Di madri in fieri e pensieri inutili

post 90

 

Lo Shogun mi ha portato una cosa, un prestito, qualcosa che mi permette di usare la mia Reflex che avevo lasciato a prendere polvere accanto alla macchina da scrivere (un’Antares, non è un’Olivetti lettera 22, ma mi accontento). E allora sono giorni che fotografo bicchieri, Little Boss, libri, muri, tutto ciò che non si muove in questa casa credo di averlo fotografato. E siccome non mi basta la modalità automatica, che lo so che dovrei usare quella, lo so, ma non mi basta, allora premo pulsanti a caso, faccio le prove, leggo due cazzate on line per capire come cavolo funziona ‘sta cosa pesante che mi trovo tra le mani. E i miei bicchieri e i miei libri non sono sono mai sentiti così importanti. E ieri, mentre inchiodo al muro un libro di poesie di Carver con una funzione di cui non ricordo il nome, mi arriva un messaggio da un’amica (eh, lo so che credevate che avessi solo amici, ma no, ho anche delle amiche) che mi dà una pessima notizia. Per lei. Alcuni esami le hanno rivelato che non potrà avere figli molto facilmente.

Ora, lei si è già affacciata ai trenta, ha rotto pochi mesi fa con il suo ragazzo con cui stava da più di dieci anni e adesso vive con il nuovo fidanzato solo da due mesi. Ha lasciato un lavoro sicuro ma di difficile gestione per un altro più soddisfacente, ma con un contratto a termine. Termine breve. Una situazione complicata per pensare a un figlio. Eppure… eppure lei lo vuole. Il medico le ha detto: inizia a provare subito, da stasera.

Ora. Io ci penso un po’ su. Le dico la verità: non esistono le condizioni perfette per fare figli, esiste solo l’illusione di una situazione perfetta. E io ne sono la dimostrazione. Credevo di aver costruito le cose giuste, un lavoro redditizio, una casa, un compagno affidabile. E poi è andato tutto a rotoli. Ma lei, Little Boss, è la cosa migliore che io abbia mai fatto, l’unica cosa importante. Quindi sì, vai, hai ragione, fallo, provaci. Ora o mai più, ha detto il medico. E allora chissenefrega del contratto, del compagno sicuro (tanto sicuri non lo sono mai): un modo per crescere i figli se siamo persone intelligenti lo troviamo. I figli hanno solo un bisogno: l’amore.

Certo, la sua condizione mi fa pensare a quanta io sia fortunata ad avere Little Boss nella mia vita. Sarà perché so di cosa si tratta, ormai, ma senza l’amore che provo per lei sarei davvero persa.

Di quanto egoismo siamo pieni quando amiamo…

 

(Qui ho fatto una lunga pausa dove il mio cervello è partito tanto veloce che non ho avuto tempo di afferrare davvero i miei pensieri, e quindi trascriverli: oggi siete parzialmente graziati).

 

E allora concludo che il pomeriggio mi sta correndo via pensando a cose inutili.

Ma la cosa positiva è che mi sto gustando un libro che mi dà ragione ridefinendo il concetto di Inutile: ovvero, esistono cose totalmente libere da fini utilitaristici che in effetti ci sono utili, indispensabili direi, per essere umani. Quindi, che Nuccio Ordine voglia o meno considerare le mie inutili riflessioni come rilevanti, forse saranno servite perlomeno a rendermi più umana.

E a rendere voi intolleranti agli ossimori.

 

Love affair

 

post 89

Avevo deciso di cenare presto stasera, appena tornata a casa. Metto su l’acqua per cuocere due ravioli (la cosa più veloce e meno impegnativa che si possa cucinare dopo la pizza surgelata), mentre bolle leggo una mail di Ale. Spengo tutto e mi metto qui.

 

Mia figlia ha una cotta. Anzi due, mi comunica. Con una di queste due si è data da fare (che significa chiedere tramite intermediario se c’è interesse anche da parte di lui). E l’altro?, chiedo. Mamma, prima devo sentire cosa dice il primo. Sennò non è corretto. Ci penso su. Uh, ok. La sua idea di correttezza la capisco, quello che non capisco (ma forse dovrei dire: non ricordo?) è come possano piacerti allo stesso modo due persone diverse. E poi penso che se ha fatto il primo passo verso uno forse quello le interessa di più. Ma non dico. Mi faccio i cazzi miei, che già che me lo dice mi pare buono, no? Quello che so è che non ha aspettato. Ha fatto lei la prima mossa. Accidenti, quanta differenza, penso, tra i suoi 12 e i miei 12 anni. Le modalità, alla fine, le riconosco, sono le stesse (qui sì, qui ho chiesto ed è venuto fuori: Ci mettiamo insieme? Ok. E poi giù a non parlarsi nemmeno per mesi finché uno dei due si stanca e molla l’altro), ma io non ho mai fatto la prima mossa con nessuno. Ero una a cui piaceva vincere facile, già. Aspettavo. E basta. Al più lanciavo segnali, da brava ragazza. Ero. Ora mi sa che non lo sono più.

In ogni caso oggi a Little Boss chiedo come è andato il sondaggio. Lei arrossisce (cavolo! Arrossisce! Povera bambina mia, questo difetto del cavolo non dovevi prendermelo. Ora siamo io, te e Levin…) e mi dice che a lui non dispiacerebbe. Uh, ok. Di nuovo. Certo, mi verrebbe da dirgli, non sono proprio le basi giuste per partire. Così vago. Così piatto. Ma certo, sono ancora bambini, lui di certo lo è più di lei, ci siamo passati, no? È come giocare a fare i grandi. Che poi si gioca per poco, un paio d’anni, forse, poi le cose iniziano a complicarsi. E, mentre sono lì che penso a quanto sono felice che lei abbia la sua tresca potenziale e guido verso casa, lei mi fa: che poi tutti pensano che se due ragazzi si lasciano è normale. Ma quando sei più grande, e ti lasci, tutto il mondo non è così comprensivo, sono lì a dire che non hanno più 14 anni. E invece è uguale. Si gira, mi guarda: no?

E ecco. Io non so che dirle. Vorrei poterle snocciolare discorsi sulla responsabilità di certe cose che si decidono insieme e altro, ma in realtà non sono un buon pulpito per questo. Resto zitta come una scema. Abbozzo un sorrisetto altrettanto scemo e alzo il volume a Jhonny Cash.

E poi ecco che arriva Ale. Che è laggiù spersa nei boschi. Lei e la sua magia. Lei e un Lui. Che non ama. Ma di cui ha bisogno. Perché non è mica male trovare il caffè pronto appena ti alzi, avere un corpo caldo accanto al tuo la notte, avere una spalla a cui aggrapparsi. Non viversela da sola, la solitudine.È sbagliato?, mi chiede.

No, Ale. Non lo è mai. Alla fine questa vita non è altro che cercare e trovare piccole cose che ci facciano sopravvivere, che ci facciano respirare. Non sei invecchiata cara amica. Sei solo stanca di camminare da sola. E allora ciò che conta è non farsi del male.

Solo questo: essere accorti e non farsi troppo male. E non fare troppo male.

Io non sono una persona accorta. E mi sono fatta male troppe volte. E ho fatto male per sbadataggine.

Ma alla fine fa parte del patto, questo. Farsi male, fare male. È il rischio, quando ti butti da 4200 metri da un aereo che pilota un tizio che ha preso la licenza di volo a punti al supermercato.

Allora bisognerebbe stabilire quanto sei tollerante al dolore, magari. O quanto lo sono gli altri.

Ma devo ricordarmi spesso quanto sia doloroso per me anche non vivere, mettersi nella zona confort e restarci.

Ecco, stasera la mia Little Boss e Ale me lo hanno ricordato.

In ogni caso sto mettendo da parte una bella scorta di Kleenex per il futuro. L’unica cosa che potrò fare per scaramanzia.

La mia piccola Boss inizia ora: ne avrà bisogno.

 

Stasera la canzone è offerta dal passato che non è mai passato. Un regalo del mio Amico Scrittore.

Qui.

Scrivere di…

 

post 80

 

Come ho appena detto a un amico, spero di scantucciare il Tempo per poter scrivere di. Scrivere di cosa, ancora non lo so di preciso, diciamo che so da dove voglio partire, più o meno.

La situazione in questa piccola casa di 40 metri è abbastanza disastrosa: Little Boss sta guardando una terribile serie tv alle mie spalle con il volume da cinema e ride di gusto alle battute, la lavatrice sta centrifugando e si muove tanto che se le do un euro scende pure al bar a prendere il caffè, i vicini stanno dando un festino con l’aspirapolvere. Ma il casino non mi impedisce di essere qui. Ho imparato a estraniarmi anni fa, quando Little Boss era piccola e mi costringevadavanti alla tv per i suoi cartoni animati. Io prendevo un libro e leggevo (Peppa Pig dopo due episodi mi faceva venire voglia di spaccare lo schermo) e sebbene all’inizio sia stato difficile, con il tempo ci ho preso la mano e ho iniziato a leggere ovunque. E quando dico ovunque…

Insomma, mi sto già perdendo, cavolo.

Oggi è la viglia di Natale: tante cose da fare per preparare il pranzo del Ristorante (conta i bicchieri, tira fuori le tovaglie da festa, spolvera i centrotavola). Domani la sala sarà mia e dovrò fare una cosa che di solito non faccio: gestire tutto il personale. Quindi, presa dalla smania organizzativa, oggi devo dire che non ero molto concentrata quando è arrivato TDL. Aveva una faccia da funerale, ma la ha spesso in questi giorni. Ho dato la colpa alle sue beghe sul lavoro, di cui mi ha parlato. Sì, ok, continuo a sentirlo, non spesso, ma a volte me lo chiedo, come sta. E glielo chiedo, di conseguenza. Solo che oggi se ne è andato senza nemmeno salutare. I miei auguri glieli ho lanciati dietro con la fionda mentre infilava la porta. Non mi ha ferito, come avrebbe fatto tempo fa. Ma mi ha stupito, un po’. Così scava scava mi ha detto che è arrabbiato con me. Lui. Perché… semplice: perché sente che l’interruttore l’ho spento (rubo queste parole che mi disse il Mentore tempo fa). Ho spento quel flusso inarrestabile di follia che era il mio amore per lui, ho spento le attenzioni, i gesti (anche quelli da persona ferita), gli sguardi, le parole. Eppure ci parlo, eccome, al Ristorante molto più di prima. Ma va da sé che è un modo diverso di parlare, di guardarsi. E allora subito mi è venuta in mente l’immagine di un bambino che ha un gioco che non guarda mai, e si arrabbia tantissimo se qualcuno glielo prende per giocarci a sua volta. Ma poi no, non è esattamente questo. Io non sono più sua, e lui lo sente. Io ho altre cose per la testa, ho altre persone con cui parlare, altre cose da scoprire, potrei dire che mi sono rifatta una vitase la cosa non suonasse un pochino eccessiva per la situazione. Non suona però eccessiva per il mio cuore. Me lo sto ricostruendo, piano piano.

E quindi nulla, dopo il suo sfogo Sono arrabbiato con te, io gli ho semplicemente mandato i miei auguri. Auguri sinceri. Di cuore. Per uscire dal mio cerchio o la fai immensa o te ne vuoi andare, lo dico sempre. E lui è stato troppo vicino a me per non essere entrato nel cerchio. E nonostante mi abbia ferita tante volte e in tanti modi, penso sempre che alla fine non lo volesse. No che non lo voleva. Ma non ci usciamo da questa impasse… e allora mi scappa da ridere, giuro, se ci penso.

Forse rido perché sono felice. E davvero così mi sento, oggi, alla vigilia del Natale 2018. Mi sento felice e piena. Ho davanti uno tsunami di casini che si avvicina, ma sono felice perché so che in un modo o nell’altro, con qualche momento di scoraggiamento, certo, ce la farò. Perché ho tutto quello di cui ho bisogno. Ed è così banale che fatico a capire perché ci ho messo tanto tempo.

Sono iniziando semplicemente, finalmente, ad essere soddisfatta di me.

Non mi resta che augurare a tutti uno splendido Natale. Vittorio l’ho visto scomparire, quindi non c’è pericolo che si offenda. Per tutti gli altri: vi prego: non fate i cinici. C’è speranza sempre. C’è speranza per tutto. Anche TDL, che finora non aveva risposto ai miei auguri scrive: auguri bel sogno. Proprio di cuore

Il percorso dei sentimenti (un articolo complesso: leggere moderatamente)

post 71

 

 

Quello che trovo estremamente buffo nella mia vita è il modo in cui mi arriva la stanchezza.

Quasi mai è una stanchezza fisica, così come i dolori, quasi mai sono dolori veri, e con veri intendo non causati da quel piccolo neurone solitario, che sì è solo, ma fa gran danni.

E quindi mentre sono lì che rifletto sul perché ho un dolore allucinante al basso ventre martedì mattina, ecco che arriva la risposta: sono semplicemente incazzata. E accanto a incazzata ci metto: delusa, allibita, preoccupata e tutta un’altra serie di aggettivi che vi risparmio.

Insomma, pensavo che il vero scalino di questo mese fosse (in ordine di comparizione): mettere il punto simbolico con TDL, lasciare l’Amico Speciale e farmi togliere un tumore.

Ma no.

Il vero scalino sto per farlo adesso. La vera guerra inizia ora. Il padre di Little Boss ha dichiarato che non vuole più fargli da padre. E io, che finora ho tollerato le sue follie, ora ho deciso di non tollerare più nulla. Anzi, lo ha deciso Little Boss.

Saranno mesi duri. Molto duri. Ma sopravviverò anche a questo, ne sono certa. Ho un fine ben preciso che ha i capelli neri, adora le serie tv e ha i primi brufoli sulla pelle.

Penso ad altro per distrarmi mentre il mio avvocato mi prepara l’armatura e l’elmetto.

Penso al percorso dei sentimenti. Ovvero: come sono arrivata a provare un certo sentimento per quella persona?

Ora, detta così può suonare una cosa stupida, ma sono un paio di giorni che ci ragiono su senza venirne davvero a capo, diciamo che la mia è solo una sensazione, ed ecco perché ho bisogno di scriverla qui. Stavolta anche per avere un parere.

Fate conto che esiste una persona nella vostra vita. Chiunque. E questa persona fa cose che vi fanno stare bene e cose che vi fanno stare male nel corso degli anni. A un certo punto il vostro neurone solitario decide che, sulla bilancia, nel piatto del Bene c’è meno roba che nel piatto del Male. Quindi prendete una decisione a riguardo. Il vostro sentimento nei suoi confronti sarà di un certo tipo (ma può accadere anche il contrario, che il piatto del Bene sia più pesante, non importa: è solo un esempio). Passa il tempo. Accadono anche altre cose. La bilancia pende un po’ a destra e un po’ a sinistra, spesso si inclina tutta da una parte ricordandovi il vostro sentimento. Potete anche cambiare idea, ovvio, ma ci sarà comunque un percorso del sentimento che vi ricorderà, ad esempio, che comunque il piatto del Male (o del Bene) è stato ricolmo. È tutta una questione di bilanciamento, non so se mi spiego.

Dove voglio arrivare… il fatto è che credo che il mio lampione che segna il percorso del sentimento abbia qualche problema. Mi dimentico spesso le cose brutte che mi hanno fatto nel corso degli anni, le metto in un cassetto, dimentico come cavolo stavo in certi momenti per colpa di alcune persone. Tendo a perdonare perché il mio cervello mette da parte certe cose. Il che, scritto così, è inquietante. È come se fossi sempre sprovveduta.

Ma la cosa peggiore è che ci sono volte, invece, che il mio istinto parte per riflesso e alzo muri a prescindere proprio per non ripetere certe esperienze.

Quindi: da una parte dimentico, dall’altra no. Ma lo faccio nel modo sbagliato. E con le perone sbagliate.

Mi rendo conto che il mio ragionamento sia molto contorto. Neanche metterlo nero su bianco lo ha reso cristallino.

Chiunque sia arrivato in fondo senza vomitare per il giro su stesso che ha fatto il proprio cervello può dirmi la sua sul percorso dei sentimenti.

Nel frattempo io mi godo la vista della stella di Natale che mi è stata regalata dalla Misericordia. L’ho fotografata. Ma Little Boss mi ha suggerito, giustamente: perché non la metti fuori sul pianerottolo così non la vedi morire giorno dopo giorno?

Chissà se riesco a farla vivere almeno fino a Natale…

Riposarsi, rilassarsi, riguardarsi

post 67

 

Il giorno prima dell’intervento. Cioè oggi.

Ultimo giorno di lavoro, cerco di farmela prendere bene, mi godo i miei clienti, li coccolo e in cambio ricevo, come sempre, grandi sorrisi. Ci sono volte che amo le persone.

Una ex collega viene a trovarmi, l’ha saputo, resta a pranzo con noi, si scherza su cosa dovrò fare domani, ci facciamo tutti delle grasse risate, siamo a tavola in sei, oggi (di solito siamo in tre, ma si è aggiunta una collega fuori turno e la nuova aiuto cuoca), il mio Boss tira fuori una bottiglia di vino (riserva) e si brinda.

Avrei preferito brindare dopo, Boss, gli dico.

Ma questo è un augurio, risponde.

Un sorriso al Boss.

Passa un amico a trovarmi, sta lavorando qui vicino, mi dice. Io nel frattempo ho finito il turno, mi chiede come sto, mi dice che domani alla Normale c’è il traduttore di Haruf. Che cazzo di sfiga! Non posso. E gli racconto tutto. Ma alla fine mi metto a ridere anche con lui, questa cosa si vede che è divertente e io non lo sapevo, ma sì, me la rido. Un grande abbraccio, in bocca al lupo, in culo alla balena, auguri, e io non so mai che rispondere, ma mi prendo tutti queste parole, che sono parole per me, mi prendo tutti questi abbracci e questi baci, e questi Ci vediamo martedì!, Mi raccomando!, e questi Ma per avere cinque giorni di festa tutta questa storia dovevi inventare? , e rido, e sorrido, e va a finire che ho finito il turno da due ore e sono ancora lì. E intanto iniziano a chiamarmi mio padre e mia madre.

In questa cosa sono unitissimi, si chiamano da giorni, organizzano, A prenderti a casa ci vango io (mamma), Io faccio il brodo (babbo), che verrebbe da dirgli, mica ho l’influenza, eh!, Devi prendere le ciabatte, Posso restare a dormire io…

Torno a casa e mi gira la testa.

Chiama l’Amico Speciale che, vi ricordo, ho mollato impunemente.

Domani ho preso un giorno di festa, ti rompe se ci sono?

Ma come cavolo fai a pensarlo, che mi rompe.

Ho mollato proprio un bravo ragazzo…

E mentre gli altri pensano, si affannano (la spesa ce l’hai? Il certificato va fatto dove? Chi dorme con te domani notte?) io per una volta questa cosa la vivo passiva.

Quello che mi interessa davvero è vedere almeno per un’ora la mia piccola creatura, domani, avrò bisogno del suo abbraccio, dopo, non posso non vederla. E allora per quello mi arrabatto, chiedo, mando messaggi, domando: voglio solo questa sicurezza. E la voglio in maniera del tutto egoistica. Sono una madre di merda, pazienza. Io di lei ho bisogno come l’aria. Perché sa farmi ridere, sa consolarmi, lei è magica, e una come me non se la merita una figlia così, ma a me è toccata e allora me la godo, come stamani che mi ha chiesto, prima di alzarsi, se restavo con lei abbracciata solo per un minuto…

E quindi ho paura? Sì. Non dell’intervento, mi rendo conto oggi, ma del dopo. Perché dopo dovrò, almeno per un po’, girare un po’ più lenta, come un motore che ha qualche valvola da regolare o che so io. E dovrò riposarmi, mi dicono tutti. Gesù…ma come si fa?

Riposarsi, rilassarsi, riguardarsi. Iniziano tutte per ri. E non ne so fare una. Forse il mio è un problema etimologico…

(Sono stata bravissima a non parlare di TDL in questo articolo: vedete come sono brava? Non che lui non ci sia stato nel giorno stesso e nei precedenti: c’è stato eccome. Ma io sono di parola e non ne scrivo, non ne parlo. Mi applaudo da sola!)

Tregua?

 

post 63

Così gli ho detto in macchina a TDL: mia figlia è l’unica cazzata che io non abbia fatto nella  vita.

Non mi capacito di come ancora possa amarmi dopo tutti gli errori, dopo tutta la sofferenza. Dopo tutto.

L’ho detto a lui per dirlo anche a me.

Devi pensare a te, dice l’ospedale.

Non posso pensare a me senza di lei.

Ed ecco che allora ci pensiamo insieme, ragioniamo sulla mia convalescenza. Io e lei. Non potrò fare sforzi per un mese, le dico. Guarda che le casse dell’acqua le posso portare su io, mi risponde. E poi per la spesa la fai un poco ogni giorno. E non devi più prendermi in braccio come quando ero piccola. 

Incontrovertibile.

Non ci pensare, dice la mia piccola Boss.

Io invece ci penso.

Penso alla dottoressa con gli occhi chiari che faceva casino con i fogli (non me li scombinare!, rideva l’infermiera), stai tranquilla, mi ha detto, non è una spada di Damocle, è un tumore. Noi lo leviamo e le possibilità che ti torni è bassissima.

Io so che ha ragione. Lo so perché ho letto. Lo so perché mi sono informata. Lo so perché io non ho paura di morire. Non è la morte che mi spaventa. E poi non ci muoio per questa cosa. Nel senso, se non lo tolgono magari anche sì, ma la prevenzione funziona (Funziona, capito? Fateveli i controlli: fine della pubblicità progresso).

Penso al lavoro: dovrò fare meno palestra del solito (ricordate? la pesistica alzando i fusti della birra? I piegamenti eccetera?), sarò quindi meno efficiente e mi gireranno un po’ le scatole. Sarò più lenta, maledizione, e io detesto essere lenta.

Penso anche al sesso. Zero per un bel po’. Non conta che io che non abbia più l’altra parte, è l’idea. Clausura. Clausura indotta: se non è questo un Segno

Poi, ovvio, penso: e se non lo tolgono tutto? O ritorna? Altro intervento? E poi: per dieci anni devo fare controlli, e pensarci?

Certo, ok, come ho detto a Barbara, qui: è una gran rottura di scatole. Era meglio vincere alla lotteria, che lo so che dovrei iniziare a giocarci, prima, altrimenti non posso certo vincere, ma fa lo stesso.

E tra poco più di una settimana farò l’intervento, e via, chiuderò un altro capitolo.

E poi si aprirà qualcos’altro, magari.

O magari non si apre nulla e io avrò finalmente la mia tregua.

Sì, ci credo poco anche io.

Le testine come me trovano sempre il sistema per complicarsi la vita…

Nota:Come promesso ho ricongiunto il Tempo. Ho un po’ corso, devo dire, per poterlo fare, soffocando il blog di articoli. Ma ci sono riuscita. Quindi la tregua è anche per voi. Se vi va bene non riuscirò più a scrivere un articolo al giorno. Magari la mia vita diventerà così piatta che non avrò più nulla da scrivere. Forse… chi può dirlo? 

Il Simposio: qualcosa che ho già vissuto sbarca qui, sulla Luna

post 60

Stamani mi sono svegliata in un’altra città.

Stamani mi sono svegliata sul mare e già questo è il piccolo miracolo di cui il mio corpo e neurone solitario avevano bisogno.

Mi sono svegliata in un’altra città sul mare con Little Boss. E qui suona tutto: ho fatto il super bonus, ho vinto!

Il sole, la colazione fatta alle dieci nella pasticceria più famosa della città, un giro in libreria (non sono riuscita a tenere le mie mani lontano da Roth… sono pessima, una tossica di libri…) e il mare. Una splendida giornata, alla Vasco. Vedete poi come mi accontento di poco, non voglio mica la luna! (ora la smetto con le citazioni musicali, una cosa che faceva sempre mia madre quando ero piccola).

TDL arriva alle quattro del pomeriggio. E vabbè, avevo torto: non si è dimenticato, non vuole non vedermi (perdonate questa litote orribile), mi dice: domani?

E io domani ho solo mezz’ora per stare con lui. E così penso se rimandare ancora. Ma poi no, ma che rimando. Mezz’ora basterà per fare quello che voglio fare, tanto non riuscirei in ogni caso a dirgli tutto quello che ho dentro, tutto quello che vorrei sapesse, nemmeno se avessi una giornata intera, e allora forse è meglio, avere solo mezz’ora, no? Mezz’ora è sufficiente per mettere il mio punto simbolico, per rendergli il suo libro di modo che io non abbia più scuse, che non abbia più ganci a cui appigliarmi per chiamarlo. È l’ultima cosa che ho di lui, quel suo libro. E la maglietta me la tengo, punto.

E in tutto il giorno non ho fatto altro che pensare alle relazioni, alle forme di amore, a Platone, ho invaso spazi altrui (scusa CG) e tutto questo mi ha riportata a uno spettacolo che ho visto con Little Boss a casa di un amico, un discorso sul mito, in particolare sul Simposio. E mentre sono qui che penso che devo rileggerlo, mi rendo conto che l’ho già pensato anche allora e poi non l’ho fatto. Ma ho un piccolo resoconto, che è poi una lettera che ho mandato a TDL dopo la serata. E ne lascio un pezzo qui.

Beh, la serata era nella cantina di Furio, un tipo strano che ho conosciuto un annetto fa perché aveva letto cose mie e voleva che creassi un evento (o collaborassi a crearne) nella sua cantina. La cantina è uno spazio privato aperto alla cultura: musica, teatro, cose così, che lui organizza per lo più per gli amici. Non mi ricordo se te ne ho parlato, se mi ripeto scusa. Insomma. Io ho fatto uno spettacolo con i miei racconti nella sua cantina e lui adesso ogni tanto mi invita ai suoi nuovi eventi. E stasera era il turno dei un attore, Vittorio.

Lo spettacolo era sul mito. Discorso sul mito. Vittorio lo conosco a casa di Giorgio, prima dello spettacolo: incurvato, un pugliese con accento romano (tutto il teatro si impara a Roma) , innamorato del mito. Eh. Ha scoperto l’acqua calda. Pure Jung si rifaceva al mito per spiegare la psiche. Perché il mito non è altro che la storia dell’uomo. Il mito spiega tutto e tutto si spiega con il mito. Quindi parte, da bravo amante fittonato a parlarmi dell’Orlando furioso (mentre io cerco tento di capire quale mito origini la banshee, protagonista della serie tv Teen Woolf che ho visto con Little Boss); e lui parla, parla un casino, si commuove appena sente nominare Afrodite e Proserpina, poi passa a raccontare degli Argonauti, e poi mi dà delle indicazioni per capire che Goldrake in realtà era la rappresentazione del Minotauro e che le sette stelle sul petto di Ken Shiro sono quelle che gli imperatori dovevano avere per salire al cielo come divinità. Infine mi dice che I guerrieri della notte (il film del 1979) sono una trasposizione moderna dell’Anabasi di Senofonte. (in queste occasioni dovrei avere l’emoticon giusto…)

Insomma, Little Boss è lì che adocchia il salame sul tavolo dell’aperitivo (ancora inviolato), già sbuffa e io vorrei sapere se anche Heidi è una trasposizione di qualche dea, magari Era. Dopo un’ora di ritardo parte l’aperitivo. E la piccola si placa per un po’. Certo, ha ragione, siamo circondati da vecchi e qualcuno del settore, qualche attore, tutta gente che non conosco, ma ho visto e mi hanno visto, chissà quando e come (ma sì, Moon, eppure sei una faccia conosciuta…mah). Quindi, mentre io ascolto con il bicchiere di vino l’incredibile storia di un’ingegnere di nome Marina che a 30 anni ha mollato lavoro e marito per dedicarsi al teatro e ora vive a metà tra Francia e Italia (nel senso che la Francia la fa campare con il teatro e l’Italia no) , Little Boss spippola sul telefonino (che non prende, per nulla) sbuffa e mi dice: ma dobbiamo proprio restare?

Panico!

Cribbio, sì che dobbiamo!

Ecco, le previsioni si avverano, mi odierà.

Dai, le faccio, aspetta ancora un pochino, ora comincia. E per fortuna pure Vittorio si è stancato di fumare sotto l’acqua e rientra e prende posto sulla sedia e le luci si spengono e facendo girare il suo carillon comincia.

Racconta.

Racconta e basta.

Racconta partendo con questa frase: Il fatto è che noi non ci occupiamo più di anima. Mentre i Greci lo facevano. E lo facevano con il mito.

C’è un dialogo di Platone, il Simposio, forse il più conosciuto, che narra di una festa a casa di un poeta, Agatone, a cui sono invitati un po’ tutti: Fedro, Alcibiade, il guerriero, Aristofane, il commediografo, Pausania, lo storiografo, e, naturalmente, Socrate. Tema della serata? Eros, Amore. Le domande sono quelle: che cos’è? (ah, ah! Che risate che mi sono fatta!) , come funziona? È buono o cattivo? Ci fa bene o ci fa male?

E per tutta la sera ognuno dice la sua, fino a che non arriva il turno di Socrate, che dice, senza mezzi termini che Eros non è un dio, ma un daimon, un demone. Eros lo sciogli membra, lo chiama. Nato dall’unione di Povertà e Abbondanza sarà sempre in bilico tra queste due forze. E se Eros possederà il corpo, nascerà una creatura di carne e sangue; ma se possederà l’anima, nasceranno le idee. Solo chi ama crea. E wow!, mentre sono lì che mi scrivo alcuni punti, ecco che a questa frase mi fermo, inebetita, a ragionare che no, cazzo, me lo devo rileggere, il Simposio (magari non tradurlo, che palle, tradurlo, poi ti perdi il senso, e poi chi ci riuscirebbe più?) , e insomma sono lì che ascolto e Little Boss mi prende la penna e il foglio e mi guarda contrariata. Scrive la frase: Solo chi ama crea. Della serie, che fai? Non ti segni queste cose importanti? E lì capisco quanto la amo. Lei, che se ne voleva andare, ora è incollata agli occhi dell’attore sul palco, è attentissima. E Vittorio continua a raccontare, parla della nostra capacità di infuturarci , proiettare una relazione nel futuro, e io, io sola, so quanto vorrei perdere questa capacità che invece, a parer suo, fa muovere il mondo.

E poi passa a Tiresia, a Narciso, Europa, Teseo, Dioniso, è tutto un turbinio di racconti che si intrecciano, vanno avanti tornano (questa cosa che vanno avanti e tornano me l’ha detta Little Boss e, cribbio, io non ci avevo pensato, e allora come non può sciogliermi il cuore?) , tornano per raccontare dell’uomo, dell’uomo attraverso il mito ed è pure divertente, specie quando parla di Zeus che è un erotomane (che è vero). E il tempo in queste storie non conta, lo dice più volte, ed è vero, perché sono storie di allora e sono storie di ora, di mai e di sempre.

E conclude con la domanda che Aristofane fa durante il Simposio: perché per tutta la vita non facciamo altro che cercare di abbracciare un altra persona? E qui parte il mito per cui gli uomini un tempo erano doppi: quattro gambe, quattro braccia, due teste, due sessi. E poi Zeus, l’erotomane, siccome erano tracotanti e volevano sterminare gli dei, che fa? Li divide in due. La storia dell’anima gemella, sai? Quella lì. E per tutta la vita li condanna a cercarsi. Ah, e certo, di mezzo poi c’è lo zampino di Eros.

E mi chiedo quanto caso ci sia in tutte queste sincronicità junghiane.

E mi chiedo, tanti sono mai i miti, e i dialoghi che Vittorio poteva fare sul mito(mica fa sempre il solito, mi ero informata) che mi chiedo perché io sia andata a vedere proprio questo. C’è chi mi dice che io vedo i segni un po’ come cazzo mi pare. Vero. Lo faccio. Ma poi… boh. Forse guardiamo davvero solo ciò che vogliamo vedere. O forse c’è della magia da qualche parte. O forse la vita è questa, è piena di segni ovunque che ci vogliono indicare la strada. Tutto accade per caso nello stesso istante in cui tutto non accade per caso.

Uff. Chissà che noia, eh? Prima o poi riuscirai anche a dirmelo 🙂

Per ora ti dico grazie. Perché solo scrivendolo a te mi sembra di averlo vissuto davvero. E adesso questo è un altro tassello della mia vita, che si va ad aggiungere a tutti i tasselli. E un tassello sei tu.

Buonanotte”

E quindi ieri era il mio compleanno

post 46

E quindi ieri era il mio compleanno. 

Eccoli arrivati, i 40. Ora sono una che finisce in -anta. 

Vi ricordo che il mio compleanno non era proprio ieri, lo ieri in cui pubblico questo post, come vi ho già scritto, ma circa un mese fa, un po’ meno, ora, in effetti, perché sto pubblicando di più e scrivendo meno cercando di mettermi in pari, cosa che non ho ancora calcolato quando avverrà. Diciamo che quando avverrà ve lo dirò. Quando sarò temporalmente stabile e non rivivrò più momenti passati forse qualcosa cambierà, forse mi sentirò meglio, o peggio, non posso prevederlo. Non posso prevedere nulla, ora, in effetti, al contrario di come faccio di solito, che mi immagino il futuro, lo calcolo eccetera. Mi sento sotto l’influenza del butterfly effect. Sarà la vecchiaia? 

Perché quando arrivi a una soglia e la varchi senti sempre che qualcosa lo hai lasciato indietro. E io oggi voglio dirmi che ho lasciato indietro solo lo schifo, ma non ne sono del tutto convinta. Sono perplessa. 

In ogni caso quello che c’è da qui in avanti sarà di certo un certo tipo di cambiamento fisico. Certo, non da 40 anni e un giorno, sarà graduale. Spero. Forse è per questo che i miei colleghi mi hanno regalato un buono dal parrucchiere, un messaggio del tipo: coprili, quei capelli bianchi, vecchietta. 

Ma giuro che se mia madre mi regala una crema antirughe…

L’Amico Speciale non si è invece smentito e mi ha regalato il suo tempo con me ieri pomeriggio e un Kill Bill  sul mio divano davanti a un piatto di pasta con le cime di rapa cucinata da me, quindi discutibile. No. Non è vero: faceva ribrezzo, ma ha mangiato come se fosse addirittura buona… Lui non è un tipo da regali fisici, un fiore, un foulard, ma va detto che mi regala molte altre cose belle. Nei suoi confronti sono un’arpia, sempre a mettere paletti e divieti, ma non ingiusta. 

TDL invece mi ha solo mandato un messaggio in cui mi chiedeva se era il mio compleanno: San Facebook? Ovvio. E allora perché chiedi. Così gli ho ripeto che no, non lo era, era solo una data scelta a caso per farmi fare gli auguri. Silenzio.

La mia Little Boss ieri non era con me e quindi tra una cosa e l’altra ho ricevuto solo un misero Ah, auguri, mentre parlavamo al telefono di compiti da fare e orari. Sì, sì, lo so. Si rifarà stasera, ne sono certa, quando andremo a cena da mia madre (gulp!) che per l’occasione ha invitato anche mio padre (prima volta a casa sua) che per ricambiare la cortesia la reinviterà in occasione del suo compleanno, a fine mese: insomma: i mondi cambiano e i due divorziati per eccellenza -con urla e sangue- alla fine stanno facendo pace. Ci sono voluti solo 20 anni: un tempo giusto, direi. 

Ma devo dirlo. Il regalo migliore l’ho ricevuto stamani da Ale. Un email lunghissima e bellissima dove mi augurava di fare mille cose splendide, e io manco una ne ho fatta, ma le farò, prima o poi. Ci riesco, prima o poi. 

E allora finisco questo post mettendo un po’ di Ale, qui. Sono certa che non si arrabbierà…

Ciao  Moon, 

è dalle 9 di stamani che converso con te e non lo sai

Ho in mente una scena, non mi ricordo bene quando, in cui te con un bicchiere di vino in mano ti volti e mi dici che non vuoi essere festeggiata per il tuo quarantesimo compleanno.

Mi auguro di cuore che tu stia festeggiando, anzi spero che ti stiano festeggiando come è giusto che tu venga festeggiata.

Ti auguro la sorpresa che io non sono riuscita a farti, ti auguro una leggera arrabbiatura per una festa a sorpresa che non volevi ma è riuscita bene e ti scappa un sorriso 

Ti auguro una improvvisata, un regalo per te da chi pensa a te. Magari niente di romantico, ma utile, perché chi ti fa un regalo utile sa di cosa hai bisogno e ti fa risparmiare magari 30 euro per quel pezzo della cucina che si rompe

Ti auguro una lacrima di nostalgia verso il tempo trascorso, ma un pianto di gioia per il tempo che partorirai da ora in poi

Ti auguro di tenere per mano qualcuno che ti faccia sentire protetta quanto te hai voglia di proteggerla

Ti auguro una sbornia allegra che ti fa ballare una vecchia canzone della Bandabardò

Tanti auguri di routine

Gli auguri della tua famiglia sgangherata, ma neanche troppo

Un regalo inutile ma romantico

Un abbraccio di quelli talmente familiari che non ti ricordi neanche di aver ricevuto ma non per questo meno sentito

Un abbraccio di quelli da stritolo da qualcuno che non vedi da un po’

Una carezza di tua figlia

Un bacio mentre dorme a tua figlia

Ti auguro di trovare una cena pronta quando sei troppo stanca per cucinare 

Ti auguro un pò di solitudine per goderti un caffè e una sigaretta prima di cominciare a correre la tua giornata

Un angolo comodo e caldo per te

Un’arrabbiatura che diventa abbraccio

Una torta bella e comprata

Una torta fatta per te anche se un pochino sbruciacchiata

Una buona torta con 40 candeline da spegnere 

Un desiderio sincero

Un panino cotto e fontina

Uno due tre … cinque cento …mille desideri che vedrai avverarsi

La forza che hai avuto fino ad ora raddoppiata

Un passo dopo l’altro

Ti auguro un cappello buffo(ieri ho visto un matrimonio e voglio un cappello assurdo e orrendo come quelli)

Ti auguro di lasciare le zavorre in un angolo 

Ti auguro un cuore leggero almeno per qualche momento

Ti auguro di arrabbiarti sempre di fronte alle ingiustizie

Ti auguro di trovare la pentola d’ oro alla fine dell’arcobaleno 

Ti auguro di trovare un paio di scarpe belle e comode a 10 euro

Un tanti auguri in ritardo

Un milione di rinascite

Ti auguro di trasmettere a tua figlia la ribellione verso i soprusi

Il rispetto di te stessa 

Un biglietto di auguri sonoro

Le candeline che non si spengono e una cappellino a cono colorato

Una spalla che ti sorregge prima di cadere

Una mano che ti aiuti ad alzarti ogni volta che cadi

Una serata sul divano a guardare qualcosa di divertente 

Ti auguro un viaggio in autostop

Un complimento da uno sconosciuto

Ti auguro di chiedere “hai mangiato? ti cucino un piatto di pasta se hai fame”

Ti auguro di sentire questa domanda rivolta a te

Un sonno ristoratore

La bellezza dei colori autunnali

Di dividere una cena in un unico piatto 

Una carezza che fa scendere i brividi sula schiena

Ti auguro Passione 

Ti auguro….

Di vivere e non sopravvivere qualunque cosa voglia dire

Soddisfazione per te stessa

Un paio di occhi che non ti giudicano e fanno finta di credere alle bugie che dici

Ti auguro ….

Io invece auguro a tutti voi di trovare un’amica così…

No: vi auguro di incontrala, una donna così…

Munchkin, musica e altre amenità…

post 42

Ho all’incirca un’ora di buco tra il pranzo e una partita a Munchkin, gioco di carte di difficile definizione per i non nerd come me, ma che entusiasma Little Boss. E non solo: tre dei miei colleghi sono entusiasti all’idea di giocarci, specie con Little Boss, che mi chiede: perché io ho i soliti gusti di un ragazzo di trent’anni? Ma la domanda giusta sarebbe inversa: perché tre ragazzi di trent’anni hanno i tuoi soliti gusti? E poi ci sono io che sforo, che ne ho dieci di più e mi diverto comunque tantissimo. 

Quindi pomeriggio con torneo di Munchkin…

E intanto la colonna sonora che ho alle spalle varia da Ed Sheeran ai Maroon 5, la musica di Little Boss, che anche quando fa la lezione un po’ di musica ci vuole, e io che devo dirle, che non faccio nemmeno il soffritto senza musica? Ho sempre studiato con la musica, scritto con la musica, fatto la doccia con la musica, lavorato con la musica. E fatto tutte le altre cose…

Anche mia nonna adorava la musica. Forse me la ha attaccata lei questa fissa, certo, erano note diverse, ma lo stesso trasporto. Verso la fine dei suoi anni le era presa la demenza senile. O magari era Alzheimer, non ho mai capito la differenza. Stare con lei era molto faticoso, dovevamo guardarla a vista (che non si facesse male, per lo più), contenerla quando alle tre di notte si alzava, si vestiva e voleva andare a fare la spesa, insomma, tutte quelle cose che chiunque abbia avuto esperienza della cosa conosce. 

Ma lo stesso, stare con lei che farneticava era uno sballo, le uscivano dalla bocca non solo i ricordi vividi e precisi della sua giovinezza (i ricordi lontani nel tempo restano quasi sempre), ma sopratutto i suoi sogni. Raccontava i suoi sogni come fossero stati reali ed è stato bello scoprirla così, capirla, in fin dei conti. 

Una volta mi chiese se avessi mai conosciuto suo marito.

  • No, nonna, non me lo ricordo il nonno, è morto quando avevo tre anni.
  • Ah, mi dispiace… peccato, però, era un re, sai?
  • Vittorio Emanuele, ne avrai sentito parlare.
  • Vagamente… 

Ha sempre avuto questa cosa, questo desiderio di regalità. Quando ero piccola mi insegnava a camminare con i libri sulla testa, mi diceva di tenere le braccia lungo i fianchi mentre mangiavo perché lo fanno le principesse. Mi cuciva vestiti eleganti che poi non sfruttavo mai. 

E poi mi faceva guardare mentre lavorava, sperando di farmi imparare i segreti del taglio e cucito. No. Non sono mai riuscita a fare nulla, non è riuscita nemmeno lei in questa impresa titanica, nemmeno un bottone sono brava a riattaccare. Ma ogni volta che vedo ago e filo penso a lei, penso alle giornate d’estate che passavamo insieme, alle piccole gite in centro a Roma alle otto di mattina in pieno Agosto (una città fantasma), a tutte le volte che mi ha fatto mettere la mano dentro la bocca della verità (come ero terrorizzata ogni volta… a volte i bambini si perdono dietro a cavolate…) o a come mi prendeva in giro fantasticando sul mio fidanzato (bello, ricco e micco, era il suo motto).

Io che di solito non sono così nostalgica (in fondo penso sempre che le persone vadano onorate da vive, non vado mai al cimitero), oggi pomeriggio, con Little Boss che fa la lezione, penso a queste tre generazioni che hanno un sottile filo che le unisce, penso alla musica e al potere che ha nella mia vita. 

E così, dovunque tu sia, nonna, ti mando un sorriso. Mi auguro che tu abbia trovato il tuo Vittorio Emanuele da qualche parte. 

Concediamoci i sogni almeno da morti.