Dejà vu

post 160

 

 

È una specie di dejà vu.

Ultimo giorno di lavoro prima delle ferie, ovviamente il più terribile dell’estate, clienti come se piovesse, ci manca una persona, dieci minuti prima della chiusura della cucina arriva un gruppo di 15 (!) spagnoli: dieci pizze. Chiamo Osaro, Help me, please! It’s my job, fa lui, e corre. Siamo come la Juve, dice il mio Amico Cacciatore che ogni tanto compare in questi articoli (e lo chiamiamo Gipo, diamogli un nome, a questi amici), lui inizia a stendere, io condisco poi faccio Finish! E lui inforna. Siete una bella squadra. Io non mi intendo di calcio, ma in effetti pare che lo sia, a parte ciò che dicono gli Interisti.

E beh, alla fine saluto tutti, Buone ferie! Divertitevi! Bacio sulla guancia anche Micro(bo), un abbraccio a Sbiru, a Lù, alla Cuoca, a Osaro.

Corro a casa a prepararmi per la festa di mia nipote.

E ormai io e Little Boss siamo d’accordo: le ferie non possono iniziare senza la festa di compleanno di mia nipote, ormai cinquenne.

Il tema di quest’anno? Indiani e cowboy.

La differenza dall’anno passato? C’è anche l’Amico Speciale a godersi i bambini urlanti. Mi chiedo come si troverà, mica è abituato a queste cose, lui, e invece mi sorprende: sempre a suo agio, l’Amico Speciale, chiacchiera con i miei, chiede ai bambini di fare una gara di urli, prende un po’ in giro Little Boss, che quest’anno non si schioda dal mio fianco, forse si sente troppo grande ormai per giocare. Trovo a un certo punto la ragazza dell’anno passato, quella incinta di sei mesi: lei e Woody hanno sfornato proprio un bel pargoletto. È più vispo di suo fratello, dice, e io rabbrividisco per lei, visto che l’altro suo figlio, quello grande, è di nuovo attaccato alla casetta, urlante: forse c’è dall’anno passato, chissà.

E di nuovo (sembra quasi incredibile) mi trovo di fronte a una conversazione sulla differenziata che vede partecipi mio padre e mia madre… davvero non capisco. So che non possono parlare di politica, so che non possono parlare del loro privato, ma è possibile che non si rendano conto che parlano sempre e solo di spazzatura? Non potrebbero discutere, che ne so, di cucina?

Meno male che poi arriva l’Amico speciale e inizia a raccontare del suo anno di militare: una conversazione nuova per la mia famiglia, né mio padre, né mio cognato, né il mio ex avevano storie da naja nel loro repertorio.

Taglio della torta e, come da copione, tutti a casa, domani si parte per le ferie io e Little Boss, Riviera romagnola quest’anno, ho prenotato in anticipo e trovato una super offerta (io ho il radar per le vacanze cheap). Stavolta l’Hotel (con mezza pensione) è talmente cheap che ho paura che la sera mi chiedano di fare un paio d’ore di lavoro al ristorante… speriamo bene.

Inoltre il meteo pare che non sia dalla nostra. Una settimana di acqua piena, dice, ma si sa, i Bernacca di questi tempi non sono poi così attendibili, forse qualche ora si salverà.

E poi, come ogni anno, l’importante è cambiare aria, e stavolta cambio pure mare. Ho almeno un paio di cose in programma: fare un selfie con Little Boss a San Marino (per rendere noto al mondo che abbiamo lasciato l’Italia durante queste vacanze, disobbedendo all’ordine imperativo del mio ex che non mi permette di farla espatriare), e un’alba dal mare.

Quasi pronta alla partenza, non mi resta che finire le valigie e saltare in macchina.

Ah sì: devo svegliare Little Boss!

Ci risentiamo tra una settimana.

E ora Via! Verso l’infinito e oltre!

Annunci

Domeniche di Giugno

post 146.jpeg

 

Si racconta che tre bellissime fanciulle, per sfuggire alle pretese di matrimonio di un viscido signorotto locale, scapparono nel bosco, arrivarono nei presi di un fiume e lì affogarono.  

Questa è la leggenda che ruota intorno al Posto Bellissimo dove ho letteralmente trascinato l’Amico Speciale domenica pomeriggio. Un caldo da urlo, reduce da un sabato pomeriggio al mare dopo dieci (o più, chi può dirlo?) anni di assenza sulle spiagge, tanto che mi è toccato comprargli un costume per convincerlo. Insomma, mi viene a prendere a lavoro, mi guarda e dice: ma sei sicura?

Certo che lo sono, ho dentro un mostriciattolo verde che urla da un po’, già dal pomeriggio in vacca dell’altra settimana, ho voglia di staccare, urla il mio cervello, devo cambiare scenografia, basta con il fondale casa e poi il fondale lavoro, voglio il fondale avventura,  grazie, sennò impazzisco, anche se si tratta solo di farsi mezz’ora di macchina per stripparsi su una mani spiaggetta (che poi non verrete mica a dire che non è un’avventura, no?).

Nel caso del Posto Bellissimo l’avventura è solo una camminata di mezz’ora nel bosco. Il mio Boss mi guarda e dice: l’ultima volta che ci sono stato io era pieno di vipere. Ok, nessun problema: faccio mente locale al corso di primo soccorso fatto nel lontano 19… durante i campi scout: vipera? Facile, la so: legare la ferita a monte, ma non troppo, sennò rischi la cancrena (a un tizio che conosco hanno dovuto amputare la gamba proprio per quel motivo), restare calmi e… ma dai! Le vipere non rompono le balle se non gli rompi le balle. La Natura è così: stai sul sentiero e guarda in terra, cammina rumorosamente e il gioco è fatto. Le vipere non mi hanno mai fatto così paura, a dire il vero. Gli animali in generale: ho più paura degli uomini.

Altre obiezioni?,chiedo.

Ci saranno i tafani, dice qualcuno alle mie spalle, ma non so chi sia e quindi lo ignoro.

Inizio a pensare di essere circondata da Smontatori. Gli Smontatori sono una razza particolare di uomini (e donne) che hanno come solo obiettivo dire No a ogni iniziativa che non rientri nella loro ben rodata routine:ma non si sta meglio sul divano a guardare un bel film?

Eh no, non si sta meglio, si sta più comodi, forse, si destruttura il cervello, magari, si vive meno, di sicuro.

Io invece in questo momento ho fame di vita (fate voi, ditemi se non sono una che si accontenta) e quindi tiro fuori il mio lato Ostinato: vado, da sola o meno, ma io vado.

Il caso vuole che la Ragazza (lasciatemelo dire ancora per due ore, ragazza…)Ostinata e Nevrotica abbia una gran cavolo di ragione: il Posto Bellissimo è talmente bello che l’Amico Speciale non fa che dirlo, non fa che fare versetti di gioia in acqua, manco fosse un neonato al suo primo bagno, si gode il massaggio naturale della cascatella. Mi tocca trascinarlo fuori dall’acqua indicando il sole che tramonta:guarda che dobbiamo tornare alla macchina e nel bosco non ci sono lampioni. Viene via quasi imbronciato, facendo progetti su giorni di festa quasi inesistenti che trascorreremo di nuovo lì. La prossima volta ci portiamo: e giù tutto un elenco di cose che non porteremo mai, cose che non faremo mai. Ma è dannatamente bello vederlo felice. E lo sono anche io, alla fine, tanto che mi sono lasciata convincere a farci un bel selfie con la cascatella alle spalle: come si cambia (per non morire, direbbe qualcuno).

Mi sembra (mi sembra!) che piano piano la vita stia prendendo una piega auspicabile, a volte, una piega di normalità che mi mancava da tanto.

Credo che il 90% del lavoro sia io a farlo: ho deciso che volevo la normalità e ho imboccato quella strada. Ero brava a Orienteering ai miei tempi. Forse era l’unico sport in cui ero a malapena capace.

E ora devo tornare a studiare… ho appena finito di bilanciare il mio primo gelato in totale autonomia (il mio coach non mi caga al telefono, quindi dovrò prendere l’iniziativa e buttarmi). La mia piccola Boss invece è alle prese con l’Arte della Rasatura, una cosa che prima o poi noi donne dobbiamo apprendere, con tutte le sue sfumature. Non credete: è una questione di stomaco: non tutte riescono a tollerare la Tortura della ceretta e devono per forza ricadere nei rimedi alternativi: crema e rasoi. Per le più coraggiose l’Epilatore, quasi un dio malefico in grado di mietere vittime.

Tutti i miei acronimi gelateschimi attendono: POD, PAC, SML, AS, ST… solo per questo mi eccito come una bambina!

Ognuno ha i suoi problemi…

Piano B

post 143

 

Ho un piano B per superare questo momento che, per motivi fatti da: un ex fuori di testa, una bambina malata da una settimana, il lavoro che aumenta, mi rende un po’ nervosetta, facendo naufragare anche le attività più semplici, come cucinare il pollo.

Il piano B l’ho ideato questa mattina, dopo una notte diversamente dormiente. Mi sono svegliata credo millemila volte, mi sono girata nel letto come un cane che non trova la cuccia, ho contato un numero di pecore che mi avrebbero permesso di fare maglioni a tutto il mondo per cento anni.

E ho sognato. Maledetti sogni, di nuovo. Ho sognato di non riuscire a smettere di fare pipì. Stamani il libro dalle pagine ingiallite mi ha detto diverse cose a proposito di questo sogno. Pare che abbia sentimenti repressi che si sono accumulati come la spazzatura nella discarica, e che io abbia bisogno di sganciarli dalla repressione, ed esprimerli. Dai retta alla tua pancia e non alla tua testa, ha consigliato. Beh, la mia pancia mi dice solo che non ho fame, complice di sicuro il caldo.

Ed ecco che allora ho inventato il piano B: visto che comunque non riesco a seguire in questo momento (ma l’ho mai fatto?) un’alimentazione normale, nonostante ogni tanto la cuoca al Ristorante faccia le orecchie da mercante quando le dicoNon mangioe butti comunque la pasta anche per me (Ormai l’ho cucinata, e sfodera un sorriso), tanto vale bere. Quindi una tisana ogni ora, più o meno. So che le tisane fanno caldo e sembra una scelta bizzarra, ma almeno bevo e provo a rilassarmi.

Ma perché non ti droghi come tutti?,mi dice Micro(bo) mentre pulisce una piccolissima ditata sul vetro della porta: il ragazzo sta diventando come la badante russa di mio nonno, che ti faceva infilare le pattine all’ingresso per non sporcare.

Bella idea!,rispondo. Giusto per aggiungere disagio al disagio…

Il risultato per ora è che il mio sogno sta diventando realtà: faccio pipì di continuo.

Forse era un sogno premonitore.

Intanto la domenica sta finendo pigra, alla tisana ho aggiunto un incenso, giusto perché la tazza che sto bevendo ora sa di zenzero e mi pare di stare in Oriente così: il viaggio dei poveri.

La mia Little Boss è a finire di guarire da suo padre già da venerdì, mi manca, ci mandiamo post con Commenti memorabili su Instagram, disquisiamo al telefono se posso chiamarla cucciolae zucchina(credo di averla chiamata in tutti i modi, anche zuppetta di pesce, non esiste un nomignolo che non le abbia affibbiato), mi aggiorna sul sapore schifoso degli antibiotici e quello invece decente della Tachipirina orosolubile (Ma perché c’è scritto orosolubile?, chiede lei appena vede la confezione. Viene dal latino, os, oris è bocca.Significa che si scioglie in bocca. Lei mi guarda e sembra sollevata. Che credevi?,chiedo. Che fosse una supposta. Beata ignoranza…). Ma non è come averla qui.

L’Amico Speciale invece è partito per uno dei suoi viaggi, mi telefona annoiato, io gli racconto del tizio con il kilt che al Ristorante oggi ha allietato tutti suonando e cantando una canzone scozzese con la chitarra, Ti mando il video, dico. Lui mi chiede se aveva le mutande e se ha fatto il gesto epico di Mel in Braveheart.

Penso al mio romanzo: statico da un mese e più, penso che se scrivessi un pezzetto tutti i giorni, invece che scrivere qui, forse lo finirei in poco tempo. E mi torna in mente che anni fa il Mentore mi disse una cosa molto simile.

Si vede che magari non sono un tipo da romanzo. Forse non è proprio la mia forma. O non lo è ancora.

Il progetto resta comunque sul mio muro.

Vediamo intanto di far finire anche Giugno e poi tasterò di nuovo il terreno del mio Dentro per capire se c’è dello spazio adatto per piantare questo seme.

Mi scappa di nuovo la pipì, uff…

Lunedì, il mio Armadio, ciliegie

fullsizeoutput_d5a

 

 

Sono giorni che il sole non dà tregua, picchia duro manco fosse Mohamed Ali, giusto per ricordare la favolosa canzone di Mengoni che Little Boss mi fa sentire un giorno sì e uno sì. Oggi, che è l’ultimo giorno di scuola (grazie al cielo!) e che ho prenotato in un bel ristorante con piscina per una mini fuga mia e di Little Boss dalla vita, immaginando di mangiare frittura e sbiaccarmi( ovvero fare il biacco)al sole su un comodo lettino, leggendo la Nothomb fino all’ultima pagina, ovviamente è nuvoloso con probabilità di precipitazioni, dice il Meteo del mio telefono. 

Si chiama in realtà Legge del Menga. O di Murphy, fate voi.

Ma non desisto. Vado lo stesso. Al limite starò sotto le nuvole sul lettino, leggendo comunque il mio libro e ascoltando Spoty a diritto, visto che mi sono fatta una nuova scheda telefonica con XX giga di internet e ho con me il Super batterione, come lo chiamiamo io e Little Boss, un regalo del mio Amico Atipico. 

Sabato era il compleanno dell’Amico Speciale. Non ha voluto regali, siamo andati a cena fuori. Abbiamo parlato in modo serio, io con un po’ di tremarella in stile pulcino bagnato, lui con la faccia da Vorrei prendermi cura di te anche se so che sei una donna forte e non ne hai bisogno: una faccia davvero impegnativa, non trovate? Fa tante facce diverse, di recente, l’Amico Speciale. Ha la faccia da Ti amo ma posso spiegarti, in stile Catalano, quella da Vorrei darti tempo, ma io ho appena compiuto 46 anni, anche quella da Per me sei la donna giusta. Poi ci sono le facce interrogative: Io sono per te l’uomo giusto? , e quella, terrificante, Sei sicura che non vuoi sposarti? Eh. Dopo questa faccia ho solo detto: Andiamo a prenderci un aperitivo, che dici? 

Da brava maniavantista (un lavoro del tutto inutile che dovrei smettere di fare) gli ho ricordato che essere nella mia vita non è una passeggiata: sono un pacchetto pesante, io. Che un conto è ascoltarla, la mia vita, come fanno tutti, e un conto è esserci, con tutti i piedi nella merda. Non ho mica paura, lo so perfettamente, ha detto la sua faccia. 

E io voglio crederci. Non ho poi molte alternative. 

E quindi abbiamo detto di provarci. Sul serio. Fare questo tentativo. 

Ne ho già parlato alla piccola Boss, che come sempre mi dice: voglio solo che tu sia felice, e mi fa sciogliere in una pozza ai piedi che profuma di amore. 

Mi fa un po’ strano decidere a tavolino di iniziare una relazione, specialmente con chi per anni ha vissuto la mia vita come un porto di mare, restando e andando, seguendo il flusso dell’onda. Non so decidermi sulla sensazione che mi dà questa nuova cosa. Da una parte è una zona confort (se così si può chiamare per mille motivi), dall’altra invece è sentirsi finalmente liberi. 

In ogni caso sta vincendo Armadio, nella famosa lotta. Un Armadio come quello dell’Ikea che abbiamo montato insieme io e lui una mattina di due anni fa e che ora è in camera mia. Piccolo, incasinato, ma confortevole. 

Una nuova Moon con nuove regole, un Moonverso che si sposta un pelino.

E vediamo come va, ho detto L’amico Speciale, che ormai di amico ha ben poco. Devo firmare qualcosa?, ha concluso ridendo. 

E a firmare tra poco dovrò essere io, invece, per la causa di affido di Little Boss. O per una denuncia, chi lo sa. Stamani, mentre provavo a richiamare per la sesta volta il mio avvocato, ho incrociato TDL. Mi ha mandato un messaggio, Le vuoi due ciliegie? Per la bimba, ha aggiunto. Mi sono fermata, Bella maglietta, ti vedo stanca. Lo sono. Non riesce mai a regolarsi con il cibo, pare che abbia passato il dopoguerra, penso mentre mi dà il sacchetto di ciliegie. 

Mangiale, che ti fanno meglio delle schifezze che ti piacciono. E poi smettila di dimagrire. 

Va beh. Intanto provo a vedere se recupero un paio di chili con una bella frittura di pesce al ristorante…

Costruire

 

post 132

 

Sulla decisione di tenere aperto o meno questo blog ha pesato un breve commento di Ale, detto a bassa voce, come solo lei sa fare, che a volte è al limite dell’udibile.

Secondo me dovresti tenerlo.

E siccome io mi fido di lei, moltissimo, più che di me, le darò retta. E vediamo come va.

Sì, Wal, anche il tuo parere ha influito.

Mi sono data, come forse ho già detto, un Tempo Massimodi Lutto (TML).Il lutto lo tengo per la Morte della Speranza. Non posso permettermi di far andare avanti il lutto a oltranza, e alla fine il mio lutto è solo un vestire di nero e poco più. Ma siccome sono Programmino, come mi hanno definito in tanti, il Mentore prima di tutti, ho deciso che il lutto finirà tal giorno alla tal ora. Non durerà un anno, niente 365 giorni stavolta, niente count down, niente pianti. Diciamo che sarà qualcosa che assomiglia di più alla riservatezza. Ma una volta finito questo lutto, basta. Quello che ho capito grazie allo Shogun è che ho risolto il conflitto spazio/armadio. Ora sono pronta a provarci.

E a tal proposito l’Amico Speciale si è presentato con un mazzo di fiori (metaforico. In realtà erano lampadine, che a casa mia la spesa delle lampadine va di pari passo con la bolletta del gas in pieno inverno, sarà perché detesto il buio e appena metto un piede in casa accendo tutte le luci accendibili manco fossimo a Las Vegas), un sorriso sincero e mi ha detto: non te lo dico che ti amo, preferisco dimostrartelo. E visto tutto quello che gli ho fatto passare direi che sta facendo un buon lavoro. Ma ho messo le mani avanti, come sempre, come mi viene bene fare: avrò il mio periodo di lutto; poi vediamo che succede. Per ora siamo quello che siamo stati sempre: due persone che si vogliono bene, e scusate se è poco.

Quindi non mi resta che tuffarmi a capofitto nel lavoro, e il periodo ricomincia a fiorire. Pure troppo. Oggi forse era San Sughero, non lo so, ma il Ristornate a pranzo era strapieno, quasi fosse una domenica. E il personale ridotto, ovvio, perché in realtà era solo mercoledì. Ridotto a due, cioè: io e la cuoca. Le mie gambette hanno corso, le mie braccia hanno sfornato pizze e portato piatti alla velocità della luce, ma ho avuto anche il tempo di far due chiacchiere. Ha pranzato da me una Signora che conosco da tanto tempo, che mi ha conosciuto sposata in realtà e ora passa volentieri anche solo per salutare (e darmi laute mance, a dire il vero). La Signora è molto ricca. E lo specifico perché è del tipo che mi piace, che sa di avere tanti soldi, ma non è dimenticata di cosa vuol dire non averli. Sono queste le persone che mi piacciono, quelle che non ti fanno sentire mai una serva solo perché porti loro i piatti. E fidatevi: dell’altra categoria il mondo è pieno. Insomma, tra una chiacchiera e l’altra, la Signora mi chiede di Little Boss, che ha visto nascere. Ha quasi 13 anni, le dico, ormai è una signorina. Lei mi guarda e chiede: ma ti sei risposata?La risposta che mi viene di solito in automatico in queste occasioni è: ma che, mi credi scema? Ma chi me lo fa fare, sono così felice e libera ora, un uomo? No, grazie, ho già dato, di figli ne ho già, certo, ho qualcuno, non sono una suora, ma una relazione…

Ma stavolta ho risposto: non ancora. Forse in un futuro, non lo so.

Lei ha sorriso e ha detto:ho sempre pensato che meritassi di meglio.

Già. Frase standard di chi conosce me e il mio ex. Se avessi un euro per ogni volta che me lo hanno detto forse sarei ricca. Eravate una coppia squilibrata(che così pare pure la verità); non eravate fatti l’uno per l’altra; tu sei così intelligente; è stata una fortuna per te lasciarlo; la famiglia del tuo ex ha qualcosa che non va; non so come hai fatto a sopportare per tanti anni; ti vedo rinata; finalmente hai ricominciato a sorridere. Vabbè, ho un sacco pieno di queste frasi che si sono accumulate in quasi 4 anni. Sono certa che a lui dicano lo stesso. Ma che io meriti di meglio, mah, chi lo sa, alla fine ognuno non ha ciò che si merita? Mia sorella continua a dirmi che nella vita mi sono lasciata scappare tante occasioni. Io alla fine ho avuto tante cose belle, e siccome non sono ancora alla resa dei conti, voglio credere che ci siano ancora tante occasioni per me.

In sintesi: barcollo, ma non mollo.

Oppure Se mi rilasso, collasso.

O ancora: nel mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è giorno dopo giorno.

La canzone sceglietela voi.

Io ho scelto la mia…

La Teoria la so tutta

post 118

 

Vediamo…

La cena è sistemata nella padella, una cena fusion(macchè, è una cena inventata, ma dire fusion fa più figo) che di certo Little Boss apprezzerà solo in parte; il bucato è dentro la lavatrice che si sta lavando; ho mandato l’Iban a chi me lo ha chiesto (fa sempre bene qualcuno che, nell’arco della tua giornata, ti chiede l’Iban, no? Di solito te lo chiede per versare, giusto?).

Ho fatto tutto e Little Boss sta finendo di fare i compiti (anche se è in ritardo, ma vabbè). Nota stonata, nel senso esatto del termine: la sua musica , fatta ragazzini che cantano e che hanno nomi tipo skilla o roba simile (non riesco a imparare questi nomi, il mio neurone si rifiuta e io non posso biasimarlo…). Sopporterò. Dopotutto lei a volte sopporta la mia musica, no? Che poi lasciate stare il fatto che la mia musica è degna di essere ascoltata… ma i gusti sono gusti e, come disse una volta una mia amica, tutti abbiamo ascoltato da ragazzini qualcosa di cui oggi ci vergogniamo (io i Take That…).

Insomma, tutta questa non è una prolusione, bensì una nota introduttiva che mostra un fatto semplicissimo da notare: la prendo sempre larga per dire le cose. Essere sintetica, diretta, funzionale non mi piace. Qui, soprattutto, che siccome è uno spazio mio (gentilmente concesso in modo gratuito da San WordPress, che io prego assai poco, si vede, perché a volte mi ignora e, anzi, mi fa gambetta) mi piace utilizzare come mi pare.

Sul fatto, comunque, che io la teoria la so tutta, ma sulla pratica, invece, difetto, ho rotto le balle a tante persone in questi anni. È una frase che metto avanti come un cartello o uno striscione, i miei Lo so, lo so sono diventati celebri, stanno facendo un meme ad hoc.

Oggi l’ho ripetuto all’Amico Speciale.

Il fatto è che quest’uomo, con i suoi alti e bassi e le sue virate di idee, ora è in una fase un po’ particolare dove si lascia ispirare da un tizio (popolare su You tube) che è sì uno psicologo, ma è anche uno molto alla mano, che dice le cose in modo diretto e semplice, e questo indubbiamente lo rende attraente per persone come l’Amico Speciale, che vuole sì imparare, ma non da persone che si atteggiano in un certo modo superiore. Ma comunque, non è il nuovo amore dell’Amico Speciale il discorso.

Il discorso è cosa è successo, praticamente, nel Moonverso. Perché di questo scrivo, essendo cosa a me cara. E non è a me cara perché è roba mia e quindi esisto solo io, non è a me cara in maniera egoica (rubo questo termine a chissà chi, non è corretto ma rende l’idea), ma è la semplice premessa di questo blog.

(Lo so, lo so, mi dilungo, parto per la tangente, sto andando fuori tema, divago)

Ho passato un bellissimo weekend con qualcuno venuto dal Giapponeapposta per me. Il mio capo mi ha detto che si vedeva che ero felice, avevo una luce speciale. Ed è così. Lo Shogun mi rende felice, cazzo. Tutto con lui assume una colorazione diversa, mi fa pensare Allora esiste davvero, esiste sul serio essere felici! E tutte quelle cose lì. E non vi tedio oltre. Perché il punto non è ancora questo.

Ma ieri mattina io e lo Shogun avevamo fame. E siamo usciti per fare colazione (sembra l’incipit di un noir).

Il mio ex Lex (vi rimando brevemente a qualche nota qui) in un nanosecondo si è di nuovo trasformato in Lex. Un po’ come accade in Smallville, non so se avete presente. Lex e Clarke sono in continua tensione per diverse puntate, fino a che la rivalità non prende piede definitivamente. E ieri Lex mi ha fatto chiaramente capire, con modi poco cortesi invero, che la rivalità è ricominciata. E in un certo senso ho tirato un sospiro di sollievo, perché non è che mi fidassi proprio molto. Sentivo. E lo so che non si fa, ma io quando sento di solito ho ragione.

Ed ecco che si torna a bomba.

Io lo so che sbaglio a pensarla così. La teoria mi dice che se penso così avrò una bella Teoria che si autoavvera dalla mia. Ma la pratica, l’esperienza, mi dice che il mio diciottesimo senso ha ragione. E, di nuovo, lo so che il mio cervello mononeuronale registra solo quando vince in questo settore, ma è proprio… più forte di me?

Ed ecco che ogni volta mi sento una stupida. Perché nonostante sappia come funziona, nonostante conosca l’insidioso meccanismo, ogni volta ci casco.

Così come casco nel trabocchetto di Allora sono sbagliata io se.

Diciamo che la cosa più buffa in assoluto è che sia l’Amico Speciale, oltre agli altri, a dirmelo.

Ma siccome sento anche lui (ridete pure, lo so , lo so) non sono ancora convinta che questa sua fase sia reale o fittizia.

E insomma, proprio quando la teoria mi insegna che devo smettere di farmi le seghe mentali, ecco che sono di nuovo qui a farmele.

Un insegnante immaginario direbbe, di fronte a una come me: si impegna tanto, ma proprio non ce la fa

Cerchiamo di premiare l’impegno?

Stato di grazia

post 99

 

Dopo qualche giorno di assenza il computer era diffidente, non mi faceva entrare. Anche la tastiera ha fatto una smorfia, come un’amante tradita.

La realtà, un po’ triste, è che quando stai bene ti dimentichi delle vecchie stampelle. Il rischio, effettivo, è esagerare: se ti servono delle stampelle, usale.

La felicità è una via, c’era scritto sul muro del mio paese qualche anno fa. Forse la scritta è ancora lì, luminosa di notte. Ma la felicità non è per sempre. Non è sempre. Quello che sto cercando di imparare è fare il pieno: metti nel serbatoio una bella scorta e ricomincia il viaggio della vita. Inutile raccomandarmi non accelerare, lo so, a me ora piace così, vivere, a tutto gas se possibile.

Beh, sì, il mio piccolo viaggio in Giappone è stato bellissimo. I ciliegi erano in fiore, il sushi ottimo, lo Shogun perfetto. In pratica ho vissuto un’altra vita, tornare a casa mi ha stordito come il jet lag. Ma non mi ha reso triste, il distacco. La teoria di Fare il pieno la sto iniziando a capire, si vede.

Tornare a casa ha voluto dire anche vedere l’Amico Speciale. Che è tornato alla fase Non voglio vederti per un po’. Stavolta è stato meno traumatico il suo gettarmi addosso la rabbia, la sua pacca sulla spalla per salutarmi andando via, il suo sguardo freddo. È come quando sai che una persona è malata e poi muore. Te lo aspetti. Ti addolora, ma ti sei abituato. La malattia ti ha abituato alla morte. E così anche la malattia della nostra relazione mi ha reso possibile superarne la perdita. Sapevo che prima o poi doveva andare così. Non si può sempre giungere a un compromesso. Ho imparato moltissimo da questo: non si può sempre aprire e qualche volta nelle scatole le persone ci vanno messe. Tutto ciò deriva da un mio atteggiamento (una tendenza di comportamento) tenuta dopo la separazione con il mio ex: dopo anni di catene (imposte e autoimposte), scatole in cui mettere definizioni e paletti piantati a delimitare relazioni, il mio cervello ha detto stop. Ho scovato e aperto tutte le scatole, tolto tutti i paletti, spezzato ogni singola catena. Tendenzialmente, certo. Una cosa che ho fatto in maniera inconscia, una cosa della quale mi sto rendendo conto solo ora. Si vive in tanti modi, dico sempre. E io ho voluto prendermi alla lettera (nel mio microscopico mondo lunare, ovvio) e l’ho fatto. Senza guardare, senza ascoltare. Guardando e ascoltando solo me. Credevo che bastasse dirlo, che bastasse essere onesti per evitare il dolore degli altri, qualcosa del tipo: ma io ti ho avvisato. Maniavantisti di tutto il mondo: il maniavantismo non è sempre la soluzione. Avvisare non serve. Bisogna solo avere il coraggio delle proprie azioni, tentare di vivere senza paura e accettare (accettare!) di essere persone in grado di far del male. Imparando, magari. Mettendo un + per ogni esperienza.

Lo sforzo di vivere senza paura per me è grandissimo. È qualcosa per la quale non sono allenata.

Ma qualche obiettivo bisogna pur darselo…

Il Moonverso si stava muovendo mesi fa. Mi ha dato un po’ di mal di spazio anche di recente. Ora invece sento che il suo movimento è come un cullare, qualcosa che mi rasserena, che mi fa sorridere. Che mi fa sognare.

Non mi resta che sperare in questo stato di grazia.

Un baule pieno di gente

steamer-trunk-3414018_1920.jpg

 

 

Di questo pomeriggio avevo proprio bisogno, questa settimana. 

Dopo il tentativo fallito di staccare la spina con la superficialità, oggi ho trovato il mio modo. 

Che in effetti ci voleva poco, per capirlo, Moon… (ho letto in giro che parlare a se stesso in terza persona tende a calmare l’ansia). 

Un pomeriggio di solitudine. 

Che poi è capitato del tutto casualmente, visto che in realtà avevo un appuntamento con un amico che è stato candidato allo Strega per festeggiare. Ma l’amico si è bloccato con la schiena e, sebbene avessi una certa curiosità di sapere i dettagli, cosa ne pensava eccetera, è stato un bene (per me, ovvio, per lui no, affatto. Come ha detto lui, forse è il colpo dello Strega). 

E così ho tutto il tempo per fermarmi, oggi, riflettere senza ansia, ascoltando una compilation acustica (sono proprio stressata se preferisco questa roba agli Offspring) e scrivendo. 

Mi preoccupa ancora l’Amico Speciale. Sebbene ora pare che l’abbia presa bene, dopo svariati ripensamenti (Devo starti lontano per un po’. Ok. Voglio far parte della tua vita. Ok), in realtà ho l’impressione che mi stia tallonando per farmi cambiare idea. Anche se, ovvio, dice tutto il contrario. E quindi sono messaggi, telefonate, mi aspetta quando esco da lavoro per fumare una sigaretta, mi chiede di accompagnarlo a prendere l’auto nuova, mi offre caffè. Non che la cosa mi dispiaccia o mi dia fastidio, solo che la vedo come sospetta. E quindi sto con le orecchie dritte. 

E poi c’è il famoso racconto che, sebbene abbia finito, devo correggere. E allora ieri ho mandato un messaggio: non lo voglio finire, scrivo. Ma è finito, risponde l’Amico Scrittore (che mi ha coinvolto nel progetto). 

Il fatto è che non trovo il significato in quello che sto facendo. Credo che il punto sia tutto lì. Non so dove voglio arrivare, con la scrittura, penso al mio amico candidato allo Strega con il suo romanzo (che non mi piace) e alle case editrici, e ai profitti, e alle mode, e poi penso che io voglio scrivere quello che mi pare, voglio che la scrittura abbia un senso nella mia vita, e non posso dargli un senso con i soldi, con le pubblicazioni, voglio che quello che scrivo abbia un senso per me. 

Voglio arrivare a conoscere la verità attraverso la mia penna, come diceva Norman Mailer (più o meno, eh, la citazione non è esatta). E non lo sto facendo. Non più. Oh, l’ho fatto. Eccome. E ho scoperto un sacco di cose di me, attraverso i miei racconti. Ma ora invece sto solo imitando me stessa. Sono la mia brutta copia. E lo leggo, è evidente. E mi infastidisco. 

Ed ecco perché mi sembra di aver fatto un compitino e non di aver scritto un racconto. E mi sono delusa. E forse sì, lo finirò, tenterò di dargli una forma corretta, ma non sarà per me, sarà per altro, per altri. 

È che la scrittura, come la voglio io, deve nascere da una parte che non ha a che fare solo con il cervello. Non può essere programmata. Non può essere piena di paletti. Nasce da una necessità. La mia, di scrivere. 

E questo credo sia il manifesto del mio fallimento come scrittrice. 

Ma nonostante la parola fallimento abbia una connotazione negativa, non gliela do, in questo caso. 

Il fatto che sia una scrittrice fallita non significa che magari abbia scritto, in passato,  o che scriverò, in futuro,  qualcosa di bello. 

Magari quando sarò morta Little Boss troverà Un baule pieno di gente

La follia che viene dalle ninfe 2 (la vendetta)

post 93

 

La mattina di solito sono un bradipo.

La mattina sono lenta, ho sonno, la caffeina deve entrare in circolo per benino prima che il neurone si attivi.

La mattina non è il momento migliore per scrivere, per me.

Ma questa mattina è diverso.

Perché devo dire come ha funzionato ieri.

Dopo gli strani e contraddittori comportamenti dell’Amico Speciale del fine settimana, gli mando un messaggio e chiedo: come devo comportarmi, quindi? Ci salutiamo e basta? Posso mandarti messaggi? Posso invitarti a cena se mi va? O sono di nuovo la kriptonite eccetera?

Fai come vuoi, risponde.

E siccome come voglio è che nella mia vita, nel mio Cerchio, lui non ci esca, lo invito a cena se non ti crea disagio.

Va bene,risponde.

Sono di nuovo fuori piazza. Chiedo ancora: hai capito che ti sto invitando qui a cena e che la serata non prevede sesso o altro, vero?

Sì, ho capito, risponde.

Quindi vieni a cena?,insisto.

Avevo già detto di sì. Vuoi una conferma tramite Pec?

Ma no, mi basta la doppia affermazione.

Quando mi chiama per sapere se può salire ha una voce che riconosco bene. E quando sale le scale riconosco pure la camminata. È incazzato. Lo conosco da quasi vent’anni, mi preparo a un’altra dose di merda. Penso che se è venuto a cena solo per questo dopotutto lo posso accettare, ma non potrò farlo per sempre.

Il mio istinto non sbaglia e iniziamo a discutere. Non litigare come venerdì, niente toni alti, ma non sono nemmeno le sette che quasi quasi lui decide di andare via. Penso che posso accettare anche questo, e glielo dico: per me va bene se resti, ti ho invitato io, per me va bene se ci vediamo, ti voglio bene, devi decidere tu, però. Sai come stanno le cose. Sai che vedo un altro. Sai anche che se vedo un altro tra noi non può essere come prima.

E qui gli scatta il nervo:prima pensavo che tu fossi mia.

E su questo in effetti abbiamo sempre avuto visioni diverse. E il bello è che non ce lo siamo mai chiarito, questo punto. E il buffo è che siamo costretti a farlo ora, che le cose tra noi finiscono.

E per la millesima volta cerco di fargli capire il mio punto di vista e lui di farmi capire quanto male gli abbia fatto.

Parliamo ancora un’ora.

E poi.

E poi non lo so.

E poi non lo so come le cose siano cambiate.

Ma cambia tutto. In un attimo. Lui inizia a ridere. Mi prende in giro e mi dice: sai come ti ho messo in rubrica? Monica Merda. Mi faccio mandare lo screenshot, non ci credo, ridiamo ancora, alla fine abbiamo fame e mangiamo e dopo cena siamo sempre lì a scherzare, come abbiamo sempre fatto, gli racconto di Ale, del lavoro, lui mi racconta di suo fratello, del lavoro, e siamo di nuovo noi fino a che poi non dice: ho capito.

Cosa?

Tu non preoccuparti, ho capito. E poi: grazie.

Ma no, non mi basta, anche io voglio capire. Insisto.

Voglio far parte della tua vita, mi dice. Non riesco ad essere incazzato con te. Non mi fa bene.

Per una volta pare che concordiamo.

Ma poi aggiunge: digli al tizio con cui ti vedi che se però ti tratta da schifo vado lì e lo schiaccio con la macchina.

Ok.

E se ti vedo con un occhio nero lo stesso, vado lì e lo schiaccio con il pullman.

Beh, se mi vedi con un occhio nero sei autorizzato a farmi nero l’altro perché ho permesso che qualcuno mi facesse l’occhio nero, rispondo.

Ma è un controsenso, dice.

Lo so.

Io sono un controsenso.

E io non lo so cosa ha davvero capito. Non lo so se domani tornerà ad essere incazzato. Ma lo vedo che stasera è felice e me lo dice. Mi ringrazia altre mille volte, se ne va sorridendo.

Penso che vedrò come vanno le cose. Ma se vanno così sarà perfetto.

Alle 6 stamani mi manda un messaggio: giorno 1: nessuna tempesta in arrivo. Ci sentiamo più tardi.

Allora forse non è impossibile, mi dico.

Allora forse c’è ancora Speranza.

Allora forse non sarò costretta a perderlo.

La follia che viene dalle ninfe (cit.)

post 93

Ecco come ha funzionato ieri.

Dopo avermi dato della kriptonite e aver cancellato il mio numero, l’Amico Speciale si presenta al Ristorante. Tranquillissimo, scherza e ride come sempre. Fa le sue battute, mi prende un po’ in giro, mi chiama per cognome (non lo fa nessuno) e mi offre anche una sigaretta. Poi mi fa: hai da fare, oggi?

E io sì, ho da fare, ho un appuntamento con l’avvocato per la definizione delle linee guida d’attacco.

Vengo con te, mi dice. Ti devo parlare, così parliamo durante il tragitto.

Ok, rispondo. Penso che ci siamo già detti tutto, ma magari ha cambiato idea su qualcosa? In ogni caso non ho tanto tempo per pensarci, la sala è pienissima (la legge del Menga vuole che se io ho un appuntamento nel pomeriggio e devo scappare subito dopo il turno, la sala si riempie come se fuori ci fosse scritto Oggi si mangia gratis) e io devo cercare di non lasciare troppo del mio lavoro a Micro(bo). Alle tre in punto scatto come una lepre e mi precipito fuori. Lui è già lì che mi aspetta, monta in macchina, parto a tutto gas, chè devo fare anche benzina e intanto il silenzio è carico, mi deve dire delle cose, ma non parte, allora chiedo e lui dice: c’è anche il ritorno, no? Chè magari sennò mi lasci a piedi laggiù. E ride. Vabbè. Aspetto e guido.

Poi si toglie gli occhiali alla Chips e mi chiede: ma per esempio che succede se ti bacio?

Beh, che succede, mica implode l’universo, ma bisogna anche definire, no?

E allora che sono, io?

Sei quello che sei sempre stato, un Amico Speciale. A cui voglio bene, non si mette in dubbio. Con cui non ho avuto coraggio di fare un passo avanti per mille motivi e con cui iniziavo a stare male, in una mezza storia.

E io però non glielo chiedo cosa sono io. Perché non so se ho voglia di sentire la sua risposta ora. Perché questa domanda gliela ho già fatta, in passato, molte volte, e non c’è mai stata una risposta, così io mi sono fatta la mia idea, certo, forse ci è mancata un po’ di comunicazione.

Stiamo arrivando a destinazione e non è che siamo detti nulla di nuovo. Ma lo vedo che si sta incazzando. Gliela sento la rabbia che sale, come se gli uscisse fuori dal naso.

Mi dice che si è beccato tre anni di merda.

E io lo so, sono stata io a dirglielo.

Dice che con me ha chiuso con le donne.

Ah.

Dice che non doveva venire con me a mangiare il sushi, quella sera.

Ah. Ah.

Io ci provo a non piangere, ma mi fa male. Mi becco tutto la sua rabbia in silenzio.

Appena parcheggio lui vuole andarsene, Prendo un treno.

Resta, per favore. Non abbiamo finito, mento. Mento perché non voglio che finisca così. Io che lo lascio a piedi e lui che si smazza per tornare a casa.

E allora resta.

E io continuo a frignare fino a che non arrivo davanti alla porta dell’avvocato, ma poi basta. Poi stop. Poi mi sforzo di farmi crescere le palle, di stare concentrata. E mi becco il culo pure dall’avvocato, perché non ho mai fatto nulla finora, nulla di legale, dico: niente diffide, niente denunce. Ho un sacco di merda che mi sono subita (e, a questo punto, ho fatto subire all’Amico Speciale) che non ho mai pensato di mettere all’evidenza di avvocati o forze dell’ordine. E lo so, ma io l’ho fatto per lei, per Little Boss. Gli hai reso la vita facile, al tuo ex, dice l’avvocato.

Lo so.

E ora sono cazzi per te, insiste.

Lo so.

Dovrai avere testimoni, prove

Lo so.

Sarà difficile.

Lo so.

Ma ci proviamo, ok?

Ok.

Esco bastonata. Ma le bastonate non sono finite, ovvio.

L’Amico Speciale non chiede nulla quando risalgo in auto. Parto ed è un silenzio assordante. È così fino quasi all’arrivo. Fino a che non esplode. E si incazza di brutto e allora anche io mi incazzo e finisce che litighiamo. Ed è la prima volta che alziamo i toni in tre anni e allora scende sbattendo lo sportello, Buona vita, dobbiamo stare lontani.

Lo so.

Ok.

Pare che oggi non abbia altre risposte nel sacchetto delle risposte.

Serata in cui di nuovo penso che dovrei smettere di relazionarmi con le persone se il risultato è sempre questo. Insomma, routine.

E poi ecco che oggi l’Amico Speciale si presenta di nuovo. Tranquillo. Sorridente. Mi mima qualcosa da lontano, ma io non capisco e faccio il gesto del dito rivolto all’orecchio. Solo che ho in mano un coltello e mi va di lusso. E no. Non ho capito cosa mi ha detto. Sorrideva quando è andato via.

E va beh.

Se me lo chiedete, no.

Io nella vita e con le persone, nonostante il vivo interesse, ancora non c’ho capito nulla…