Sometimes they come back

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Eccomi tornata a casa, sto prendendo il secondo caffè della mattina (decaffeinato, che sto cercando di riequilibrare la mia alimentazione) e fuori piove. Non che sia una novità, su sei giorni di ferie, tre sono state bagnate di pioggia, già meglio di come dicevano le previsioni.

Giorni di mare? Zero. Dopotutto ha ragione l’AP (Allegro Pessimista), quello non è mare. Ma almeno l’ho annusato. L’albergo (già chiamarlo così significa dargli un riconoscimento di cui non ha diritto) ha svelato il suo essere cheap sin dal primo giorno. Dico solo che ho ringraziato il cielo tornando a casa e trovando stoviglie e bagno puliti.  Inoltre (ma è normale per quei posti, lo so) c’era la Feria del Vecchio in Vacanza. All’ora di colazione e cena dovevamo sgomitare per avere una porzione di cibo non meglio identificato e bevande annacquate. Ho una teoria sulle bevande: credo che, data la presenza massiccia di persone over 70, che non volessero farle ubriacare o sovreccitare. Squisita, come premura, ma io la mattina non lo voglio l’orzo nel mio caffè! Ora. Che, come dice Little Boss, mi faccia meno male tutto questo, è vero. Ma…

Ah. Dimenticavo la piscina. Ecco. Dimentichiamola.

Nonostante ciò siamo donne risolute, e automunite per giunta. L’auto ce l’ha munital’Amico Speciale, visto che la sua è nuova (e a gas, con aria condizionata funzionante) e la mia Winny invece è già una sessantenne con problemi di olio e una frizione durissima (ma come ho fatto non accorgermi di avere una frizione così dura?). Dicevo: donne risolute e automunite.

Il primo giorno abbiamo espatriato, il nostro primo espatrio insieme, il primo espatrio di Little Boss. Abbiamo varcato il confine nazionale senza nemmeno accorgercene. San Marino è davvero carina. Ma è fredda. O almeno, lo era quel giorno. Fredda e nebbiosa, sembrava di stare a Silent Hill, ma con più turisti.

Belle le torri, bello il Passo delle Streghe, ma alla fine del pomeriggio sembravo un cubetto di ghiaccio, mentre Little Boss aveva una magliettina a maniche corte e diceva Ah, come si sta bene. Forse non è mia figlia. Usa troppi prodotti da bagno, adora i pantaloni a vita alta, non le piacciono le linguine, ha sempre caldo. Dovrò indagare all’ospedale dove ho partorito…

Il giorno dopo abbiamo visto Gradara. Giro con il trenino turistico, pranzo decente in un ristornate (Portami la tagliata. Cottura? La voglio che fa ancora muu), passeggiata sui camminatoi delle mura con panorama mozzafiato. E un bel sole.

E poi dovevamo scegliere: acquario di Cattolica o Oltremare? Oltremare ha vinto e non me sono pentita. Little Boss si è divertita tanto a fare i giochetti del passaporto che danno all’ingresso ai bambini (all’inizio si è sentita offesa, ma poi ha visto che cosa doveva fare e ha cambiato idea. Torno ai tempi della mia giovinezza, ha detto). Inutile dire che lo spettacolo con i delfini è stato il più emozionante. Ma.

Ma non sono riuscita a non pensare che da un momento all’altro avrebbero detto la mitica frase: addio e grazie per tutto il pesce. E di pesce ne hanno mangiato uno sbotto, quei sei, durante lo spettacolo.

E poi il sabato. Il sabato del rientro. Ho pagato l’albergo anche meno del prezzo previsto da Booking, ma non ho fatto domande, sarebbe stato idiota. E poi direzione Bologna.

Ecco. Bologna. Festival del Be you (l’agenda che ha preso il posto della nostra vecchia Smemoranda, in pratica). Un Festival per ragazzine di 12 anni (come è Little Boss), dove non si altro che ore di fila per incontrare gli Idoli. Ok. E chi sono questi Idoli? Boh. Mica ho capito. Youtuber, per lo più, altri ragazzini che fanno gaming, star di Tik Tok(lo avrò scritto bene?), insomma per me perfetti sconosciuti. Ho visto cose che voi umani… ho visto e sentito ragazzine urlanti, genitori annoiati, incazzati, basiti. Ho guardato Little Boss negli occhi e ho pronunciato questa frase:

Se mai un giorno litigheremo (fisiologico, prima o poi, nonostante tutti i Ti voglio bene e i Dammi un abbraccione e Ancora un bacino, dai) e mi dirai l’altrettanto fisiologica frase: Tu non mi vuoi bene, ecco, in quel momento ti ricorderò questo giorno e ti dirò che se non è Vero Amore questo, non so mai cosa possa esserlo.

Ha risposto: ma noi non litigheremo mai. Illusa. E poi una bella rufianata: io ti voglio troppo bene.

È così che mi frega. Sempre.

In conclusione siamo state felici di tornare a casa, perché è bello sì partire, ma anche tornare. E devo dire che L’Amico Speciale mi è mancato davvero. Sono stata felice di trovarlo a casa mia al rientro.

E anche se non è stata certo una vacanza da sogno, non è stato quello che mi aspettavo (un po’ di mare me lo aspettavo, i costumi non hanno visto la luce), è stata bella perché ero con lei. E abbiamo riso tantissimo, soprattutto dei vecchi che sgomitavano al buffet dell’Hotel, e dello sciacquone che buttava acqua di continuo e del traghetto Caronte che faceva tre metri sul fiume per portare la gente da Cattolica a Gabicce per 40 centesimi (gli abbiamo arrotondato le tasche, a quello), e della puzza di pesce ovunque, del panorama dal nostro balcone vista altri Hotel, dell’alligatore a Oltremare che ha terrorizzato Little Boss (e del relativo cartello che diceva: non gettate oggetti agli alligatori, chi lo farà verrà accompagnato a recuperarli personalmente  subito dopo), e delle foto che ci siamo fatte, e di tantissime altre cose che ricorderemo per sempre.

Ho ancora 4 giorni di ferie da dedicare alle lavatrici, alla spesa, alla lezione di Little Boss, al secondo capitolo di It che è appena uscito al cinema…

La foto rappresenta uno dei momenti condivisi con Little Boss. Perché l’alba dal mare mica siamo mai riuscite a vederla…

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Dejà vu

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È una specie di dejà vu.

Ultimo giorno di lavoro prima delle ferie, ovviamente il più terribile dell’estate, clienti come se piovesse, ci manca una persona, dieci minuti prima della chiusura della cucina arriva un gruppo di 15 (!) spagnoli: dieci pizze. Chiamo Osaro, Help me, please! It’s my job, fa lui, e corre. Siamo come la Juve, dice il mio Amico Cacciatore che ogni tanto compare in questi articoli (e lo chiamiamo Gipo, diamogli un nome, a questi amici), lui inizia a stendere, io condisco poi faccio Finish! E lui inforna. Siete una bella squadra. Io non mi intendo di calcio, ma in effetti pare che lo sia, a parte ciò che dicono gli Interisti.

E beh, alla fine saluto tutti, Buone ferie! Divertitevi! Bacio sulla guancia anche Micro(bo), un abbraccio a Sbiru, a Lù, alla Cuoca, a Osaro.

Corro a casa a prepararmi per la festa di mia nipote.

E ormai io e Little Boss siamo d’accordo: le ferie non possono iniziare senza la festa di compleanno di mia nipote, ormai cinquenne.

Il tema di quest’anno? Indiani e cowboy.

La differenza dall’anno passato? C’è anche l’Amico Speciale a godersi i bambini urlanti. Mi chiedo come si troverà, mica è abituato a queste cose, lui, e invece mi sorprende: sempre a suo agio, l’Amico Speciale, chiacchiera con i miei, chiede ai bambini di fare una gara di urli, prende un po’ in giro Little Boss, che quest’anno non si schioda dal mio fianco, forse si sente troppo grande ormai per giocare. Trovo a un certo punto la ragazza dell’anno passato, quella incinta di sei mesi: lei e Woody hanno sfornato proprio un bel pargoletto. È più vispo di suo fratello, dice, e io rabbrividisco per lei, visto che l’altro suo figlio, quello grande, è di nuovo attaccato alla casetta, urlante: forse c’è dall’anno passato, chissà.

E di nuovo (sembra quasi incredibile) mi trovo di fronte a una conversazione sulla differenziata che vede partecipi mio padre e mia madre… davvero non capisco. So che non possono parlare di politica, so che non possono parlare del loro privato, ma è possibile che non si rendano conto che parlano sempre e solo di spazzatura? Non potrebbero discutere, che ne so, di cucina?

Meno male che poi arriva l’Amico speciale e inizia a raccontare del suo anno di militare: una conversazione nuova per la mia famiglia, né mio padre, né mio cognato, né il mio ex avevano storie da naja nel loro repertorio.

Taglio della torta e, come da copione, tutti a casa, domani si parte per le ferie io e Little Boss, Riviera romagnola quest’anno, ho prenotato in anticipo e trovato una super offerta (io ho il radar per le vacanze cheap). Stavolta l’Hotel (con mezza pensione) è talmente cheap che ho paura che la sera mi chiedano di fare un paio d’ore di lavoro al ristorante… speriamo bene.

Inoltre il meteo pare che non sia dalla nostra. Una settimana di acqua piena, dice, ma si sa, i Bernacca di questi tempi non sono poi così attendibili, forse qualche ora si salverà.

E poi, come ogni anno, l’importante è cambiare aria, e stavolta cambio pure mare. Ho almeno un paio di cose in programma: fare un selfie con Little Boss a San Marino (per rendere noto al mondo che abbiamo lasciato l’Italia durante queste vacanze, disobbedendo all’ordine imperativo del mio ex che non mi permette di farla espatriare), e un’alba dal mare.

Quasi pronta alla partenza, non mi resta che finire le valigie e saltare in macchina.

Ah sì: devo svegliare Little Boss!

Ci risentiamo tra una settimana.

E ora Via! Verso l’infinito e oltre!

La sfida più difficile

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L’unico giorno in cui posso fare la buca nel letto l’Amico Speciale va a lavoro presto, sciottola in cucina, ci tiene ad abbracciarmi stretta prima di uscire, lui, che appena apre gli occhi è già super attivo. Io, che appena apro gli occhi sono uno zombie, ho bisogno di litri di caffè e almeno mezz’ora di silenzio assoluto. I risvegli con lui per me sono un piccolo trauma e non c’è nulla da fare, lui si diverte tantissimo a vedermi così.

Ho provato a tornare a dormire, nulla da fare, una volta sveglia sono sveglia e inizio a detestare il letto, mi sta proprio antipatico quando non serve alla sua funzione, quando Morfeo se ne va me ne devo andare anche io.

Mi risveglio in una casa stranamente silenziosa, Little Boss è da suo padre, la vado a prendere tra poco. L’ha portata al mare, il mio ex, per la prima volta dall’inizio dell’estate, gli era presa una specie di ripicca, sono mesi che le tiene il muso, che le rivolge a stento la parola, che la punisce perché non mi odia come fa lui, non capisce che il mondo non funziona con le fazioni, che se qualcuno non odia chi odia lui non è un nemico necessariamente, ma è tutto inutile, nessuno riesce a farlo ragionare e chi ci rimette è una bambina che si trova un padre a metà, un padre che non sa fare il padre, che non ne è proprio capace. Poteva andare peggio, mi dico a volte, poteva fare di peggio, ma ogni volta che ci penso mi rendo conto che non lo so pensare, questo peggio, penso dalla parte di chi è genitore e mi arrabbio tantissimo. Ma no, più che la rabbia mi morde la preoccupazione.

Sono talmente preoccupata che la sogno la notte, Little Boss, la sogno ribelle, la sogno triste, la sogno infelice. Poi mi sveglio, vado in camera sua, la guardo mentre dorme pacifica, la pace di chi ancora non ha fatto quello scalino nel mondo dei grandi, solo quando dorme riesco a vederla così, ancora una bambina, ancora un esserino indifeso, come quando aveva pochi mesi e si addormentava tutta rannicchiata sul mio petto, il faccino tondo rivolto in su, la manina stretta al mio dito. Per anni mi sono chiesta se questa separazione l’avesse turbata: chiedevo a chiunque di darmi un’opinione, Ma secondo te sta bene?, la vedi tranquilla?, a scuola avevo mobilitato tutte le maestre, poi alle medie anche i professori, ma la risposta era sempre la stessa: è allegra, solare, sta bene con i compagni, va bene in tutte le materie. E allora alla fine ho smesso di chiederlo agli altri, lo chiedo a lei, ora, la abbraccio e glielo chiedo, oppure la abbraccio e basta, a lei ancora piace se la abbraccio, ancora lo vuole quel calore, vuole i baci a consumare le guance, vuole sentire che ci sono, che le voglio bene, che non la lascerò. Ancora vuole tutte queste cose, che sono le cose che voglio anche io, e quindi tra di noi tutto va bene. Ma sono preoccupata lo stesso. Un po’ lo sono per natura, una che si preoccupa, un po’ so che non sarò in grado di salvarla dalle delusioni, dal dolore, al limite potrò cercare di non dagliele io, ma anche su questo come posso garantire? Come posso dire ora che non la deluderò mai quando so per prima che tutti i genitori, prima o poi, per un motivo o un altro, deludono?

Era un giorno di novembre, dopo la raccolta delle olive. Faceva freddissimo e io e il mio ex siamo andati in un bar a berci una cioccolata calda. Ero vestita come l’omino della Michelin, forse avevo proprio una giacca con la scritta Michelin a dire il vero, ero stanca ma felice, non mi ricordo nemmeno più perché. È stato in quel momento, mentre soffiavo sulla tazza, che ho deciso. E ho deciso io, non ricordo di aver chiesto, ricordo di aver comunicato. Avevo 27 anni e volevo un figlio.

È stato in quel momento che la mia vita è cambiata. È stato in quel momento che ho intrapreso la sfida più difficile della vita.

Una sfida alla quale non rinuncerei mai per tutto l’oro del mondo.

 

Piano B

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Ho un piano B per superare questo momento che, per motivi fatti da: un ex fuori di testa, una bambina malata da una settimana, il lavoro che aumenta, mi rende un po’ nervosetta, facendo naufragare anche le attività più semplici, come cucinare il pollo.

Il piano B l’ho ideato questa mattina, dopo una notte diversamente dormiente. Mi sono svegliata credo millemila volte, mi sono girata nel letto come un cane che non trova la cuccia, ho contato un numero di pecore che mi avrebbero permesso di fare maglioni a tutto il mondo per cento anni.

E ho sognato. Maledetti sogni, di nuovo. Ho sognato di non riuscire a smettere di fare pipì. Stamani il libro dalle pagine ingiallite mi ha detto diverse cose a proposito di questo sogno. Pare che abbia sentimenti repressi che si sono accumulati come la spazzatura nella discarica, e che io abbia bisogno di sganciarli dalla repressione, ed esprimerli. Dai retta alla tua pancia e non alla tua testa, ha consigliato. Beh, la mia pancia mi dice solo che non ho fame, complice di sicuro il caldo.

Ed ecco che allora ho inventato il piano B: visto che comunque non riesco a seguire in questo momento (ma l’ho mai fatto?) un’alimentazione normale, nonostante ogni tanto la cuoca al Ristorante faccia le orecchie da mercante quando le dicoNon mangioe butti comunque la pasta anche per me (Ormai l’ho cucinata, e sfodera un sorriso), tanto vale bere. Quindi una tisana ogni ora, più o meno. So che le tisane fanno caldo e sembra una scelta bizzarra, ma almeno bevo e provo a rilassarmi.

Ma perché non ti droghi come tutti?,mi dice Micro(bo) mentre pulisce una piccolissima ditata sul vetro della porta: il ragazzo sta diventando come la badante russa di mio nonno, che ti faceva infilare le pattine all’ingresso per non sporcare.

Bella idea!,rispondo. Giusto per aggiungere disagio al disagio…

Il risultato per ora è che il mio sogno sta diventando realtà: faccio pipì di continuo.

Forse era un sogno premonitore.

Intanto la domenica sta finendo pigra, alla tisana ho aggiunto un incenso, giusto perché la tazza che sto bevendo ora sa di zenzero e mi pare di stare in Oriente così: il viaggio dei poveri.

La mia Little Boss è a finire di guarire da suo padre già da venerdì, mi manca, ci mandiamo post con Commenti memorabili su Instagram, disquisiamo al telefono se posso chiamarla cucciolae zucchina(credo di averla chiamata in tutti i modi, anche zuppetta di pesce, non esiste un nomignolo che non le abbia affibbiato), mi aggiorna sul sapore schifoso degli antibiotici e quello invece decente della Tachipirina orosolubile (Ma perché c’è scritto orosolubile?, chiede lei appena vede la confezione. Viene dal latino, os, oris è bocca.Significa che si scioglie in bocca. Lei mi guarda e sembra sollevata. Che credevi?,chiedo. Che fosse una supposta. Beata ignoranza…). Ma non è come averla qui.

L’Amico Speciale invece è partito per uno dei suoi viaggi, mi telefona annoiato, io gli racconto del tizio con il kilt che al Ristorante oggi ha allietato tutti suonando e cantando una canzone scozzese con la chitarra, Ti mando il video, dico. Lui mi chiede se aveva le mutande e se ha fatto il gesto epico di Mel in Braveheart.

Penso al mio romanzo: statico da un mese e più, penso che se scrivessi un pezzetto tutti i giorni, invece che scrivere qui, forse lo finirei in poco tempo. E mi torna in mente che anni fa il Mentore mi disse una cosa molto simile.

Si vede che magari non sono un tipo da romanzo. Forse non è proprio la mia forma. O non lo è ancora.

Il progetto resta comunque sul mio muro.

Vediamo intanto di far finire anche Giugno e poi tasterò di nuovo il terreno del mio Dentro per capire se c’è dello spazio adatto per piantare questo seme.

Mi scappa di nuovo la pipì, uff…

Morte e Amore (capovolgiamo Leopardi)

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Stamani ho ucciso un animale.

Nella mia ignoranza zoologica credo di aver ucciso un furetto. O una donnola. O una faina. Dalla foto potete dare suggerimenti.

Ci ho pensato tutta la mattina: non era una volpe, né uno scoiattolo grosso. È il primo furetto (o donnola, o faina, o altro) che uccido.

Ho ucciso un gatto, una volta, anni fa. Era un gatto bianco, mi sfrecciò sotto le ruote alle quattro di mattina, stavo andando a lavorare. Il gatto non sono riuscita a evitarlo: un vero suicida nato: se ci penso ricordo ancora il rumore delle sue ossa sotto le ruote, una cosa da brivido che non consiglio a nessuno.

Stamani ho provato a frenare. Mi sono quasi fatta tamponare dalla macchina dietro, che mi ha suonato, ho cercato di sterzare, ma nulla: seppur nell’incertezza visiva avevo la certezza fisica. Mentre tornavo a casa ho guardato a lato strada: e al punto giusto eccolo lì, la lingua fuori dalla bocca, lungo disteso sull’asfalto: TDL non ha fatto il suo lavoro (non so in realtà se questo rientra nel suo lavoro, ma mi piace pensare di sì).

Ho ucciso. Brutta cosa se la pensi così, mi ritengo però fortunata che il suicida stavolta sia stato un animale di piccola taglia, non un cinghiale, non un capriolo, come spesso è accaduto. A morire potevamo essere in due, altrimenti. A volte basta un attimo.

Ecco cosa penso: basta un secondo di distrazione, un messaggio sul telefono, un pensiero a persone perdute. Basta un secondo e non sei più la certezza di qualcuno: sei solo un fantasma. E il mio primo pensiero va alla piccola Boss, che cosa farebbe senza di me? Oh, beh, sì. Lo so che se la caverebbe lo stesso. Che io non faccio poi così la differenza. Ma se non fosse così? Che assenza lascerei nel suo cuore? Come vorrebbe colmarla?

Vivo perché viva qualcuno che non è me.

Lo faccio da 12 anni, quasi 13.

Nella banalità di uno stupido furetto (o donnola, o faina, o altro) che ti attraversa la strada non riesco a non vedere il senso della mia vita ora. Che poi è il senso della mia vita da quando lei è nata. Buffo come la vita ti si spieghi tutta, in certi momenti, cristallina, lucida da far paura. Tu sei tu per te, ma sei tu anche e sopratutto per qualcun altro, che poi è il qualcun altro che ami.

Si vive solo per amore.

Non ci sono alternative.

È l’Amore la forza che muove queste inutili vite.

È l’Amore che conta.

E quindi torno all’inizio, come in uno stupido circolo vizioso, mi mordo la coda, mi chiedo ancora cosa sia, questo Amore. La parola vuota per eccellenza, quella che tanto disperatamente voglio riempire.

Conosco perfettamente solo l’Amore per Little Boss.

Tutto il resto è ancora da definire, inscatolare, mettere via.

Ma va detto che nella mia breve-lunga vita di cose diverse ne ho assaggiate eccome. Cose provate, cose fatte provare.

Chissà quale di queste si poteva davvero chiamare Amore…

Il Tempo giusto

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Stamani tritavo la mozzarella per la pizza per il Ristorante. Mi capita spesso, facendo lavori ripetitivi dove il neurone non ha bisogno di sforzarsi, che mi arrivino pensieri inaspettati. Capita un po’ a tutti, credo. Poi mi capita, però, anche un’altra cosa: se faccio un lavoro ripetitivo per la prima volta e ho un certo pensiero, tutte le volte successive che faccio quel lavoro mi arriva lo stesso pensiero. Un esempio: la prima volta che riempivo i bignè alla crema con la sai à poche, che non sapevo usare, ho pensato all’appuntamento con la mediatrice familiare: dove avrei parcheggiato, cosa le avrei detto, alla finestra affacciata sulla scuola elementare che ho frequentato, ai suoi capelli corti, al suo cognome fin troppo familiare. E così, ancora oggi, quando riempio un bignè alla crema, il pensiero mi va a quella fragile (e dannosa) ragazza, al suo studio, al suo modo di parlare eccetera. 

oggi, quindi, tritavo la mozzarella. La prima volta che ho tritato la mozzarella da pizza avevo 17 anni, l’estate prima del diploma. Lavoravo per uno stereo nuovo, per le vacanze prima dell’ultimo anno, ascoltavo Alanis Morrisette (c’era quella canzone, Hand in my pocket, che aveva un strofe che facevano per me: I feel drunk but I’m sober, I’m young and I’m underpaid, I’m tired but I’m working)leggevo tutto Calvino con libri presi in biblioteca, giravo in piena estate di mattina con la felpa, facendo incazzare mio padre, portavo pantaloncini di jeans cortissimi, facendo girare il tipo trentenne del bar che lavorava lì vicino e che due anni dopo sarebbe diventato il mio quasi amante. 

E a volte, la domenica pomeriggio, mi mettevano a tritare la mozzarella, prima che la pizzeria aprisse, prima che il mondo si svegliasse, perché lì, dove lavoravo, sembrava la morte prima della sette della domenica. E io avevo la pelle del colore dell’aragosta che premeva sui vestiti, perché non perdevo nemmeno un istante libero per andare al mare, da sola, prendendo almeno tre mezzi pubblici e perdendo due ore che in macchina ci avrei messo mezz’ora. E mentre tritavo la mozzarella pensavo alla mia vita da grande, che avrei avuto un appartamento in città, che avrei vissuto da sola per un po’ (che ci crediate o no, questo sogno è stato il motivo per il quale è finita la storia con il mio primo ragazzo, oltre al fatto che avevo deciso di fare l’università e lui invece no), che avrei avuto un cane, o un gatto, un ufficio che mi avrebbe visto fare cose inimmaginabili (letteralmente), immaginavo la mia auto, i miei tacchi, i miei completi, le mie acconciature, gli uomini che avrei frequentato. Non mi vedevo sposata. Non mi vedevo con figli. Non mi vedevo insieme a, ma da sola con. 

Stamani quel pensiero, prepotente, è tornato. E ho riso di me, ho riso di gusto proprio, mentre cercavo di mandare via la stanchezza, la preoccupazione per Little Boss, che i miei puntini sulle I hanno scatenato un bombardamento che lei sente, nonostante io cerchi di tenerla al sicuro nel bunker, ma la guerra c’è, è in atto, e andava fatta, bisognava rispondere, non si può sempre subire, anche questo devo insegnarle, che non si può sempre subire. 

Ho riso mentre cercavo di capire che il mio sogno in parte l’ho realizzato a 40 anni, e che ormai però è tardi, certe cose vanno fatte a 20, e io a 20 già vivevo insieme al mio ex. 

E come al solito faccio bilanci e arrivo a dire che la vita l’ho vissuta al contrario, a 20 anni ero già sposata, a 27 ho avuto una figlia, a 35 ho ricominciato l’università, a 40 vivo da sola. 

E forse la voglia che ho è solo di normalità. Forse è il kairòs, come mi ha ricordato qualcuno qui, da qualche parte, in qualche articolo. Forse questo è il momento giusto, il tempo giusto. 

Forse è solo il momento di provarci. 

Provarci davvero. 

La mia eredità

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E finalmente ecco il sole.

Caldo sulla pelle che non chiede altro che esporsi.

Solo che devo ricordarmi di aggiustare il condizionatore in macchina, che sono tre anni che perde gas. E se devo farmi un viaggio per andare dal mio avvocato mi serve.

Parcheggio in un posto incredibilmente vicino e dove non si paga dopo le due del pomeriggio, in pratica un culo che mai avrei pensato di avere in Città, e lascio che la signora del bar dove prendo il caffè (e una bevanda che è una sòla indecente) mi dica quanto vorrebbe prendersi una casetta dove vivo io, mentre io vorrei prendere una casetta dove vive lei. Quasi quasi sto per proporle uno scambio (equo e solidale: un monolocale nel buco del culo del mondo VS un appartamento in città) quando mi suona il telefono. Sono in anticipo per il mio appuntamento, posso passeggiare lungo le mura, chiacchierare del più e del meno con l’Amico Speciale che lo so che vuole solo distrarmi un po’, allentare la tensione prima che io metta i puntini sulle I. che poi è quello che sono venuta a fare, qui, a 50 chilometri di distanza da casa, in una giornata che era meglio se ero (finalmente) al mare, al limite in piscina.

Il mio avvocato profuma di lavanderia, mi dice : Sei biondissima, come stai bene, mi fa accomodare, mi guarda fisso negli occhi e dice: io però sono stufa, questo uomo (il mio ex, Ndr) è davvero pesante. Io rido. Tu sei stanca? Che sei in questo pastrocchio solo da sei mesi? Io ci sono da quasi quattro anni.

Ci mettiamo di buona lena a mettere i famosi puntini sulle I, scriviamo una bella lettera, ci consultiamo con l’altro mio avvocato per telefono, che ha appena partorito, ma nonostante la fatica di una bambina di due mesi è davvero cazzuta quando dice la sua. Sì, ho due avvocati, nemmeno fossi Riina.

E sebbene fossi arrivata con il sole e il caldo e la tensione, esco alleggerita, positiva, so di aver fatto la cosa migliore che potessi fare per la mia Little Boss, lo so perché lo sento, e io ormai a quello che sento do un gran peso. E la sera, quando ritorno a casa con la piccola in macchina, lei me lo conferma. Mi chiede cosa ho fatto nel pomeriggio, le spiego le cose a grandi linee, ma senza trascurare nulla. È nel suo sguardo che trovo conferma. Come se mi stesse dicendo:prenditi cura di me, non lasciare che debba fare le cose da sola.

E no, piccola, che poi piccola non sei più. Tu da sola non ci sei. Il mio avvocato ha voluto vederti e le ho mostrato un video dove cantiamo Tanti auguri a Ale, lei ha detto: come è dolce, e tu lo sei davvero, piccola. Sei la migliore. Sei forte, energica, intelligente, piena di vita. E io quello voglio conservare, quella fiammella che accende la tua vita, e per farlo donerò ogni goccia delle mie energie.

Vorrei essere solo un esempio migliore, ma non sono più una fan della perfezione. Ho una piccola vita, fatta di piccole cose: un caffè che profuma di zenzero, lo smalto blu sulle unghie, l’ultimo pezzetto di cioccolata all’Irish Coffe di Ale, la piastra per i capelli abbandonata in terra nel bagno, il ricordo di un bacio, lettere, nero su bianco.

Alla fine sono fatta per tre quarti di inchiostro.

Spero di lasciarti almeno questo.

 

Riuscire a vedere la bellezza

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La giornata odierna è iniziata nei peggiori dei modi, con una velata minaccia del mio ex, Non la passerai liscia, che non so perché ma ha innescato tutta una serie di pensieri negativi terribili e odiosi rivolti a me, soprattutto, su come io mi senta un po’ come la Maga Magò della Spada della roccia, avete presente quando tocca il fiorellino e quello si incenerisce? Ecco, a volte mi sembra di essere questo. Ma certo, non è che invento tutto tutto, non sono solo seghe mentali venute dal nulla, è roba che mi viene detta e ripetuta spesso. Certo, mi viene detta dai miei haters, ma solo il fatto che io ne abbia più di uno non è perlomeno strano? Lo Shogun mi dice che in effetti passo pure per occhio, non sono in politica, non sono iscritta ad associazioni strane, tipo archeosofica (che manco so cosa sia, ma so che c’è) o massoneria, non vado a bere l’aperitivo al bar come abitudine, non mi metto a ballare per la strada, quando arrivo a casa di solito scendo dall’auto e entro (veloce) in casa e lì resto fino al mattino dopo, tengo la musica e la tv bassa negli orari proibiti… insomma non rompo le balle a nessuno. Mi pare. Però respiro. E penso. Anche se nei social non ostento quasi mai pensieri forti o decisi, per scelta (i social mi servono per il lavoro non pagato e, a volte, per quello pagato). Forse, dico, faccio pensieri rumorosi…

In ogni caso, il turbine di pensieri negativi mi ha portato anche a piangere sulla frolla versata, cioè, sulla frolla impastata per i dessert di domani, che come sapete è Pasqua e quindi si lavora come schegge impazzite. E il mio capo mi ha guardata e mi ha detto: non ci perdere energie, per quello stronzo. Ma io piangevo per quella stronza di me. E questo non l’ho detto.

Ma si sa… a volte le giornate cambiano. E stavolta è stata Little Boss a dare la svolta decisiva. Perché, nonostante un messaggio inquietante di suo padre ricevuto alle 2 di notte, lei è sempre allegra, positiva, distaccata (sì, lo so, meglio che scriva sempre apparentemente) e con tanta voglia di vivere. E allora mi sono lasciata trasportare dalla sua onda, mi ha presa proprio per mano, letteralmente, e mi ha portata a giocare. Il gioco è Geo caching , il suo nuovo trip. Per le spiegazioni vi mando qui.

E quindi oggi abbiamo approfittato del sole pieno, dei 23 gradi, ci siamo immerse nella natura (farlo, qui da me, è semplicissimo, basta farsi due metri oltre un qualsiasi paesello), abbiamo passeggiato in boschi, giardini, stradine, punti panoramici, e abbiamo cercato le sue scatoline(non ditele che le chiamo così).

Due su tre i ritrovamenti. Ma si sa che non è mai l’arrivo, ma il viaggio. E il viaggio è stato dannatamente divertente. Un po’ perché io, con Little Boss, mi diverto sempre tanto, mi tira fuori la parte bambina si vede, ma spiritosa e intelligente lo è davvero, insomma è sul serio una bella compagnia.

E dopo tutto questo camminare, scavare, cercare in posti tanto belli che fatico ancora ad abituarmici il risultato è stato che i pensieri negativi sono tornati nel buco dal quale erano usciti. Quasi del tutto. E sono stanca (metteteci anche il lavoro) e i piedi mi fanno tanto male che sto scalza per riprendere contatto con la terra, ma il cuore mi fa molto meno male.

E poi Little Boss ama David Gilmour e alziamo a palla tutte le canzoni in macchina e una volta tornata a casa mi lascia scrivere e… ora devo andare. Devo portarla da suo padre. E anche se stasera sarò sola (e non lo sono spesso, ormai, di sera) ho un’altra cosa da attendere e alla fine la bellezza c’è davvero. In mezzo a tanta merda (sterco, direbbe la mia collega) c’è pura bellezza. Allora dicevo bene, anni fa: ognuno deve spalare la propria per riuscire a vedere la bellezza.

Di madri in fieri e pensieri inutili

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Lo Shogun mi ha portato una cosa, un prestito, qualcosa che mi permette di usare la mia Reflex che avevo lasciato a prendere polvere accanto alla macchina da scrivere (un’Antares, non è un’Olivetti lettera 22, ma mi accontento). E allora sono giorni che fotografo bicchieri, Little Boss, libri, muri, tutto ciò che non si muove in questa casa credo di averlo fotografato. E siccome non mi basta la modalità automatica, che lo so che dovrei usare quella, lo so, ma non mi basta, allora premo pulsanti a caso, faccio le prove, leggo due cazzate on line per capire come cavolo funziona ‘sta cosa pesante che mi trovo tra le mani. E i miei bicchieri e i miei libri non sono sono mai sentiti così importanti. E ieri, mentre inchiodo al muro un libro di poesie di Carver con una funzione di cui non ricordo il nome, mi arriva un messaggio da un’amica (eh, lo so che credevate che avessi solo amici, ma no, ho anche delle amiche) che mi dà una pessima notizia. Per lei. Alcuni esami le hanno rivelato che non potrà avere figli molto facilmente.

Ora, lei si è già affacciata ai trenta, ha rotto pochi mesi fa con il suo ragazzo con cui stava da più di dieci anni e adesso vive con il nuovo fidanzato solo da due mesi. Ha lasciato un lavoro sicuro ma di difficile gestione per un altro più soddisfacente, ma con un contratto a termine. Termine breve. Una situazione complicata per pensare a un figlio. Eppure… eppure lei lo vuole. Il medico le ha detto: inizia a provare subito, da stasera.

Ora. Io ci penso un po’ su. Le dico la verità: non esistono le condizioni perfette per fare figli, esiste solo l’illusione di una situazione perfetta. E io ne sono la dimostrazione. Credevo di aver costruito le cose giuste, un lavoro redditizio, una casa, un compagno affidabile. E poi è andato tutto a rotoli. Ma lei, Little Boss, è la cosa migliore che io abbia mai fatto, l’unica cosa importante. Quindi sì, vai, hai ragione, fallo, provaci. Ora o mai più, ha detto il medico. E allora chissenefrega del contratto, del compagno sicuro (tanto sicuri non lo sono mai): un modo per crescere i figli se siamo persone intelligenti lo troviamo. I figli hanno solo un bisogno: l’amore.

Certo, la sua condizione mi fa pensare a quanta io sia fortunata ad avere Little Boss nella mia vita. Sarà perché so di cosa si tratta, ormai, ma senza l’amore che provo per lei sarei davvero persa.

Di quanto egoismo siamo pieni quando amiamo…

 

(Qui ho fatto una lunga pausa dove il mio cervello è partito tanto veloce che non ho avuto tempo di afferrare davvero i miei pensieri, e quindi trascriverli: oggi siete parzialmente graziati).

 

E allora concludo che il pomeriggio mi sta correndo via pensando a cose inutili.

Ma la cosa positiva è che mi sto gustando un libro che mi dà ragione ridefinendo il concetto di Inutile: ovvero, esistono cose totalmente libere da fini utilitaristici che in effetti ci sono utili, indispensabili direi, per essere umani. Quindi, che Nuccio Ordine voglia o meno considerare le mie inutili riflessioni come rilevanti, forse saranno servite perlomeno a rendermi più umana.

E a rendere voi intolleranti agli ossimori.