata per caso, mentre andavo con Ale a vederne un’altra, è stata lei a indicarmi il cartello, è stata lei a dirmi: chiama. Io l’ho vista e amata, sin da subito. Certo, il mio buchetto è carino, va detto, molto curato per essere così piccolo, al tempo, per una come me (lavoro precario- il contratto sarebbe arrivato solo dopo due mesi- e zero soldi in tasca) rasentava la perfezione.

Mi mancava tutto, però, o quasi. Qui avevo i mobili (lavatrice e lavastoviglie comprese), ma tutte le mie cose, dalle coperte ai piatti, dovevo lasciarle a casa del mio ex.

Ed ecco che un lunedì mattina io e Ale siamo partite con una lista piuttosto lunga e una macchina (la mia) piuttosto piccola. La missione doveva inserirsi nello spazio della scuola di Little Boss (sempre grazie ai consigli della mediatrice).

Al reparto candele ho visto questo. Ci ho comprato tre candele da piazzarci sopra e ho infilato tutto nella borsa blu (avete fatto caso che più roba mettete in quelle borse e più roba ci va? Sembra la borsa di Mary Poppins). Siamo tornate giusto in tempo per caricare tutto e filare a scuola a prendere la piccola.

Quindi, verso settembre, avevo ormai il punto A) e il punto B). Ma mancava il punto C). Il punto C) è stata lo scoglio più grande. Ci sarebbero voluti quasi due mesi ancora. In questi due mesi ho pagato il mio affitto e venivo qui ogni tanto per sistemare. Insieme a un amico ho addirittura riverniciato le pareti (ogni stanza ha un colore diverso, non è stato facilissimo). Qualche serata l’ho passata qui con Ale (nottata, più che altro, venivamo qui alla fine del mio turno e al tempo lavoravo solo la sera). Appena aprivo la porta il profumo di quelle tre candele mi faceva sentire a casa. Era qualcosa di indiscutibilmente mio. E solo mio. Sentirsi a casa non è certo una questione di luogo, ma di sensazioni, di affetti, di emozioni. Quelle stupide candele riuscivano a darmi questo, riuscivano a farmi sentire giusta, mi davano la forza di andare avanti. Mi dicevano: siamo qui e ti aspettiamo.

Quanta forza hanno gli oggetti. Tanta quanta noi riusciamo a dargliela.

Le candele ormai sono bruciate, insieme alle mie paure (quasi tutte). Resta questo centrotavola, dove comunque infilo un incenso dietro l’altro. Mia madre dice che tutte le mie case profumano nello stesso modo. Io invece sono certa del contrario.

Qui c’è sempre profumo di buono: un segno invisibile e mio.

Videoregistratore, Tv, Libri Scadenti (e altre cose divertenti che non farò mai più)

post 191

 

 

Facendo ancora un passettino in avanti (qui si deve procedere a passettini, la casa è minuscola), in Casa Moon, vedrete senza dubbio una delle migliori amiche di questa forzata clausura: la televisione.

Ora, magari vi potreste chiedere che storia può mai raccontare un oggetto così comune. La mia peraltro è quasi più piccola dello schermo del mio computer.

Il mio rapporto con la tv è cambiato nel corso degli anni.

Sono nata nel ’78 (è vero che le donne non dicono la propria età eccetera, ma la mia età è nella premessa di questo blog, quindi…) e la mia infanzia, per ovvie ragioni cronologiche, si è spalmata in tutti gli anni ’80. A casa avevamo una tv a colori (non se ne trovavano moltissime) con, addirittura, un telecomando. Era piccola e cicciona, gli apparecchi con il tubo catodico erano così: simpatici oggetti da compagnia. Nonostante io passassi molto tempo a fare quello che fanno di solito le bambine, colorare, (Gesù, quanti alberi innocenti ho massacrato quando ero piccola!), leggere, scribacchiare sul mio primo diario (che, indovinate? Si chiamava Kitty… che fantasia!), giocare con mia sorella (una cosa che spesso finiva in rissa) me ne restava comunque moltissimo per inebetirmi davanti allo schermo. I cartoni animati non erano contingentati come adesso, c’era la fiera del manga splatter su qualsiasi RTV38 del caso. Io succhiavo tutto come un’ape, impollinando poi la mia fantasia. Crescendo ho solo cambiato programmi. Se una mattina ero malata c’erano tutti quei telefilm (sì, prima le serie tv erano telefilm) che adoravo: Supercar, Manimal, il mitico MacGyver…una lista infinita. Il pomeriggio invece, prima e dopo BimBumBam, Genitori in Blue Jeans, i Robinson… chi più ne ha più ne metta. (A tarda notte- per la me di allora e devo dire anche per la me di ora- i Visitors: quello lo potevo guardare di rado…mi spedivano a letto dopo il telegiornale).

Quando ho compiuto 8 anni in casa mia è arrivato il videoregistratore. Cavoli, l’oggetto più sfruttato di tutti i tempi. Io e mia sorella guardavamo, registravamo, facevamo a gara a chi toglieva meglio le pubblicità stoppando nel momento esatto (alla fine spesso una delle due capitolava nel sonno e la fine dei film era una costellazione di spot). Avevamo imparato a memoria le battute dei nostri preferiti: La spada nella roccia, I Goonies, La storia infinita, I Ghostbuster…

La mia adolescenza è proseguita così, mutando solo i telefilm (Beverly Hills, Twin Peaks) e i film (Die Hard, Ghost). Con il mio primo ragazzo facevamo notte a riguardare qualsiasi cosa, pop corn e coca cola alla mano.

Ho continuato a coltivare la mia passione (dipendenza?) così per anni. Poi, quando già stavo con il mio ex, ho scoperto…Sky. Beh, all’inizio l’ho adorato, devo dirlo. Serie tv (erano già state rinominate), film, documentari, cartoni animati: onnivora e bulimica. Mi sono vista veramente di tutto. E di più.

Fino a che, come era immaginabile, ho fatto il pieno. Ricordo che Little Boss aveva più o meno 3 anni. E io, da un giorno all’altro, ho deciso che ero stufa. Non chiedetemi cosa è scattato nel mio cervello. Ho semplicemente deciso che basta, non avevo più voglia di guardare le vite degli altri. E da allora ho iniziato a vivere la mia? Sia mai! Ho iniziato a leggere le vite degli altri in maniera altrettanto compulsiva e bulimica. Se nasci limone non diventi arancio.

Ma per i libri non sono arrivata al pieno. I libri (uno in particolare) mi ha portato dritta dritta a pigiare tastini su un minuscolo Netbook e a tentare di scrivermele da sola, le storie.

Ma sto, come al solito, divagando.

Insomma, ho spento la tv. Non l’ho quasi guardata per anni. Il quasi si riferisce a qualche telegiornale e a pezzi di cose che guardava il mio ex.

Il punto è che quando mi sono trasferita qui non avevo intenzione di comprare una tv. Avevo pochi soldi e spenderne per un oggetto che reputavo poco utile…

Certo, c’era Little Boss, una novenne. Ma con lei riuscivamo a sbarcarcela con qualche video su You tube e poi, da brava Radical Chic, non era forse meglio non averla, la tv?

Beh, è qui che entra in campo il mio Capo. Dopo un mesetto invitai lei e tutti i miei colleghi qui, per una cena piuttosto informale (che qui significa in piedi, non avevo abbastanza spazio e neanche abbastanza sedie) tutti tesi a festeggiare il mio nuovo buco…cioè, appartamento. Ed eccola che arriva con un regalo per Little Boss. Eh sì, una televisione.

All’inizio, siccome la tv nuova era di sua proprietà, decidemmo di metterla nel soppalco, di fronte al letto. La tv restava spenta quasi sempre. A volte decidevamo di guardare una serie tv insieme (Flash, al tempo) e allora andavo io su da lei, ci mettevamo entrambe sul suo letto, ma una piazza per due era davvero scomoda. Decidemmo quindi di traferire la tv in camera mia e con un letto a due piazze ce la siamo cavata bene per un po’. Non ne guardavamo tanta. Poi sono passati gli anni. Non ricordo esattamente quando ho spostato la tv in soggiorno(scusate l’eufemismo), so solo che (e la cosa è davvero molto divertente) per poterla guardare bene ho dovuto metterci sotto dei libri, per poterla rialzare. E sei libri belli grassi (e direi quasi tutti inutili) sono ancora lì sotto (non catalogati). Sembra quasi un riassunto di questa storia.

Nonostante la nuova posizione il mio rapporto con lo schermo è ancora altalenante. Detesto guardarla da sola (anche se a volte capita, soprattutto di recente).

Credo che in vecchiaia ci farò pace. Sarò come mia madre, che la tiene sempre accesa per farle compagnia.

Sarebbe decisamente meglio un tir di gatti

 

 

Omnia Vincit Amor

post 190

 

Ieri sera ho ceduto anche io. Mi sorprende, anzi, che non sia successo prima e devo dire che mi ha fatto pure bene. Sarà stata la solitudine di questi giorni, le sere senza Little Boss non sono le stesse; sarà stato il mal di denti che ora inizia a farsi notare; sarà stata la notizia della cassa integrazione. Ma forse il mio cervello alla fine doveva soccombere alla paura. E così alle otto in punto, mentre io e l’Amico Speciale ci mandavamo messaggi un po’ inutili, ho iniziato a piangere come se non ci fosse un domani. Forse proprio per la pura del domani, in effetti. Sono rimasta lì per venti minuti buoni a produrre liquido lacrimale, singhiozzando. Sono solo 12 giorni, mi ripetevo, come farò ad arrivare alla fine? Che non so nemmeno quando sarà, la fine?  Nel caso specifico credo che la mia natura di Programmino ne risenta alquanto.

Ma ok, alla fine ho smesso di frignare, mi sono lavata il viso e mi sono buttata sul divano davanti a un film abbastanza insulso, ma che mi ha aiutato a distrarmi.

Ed ecco che stamani in effetti mi sono svegliata meglio. Non direi più ottimista (anche se mi sono lanciata in messaggi positivi sin dalle prime luci dell’alba, cercando di rincuorare alcuni colleghi ansiosi), ma almeno un po’ meno larvarispetto a ieri.

Ho messo in pratica il mio personale Feng Shui, ripulendo la casa da cima a fondo ed eccomi qui a mostrarvi un altro oggetto che vedrete di sicuro appena varcate la soglia.

All’inizio della mia vita in solitaria ero piuttosto confusa, come ho già scritto. Ritrovare me stessa e tutto il resto. Non credo di esserci ancora riuscita appieno. Ma quello che sapevo era che, dopo anni di repressione, avevo un gran voglia di fare come mi pare. Non avevo mai vissuto da sola, intendo senza qualcuno a cui dar conto. E all’improvviso mi sono ritrovata in questa condizione una settimana sì e una no. All’inizio l’affido della piccola era stato deciso seguendo le indicazioni di un mediatore familiare (tornassi indietro le sparerei, ma cosa fatta…). Insisteva sul fatto della bigenitorialità, un nuovo sistema di affido riconosciuto dal 2006, che ho poi scoperto non applica nessuno nessuno. Ma mica sono un avvocato, io. Mi sono fidata delle sue parole e così abbiamo fatto un piano che sulla carta funzionava benissimo. Certo, avrebbe funzionato se il mio ex non si fosse bevuto il cervello. Letteralmente. Ma questa è un’altra storia.

All’inizio il fatto di non avere con me la piccola tutte le notti mi faceva sentire strana. Come se non stessi vivendo la mia vita. Poi dallo strano sono passata al depresso. Non riuscivo proprio a collegarmi con quel nuovo stile di vita, seguivo le indicazioni del mediatore, ma non funzionava nulla. Ho ingoiato una discreta quantità di letame per diversi anni, devo dire. Ale mi ripeteva che ce l’avrei fatta, che avevo passato di peggio, che poi quando Little Boss fosse cresciuta si sarebbe resa conto da sola. Ma intanto io non potevo parlarle di ciò che stava succedendo, dovevo farle vivere questa fase il più naturalmente possibile.

Io, invece, di naturale per me facevo ben poco. Vivevo il tempo con lei con un attaccamento morboso, sempre a farle fare qualcosa, a chiederle come stava, a chiederlo a tutti quelli che la vedevano Come vi pare la stia prendendo? Vi sembra tranquilla? Parla mai della cosa quando non ci sono?

Ho cercato di rendere questa casa anche un po’ sua, coinvolgendola in qualche lavoretto, come la sua libreria fatta di cassette di legno colorate, e cercando di farla giocare il più possibile. Volevo renderle questo posto speciale, un po’ magico, divertente. E così un pomeriggio sono uscita con lei, sono andata in un negozio e ho preso un cestino chiuso, una carrucola e una corda. Ho attaccato tutto alla ringhiera del suo soppalco e abbiamo iniziato a scambiarci oggetti da su a giù e viceversa.

Il gioco non è durato molto, sono onesta, ma se penso ai primi tempi della mia nuova situazione il cestino la fa da protagonista. È stato il primo momento in cui mi sono sentita più rilassata, più collegata a lei. è stato il primo momento in cui ho pensato che le cose, alla fine, si sarebbero davvero aggiustate. È stato il momento in cui come mantra mi sono ripetuta Omnia vincit amor. Meno ansia, quindi, e più amore.

Alla fine la storia mi ha dato ragione.

Lar doce lar

post 189

 

 

Io non sono una scrittrice, ormai è cosa nota. Scrivo, e basta. Scrivo perché me lo dice il cervello, anzi, quel piccolo neurone che si aggira solitario come una particella di sodio nell’acqua Lete. E non sono capace di scrivere storie grandiose, di inventare mondi, alla Tolkien, di uccidere persone in modi inimmaginabili come King, di parlare di montagne come Cognetti. Sono solo capace di scrivere della mia vita, da perfetto dilettante come ho sentito dire una volta a una presentazione del libro di un amico. Ancora oggi quel tipo mi sta sugli zebedei, devo dirlo, ma ammetto che ha ragione.

Con questa quarantena devo restare ferma e buona in casa. Una casa piuttosto piccola, oltretutto. Allora mi fermo un attimo e mi guardo attorno: sono circondata di oggetti. Le case straripano di oggetti che raccontano delle storie. Potrei quindi iniziare dalla porta di casa. Non il portone, quello che si apre un giorno sì e uno no, come se avesse il ciclo (anche se il mio Doc è sicuro di aver capito il problema e di poterlo risolvere, Dammi una zeppa di legno, la metto qui… e mi ci è voluto un po’ a fargli capire che avevo in casa una bambina malata e che non lo volevo come falegname ma come medico), ma la porta rossa che regala l’ingresso in questa mini moonrealtà.

Lar doce lar, ovvero casa dolce casa, in Portoghese.

Ero qui da poco più di due mesi quando mio padre mi ha regalato il mio primo viaggio da sola. Aereo, albergo, tutto compreso. Ti serve una vacanza da sola, adesso, ha detto. Avevo lasciato il mio ex da poco, avevo lasciato il lavoro, la casa, tutta una vita costruita in quindici anni mollata lì come un vecchio peluche durante un trasloco. La mia, manco a dirlo, non è stata una decisione facile, tutt’altro. All’inizio, diciamo, ero piuttosto stordita. Dovevo ricostruire tutto daccapo, soprattutto me stessa.

Non avevo mai viaggiato da sola in 36 anni. Chiamai uno dei miei amici, l’Attore, e gli parlai del viaggio.

Dove vai?

Lisbona

Wow! Una città bellissima!

Lo so…

Quando si viaggia da soli arriva sempre un momento in cui hai un calo, una specie di down, qualcosa tipo Voglio tornare a casa.

Non avevo mai sentito parlare del down del viaggiatore solitario, ma lui aveva viaggiato molto più di me. Mi fidai.

Il giorno della partenza mi feci accompagnare all’aeroporto. Avevo un po’ di strizza, ma anche un’eccitazione che sembrava quella che accompagna un debutto in società: nonostante fossi già madre, avessi già vissuto da grande per tanto tempo, mi sentivo una bambina che sta per entrare nel mondo degli adulti.

Devo dire che Lisbona mi è rimasta nel cuore. Mi sono rimaste nel cuore le strade, le finestre, l’Alfama e Belèm, il museo di arte antica, il museo Gulbenkian (eh sì, io adoro i musei, adoro il fatto che se ne stiano fermi lì e che aspettino solo una come me che vada a esplorarli, posso guardare tutto con il mio passo e immergermi in un mondo altro), le deliziose Pastel de nata , l’elevator de Santa Justa, e Sintra, diamine!, Quinta da Regaleria è il posto più bello e inquietante che io abbia mai visto, specie in un giorno di pioggia (ne ho beccati tre su cinque, di giorni di pioggia). E poi la Casa di Pessoa, il mio grande idolo, che per leggere Il libro dell’inquietudine ci ho messo due anni (troppo Pessoa tutto insieme può condurre al suicidio), ma la sua poesia mi accompagna giorno dopo giorno.

Devo dire che non ho avuto nessun down. La mattina mi svegliavo presto, ripassavo il programma giornaliero (oggi vedo questo, vado qui, poi prendo il tram e mi sposto qui…, questa sono io quando viaggio, non amo perdermi, sono una programmatrice meticolosa), iniziavo a camminare e non mi fermavo mai fino alla sera, verso le sette, quando tornavo (un po’ disfatta, nevvero) all’albergo dove cenavo con un panino e una birra, addormentandomi sul Bar delle grandi speranzedi Moehringer.

Alla fine del viaggio avevo tanti opuscoli, tante foto, qualche ninnolo da regalare e il desiderio di non dimenticare nulla di quel viaggio. Pare che i viaggi, storicamente e narrativamente, siano una metafora della vita, Ulisse docet. Vorrei poter dire che in quel viaggio ho avuto grandi rivelazioni che mi sono tornate utili in futuro, ma non sarei onesta. Però una cosa l’ho capita. È bello viaggiare per poter poi tornare a casa. Un viaggio senza ritorno non è un vero viaggio. Non per me, almeno.

Ed ecco quindi che questo cartello, Casa dolce casa, mi ricorda che la costante ricerca di me stessa è importante, ma solo se poi restituisco i risultati a chi amo.

Intanto, quindi, siete entrati in Casa Moon.

Tokyo blues? No, Tokyo Style

post 188Sto bevendo un’orribile tazza di orzo. Stanotte ho fatto una pausa di due ore, dalle 2 alle 4, rigirandomi tra le lenzuola in attesa di una rivelazione che, si sa, di notte non arriva mai.

Ho ancora questa orribile sensazione addosso, di disordine. Penso alle cose più assurde, tipo E se mi venisse una trombosi? Chi dovrei chiamare? Oppure, E se perdessi il lavoro?

Tra le mie elucubrazioni non c’è mai il E se prendessi il virus? Sarà una sindrome da superdonna. In ogni caso a proteggermi da domani ci sarà la tanto attesa mascherina. L’introvabile per eccellenza mi dovrebbe venire recapitata a casa entro oggi. Un gentile presente del sindaco del mio paesello, un uomo che, nonostante tutti gli diano contro, io ammiro. Oddio, ammiro…magari non mi dispiace, ecco. E non solo perché mi farà uscire di casa in Very Tokyo Style, ma anche perché è prodigo di regali e contributi per le Famiglie con Disagio Economico (God save the ISEE), tra cui, ovvio, io rientro a pieno titolo. Ho letto moltissimi post su Facebook in questi giorni che lo hanno dichiarato un Sindaco Invisibile. Al contrario dei suoi colleghi dei paeselli vicini non ha fatto tanto rumore per ogni caso di Coronavirus nel comune, non ha sollecitato con messaggi Whatsapp a non andare a fare asparagi*, non ha fatto video conferenze su Youtube, insomma, è rimasto un po’ nell’ombra. Eppure ecco che scuce soldi per darci le mascherine e io non capisco perché dover essere critici a tutti costi. Sarà che io qui ci sto da 5 anni soli…

Quindi eccomi qui che aspetto l’evento della giornata, un tizio del comune che mi recapita una mascherina. Se me lo avessero detto solo qualche settimana fa…

Mi sembra che la mia vita non solo vada a rilento, ma sia anche in un certo qual modo appiccicosa, come se mi muovessi in un’enorme caramella mou. Senza contare che perdo il senso del tempo e, ad esempio, ieri non mi è mai venuto in mente che era il 19 e quindi la festa del papà. Me lo ha ricordato mio padre (ebbene sì) ieri sera mandandomi una foto delle zeppole. L’ho chiamato al volo.

Scusa scusa scusa… ma tu non eri a dieta?

E infatti le zeppole sono solo nella foto

Ah. Quindi, oltre alla clausura forzata, oltre alla dieta durante la clausura forzata, ti fai venire pure le voglie guardando deliziosi dolci che non puoi mangiare?

Da qualcuno l’avrò preso il mio sottile masochismo, penso.

E va detto che sto usando tantissimo il telefono in questi giorni. Pare l’unico modo per non restare isolati. Quindi giù a postare foto (di casa) sui social e giù a videochiamare anche il cucciolo (di cane) di mia madre. La cosa terribile è che mi sto rendendo conto che sento tantissimo i miei (dovrò disintossicarli un po’ alla volta, sennò quando rientro a lavoro sono cazzi). Un giorno mia madre, il giorno dopo mio padre. Ci scambiamo dubbi, paure, poi terminiamo con qualcosa di leggero: Hai visto quel video dove lei fuma il sigaro e lui fa l’uncinetto? Ahahaha. No? Te lo mando. E va detto che questo Coronavirus rende prolifici un po’ tutti, i video e i meme (alcuni molto divertenti) non hanno mai fine, ne ricevo a dozzine. Della serie Ridiamoci su.

Anche se con il passare dei giorni il sorriso sta un po’ svanendo. Sarà rimpiazzato dalla mascherina…

 

*Non so in che comune, ma pochi giorni fa due arzilli vecchietti sono andati nel bosco a fare asparagi. Già l’idea non era geniale di per sé, ma i due si sono anche divisi (Tu vai di qua e io di là, che così troviamo più verzura!). è successo che la vecchietta si è persa. Lui non ha chiamato subito i carabinieri, si vede aveva paura della multa, così ha lasciato che la sua dolce mogliettina dormisse nel bosco tutta la notte. Che maritino premuroso! Un esempio da seguire. Il giorno dopo però è stato costretto, ovvio, a chiamare le autorità, che gli hanno prontamente rispedito a casa la moglie. Insieme alla multa.

E poi si dice dei giovani…

 

 

Lo Spurgo, la CV e il Fermaporta

post 187

 

 

La botte dello spurgo ce l’ha con me. Ormai è ufficiale.

Ricordate qualche tempo fa? Ero appena tornata a casa dopo un lungo turno e mi stavo preparando un pranzmerendcena? Un ottimo riso al pomodoro. Ecco che poi arriva la botte dello spurgo a farmi passare la fame…

Ed ecco che stamani è lo stesso.  Per consolarmi della mia futura solitudine nel weekend (Little Boss lo passerà da suo padre e io e l’Amico Speciale abbiamo deciso, in modo molto sofferto, di non infrangere le regole e di non vederci affatto, chè lui va comunque in giro per l’Italia e se poi ha preso il virus e me lo passa e io lo passo a Little…insomma, siamo responsabili, il che mi inquieta assai, esserlo dico, ma si vede è un progresso che si fa con gli anni, chi lo sa)ho deciso di cuocere due brioches (surgelate) per profumare la casa di colazione e dare a Little un ottimo risveglio. Verso le 8 i profumati cornetti sono pronti e non mi resta che attendere che si freddino. Nel frattempo decido di venire qui per sgranchirmi le dita scrivendo un’altra inutile pagina di questo diario virtuale. Ma il pc è bloccato. La mia Colf Virtuale, CV,  (un programma che si chiama CleanMyMac)mi sta dicendo che devo fare pulizia. Cioè, che la deve fare lei, e allora ok, analizziamo il sistema, disinstalliamo applicazioni, cancelliamo il superfluo. CV sa cosa fare meglio di me. Il che mi richiede un po’ di tempo, ma ora ne ho da vendere, quindi aspetto.

Ed ecco che da fuori arriva lui. L’odioso omino dello spurgo. Attacca il suo tubo e inizia a succhiare liquami spargendo il puzzo in ogni angolo della casa e vanificando la mia operazione Casa che profuma di colazione.

Little Boss si sveglia e dice: ma che è ‘sta puzza?

È il mio amico, le faccio, l’uomo che aspetta che io sia in casa (pensa che per mesi ci sono stata solo per dormire), che io prepari qualcosa di buono da mangiare e poi arriva a godersi la mia disfatta.

Lei non capisce, mi guarda con aria assonnata, Sono delle brioche, quelle?,chiede, e poi fa colazione come se nulla fosse.

Amo questa cosa di noi: quando per me esiste un problema, lei minimizza, e lo stesso faccio io. Abbiamo delle lenti sui problemi diametralmente opposte e questo ci salva spesso la giornata.

Resta il fatto che sono già le nove e devo decidere quale sarà il mio prossimo progetto. Per una settimana ho timbrato, etichettato e catalogato libri sul Mac. E ora ho finito. Ho 711 tomi al mio attivo, tre ancora da catalogare (perché sono arrivati ieri indovinate quando? Esatto, appena ho riposto etichette e timbro) e due ancora da ricevere. Ho già terminato il libro che ho iniziato ieri e sto pensando seriamente di iniziare il famoso Fermaporta: Infinite Jest. Potrebbe tenermi impegnata per un po’.

Siamo all’ottavo giorno di reclusione.

Guardo un film dove la gente si bacia o si abbraccia e mi viene da dirgli: No! Non fatelo! A un metro di distanza!

Sto impazzendo…

 

Storia di Wonderland

post 186

 

Ho passato un inverno piuttosto duro. Da settembre (mi) ero oberata di impegni e ho passato intere settimane a lavorare (anche dieci ore) e passare il resto della giornata a scorrazzare su e giù con Little Boss: corso di chitarra, yoga, canto, palestra due volte a settimana, il club del lettore… insomma, non avevo tempo per niente, ma soprattutto vivevo la mia vita come una maratona che dovevo vincere per forza.

Verso Gennaio ho cercato di staccare un po’ la spina, riuscendoci certo, ma lo stress e il nervosismo non sono passati del tutto. Aspettavo le ferie, che di solito facciamo a Febbraio. Ma quest’anno il mio Capo ha deciso di regalarci(mi) Wonderland, ovvero un laboratorio più grande dove lavorare. La storia di Wonderland è presto detta:

C’era una volta un Capo che aprì un Ristorante e si creò un laboratorio su misura. Lavorandoci da sola non aveva bisogno di molto spazio, senza contare che sapeva di poter fare solo alcune cose in autonomia. Passarono gli anni. Il Capo vide che i suoi prodotti andavano a ruba e decise di ampliare la gamma dell’offerta. Ma iniziò ad essere stanca di fare tutto da sola (giustamente). Ecco che in quel frangente arrivo io. Io e il Capo avevamo già lavorato insieme anni prima, ci conoscevamo ed eravamo piuttosto amiche. Nonostante le difficoltà del momento (mio)che forse un giorno racconterò, decide di assumermi. Almeno così mi riposo un po’, disse. Ma il Capo non è fatto per riposarsi, non ce l’ha nel DNA la parola riposo, e assumermi non fece altro che farla provare a fare sempre più prodotti, sempre più cose in autonomia. Io e il Capo riuscivamo ancora a destreggiarci nel vecchio laboratorio, nonostante lo spazio ridotto. Ma il lavoro, menomale, aumentò. C’erano giornate in cui era quasi impossibile per noi due riuscire a soddisfare la richiesta. Ed ecco che arriva il nostro amico Osaro. Osaro impara in fretta, riesce quasi a sostituire il Capo, che adesso può dedicarsi (manco a dirlo) a nuovi prodotti in autonomia. In pochi mesi riusciamo a distribuirci i ruoli: ognuno di noi si occupa di una gamma di prodotti con risultati davvero soddisfacenti. Ma. Ma, ovvio, nel piccolo laboratorio non c’entriamo più. Ora siamo in tre e si gioco da una parte al contorsionismo (abbassati che butto la teglia nel forno!), dall’altra ci litighiamo le attrezzature (ehi, l’abbattitore serviva a me, ORA!). Il Capo si rende conto che andare avanti così è impossibile: non abbiamo posto per stoccare tutta la roba che produciamo ed è impossibile farla giorno per giorno (anche se alla fine è proprio quello che facciamo). Per il mio compleanno, un po’ scherzando un po’ no, chiedo al Boss, il marito del Capo, un banco tutto mio sul quale lavorare. Il Boss dice che butterà giù lui il muro, Tranquilla, mi fa, piano piano la convinciamo, il Capo. Beh, alla fine il Boss ha potuto fare poco perché il Capo aveva già deciso. E allora ecco i pomeriggi passati con il progettista, tutti e tre chini sul nuovo progetto di Wonderland. Io lo vedo e già sbavo: nuove attrezzature, tanto spazio che puoi pure pattinarci lì in mezzo, ma soprattutto,un banco tutto per sé (scusate la citazione Woolfiana). Passano due mesi e le cose si fanno complicate: permessi, ordini, il prezzo finale lievita, non c’è modo di abbassare i costi se non riducendo i macchinari, tutti indispensabili. Il Capo sta pensando di rinunciare. Troppi soldi, devo pagare dieci persone che lavorano qui, ho paura di non farcela. Io la capisco, sul serio, ma penso a quanto potremmo guadagnare riuscendo a ottimizzare il lavoro, cerco di farle capire (con la diplomazia che mi contraddistingue) che è un investimento che vedrà nel tempo, ma un investimento giusto, ma il Capo ancora tentenna. Ed ecco che arriva l’esercito che cambierà tutto: i cavalieri dell’ASL. Un bel controllo a sorpresa, una mattinata a guardare gente con tutte e mascherine (un presagio di quello che accade adesso) che infila il naso in frigoriferi, scatole eccetera. Ovvio che tutto il casino lo trova nel minuscolo laboratorio. Fate troppi prodotti in uno spazio ristretto, decretano. Non credevo che i cavalieri dell’ASL fossero persone assennate, li ho sempre visti come vampiri sputamulte, ma stavolta li amo, li adoro. Così il Capo gli mostra il progetto. I cavalieri annuiscono felici, Ok, fate i lavori e poi torniamo a dare un’occhiata, Niente multe, nemmeno uno scappellotto. E ora il Capo è costretto a fare Wonderland. Siamo però già a Gennaio. Dopo un paio di giorni veniamo a sapere che prima di fine Febbraio non riusciremo a iniziare i lavori. Ok, ferie a Marzo, penso. Poi si passa a inizio Marzo, poi si va al dieci. Queste ferie non arrivano più. Ed ecco che in questa fiaba arriva l’Apocalisse. Incredibilmente riusciamo a chiudere solo un giorno prima del decreto, giusto in tempo con l’inizio dei lavori. Che fortuna. Per il lavoro, dico.

E quindi nulla, ora una schiera di muratori sta costruendo Wonderland, proprio mentre scrivo, subiranno qualche ritardo, credo, ma i tempi erano comunque lunghi. Riapriremo in piena crisi (di turisti, con i quali lavoravamo molto), con i debiti e una moltitudine di persone spaventate. Ma sono ottimista, io. Credo nel progetto. Sono sicura che Andrà tutto bene, anche senza fare striscioni.

Certo, all’inizio mi girava un po’ perché sono costretta a passare le mie uniche ferie dell’anno confinata in casa. Avevo anche già un biglietto per questo venerdì per andare da Ale, nel paese dei folletti, mi ero organizzata con amici per andare a Torino qualche giorno con Little Boss, avevo detto all’Amico Speciale che avremmo sfruttato quel buono alle terme che mi hanno regalato per il compleanno. Dopo un inverno duro avrei tanto voluto godermele, queste ferie, staccare un po’…

Ma va detto che, dopo una settimana, me ne sto facendo una ragione. È proprio vero che ci sia abitua a tutto

L’amore ai tempi del Coronavirus

 

 

img_2324

Stanotte non riuscivo a dormire. Nulla di strano visto che non mi muovo per tutto il giorno, il mio corpo non si stanca, il cervello invece non ne vuole sapere di spegnersi quando è il suo momento.

Sulle passeggiate ho già discusso, non mi resta che continuare a catalogare i miei libri.

Oggi sarà il secondo giorno, per me, di estrema solitudine di questa quarantena. Oggi Little va da suo padre. In questi giorni ho vissuto la convivenza forzata con il sorriso un po’ tirato, Little ascolta la sua musica ad alto volume, piange e si lamenta quando guarda un film triste in camera sua, mi interrompe sempre quando sto telefonando, mi chiede di farle, darle, passarle qualsiasi cosa. Ma essere sola…

L’Amico Speciale continua a lavorare. E non sta nel mio comune. L’amore ai tempi del Coronavirus è duro, non possiamo vederci, ci vidoechiamiamo, ieri sera a un certo punto mi ha guardata in quel modo, capita di rado ma non troppo, mi ha guardata come se fossi la cosa più bella che lui abbia mai visto e avrei voluto un abbraccio, un bacio. Continuiamo a parlare di questa cosa, dell’isolamento, di cosa succede alla tizia che va a fare la spesa al supermercato di un altro comune, di chi è in quarantena e di chi si affaccia alla finestra per giudicare il passeggiatore solitario, additandolo sui social. Continuiamo a parlare di questo, eppure in ogni nostra frase c’è qualcosa che aleggia al di sotto, un sottile senso di malinconia che riguarda solo noi due, qualcosa che, trasformato in parole, potrebbe essere: ehi, ma ti ricordi l’ultima volta che siamo usciti a cena fuori? Abbiamo mangiato quel sushi caro come l’oro, per festeggiare la chiusura del tuo contratto, non c’era quasi nessuno tranne il cuoco giapponese gentilissimo (come tutti i giapponesi) e una bottiglia di vino, e abbiamo parlato di noi, ci siamo detti che ci vogliamo bene, che ci teniamo a questa cosa, abbiamo fatto il punto, parlato delle difficoltà, del tuo desiderio di vivere con me, di Little Boss che ha bisogno di me ancora per poco, della mia difficoltà a fare le cose in fretta, ti ricordi quando mi hai stretto la mano sopra al tavolo e mi hai guardato e ti sei trattenuto dal fare l’ennesima battuta scema, come fai sempre, l’ho visto lo sforzo, volevi essere serio, e mi hai detto che sei un uomo fortunato?

Ecco, c’è la voglia di tornare lì, in quel sushi bar, con quel cuoco gentilissimo, in ogni nostra frase.

Chissà se questo virus vuole farmi capire qualcosa. Forse vuole che mi dia una mossa, che la smetta di perdere tempo a proteggermi, che viva davvero la mia vita. Per una come me sempre proiettata al futuro vivere il momento presente è cosa difficile.

O forse ho dormito davvero troppo poco e ho solo bisogno di una doccia…