La mia casa

La settimana passata è stata bella tosta, un surplus di lavoro inaspettato e Little Boss che mi chiede di portarla alla fiera, e la sua lezione di canto, e la mia lezione di scrittura creativa, e una festa di compleanno (di Little) da preparare…

La mia piccola ha fatto i mitici 14. Forse ho detto mitici anche l’anno passato, per i suoi 13, ma solo perché ogni anno che passa è un miracolo per me, ogni cambiamento che fa mi sorprende (o mi fa incazzare, dipende), ogni scalino sento che è sempre più difficile per me stare al passo con lei. usa parole che non conosco, social che non capisco, e tutto questo mi fa sentire vecchissima, mi fa sentire (aiuto!!!!) mia madre. E proprio sulla soglia dei 42.

Anno difficile il 2020, lo diciamo tutti da tempo. Eppure ho anche scritto che sono certa che le cose stanno per cambiare. E se lo scrivo a volte è vero.

Mi sono sorpresa in queste mattine a cantare nella testa, vi capita mai? Mentre glassavo i bignè è arrivato Jimmy Fontana con Il mondo. E poi ieri mattina (o meglio ieri notte alle 3.30, quando mi sono alzata) nella mia testa suonavano le note di La mia casa, di Daniele Silvestri. Ora, la scelta della colonna sonora per questo momento è davvero discutibile, chissà come sta male quel piccolo neurone solitario che gira a vuoto nel mio cervello, fatto sta che le associazioni non le ha fatte del tutto a caso.

Ho già scritto quanto io adori il minuscolo buchetto in cui vivo con Little da più di 5 anni ormai, una casa graziosa, il parquet in terra, il soffitto a volta in pietra, gli arredi praticamente nuovi. E forse ho anche scritto che la mia padrona di casa l’ha messa in vendita, senza però (ancora) darmi lo sfratto. Siamo in un piccolo piccolissimo paese e le notizie corrono veloci, tutto sanno tutto e quindi è così che lunedì mattina mi ha telefonato una persona per propormi una casa. Anche altre persone mi avevano detto di case in affitto, ma alcune avevano un prezzo che non potevo permettermi, altre erano senza mobili, altre non avevano una camera per Little Boss (che anche ora non ha visto che stanzia nel soppalco di questa minuscola casa). Alla persona che ha chiamato e che mi proponeva una casa simile alla mia (esattamente quella al di là del mio pianerottolo) ho detto proprio questo: se devo cambiare ho bisogno di una stanza per Little. E così è venuto fuori che ha un altro appartamento, poco più in là. E sabato me l’ha fatto vedere. 

Appena siamo entrati, io, Little e l’Amico Speciale, abbiamo tutti capito una cosa: è la mia casa. Due camere grandi, cucina abitabile, bagno nuovo e spazioso (siamo due donne, eh, ci vuole posto nel bagno!), due grandi sottoscala. Niente balconi, niente giardino, ma neanche qui li ho, quindi… le ho detto che le avrei fatto sapere tra una settimana, ma appena uscita avevo già deciso (oltretutto mi fa anche un prezzo più basso di quello che pago ora). 

Quello che voglio dire con questo pippone sulla casa è quello che ripeto da sempre: se tu ti muovi, l’universo intorno a te si muove per aiutarti. 

E quindi anno nuovo, casa nuova e stop a tutte le preoccupazioni sull’alloggio. 

Restano un po’ quelle sul lavoro, sebbene la logica riesca a fugarle. In fin dei conti l’Amico Speciale quando me lo fa notare ha ragione: ormai lì dentro sono un pilastro, e me ne rendo conto anche da sola quando i miei nuovi colleghi (entrati in sostituzione di Micro(bo) e della collega in maternità) vengono a chiedere le cose prima a me. Inoltre, nonostante il Covid, lavoriamo, e tanto. La pasticceria vende bene, solo il Ristorante è un po’ in calo, e io mi sto specializzando sempre più nella pasticceria. Fino a che l’Ombra Malvaglia della figlia del Capo(che è una pasticcera con tanto di carta) se ne resta a casa con il figlio io sono salva. E visto quanto è paranoica non sarà questione di due mesi. 

Quindi sì, sabato ho cantato, ho abbracciato Little, baciato l’Amico Speciale e sorriso. 

L’universo è ancora con me. 

Genitori incazzati

Con l’inizio del nuovo anno scolastico le cose stanno radicalmente cambiando a casa Moon. 

Prima di tutto Little Boss non va più alle medie al paesello, ma al liceo alla cittadina, che dista un bel po’ ed è quindi costretta a prendere, come dicevo, il pullman e farsi un’ora di viaggio all’andata e un’ora al ritorno. Nulla di nuovo da queste parti se non fosse per il Covid-caos.  

E quindi, mentre a scuola le cose sembrano essere regolari (nel limite del possibile) con distanziamenti, mascherine fornite ogni 2 ore ai ragazzi e alcuni divieti logici (tipo non usare la palestra perché viene utilizzata promiscuamente anche da associazioni sportive esterne), sul pullman le cose cambiano. E molto.

L’Azienda Trasporti (che cercherò di evitare di insultare) non sta facendo proprio il suo dovere. Avrebbe dovuto incrementare le corse a causa della riduzione dei posti all’80%, ma non lo ha fatto. Mi riferisce Little Boss che sul suo, di pullman, spesso i ragazzi stanno addirittura in piedi, stretti come sardine. Gli autisti che fanno salire i ragazzi nonostante i posti siano esauriti rischiano. E tanto. 

Ma mai quanto l’autista che due giorni fa, causa pullman pieno all’80% come da regola, ha lasciato a piedi mia figlia. L’ha lasciata lì, nella cittadina, all’uscita di scuola. Il pullman successivo è alle 17.30. Little Boss non ha ancora 14 anni. e lui l’ha lasciata lì. 

Mia figlia è, grazie al cielo, abbastanza sveglia e subito si è diretta in un’altra corsia e ha preso un altro pullman che, sebbene non l’abbia riportata a casa, l’ha perlomeno avvicinata a casa. Tutto risolto, quindi? 

Col cavolo! Sono incazzata come una mina. 

Non è una questione di IoPago, ma di logica: tu, Azienda Trasporti, non puoi lasciare a 25 chilometri di distanza da casa una ragazzina di 13 anni. 

Allora ho fatto ciò che andava fatto: ho scritto una bella letterina all’Azienda e poi ho chiamato il numero della Regione che si occupa dei trasporti, segnalando l’accaduto. E mentre la Regione (la ragazza al centralino è stata gentilissima) mi ha risposto, perlomeno, come di dovere, dicendo che no, la situazione non va bene e che avrebbe fatto un esposto anche alla Provincia e all’Azienda stessa, l’Azienda Trasporti mi ha risposto così: 

Diamo debito riscontro alla sua segnalazione per informare che, dai dati aziendali in possesso, dall’inizio dell’anno scolastico, non risultano situazioni di affollamento che abbiano potuto impedire l’accesso al servizio. Preme inoltre informare che, al fine di compensare la ridotta capacità di trasporto come da DPCM del 7 settembre u.s. che consentono l’accesso sul bus fino all’80% dei posti previsti dalla carta di circolazione, sono state previste corse aggiuntive in orario di entrata/uscita delle scuole.

Disponibili per ulteriori ed eventuali chiarimenti l’occasione è gradita per inviare cordiali saluti.

Cara Azienda, vuoi la guerra? La vuoi? Perché io sono pronta a fartela. 

Prima di tutto vorrei far notare l’illogicità della risposta: dall’inizio dell’anno scolastico non risultano situazioni di affollamento che abbiano potuto impedire l’accesso al servizio. 

Ma non è ciò che ti ho segnalato io? Se non avevi dati prima te li sto fornendo io, no? 

E poi la chiusura della discussione, un po’ del tipo: ma dai, stai solo esagerando, noi abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo, ti stai inventando il problema. 

Parliamo di comunicazione, ora. Non avrebbero fatto figura migliore se avessero risposto che avrebbero monitorato e controllato la cosa? Poi, come di consueto, non avrebbero fatto nulla, ma intanto accettavano la mia segnalazione. E io mi sarei zittita fino a nuovo problema.

Ma con questa risposta mi stai aizzando. 

Così ho detto a Little Boss di fare dei filmati sul pullman quando è strapieno. Poi oscureremo i volti e li manderemo all’Azienda, tanto per iniziare. 

E se il mio fosse un problema isolato lo capirei pure. Ma sul giornale locale stanno uscendo decine di articoli del genere, lettere di famiglie, denunce per aver lasciato a piedi dei ragazzi sotto la pioggia. 

Mi sa che l’Azienda Trasporti non ha capito con chi ha a che fare: genitori incazzati.

Se Little continuerà ad andare a scuola (stanno mettendo in quarantena molte classi anche del suo stesso istituto) vi farò sapere come va a finire…

La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Della breve uscita con Little e altre amenità da Covid

post 210

 

 

La candeggina. È tra gli odori che sento di più. Viene dal mio bagno, dove sono costretta a buttarne un po’ negli scarichi tutti i giorni. Viene dalla strada, che gli operai del comune lavano a giorni alterni. Verrà anche dal lavoro, dove saremo costretti a sanificare tutto e, si sa, la candeggina è la cosa che costa meno e può sanificare spugne, piani di lavoro. Ci sono anche altri odori: quelli dei gel per le mani, per esempio. Io e l’Amico Speciale abbiamo fatto una classifica: all’Ipercoop ne hanno uno che sa di gomma da masticare che ti si spiaccica sotto la scarpa, per esempio: è senza dubbio il peggiore che io abbia mai sentito.

Poi c’è l’odore della mascherina: un misto di panno nuovo e… non lo so, non so come classificare l’odore delle mascherine. Io le lavo ogni tanto (fino a che non sono proprio inutilizzabili) e quindi per i primi venti secondi sanno di bucato: ma poi riacquistano quel loro odore di mascherina e il gioco finisce.

Poi c’è la vista. Anche quella è cambiata: esco fuori e c’è un mare di azzurrino attaccato alle facce della gente. Sono talmente abituata a vederle che mi sale il panico se non le vedo.

Ed è il panico (sempre bene precisare: non il panico del virus. È un panico diverso, come quando vedi qualcuno che scavalca un muro di recinsione in modo furtivo: è il panico da stanno commettendo un reato e io assisto)che ho provato martedì quando sono uscita Con Little Boss.

La nostra gita è iniziata bene: a pochi chilometri da casa abbiamo trovato (abbastanza facilmente) la prima cache. E nella scatolina c’era pure una track, qualcosa (mi spiega Little) di ufficiale del gioco, con un numero di riconoscimento rintracciabile on line. Quella che abbiamo preso ( e che avremmo dovuto spostare subito) veniva dal New Hampshire.

Piccolo brivido di felicità, Andiamo alla prossima!, e siamo ripartite.  Ma le cose sono peggiorate. Vuoi perché la cache successiva era praticamente irraggiungibile in auto (avremmo dovuto fare un pezzo a piedi, ma Little non voleva, lei detesta la natura e io mi chiedo se davvero la detesti o non ci sia abituata e basta), vuoi perché Little sembrava davvero infelice. Ho sonno, mi ha risposto, stavo bene anche a casa.

All’ora di pranzo invece che rientrare alla casa base ho allora deciso di portarla in un posticino che conosco molto easy dove avremmo potuto mangiare un panino.

E qui mi è venuto il panico. È stato qui che ho risposto a moon l’altra. Nonostante tovagliette di carta e tutto monouso, i ragazzi del posticino easy non hanno rispettato alcuna distanza di un metro tra un tavolo e l’altro. Gente senza mascherina che faceva capannello, camerieri con la mascherina sotto il naso… la prima reazione è stata questa: ognuno fa davvero come cazzo gli pare. E allora mi chiedo se davvero possono multare il mio capo se al posto della mascherina chirurgica (che lei dovrà fornirmi) io preferirò indossare quella di stoffa con il filtro (quindi ben 3 strati) che ho comprato on line. E penso a quanto tutto sia assurdo. Dall’odore continuo della candeggina all’obbligo della mascherina. Dalla distanza di un metro tra i tavoli a quella di quattro metri tra gli ombrelloni (ma attenzione: tra i due pali: nel mezzo può esserci di tutto).

Ed è forse questo il panico che mi rende così poco incline a uscire. Quello che sale vedendo continuamente regole non rispettate. E che mi fa dire: oddio, sto assistendo a un reato.

Mi ci abituerò: ci si abitua a tutto.

Ma la giornata con Little si è conclusa alla svelta, lei a casa sembrava più tranquilla. E un po’ anche io.

Che brutto modo di vivere, però…

 

Ps nella foto il track in questione (che tra l’altro non abbiamo potuto ripiazzare subito perché le altre cache trovate erano troppo piccole)

Sindrome della capanna

 

post 209

Ho passato il weekend con l’Amico Speciale.

Sabato siamo usciti, abbiamo tentato di fare compere, abbiamo pranzato fuori. Niente di speciale, volevamo solo vedere il mare.

Domenica, invece, non ci siamo spostati da casa. Vuoi perché era a tratti nuvoloso, vuoi perché io non ne avevo voglia.

Ed è questo che inizia a preoccuparmi. Il sentirmi a disagio quando esco. Ieri mattina anche solo andare a prelevare i soldi al bancomat e recuperare Little da suo padre mi è parsa un’impresa. Tornata a casa mi sono sentita subito meglio. Ho dato un’occhiata rapida al frigo e ho rimandato anche la spesa.

Non va bene, mi dico.

Dal canto suo anche Little non se la cava meglio. Pigra già di natura, appena le ho proposto una girata al mare per oggi mi ha rivolto quello sguardo che è a metà tra il Non mi va e il Mi dispiace. E così l’ansia di avere un altro problema (comune, oltretutto) da risolvere ha superato l’ansia di essere fuori casa.

La chiamano Sindrome della capanna. È una sindrome riscontrata negli Stati uniti, una storia di minatori forse, ma se la cercate sul web avrete notizie.

L’Amico Speciale la chiama semplicemente Conseguenza. Sei stata sempre chiusa in casa per tre mesi, non sei l’unica che ha questa reazione, mi dice. Ma io non sono una fan del Mal comune mezzo gaudio. Voglio semplicemente non averla. Voglio sentirmi sicura anche fuori. Non voglio avere problemi quando tornerò a lavorare, non di questo tipo, almeno, già ne avremo di altri tipi.

L’insicurezza, oltretutto, mi riporta indietro di vent’anni. mi riporta a un momento della mia vita abbastanza traumatico in cui ho fatto scelte sbagliate proprio per la paura che avvertivo vivendo.

La mia reazione base alle paure, però, quelle che riconosco come tali, almeno, è buttarmici a capofitto. L’esempio che faccio sempre (forse perché il più chiaro) è quello del paracadute: per sconfiggere la mia paura dell’altezza mi sono buttata con un paracadute da 4000 metri di altezza.

Quindi oggi sveglio Little, preparo due zaini e andiamo in giro tutto il giorno.

Come l’ho convinta? Pigiando i tasti giusti, ovvio. Ama giocare, ancora (grazie al cielo, spero non le passi mai la voglia di giocare) e le piace un gioco in particolare che coniuga il mio desiderio di stare fuori e il suo di divertirsi: qualcuno santifichi l’inventore del Geocaching!

Certo, mi prende un po’ di ansia, ancora, al pensiero di uscire. Ma vedrai che me lo faccio passare.

Sarà una bella giornata.

ps: so che quella nella foto non è proprio una capanna… ma questo avevo nel mio rullino

Capire un tubo

post 202

 

 

Sto aspettando che sia pronta la mia nuova droga per questa primavera 2020: la tisana. Zenzero e limone, melissa, pepe e arancia… ho una scorta che nemmeno al Bar del mio Ristorante. La roba calda mi dà conforto, ora che di conforto ne ho bisogno. E allora mi sono messa pure una playlist No stress (così dice Spoty, vediamo se è vero). Aspettate: ci metto pure un incenso e faccio l’en plein.

La mattina non è partita nel migliore dei modi. Ieri sera mi sono incollata alla tv per sentire Conte e la fase 2. Come dicevo, non è che mi ci sia fissata in questi mesi a ascoltare conferenze stampa e affini, soprattutto nel primo periodo. Ma ora, che siamo a quasi due mesi di resistenza (perdonate, ma ci sta bene) come tutti sono un po’ansiosa (leggi: nevrotica). Voglio sapere di che morte devo morire. Quando tornerò a lavorare, a passeggiare. Mica noi italiani abbiamo poi tutte ‘ste richieste assurde. Ma soprattutto: quando potrò rivedere l’Amico Speciale. Perché non è che io sia stata poi tanto esigente, sono stata buona e zitta per tutto questo tempo, ho sopportato con la faccia da martire le videochiamate e i baci dati alla telecamera, ho sopportato le notti da sola, il freddo nel letto. In attesa della famosa fase 2. Sono stata bravissima in tutta questa quarantena: quando mi hanno detto che non potevo passeggiare non ho passeggiato, quando mi hanno detto che non potevo uscire dal mio comune nemmeno per andare a fare la spesa io non ci sono andata, quando mi hanno detto di fare un’autocertificazione e poi un’altra e poi un’altra ancora l’ho fatto, quando hanno detto che dovevo indossare la mascherina sempre, beh, l’ho fatto, anche per andare a buttare via la spazzatura, mai a fare la spesa più di una volta a settimana (il mio frigo è ancora lì con il dito medio alzato), mai senza essere in regola.

E tutto questo perché attendevo il graduale ritorno alla semi normalità. Dentro di me, una me che urlava, dicevo: finirà. Nulla dura per sempre.

E poi quando ieri sera ho ascoltato Conte. E poi quando stamani ho letto: solo congiunti. E poi mi è scappato il nervo dal collo e ero una belva: è così che mi ripaghi, perché sono stata brava se non posso vedere il mio compagno nemmeno ora? Quanto ancora dovrò aspettare?

e quindi nulla, stamani ero proprio dell’umore giusto, così mi sono detta (come altre mille volte in questo periodo –e solo in questo, badate bene, che di solito no. Di solito no): faccio gli gnocchi.

Sabato ho fatto i pici, la pasta brisè, domenica le trofie, come dice Adri ormai sono pronta anche io per la Prova del cuoco al posto della Prova costume.

E quindi ho lessato le patate, impastato, fatto i miei gnocchetti deformi e oplà, eccomi lì bella contenta. Avevo fatto un casino in cucina che la metà bastava e quindi mi sono messa a pulire. Ed ecco che sento uno strano rumore da sotto il lavello: apro il cassetto (che è sotto al lavello) e c’è un lago… smadonno e guardo: il raccordo del tubo di scarico si è sbriciolato. Il tubo è in giro per i fatti suoi e l’acqua piove come se non ci fosse un domani.

Ora, sempre nello sculo di un tubo che si rompe, meno male che l’emporio del mio paesello ha tutto ed è aperto. Corro da SuperMario(il padrone dell’emporio)e mi faccio consigliare quasi in lacrime. Lui fa: tranquilla, è facile, ecco il pezzo, lo cambi e via.

Adoro gli uomini che mi dicono che cambiare tubi è facile. Ma ho scelta? Voi lo chiamereste un idraulico ora? Beh, io l’avrei chiamato se non avessi risolto da sola.

Ma SuperMario aveva ragione: cambiare il tubo è stato facile, un po’ più difficile è stato lavorare sotto al lavello (con il cassetto di cui sopra nel mezzo). Con l’acqua che poi ho dovuto asciugare in casa ci potevo riempire una piscina…

Alla fine ero quindi incazzata per due. E l’incazzatura si vede che l’ha sentita pure Palazzo Chigi, perché ho visto che si è affrettato a precisare che anche i compagni possono essere considerati congiunti. Anzi, preciso: affetti stabili.

A volte vedi che incazzarsi serve?

E, aggiungo, gli gnocchi erano pure buoni. La salsa l’ha fatta Little. E qui postillo solo un pochino: questa quarantena ha fatto uscire il suo lato collaborativo. E ora apparecchia, cucina (va beh, sempre a modo suo, va detto, che il terrore corre sui fornelli), sistema la sua stanza…

Termino concludendo in un modo inaspettatamente ottimista per me: oggi ho imparato:

a)che incazzarsi serve

b)che so cambiare un tubo da sola (ora vediamo però se il raccordo regge, visto che sono riuscita a stringerlo solo con le meni)

c)che so fare pure gli gnocchi, quindi il giovedì da qui in avanti sono apposto

d)che Little sta crescendo (sempre a modo suo, va detto, che il terrore corre ovunque!)

 

Lo Spurgo, la CV e il Fermaporta

post 187

 

 

La botte dello spurgo ce l’ha con me. Ormai è ufficiale.

Ricordate qualche tempo fa? Ero appena tornata a casa dopo un lungo turno e mi stavo preparando un pranzmerendcena? Un ottimo riso al pomodoro. Ecco che poi arriva la botte dello spurgo a farmi passare la fame…

Ed ecco che stamani è lo stesso.  Per consolarmi della mia futura solitudine nel weekend (Little Boss lo passerà da suo padre e io e l’Amico Speciale abbiamo deciso, in modo molto sofferto, di non infrangere le regole e di non vederci affatto, chè lui va comunque in giro per l’Italia e se poi ha preso il virus e me lo passa e io lo passo a Little…insomma, siamo responsabili, il che mi inquieta assai, esserlo dico, ma si vede è un progresso che si fa con gli anni, chi lo sa)ho deciso di cuocere due brioches (surgelate) per profumare la casa di colazione e dare a Little un ottimo risveglio. Verso le 8 i profumati cornetti sono pronti e non mi resta che attendere che si freddino. Nel frattempo decido di venire qui per sgranchirmi le dita scrivendo un’altra inutile pagina di questo diario virtuale. Ma il pc è bloccato. La mia Colf Virtuale, CV,  (un programma che si chiama CleanMyMac)mi sta dicendo che devo fare pulizia. Cioè, che la deve fare lei, e allora ok, analizziamo il sistema, disinstalliamo applicazioni, cancelliamo il superfluo. CV sa cosa fare meglio di me. Il che mi richiede un po’ di tempo, ma ora ne ho da vendere, quindi aspetto.

Ed ecco che da fuori arriva lui. L’odioso omino dello spurgo. Attacca il suo tubo e inizia a succhiare liquami spargendo il puzzo in ogni angolo della casa e vanificando la mia operazione Casa che profuma di colazione.

Little Boss si sveglia e dice: ma che è ‘sta puzza?

È il mio amico, le faccio, l’uomo che aspetta che io sia in casa (pensa che per mesi ci sono stata solo per dormire), che io prepari qualcosa di buono da mangiare e poi arriva a godersi la mia disfatta.

Lei non capisce, mi guarda con aria assonnata, Sono delle brioche, quelle?,chiede, e poi fa colazione come se nulla fosse.

Amo questa cosa di noi: quando per me esiste un problema, lei minimizza, e lo stesso faccio io. Abbiamo delle lenti sui problemi diametralmente opposte e questo ci salva spesso la giornata.

Resta il fatto che sono già le nove e devo decidere quale sarà il mio prossimo progetto. Per una settimana ho timbrato, etichettato e catalogato libri sul Mac. E ora ho finito. Ho 711 tomi al mio attivo, tre ancora da catalogare (perché sono arrivati ieri indovinate quando? Esatto, appena ho riposto etichette e timbro) e due ancora da ricevere. Ho già terminato il libro che ho iniziato ieri e sto pensando seriamente di iniziare il famoso Fermaporta: Infinite Jest. Potrebbe tenermi impegnata per un po’.

Siamo all’ottavo giorno di reclusione.

Guardo un film dove la gente si bacia o si abbraccia e mi viene da dirgli: No! Non fatelo! A un metro di distanza!

Sto impazzendo…

 

Anno nuovo, B.P. nuovi

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È talmente tanto che non scrivo che nemmeno Word mi riconosceva…

È che io sono abituata a scrivere sempre, almeno due righe così, una lettera, un messaggio lungo, due cavolate sulle Pagine del mattino. E ora nulla, le feste mi hanno risucchiato nel vortice. Ricordate quel post che girava su Facebook un paio di anni fa? La foto di Rambo sporco e insanguinato ma con i pollici in su e la scritta: quando lavori nella ristorazione e vi chiedono come sono andate le feste? Ecco, più o meno mi sento così, come Rambo, una sopravvissuta.

I peggiori sono i genitori. Perché non posso davvero dare colpa ai bambini che corrono su e giù per la sala del Ristorante con macchinine e areoplanini in mano mettendo a rischio la mia e loro vita. E i genitori, per le feste, si scatenano. Perché dopo un anno di cene fuori con gli amici non possono certo lasciare i bambini alla tata anche a Capodanno. Ma si vede che non li tollerano. E ciò mi rende, oltre che furiosa, anche molto triste. E quindi fatica e tristezza, oltre alle alzatacce e a farsi il pranzo di Natale senza Little Boss con un piatto di penne al ragù (menù della festa).

In ogni caso, le feste con oggi si concludono ufficialmente lasciando spazio alla sana routine di ogni giorno, fatta di lezioni di musica di Little Boss (sia canto che chitarra), la palestra, il circolo dei lettori, yoga, le lezioni di teatro del pomeriggio… insomma, una vera noia!

E quindi ho deciso, anche dopo aver letto il mio oroscopo per questo 2020, che mica me la dice benissimo, di fare dei buoni propositi. Li faccio ogni anno, è vero, appena scatta il numero 01/01 sono già lì che scrivo come una dannata, cercando di essere quantomeno realistica, di darmi degli obiettivi raggiungibili, non sarò mai un’astronauta, questo ormai l’ho imparato.

E quindi, tra i B.P. di questo 2020 figurano i soliti Leggere di più, Scrivere ogni giorno.

E mi sono fregata già nei primi 6…

Ma siccome ho letto che non bisogna colpevolizzarsi inutilmente, mi do delle attenuanti per il caso (a caso, anche) e riparto da domani, quando in teoria dovrei andare al C.a.f., prendere un appuntamento con il direttore della mia banca per sentire quanta fiducia mi può dare per un mutuo, andare a prendere Emma alla lezione di chitarra… ma sono fiduciosa, così come con l’appuntamento per la banca. Il fatto, il fatto vero, reale, è che io ero quella che diceva Non voglio comprarmi casa perché poi mi inchioda in un posto, e io non voglio inchiodarmi, mi sono inchiodata per anni e ho scoperto che non voglio catene e bla bla bla. E ora invece ci sto pensando seriamente. Ero quella che diceva Non mi piace questo paese, la gente sparla di me, mi guarda male e bla e bla. E ora invece esco da casa e saluto tutti come se non ci fosse un domani, faccio gli auguri al primo che passa, mi metto a chiacchiera al bar, adoro le decorazioni natalizie che hanno messo, non mi perdo una festa organizzata dal comune (come quella di oggi. Grande festa, a proposito).

Insomma, forse sto cambiando. Io, cambio, mica la gente di qui, ovvio. Forse davvero non mi dispiacerebbe una sicurezza tutta mia. Ma poi, certo, ho paura. Non lo voglio ammettere, ma mi fa paura prendermi questa responsabilità. Accendere un mutuo. Insomma, si accendono le bombe, no? Ma è anche vero che si accendono le luci, anche. Sarà una bomba o una nuova luce? L’enigma mi consuma.

Eppure mi dico che la vita va presa per come viene. Non è il mio stile, no, affatto, io sono una che controlla, ma a volte mi devo sforzare anche un po’. Ed ecco che questo diventa un altro dei B.P. 2020: rischiare. Muoversi. Perché chi non si muove è morto, e io non voglio ancora morire, non più.

Ma c’è anche l’Amico Speciale che fa capolino nei miei B.P. Perché, ora che le cose tra noi vanno bene (lui riesce sempre a stupirmi, una qualità che non posso che apprezzare) il rischio è quello della tanto temuta Quotidianità. E attraversare il confine è un attimo, darsi per scontati, vedersi per obbligo, ridurre tutto a sesso e cena, cena e sesso, una capatina da mia madre, smettere di ascoltarsi (vabbè, lui lo fa sempre, ma non voglio farlo io), smettere di baciarsi o di tenersi per mano e alla fine ti ritrovi un estraneo nel letto che dorme accanto a te. Sì, ok, sono un pelino catastrofica e paranoica, ma tant’è. Non vivere i momenti con qualcuno perché li dai per scontati è una cosa terribile che accade ogni secondo nel mondo. Più volte al secondo, direi. Ed ecco che il mio B.P. 2020 è anche Godersi i momenti con l’Amico Speciale. Piuttosto meno, ma veri.

E per la Piccola cosa ho riservato? Il Gran Finale. Farla più felice. Semplicemente. Farle vivere i suoi 13 anni, farla ripartire dal gioco per insegnarle a difendersi dal mondo, ripeterle ogni giorno che è con l’amore che si vince davvero, mai con l’odio, che non deve imparare dai miei errori, ma farsene di nuovi, che la vita è solo una questione di occhiali con i quali guardi il mondo, bisogna avere le lenti giuste e farsi le lenti è difficile, ma non impossibile. Vorrei, doppiando Vonnegut, che quando è felice ci facesse caso.

Ed è anche il mio ultimo B.P. 2020: vorrei che quando sono felice ci facessi caso.

Perché è così facile parlare delle sconfitte e delle delusioni.

Ma capita più spesso di quanto voglia ammettere.

p.s. Ale, il mio blog non lo vedi perché scrivo poco… ma tra i B.P. 2020 ci sei anche tu…

 

 

 

Prima tappa

 

 

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Ecco. Oggi posso ufficialmente affermare che si chiude un capitolo della mia vita, uno dei capitoli più odioso, doloroso, inutile anche, dispendioso, cervellotico… potrei continuare così per mesi.  Dopo ben 5 anni ho finalmente firmato un accordo (al quale siamo arrivati in modo odioso, doloroso eccetera) davanti a un giudice con il mio ex per l’affido di Little Boss. Perché c’è voluto tanto tempo? Beh, la prima risposta che mi viene in mente è perché sono una stupida, troppo buona, ho la convinzione che se ami riceverai amore indietro eccetera. Anche la seconda risposta suona così: Moon, sei una stupida, ogni giorno ne hai la dimostrazione, cerchi sempre di aiutare il prossimo ricevendo in cambio pedate negli stinchi (se va bene), con il tuo ex hai provato a pazientare (smetterà di odiarmi perché l’ho mollato, oltretutto avevo una giusta causa, al tribunale del lavoro mi avrebbero assolto), a fare le cose giuste facendoti consigliare da altri (che invece, seppur professionisti, non c’hanno capito un cazzo), hai guardato Little Boss ogni minuto della sua vita per capire se c’era un problema, l’hai osservata in ogni centimetro, senza farti notare, ovvio, hai provato a spiegarle cose che non sai se avrebbe capito, l’hai fatto alla maniera dei grandi, in modo un po’ stupido, ma ha funzionato e ora lei è grande, non ha più bisogno del tuo linguaggio bambinesco, lei vede, lei sa, lei ascolta e elabora in autonomia. C’è stato, cara Moon, un momento in cui non sei più stata stupida, né buonista (che non significa buona), un momento in cui hai guardato lei, la piccola che non è più piccola, e hai capito che bisognava darsi da fare. Era tardi? Forse no, forse la tua stupidità, il tuo buonismo, ha dato a Little Boss il tempo di essere quello che è, di capire a modo suo.

Ed è così che mi sono resa conto che non è stato per lui che ho atteso tanto prima di mostrare il pugno, non è stata la paura di lui (l’ho temuto, per un po’, che la mia fosse solo una reazione di paura), ma è stato per lei, per darle il tempo di capire, di elaborare. E se è vero che io ho chiuso la prima tappa, lei, la piccola Boss, ne ha ancora di strada da fare con suo padre.

E quindi ieri ero in tribunale… e va detto che 20 ore di lavoro duro mi avrebbero stancato meno di star lì con lui per tre ore ad attendere il nostro turno (alla fine in due minuti abbiamo fatto). Lui, serio e scuro in volto, non mi ha nemmeno salutato, ma chi si è sorpreso è stato il mio avvocato, mica io. E per le tre ore di attesa non si è mosso di un centimetro dalla posizione iniziale e non ha parlato con nessuno (mentre io e Giu, il mio avvocato, parlavamo di ferie, siamo scese a prendere il caffè, abbiamo intavolato una discussione sulle nuove tecnologie coinvolgendo gli altri avvocati eccetera). Nel mentre, dentro la sala, altri poveri disgraziati urlavano manco fossimo stati a Forum. Inutile dire che dalla accesa discussione di un siciliano che chiedeva la visita dei figli, avuti da una filippina che non conosceva l’italiano, è scaturito il putiferio… il giudice, ho sentito, a un certo punto ha urlato: ma qui si negano anni di femminismo! E su queste dolenti note… un’ora e un quarto di lite. Credo di aver sgranato gli occhi tanto da farmi venire le rughe (cioè, più delle già presenti). Poco prima di entrare Giu si è fatta prendere dallo spirito e ha tentato una battuta con il mio ex: lei è stato bravissimo, non si è mosso e non si è mia lamentato dell’attesa.

Risposta di lui: è perché farò casino una volta dentro.

Devo dire che un quarto di secondo mi si è gelato il sangue. Poi mi si è scongelato, lo conosco abbastanza da sapere che non avrebbe detto nulla a un giudice. Ha sempre abbaiato tanto, mandando in tilt i miei nervi, ma ha morso poche volte. E infatti così è stato.

Dicevo, la prima tappa è fatta. Non è l’ultima, non ci sarà mai un’ultima tappa con il padre di tua figlia, ma ho in mano qualcosa perlomeno. Il futuro si prospetta radioso?

Dipende.

Perché, alla fine, dipende tutto dai famosi occhiali con i quali guardi il mondo.

Ho ancora:

una casa che verrà presto venduta (e non posso comprare io per mille motivi, questo significa che dovrò affrontare il decimo o undicesimo trasloco della mia vita); delle analisi di nuovo sballate e chissà quando ne verremo a capo; l’Amico Speciale che lavora a pieno regime e ha i suoi casini di cui non mi parla e crede che io non lo sappia ma io so (gli uomini! Ma come saranno scemi? Credono di avere a che fare con persone come loro: menefreghiste, distratte eccetera. Non si rendono conto che le donne guardano, ascoltano, collegano… ma vabbè, a questo ormai ho rinunciato. Gli uomini sono un enigma facile da risolvere, siamo noi donne che siamo complicate, siamo noi che non riusciamo a spiegarci, siamo noi che dobbiamo rinunciare ad essere capite).

Ma va detto che:

per due anni ho ancora un contratto e quindi una casa. Lusso.

Le analisi alla fine non hanno valori tanto sballati, sono fuori di poco, bisogna indagare, come dice mio doc, ma mica c’è urgenza, non sono in fin di vita (me ne accorgerei, no?)

Già a 40 anni, 41, come me, va di lusso se un uomo a un certo punto si ferma mentre parla, sorride e dice: cavolo, Moon, come sei bella…

 

P.s: aggiungo anche una canzone, che mi piace tanto, mi fa ballare come una matta.  E la metto per festeggiare.

Credevo fosse una canzone nuova… Micro(bo) mi ha fatto crollare questa certezza…

Sono il simulacro delle canzone datate.

Chissene.

Eh.

Breve storia di come l’Infinito si trasforma in Segno e diventa, infine, Amore

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Mi sono resa conto che la mia vita cambia continuamente pelle, come un serpente, che ci sono stati momenti statici e altri super dinamici, che ci sono state cose che mi hanno intrippato per lunghi periodi e altre che lo hanno fatto solo per un istante, che ci sono state persone che si sono solo affacciate alla mia vita e altre che ci hanno preso la residenza per sempre. E mi sono resa conto, giusto ora, quando lo scrivo, che ci sono cose che nella mia vita hanno un significato eterno e sebbene non si facciano vedere per tanto, poi eccole lì. Eccole lì. Stavolta ad essere lì è stato uno spettacolo teatrale.

Chi si chiede (cioè, per essere precisa, io me lo chiedo) come abbia fatto a trovare il Tempo (sì, quello con la maiuscola, altro intramontabile del mio quotidiano) per andare a teatro rispondo: boh. Per caso, per impulso, e tutto è stranamente andato per il verso giusto: ho visto lo spettacolo, il mio Autore Preferito, ho chiesto all’Amico Speciale Andiamo?, e lui ha risposto Ma mi gonfierà la testa?, e io di rimando Probabile, e lui allora ha detto Ok, e io ho fatto eco, Ok, allora.  Ho preso i biglietti on line e ho incrociato le dita. Che mandare a puttane un pomeriggio a teatro è un attimo: straordinari non dovuti, l’Amico Speciale che si ritira all’ultimo (ci ha provato, eccome se ci ha provato, ma ho vinto io), un’emergenza di Little Boss dell’ultimo secondo (è capitato e non dubito che capiterà ancora quando è con suo padre).

Ma che dire? Le cose sono andate bene e sono riuscita anche a tornare a casa prima dello spettacolo, cambiarmi, mettermi decente. E non ero nemmeno così distrutta.

E il mio Autore Preferito non mi ha deluso. Di cosa parlava lo spettacolo? Dell’infinito. No, scusate, dell’Infinito. Di Leopardi, sì, certo, anche il suo, di Infinito, ma anche del nostro, di Infinito, di tutto quello che c’è al di là della siepe, gli interminati spazi, i sovrumani silenzi. Di ciò che non siamo più in grado di vedere, di sentire, tutti presi dalle nostre corse quotidiane, dalla nostra ricerca non di vivere il momento, ma di completare azioni: lavorare, palestra, spesa, pulire casa… (ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale). E come si fa a vivere il momento? Beh, siccome è il mio Autore Preferito la penso come lui, oppure lui la pensa come me, fa lo stesso: scrivendone. Scrivere fissa il momento: oggi c’era un bel sole, ma cosa resterà di questo sole se nessuno ne scriverà? Perché scrivere ci fa riflettere su noi stessi, scopriamo noi stessi scrivendo.

Ecco, i Segni, per me sono questi: qualcosa che arriva quando è il momento esatto in cui deve arrivare. E ti dà una spinta, ti sveglia, ti dice: ehi, Moon, ma che caspita stai facendo? Ma non lo vedi che l’Infinito ti cerca, la poesia ti cerca, laggiù, dietro quel muro, e tu la stai ignorando, tutta presa dalle tue faccenduole da massaia?

E io al Segno rispondo. Perché sono educata, per prima cosa, e poi perché glielo devo, al Segno, lui che fa tanto per farsi notare da me.

Ok, Segno, hai ragione: mi sto perdendo, un pochino, sto perdendo la mia tastiera, sto perdendo l’abitudine a scoprirmi, giorno dopo giorno, attraverso la scrittura, anche solo questa, anche solo di uno stupido diario, sto perdendo la musica, sto perdendo i contorni del mio volto allo specchio. Ma lo sto facendo solo per amore, è la mia scusa. Lo sto facendo perché ora c’è qualcuno che ha bisogno di me (e nonostante tutto mi lascia più o meno in pace mentre scrivo ora. Più o meno perché un dubbio sui compiti di inglese, una firma per lo sciopero a scuola…), per qualcuno che merita le cose più belle del mondo, merita le stelle in delirio nella notte, merita le onde calme del mare in Agosto, merita il sole caldo sulla pelle, merita l’abbraccio più stretto che l’essere umano possa sopportare, merita il meglio, lei, e io sono qui per questo, per darle questa opportunità, per far sì che lei veda l’Infinito ora.

Senza amore non siamo nulla.

E io senza l’amore che provo per mia figlia sarei morta.

 

Ps: il mio Autore Preferito ha fatto scrivere a tuti i presenti allo spettacolo per tre minuti alcune righe: qualsiasi cosa passasse per la mente in quel momento. Io non mi fermavo più. Prima o poi rileggerò anche quelle righe…

Intanto lascio quelle famose, quelle che meritano davvero di essere lette.  E rilette.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.