Aspettando che smetta di piovere

Ieri sera ho un po’ sbroccato e mi sono ricordata perché il mio acronimo è Moon (QUI). 

Il 2022 è iniziato proseguendo allegramente il 2021, quindi trascinandosi dietro tutto il peso accumulato. 

C’è mia figlia che ha le crisi per un 7 a Fisica (voleva 9, così, dice le si abbassa la media… questo per dire che Gintoki aveva ragione, mi sa, nel suo post), tanto che mi è toccato dirle che se lo rifà la costringerò a non studiare per una settimana. Ma dico, che cazzo! Qualche altro genitore ha mai pronunciato queste parole? Mah.

C’è mio padre, che si lamenta se la badante lo sgrida. Lo fa per il tuo bene, gli dico. Speriamo, fa lui, ma io ci resto male. Mi si spezza un po’ il cuore e gli chiedo per cosa lo aveva rimproverato. Perché non voglio fare la doccia, dice lui, candido. Little sta crescendo, ma un altro figlio ce l’ho lo stesso, di età imprecisata, ma va dai 5 ai 7. Conoscevo una canzoncina, cantata da un gruppo locale di artisti per bambini; faceva: doccia, doccia, tu non sai quanto mi scoccia… dovrò rispolverarmela per proporla a lui, come facevo con Little. 

C’è mia madre, la no vax ora vaxcinata, che non vuole capire che la domenica per è un giorno di guerra, in stile ‘15-‘18, cioè proprio un corpo a corpo, e che poi la sera non è che mi va proprio di ricambiarmi e andare a cena da lei. Lei sfodera la sua frase preferita quando le cose non vanno come dice lei: per me non hai mai tempo, lo sapevo (sottointeso c’è: per tuo padre hai sempre tempo). Vorrei dirle che quando inizierà a farsela addosso andrò a cambiare pure lei, ma come ho già detto con mia madre ho imparato a mordermi la lingua sennò non se ne esce. 

 E poi c’è l’Amico Speciale. Non che lui sia un problema, lo è un po’ la convivenza. Ma nemmeno la convivenza in quanto tale. È il cambiamento. Insomma, dopo sei anni di completa indipendenza, all’inizio alquanto dura, non è facile ricominciare da capo. Soprattutto se, come me, durante la convivenza passata (con il padre di Little) si è sofferto come bestie. Mi ci vuole un bello sforzo ogni giorno per ripetermi che non sarà la stessa cosa. A volte però…capitolo. Soprattutto quando sono stanca. E così ieri sera ho offerto a l’A.S. tutto il repertorio della Nevrotica. Lo avevo quasi spinto a rifare i bagagli. Poi ok, è andata a finire tutto in tarallucci e vino, come diceva mia nonna. Ma mi sento come l’Arno dopo dieci giorni di pioggia ininterrotta. E l’A.S. è lì che mette i sacchi di sabbia sulle spallette, allontana la gente dai ponti, qualcuno fa un servizio in diretta su Canale 50, il livello è pericoloso, se continua a piovere così anche stanotte…, dice la giornalista. E io per abbassare il livello dell’acqua non posso che piangere e sperare che quelle gocce tirate fuoricontribuiscano a ripristinare il livello dentro. Certo va detto. L’A.S. con i lavori manuali è bravissimo e i sacchi di sabbia li sa mettere alla perfezione.

Ora non resta che aspettare che la pioggia cessi. 

Ci vogliamo fidare?

Mi hanno rubato il portaombrelli. 

Chissà perché questa cosa mi sconvolge tanto, come se fosse, che ne so, un cimelio di famiglia o chissà cosa. In realtà è solo il rimasuglio di quello che, di questa casa, non sono riuscita a sbarazzarmi. Alcune cose le hanno portate via le formiche (come le chiama la padrona di casa di mio padre), cioè il recupero ingombranti, altre cose le ho fatte sparire magicamente nel furgone di una amico, altre ho dovuto regalarle (vedi qui). Quello, il portaombrelli brutto, era rimasto nascosto nella futura lavanderia e quando me ne sono accorta ho pensato: vabbhè, brutto sei brutto, ma puoi fare comodo. L’ho spostato fuori dalla porta e lì è rimasto finora. Inutilizzato per di più, perché io non uso ombrelli. 

Oggi, tornando da un giro di spese folli con Little nel Capoluogo, ho visto la sua assenza fatta di una macchia circolare di ruggine. 

Ora, a parte la domanda ovvia: ma di cosa te ne fai? , c’è anche quella forse meno ovvia: ma come te lo sei portato via? Sottobraccio? Hai fatto il pezzo a piedi con quell’aggeggio rugginoso in braccio, tipo bebè? Oppure ti sei fermato con la macchina apposta davanti casa mia e te lo sei caricato in bauliera?;infine LA domanda: perché? Ti piaceva? Se me lo dicevi te lo avrei regalato. Tanto manco era mio. Un regalo di Natale per sottrazione?  

E poi arriva anche l’ultima domanda: ti sto sulle scatole? Ho messo la macchina dove parcheggi sempre tu? Non ti ho salutato una volta che ti ho visto? Ti sono passata avanti alle poste? (no, quello mai, non ci vado, io, alle poste, ma era per dire). 

Evvabbè, ripeto, non so perché mi sconvolga tanto. 

Però c’è una cosa. Una cosa importante che erano anni che non provavo. Stasera, quando l’Amico Speciale tornerà a casa mia, dove ha piazzato la sua televisione gigante e la sua stampante wireless (il suo modo di dire di sì alla nostra convivenza: prima la tv dei vestiti), lo condividerò con lui e non sarà solo una cosa mia, sarà una cosa nostra. Ci avranno rubato il portaombrelli (che non era di nessuno dei due, ma è uguale). Così come la cena si prepara in due, la spesa si fa a metà, le decisioni, ora, posso prenderle condividendole. 

Mi sembra, in un certo senso, di star guarendo. Anche se una parte di me è sempre sul chi vive perché ha paura che non sia una guarigione, ma l’inizio di una nuova malattia. 

Ma, alla fine, bisognerà che ricominci a fidarmi di qualcuno? Che non sono io. Perché se ci devo riprovare, e pare che io stia facendo questo, non ha senso aspettare ancora. Tante delle mie paure le ho messe a tacere, sono nata un’altra volta, sarà la decima, sono una che rinasce spesso. 

Perciò ok, non ho perso del tutto la fiducia negli altri. E lo sto dimostrando, me lo sto dimostrando. E lo dimostrerò anche a chi mi ha rubato il portaombrelli. Al suo posto ho messo (ciò che resta de) la stella di Natale. 

Ora potete tranquillamente contestare che forse, se me la rubano, va a vivere una vita migliore, visto com’è ridotta. 

Ma io lo faccio per pura fiducia nel prossimo!

Moon, explained

Stasera Little mi fa: a che ora si cena?

Non so, volevo scrivere un po’, ti scoccia se ceniamo più tardi?

Mette una manina (gelida) sulla mia.

Ceniamo quando ti pare, l’importante è che tu riesca a ritagliarti un po’ di tempo per te stessa.

Di nuovo, stavo per mettermi a piangere.

Mi sono resa conto, altresì, che dopo un periodo, anni fa, in cui non potevo più guardare la tv perché piangevo per qualsiasi cosa, dal tg a un film comico, sono passata a un periodo in cui non potevo più guardare film da sola perché li trovavo senza senso. E quando li guardavo con l’Amico Speciale spesso lui si commoveva (davanti a film commoventi) e io no. Dopo questo periodo la Coronaquarantena ha di nuovo dato una svolta: ho ricominciato a guardare film in solitaria con mucho gusto. Dopotutto c’era ben poco da fare in quei giorni.

Poi sono tornata normale: ora guardo film in solitaria con mucho gusto e, se il film è commovente, piango. Questo non può che significare che il mio comparto emotivo ha ricominciato a lavorare in maniera efficiente. Sono cose che danno soddisfazione, che diamine!

Anche la mia efficienza è tornata ad essere il top di gamma come un tempo. Anche se ora so che devo tenerla a bada per evitare eventuali crolli che potrebbero compromettere il comparto emotivo di cui sopra. 

Di recente ho visto insieme all’A.S. una serie su Netlix, La mente in poche parole. O meglio, Mind, explained. In inglese non fa più figo, ma io vorrei sapere perché devono travisare ogni titolo in traduzione, dal celebre caso di Se mi lasci ti cancello ( Eternal sunshine of the spotless mind) al film che ho visto l’altra sera, The invention of lying, tradotto in Il primo dei bugiardi. Comunque, polemiche di traduzione a parte, il terzo, se non erro, episodio parlava di personalità e test della personalità. 

In pratica, riassumi riassumi, hanno costruito un modello che si chiama Big Five:  ogni essere umano ha in sé questi cinque tratti che possono essere presenti in maggiore o minore percentuale e che ci caratterizzano. I Big Five sono: 

  1. Coscienziosità 
  2. Amabilità
  3. Nevroticismo
  4. Apertura mentale
  5. Estroversione

Ora, se volete sapere in dettaglio ogni tratto e come funziona (in teoria, ovvio) dovete guardarvi la serie. Non perché Netflix mi paghi, ma perché non sono capace di spiegarvelo come loro.

Io sono rimasta colpita dal punto 1. Perché quando mi guardo allo specchio, da anni, non vedo altro che coscienziosità alla massima percentuale. Certo, pure una certa dose di nevroticismo mi caratterizza. Oggi come oggi, 30 novembre, entrambe emergono con prepotenza. Alla bravura con la quale mi prendo cura di mio padre e cerco di risolvere i suoi casini causati durante gli anni (alcuni sono impossibili da risolvere e ne sto prendendo atto), si affianca l’incapacità di affrontare la situazione con la giusta stabilità. Il che mi porta a non dormire, a essere distratta sul lavoro, a sbagliare a fare conti semplici, a dimenticarmi le cose, a dimenticarmi le parole. Questa mia instabilità mi ricorda con mio grande terrore ciò che affligge mio padre (l’altro giorno per fare 320 più 200 aveva aperto la calcolatrice). E la domanda nasce spontanea: Moon, è lo stress?  O quello che ha mio padre è una specie di virus? Che il Corona ci fa un piffero, va detto. 

In ogni caso con lui oggi sono stata chiara, visto che sto con tutta me stessa trovando la via veloce (che lo so, non esiste) per fargli avere l’invalidità. 

Babbo, quando ci sarà la visita in commissione per la tua invalidità cerca di non vederlo come un esame da superare, ma come uno da fallire: chiaro?

Che è vero che non sa fare più 320 più 200, ma le versioni di latino di Little le traduce ancora perfettamente e velocemente senza vocabolario.  

Non voglio sorprese…

Black Parade

Ci sono volte che scoprire qualcosa su se stessi lascia interdetti. 

Il mio, come sapete, cari 4 cats, è un blog non divulgativo, una scrittura intimista, direbbe un editore, qualcosa che forse è già passato di moda anni fa e io che continuo a ripetere non solo per il vostro sfinimento, ma per una sorta di mio sollievo nel mettere in fila le cose, nel darmi una definizione scritta, come se sul vocabolario, alla fine dovesse saltare fuori la parola Moon. Non oserei legger oltre per paura di ciò che c’è scritto. Da me stessa, per giunta. 

Come vedete il corso di auto aiuto psicologico, Scrivi la tua storia, procede bene, meglio della mia lavatrice, di cui ancora non conosco bene il carico, si vede,  e si blocca senza fare la centrifuga. 

PAUSA PROBLEM SOLVING TERMINATA. La lavatrice ha ripreso a fare il suo lavoro.

Dicevo che più scrivo per questo corso e più mi sembra che vengano fuori cose negative del mio essere. Tanti punti in meno al mio Ego… il pelatozzo del video dice di scrivere in modo non giudicante e gentile, ma io mi sa che sono una persona giudicante, specie con me stessa, perché le cose positive del mio essere devo proprio cercarle con il lanternino.

Addirittura riesco a inventarmi ricordi più negativi della realtà. Un esempio? Mi sono appuntata un ricordo di quando avevo, boh, otto anni? Ho scritto così: quando ho rubato un timbro al negozio dietro casa. Un pomeriggio terribile per me, latore di pensieri funesti, sensi di colpa alti come Statue della libertà che aleggiavano sopra la mia testa in quella giornata grigiastra di Novembre del 19…non ricordo quando. E poi scrivi scrivi ecco che invece non l’ho rubato, quel timbro. L’avevo solo comprato. Ma poi mio sono pentita dell’inutilissimo acquisto e sono tornata indietro a restituirlo facendomi rendere i soldi, tipo 5 mila lire. Il senso di colpa era nei confronti del nostro limitato budget casalingo, dove le spese inutili erano bandite. E sì, quel timbro era non solo inutile, ma non mi piaceva nemmeno. Le domande che quindi mi faccio sono queste: perché comprare una cosa inutile? E poi, perché ricordarsi di un furto, invece che della verità?

Alla prima domanda forse c’è una risposta genetica. Oggi ho scoperto che mio padre continuava a pagare senza battere ciglio una fornitura di linea fissa Vodafone che non solo ormai non ha più, ma che pure da mesi non funzionava correttamente. Più di 70 euro al mese. Eh, ma direte voi, è la malattia (ancora ignota, ndr). Sì, ma non perché, qualcosa in una parte recondita del mio cervello mi dice che non è l’unica spiegazione. Ovvio, non so quale sia, la suddetta spiegazione, non lo razionalizzo manco io, ma è una sensazione che…

Comunque mio padre non sta meglio, ma almeno è paciocco. Lo fai ridere con nulla, nonostante la drammaticità della sua situazione. Oggi sono riuscita a farlo ridere mentre andavo a caccia di mosche con la mitica paletta analogica (quella rossa, per intenderci). 

Sei una sterminatrice, mi fa lui, mezzo affogando nella tosse. Brava!

Io invece penso che se mi rilasso uccidendo, forse dovrei preoccuparmi. 

Ti preoccupi sempre troppo, dice al telefono l’Amico Speciale, che intanto è a Milano e non torna neanche stasera. Sembra un disco rotto. 

Dovrei rispondere al vetriolo, ma invece gli dico che lo amo. Ha quel suo modo di prendermi che alla fine si è sempre rivelato vincente, nonostante le mie reticenze. 

E poi, cazzo, ha pure ragione. Mi preoccupo sempre troppo. La vita va come deve andare, anche senza il mio stretto controllo, no? 

No. 

Non è vero. 

Se perdo il passo una volta sono fottuta. 

Stai al passo, Moon, prima o poi the Black Parade finirà…

Moon nude

Cose che non dovrei fare: 

  1. Fumare in camera
  2. Avere mal di stomaco da ansia
  3. Ascoltare musica triste su Spoty

Cose che dovrei fare:

  1. Fare un bagno rilassante?
  2. Finire di vedere il film Emma?
  3. Finire il maldetto libro?

Mi rispondo sempre da sola. Le cose che mi vieto sono sempre imperativi. Le cose che mi concedo sempre un interrogativo.

Presa da un impulso da sabato sera triste ho acquistato un corso on line di self help. Forse l’attrattiva principale era solo il titolo: Scrivi la tua storia. Insomma. Dai. Beh. Se non sono io quella giusta per questo corso. Tale è la disperazione che non ho neanche considerato la cifra (io che sono così tirchia) e ho detto: fanculo, tentiamola. Mi sono sentita come quel sabato mattina in cui ho lasciato il mio ex, con dentro un grido silenzioso che ripeteva: devi provare, devi provare, sennò sono cazzi. 

Non ho fatto passare nemmeno un giorno, come invece avevo inizialmente programmato. La domenica pomeriggio ero già lì che dicevo all’Amico Speciale, appena tornata dal lavoro: sì, tesoro, tu vai un’oretta a dormire, io sto qui un’oretta a vedere cosa viene fuori. Questo corso dovrebbe prevedere un minimo di dieci minuti di scrittura al giorno. Ma io lo sapevo che non mi bastava. Dopo un’ora (e molte parole) ho guardato l’orologio e mi sono fermata perché avevo detto all’A.S. che lo avrei svegliato. Sono andata in camera, mi sono spogliata e mi sono messa con lui sotto le coperte. Che dopo aver vomitato mille ricordi d’infanzia-spero-terapeutici, quello di cui hai bisogno sono solo abbracci caldi e baci. Ha funzionato anche la seconda terapia: stanotte ho dormito senza mai svegliarmi. Ho salutato l’Amico Speciale con un bacio fin troppo spinto questa mattina e mi sono girata dall’altra parte. Dopotutto era il mio day off, come direbbe Ale dal Paese dei Folletti. Ha suonato la sveglia. L’ho spenta. Ho suonato di nuovo. L’ho spenta di nuovo. Non volevo alzarmi. Forse perché sono una sensitiva e sapevo che sarebbe andato tutto a schifìo anche oggi. Ho fatto accesso al corso. Un’altra ora a scrivere. Va detto che non so, a questo punto, se scrivere così tanto, per una come me, che analizza anche le briciole cadute in terra dopo aver mangiato una pizza, sia un bene. Il tizio el corso avvisa: attenzione a non scavare troppo. Eccheccazzo! Come faccio a sapere se è troppo? Io so solo che sono sempre stata un’archeologa, scavo scavo fino a che non trovo il centro della terra. 

Comunque. Prima di mezzogiorno avevo già la mia dose di notizie di merda che non vi riferirò per timore di tediarvi. 

Ma alle dodici e quaranta ero alla scuola di Little. Lei sale in macchina e mi saluta, radiosa con la sua nuova capigliatura blu elettrico, e mi chiede: che si fa?

Sushi?

Ed eccoci al Fish nude, un altro dei mille locali sushi della Cittadina. Posto splendido, cibo ottimo, musica direttamente dallo Studio Ghibli (che amiamo entrambe), un’ora di pausa dalle rogne. 

Ma poi, anche se non volevo, il pomeriggio si è riempito della solita merda. Io volevo solo vedere Emma, il film, una bela trasposizione del romanzo della Austen. Non ci sono riuscita. Il passato che volevo dimenticare è come se avesse aperto un vaso di Pandora tutto suo. Sta tornando tutto indietro. la vita che credevo di aver passato oltre, dimenticato, superato, torna indietro con gli interessi. La cosa buffa è che non riguarda direttamente la mia vita, ma quella dei miei genitori: i loro errori mi si riversano contro come un Blob. 

Ed è quando una ragazza gentilissima di un centro Vodafone di una Città qui vicino si offre di aiutarmi che crollo. Mi metto a piangere al telefono. Lei non ha nessun vantaggio ad aiutarmi in una cosa rognosa di chiusura di un contratto di mio padre di cui non so nulla (e lui, ovvio, non si ricorda più nulla e non ha traccia cartacea). Lei non è tenuta ad aiutarmi, se neanche il call center della Vodafone lo fa. Lei ha solo un negozio Vodafone. Oltretutto lontanissimo da casa mia (ma è stato l’unico centro Vodafone che mi ha risposto). Ma mi rassicura, domattina mi farà sapere tramite mail quello che devo fare o pagare. Mi manda il modulo lei. Me lo compila lei e io devo solo inoltrarlo. Le lacrime escono a fiumi. Qualcuno che mi aiuta…

Lasciami una bella recensione, dice lei.

Mille stelle, giuro, dico io singhiozzando.

Ho ancora 28 giorni di corso. Ho ancora chissà quanti giorni di beghe da risolvere. 

Sono sempre scappata dalle cazzate che hanno fatto i miei genitori.

Ora non posso scappare più. 

Sono alla resa dei conti.

Sono Moon nude.

Perdere tempo

La pianta di cimici?

Com’è e come non è, una settimana e mezzo è già passata dal giorno del trasloco di mio padre nel Piccolo Paesello in mezzo ai lupi. 

Lui si è ambientato (beh, più o meno), ha già capito quali sono i punti nevralgici del Piccolo Paesello: farmacia, alimentari, bar, ovvio, Super Mario, l’emporio. All’emporio trovi di tutto, dalle cose per la pulizia al chiodo, dalla cancelleria ai fiori. Nel caso specifico mio padre voleva un telecomando universale. E l’ha trovato. Solo che non sapeva come fare per collegarlo.

Vieni?, mi ha chiesto ieri. 

Ok, passo prima o dopo essere andata dal parrucchiere.

Sai, anche perché non trovo l’apribottiglie.

(L’apribottiglie? Per cosa? Per aprire la birra che non bevi o la bottiglietta di Lemon soda che non hai?) 

Ogni tanto ha queste uscite… che credo siano piuttosto un grido di aiuto perché si sente solo. E ci sta, per carità. Ma è anche vero che in una settimana e mezzo ci sono passata tutti i giorni. Devo trovare un equilibrio, sennò impazzisco. 

Va detto che mi fanno diventare matta anche a lavoro. Il clima è da nevrosi, siamo nel periodo panettoni e ogni cosa è crisi tra il Capo e la FDC (Figlia Del Capo). La FDC dice qualcosa e il Capo sospira. Il Capo dice qualcosa e la FDC si irrigidisce. Poi, entrambe esasperate l’una dall’altra, se la riprendono con il primo dei miei colleghi che passa. Io sono esclusa da questo gioco (dhe, almeno questo!), ma non dalle lamentele dei miei colleghi, che vengono a sfogarsi da me, come se io potessi avere voce in capitolo. 

Poi vado a prendere Little e lei piange perché il suo Little Nerd (con cui sta ancora insieme, dopo più di un anno, ndr)non capisce le sue esigenze. Ora, io so cosa prova. Lo so e lo so. Ma è anche vero che deve iniziare a vedere le cose in modo diverso. Sennò sarà sempre e per sempre delusa dall’amore. Lei vuole un FID (Fidanzato, ndr. Questa cosa me la insegnano i colleghi più ggiovani)come legge nei suoi libri del cavolo. Insomma, Jane Austen alla fine ci ha rovinate tutte sul serio!

Poi passa a lamentarsi dei suoi amici, che non capiscono le sue esigenze. Poi di suo padre, che non capisce un tubo (ma questo si sa). A volte mi chiedo quando arriverà il mio momento… è una spada di Damocle atroce. 

Entro in casa per riprendere fiato e fare qualche lavatrice ed ecco che chiama l’Amico Speciale. 

Non arrivo più, mi dice. Dovevo essere già a casa da ore e invece sono bloccato per un incidente.

Ascolto, dicendo le solite banalità: dai, la prossima settimana sarà migliore (sono mesi che lo dico); ti porto dal tizio che leva il malocchio ruttando? (su questo dovrei scrivere una pagina a parte, ma sarebbe ingloriosa e piena di rutti); magari questo weekend riesco a uscire prima da lavoro e ci prendiamo due ore solo per noi, nel letto, come facevamo una volta, a fare sesso, parlare, fumare (spera, Moon, spera).

Arriva il momento che devo andare a portare il bucato lavato e piegato a mio padre (che ancora non ha la lavatrice). Decido di andare a piedi (di solito opto per la macchina perché devo portare e/o portare via diverse cose, non perché sia distante). Machissenefrega se stasera non riporto via nulla. Lo farò domani, o dopodomani. Stasera ho voglia di passeggiare. Così, al ritorno, mi soffermo sui dettagli: passo davanti alla farmacia e guardo la vetrina; davanti all’emporio saluto Super Mario con la mano, Tutto bene?, mi chiede lui, Benissimo Mario, grazie!; per la strada incontro una persona che conosco solo di vista (chi sarà? Boh) che mi chiede perché mi sono trasferita di nuovo, No, rispondo, ho trasferito mio padre, io sto bene dove sto, Davvero???, chiede lui stupito, e così passano altri 5 minuti a conversare con una persona che non conosco del più e del meno; annuso l’aria tiepida nonostante il Novembre inoltrato e osservo le ombre che si allungano sotto i miei piedi; mi fermo a fotografare una pianta- vedi copertina– che non so cosa sia (sembra una pianta di cimici? Le cimici nascono così, da una pianta? Esperto botanico cercasi). 

Prima di rientrare in casa mi fermo a fumare una sigaretta sul muretto davanti casa, chiudo gli occhi e tutta l’ansia della giornata si dissolve. 

Non so che strana magia io abbia fatto. 

Forse funziona solo questo, ogni tanto: perdere tempo quando si vuole perdere tempo. 

Il mio lato zen è poco allenato, si nota?

Nota: ho uno dei panettoni a casa mia, chiuso nella sua busta, che aspetta solo di essere assaggiato da bocche esperte e raffinate (sei adolescente sei che domenica invadono la mia casa): come andrà a finire? 

Dune, una Non-recensione

Un comune martedì pomeriggio. 

Io e l’Amico Speciale siamo a casa mia a parlare del più e del meno. Poi lui fa: ma i cinema hanno riaperto?

Bah, rispondo. Al 50%? Alll’80%? Con Green Pass distanziati ma non troppo, forse nemmeno i pop corn venderanno, mica puoi toglierti la mascherina e mangiare no?

Pieni di dubbi ma fiduciosi googliamo (che è il nostro passatempo preferito sia da soli che insieme) il cinema della Cittadina. 

Boom!, esordisco, Aperto!

Quindi nasce la discussione: cosa andiamo a vedere? 

Venom, fa lui. 

Tre piani, faccio io.

Come un gatto in tangenziale, ribatte. 

Ma lo abbiamo già visto!, piagnucolo.

Sì, ma questo è il sequel! 

Amore, gli dico, ricordi la storiella delle due gemelline e dell’arancia e del compromesso?

No, dice.

Così gliela rispiego (lo farò anche per voi, se volete)

Alla fine ci capiamo: Dune.

Il film di D.Lynch l’ho visto mille volte da bambina, ma mai tutto intero. Un po’ come I dieci comandamenti, per intenderci. Mio padre, che amava la fantascienza, se l’era registrato dalla tv con un vecchio Sharp che risaliva alla mia comunione e la cassetta girava quasi quanto Camera con vista o Kramer contro Kramer.

In ogni caso, visto che pure Lynch aveva trovato noioso il suo film, mi sono lasciata convincere: forse la nuova versione non sarà così soporifera. A convincermi, nevvero, anche qualche commento girato al Ristorante. 

Così compro i biglietti il giorno stesso, scelgo i posti, il giorno, l’ora, prenoto pure il ristorante per dopo. E aspetto trepidante. Dopotutto sono anni che non andiamo al cinema. 

La domenica (giorno prenotato) stampo i biglietti (dici che serve? Boh, qui dice che li devo stampare, forse trattengono un pezzo del biglietto. Ma dai, c’è il codice a barre, non serve. Lo faccio per sicurezza! Hai preso i biglietti cinque giorni prima!!! Vuoi essere più sicura di così?) e inizio a mettere il pungolo all’Amico Speciale un’ora prima dell’inizio: Andiamo? Si va? Sei pronto? Tutto il repertorio da scassapalle provetta. 

In ogni caso ho ragione io: arriviamo con 15 minuti di anticipo e c’è una fila che scende tutta la scala. Nessuna corsia speciale per chi, i biglietti, ce li ha già. Geniale, penso. Tutti ammucchiati qui per nulla. 

Arrivati in cima vogliono vedere il Green Pass. 

Ho lasciato il telefono in macchina!, mi fa l’Amico Speciale. 

Sorrido. 

Amore, io scasserò pure le palle con le mie storie di organizzarsi, prenotare, fare promemoria. Ma poi sono una risorsa in occasioni come questa

Tiro fuori il mio telefono con entrambi i Green Pass, il mio e il suo (ho anche quello di Little, super previdenza). 

Entriamo e mi guardo intorno. 

Ma i biglietti chi ce li controlla? 

Nessuno, a quanto pare. Si vede che con il Green Pass c’è compreso il Free Pass… 

Ed eccoci in sala, le luci si spengono e inizia la pubblicità.

Amore… faccio gli occhi dolci. Avrei sete

L’Amico Speciale è Speciale non per dire. Nonostante mi guardi come per dire: e che è un problema mio??? Poi si alza e si avvia a cercarmi dell’acqua. E smetti di farmi la Tenerorsa! Dice mentre se ne va. 

Inizia il film. Io tracanno acqua e l’A.S. mangia pop corn (sì, al cinema si mangia, si beve e nessuno tiene la mascherina).

Lo scenario è epico. Partono le parole misteriose: Arrakis, Harkonnen, Atreides, Fremen. Dopo venti minuti sono ancora confusa su chi sia chi.

Iniziano pure le visioni del giovane figlio del Duca, Paul (oh, un nome normale!) su una giovane Fremen intravista all’inizio. Le cose si fanno quindi ancora più confuse. Già c’è la sabbia, un caldo inenarrabile, poi c’è pure la DRROGA del pianeta Arrakis (la Spezia) a complicarci la vita! Alla fine del primo tempo già capiamo che con sole due ore e passa la trama non si risolverà. Continua il viaggio del giovane nella terra delle Dune, tra intrighi di castello (imperiali, direi) e altre millemila visioni. Poi per carità, c’è pure la madre di Paul che ci mette del suo: è una strega Bene Gesserit (sì, se ve lo state chiedendo ho googlato tutti i nomi. Durante tutto il film credevo si dicesse Benegessy o roba simile) che cerca di fare del povero Paul uno stregone eletto in grado di salvare tutto il mondo…

Il film finisce che non finisce e io e l’A.S. usciamo con la convinzione che l’unica cosa da salvare, salvare davvero è la tuta Fremen che raccoglie e distilla sudore e lacrime per trasformarli in acqua da bere. Un po’ schifoso, va detto, ma utile se ci sono quelle temperature.

Durante la cena cerchiamo di raccapezzarci nella trama, tra un roll al salmone e un nigiri al tonno con filetti di mandorle (siamo nell’ennesimo ristornate sushi appena inaugurato nella Cittadina. Abbiamo previsto che tra un anno non ci saranno più ristoranti dove mangiare una tagliatella al ragù e una tagliata di manzo). Comunque nulla. non ricordiamo i nomi, ci sfuggono gli eventi… 

Tornati a casa non abbiamo sonno. Cerchiamo il film di Lynch sulle varie piattaforme, lo troviamo e iniziamo a guardarlo. Giusto per fare un confronto. 

Certo, legnoso come non mai, gli effetti speciali sono da voltastomaco (siamo negli anni ’80, eccheccavolo!). Ma nei primi dieci minuti ci viene offerto uno spiegotto che ci illumina il volto: ah, allora era quello! Ora ho capito, ecco perché Tizio ha fatto così o cosà! Lynch, dall’alto della sua letargia, ci ha dato la soluzione. 

E quindi Dune… epico, eh. Ben fatto. Ma a mio avviso palloso era negli anni ’80 e palloso resta. 

Ma qui sorgono altre due domande: 

1.uscirà il numero due?

2. Moon e l’A.S. lo andranno a vedere?

Alla domanda 1. Non ho risposta. Alla 2. Forse sì. Basta però fare un ripasso generale e studiare un po’ prima di affrontare di nuovo la sala…

Nota importante: questo articolo non sarebbe stato scritto se Rodi non avesse lanciato l’invito qui, in risposta a un commento su una sua recensione.

Rifatevela con lui 🙂

E sì che ero brava a scuola con i riassunti…

Bene bene bene.

La mia idea era di riassumere questi sei mesi, ma si sa, un riassunto è sempre una questione personale, di PDV, direi io. E di immagini, di fotografie, quelle che restano impresse nella nostra pellicola mentale. Avrei voluto solo belle foto, o foto belle. Vediamo cosa ne esce.

Febbraio:

C’è un furgone stipato di roba smontata: un letto contenitore dell’ikea, una cucina intera, rossa, di buona fattura, specchi, lampade, una scala con scalini di vetro fatta su misura, materassi, zanzariere comprate on line. No. Non è il mio furgone del trasloco. Io ho traslocato con la mia macchina, Winny, le scatole con i libri e tutto il resto occupano poco spazio. È la roba che viene portata via dalla mia vecchia casa: viene svuotata per motivi terzi ed è inutile che ve li dica: troppo lungo e complicato. Ma soprattutto non sono affari miei. Ci sono io, in piedi sopra il parquet, guardo le stanze tinteggiate da me sei anni fa completamente spoglie: la casa che mi ha accolto, il mio rifugio dalla tempesta, la spettatrice della mia rinascita ora è nuda, inerme. Le dico addio in silenzio.

Ale di fronte a me. Dall’altra parte del tavolo. È lì con me, allungando una mano la posso toccare, la vedo, con la sua nuova aria da folletto, come a dimostrarmi che è lì, nel paese dei folletti, che vuole stare. E io lo so che sebbene ci provi fino all’ultimo giorno, sebbene pensi pure di sabotarla, non posso fare a meno di amarla tanto da lasciare che se ne vada. Così da dimostrarmi che l’amore non è sempre egoista, dopotutto. 

Marzo:

I colori dell’arcobaleno volteggiano sulla mia testa. E sul mio lavoro. Vai a lavoro? Stai a casa? Ormai è solo una questione di scelte, non di obbligo. Mi dico: vai a lavorare almeno ti distrai. Credo sia la prima volta che lo penso. 

Aprile: 

Una Pasqua tutta per me. Nella mia nuova casa le vocine delle mie nipoti, i regali, il sole, i sorrisi. Un pranzo in famiglia che ho organizzato io, finalmente, senza stress. Ogni tanto essere in zona rossa è un bene.

Per l’occasione sto friggendo i supplì. Le polpettine di riso saporite sono dorate quando le scolo, finalmente lo scettro è passato dalle mani di mia madre, la Regina dei Supplì, alle mie: continuo così la tradizione di famiglia, con una ricetta, il riso e il pangrattato. 

Maggio: 

A Maggio nemmeno una foto. Né mentale né fisica… deve essere stato un mese pieno di lavoro.

Giugno: 

Io che guardo il carroattrezzi portarsi via la macchina di mio padre mentre mi scuso con i vigli urbani per lui, Si deve essere dimenticato l’assicurazione, scusate, ripeto. Ma so che c’è qualcosa di più. Decido di fare una cosa non proprio etica ma salvifica per il momento: nascondere la testa sotto la sabbia in stile struzzo e rimandare tutto a dopo l’estate.

Luglio:

Un castello stregato, un pranzo pieno di leccornie, una bella giornata di sole. Io e Little Boss ci prendiamo una giornata di respiro e ce ne andiamo a Fosdinovo con tanto di visita guidata, sulle tracce del fantasma che respira. O così dicono gli esperti fantasmologi… spettrologi? Occultisti? Ma come si chiamano? Ah: ghostbuster! Pranzo poi a Colonnata: slurp! E basta, solo slurp. 

Agosto: 

io e Little Boss al mare, a fare le signore, con pranzo al ristornate sulla spiaggia, lettini e tutto il contorno del mare che per una giornata spedi 100 euro. Semel in anno…, dicevano. Anche se il riferimento era per il Carnevale, se non erro.

Agosto però è anche la mia foto su un altro lettino, quello del Tizio che Che mi Scrocchia (T.C.S.) come diceva una mia collega (che non nominerò con nomignoli, tanto è già sparita: è durata come un gatto in tangenziale al Ristorante. Così va la vita). Al TSC ho lasciato un bel mucchio di soldi per nulla. ma va detto che in quell’ora di sedute da lui dormivo che era un piacere. Insomma tra Luglio e Agosto iniziano i miei problemi che portano, oggi, le mie papille gustative a tentare il suicidio: la dieta vegana! (ma la mia dieta non è solo vegana: ha altre restrizioni. Pure!). 

Agosto mi vede anche poco insieme all’Amico Speciale: quando io dormo (ogni volta che non lavoro in pratica) lui è sveglio; quando io sono sveglia, lui è a lavoro; quando io lavoro… bhe, lavoro. Quindi un gran casino. 

Settembre: 

Ahhh ( di sollievo). Le ferie. 

Le ferie mi vedono in Sicilia. Porto io lì la zona gialla. Ma chi se ne frega, Palermo è bellissimissima. Un clima rilassato, giornate perfette (né caldo né freddo, mai pioggia), chili e chili di fritto (panelle e crocchè, arancine), cannoli come se non ci fosse un domani, acqua talmente limpida che potevo vedere i pori del mio piede, edifici come la Cattedrale, il Palazzo dei Normanni… insomma: è stato un antipasto, cara Sicilia. Tornerò per il primo, il secondo e pure il dessert!

Settembre mi vede però anche impegnata in tutto quello che ho voluto tralasciare nei mesi passati. Mio padre è in cima alla classifica. E quindi un’altra foto di me mi vede in macchina fare su e giù due volte a settimana tra il Paesello sperduto dove abito e la Grande città di mare dove invece abita lui (3 ore di auto tra andata e ritorno). In questa immagine io guido la macchina come Fred dei Flinstone: avete presente, no? 

Il mese finisce con me una Moon disagiata, stanca e dolorante, che nel frattempo, oltre a una dieta, ha iniziato anche una cura farmacologica che spera funzioni (le altre cure provate? Acqua fresca. Sennò non tentavo il TSC o la dieta). 

Ottobre è appena iniziato. Già si preannunciano tuoni e fulmini, reali e metaforici. 

Certo, se viene giù metaforicamente l’acqua come realmente è venuta giù qui ieri sera… affogherò di sicuro! 

Un riassunto un po’ lunghetto, questo. La prof di italiano di Little mi darebbe un due. Spero che WP non dia i voti…

Storia di 3

Sulla mia scrivania ci sono delle chiavi, della mia vecchia casa, il posacenere, un calice di vino (i calici, per il momento, sono un lusso che per caso posso concedermi), un foglio con il numero di ordine dell’Ikea per la nuova cucina, le istruzioni per la nuova asciugatrice. Ogni oggetto in questa scrivania potrebbe raccontarvi una super storia. 

Eppure io voglio raccontarvene un’altra. 

C’era una volta Moon che voleva traslocare. La sua casa era in vendita, la casa che le aveva dato la libertà, la casa che l’aveva vista mille volte piangere, ridere, sognare, ma soprattutto rinascere non era più la sua casa, era solo un quadrato, vuoto, di pochi metri. Così Moon ne vide un’altra. Una più grande, giusta per lei e Little Boss, una casa che poteva (poteva, in potenza) essere giusta. 

Ma certo, mica era perfetta, così com’era. Moon e (soprattutto) l’Amico Speciale, dovevano lavorarci su: tinteggiatura, messa in posa del battiscopa, alcuni accorgimenti elettrici, una nuova tinta alle piastrelle… insomma, un gran bel C**** di lavoro di M*****-

Ma Moon ha sottovalutato l’A.S., lui è un C**** di treno, se inizia un lavoro e non gli stai dietro sono C****, ti incita come se fosse un C**** di capo dei Marines, e stai pure ore a dire che No, non ce la faccio, io non sono forte come te, Aspettami, arrivo, nulla: sei sempre un passo indietro. 

Insomma, siamo a buon punto, nonostante la mole di lavoro e il pochissimo tempo (A.S.=treno Frecciarossa in tratta Firenze-Roma), ma restano alcuni dettagli. Tipo liberarsi delle vecchie cose nella Nuova Casa (N.C.). Le vecchie cose nella N.C. sono infinite…

Se volete un elenco sommario finisco le parole di questo blog. Ma a voi basti sapere che questa storia racconta di tre (solo tre) cose di questa casa: tre sedie imbottite di stoffa che non si possono vedere. Tre sedie imbottite di quella stoffa fiorita che era già passata di moda negli anni Ottanta. Tipo quelle in foto. Per dire.

Ecco.

Chiamo gli Ingombranti del mio Paesello e spiego cosa devo buttare: otto milioni di cose. Mi dicono che devo dividere per materiale. Ok. 

Allora il legno tutto insieme? 

Sì. 

Perfetto, ho un comodino, una cantinetta per i vini, un tavolino, due mensole. E tre sedie. Imbottite di stoffa, però. 

Dall’altro capo del filo mi danno l’Ok. il giorno prima del ritiro metto fuori tutto, come mi è stato detto. 

Ma le sedie imbottite non me le ritirano. 

Le rimetto in casa, bestemmiando come un muratore dopo un pranzo di lavoro. 

Restano lì per giorni, io l’Amico Speciale ci scervelliamo per smaltirle altrove, tipo nel cassonetto (l’idea del mio Boss, con tanto di selfie da mandare al Sindaco del mio comune) o nel fiume direttamente (idea dell’A.S.). 

Poi arriva la mia, di ide: le regalo. Ci provo. Eccheddiamine! Al limite si passa all’opzione fiume.

Al mattino, tipo le 6.30, metto una foto (quella sopra) elle tre (dico TRE) sedie su un gruppo Regalo Regione. Alle 8.00 ho già tre messaggi. Di gente che le vuole! 

Insomma, alle 10.00 già mi sono accordata con una certa tizia (che chiamo Samantha perché ci sta) che le deve avere ASSOLUTAMENTE. Tre sedie. 

Certo, le dico, se vieni in giornata sono tue.

Viene mio marito stasera, mi risponde. 

Non ho fiducia, ma decido, per stanchezza, di crederle. 

La volete la notizia? Alle 18.00 mi chiama suo marito e mi dice che sta arrivando. 

Incredula, con la mia amica Ale (tornata dal paese dei folletti per una visita temporanea) gli facciamo caricare la macchina.

Allibite per il colpo di culo. Lui ci dice: mia moglie mi ha mandato qui da XXX per prenderle – XXX non è vicino- e non lo so cosa vuole farci. 

Io lo compiango e mi vorrei davvero pagarlo per la gentilezza, come mi aveva detto l’A.S. 

Se ne va con la macchina carica, mentre io esulto per il colpo di genio. 

Siccome era iniziata con C’era una volta… questa favola ha una morale: un punto a chi me la indovina

Non so come ho fatto a scrivere fin qui. Era proprio una gran voglia. Domani mi arriva la cucina da montare (IKEA) e poi ricomincio a lavorare.

Ma scrivere…

Dice Ale che scrivere mi fa bene. Io le credo. Le credo sempre. 

Buonanotte a tutta la blogsfera…

Fischi per fiaschi

Questo dannato anno, che sta per terminare grazie al cielo, ha visto il livello più alto di stress registrato da anni. Perlomeno il mio. E non è che me ne sia resa conto subito subitissimo, ma mettendo insieme diversi pezzi del puzzle giorno dopo giorno, mese dopo mese. Il primo campanello di allarme è stata la mancanza di concentrazione. Poi la mancanza di azione. Infine la totale letargia. 

Ma poi l’altro giorno, mentre trotterellavo felice al Bar a fine turno, incontro un tizio, lo saluto e tutto, Ehi, quanto tempo! come va? E via con il repertorio. Poi attacco: Sai che ho fatto un nuovo contratto con la ditta XY? Lui mi guarda dubbioso. Non la conosci? Eppure credevo che lavorandoci… in ogni caso è molto convniente, c’è un mio amico che ci lavora e… e così insisto, mentre lui si acciglia sempre più. Poi lo lascio andare in bagno (visto che l’avevo beccato proprio sulla soglia del) e lo aspetto al varco. Quest’anno non è andata tanto bene per il lavoro, eh?, gli dico. Non è abbastanza freddo per vendere le bombole del gas. Lui sempre zitto, un mezzo sorriso sotto la mascherina. Ma tranquillo: a Natale ha messo calo brusco delle temperature.

E nulla, è a quel punto che lui inizia a ridere. E ride tanto che non riesce quasi a parlare, solo dopo un po’, piegato in due, mi fa: mi sa che…ahaha…mi sa che mi hai confuso…ahahaha…con un altro…ahahaha

Mi gelo. Ma chi sei?, penso. Ti conosco bene, lo so, con te ho parlato mille volte. Eppure, nonostante l’evidenza dell’errore proprio non capisco dove sta sbagliando il mio neurone. E la cosa potrebbe passarmi inosservata se non fosse che sento che qualcosa non va nel mio cervello: non è un semplice scambio di persona. Quel tizio non è un vecchio fornitore di bombole del GPL che viene spesso al Ristorante a pranzo, ma il tecnico che aggiusta la cassa del Bar e che ho, personalmente, chiamato anche la mattina alle sei o la sera alle nove per problemi tecnici sul palmare del Ristorante. Ho il suo numero Whatsapp, l’amicizia su facebook, ci ho parlato mille volte solo nell’ultimo anno. Ho assistito a una bellissima scenetta familiare con sua sorella solo pochi mesi fa. Insomma, non averlo riconosciuto (anzi, averlo scambiato per un altro) mi ha sconvolto a tal punto che quasi non ci ho dormito. Inizio ad avere la demenza senile? Alzheimer come mia nonna? O è solo stress da pandemia e da Cassa Integrazione?

Il giorno dopo fermo tutte le speculazioni e decido che devo mettermi alla prova. Vado all’Emporio di paese e compro quattro giornali di enigmistica. 

Ed è lì che resto dalla viglia fino al 27: china su Bartezzaghi vari e, soprattutto Arolo, che fa le parole crociate senza schema che tanto amo. Risolvo come se non ci fosse un domani, ricordo parole dimenticate (tipo garitta), imparo nomi di uccelli strani (garzetta) e mi scervello su definizioni facili (un apparecchio in cabina: telefono a gettoni). Sul finale, visto che mi erano rimasti solo quelli più facili, mi do pure un tempo di soluzione, cercando di battere il mio stesso record (2 minuti). 

Siccome sono in trasferta a casa di Max (l’Amico Speciale), intervallo i cruciverba alla cucina, al letto, ai documentari sui grandi dittatori del Novecento e a innumerevoli partite a scala quaranta (che vinco quasi tutte, incredibilmente). 

Max all’inizio non la prende bene questa cosa dei cruciverba, Sei ancora lì???, chiede sgranando gli occhi.  È uno studio serio, rispondo. Devo testare le mie capacità cognitive. 

Poi però si unisce a me, ma gli devo leggere tutte le definizioni perché La luce non è quella giusta. E della mia follia facciamo un passatempoinsieme. Poi non potete chiedermi perché lo voglio sposare. 

In ogni caso il test è andato bene, direi. Perlomeno su carta, nel vero senso della parola. Forse l’Incidente col tecnico è stato solo un caso. 

Speriamo, eh.