La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Sindrome della capanna

 

post 209

Ho passato il weekend con l’Amico Speciale.

Sabato siamo usciti, abbiamo tentato di fare compere, abbiamo pranzato fuori. Niente di speciale, volevamo solo vedere il mare.

Domenica, invece, non ci siamo spostati da casa. Vuoi perché era a tratti nuvoloso, vuoi perché io non ne avevo voglia.

Ed è questo che inizia a preoccuparmi. Il sentirmi a disagio quando esco. Ieri mattina anche solo andare a prelevare i soldi al bancomat e recuperare Little da suo padre mi è parsa un’impresa. Tornata a casa mi sono sentita subito meglio. Ho dato un’occhiata rapida al frigo e ho rimandato anche la spesa.

Non va bene, mi dico.

Dal canto suo anche Little non se la cava meglio. Pigra già di natura, appena le ho proposto una girata al mare per oggi mi ha rivolto quello sguardo che è a metà tra il Non mi va e il Mi dispiace. E così l’ansia di avere un altro problema (comune, oltretutto) da risolvere ha superato l’ansia di essere fuori casa.

La chiamano Sindrome della capanna. È una sindrome riscontrata negli Stati uniti, una storia di minatori forse, ma se la cercate sul web avrete notizie.

L’Amico Speciale la chiama semplicemente Conseguenza. Sei stata sempre chiusa in casa per tre mesi, non sei l’unica che ha questa reazione, mi dice. Ma io non sono una fan del Mal comune mezzo gaudio. Voglio semplicemente non averla. Voglio sentirmi sicura anche fuori. Non voglio avere problemi quando tornerò a lavorare, non di questo tipo, almeno, già ne avremo di altri tipi.

L’insicurezza, oltretutto, mi riporta indietro di vent’anni. mi riporta a un momento della mia vita abbastanza traumatico in cui ho fatto scelte sbagliate proprio per la paura che avvertivo vivendo.

La mia reazione base alle paure, però, quelle che riconosco come tali, almeno, è buttarmici a capofitto. L’esempio che faccio sempre (forse perché il più chiaro) è quello del paracadute: per sconfiggere la mia paura dell’altezza mi sono buttata con un paracadute da 4000 metri di altezza.

Quindi oggi sveglio Little, preparo due zaini e andiamo in giro tutto il giorno.

Come l’ho convinta? Pigiando i tasti giusti, ovvio. Ama giocare, ancora (grazie al cielo, spero non le passi mai la voglia di giocare) e le piace un gioco in particolare che coniuga il mio desiderio di stare fuori e il suo di divertirsi: qualcuno santifichi l’inventore del Geocaching!

Certo, mi prende un po’ di ansia, ancora, al pensiero di uscire. Ma vedrai che me lo faccio passare.

Sarà una bella giornata.

ps: so che quella nella foto non è proprio una capanna… ma questo avevo nel mio rullino

Ho solo bisogno di allenamento?

post 205

 

 

Ci sono cose di cui non ci stanca mai.

Tarantino, per esempio. Ho passato il weekend riguardando tutti (o quasi) i suoi film insieme all’Amico Speciale.

La musica in generale. Rientra nella categoria.

Il caffè. Se non lo bevo come fosse acqua è solo per salvarmi da un futuro fatto da un braccio sinistro dolorante prima di cadere al suolo. Morta.

Poi ci sono cose che stancano, dopo un po’. La pasta al pomodoro, per esempio, che Little non mangerebbe altro per pranzo. La tv solo per guardarla. Anche stare a letto oltre una certa ora (ok, questo forse vale solo dopo i 30 anni). La quarantena.

Dopo due mesi ero davvero stanca di non essere stanca. Di andare a letto alla stessa ora (improponibilmente presto, ma sono abituata così) e di rigirarmi nel letto senza sosta, di alzarmi dal divano solo per fare pipì, di passare buona parte della giornata a cucinare (provate a dire un piatto: l’ho fatto senza dubbio, a meno che la materia prima non fosse troppo cara).

Il weekend appena trascorso con L’Amico Speciale è stato una serie di interventi chirurgici alla mia abitazione mentre io sfornavo cose: cheesecake, Piadine Romagnole alla Toscana (PRT, in gergo, è una cosina inventata sul momento), risotto ai porcini… insomma, l’ho già scritto, credo che il suo intestino sia stato lieto di aver lasciato questa abitazione. L’Amico Speciale forse no, giusto ieri sera mi diceva che il weekend è volato. E poi ci va messo che ho fatto la parte della geisha (anche se l’ho avvisato: goditela ora, bello, non ricapiterà fino alla prossima pandemia). Sono stata felice di fare qualcosa per lui. O forse solo di fare qualcosa. Avere uno scopo nella giornata è una cosa sottovalutata.

E poi oggi ecco che arriva il lunedì. Per me il giorno di festa per eccellenza, anche se questa pandemia ha confuso un po’ le acque. Settimana nuova? Regole nuove.

E no, non sono tornata a lavorare, ci vorrà ancora un mese, ma mentre sono lì che mi martorio il cervello per vedere di non chiedere prestiti in banca (sì, dai, Moon, puoi farcela, basta che fai economia…prima o poi arriverà la maledetta cassa integrazione in deroga!), che anche se la mia banca è a chilometro zero e mi piace tanto come il direttore e tutti i cassieri mi trattano, come una di famiglia, diciamocelo: una banca è sempre una banca e quindi sarebbe come pensare che i Vigili giurati li assumano per la loro intelligenza (qui lo so, forse offendo qualcuno e di sicuro sono di parte, visti i miei trascorsi con la categoria, ma il Censore non è arrivato), insomma, perché costringersi a patire più del dovuto?

Quello che mi ci voleva era solo fare una passeggiata.

Uff, che palle Moon, quante cazzo di parole per dire che ti sei fatta due passi!

Eh, lo so, ma faccio così sempre. Parto da un punto A per arrivare a un punto B e passo da lettere di un alfabeto perduto. Quando poi il punto B non è che sia poi così interessante…

Beh, però va detto che siccome il mio corpo era quasi immobile da due mesi non mi sono accontentata di fare un giretto. Mi sono percorsa tutto l’anello che gira intorno al mio paesello passando dallo sterrato e godendo della vista bellissima di questi posti a cui, devo dirlo di nuovo, non mi abituerò mai. Solo guardare mi ha fatto bene al cuore. Vorrei potervi prestare gli occhi per farvi vedere (no, le foto non rendono, fidatevi).

Da moto zero, quindi, a 8 chilometri in un’ora e mezza (salite e discese comprese nel prezzo). Tornata a casa avevo l’aria di chi è stato schiacciato da un elefante in corsa (e secondo me un elefante ha davvero camminato sul mio petto per farmi espellere tutta la nicotina pigramente accumulata), le braccia tremanti (l’ultimo chilometro è stato duro) e una gamba che ancora adesso mi dà dei problemi.

Sfinita.

Ma felice.

Mi sono convinta di aver solo bisogno di allenamento.

Magari è davvero così.

Ma stanotte vedrai che dormo.

p.s. la foto l’ho modificata per non far vedere il nome del mio paesello… lo so che ho fatto un troiaio (ma il mia coulisse di fragole per il cheesecake era buonissima: a ciascuno il suo!)

A passeggiare ci vado lunedì

Per due mesi ogni sera l’Amico Speciale mi ha chiamata e scattava subito la domanda: novità?

Le prime volte rispondevo: sì, oggi il bollettino è…sì, oggi Conte ha detto…sì, oggi dal comune è arrivato un avviso… eccetera.

Va detto che negli ultimi giorni invece avevo sbroccato.

Ma che novità vuoi che ci siano? Sto chiusa in questo buco di 40 metri tutto il santo giorno, il mio momento sociale è quando vado a fare la spesa e sto in fila insieme ad altra gente triste per almeno due ore, fingo di fare cose interessanti, ma la verità è che mi rompo le palle tutto il santo giorno…

Evvabbè, l’Amico Speciale avrà pensato spesso che il mio sbrocco fosse naturale e non ha mai rigirato il coltello nella piaga.

Ma se mi avesse fatto ieri sera la stessa domanda  la mia risposta sarebbe stata diversa.

E finalmente dopo due mesi di reclusione, con un anticipo di tre giorni, ieri mattina si è presentato proprio lui, l’Amico Speciale. Il mio Affetto Stabile si è alzato presto ed è arrivato con il favore della rugiada, svegliando me e Little, ma che bello svegliarsi così (certo, parlo per me).

Mi sembra di aver riacquistato un po’ di normalità, in questo modo, con la sua presenza caciarona. E mentre tutta la mia regione ieri si riversava in strada per fare la passeggiata lunga consentita dal Presidente, io mi sono chiusa in casa e mai stare sul divano a non fare nulla mi è sembrato più bello.

Devo dire che, a dispetto di ciò che dicevo nell’articolo precedente, mi sono comportata proprio come non avrei voluto, cucinando per lui ciò che voleva (perché non fai uno strudel? Certo, che ci vuole a fare la pasta sfoglia? Tra tre orette è pronto) e ingrassandolo come un pollo in batteria. Credo che dovrà fare attenzione alle articolazioni quando lunedì uscirà da qui.

In compenso lui si è messo subito a guardare in giro.

Eh, ‘sta lampadina va cambiata, questo gancio si è sganciato, il tubo lo hai stretto bene? , confermando il suo ruolo maschio. Certo che la lampadina la potevo cambiare da sola, ma non diteglielo.

E dopo che ieri sera ho portato a casa di suo padre Little, finalmente mi sono potuta concedere un brindisi (con una bottiglia di Cannonau da 16 euro che aveva portato l’Amico Speciale) e… devo dirlo, era proprio l’ora.

E siccome lui è ancora qui e sta facendo la doccia, io vi abbandono qui.

A passeggiare ci vado lunedì.

P.s. Ora è lì che smonta il telefono del bagno… il mio maschio!

 

 

L’amore ai tempi del Coronavirus

 

 

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Stanotte non riuscivo a dormire. Nulla di strano visto che non mi muovo per tutto il giorno, il mio corpo non si stanca, il cervello invece non ne vuole sapere di spegnersi quando è il suo momento.

Sulle passeggiate ho già discusso, non mi resta che continuare a catalogare i miei libri.

Oggi sarà il secondo giorno, per me, di estrema solitudine di questa quarantena. Oggi Little va da suo padre. In questi giorni ho vissuto la convivenza forzata con il sorriso un po’ tirato, Little ascolta la sua musica ad alto volume, piange e si lamenta quando guarda un film triste in camera sua, mi interrompe sempre quando sto telefonando, mi chiede di farle, darle, passarle qualsiasi cosa. Ma essere sola…

L’Amico Speciale continua a lavorare. E non sta nel mio comune. L’amore ai tempi del Coronavirus è duro, non possiamo vederci, ci vidoechiamiamo, ieri sera a un certo punto mi ha guardata in quel modo, capita di rado ma non troppo, mi ha guardata come se fossi la cosa più bella che lui abbia mai visto e avrei voluto un abbraccio, un bacio. Continuiamo a parlare di questa cosa, dell’isolamento, di cosa succede alla tizia che va a fare la spesa al supermercato di un altro comune, di chi è in quarantena e di chi si affaccia alla finestra per giudicare il passeggiatore solitario, additandolo sui social. Continuiamo a parlare di questo, eppure in ogni nostra frase c’è qualcosa che aleggia al di sotto, un sottile senso di malinconia che riguarda solo noi due, qualcosa che, trasformato in parole, potrebbe essere: ehi, ma ti ricordi l’ultima volta che siamo usciti a cena fuori? Abbiamo mangiato quel sushi caro come l’oro, per festeggiare la chiusura del tuo contratto, non c’era quasi nessuno tranne il cuoco giapponese gentilissimo (come tutti i giapponesi) e una bottiglia di vino, e abbiamo parlato di noi, ci siamo detti che ci vogliamo bene, che ci teniamo a questa cosa, abbiamo fatto il punto, parlato delle difficoltà, del tuo desiderio di vivere con me, di Little Boss che ha bisogno di me ancora per poco, della mia difficoltà a fare le cose in fretta, ti ricordi quando mi hai stretto la mano sopra al tavolo e mi hai guardato e ti sei trattenuto dal fare l’ennesima battuta scema, come fai sempre, l’ho visto lo sforzo, volevi essere serio, e mi hai detto che sei un uomo fortunato?

Ecco, c’è la voglia di tornare lì, in quel sushi bar, con quel cuoco gentilissimo, in ogni nostra frase.

Chissà se questo virus vuole farmi capire qualcosa. Forse vuole che mi dia una mossa, che la smetta di perdere tempo a proteggermi, che viva davvero la mia vita. Per una come me sempre proiettata al futuro vivere il momento presente è cosa difficile.

O forse ho dormito davvero troppo poco e ho solo bisogno di una doccia…

La mia ancora di salvezza

post 179

 

Come dicevo, la mia storia con l’Amico Speciale va discretamente, lui è quasitutto ciò di cui ho bisogno, mi aiuta quando sono in panne (ha passato un sabato mattina in lavanderia al mio posto perché stavo smattando per l’accumulo di bucato, quale uomo ti lava e ti piega il bucato? Il tuo dico, solo il tuo bucato…), mi prepara la cena quando faccio tardi (la sua impepata di cozze era sublime), sceglie sempre i film giusti (no, non l’avrei mai guardato un film dal titolo Bunraku, giuro su ciò che ho di più caro, e invece mi è piaciuta la regia alternativa, ve lo consiglio), si sveglia prima di me per preparare il caffè (anche se la mia sveglia punta le 5 e lui è di riposo… questa cosa ha stupito talmente tutti che ora mi danno della Strega), ascolta le mie magagne, mi coccola quando sono stanca, e a letto… a letto non posso chiedere di più (detto tra noi, è un valore aggiunto alla mia vita che non credevo di poter avere). Quindi quel quasi…?

Il quasi è semplice: credo di essere arrivata a delle degne conclusioni, su questo fronte, anche grazie agli ultimi due anni passati, grazie a TDL, ma soprattutto allo Shogun.

Ho iniziato a capire che A) non tutti gli uomini sono come il mio ex; B) se il mio ex è stato quello che è stato con me prima e è quello che è ora, la responsabilità è anche mia (non solo mia, non solo sua, ma mia e sua. Può sembrare una banalità, ma per me è una grande conquista); C) il principe azzurro…non esiste. Ebbene sì, anche se mi rompe ammetterlo ho sempre pensato di poter trovare l’uomo giusto, ma che non fosse solo giusto, ma giusto giusto, perfetto, in parole povere. Ciò non solo è denigrante per una ragazza di intelligenza media come me, ma anche deleterio. Perché ti immerge in uno strato di aspettative a dir poco assurde, distruggendo tutto. Ora, non è che avessi mai pensato che fosse il mio ex, il principino, ma credevo, al tempo, di essere un po’ immune a quell’amore che taglia via gli occhi. E le orecchie. E la testa tutta. E poi le mie certezze sono crollate, non ero affatto immune e TDL lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. E, detto ciò, ho capito anche che D) l’innamoramento è una follia che ha poco a che fare con le coppie, è una follia temporanea, che inebria, che va bene solo per soffrire, non può appagarti mai, ti dà solo una scarica di adrenalina, e di vita, certo, ma dura poco (il tempo di arrivare dalla pancia al cuore e poi alla mente) e ti lascia un po’ disarticolata, distorta, e ti occorre poi del tempo per rimetterti in sesto, per riallinearti al tuo Io. Per capire, anche, che non è quello che vuoi. Perché amare è bello, davvero, ti lascia addosso la sensazione che la tua vita abbia un senso, che tu esista davvero, ti dice che puoi fare davvero dei miracoli, perché essere innamorati ti dà forza, ti rende sveglio, attento, moltiplica tutti i tuoi sensi. Ma tutta questa energia che si sprigiona dentro di te, prima o poi, per un motivo o per un altro, dovrà calare. Dalla pancia passa al cuore e poi alla mente. E la mente difficilmente avrà la stessa risposta di pancia e cuore. Perché quello che vedi quando sei innamorato (oh, beh, sulla definizione e sulle parole lascio a voi, io mi ci perdo: innamoramento, infatuazione, cotta, definitela come vi pare) non è un uomo (o una donna), ma un superuomo (o una superdonna). E, ovvio, non esistono superuomini e superdonne (così come il principe azzurro).

Forse il mio problema (una volta me lo disse il Mentore, ma sono passati davvero tanti anni da quel giorno, e se l’ho capito solo adesso significa che la mia intelligenza non è poi così media, il neurone fa fatica a girare e va piano) è che volevo innamorarmi. E poi, quando è successo, mi ci sono volute tre testate belle potenti per capire che non era quello che volevo davvero.

Quello che voglio è amare la persona che ho accanto con i pregi e i difetti (non senza vederli), guardando alla sua interezza (non solo a quella parte che tanto mi piace), facendo compromessi, lavorando duro, impegnandomi senza pensare L’amore è sufficiente. Perché non lo è. Al limite vince su tutto. E senza ombra di dubbio è la mia ancora di salvezza.

 

 

In ogni caso, in questi giorni molto confusi e di fatti di decisioni importanti, mi sono persa spesso a ripensare alla storia con l’Amico Speciale. Forse perché UAP ha pubblicato la sua, di storia, con Dolce Consorte, forse perché qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere una mia biografia (la cosa è stata detta tra il serio e il faceto, ma l’ho visto come un Segno), forse perché il mio capo l’altro giorno ha detto una cosa su di me e sull’Amico Speciale che mi ha sorpreso, perché la penso da sempre (e la pensa così anche Ale), insomma forse ho voglia anche io di tirare le fila con lui, fin dall’inizio, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto, poco più che ventenne (quindi eoni fa).

Ma soprattutto perché solo scrivendo riesco a pensare davvero, mettere in ordine e capire le cose.

Sarà facile?

Chi può dirlo

Anno nuovo, B.P. nuovi

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È talmente tanto che non scrivo che nemmeno Word mi riconosceva…

È che io sono abituata a scrivere sempre, almeno due righe così, una lettera, un messaggio lungo, due cavolate sulle Pagine del mattino. E ora nulla, le feste mi hanno risucchiato nel vortice. Ricordate quel post che girava su Facebook un paio di anni fa? La foto di Rambo sporco e insanguinato ma con i pollici in su e la scritta: quando lavori nella ristorazione e vi chiedono come sono andate le feste? Ecco, più o meno mi sento così, come Rambo, una sopravvissuta.

I peggiori sono i genitori. Perché non posso davvero dare colpa ai bambini che corrono su e giù per la sala del Ristorante con macchinine e areoplanini in mano mettendo a rischio la mia e loro vita. E i genitori, per le feste, si scatenano. Perché dopo un anno di cene fuori con gli amici non possono certo lasciare i bambini alla tata anche a Capodanno. Ma si vede che non li tollerano. E ciò mi rende, oltre che furiosa, anche molto triste. E quindi fatica e tristezza, oltre alle alzatacce e a farsi il pranzo di Natale senza Little Boss con un piatto di penne al ragù (menù della festa).

In ogni caso, le feste con oggi si concludono ufficialmente lasciando spazio alla sana routine di ogni giorno, fatta di lezioni di musica di Little Boss (sia canto che chitarra), la palestra, il circolo dei lettori, yoga, le lezioni di teatro del pomeriggio… insomma, una vera noia!

E quindi ho deciso, anche dopo aver letto il mio oroscopo per questo 2020, che mica me la dice benissimo, di fare dei buoni propositi. Li faccio ogni anno, è vero, appena scatta il numero 01/01 sono già lì che scrivo come una dannata, cercando di essere quantomeno realistica, di darmi degli obiettivi raggiungibili, non sarò mai un’astronauta, questo ormai l’ho imparato.

E quindi, tra i B.P. di questo 2020 figurano i soliti Leggere di più, Scrivere ogni giorno.

E mi sono fregata già nei primi 6…

Ma siccome ho letto che non bisogna colpevolizzarsi inutilmente, mi do delle attenuanti per il caso (a caso, anche) e riparto da domani, quando in teoria dovrei andare al C.a.f., prendere un appuntamento con il direttore della mia banca per sentire quanta fiducia mi può dare per un mutuo, andare a prendere Emma alla lezione di chitarra… ma sono fiduciosa, così come con l’appuntamento per la banca. Il fatto, il fatto vero, reale, è che io ero quella che diceva Non voglio comprarmi casa perché poi mi inchioda in un posto, e io non voglio inchiodarmi, mi sono inchiodata per anni e ho scoperto che non voglio catene e bla bla bla. E ora invece ci sto pensando seriamente. Ero quella che diceva Non mi piace questo paese, la gente sparla di me, mi guarda male e bla e bla. E ora invece esco da casa e saluto tutti come se non ci fosse un domani, faccio gli auguri al primo che passa, mi metto a chiacchiera al bar, adoro le decorazioni natalizie che hanno messo, non mi perdo una festa organizzata dal comune (come quella di oggi. Grande festa, a proposito).

Insomma, forse sto cambiando. Io, cambio, mica la gente di qui, ovvio. Forse davvero non mi dispiacerebbe una sicurezza tutta mia. Ma poi, certo, ho paura. Non lo voglio ammettere, ma mi fa paura prendermi questa responsabilità. Accendere un mutuo. Insomma, si accendono le bombe, no? Ma è anche vero che si accendono le luci, anche. Sarà una bomba o una nuova luce? L’enigma mi consuma.

Eppure mi dico che la vita va presa per come viene. Non è il mio stile, no, affatto, io sono una che controlla, ma a volte mi devo sforzare anche un po’. Ed ecco che questo diventa un altro dei B.P. 2020: rischiare. Muoversi. Perché chi non si muove è morto, e io non voglio ancora morire, non più.

Ma c’è anche l’Amico Speciale che fa capolino nei miei B.P. Perché, ora che le cose tra noi vanno bene (lui riesce sempre a stupirmi, una qualità che non posso che apprezzare) il rischio è quello della tanto temuta Quotidianità. E attraversare il confine è un attimo, darsi per scontati, vedersi per obbligo, ridurre tutto a sesso e cena, cena e sesso, una capatina da mia madre, smettere di ascoltarsi (vabbè, lui lo fa sempre, ma non voglio farlo io), smettere di baciarsi o di tenersi per mano e alla fine ti ritrovi un estraneo nel letto che dorme accanto a te. Sì, ok, sono un pelino catastrofica e paranoica, ma tant’è. Non vivere i momenti con qualcuno perché li dai per scontati è una cosa terribile che accade ogni secondo nel mondo. Più volte al secondo, direi. Ed ecco che il mio B.P. 2020 è anche Godersi i momenti con l’Amico Speciale. Piuttosto meno, ma veri.

E per la Piccola cosa ho riservato? Il Gran Finale. Farla più felice. Semplicemente. Farle vivere i suoi 13 anni, farla ripartire dal gioco per insegnarle a difendersi dal mondo, ripeterle ogni giorno che è con l’amore che si vince davvero, mai con l’odio, che non deve imparare dai miei errori, ma farsene di nuovi, che la vita è solo una questione di occhiali con i quali guardi il mondo, bisogna avere le lenti giuste e farsi le lenti è difficile, ma non impossibile. Vorrei, doppiando Vonnegut, che quando è felice ci facesse caso.

Ed è anche il mio ultimo B.P. 2020: vorrei che quando sono felice ci facessi caso.

Perché è così facile parlare delle sconfitte e delle delusioni.

Ma capita più spesso di quanto voglia ammettere.

p.s. Ale, il mio blog non lo vedi perché scrivo poco… ma tra i B.P. 2020 ci sei anche tu…

 

 

 

Breve storia di come l’Infinito si trasforma in Segno e diventa, infine, Amore

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Mi sono resa conto che la mia vita cambia continuamente pelle, come un serpente, che ci sono stati momenti statici e altri super dinamici, che ci sono state cose che mi hanno intrippato per lunghi periodi e altre che lo hanno fatto solo per un istante, che ci sono state persone che si sono solo affacciate alla mia vita e altre che ci hanno preso la residenza per sempre. E mi sono resa conto, giusto ora, quando lo scrivo, che ci sono cose che nella mia vita hanno un significato eterno e sebbene non si facciano vedere per tanto, poi eccole lì. Eccole lì. Stavolta ad essere lì è stato uno spettacolo teatrale.

Chi si chiede (cioè, per essere precisa, io me lo chiedo) come abbia fatto a trovare il Tempo (sì, quello con la maiuscola, altro intramontabile del mio quotidiano) per andare a teatro rispondo: boh. Per caso, per impulso, e tutto è stranamente andato per il verso giusto: ho visto lo spettacolo, il mio Autore Preferito, ho chiesto all’Amico Speciale Andiamo?, e lui ha risposto Ma mi gonfierà la testa?, e io di rimando Probabile, e lui allora ha detto Ok, e io ho fatto eco, Ok, allora.  Ho preso i biglietti on line e ho incrociato le dita. Che mandare a puttane un pomeriggio a teatro è un attimo: straordinari non dovuti, l’Amico Speciale che si ritira all’ultimo (ci ha provato, eccome se ci ha provato, ma ho vinto io), un’emergenza di Little Boss dell’ultimo secondo (è capitato e non dubito che capiterà ancora quando è con suo padre).

Ma che dire? Le cose sono andate bene e sono riuscita anche a tornare a casa prima dello spettacolo, cambiarmi, mettermi decente. E non ero nemmeno così distrutta.

E il mio Autore Preferito non mi ha deluso. Di cosa parlava lo spettacolo? Dell’infinito. No, scusate, dell’Infinito. Di Leopardi, sì, certo, anche il suo, di Infinito, ma anche del nostro, di Infinito, di tutto quello che c’è al di là della siepe, gli interminati spazi, i sovrumani silenzi. Di ciò che non siamo più in grado di vedere, di sentire, tutti presi dalle nostre corse quotidiane, dalla nostra ricerca non di vivere il momento, ma di completare azioni: lavorare, palestra, spesa, pulire casa… (ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale). E come si fa a vivere il momento? Beh, siccome è il mio Autore Preferito la penso come lui, oppure lui la pensa come me, fa lo stesso: scrivendone. Scrivere fissa il momento: oggi c’era un bel sole, ma cosa resterà di questo sole se nessuno ne scriverà? Perché scrivere ci fa riflettere su noi stessi, scopriamo noi stessi scrivendo.

Ecco, i Segni, per me sono questi: qualcosa che arriva quando è il momento esatto in cui deve arrivare. E ti dà una spinta, ti sveglia, ti dice: ehi, Moon, ma che caspita stai facendo? Ma non lo vedi che l’Infinito ti cerca, la poesia ti cerca, laggiù, dietro quel muro, e tu la stai ignorando, tutta presa dalle tue faccenduole da massaia?

E io al Segno rispondo. Perché sono educata, per prima cosa, e poi perché glielo devo, al Segno, lui che fa tanto per farsi notare da me.

Ok, Segno, hai ragione: mi sto perdendo, un pochino, sto perdendo la mia tastiera, sto perdendo l’abitudine a scoprirmi, giorno dopo giorno, attraverso la scrittura, anche solo questa, anche solo di uno stupido diario, sto perdendo la musica, sto perdendo i contorni del mio volto allo specchio. Ma lo sto facendo solo per amore, è la mia scusa. Lo sto facendo perché ora c’è qualcuno che ha bisogno di me (e nonostante tutto mi lascia più o meno in pace mentre scrivo ora. Più o meno perché un dubbio sui compiti di inglese, una firma per lo sciopero a scuola…), per qualcuno che merita le cose più belle del mondo, merita le stelle in delirio nella notte, merita le onde calme del mare in Agosto, merita il sole caldo sulla pelle, merita l’abbraccio più stretto che l’essere umano possa sopportare, merita il meglio, lei, e io sono qui per questo, per darle questa opportunità, per far sì che lei veda l’Infinito ora.

Senza amore non siamo nulla.

E io senza l’amore che provo per mia figlia sarei morta.

 

Ps: il mio Autore Preferito ha fatto scrivere a tuti i presenti allo spettacolo per tre minuti alcune righe: qualsiasi cosa passasse per la mente in quel momento. Io non mi fermavo più. Prima o poi rileggerò anche quelle righe…

Intanto lascio quelle famose, quelle che meritano davvero di essere lette.  E rilette.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 

Sostiene Moon

post 172

 

Un piccolo omaggio blasfemo a un grandissimo scrittore a me vicino… spero mi perdoni la messa in burla. Ma sono certa che lo farà. 

 

 

Sostiene Moon che la mattina sente una canzone nella testa, I’m strong enought, che non si ricorda le parole, ma solo questo pezzetto del ritornello e se lo ripete all’infinito, nuovo mantra, per darsi forza.

Moon sostiene che la vita sta facendo la difficile, le tiene il muso, fa le bizze come una bambina viziata, ma lei, sostiene, non si farà prendere per i capelli.

Sostiene Moon che da quel cunicolo c’è già passata e che l’età a qualcosa servirà pure, diamine!, o deve solo servire a farsi dire da Little Boss che è vecchia perché non chiude le finestre sul telefonino? Moon racconta di serate troppo brevi e notti un po’ inquiete, di risvegli con il cuore che batte come un tamburo e di analisi che ancora vanno male. Ma sostiene, Moon, che nonostante tutto tiene botta, che le cose sa che si aggiusteranno. E lo sa perché, quando è in macchina, parcheggiata sotto la casa del suo ex, e le vengono in mente mille pensieri e si preoccupa per Little Boss e si preoccupa per sé e il suo futuro e le cose sembrano diventare grigie, ecco che arriva lei, Little Boss; la piccola sfodera un sorriso, le fa la linguaccia e gli occhi storti, apre la macchina e inizia a parlare come se non ci fosse un domani e deve raccontarle tutto, ma tutto tutto(avete presente la scena dei Goonies?)e poi è vero che il cervello di Moon è sovraccarico di info, ma è anche felice, felice come non mai, ha un tesoro che la accompagna giorno dopo giorno, che brilla tanto forte da riuscire a donarle un po’ di quella luce, e allora tutto, ma tutto tutto, passa in secondo piano, si rende conto che ciò che conta lei lo ha già. E dito medio a quelli che la odiano. Perché Moon sente l’oroscopo la mattina, mentre scende dal suo monticello per portare Little Boss a scuola, su RDS c’è Branco (con quella voce odiosa, diciamocelo, e quelle parole che non sanno né di me né di te) e lui dice che ci sono persone che la odiano e che riescono a metterle, anche oggi, i bastoni tra le ruote. Ma Moon, sostiene, fa il dito medio anche a Branco, e se la ride per una piccola vittoria legale: se qualcuno mi odia (non ha dubbi, Moon, che sia così, e potrebbe tranquillamente fare il nome del suo ex) io ho fatto tanto per costruire ciò che ho e è talmente solido che non riuscirà a sfondarlo, nonostante sia un Ariete. Tiè, aggiunge Moon, sostenendolo.

Moon sostiene, ancora, che le serate se ne vanno via come le noccioline all’aperitivo, tra un ripasso dell’Illuminismo (che poi Little Boss ha il compito) e la spiegazione delle subordinate, i pomeriggi scappano tra la palestra* e il circolo di lettura, tra le lezioni di chitarra e l’orientamento per le superiori, tra le due ore per il sesso, rubate, (sempre due Wal, sono intransigente, amare ha bisogno del suo tempo) e la telefonata a un amico, tra il ragù, ché ogni tanto bisogna anche cucinare, e l’impasto per i biscotti di pan di zenzero a lavoro (sì, fuori orario, ma il lavoro è anche questo, metterci passione).

Sostiene Moon che le manca la tastiera, ma che quando vede il calendario sul telefono le piglia un colpo: ci sono più pallini grigi che numeri, lì. Ci sono le elezioni per il consiglio di istituto (e che, non si propone, Moon, come presidente, visto che non lo fa nessuno?), le riunioni a scuola, gli scioperi, il dentista, le cresime…

Ma Moon sostiene anche che domenica chiappa l’Amico Speciale e lo porta a teatro. Giusto per…

Mi gonfierà il cervello?, chiede lui.

Lo spero proprio, sennò che ci andiamo a fare?, risponde Moon.

Moon sostiene che l’esproprio della tastiera è solo un momento, una cosa che finirà. Il suo Capo le dice: Come farai, poi, quando non avrai tutti questi impegni? Sentirai un gran vuoto.

Moon sostiene che lo riempirà con la scrittura.

 

ah… lascio la canzone. Eh. Il meglio sarebbe leggere ascoltando la canzone.

Manco mi piace tanto… (troppo discotecara), ma ci sta.

Ci sta.

 

 

 

 

 

O poeta è um fingidor

post 171

 

 

Sono una persona orribile. E bugiarda. Ma poi, bugiarda su ciò che per me conta moltissimo, bugiarda su un tasto che a premerlo mi fa male. Quindi ancora peggio.

Oggi avevo una specie di ispezione del mio appartamento da parte della mia padrona di casa. Dico una specie perché è stata camuffata come un’ispezione da parte di un geometra(?), ingegnere(?). Come ho forse già detto il mio mini appartamento è stato costruito sopra a una chiesa. In pratica era la canonica o qualcosa del genere (dopo oggi non ho più sicurezza di nulla). Ma insomma, pare che la chiesa sottostante sia particolarmente umida, soprattutto perché una parte di questa chiesa è chiusa da anni. L’umidità si vede sulle scale che salgono al mio appartamento, il muro sfarina eccetera eccetera. Quindi il geometra(?) o ingegnere (?) è arrivato a casa mia per sincerarsi che non ci sia umidità anche nell’appartamento. Certo, direte, ma non bastava chiedertelo? Io mai avuto problemi con l’umidità, qui (a parte quella volta che ho fissato con il trapano una mensola e ho preso pieno lo scarico del cesso della tizia che abita sopra: ora non mi invidiate, vero?). Insomma, mai un muro sgallato, mai una traccia di nero.

Ma siccome non avevo nulla da nascondere ho acconsentito all’ispezione con il sorriso sulle labbra. Tirato. Ma sempre un sorriso.

Ieri è stata una giornata da incubo a lavoro: 12 ore filate, sono arrivata alla dirittura di arrivo senza guardare la famosa app del telefono che mi conta passi e chilometri percorsi: avrei potuto spaventarmi. Esco da lavoro, mi trascino a casa e sbavo per una doccia calda ristoratrice. Ed ecco che arrivano le telefonate: Little boss (che è da suo padre per il weekend) ha dimenticato lo zainetto per fare ginnastica (che ora si chiama motoria o motricità, a seconda di quanto l’italiano vuole complicarsi la vita), Me lo porti?, Certo, amore, arrivo. Poi ecco l’Amico Speciale.

Stasera dormi a casa mia? La inauguriamo. (Ha appena traslocato nella sua nuova casa, NdR)

E ci ceniamo?

Certo.

Ma i piatti, ci sono?

Circa.

Come circa? Che parli come Little Boss?

Dai, qualcosa arrangiamo! (Una pizza mangiata nella scatola, NdR)

Ok…

Ma prima vieni con me al negozio dei cinesi a comprare un paio di cose?

E quindi, con una stanchezza colossale, eccomi lì al negozio con lui che mi chiede: ma cosa potrebbe servirmi nell’immediato? E io ho risposte fantasiose, a seconda di quello che vedo: un orologio da parete, un portatovaglioli con l’emoticon che ride, uno stampo da forno in silicone…

Sei fatta?, mi chiede. Beh, quasi…

Poi boh, la serata di ieri sera nei miei ricordi è annebbiata dalle sette di sera in poi, di sicuro ho mangiato la pizza a casa sua, mi sono infilata il pigiama, ma stamani mi sono ritrovata nuda. È comunque un bel segno.

E stamani mi sono precipitata a casa per renderla presentabile per l’ispezione.

Ho spolverato polvere che camminava da sola, buttato via centinaia di piccoli oggetti inutili (ma come facciamo ad accumulare tutta questa spazzatura, in casa? Bomboniere, nastri, bottiglie vuote, disegni di bambini sconosciuti, carte e bustine, chili di cuffie per le orecchie, chiaramente rotte, addirittura ho buttato un pezzo di rete per polli…siamo accumulatori seriali, come in quel brutto reality), risistemato la camera di Little Boss, un procedimento che mi ha richiesto tanto stomaco e tanta pazienza. E un buon cassetto dove infilare gli imprevisti. E insomma arrivo all’appuntamento con il fiato corto, ma con una casa presentabile e due nuovi profumatori per ambienti. Tanto che la mia padrona di casa e ne esce con Ma che buon profumino che hai qui! E poi come la tieni bene, la casa!

Sfodero il mio secondo sorriso e mento: ma no, dai, scusa la confusione, non ho mai tempo per sistemare, il lavoro, gli impegni di Little Boss…

Ho fatto il primo scalino che mi porta giù all’inferno.

Poi nota il muro della follia: sono le carte di Fabula (in pratica sono le regole del Viaggio dell’eroe di Vogler scritte su carte plastificate da attaccare al muro: la struttura di un romanzo in stile easy). Sai, le dico, è per il romanzo che sto scrivendo. Lei, che ha una figlia pure lei scrittrice, ne è colpita e mi sorride felice. Un altro punto per me. Un altro scalino di discesa per l’inferno.

Ok. Ok. Non saranno bugie gravi. Ma mi toccano nel profondo. Mi sento una persona orribile. Ma se è vero che, come dice Pessoa, O poeta è um fingidor, allora la strada è quella giusta magari…

Smetto di pensare al romanzo che non sto scrivendo e mi butto sulle silloge, no?