La mia casa

La settimana passata è stata bella tosta, un surplus di lavoro inaspettato e Little Boss che mi chiede di portarla alla fiera, e la sua lezione di canto, e la mia lezione di scrittura creativa, e una festa di compleanno (di Little) da preparare…

La mia piccola ha fatto i mitici 14. Forse ho detto mitici anche l’anno passato, per i suoi 13, ma solo perché ogni anno che passa è un miracolo per me, ogni cambiamento che fa mi sorprende (o mi fa incazzare, dipende), ogni scalino sento che è sempre più difficile per me stare al passo con lei. usa parole che non conosco, social che non capisco, e tutto questo mi fa sentire vecchissima, mi fa sentire (aiuto!!!!) mia madre. E proprio sulla soglia dei 42.

Anno difficile il 2020, lo diciamo tutti da tempo. Eppure ho anche scritto che sono certa che le cose stanno per cambiare. E se lo scrivo a volte è vero.

Mi sono sorpresa in queste mattine a cantare nella testa, vi capita mai? Mentre glassavo i bignè è arrivato Jimmy Fontana con Il mondo. E poi ieri mattina (o meglio ieri notte alle 3.30, quando mi sono alzata) nella mia testa suonavano le note di La mia casa, di Daniele Silvestri. Ora, la scelta della colonna sonora per questo momento è davvero discutibile, chissà come sta male quel piccolo neurone solitario che gira a vuoto nel mio cervello, fatto sta che le associazioni non le ha fatte del tutto a caso.

Ho già scritto quanto io adori il minuscolo buchetto in cui vivo con Little da più di 5 anni ormai, una casa graziosa, il parquet in terra, il soffitto a volta in pietra, gli arredi praticamente nuovi. E forse ho anche scritto che la mia padrona di casa l’ha messa in vendita, senza però (ancora) darmi lo sfratto. Siamo in un piccolo piccolissimo paese e le notizie corrono veloci, tutto sanno tutto e quindi è così che lunedì mattina mi ha telefonato una persona per propormi una casa. Anche altre persone mi avevano detto di case in affitto, ma alcune avevano un prezzo che non potevo permettermi, altre erano senza mobili, altre non avevano una camera per Little Boss (che anche ora non ha visto che stanzia nel soppalco di questa minuscola casa). Alla persona che ha chiamato e che mi proponeva una casa simile alla mia (esattamente quella al di là del mio pianerottolo) ho detto proprio questo: se devo cambiare ho bisogno di una stanza per Little. E così è venuto fuori che ha un altro appartamento, poco più in là. E sabato me l’ha fatto vedere. 

Appena siamo entrati, io, Little e l’Amico Speciale, abbiamo tutti capito una cosa: è la mia casa. Due camere grandi, cucina abitabile, bagno nuovo e spazioso (siamo due donne, eh, ci vuole posto nel bagno!), due grandi sottoscala. Niente balconi, niente giardino, ma neanche qui li ho, quindi… le ho detto che le avrei fatto sapere tra una settimana, ma appena uscita avevo già deciso (oltretutto mi fa anche un prezzo più basso di quello che pago ora). 

Quello che voglio dire con questo pippone sulla casa è quello che ripeto da sempre: se tu ti muovi, l’universo intorno a te si muove per aiutarti. 

E quindi anno nuovo, casa nuova e stop a tutte le preoccupazioni sull’alloggio. 

Restano un po’ quelle sul lavoro, sebbene la logica riesca a fugarle. In fin dei conti l’Amico Speciale quando me lo fa notare ha ragione: ormai lì dentro sono un pilastro, e me ne rendo conto anche da sola quando i miei nuovi colleghi (entrati in sostituzione di Micro(bo) e della collega in maternità) vengono a chiedere le cose prima a me. Inoltre, nonostante il Covid, lavoriamo, e tanto. La pasticceria vende bene, solo il Ristorante è un po’ in calo, e io mi sto specializzando sempre più nella pasticceria. Fino a che l’Ombra Malvaglia della figlia del Capo(che è una pasticcera con tanto di carta) se ne resta a casa con il figlio io sono salva. E visto quanto è paranoica non sarà questione di due mesi. 

Quindi sì, sabato ho cantato, ho abbracciato Little, baciato l’Amico Speciale e sorriso. 

L’universo è ancora con me. 

Gli opposti si attraggono

Ero qui tutta tesa a ragionare su cosa poter fare alle 6.30 di lunedì mattina, il mio giorno libero. Guardando le condizioni del bagno avevo quasi puntato sulle pulizie generali. Poi ho voltato la testa verso la finestra: è ancora buio, aspettiamo almeno che sorga il sole prima di sprimacciare cuscini e dare l’aspirapolvere? 

Guardo un po’ di tv? Naaa, non c’è nulla che mi intristisca di più della tv guardata la mattina, non so perché ma al limite ora posso darle una collocazione serale (ovvero: quando il tuo cervello è così andato dalla stanchezza da non poter fare altro, allora puoi definitivamente spegnerlo davanti alla tv). 

Ok, allora leggo. Sì, ma sto sforzandomi di terminare quel maledetto libro di Ferzan che non sopporto (per la legge dello Zero Sprechi che prevede che se compri un libro e ci spendi dei soldi che hai a malapena il minimo che tu possa fare è finirlo, non me la sento di lasciarlo lì) e non sopportarlo di sera ok, non sopportarlo di mattina anche no.

Il mio problema è proprio questo: la mattina. Essendo il momento della giornata in cui il mio corpo e la mia mente dà di più, sprecare queste ore mi pare un sacrilegio. Ecco perché adesso sono qui, a scrivere. Scrivendo non mi sembra mai di sprecare il mio tempo, anche se forse obiettivamente lo faccio. Ma ciò che conta è quel sembra, ciò che conta è la mia verità, sempre. Dopotutto non è che io sia davvero super bella con un paio di jeans nuovi, ma la prima volta che li metto, oh, sì, mi sembra di esserlo. Lo stesso con una nuova acconciatura o un ombretto diverso. E a subire gli effetti del sembra non sono solo io, ma anche la mia casa, ad esempio. Il tappeto rosso sotto al lavello? Unico appena ce lo metto. Il nuovo profumatore per ambienti? Mai casa mia fu più invitante appena ci metto piede. E così via. 

Tutto, nella mia vita almeno, si rifà alla mia soggettività. 

E allora quando sono in forma e mi sveglio bella carica non ci sono difficoltà a fermarmi: sono certa che le supererò tutte come ho sempre fatto. Diverso però quando sono stanca e allora il mondo è grigionero, tutte le speranze sono perdute e mi si prospetta un futuro prossimo irto di ostacoli invalicabili. 

Tutti questi concetti sono estranei all’Amico Speciale che invece vive la sua quotidianità così, senza pensare a nulla. un Daybyday eterno nel quale il suo mantra preferito è. Al limite, Arriverà buio. Nonostante io abbia letto delle differenze di pensiero tra uomini e donne (in media eh!), ancora non mi capacito della sua oggettività di pensiero. Lui riesce a prendere la vita per quella che è, senza connotazioni soggettive, come se il suo muoversi nel mondo fosse ininfluente. O almeno così mi appare. Che poi mica sono così convinta che sia proprio così. Perché sono arrivata a pensare che quando lo vedo strano, o pensieroso, o altro, e gli chiedo: che c’è che non va? Oppure: a cosa pensi?, ricevendo sempre la stessa risposta: Nulla, in quel Nulla ci sia un mondo a me sconosciuto. Ma no, non solo a me. Piuttosto sconosciuto a lui. 

Quindi, nonostante mi sfanculi di continuo per i miei giri mentali che lui ritiene inutili (da bravo fan di Sin City, mi ricorda spesso questa scena), credo che se li faccia anche lui, ma o non lo vuole ammettere o non riesce a elaborarli. 

Oppure siamo solo la conferma della classica regola che vige in amore: gli opposti si attraggono. 

1 Il sole è sorto, più o meno. Ora posso andare a pulire.

2 Guardatevela la scena in questione: è un concentrato di testosterone…

Monica si sposa (?)

Intro:

Vedi Wal? è bastato un messaggio per farmi ritrovare la voglia. questo post è per te 🙂

C’è stato un periodo, quando avevo vent’anni, che le cose hanno iniziato a precipitare.  

Vivevo una vita più o meno tranquilla (per quanto potesse essere tranquilla la vita di un’adolescente) e poi tutto è cambiato. Credo che il punto di inizio sia stata una telefonata che mia madre ricevette quando eravamo insieme: camminavamo per arrivare alla macchina e lei ha risposto con un tono che non gli avevo mai sentito. Non so come ma capii subito: aveva un’amante. Solo un paio di anni dopo ho scoperto che era una donna, ma questa è un’altra storia. Il divorzio dei miei, nonostante fossi grandina, ha segnato una specie di spartiacque: da lì in poi sono stata costretta a uscire dalla bambagia. Con tutto quello che ne deriva. Oggi penso che l’errore fosse nell’essere vissuta nella bambagia fino a vent’anni. Me lo dico per via di Little Boss, spero sempre che per lei sia stato più facile perché aveva 9 anni (ognuno si illude come può). 

Fatto sta che quello che è successo nel lontano 1999 mi ha fatto dire per anni che non credevo nell’istituzione del matrimonio. Non mi sono mai sposata, anche se la convivenza con il mio ex non era poi così diversa da un matrimonio. Ma in comune (in chiesa non lo avrei mai fatto in ogni caso) a dire Sì non ci sono mai andata. E finora ho sempre pensato che avessi fatto la scelta giusta. E sono ancora convinta di averla fatta. È il futuro che vedo un po’ diverso, ora. 

Penso a una Moon con i capelli bianchi (tutti, non solo i fili che ho sul davanti e che tra poco vado a mimetizzare con il biondo), con le rughe marcate, penso a una Little Boss grande, che fa la sua vita, che vive lontano (lei vorrebbe andare in città). E poi vedo l’Amico Speciale. L’unico uomo che riesco a immaginare da vecchio (più vecchio, ok?). si dice che da vecchi i difetti si accentuino, e cos’ lo immagino che mi prende sempre di più in giro, che dice cose ancora più sceme…e sorrido. 

Credo che sia questo sorriso a fare da spartiacque, ora. 

Oppure sono impazzita. 

In ogni caso ho detto all’amico speciale che voglio sposarlo.

Anzi, per riportare le mie parole esatte: se mai sposerò qualcuno, quello sarai tu. 

Ed è vero: non voglio sposarmi per fare il gesto, ma se c’è una persona con cui mi vedo da vecchia, ecco, quello è l’Amico speciale.

Certo, non posso farlo ancora. Little deve crescere ancora un po’. Questo tempo mi dà tranquillità, tiene sotto controllo la mia ritrovata paura di un impegno a lungo termine, mi dice: c’è tempo, se vuoi cambiare idea. Ma questo pensiero vive dentro di me già da un po’ e per il momento resta fermo. 

Guardo le mie mani: chissà come starà una fede al mio dito, chissà se posso essere all’altezza di una promessa come quella. Perché se dico di crederci, nel matrimonio, poi devo farlo. Ci devo credere. 

Nel frattempo lavoro sodo a tutto il resto, a quel tempo da fidanzati che ci concediamo, a quell’essere Amanti del weekend, a tutte le nostre conversazioni telefoniche che ci sono nel mezzo, a quel dirsi Ti amo sottovoce, anche alla mia gelosia, o alla sua, che, incredibilmente, mi fa ridere invece che farmi arrabbiare. 

Il mio Capo mi ha detto che non mi ha mai visto così tranquilla. E sebbene con tutto il resto non lo sarò mai, con l’Amico Speciale è vero, sono tranquilla. 

Lui mi aiuta a esserlo. 

E ora un omaggio dai mitici Pooh… per restare in tema. 

La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Sindrome della capanna

 

post 209

Ho passato il weekend con l’Amico Speciale.

Sabato siamo usciti, abbiamo tentato di fare compere, abbiamo pranzato fuori. Niente di speciale, volevamo solo vedere il mare.

Domenica, invece, non ci siamo spostati da casa. Vuoi perché era a tratti nuvoloso, vuoi perché io non ne avevo voglia.

Ed è questo che inizia a preoccuparmi. Il sentirmi a disagio quando esco. Ieri mattina anche solo andare a prelevare i soldi al bancomat e recuperare Little da suo padre mi è parsa un’impresa. Tornata a casa mi sono sentita subito meglio. Ho dato un’occhiata rapida al frigo e ho rimandato anche la spesa.

Non va bene, mi dico.

Dal canto suo anche Little non se la cava meglio. Pigra già di natura, appena le ho proposto una girata al mare per oggi mi ha rivolto quello sguardo che è a metà tra il Non mi va e il Mi dispiace. E così l’ansia di avere un altro problema (comune, oltretutto) da risolvere ha superato l’ansia di essere fuori casa.

La chiamano Sindrome della capanna. È una sindrome riscontrata negli Stati uniti, una storia di minatori forse, ma se la cercate sul web avrete notizie.

L’Amico Speciale la chiama semplicemente Conseguenza. Sei stata sempre chiusa in casa per tre mesi, non sei l’unica che ha questa reazione, mi dice. Ma io non sono una fan del Mal comune mezzo gaudio. Voglio semplicemente non averla. Voglio sentirmi sicura anche fuori. Non voglio avere problemi quando tornerò a lavorare, non di questo tipo, almeno, già ne avremo di altri tipi.

L’insicurezza, oltretutto, mi riporta indietro di vent’anni. mi riporta a un momento della mia vita abbastanza traumatico in cui ho fatto scelte sbagliate proprio per la paura che avvertivo vivendo.

La mia reazione base alle paure, però, quelle che riconosco come tali, almeno, è buttarmici a capofitto. L’esempio che faccio sempre (forse perché il più chiaro) è quello del paracadute: per sconfiggere la mia paura dell’altezza mi sono buttata con un paracadute da 4000 metri di altezza.

Quindi oggi sveglio Little, preparo due zaini e andiamo in giro tutto il giorno.

Come l’ho convinta? Pigiando i tasti giusti, ovvio. Ama giocare, ancora (grazie al cielo, spero non le passi mai la voglia di giocare) e le piace un gioco in particolare che coniuga il mio desiderio di stare fuori e il suo di divertirsi: qualcuno santifichi l’inventore del Geocaching!

Certo, mi prende un po’ di ansia, ancora, al pensiero di uscire. Ma vedrai che me lo faccio passare.

Sarà una bella giornata.

ps: so che quella nella foto non è proprio una capanna… ma questo avevo nel mio rullino

Ho solo bisogno di allenamento?

post 205

 

 

Ci sono cose di cui non ci stanca mai.

Tarantino, per esempio. Ho passato il weekend riguardando tutti (o quasi) i suoi film insieme all’Amico Speciale.

La musica in generale. Rientra nella categoria.

Il caffè. Se non lo bevo come fosse acqua è solo per salvarmi da un futuro fatto da un braccio sinistro dolorante prima di cadere al suolo. Morta.

Poi ci sono cose che stancano, dopo un po’. La pasta al pomodoro, per esempio, che Little non mangerebbe altro per pranzo. La tv solo per guardarla. Anche stare a letto oltre una certa ora (ok, questo forse vale solo dopo i 30 anni). La quarantena.

Dopo due mesi ero davvero stanca di non essere stanca. Di andare a letto alla stessa ora (improponibilmente presto, ma sono abituata così) e di rigirarmi nel letto senza sosta, di alzarmi dal divano solo per fare pipì, di passare buona parte della giornata a cucinare (provate a dire un piatto: l’ho fatto senza dubbio, a meno che la materia prima non fosse troppo cara).

Il weekend appena trascorso con L’Amico Speciale è stato una serie di interventi chirurgici alla mia abitazione mentre io sfornavo cose: cheesecake, Piadine Romagnole alla Toscana (PRT, in gergo, è una cosina inventata sul momento), risotto ai porcini… insomma, l’ho già scritto, credo che il suo intestino sia stato lieto di aver lasciato questa abitazione. L’Amico Speciale forse no, giusto ieri sera mi diceva che il weekend è volato. E poi ci va messo che ho fatto la parte della geisha (anche se l’ho avvisato: goditela ora, bello, non ricapiterà fino alla prossima pandemia). Sono stata felice di fare qualcosa per lui. O forse solo di fare qualcosa. Avere uno scopo nella giornata è una cosa sottovalutata.

E poi oggi ecco che arriva il lunedì. Per me il giorno di festa per eccellenza, anche se questa pandemia ha confuso un po’ le acque. Settimana nuova? Regole nuove.

E no, non sono tornata a lavorare, ci vorrà ancora un mese, ma mentre sono lì che mi martorio il cervello per vedere di non chiedere prestiti in banca (sì, dai, Moon, puoi farcela, basta che fai economia…prima o poi arriverà la maledetta cassa integrazione in deroga!), che anche se la mia banca è a chilometro zero e mi piace tanto come il direttore e tutti i cassieri mi trattano, come una di famiglia, diciamocelo: una banca è sempre una banca e quindi sarebbe come pensare che i Vigili giurati li assumano per la loro intelligenza (qui lo so, forse offendo qualcuno e di sicuro sono di parte, visti i miei trascorsi con la categoria, ma il Censore non è arrivato), insomma, perché costringersi a patire più del dovuto?

Quello che mi ci voleva era solo fare una passeggiata.

Uff, che palle Moon, quante cazzo di parole per dire che ti sei fatta due passi!

Eh, lo so, ma faccio così sempre. Parto da un punto A per arrivare a un punto B e passo da lettere di un alfabeto perduto. Quando poi il punto B non è che sia poi così interessante…

Beh, però va detto che siccome il mio corpo era quasi immobile da due mesi non mi sono accontentata di fare un giretto. Mi sono percorsa tutto l’anello che gira intorno al mio paesello passando dallo sterrato e godendo della vista bellissima di questi posti a cui, devo dirlo di nuovo, non mi abituerò mai. Solo guardare mi ha fatto bene al cuore. Vorrei potervi prestare gli occhi per farvi vedere (no, le foto non rendono, fidatevi).

Da moto zero, quindi, a 8 chilometri in un’ora e mezza (salite e discese comprese nel prezzo). Tornata a casa avevo l’aria di chi è stato schiacciato da un elefante in corsa (e secondo me un elefante ha davvero camminato sul mio petto per farmi espellere tutta la nicotina pigramente accumulata), le braccia tremanti (l’ultimo chilometro è stato duro) e una gamba che ancora adesso mi dà dei problemi.

Sfinita.

Ma felice.

Mi sono convinta di aver solo bisogno di allenamento.

Magari è davvero così.

Ma stanotte vedrai che dormo.

p.s. la foto l’ho modificata per non far vedere il nome del mio paesello… lo so che ho fatto un troiaio (ma il mia coulisse di fragole per il cheesecake era buonissima: a ciascuno il suo!)

A passeggiare ci vado lunedì

Per due mesi ogni sera l’Amico Speciale mi ha chiamata e scattava subito la domanda: novità?

Le prime volte rispondevo: sì, oggi il bollettino è…sì, oggi Conte ha detto…sì, oggi dal comune è arrivato un avviso… eccetera.

Va detto che negli ultimi giorni invece avevo sbroccato.

Ma che novità vuoi che ci siano? Sto chiusa in questo buco di 40 metri tutto il santo giorno, il mio momento sociale è quando vado a fare la spesa e sto in fila insieme ad altra gente triste per almeno due ore, fingo di fare cose interessanti, ma la verità è che mi rompo le palle tutto il santo giorno…

Evvabbè, l’Amico Speciale avrà pensato spesso che il mio sbrocco fosse naturale e non ha mai rigirato il coltello nella piaga.

Ma se mi avesse fatto ieri sera la stessa domanda  la mia risposta sarebbe stata diversa.

E finalmente dopo due mesi di reclusione, con un anticipo di tre giorni, ieri mattina si è presentato proprio lui, l’Amico Speciale. Il mio Affetto Stabile si è alzato presto ed è arrivato con il favore della rugiada, svegliando me e Little, ma che bello svegliarsi così (certo, parlo per me).

Mi sembra di aver riacquistato un po’ di normalità, in questo modo, con la sua presenza caciarona. E mentre tutta la mia regione ieri si riversava in strada per fare la passeggiata lunga consentita dal Presidente, io mi sono chiusa in casa e mai stare sul divano a non fare nulla mi è sembrato più bello.

Devo dire che, a dispetto di ciò che dicevo nell’articolo precedente, mi sono comportata proprio come non avrei voluto, cucinando per lui ciò che voleva (perché non fai uno strudel? Certo, che ci vuole a fare la pasta sfoglia? Tra tre orette è pronto) e ingrassandolo come un pollo in batteria. Credo che dovrà fare attenzione alle articolazioni quando lunedì uscirà da qui.

In compenso lui si è messo subito a guardare in giro.

Eh, ‘sta lampadina va cambiata, questo gancio si è sganciato, il tubo lo hai stretto bene? , confermando il suo ruolo maschio. Certo che la lampadina la potevo cambiare da sola, ma non diteglielo.

E dopo che ieri sera ho portato a casa di suo padre Little, finalmente mi sono potuta concedere un brindisi (con una bottiglia di Cannonau da 16 euro che aveva portato l’Amico Speciale) e… devo dirlo, era proprio l’ora.

E siccome lui è ancora qui e sta facendo la doccia, io vi abbandono qui.

A passeggiare ci vado lunedì.

P.s. Ora è lì che smonta il telefono del bagno… il mio maschio!

 

 

L’amore ai tempi del Coronavirus

 

 

img_2324

Stanotte non riuscivo a dormire. Nulla di strano visto che non mi muovo per tutto il giorno, il mio corpo non si stanca, il cervello invece non ne vuole sapere di spegnersi quando è il suo momento.

Sulle passeggiate ho già discusso, non mi resta che continuare a catalogare i miei libri.

Oggi sarà il secondo giorno, per me, di estrema solitudine di questa quarantena. Oggi Little va da suo padre. In questi giorni ho vissuto la convivenza forzata con il sorriso un po’ tirato, Little ascolta la sua musica ad alto volume, piange e si lamenta quando guarda un film triste in camera sua, mi interrompe sempre quando sto telefonando, mi chiede di farle, darle, passarle qualsiasi cosa. Ma essere sola…

L’Amico Speciale continua a lavorare. E non sta nel mio comune. L’amore ai tempi del Coronavirus è duro, non possiamo vederci, ci vidoechiamiamo, ieri sera a un certo punto mi ha guardata in quel modo, capita di rado ma non troppo, mi ha guardata come se fossi la cosa più bella che lui abbia mai visto e avrei voluto un abbraccio, un bacio. Continuiamo a parlare di questa cosa, dell’isolamento, di cosa succede alla tizia che va a fare la spesa al supermercato di un altro comune, di chi è in quarantena e di chi si affaccia alla finestra per giudicare il passeggiatore solitario, additandolo sui social. Continuiamo a parlare di questo, eppure in ogni nostra frase c’è qualcosa che aleggia al di sotto, un sottile senso di malinconia che riguarda solo noi due, qualcosa che, trasformato in parole, potrebbe essere: ehi, ma ti ricordi l’ultima volta che siamo usciti a cena fuori? Abbiamo mangiato quel sushi caro come l’oro, per festeggiare la chiusura del tuo contratto, non c’era quasi nessuno tranne il cuoco giapponese gentilissimo (come tutti i giapponesi) e una bottiglia di vino, e abbiamo parlato di noi, ci siamo detti che ci vogliamo bene, che ci teniamo a questa cosa, abbiamo fatto il punto, parlato delle difficoltà, del tuo desiderio di vivere con me, di Little Boss che ha bisogno di me ancora per poco, della mia difficoltà a fare le cose in fretta, ti ricordi quando mi hai stretto la mano sopra al tavolo e mi hai guardato e ti sei trattenuto dal fare l’ennesima battuta scema, come fai sempre, l’ho visto lo sforzo, volevi essere serio, e mi hai detto che sei un uomo fortunato?

Ecco, c’è la voglia di tornare lì, in quel sushi bar, con quel cuoco gentilissimo, in ogni nostra frase.

Chissà se questo virus vuole farmi capire qualcosa. Forse vuole che mi dia una mossa, che la smetta di perdere tempo a proteggermi, che viva davvero la mia vita. Per una come me sempre proiettata al futuro vivere il momento presente è cosa difficile.

O forse ho dormito davvero troppo poco e ho solo bisogno di una doccia…

La mia ancora di salvezza

post 179

 

Come dicevo, la mia storia con l’Amico Speciale va discretamente, lui è quasitutto ciò di cui ho bisogno, mi aiuta quando sono in panne (ha passato un sabato mattina in lavanderia al mio posto perché stavo smattando per l’accumulo di bucato, quale uomo ti lava e ti piega il bucato? Il tuo dico, solo il tuo bucato…), mi prepara la cena quando faccio tardi (la sua impepata di cozze era sublime), sceglie sempre i film giusti (no, non l’avrei mai guardato un film dal titolo Bunraku, giuro su ciò che ho di più caro, e invece mi è piaciuta la regia alternativa, ve lo consiglio), si sveglia prima di me per preparare il caffè (anche se la mia sveglia punta le 5 e lui è di riposo… questa cosa ha stupito talmente tutti che ora mi danno della Strega), ascolta le mie magagne, mi coccola quando sono stanca, e a letto… a letto non posso chiedere di più (detto tra noi, è un valore aggiunto alla mia vita che non credevo di poter avere). Quindi quel quasi…?

Il quasi è semplice: credo di essere arrivata a delle degne conclusioni, su questo fronte, anche grazie agli ultimi due anni passati, grazie a TDL, ma soprattutto allo Shogun.

Ho iniziato a capire che A) non tutti gli uomini sono come il mio ex; B) se il mio ex è stato quello che è stato con me prima e è quello che è ora, la responsabilità è anche mia (non solo mia, non solo sua, ma mia e sua. Può sembrare una banalità, ma per me è una grande conquista); C) il principe azzurro…non esiste. Ebbene sì, anche se mi rompe ammetterlo ho sempre pensato di poter trovare l’uomo giusto, ma che non fosse solo giusto, ma giusto giusto, perfetto, in parole povere. Ciò non solo è denigrante per una ragazza di intelligenza media come me, ma anche deleterio. Perché ti immerge in uno strato di aspettative a dir poco assurde, distruggendo tutto. Ora, non è che avessi mai pensato che fosse il mio ex, il principino, ma credevo, al tempo, di essere un po’ immune a quell’amore che taglia via gli occhi. E le orecchie. E la testa tutta. E poi le mie certezze sono crollate, non ero affatto immune e TDL lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. E, detto ciò, ho capito anche che D) l’innamoramento è una follia che ha poco a che fare con le coppie, è una follia temporanea, che inebria, che va bene solo per soffrire, non può appagarti mai, ti dà solo una scarica di adrenalina, e di vita, certo, ma dura poco (il tempo di arrivare dalla pancia al cuore e poi alla mente) e ti lascia un po’ disarticolata, distorta, e ti occorre poi del tempo per rimetterti in sesto, per riallinearti al tuo Io. Per capire, anche, che non è quello che vuoi. Perché amare è bello, davvero, ti lascia addosso la sensazione che la tua vita abbia un senso, che tu esista davvero, ti dice che puoi fare davvero dei miracoli, perché essere innamorati ti dà forza, ti rende sveglio, attento, moltiplica tutti i tuoi sensi. Ma tutta questa energia che si sprigiona dentro di te, prima o poi, per un motivo o per un altro, dovrà calare. Dalla pancia passa al cuore e poi alla mente. E la mente difficilmente avrà la stessa risposta di pancia e cuore. Perché quello che vedi quando sei innamorato (oh, beh, sulla definizione e sulle parole lascio a voi, io mi ci perdo: innamoramento, infatuazione, cotta, definitela come vi pare) non è un uomo (o una donna), ma un superuomo (o una superdonna). E, ovvio, non esistono superuomini e superdonne (così come il principe azzurro).

Forse il mio problema (una volta me lo disse il Mentore, ma sono passati davvero tanti anni da quel giorno, e se l’ho capito solo adesso significa che la mia intelligenza non è poi così media, il neurone fa fatica a girare e va piano) è che volevo innamorarmi. E poi, quando è successo, mi ci sono volute tre testate belle potenti per capire che non era quello che volevo davvero.

Quello che voglio è amare la persona che ho accanto con i pregi e i difetti (non senza vederli), guardando alla sua interezza (non solo a quella parte che tanto mi piace), facendo compromessi, lavorando duro, impegnandomi senza pensare L’amore è sufficiente. Perché non lo è. Al limite vince su tutto. E senza ombra di dubbio è la mia ancora di salvezza.

 

 

In ogni caso, in questi giorni molto confusi e di fatti di decisioni importanti, mi sono persa spesso a ripensare alla storia con l’Amico Speciale. Forse perché UAP ha pubblicato la sua, di storia, con Dolce Consorte, forse perché qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere una mia biografia (la cosa è stata detta tra il serio e il faceto, ma l’ho visto come un Segno), forse perché il mio capo l’altro giorno ha detto una cosa su di me e sull’Amico Speciale che mi ha sorpreso, perché la penso da sempre (e la pensa così anche Ale), insomma forse ho voglia anche io di tirare le fila con lui, fin dall’inizio, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto, poco più che ventenne (quindi eoni fa).

Ma soprattutto perché solo scrivendo riesco a pensare davvero, mettere in ordine e capire le cose.

Sarà facile?

Chi può dirlo

Anno nuovo, B.P. nuovi

post 178.jpeg

È talmente tanto che non scrivo che nemmeno Word mi riconosceva…

È che io sono abituata a scrivere sempre, almeno due righe così, una lettera, un messaggio lungo, due cavolate sulle Pagine del mattino. E ora nulla, le feste mi hanno risucchiato nel vortice. Ricordate quel post che girava su Facebook un paio di anni fa? La foto di Rambo sporco e insanguinato ma con i pollici in su e la scritta: quando lavori nella ristorazione e vi chiedono come sono andate le feste? Ecco, più o meno mi sento così, come Rambo, una sopravvissuta.

I peggiori sono i genitori. Perché non posso davvero dare colpa ai bambini che corrono su e giù per la sala del Ristorante con macchinine e areoplanini in mano mettendo a rischio la mia e loro vita. E i genitori, per le feste, si scatenano. Perché dopo un anno di cene fuori con gli amici non possono certo lasciare i bambini alla tata anche a Capodanno. Ma si vede che non li tollerano. E ciò mi rende, oltre che furiosa, anche molto triste. E quindi fatica e tristezza, oltre alle alzatacce e a farsi il pranzo di Natale senza Little Boss con un piatto di penne al ragù (menù della festa).

In ogni caso, le feste con oggi si concludono ufficialmente lasciando spazio alla sana routine di ogni giorno, fatta di lezioni di musica di Little Boss (sia canto che chitarra), la palestra, il circolo dei lettori, yoga, le lezioni di teatro del pomeriggio… insomma, una vera noia!

E quindi ho deciso, anche dopo aver letto il mio oroscopo per questo 2020, che mica me la dice benissimo, di fare dei buoni propositi. Li faccio ogni anno, è vero, appena scatta il numero 01/01 sono già lì che scrivo come una dannata, cercando di essere quantomeno realistica, di darmi degli obiettivi raggiungibili, non sarò mai un’astronauta, questo ormai l’ho imparato.

E quindi, tra i B.P. di questo 2020 figurano i soliti Leggere di più, Scrivere ogni giorno.

E mi sono fregata già nei primi 6…

Ma siccome ho letto che non bisogna colpevolizzarsi inutilmente, mi do delle attenuanti per il caso (a caso, anche) e riparto da domani, quando in teoria dovrei andare al C.a.f., prendere un appuntamento con il direttore della mia banca per sentire quanta fiducia mi può dare per un mutuo, andare a prendere Emma alla lezione di chitarra… ma sono fiduciosa, così come con l’appuntamento per la banca. Il fatto, il fatto vero, reale, è che io ero quella che diceva Non voglio comprarmi casa perché poi mi inchioda in un posto, e io non voglio inchiodarmi, mi sono inchiodata per anni e ho scoperto che non voglio catene e bla bla bla. E ora invece ci sto pensando seriamente. Ero quella che diceva Non mi piace questo paese, la gente sparla di me, mi guarda male e bla e bla. E ora invece esco da casa e saluto tutti come se non ci fosse un domani, faccio gli auguri al primo che passa, mi metto a chiacchiera al bar, adoro le decorazioni natalizie che hanno messo, non mi perdo una festa organizzata dal comune (come quella di oggi. Grande festa, a proposito).

Insomma, forse sto cambiando. Io, cambio, mica la gente di qui, ovvio. Forse davvero non mi dispiacerebbe una sicurezza tutta mia. Ma poi, certo, ho paura. Non lo voglio ammettere, ma mi fa paura prendermi questa responsabilità. Accendere un mutuo. Insomma, si accendono le bombe, no? Ma è anche vero che si accendono le luci, anche. Sarà una bomba o una nuova luce? L’enigma mi consuma.

Eppure mi dico che la vita va presa per come viene. Non è il mio stile, no, affatto, io sono una che controlla, ma a volte mi devo sforzare anche un po’. Ed ecco che questo diventa un altro dei B.P. 2020: rischiare. Muoversi. Perché chi non si muove è morto, e io non voglio ancora morire, non più.

Ma c’è anche l’Amico Speciale che fa capolino nei miei B.P. Perché, ora che le cose tra noi vanno bene (lui riesce sempre a stupirmi, una qualità che non posso che apprezzare) il rischio è quello della tanto temuta Quotidianità. E attraversare il confine è un attimo, darsi per scontati, vedersi per obbligo, ridurre tutto a sesso e cena, cena e sesso, una capatina da mia madre, smettere di ascoltarsi (vabbè, lui lo fa sempre, ma non voglio farlo io), smettere di baciarsi o di tenersi per mano e alla fine ti ritrovi un estraneo nel letto che dorme accanto a te. Sì, ok, sono un pelino catastrofica e paranoica, ma tant’è. Non vivere i momenti con qualcuno perché li dai per scontati è una cosa terribile che accade ogni secondo nel mondo. Più volte al secondo, direi. Ed ecco che il mio B.P. 2020 è anche Godersi i momenti con l’Amico Speciale. Piuttosto meno, ma veri.

E per la Piccola cosa ho riservato? Il Gran Finale. Farla più felice. Semplicemente. Farle vivere i suoi 13 anni, farla ripartire dal gioco per insegnarle a difendersi dal mondo, ripeterle ogni giorno che è con l’amore che si vince davvero, mai con l’odio, che non deve imparare dai miei errori, ma farsene di nuovi, che la vita è solo una questione di occhiali con i quali guardi il mondo, bisogna avere le lenti giuste e farsi le lenti è difficile, ma non impossibile. Vorrei, doppiando Vonnegut, che quando è felice ci facesse caso.

Ed è anche il mio ultimo B.P. 2020: vorrei che quando sono felice ci facessi caso.

Perché è così facile parlare delle sconfitte e delle delusioni.

Ma capita più spesso di quanto voglia ammettere.

p.s. Ale, il mio blog non lo vedi perché scrivo poco… ma tra i B.P. 2020 ci sei anche tu…