Anno nuovo, B.P. nuovi

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È talmente tanto che non scrivo che nemmeno Word mi riconosceva…

È che io sono abituata a scrivere sempre, almeno due righe così, una lettera, un messaggio lungo, due cavolate sulle Pagine del mattino. E ora nulla, le feste mi hanno risucchiato nel vortice. Ricordate quel post che girava su Facebook un paio di anni fa? La foto di Rambo sporco e insanguinato ma con i pollici in su e la scritta: quando lavori nella ristorazione e vi chiedono come sono andate le feste? Ecco, più o meno mi sento così, come Rambo, una sopravvissuta.

I peggiori sono i genitori. Perché non posso davvero dare colpa ai bambini che corrono su e giù per la sala del Ristorante con macchinine e areoplanini in mano mettendo a rischio la mia e loro vita. E i genitori, per le feste, si scatenano. Perché dopo un anno di cene fuori con gli amici non possono certo lasciare i bambini alla tata anche a Capodanno. Ma si vede che non li tollerano. E ciò mi rende, oltre che furiosa, anche molto triste. E quindi fatica e tristezza, oltre alle alzatacce e a farsi il pranzo di Natale senza Little Boss con un piatto di penne al ragù (menù della festa).

In ogni caso, le feste con oggi si concludono ufficialmente lasciando spazio alla sana routine di ogni giorno, fatta di lezioni di musica di Little Boss (sia canto che chitarra), la palestra, il circolo dei lettori, yoga, le lezioni di teatro del pomeriggio… insomma, una vera noia!

E quindi ho deciso, anche dopo aver letto il mio oroscopo per questo 2020, che mica me la dice benissimo, di fare dei buoni propositi. Li faccio ogni anno, è vero, appena scatta il numero 01/01 sono già lì che scrivo come una dannata, cercando di essere quantomeno realistica, di darmi degli obiettivi raggiungibili, non sarò mai un’astronauta, questo ormai l’ho imparato.

E quindi, tra i B.P. di questo 2020 figurano i soliti Leggere di più, Scrivere ogni giorno.

E mi sono fregata già nei primi 6…

Ma siccome ho letto che non bisogna colpevolizzarsi inutilmente, mi do delle attenuanti per il caso (a caso, anche) e riparto da domani, quando in teoria dovrei andare al C.a.f., prendere un appuntamento con il direttore della mia banca per sentire quanta fiducia mi può dare per un mutuo, andare a prendere Emma alla lezione di chitarra… ma sono fiduciosa, così come con l’appuntamento per la banca. Il fatto, il fatto vero, reale, è che io ero quella che diceva Non voglio comprarmi casa perché poi mi inchioda in un posto, e io non voglio inchiodarmi, mi sono inchiodata per anni e ho scoperto che non voglio catene e bla bla bla. E ora invece ci sto pensando seriamente. Ero quella che diceva Non mi piace questo paese, la gente sparla di me, mi guarda male e bla e bla. E ora invece esco da casa e saluto tutti come se non ci fosse un domani, faccio gli auguri al primo che passa, mi metto a chiacchiera al bar, adoro le decorazioni natalizie che hanno messo, non mi perdo una festa organizzata dal comune (come quella di oggi. Grande festa, a proposito).

Insomma, forse sto cambiando. Io, cambio, mica la gente di qui, ovvio. Forse davvero non mi dispiacerebbe una sicurezza tutta mia. Ma poi, certo, ho paura. Non lo voglio ammettere, ma mi fa paura prendermi questa responsabilità. Accendere un mutuo. Insomma, si accendono le bombe, no? Ma è anche vero che si accendono le luci, anche. Sarà una bomba o una nuova luce? L’enigma mi consuma.

Eppure mi dico che la vita va presa per come viene. Non è il mio stile, no, affatto, io sono una che controlla, ma a volte mi devo sforzare anche un po’. Ed ecco che questo diventa un altro dei B.P. 2020: rischiare. Muoversi. Perché chi non si muove è morto, e io non voglio ancora morire, non più.

Ma c’è anche l’Amico Speciale che fa capolino nei miei B.P. Perché, ora che le cose tra noi vanno bene (lui riesce sempre a stupirmi, una qualità che non posso che apprezzare) il rischio è quello della tanto temuta Quotidianità. E attraversare il confine è un attimo, darsi per scontati, vedersi per obbligo, ridurre tutto a sesso e cena, cena e sesso, una capatina da mia madre, smettere di ascoltarsi (vabbè, lui lo fa sempre, ma non voglio farlo io), smettere di baciarsi o di tenersi per mano e alla fine ti ritrovi un estraneo nel letto che dorme accanto a te. Sì, ok, sono un pelino catastrofica e paranoica, ma tant’è. Non vivere i momenti con qualcuno perché li dai per scontati è una cosa terribile che accade ogni secondo nel mondo. Più volte al secondo, direi. Ed ecco che il mio B.P. 2020 è anche Godersi i momenti con l’Amico Speciale. Piuttosto meno, ma veri.

E per la Piccola cosa ho riservato? Il Gran Finale. Farla più felice. Semplicemente. Farle vivere i suoi 13 anni, farla ripartire dal gioco per insegnarle a difendersi dal mondo, ripeterle ogni giorno che è con l’amore che si vince davvero, mai con l’odio, che non deve imparare dai miei errori, ma farsene di nuovi, che la vita è solo una questione di occhiali con i quali guardi il mondo, bisogna avere le lenti giuste e farsi le lenti è difficile, ma non impossibile. Vorrei, doppiando Vonnegut, che quando è felice ci facesse caso.

Ed è anche il mio ultimo B.P. 2020: vorrei che quando sono felice ci facessi caso.

Perché è così facile parlare delle sconfitte e delle delusioni.

Ma capita più spesso di quanto voglia ammettere.

p.s. Ale, il mio blog non lo vedi perché scrivo poco… ma tra i B.P. 2020 ci sei anche tu…

 

 

 

Prima tappa

 

 

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Ecco. Oggi posso ufficialmente affermare che si chiude un capitolo della mia vita, uno dei capitoli più odioso, doloroso, inutile anche, dispendioso, cervellotico… potrei continuare così per mesi.  Dopo ben 5 anni ho finalmente firmato un accordo (al quale siamo arrivati in modo odioso, doloroso eccetera) davanti a un giudice con il mio ex per l’affido di Little Boss. Perché c’è voluto tanto tempo? Beh, la prima risposta che mi viene in mente è perché sono una stupida, troppo buona, ho la convinzione che se ami riceverai amore indietro eccetera. Anche la seconda risposta suona così: Moon, sei una stupida, ogni giorno ne hai la dimostrazione, cerchi sempre di aiutare il prossimo ricevendo in cambio pedate negli stinchi (se va bene), con il tuo ex hai provato a pazientare (smetterà di odiarmi perché l’ho mollato, oltretutto avevo una giusta causa, al tribunale del lavoro mi avrebbero assolto), a fare le cose giuste facendoti consigliare da altri (che invece, seppur professionisti, non c’hanno capito un cazzo), hai guardato Little Boss ogni minuto della sua vita per capire se c’era un problema, l’hai osservata in ogni centimetro, senza farti notare, ovvio, hai provato a spiegarle cose che non sai se avrebbe capito, l’hai fatto alla maniera dei grandi, in modo un po’ stupido, ma ha funzionato e ora lei è grande, non ha più bisogno del tuo linguaggio bambinesco, lei vede, lei sa, lei ascolta e elabora in autonomia. C’è stato, cara Moon, un momento in cui non sei più stata stupida, né buonista (che non significa buona), un momento in cui hai guardato lei, la piccola che non è più piccola, e hai capito che bisognava darsi da fare. Era tardi? Forse no, forse la tua stupidità, il tuo buonismo, ha dato a Little Boss il tempo di essere quello che è, di capire a modo suo.

Ed è così che mi sono resa conto che non è stato per lui che ho atteso tanto prima di mostrare il pugno, non è stata la paura di lui (l’ho temuto, per un po’, che la mia fosse solo una reazione di paura), ma è stato per lei, per darle il tempo di capire, di elaborare. E se è vero che io ho chiuso la prima tappa, lei, la piccola Boss, ne ha ancora di strada da fare con suo padre.

E quindi ieri ero in tribunale… e va detto che 20 ore di lavoro duro mi avrebbero stancato meno di star lì con lui per tre ore ad attendere il nostro turno (alla fine in due minuti abbiamo fatto). Lui, serio e scuro in volto, non mi ha nemmeno salutato, ma chi si è sorpreso è stato il mio avvocato, mica io. E per le tre ore di attesa non si è mosso di un centimetro dalla posizione iniziale e non ha parlato con nessuno (mentre io e Giu, il mio avvocato, parlavamo di ferie, siamo scese a prendere il caffè, abbiamo intavolato una discussione sulle nuove tecnologie coinvolgendo gli altri avvocati eccetera). Nel mentre, dentro la sala, altri poveri disgraziati urlavano manco fossimo stati a Forum. Inutile dire che dalla accesa discussione di un siciliano che chiedeva la visita dei figli, avuti da una filippina che non conosceva l’italiano, è scaturito il putiferio… il giudice, ho sentito, a un certo punto ha urlato: ma qui si negano anni di femminismo! E su queste dolenti note… un’ora e un quarto di lite. Credo di aver sgranato gli occhi tanto da farmi venire le rughe (cioè, più delle già presenti). Poco prima di entrare Giu si è fatta prendere dallo spirito e ha tentato una battuta con il mio ex: lei è stato bravissimo, non si è mosso e non si è mia lamentato dell’attesa.

Risposta di lui: è perché farò casino una volta dentro.

Devo dire che un quarto di secondo mi si è gelato il sangue. Poi mi si è scongelato, lo conosco abbastanza da sapere che non avrebbe detto nulla a un giudice. Ha sempre abbaiato tanto, mandando in tilt i miei nervi, ma ha morso poche volte. E infatti così è stato.

Dicevo, la prima tappa è fatta. Non è l’ultima, non ci sarà mai un’ultima tappa con il padre di tua figlia, ma ho in mano qualcosa perlomeno. Il futuro si prospetta radioso?

Dipende.

Perché, alla fine, dipende tutto dai famosi occhiali con i quali guardi il mondo.

Ho ancora:

una casa che verrà presto venduta (e non posso comprare io per mille motivi, questo significa che dovrò affrontare il decimo o undicesimo trasloco della mia vita); delle analisi di nuovo sballate e chissà quando ne verremo a capo; l’Amico Speciale che lavora a pieno regime e ha i suoi casini di cui non mi parla e crede che io non lo sappia ma io so (gli uomini! Ma come saranno scemi? Credono di avere a che fare con persone come loro: menefreghiste, distratte eccetera. Non si rendono conto che le donne guardano, ascoltano, collegano… ma vabbè, a questo ormai ho rinunciato. Gli uomini sono un enigma facile da risolvere, siamo noi donne che siamo complicate, siamo noi che non riusciamo a spiegarci, siamo noi che dobbiamo rinunciare ad essere capite).

Ma va detto che:

per due anni ho ancora un contratto e quindi una casa. Lusso.

Le analisi alla fine non hanno valori tanto sballati, sono fuori di poco, bisogna indagare, come dice mio doc, ma mica c’è urgenza, non sono in fin di vita (me ne accorgerei, no?)

Già a 40 anni, 41, come me, va di lusso se un uomo a un certo punto si ferma mentre parla, sorride e dice: cavolo, Moon, come sei bella…

 

P.s: aggiungo anche una canzone, che mi piace tanto, mi fa ballare come una matta.  E la metto per festeggiare.

Credevo fosse una canzone nuova… Micro(bo) mi ha fatto crollare questa certezza…

Sono il simulacro delle canzone datate.

Chissene.

Eh.

Breve storia di come l’Infinito si trasforma in Segno e diventa, infine, Amore

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Mi sono resa conto che la mia vita cambia continuamente pelle, come un serpente, che ci sono stati momenti statici e altri super dinamici, che ci sono state cose che mi hanno intrippato per lunghi periodi e altre che lo hanno fatto solo per un istante, che ci sono state persone che si sono solo affacciate alla mia vita e altre che ci hanno preso la residenza per sempre. E mi sono resa conto, giusto ora, quando lo scrivo, che ci sono cose che nella mia vita hanno un significato eterno e sebbene non si facciano vedere per tanto, poi eccole lì. Eccole lì. Stavolta ad essere lì è stato uno spettacolo teatrale.

Chi si chiede (cioè, per essere precisa, io me lo chiedo) come abbia fatto a trovare il Tempo (sì, quello con la maiuscola, altro intramontabile del mio quotidiano) per andare a teatro rispondo: boh. Per caso, per impulso, e tutto è stranamente andato per il verso giusto: ho visto lo spettacolo, il mio Autore Preferito, ho chiesto all’Amico Speciale Andiamo?, e lui ha risposto Ma mi gonfierà la testa?, e io di rimando Probabile, e lui allora ha detto Ok, e io ho fatto eco, Ok, allora.  Ho preso i biglietti on line e ho incrociato le dita. Che mandare a puttane un pomeriggio a teatro è un attimo: straordinari non dovuti, l’Amico Speciale che si ritira all’ultimo (ci ha provato, eccome se ci ha provato, ma ho vinto io), un’emergenza di Little Boss dell’ultimo secondo (è capitato e non dubito che capiterà ancora quando è con suo padre).

Ma che dire? Le cose sono andate bene e sono riuscita anche a tornare a casa prima dello spettacolo, cambiarmi, mettermi decente. E non ero nemmeno così distrutta.

E il mio Autore Preferito non mi ha deluso. Di cosa parlava lo spettacolo? Dell’infinito. No, scusate, dell’Infinito. Di Leopardi, sì, certo, anche il suo, di Infinito, ma anche del nostro, di Infinito, di tutto quello che c’è al di là della siepe, gli interminati spazi, i sovrumani silenzi. Di ciò che non siamo più in grado di vedere, di sentire, tutti presi dalle nostre corse quotidiane, dalla nostra ricerca non di vivere il momento, ma di completare azioni: lavorare, palestra, spesa, pulire casa… (ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale). E come si fa a vivere il momento? Beh, siccome è il mio Autore Preferito la penso come lui, oppure lui la pensa come me, fa lo stesso: scrivendone. Scrivere fissa il momento: oggi c’era un bel sole, ma cosa resterà di questo sole se nessuno ne scriverà? Perché scrivere ci fa riflettere su noi stessi, scopriamo noi stessi scrivendo.

Ecco, i Segni, per me sono questi: qualcosa che arriva quando è il momento esatto in cui deve arrivare. E ti dà una spinta, ti sveglia, ti dice: ehi, Moon, ma che caspita stai facendo? Ma non lo vedi che l’Infinito ti cerca, la poesia ti cerca, laggiù, dietro quel muro, e tu la stai ignorando, tutta presa dalle tue faccenduole da massaia?

E io al Segno rispondo. Perché sono educata, per prima cosa, e poi perché glielo devo, al Segno, lui che fa tanto per farsi notare da me.

Ok, Segno, hai ragione: mi sto perdendo, un pochino, sto perdendo la mia tastiera, sto perdendo l’abitudine a scoprirmi, giorno dopo giorno, attraverso la scrittura, anche solo questa, anche solo di uno stupido diario, sto perdendo la musica, sto perdendo i contorni del mio volto allo specchio. Ma lo sto facendo solo per amore, è la mia scusa. Lo sto facendo perché ora c’è qualcuno che ha bisogno di me (e nonostante tutto mi lascia più o meno in pace mentre scrivo ora. Più o meno perché un dubbio sui compiti di inglese, una firma per lo sciopero a scuola…), per qualcuno che merita le cose più belle del mondo, merita le stelle in delirio nella notte, merita le onde calme del mare in Agosto, merita il sole caldo sulla pelle, merita l’abbraccio più stretto che l’essere umano possa sopportare, merita il meglio, lei, e io sono qui per questo, per darle questa opportunità, per far sì che lei veda l’Infinito ora.

Senza amore non siamo nulla.

E io senza l’amore che provo per mia figlia sarei morta.

 

Ps: il mio Autore Preferito ha fatto scrivere a tuti i presenti allo spettacolo per tre minuti alcune righe: qualsiasi cosa passasse per la mente in quel momento. Io non mi fermavo più. Prima o poi rileggerò anche quelle righe…

Intanto lascio quelle famose, quelle che meritano davvero di essere lette.  E rilette.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 

Sostiene Moon

post 172

 

Un piccolo omaggio blasfemo a un grandissimo scrittore a me vicino… spero mi perdoni la messa in burla. Ma sono certa che lo farà. 

 

 

Sostiene Moon che la mattina sente una canzone nella testa, I’m strong enought, che non si ricorda le parole, ma solo questo pezzetto del ritornello e se lo ripete all’infinito, nuovo mantra, per darsi forza.

Moon sostiene che la vita sta facendo la difficile, le tiene il muso, fa le bizze come una bambina viziata, ma lei, sostiene, non si farà prendere per i capelli.

Sostiene Moon che da quel cunicolo c’è già passata e che l’età a qualcosa servirà pure, diamine!, o deve solo servire a farsi dire da Little Boss che è vecchia perché non chiude le finestre sul telefonino? Moon racconta di serate troppo brevi e notti un po’ inquiete, di risvegli con il cuore che batte come un tamburo e di analisi che ancora vanno male. Ma sostiene, Moon, che nonostante tutto tiene botta, che le cose sa che si aggiusteranno. E lo sa perché, quando è in macchina, parcheggiata sotto la casa del suo ex, e le vengono in mente mille pensieri e si preoccupa per Little Boss e si preoccupa per sé e il suo futuro e le cose sembrano diventare grigie, ecco che arriva lei, Little Boss; la piccola sfodera un sorriso, le fa la linguaccia e gli occhi storti, apre la macchina e inizia a parlare come se non ci fosse un domani e deve raccontarle tutto, ma tutto tutto(avete presente la scena dei Goonies?)e poi è vero che il cervello di Moon è sovraccarico di info, ma è anche felice, felice come non mai, ha un tesoro che la accompagna giorno dopo giorno, che brilla tanto forte da riuscire a donarle un po’ di quella luce, e allora tutto, ma tutto tutto, passa in secondo piano, si rende conto che ciò che conta lei lo ha già. E dito medio a quelli che la odiano. Perché Moon sente l’oroscopo la mattina, mentre scende dal suo monticello per portare Little Boss a scuola, su RDS c’è Branco (con quella voce odiosa, diciamocelo, e quelle parole che non sanno né di me né di te) e lui dice che ci sono persone che la odiano e che riescono a metterle, anche oggi, i bastoni tra le ruote. Ma Moon, sostiene, fa il dito medio anche a Branco, e se la ride per una piccola vittoria legale: se qualcuno mi odia (non ha dubbi, Moon, che sia così, e potrebbe tranquillamente fare il nome del suo ex) io ho fatto tanto per costruire ciò che ho e è talmente solido che non riuscirà a sfondarlo, nonostante sia un Ariete. Tiè, aggiunge Moon, sostenendolo.

Moon sostiene, ancora, che le serate se ne vanno via come le noccioline all’aperitivo, tra un ripasso dell’Illuminismo (che poi Little Boss ha il compito) e la spiegazione delle subordinate, i pomeriggi scappano tra la palestra* e il circolo di lettura, tra le lezioni di chitarra e l’orientamento per le superiori, tra le due ore per il sesso, rubate, (sempre due Wal, sono intransigente, amare ha bisogno del suo tempo) e la telefonata a un amico, tra il ragù, ché ogni tanto bisogna anche cucinare, e l’impasto per i biscotti di pan di zenzero a lavoro (sì, fuori orario, ma il lavoro è anche questo, metterci passione).

Sostiene Moon che le manca la tastiera, ma che quando vede il calendario sul telefono le piglia un colpo: ci sono più pallini grigi che numeri, lì. Ci sono le elezioni per il consiglio di istituto (e che, non si propone, Moon, come presidente, visto che non lo fa nessuno?), le riunioni a scuola, gli scioperi, il dentista, le cresime…

Ma Moon sostiene anche che domenica chiappa l’Amico Speciale e lo porta a teatro. Giusto per…

Mi gonfierà il cervello?, chiede lui.

Lo spero proprio, sennò che ci andiamo a fare?, risponde Moon.

Moon sostiene che l’esproprio della tastiera è solo un momento, una cosa che finirà. Il suo Capo le dice: Come farai, poi, quando non avrai tutti questi impegni? Sentirai un gran vuoto.

Moon sostiene che lo riempirà con la scrittura.

 

ah… lascio la canzone. Eh. Il meglio sarebbe leggere ascoltando la canzone.

Manco mi piace tanto… (troppo discotecara), ma ci sta.

Ci sta.

 

 

 

 

 

O poeta è um fingidor

post 171

 

 

Sono una persona orribile. E bugiarda. Ma poi, bugiarda su ciò che per me conta moltissimo, bugiarda su un tasto che a premerlo mi fa male. Quindi ancora peggio.

Oggi avevo una specie di ispezione del mio appartamento da parte della mia padrona di casa. Dico una specie perché è stata camuffata come un’ispezione da parte di un geometra(?), ingegnere(?). Come ho forse già detto il mio mini appartamento è stato costruito sopra a una chiesa. In pratica era la canonica o qualcosa del genere (dopo oggi non ho più sicurezza di nulla). Ma insomma, pare che la chiesa sottostante sia particolarmente umida, soprattutto perché una parte di questa chiesa è chiusa da anni. L’umidità si vede sulle scale che salgono al mio appartamento, il muro sfarina eccetera eccetera. Quindi il geometra(?) o ingegnere (?) è arrivato a casa mia per sincerarsi che non ci sia umidità anche nell’appartamento. Certo, direte, ma non bastava chiedertelo? Io mai avuto problemi con l’umidità, qui (a parte quella volta che ho fissato con il trapano una mensola e ho preso pieno lo scarico del cesso della tizia che abita sopra: ora non mi invidiate, vero?). Insomma, mai un muro sgallato, mai una traccia di nero.

Ma siccome non avevo nulla da nascondere ho acconsentito all’ispezione con il sorriso sulle labbra. Tirato. Ma sempre un sorriso.

Ieri è stata una giornata da incubo a lavoro: 12 ore filate, sono arrivata alla dirittura di arrivo senza guardare la famosa app del telefono che mi conta passi e chilometri percorsi: avrei potuto spaventarmi. Esco da lavoro, mi trascino a casa e sbavo per una doccia calda ristoratrice. Ed ecco che arrivano le telefonate: Little boss (che è da suo padre per il weekend) ha dimenticato lo zainetto per fare ginnastica (che ora si chiama motoria o motricità, a seconda di quanto l’italiano vuole complicarsi la vita), Me lo porti?, Certo, amore, arrivo. Poi ecco l’Amico Speciale.

Stasera dormi a casa mia? La inauguriamo. (Ha appena traslocato nella sua nuova casa, NdR)

E ci ceniamo?

Certo.

Ma i piatti, ci sono?

Circa.

Come circa? Che parli come Little Boss?

Dai, qualcosa arrangiamo! (Una pizza mangiata nella scatola, NdR)

Ok…

Ma prima vieni con me al negozio dei cinesi a comprare un paio di cose?

E quindi, con una stanchezza colossale, eccomi lì al negozio con lui che mi chiede: ma cosa potrebbe servirmi nell’immediato? E io ho risposte fantasiose, a seconda di quello che vedo: un orologio da parete, un portatovaglioli con l’emoticon che ride, uno stampo da forno in silicone…

Sei fatta?, mi chiede. Beh, quasi…

Poi boh, la serata di ieri sera nei miei ricordi è annebbiata dalle sette di sera in poi, di sicuro ho mangiato la pizza a casa sua, mi sono infilata il pigiama, ma stamani mi sono ritrovata nuda. È comunque un bel segno.

E stamani mi sono precipitata a casa per renderla presentabile per l’ispezione.

Ho spolverato polvere che camminava da sola, buttato via centinaia di piccoli oggetti inutili (ma come facciamo ad accumulare tutta questa spazzatura, in casa? Bomboniere, nastri, bottiglie vuote, disegni di bambini sconosciuti, carte e bustine, chili di cuffie per le orecchie, chiaramente rotte, addirittura ho buttato un pezzo di rete per polli…siamo accumulatori seriali, come in quel brutto reality), risistemato la camera di Little Boss, un procedimento che mi ha richiesto tanto stomaco e tanta pazienza. E un buon cassetto dove infilare gli imprevisti. E insomma arrivo all’appuntamento con il fiato corto, ma con una casa presentabile e due nuovi profumatori per ambienti. Tanto che la mia padrona di casa e ne esce con Ma che buon profumino che hai qui! E poi come la tieni bene, la casa!

Sfodero il mio secondo sorriso e mento: ma no, dai, scusa la confusione, non ho mai tempo per sistemare, il lavoro, gli impegni di Little Boss…

Ho fatto il primo scalino che mi porta giù all’inferno.

Poi nota il muro della follia: sono le carte di Fabula (in pratica sono le regole del Viaggio dell’eroe di Vogler scritte su carte plastificate da attaccare al muro: la struttura di un romanzo in stile easy). Sai, le dico, è per il romanzo che sto scrivendo. Lei, che ha una figlia pure lei scrittrice, ne è colpita e mi sorride felice. Un altro punto per me. Un altro scalino di discesa per l’inferno.

Ok. Ok. Non saranno bugie gravi. Ma mi toccano nel profondo. Mi sento una persona orribile. Ma se è vero che, come dice Pessoa, O poeta è um fingidor, allora la strada è quella giusta magari…

Smetto di pensare al romanzo che non sto scrivendo e mi butto sulle silloge, no?

Varie ed eventuali: più meno mi trovo sempre qui…

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Questo articolo ha bisogno di una prefazione postfazionata: nel senso che è una follia prefatoria, in puro stile pasoliniano, ma scritta dopo aver finito. Che poi, se ci penso, ogni prefazione è scritta dopo aver terminato la stesura, quindi è una prefazione che va bene. No?

In ogni caso ciò che tento di esprimere saltando di palo in frasca, come spesso mi accade, facendo impazzire il povero Wal, è che non lo dico spesso (ma qualche volta sì), un buon 50 per cento della motivazione che mi spinge a scrivere qui è per la mia Ale. È lei il mio lettore ideale di questo blog. È per lei che cerco di tenerlo aggiornato tanto da non farla preoccupare (anche se sa che meno scrivo più sto bene), è per lei che racconto le piccole cazzate della mia giornata. È il mio modo, spesso, di rispondere alle sue mail, alle sue bellissime mail che mi strappano lacrime, che mi tengono incollata al telefono leggendo e rileggendo. Ale, tesoro, sa solo il cielo quanto mi manchi…

La mia follia prefatoria ha bisogno di un’altra precisazione: questo articolo ha più gusto, a mio avviso, se si legge contestualmente alla canzone in appendice. Billie… quante cavolo di canzoni hai scritto e cantato che mi hanno toccato il cuore?

 

 

 

Più o meno mi trovo sempre qui: a una certa ora della sera o del mattino, con un sottofondo musicale bassissimo, giusto volto a contrastare le canzoni di Coez di Little Boss e le notifiche dei messaggi del mio ex, che si stanno intensificando in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dell’udienza per la causa di affido. Lui urla e sbraita con la piccola, sbatte porte, le manda messaggi al limite della tollerabilità, minaccia me e lei, fa il famoso diavolo a 4, ma siccome è lui, lo fa anche a 6, ‘sto diavolo. È il classico uomo che se solo avesse le palle mi avrebbe già buttato una boccetta di acido sul viso. Meno male non ha le palle…

Ma insomma, come ho detto spesso, questi sono solo i soliti cazzi. I soliti cazzi da 5 anni, dal giorno in cui ho detto basta. E, come ho detto ieri al mio avvocato, alla fine ci sto facendo l’abitudine (come è buffo fare l’abitudine alla violenza, non è vero?) e sono comunque stranamente felice, ho tutto quello che mi serve. Ho una figlia bellissima, simpatica e intelligente, un lavoro che mi affatica sì, a volte, ma mi dà soddisfazioni e tanti sorrisi, ho un bel po’ di amici importanti, roba che non si trova facilmente, devo dire, molti di questi a volte non li nomino neanche qui, ma questo non perché non siano importanti, tutt’altro. Sono la mia rete. Ho l’Amico Speciale, ora, bello avere qualcuno che ti fa stare bene senza assecondarti, che sa come prenderti per farti sorridere anche nelle difficoltà, che poi mi chiedo come fa, lui, con una come me che manderebbe sempre tutto in tragedia, manco fossi un Eschilo o Sofocle, ma sa come pigiare i pulsanti giusti.

Insomma, povera, incasinata, ma felice.

E da oggi anche allenata. Alla fine il primo giorno di palestra è arrivato. Devo dire che un pelino di ansia lo avevo, il terrore di non riuscire a muovermi il giorno successivo aleggiava nella mia testa, già immaginavo il dolore ogni volta che alzavo un piatto o per ogni pizza infornata. Ma il ragazzo, Michele (che tra l’altro, come metà delle persone che ho visto lì, è un mio cliente; tranne una che invece è una mia collega. Quindi come stare al Ristorante… ma con più attrezzi) è stato clemente. Avevo dato un’occhiata alla mia app per sapere quanti chilometri avevo fatto a lavoro e già ero a 7 e mezzo. Ho chiesto venia, quindi, e posso quasi affermare con quasi sicurezza (quasi) che domani non avrò ripercussioni. Vabbè, domani ve lo dico.

Io e Little Boss siamo una bella squadra. Alla fine lei si è impegnata tanto e abbiamo riso tanto ed è stata una bella idea, devo dire.

È la prima volta che facciamo qualcosa insieme, mi ha detto.

Certo che potevamo iniziare con yoga, ho ribattuto.

Ma eravamo entrambe entusiaste del pomeriggio.

Forse lei avrà qualche doloretto, domani, visto che abbiamo alzato gli stessi pesi.

E poi va detto che in effetti sono uscita da lì bella rilassata.

Vediamo come va.

Una frase che dico spesso di recente, che non è nel mio stile, ma che inizia a piacermi. Quel che di imprevedibilità, quel cosa che mi fa scivolare i problemi sulle spalle, quel quando che mi dice Adesso, non domani.

Mi godo i piccoli piaceri quando posso, quando il mio carattere impossibile mi consente: una cena con Little Boss in cui ridiamo di tutto, un bacio rubato all’Amico Speciale tra un caffè e l’altro, una telefonata a un amico lontano, una foto stupida, un abbraccio inaspettato, un messaggio che mi dice Quanto sei bella, un libro di King che non avevo ancora letto, un bicchiere del mio vino preferito, una canzone dei Green day che avevo dimenticato.

Come questa:

 

 

 

 

 

Lavori in corso

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È davvero tanto che non prendo la tastiera in mano per scrivere, un po’ troppo. Mi devo preoccupare? Istintivamente direi di sì, come se facessi fatica a riconoscermi senza il ticchettio delle mani sui tasti. Se però ci penso bene bene invece direi che dovrei esserne sollevata. So perfettamente che scrivo tantissimo solo quando sto male. Quindi 2+2… ma tutte queste supposizioni sono solo esperienziali, dettate da quello che ho fatto prima. Quindi potrebbero valere quello che valgono: nulla. Oppure sì, chi lo sa. Sono dubitativa, oggi.

Va da sé però che occuparsi della dieta (e tra pochi giorni anche della palestra) richiede un grande dispendio di energie: le verdure, parte principale dei miei pasti e di quelli di Little Boss, devono necessariamente essere cucinate. Stop alle soluzioni easy to eat, in stile Metti due sofficini in forno e tra che ci sei infilaci anche le crocchette di patate, che le patate piacciono sempre a tutti, anche se sono finte.

E quindi il mio Tempo è rubato dalle verdure, in sintesi. Zucchine fedifraghe. Carote infingarde. Insalata crudele. Ok, l’insalata no, lo so che si fa in due secondi.

Poi ci sono altre cose che mi assorbono, diciamo così. La festa (le feste!) di Little Boss sono andate alla grande. Anche grazie all’Amico Speciale, redento. Era con me il giorno prima per cucinare, sbafandosi un po’ dell’impasto del dolce, era con me il giorno stesso per addobbare casa, almeno dieci palloncini con la scritta Sei vecchia, tredicenne (la sua rivincita personale, per tutte le volte che lei lo dice a lui), era con me il sabato sera, ad accompagnarla e riprenderla alla cena al Ristorante con gli amici (praticamente ha festeggiato a casa anche lì, ricevendo abbracci e baci da tutti. E pure la torta omaggio). La settimana passata non l’avrei affrontata bene da sola. Grazie a lui è stata davvero bella.

E poi c’è un nuovo trasloco che mi assorbe. No. Non il mio, nonostante un po’ di maretta (in cui, stavolta, non c’entro nulla), il mio affitto è al sicuro. Ma l’Amico Speciale invece trasloca. Dopo aver venduto la sua immensa casa adesso si restringe in un appartamento. Ottima scelta, direi. Solo che l’appartamento (grazioso quasi quanto il mio, e decisamente più grande) ha bisogno di qualche lavoretto. Ben pochi, più che altro una ripulita. E quindi oggi eravamo dietro alle tinte per le pareti.

Perché non colori ogni stanza?

Perché, il bianco non va bene?

Sì, ma è monotono, non credi? Vedi la volta? Riprendi il bianco lì e poi sotto fai uno stacco. Visto che hai la testiera del letto a forma di sole (che ha fatto nella sua fase Lavoro il ferro)ci starebbe bene un giallo. E poi lì ci metti quel quadro (che ha fatto nella sua fase Dipingo i quadri), che riprende lo stesso colore.

La faccia che ha fatto non ve la descrivo. Ma era un misto tra il divertito e lo scassato. Ma più sul divertito.

E nella stanza degli ospiti che colore ci vuoi?, ha chiesto.

Pensavo a un colore sul mattone, ma più chiaro. Ci facciamo delle spugnature?

E, vinto dall’idea delle spugnature, ha recuperato dei campioni di colore e poi ci siamo messi a guardare tutorial su You tube, imbroccando in un tizio che ho eletto ormai a mio nuovo mito, un certo Ciro, imbianchino di Napoli, che spiega tutte le tecniche alla perfezione, usando un linguaggio extra semplice (per idioti, ndr): quindi diluiamo il fissante del 20%. Ciò significa che se mettiamo un litro di prodotto, metteremo 20 cl di acqua, come vi faccio vedere qui.  Che chissà, magari per qualcuno è davvero necessario ribadire che i mobili e i battiscopa vanno protetti prima di tinteggiare. E che bisogna seguire le istruzioni sulla latta di vernice per la diluizione. In ogni caso l’ho seguito ammirata. Anche perché per ogni prodotto o utensile che mostrava nel video dava anche il costo approssimativo e io, che sono abbastanza calcolatrice, ho apprezzato.

La fine della storia è che dopo ore di visione video (in cui il mio amore per Ciro cresceva) l’Amico Speciale ha detto: davvero, ma il bianco no? Vuoi fare le velature, l’effetto guantato, lo stile impero? Mi pare un pelino impegnativo…

E come dargli torto? Ciro per fare una parete ci ha messo 3 giorni! Bella eh. Ma lasciamolo fare a Ciro, che si vede che ha passione, che le pareti le ama. Abbiamo concordato per un colore tenue e a tinta unita. Niente effetti. Per ora…

E quel quadro che stava tanto bene in quell’angolo con la parete spugnata sul giallo?

Beh, ha trovato un’altra casa…

 

 

Autumn in the Moonverse

post 164

 

 

Ho scaricato un’applicazione sul telefono per aiutarmi nell’alimentazione. Monitoro più o meno quello che mangio e i nutrienti in fondo alla giornata, giusto per capire se sto mangiando abbastanza. Sono tre settimane ormai e devo dire che ho iniziato a fare progressi. Il mio problema principale era il fatto di non avere mai fame, saltare i pasti a piè pari, magiare cibo casuale. Il risultato principale è stato un affaticamento generale, come è ovvio. Ora a inizio settimana scrivo un menù e cerco di rispettarlo. Vario i carboidrati del pranzo, ciò implica che a volte mi porto il tegamino a lavoro: riso, farro, etc. Il mio capo e i miei colleghi mi prendono in giro, Chi si porta da mangiare al Ristorante?, ma ormai ci ho fatto il callo e devo dire che pensare al cibo mi fa sì un’enorme fatica, ma ci metto sempre meno tempo e la mia energia si sta accrescendo. Mi sveglio meglio, ho più voglia di fare le cose, sono più produttiva (il che, per una come me è il risultato principale).

Questa applicazione si connette automaticamente ai dati di un’altra app preinstallata nel mio telefono, Salute, che invece regista i passi che faccio durante il giorno (se tengo il telefono in tasca). Ho scoperto cose interessanti, qui: durante la settimana percorro una media di 7 chilometri al giorno durante le ore di lavoro, con picchi a 10 chilometri quando la sala è bella piena. Sono tanti passi. Ora capisco perché sono stanca, a volte.

Ma nonostante le mie applicazioni mi facciano capire che, tabacco a parte, sto facendo una vita sana (ok ok: solo dal punto di vista della non sedentarietà e dell’alimentazione: per lo stress non ci sono app), ho accettato di accompagnare Little Boss in palestra, che ha espresso questo desiderio per il suo compleanno (che è giovedì). Un mese di prova.

Ecco. La palestra. Vogliamo parlarne? Un posto dove tre quarti delle persone va per fare vita sociale e mostrare i completini del Decathlon. Ma cosa c’entro io, lì? Nulla, ve lo dico io. Ma Little Boss si è fissata e anche se so perfettamente che non è un posto neppure per lei (la sua posizione preferita è stesa sul divano o sul letto e se le faccio fare due passi a piedi si lamenta che è stanca), io sono sua madre e devo incoraggiarla, giusto? Ho provato con Facciamo delle belle passeggiate, qui intorno è perfetto, cavolo, stiamo in piena campagna, ci sono sentieri, anelli (ce ne è uno che facevo da sola l’anno passato completamente immerso nel verde, 7 chilometri di pura bellezza), ma nulla, lei ha 13 anni tra 4 giorni e ha le sue fisse che legge su articolini che ai miei tempi sarebbero apparsi su Cioè, e che oggi sono tutti on line sulle pagine Instagram. Quindi la accontento, mio malgrado. Si troverà una settimana da incubo, con il martedì occupato dalle lezioni di chitarra e canto (e la sera il dentista, visto che abbiamo deciso che metterà anche l’apparecchio fisso), il mercoledì e venerdì palestra, il giovedì lezione di yoga: ma si può vivere così a 13 anni?, mi chiedo. Lei non vede l’ora. Io mi auguro che le passi subito.

Insomma, questo autunno si apre con tutti questi propositi che la gente considera salutistici, mentre io non ne sono poi così convinta: sono vecchio stampo. E faccio 7 chilometri di media al giorno lavorando.

Intanto penso a nutrire anche il mio cervello, però. E leggo tanto. E penso anche a nutrire il mio cuore. E ho fatto pace con AS. Senza cedere, stavolta, solo tentando di portarlo davanti al mio punto di vista (una cosa difficilissima da capire per un uomo, lo so, e infatti lui annuiva a annuiva, ma chissà che ha capito).

Ed è andata a finire che sono giorni che mi fa regali, lui che di principio non ne faceva mai a nessuno. Io, che invece capisco un po’ di più il punto di vista maschile, me lo ha insegnato il Dottor Minchione nel suo libro, so che lo fa per farsi perdonare. Non è il mio stile, accettare regali in cambio di offese, ma so cha a lui fa stare meglio. E quindi sto meglio anche io.

Alla fine non è così difficile capire che le donne vogliono solo non essere trascurate. Io preferisco una carezza o un abbraccio o una parola, ma anche un paio di scarpe vanno bene.

E ora sono già le 8.25 di un lunedì mattina di festa, devo scappare a fare la spesa per il compleanno della mia piccola che si sta facendo grande. Ho in serbo per lei stavolta un sacco di effetti speciali. Vorrei che ricordasse questo giorno. E anche, egoisticamente, che ricordasse quanto la amo.

P.s. Il lunedì faccio di solito un migliaio di passi: vorrei che almeno la mia domenica restasse così… sull’intoccabilità del lunedì Little Boss concorda.

 

 

Sometimes they come back

post 161

 

 

Eccomi tornata a casa, sto prendendo il secondo caffè della mattina (decaffeinato, che sto cercando di riequilibrare la mia alimentazione) e fuori piove. Non che sia una novità, su sei giorni di ferie, tre sono state bagnate di pioggia, già meglio di come dicevano le previsioni.

Giorni di mare? Zero. Dopotutto ha ragione l’AP (Allegro Pessimista), quello non è mare. Ma almeno l’ho annusato. L’albergo (già chiamarlo così significa dargli un riconoscimento di cui non ha diritto) ha svelato il suo essere cheap sin dal primo giorno. Dico solo che ho ringraziato il cielo tornando a casa e trovando stoviglie e bagno puliti.  Inoltre (ma è normale per quei posti, lo so) c’era la Feria del Vecchio in Vacanza. All’ora di colazione e cena dovevamo sgomitare per avere una porzione di cibo non meglio identificato e bevande annacquate. Ho una teoria sulle bevande: credo che, data la presenza massiccia di persone over 70, che non volessero farle ubriacare o sovreccitare. Squisita, come premura, ma io la mattina non lo voglio l’orzo nel mio caffè! Ora. Che, come dice Little Boss, mi faccia meno male tutto questo, è vero. Ma…

Ah. Dimenticavo la piscina. Ecco. Dimentichiamola.

Nonostante ciò siamo donne risolute, e automunite per giunta. L’auto ce l’ha munital’Amico Speciale, visto che la sua è nuova (e a gas, con aria condizionata funzionante) e la mia Winny invece è già una sessantenne con problemi di olio e una frizione durissima (ma come ho fatto non accorgermi di avere una frizione così dura?). Dicevo: donne risolute e automunite.

Il primo giorno abbiamo espatriato, il nostro primo espatrio insieme, il primo espatrio di Little Boss. Abbiamo varcato il confine nazionale senza nemmeno accorgercene. San Marino è davvero carina. Ma è fredda. O almeno, lo era quel giorno. Fredda e nebbiosa, sembrava di stare a Silent Hill, ma con più turisti.

Belle le torri, bello il Passo delle Streghe, ma alla fine del pomeriggio sembravo un cubetto di ghiaccio, mentre Little Boss aveva una magliettina a maniche corte e diceva Ah, come si sta bene. Forse non è mia figlia. Usa troppi prodotti da bagno, adora i pantaloni a vita alta, non le piacciono le linguine, ha sempre caldo. Dovrò indagare all’ospedale dove ho partorito…

Il giorno dopo abbiamo visto Gradara. Giro con il trenino turistico, pranzo decente in un ristornate (Portami la tagliata. Cottura? La voglio che fa ancora muu), passeggiata sui camminatoi delle mura con panorama mozzafiato. E un bel sole.

E poi dovevamo scegliere: acquario di Cattolica o Oltremare? Oltremare ha vinto e non me sono pentita. Little Boss si è divertita tanto a fare i giochetti del passaporto che danno all’ingresso ai bambini (all’inizio si è sentita offesa, ma poi ha visto che cosa doveva fare e ha cambiato idea. Torno ai tempi della mia giovinezza, ha detto). Inutile dire che lo spettacolo con i delfini è stato il più emozionante. Ma.

Ma non sono riuscita a non pensare che da un momento all’altro avrebbero detto la mitica frase: addio e grazie per tutto il pesce. E di pesce ne hanno mangiato uno sbotto, quei sei, durante lo spettacolo.

E poi il sabato. Il sabato del rientro. Ho pagato l’albergo anche meno del prezzo previsto da Booking, ma non ho fatto domande, sarebbe stato idiota. E poi direzione Bologna.

Ecco. Bologna. Festival del Be you (l’agenda che ha preso il posto della nostra vecchia Smemoranda, in pratica). Un Festival per ragazzine di 12 anni (come è Little Boss), dove non si altro che ore di fila per incontrare gli Idoli. Ok. E chi sono questi Idoli? Boh. Mica ho capito. Youtuber, per lo più, altri ragazzini che fanno gaming, star di Tik Tok(lo avrò scritto bene?), insomma per me perfetti sconosciuti. Ho visto cose che voi umani… ho visto e sentito ragazzine urlanti, genitori annoiati, incazzati, basiti. Ho guardato Little Boss negli occhi e ho pronunciato questa frase:

Se mai un giorno litigheremo (fisiologico, prima o poi, nonostante tutti i Ti voglio bene e i Dammi un abbraccione e Ancora un bacino, dai) e mi dirai l’altrettanto fisiologica frase: Tu non mi vuoi bene, ecco, in quel momento ti ricorderò questo giorno e ti dirò che se non è Vero Amore questo, non so mai cosa possa esserlo.

Ha risposto: ma noi non litigheremo mai. Illusa. E poi una bella rufianata: io ti voglio troppo bene.

È così che mi frega. Sempre.

In conclusione siamo state felici di tornare a casa, perché è bello sì partire, ma anche tornare. E devo dire che L’Amico Speciale mi è mancato davvero. Sono stata felice di trovarlo a casa mia al rientro.

E anche se non è stata certo una vacanza da sogno, non è stato quello che mi aspettavo (un po’ di mare me lo aspettavo, i costumi non hanno visto la luce), è stata bella perché ero con lei. E abbiamo riso tantissimo, soprattutto dei vecchi che sgomitavano al buffet dell’Hotel, e dello sciacquone che buttava acqua di continuo e del traghetto Caronte che faceva tre metri sul fiume per portare la gente da Cattolica a Gabicce per 40 centesimi (gli abbiamo arrotondato le tasche, a quello), e della puzza di pesce ovunque, del panorama dal nostro balcone vista altri Hotel, dell’alligatore a Oltremare che ha terrorizzato Little Boss (e del relativo cartello che diceva: non gettate oggetti agli alligatori, chi lo farà verrà accompagnato a recuperarli personalmente  subito dopo), e delle foto che ci siamo fatte, e di tantissime altre cose che ricorderemo per sempre.

Ho ancora 4 giorni di ferie da dedicare alle lavatrici, alla spesa, alla lezione di Little Boss, al secondo capitolo di It che è appena uscito al cinema…

La foto rappresenta uno dei momenti condivisi con Little Boss. Perché l’alba dal mare mica siamo mai riuscite a vederla…

Dejà vu

post 160

 

 

È una specie di dejà vu.

Ultimo giorno di lavoro prima delle ferie, ovviamente il più terribile dell’estate, clienti come se piovesse, ci manca una persona, dieci minuti prima della chiusura della cucina arriva un gruppo di 15 (!) spagnoli: dieci pizze. Chiamo Osaro, Help me, please! It’s my job, fa lui, e corre. Siamo come la Juve, dice il mio Amico Cacciatore che ogni tanto compare in questi articoli (e lo chiamiamo Gipo, diamogli un nome, a questi amici), lui inizia a stendere, io condisco poi faccio Finish! E lui inforna. Siete una bella squadra. Io non mi intendo di calcio, ma in effetti pare che lo sia, a parte ciò che dicono gli Interisti.

E beh, alla fine saluto tutti, Buone ferie! Divertitevi! Bacio sulla guancia anche Micro(bo), un abbraccio a Sbiru, a Lù, alla Cuoca, a Osaro.

Corro a casa a prepararmi per la festa di mia nipote.

E ormai io e Little Boss siamo d’accordo: le ferie non possono iniziare senza la festa di compleanno di mia nipote, ormai cinquenne.

Il tema di quest’anno? Indiani e cowboy.

La differenza dall’anno passato? C’è anche l’Amico Speciale a godersi i bambini urlanti. Mi chiedo come si troverà, mica è abituato a queste cose, lui, e invece mi sorprende: sempre a suo agio, l’Amico Speciale, chiacchiera con i miei, chiede ai bambini di fare una gara di urli, prende un po’ in giro Little Boss, che quest’anno non si schioda dal mio fianco, forse si sente troppo grande ormai per giocare. Trovo a un certo punto la ragazza dell’anno passato, quella incinta di sei mesi: lei e Woody hanno sfornato proprio un bel pargoletto. È più vispo di suo fratello, dice, e io rabbrividisco per lei, visto che l’altro suo figlio, quello grande, è di nuovo attaccato alla casetta, urlante: forse c’è dall’anno passato, chissà.

E di nuovo (sembra quasi incredibile) mi trovo di fronte a una conversazione sulla differenziata che vede partecipi mio padre e mia madre… davvero non capisco. So che non possono parlare di politica, so che non possono parlare del loro privato, ma è possibile che non si rendano conto che parlano sempre e solo di spazzatura? Non potrebbero discutere, che ne so, di cucina?

Meno male che poi arriva l’Amico speciale e inizia a raccontare del suo anno di militare: una conversazione nuova per la mia famiglia, né mio padre, né mio cognato, né il mio ex avevano storie da naja nel loro repertorio.

Taglio della torta e, come da copione, tutti a casa, domani si parte per le ferie io e Little Boss, Riviera romagnola quest’anno, ho prenotato in anticipo e trovato una super offerta (io ho il radar per le vacanze cheap). Stavolta l’Hotel (con mezza pensione) è talmente cheap che ho paura che la sera mi chiedano di fare un paio d’ore di lavoro al ristorante… speriamo bene.

Inoltre il meteo pare che non sia dalla nostra. Una settimana di acqua piena, dice, ma si sa, i Bernacca di questi tempi non sono poi così attendibili, forse qualche ora si salverà.

E poi, come ogni anno, l’importante è cambiare aria, e stavolta cambio pure mare. Ho almeno un paio di cose in programma: fare un selfie con Little Boss a San Marino (per rendere noto al mondo che abbiamo lasciato l’Italia durante queste vacanze, disobbedendo all’ordine imperativo del mio ex che non mi permette di farla espatriare), e un’alba dal mare.

Quasi pronta alla partenza, non mi resta che finire le valigie e saltare in macchina.

Ah sì: devo svegliare Little Boss!

Ci risentiamo tra una settimana.

E ora Via! Verso l’infinito e oltre!