Teoria, pratica e il Nulla che dilaga

post 57

Sto facendo una versione stracciona dell’happy hour mentre aspetto che il riso sia cotto ( mi piace il riso, va bene? Con il mio ex era impopolare, così come le linguine – o bavette, come le chiamate?-. E va da sé che ora in casa ho solo riso e linguine. Little Boss ogni tanto ci prova a chiedermi le penne, ma per la  pasta corta ho sempre delle remore… ) e sto pensando se trascrivere quello che ho scritto a penna oggi pomeriggio oppure scrivere tutto da capo. 

Indubbiamente ho già iniziato a scrivere da capo, quindi potrei continuare. 

Lì chiusa nell’abitacolo di Winny (la mia macchina si chiama così) ho iniziato con questa frase: non mi sto portando da nessuna parte.

Il fatto è che scrivo e scrivo e mi sembra di essere arrivata a delle conclusioni, ma non è affatto così. Perché il nocciolo è che non ci sono conclusioni a cui arrivare. 

Affronto la vita come se fosse un problema matematico, quindi l’errore esiste già in partenza. Senza contare che io e la matematica ci piacciamo sì, ma non è che abbiamo mai mangiato assieme.

(Qualcuno mi ha detto che sono discalculica, detta così sembra un’offesa pesante, in realtà è perché spesso, presentando i conti al Ristorante, inverto i numeri: il tavolo sei deve pagare 30 euro e 70? Ecco che io gli dico: 70 euro e 30 – generando non poco panico, ovvio-. La mia ipotesi è che invece la mia sia solo fretta. Sono nata con il sale sulla coda – o con la coda sul sale, scriverei, se fossi dislessica- e quindi ogni cosa tendo a farla nel minor tempo possibile. E quindi a volte ci sta che il mio cervello si confonda, no? Inverta le cose. Ok, ok: questa potrebbe essere solo l’ennesima versione edulcorata di me stessa, ma potrebbe essere, no?)

Terminata questa interminabile parentesi. 

Ce l’ho, la mania di calcolare la vita come se fosse un’equazione, che peraltro non conosco. Come se il nostro comportamento fosse solo un’insieme di azioni logiche, concatenate le une alle altre, e invece no, diamine, non siamo logici, consequenziali, coerenti, non siamo macchine, non possiamo calcolare i centimetri di una reazione, i minuti di un sentimento, i centilitri delle lacrime. 

Grande applauso a me, Brava Moon, come sempre sei la migliore per la teoria. Logorroica e prolissa (dipende cosa fai)poteresti rigirare il mondo come un calzino, ma poi c’è la pratica e tu, ammettilo, fai schifo nella pratica.

Quindi riassumo: il mio neurone solitario sa. Sa che non può calcolare tutto, che i sentimenti non si posso combattere, non si può metterli in una scatola da scarpe e spedire sopra l’armadio come una vecchia foto di cui ti vergogni. Eppure continua a provarci…

Io lo amo, lo amo ancora, diamine, lo sogno spesso, come stanotte, seguo le linea della sua schiena quando se ne va, lo guardo appena so di non essere vista, a rischio di farmi esplodere il cuore. 

Eppure sento anche un gran vuoto.

Come se si fosse portato via una parte di me. Magari quando lo vedrò da sola riuscirò a farmela restituire. Oppure questa cosa, vederci, non accadrà mai più. 

Sento che non ne ha voglia.

Che non ha più voglia di me (come biasimarlo?)

Nemmeno cinque dannati minuti.

E a scrivere queste cose il Nulla dilaga, rischia di distruggere Fantàsia. Ricordate il film? O il libro di Ende, ancora meglio.

Ma questa frase l’ho già detta. E Sebastian dopotutto l’ha salvata, Fantàsia. 

Il lieto fine…

Quello che lui voleva per me, voleva che avessi il mio lieto fine.

Senza capire che il mio lieto fine era lui.

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Piccoli passi da geisha

post 56

Ok.

Vediamo cosa riescono a fare la mie mani qui, stasera, le mani rubate all’arte, come mi disse una volta Sergio, il Mio Primo Cliente.

Sto muovendo i miei piccoli passi, piccolissimi, sembro una geisha con sul kimono stretto, ma qualcosa lo sto facendo, e il mio naso mi dice che non sono passi a caso, che lo sapete che delle cose fatte a caso, ormai, ne sento l’odore.

Il primo passo era parlare con l’Amico Speciale. Faccio un tick: spuntato.

I risultati? Nessuno può saperlo, come mandare una sonda su Marte: tante previsioni, nessuna certezza.Intanto oggi mi ha chiamato, per sapere se sto bene: lui è così, non sparirà.

Il secondo passo era lui. Sempre lui. Maledetto lui.

Io questa storia la devo concludere: simbolicamente, almeno. E invece ogni volta che gli ho chiesto cinque minuti per parlare solo io e lui ha accampato mille scuse, tanti Spero che non sarà l’ultima, tanti Se e tanti Ma.

L’ho inchiodato con un trucchetto giusto due giorni fa.

Il trucchetto è stato dirgli: voglio vederti l’ultima volta come dico io.

Il testosterone ha accettato: quando?

Anche sabato.

Ma sabato ho poco tempo, magari rimandiamo.

E ti pareva.

Ma io sono paziente, caro TDL. È da Agosto che scrivo di te (vi ho risparmiato tutto quello che è stato prima), quindi settimana più settimana meno…

Che poi alla fine se avesse accettato per oggi, che è sabato, appunto, sarebbe stato un disastro anche per me. Perché ho una paura maledetta di vederlo. Ho bisogno di farlo, perché ho bisogno di capire (tentare di capire) cosa sta dietro a quel tremore che ancora provo appena entra al Ristorante. Ho bisogno di guardarlo negli occhi (quel maldetto fremito che ha all’occhio destro quando mi guarda… maledizione, come fanno a fregarti così i dettagli?)ci sarà ancora?

Al contrario di quello che penso dell’Amico Speciale: come vorrei saperlo ignorare

Che poi, siccome non sono capace di restare fuori delle cose che non capisco, siccome ho sempre bisogno di andare a fondo, mi sono pure infilata nei casini con l’Amico Atipico, che ho smesso di sentire perché mi stava facendo bene.

Ok.

La follia sta cercando di prendere la residenza, qui, io lo so.

Se la guardo da un profilo prettamente logico io sto eliminando tutto quello che mi fa bene per andare incontro a tutto quello che mi fa male. Io sono una dichiarata Masochista Del Cazzo (MDC), ma questo non può spiegare tutto.

Me lo auguro, almeno.

I piccoli passi da geisha, ricordate? Sono io. Piccoli passi. Perché ci sono delle cose che non mi tornano. Ma capire quali cavolo siano… è tutta un’altra storia.

Sei singol?

post 48

Stasera mi sento davvero cotta a puntino, non lo è il mio cervello, piuttosto il mio corpo, ma va bene così perché mi sono presa un po’ di carica emotiva e mentale oggi, quando passi dei bei pomeriggi e c’è qualcuno che trasforma le lacrime in sorriso, allora siamo messi bene, la vita si può tollerare.

Quindi posso permettermi anche un po’ di polemica. 

Oggi punto a Facebook.

Eh, che bersaglio facile, come sparare sulla Croce Rossa, però. 

Che poi il mio vero bersaglio non è Facebook. Nessuno è obbligato ad avere un profilo social. Non è che la gente per strada non ti saluta se non lo hai o cose del genere. Solo che ammetto che per me è comodo: comodo per il lavoro, per la scrittura, per le notizie (poi io metto in cima alla sezione notizie solo alcune cose che mi interessano, tipo case editrici e blog letterari eccetera, il mio Facebook è noioso, dice Little Boss, che invece siccome ha meno di 50 anni non ha Facebook, ma Instagram, il social che conta, dice). E quindi nulla, ho Facebook, lo uso, chiedo amicizie e do amicizie. Ma a volte capitano quelli che, amici di amici, ti chiedono l’amicizia e dopo 4 secondi netti dal momento in cui gliela hai data partono con Messanger. Alcuni sono solo cortesi del web: grazie dell’amicizia, bentrovata. Altri sono decerebrati. Messaggio tipo: ciao, superbellissima, mi piacerebbe conoscerti. E quindi se non mi conosci da cosa hai dedotto che sono superbellissima? Da quella foto in croce che ho sul profilo, io e Little Boss al matrimonio di mia sorella, io con i baffi finti e lei con la pipa? Io le foto le detesto, quindi sul mio profilo devi scavare a lungo prima di trovarne, che è più facile, molto più facile, che nelle foto in cui Ci sono io, ci sia la copertina di un libro. 

Oggi invece questo la fa un po’ più lunga. Prima mi chiede se sono parente di X. E perché mai? Ma rispondo cortese. Poi si scusa. Di cosa? Che mi ha scritto, dice. Vabbè, gli rispondo, mica mi hai dato un ceffone, stai tranquillo, buona vita. 

E qui parte all’attacco: sei divorziata? Sei singol? (giuro, scritto così).

Rispondo: né l’uno né l’altro (vediamo se capisci che non sono interessata. E mi compiaccio pure del due di picche elegante… Che idiota che sono!). 

Ma ovvio, sopravvaluto. Io mi sa che l’ho di vizio, di sopravvalutare la gente. 

E infatti ecco lì che risponde: ah, sei libera, come me! Magari in cerca di un ragazzo. Esci con le amiche stasera? 

E nulla, qui desisto. Metto il telefono nella borsa e lo ignoro per ore. Proprio non ci penso, grazie al cielo, ho ben altro da fare. 

Ma poi torno a casa ed ecco che il tipo si è fatto pure permaloso. Ecco, scrive, ti ho già rotto le scatole. Non pensavo di darti noia (ho corretto gli errori grammaticali per voi: ringraziatemi, anche i vostri occhi apprezzeranno). 

Così mi impietosisco, e gli dico che ci siamo fraintesi, che non sono single (io lo scrivo giusto, chissà se se ne accorge). 

Ah, fa lui.

Peccato.

Sennò ci provavo.

Ecco, uomini alla lettura: per favore, per pietà, per supplica: non fatelo. Non mandate messaggi a caso alla prima donna che vedete nella schermata Persone che potresti conoscere. Almeno prima date un’occhiata al profilo, che se è una che legge come un treno come me non ve li perdona, gli errori grammaticali.

E non perdona nemmeno il ritardo mentale…

Chiodi fissi

post 34

Da brava scrittrice fallita ho il mio gruppo di scrittura. Che è come un gruppo di aiuto in stile Alcolisti Anonimi: ci ritroviamo per darci coraggio, per spingerci a continuare a scrivere fingendo di riuscire a tenere su dei progetti che invece falliscono ogni volta. Ma certo, ci vogliamo bene, ci conosciamo fin dal primo corso di scrittura, ci siamo visti sposarci, avere figli, divorziare, subire operazioni, fare dottorati… e sì, anche scrivere libri e pubblicarli. 

Più o meno ci vediamo una volta al mese. All’inizio avevamo scelto un piccolo pub vicino a Giurisprudenza, era il Posto Ideale: il giovedì sera c’eravamo solo noi e il Gestore (ragazzo simpaticissimo che è finito pure in un paio di nostri racconti). Ma quel Solo Noi si vede che non riusciva a far andare avanti il Pub, che quindi ha chiuso i battenti. Così abbiamo scelto un altro locale, vicino alla stazione. Tre nostre riunioni sono bastate per farlo fallire. È stato quello il momento in cui abbiamo deciso di muoverci con cautela: portiamo decisamente sfiga. E così non abbiamo detto nulla al ragazzo del locale dove ci riuniamo adesso, anche se devo ammettere che vederlo deserto ogni volta mi fa piangere il cuore per lui.

Questa sera abbiamo la nostra riunione. Ci andrò se non mi cambiano i turni a lavoro. 

E così mi torna alla mente la nostra ultima riunione, all’inizio dell’estate, quando io e TDL ancora ci vedevamo e il mondo sembrava dovesse brillare di luce propria per sempre. Passeggiavo per le vie della città fotografando i murales da potergli inviare, attendevo con ansia i suoi messaggi, programmavo pomeriggi per stare con lui. 

Stasera passerò da quelle stesse strade e ogni murales sarà una piccola ferita, il telefono rimarrà muto e io mi sentirò un po’ più sola. 

I ricordi sono una brutta bestia. Solo adesso comprendo appieno quel dannato film (Se mi lasci ti cancello: lo so, ne ha già parlato tutto il mondo: la traduzione del titolo è la cosa più ingiuriosa che potessero fare) dove i protagonisti si rivolgevano a quello strano studio per farsi cancellare i ricordi della loro storia. Ricordare fa male. Ricordare ci fa sentire inadeguati alla vita. Io ho sempre pensato che i rimpianti non fossero roba per me. Mi sono sempre detta che ogni scelta che ho fatto, anche la più sbagliata, alla fine fosse inevitabile e che mi servisse per diventare quello che sono oggi, per crescere, magari, o per imparare o solo per fare un cambiamento necessario. Ma oggi penso con tristezza a quel giorno di primavera. Penso che dovevo dar retta al mio istinto che diceva: attenzione, Moon, ti farai male. 

Rimpiango di essermi infilata in questo casino con le mie mani e consapevolmente. 

Ma, certo, poteva andare peggio. 

Sempre più spesso negli ultimi tempi mi viene da pensare che forse non ero comunque pronta per una nuova relazione. Questo potrebbe essere l’ennesimo tassello del mio muro di autoconvincimento. Oppure è la verità: a me piace, dopotutto, questo Spazio che ho, questa libertà assoluta, questo mio vivere con regole solo mie. Nessun compromesso. Nessun obbligo. 

Ma sì, alla fine davvero non lo so se ha ragione il mio Mentore dicendomi che non so gestire una relazione sana. 

A mia discolpa dico che comunque avere una relazione sana non è tra gli obblighi della vita.

E ora di sicuro Walter si arrabbierà perché siamo al giorno 238 e io ancora scrivo di TDL…

Scusa, Walter: i chiodi fissi sono i chiodi fissi.

Al Mentore

post 28

Ho trovato una vecchia lettera mandata a un vecchio amico. Un amico indubbiamente speciale, chiaro, lo chiamo amico, ma è stata una persona importante, lo è tutt’ora anche se in modo diverso, è stato un sacco di cose per me, un Mentore prima di tutto, un Mentore per molte cose, forse troppe, con lui parlavo un sacco, parlavamo di libri, di scrittura, insomma, avevamo un mondo di carta tutto nostro. Con lui, in quella lettera, ragionavo del tempo. Anzi, del Tempo. 

Io ho sempre calcolato ogni cosa in relazione al Tempo, non so perché. Ogni azione è associata, nel mio cervello malato, al Tempo che impiego per farla. A volte anche al Tempo medio che impiegano gli altri, con relative sottrazioni. Ora mi direte: hai davvero scoperto che la terra è tonda. A parte il fatto che pure per quello ci è voluto qualche migliaio d’anni, saperlo e saperlo sono due cose diverse. 

Quindi ora ci faccio più caso, no? Tempo impiegato per fare la doccia? Con lavaggio capelli in inverno: quindici minuti; senza lavaggio capelli in estate:cinque al massimo. In estate quindi guadagno Tempo. Ho mediamente 7 minuti in più ogni sera. E potrei passare alla fase due: come spendo questi 7 minuti in più? Mi faccio un aperitivo mentre fumo una sigaretta? Oppure pulisco il bagno? Sono domande che una donna si fa, spesso…magari pure un uomo, però single, che l’ammogliato è un po’ restio a fare pensieri sul Viakal, credo. 

Poi ovviamente c’è un argomento principe che riguarda il Tempo. O almeno lo è per me in questo periodo. Il sonno. Quante ore consigliano gli esperti? Se vado a letto sapendo già che ho la sveglia puntata e poi non prendo sonno, quel Tempo dove finisce? Il Tempo perso ad addormentarmi, dico. Lo posso guadagnare in riposo generico, tipo la pennichella del dopo pranzo? Quando ne ho il Tempo, ovvio. Quindi che faccio…lo considero oppure no? 

E sì, entrare nel mio cervello che ragiona sul Tempo è quasi un trip. Mi viene in mente un film, del tizio che entra nel cervello di John Malkovic. Che ha infatti il titolo Essere John Malkovic. 

Mi chiederete perché pensarci, perché scriverlo. Perché se guardo attentamente e lavoro di cesello, anche scrivendo questo post spreco Tempo. Vuoi perché tutto ciò ha senso solo per me, quindi scriverlo è come far andare il gatto libero sulla tastiera (cosa che se avessi un gatto qui farebbe volentieri, ma non c’è, non ho più spazio per i gatti); vuoi perché il Tempo di scrivere  trecentocinquantadue parole (milleeseicentocinquantaquattro  caratteri spazi esclusi e duemiladue  spazi inclusi) forse è superiore alla risposta in sé. Che ha invece cinque parole (ventidue caratteri spazi esclusi e ventisei inclusi). 

Ed è questo che dicevo al mio amico, al mio Mentore. 

E non lo sa, oppure sì, ma se sono qui a rompere le balle a tutti con queste parole è solo colpa sua. È stato lui a farmi conoscere Carver. Murakami. Hemingway. La splendida Aimee Bender (non lo ringrazierò mai abbastanza, e forse non l’ho fatto). È stato lui a farmi entrare nel mondo di carta. A farmelo amare. Io, che aspettavo solo la spinta giusta. E lui che me l’ha data nel modo giusto. E se ancora sento che tutto questo è importante, lo devo solo a lui. Al mio Mentore. 

Grazie, Mentore, per avermi vista. 

Grazie, Mentore, per avermi aiutata. 

Grazie, Mentore, di essere ancora qui a leggermi. 

Smettila, Moon

Post 27

Eccoci qua, le ferie sono terminate e rientro ora dalla prima giornata di lavoro. Sono sincera quando dico che non mi è affatto dispiaciuto rientrare. Prima di tutto perché in ferie la vita è molto cara, anche se prendi in affitto una casa a prezzo-regalo (diciamocelo: il tempo per spendere soldi si dilata come una pupilla al buio). E poi c’è proprio un fattore movimento che interviene: un corpo abituato a muoversi senza soluzione di continuità per sei, otto ore, se lo fermi appassisce, annichilisce, anche se è il mio, di corpo, cioè un insieme di pelle, ciccia e ossa che detesta la palestra. E infatti lo sport lo faccio a lavoro: portare i piatti nell’ora di punta? La mia marcia. Cambiare il fusto della birra? La mia pesistica. Alzarsi e abbassarsi per prendere le bottiglie nel frigorifero? Il mio stretching. 

E sì, infine c’è lui. 

Tornare a lavoro = vedere TDL. 

Equazione perfetta. Mi accontento di poco, lo so, mi basta vedere che sta bene, un sorriso ogni tanto e poco più. 

Il fatto è che oggi, in realtà, non s’è visto.

Certo, sono rimasta delusa, ma non è solo questo. Il fatto è che sembrava tanto smanioso che il Ristorante riaprisse, tutta la storia del controfiletto, e quindi, appena ho avuto una pausa, gli ho mandato un messaggio. Lui non ha risposto per ore. Poi solo questo: sono cazzi, ciao. 

Mi sono preoccupata? Ovvio! Che cazzi sono? Stai male? Mi devo preoccupare? Ma che messaggio è Sono cazzi? E poi il Ciao che significa?

Problemi personali, ha risposto.

Ecco. Ci siamo. Questo è lo schiaffo di cui avevo bisogno. 

Conosco quasi tutte le beghe di TDL, come lui conosce le mie, abbiamo davvero parlato moltissimo, troppo, lo so, ma insomma, ero uno scambio alla pari, ogni problema personale era argomento di conversazione, sapevo tutto di tutto. Sapevo. Passato. E ora siamo già alla fase che i suoi problemi sono personali e giustamente non ne può discutere con me. Che sono? Cosa sono? Ora, poi, non sono davvero nulla. Già lo ero prima, nulla. Ero quella che se avesse avuto un incidente con la sua barca lo avrei saputo dai giornali. Nessuno sapeva che eravamo Amici (vabbè, prendete la parola con le molle). Ora non ci resta che un sorriso per sbaglio, una mano sfiorata per errore, un saluto per obbligo. 

Dovrei solo pensare a non pensarlo. Questo schiaffo dovrebbe solo farmi capire dove cavolo devo mettermi. Rassegnati. Smetti di pensare a lui, smetti di scrivere di lui. 

Ma invece sono preoccupata. Non faccio altro che pensare a lui in difficoltà. Cerco di essere realistica, ma poi mi risolvo ad essere tutt’altro. 

Eppure non sono io. Questo dovrei mettermi in questa testaccia dura. Non sono io. Non sarò mai io quella che gli starà accanto. 

Smettila, Moon. Smettila di pensare alla vita che non avrai mai. Inizia a pensare a quella che hai già. 

E vivitela.  

 

Con la scimmia di Palahniuk sul collo

post 26Evvai che oggi sono riuscita a prolungare la sensazione delle ferie andando in piscina con Little Boss e una sua amica. Qui, in mezzo agli ulivi (e ai tafani) non c’è davvero nessuno, è pace assoluta. E visto che sono riuscita a sbloccare l’eraeder, mi leggo Palahniuk, finalmente. Mi imbatto in un racconto, Voi siete qui. È il resoconto, più o meno, di una fiera per scrittori dove, pagando, hai 7 minuti per proporre a un editore la tua storia, il tuo manoscritto. Nulla di nuovo, si fa anche qui in Italia. Se vinci ti porti a casa un contratto: clap, clap!

Proseguo e inizio a sgomentarmi. Il caro buon vecchio Palahniuk mi sta dicendo, ora, che buona parte di queste persone racconta solo della propria vita, rielaborandola. 

Forgiata a colpi di martello sullo stampo di una buona sceneggiatura. Interpretata sul modello di un successo del botteghino. Non c’è da stupirsi che tu abbia cominciato a valutare la tua giornata in termini di nuovi spunti narrativi. La musica diventa colonna sonora. L’abbigliamento diventa costume. La conversazione, dialogo”.

E vabbè, nemmeno c’è bisogno di grandi doti per capire il collegamento che il mio neurone solitario ha fatto. Ebbene. Ebbene. Ebbene. Sì. Mi sono sentita punta nel vivo (oltre al tafano, pure Palahniuk). Io, che per anni ho provato a dissimulare dicendo che nelle mie storie non c’ero io, che volevo solo dar voce alla mia gente. Ora mi trovo a spiattellare la mia vita daybyday. Insomma, sono come tutta quella gente alla fiera degli scrittori, gente che cerca di vendere la propria vita su carta. E non è forse che anche io vivo la mia vita Come un romanzo? Non è che mi perdo i momenti per la smania di registrarli? 

Chiudo il racconto a metà. Mai mi sono sentita più lontana dall’idea di scrittrice.

O forse no. Beh, in realtà non proprio. 

In fin dei conti non ho mai fatto l’equazione Scrittura=Denaro. E poi questo scrivere mi fa bene, lo dico sempre, scrivere mi fa pensare. E in questo modo rifletto sulla mia vita, su di me, sugli errori commessi. Insomma, do un senso a tutto. Riordino il caos. E posso sfruttare il mio passato a beneficio del futuro. E non obbligo nessuno a leggere. Non chiedo soldi. Scrivo. E basta.

Quindi no, alla fine, non sono così lontana dalla mia idea di scrittrice. Non ho un romanzo? Dico: non ancora. Ma poi ci arrivo, eh.

Riapro il libro e finisco il racconto. E guarda guarda… le cose alla fine iniziano a tornare. Palahniuk salva l’idea della Terapia della parola. Quindi alla fine concordiamo, eh?

“Un aspetto positivo è che magari questa consapevolezza e questa registrazione potranno spingerci a condurre vite più interessanti. Magari saremo meno inclini a ripetere in continuazione gli stessi errori”.

E infine:

“O magari… forse, chissà, tutto questo processo non è che una preparazione verso qualcosa di più grande. Se impariamo a riflettere sulle nostre vite e a conoscerle, potremo tenere gli occhi bene aperti e plasmare il futuro. Questo diluvio di libri e film, di trame e sottotrame, potrebbe essere il sistema che il genere umano userà per prendere coscienza di tutta la sua storia”. 

Ora mi piaci, Pala. Che io, alla fine, sono una che non usa la letteratura come svago, ma come conoscenza dell’uomo. Se mi devo svagare gioco a carte. Quindi ok. Facciamo che questo blog è anche una preparazione. Un blog multiuso. Rielaboro Socrate: nel mentre cerco di conoscere me stessa, magari riuscirò a conoscere qualcosa di più sull’uomo. 

Cavolo. I miei 7 minuti, però sono scaduti da un pezzo. 

Se ne riparla la prossima volta. 

Finire in me

post 25
Eccoci qua, siamo quasi alla fine, le vacanze passano davvero veloci anche se non succede nulla o quasi. E devo essermi riposata davvero molto (leggi: dormito) perché stanotte alle due mi si sono spalancati gli occhi e non c’è stato verso di farli richiudere per tre ore buone. Si stava avvicinando un bel temporale e dalla finestra vedevo la luce dei lampi e sentivo il rombo in avvicinamento e tutto questo (luce- rumore) ha contribuito a farmi alzare e andare in cucina, piano per non svegliare Little Boss, precauzione quasi inutile, visto che lei, quando dorme, nemmeno un bombardamento aereo: il sonno dei giusti. Ho provato a leggere, ma l’ereader mi si è bloccato, maledetto touch screen, e quindi non sono nemmeno riuscita a sapere cosa pensa o fa la scimmia di Palahniuk. E allora non mi è rimasto altro che pensare (damn!) e ho iniziato a scrivere una mail mentale a TDL (una cosa mostruosa che faccio spesso) e mi sa che l’elettricità del temporale ha dato il suo contributo, perché era una mail al cianuro, ovvero ero incazzata come una mina, che chissà poi perché si dice così, come se le mine si potessero incazzare, al più esplodono, che è quello che ho fatto, appunto nella mail mentale, sono esplosa, ho deflagrato, gli ho scritto (mentalmente)che era un uomo senza cuore, interessato più ai controfiletti del Ristorante che a me, perché questo, mi ha scritto: siete chiusi, cavolo, e ora dove lo mangio il controfiletto? Mi sento tradito. Tu ti senti tradito, maledetto idiota? Sai dove ti metterei il controfiletto?
Mi ci sono voluti molti minuti di visualizzazioni di prati e spiagge deserte per riprendere sonno.
E poi ecco che la mattina: porca puttana! (Mi perdonerete il francesismo)
Mi bastano tre suoi messaggi in croce ed eccola lì che tutta la rabbia la metto in una bolla e la soffio via, come nelle migliori buddanate zen. Mi manca il tuo sorriso, scrive. E in un nano secondo so che sono fottuta.
Mi sto lavando i denti con Little Boss e lei mi fa: perché ti tremano le mani?
Ah, ah, troppo caffè la mattina, a volte capita, ah ah! (sorriso di plastica)
Lei se ne va rimproverandomi con lo sguardo. Sta cercando di farmi smettere di bere caffè e fumare sigarette, la piccola salutista che mangia solo Nutella al mattino…
Ed ecco che arriva un altro messaggio e io capitolo.
C’è sempre un momento della mia giornata che finisce in te.
Riesce sempre a bloccarmi le parole, la parabola della scrittrice fallita.
Ma abbocco all’amo come un tonno pinne gialle. Quindi vado avanti a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare (neurone solitario, grazie di essere ancora dalla mia parte!) fino a che lui non aggiunge: Ti manco?
Mi mordicchio le pellicine per non rispondere (Non rispondere Moon, ti prego!).
Ma sebbene mi faccia uscire il sangue, la mano trova la strada e confesso: penso a te anche troppo spesso.
Eccola, la stupida Moon.
Stupido temporale, stupida me, stupide parole.
La giornata parte male.
Eppure ho un sorriso sulla faccia che mi fa stare bene.

Più triviale di un film di serie B

post 24
Sono decisamente spiaggiata, il sole mi morde la schiena e i polpacci, non ho voglia nemmeno di leggere: lo spirito delle ferie anni ’60 si è finalmente impossessato di me.
Io e Little Boss siamo sulla sabbia dalle nove di questa mattina (no, non è stato affatto facile trascinarla fuori dal letto, anzi, direi che è stata tutta una storia di moine -subito-, minacce -poi-, corruzione -infine-).
Arriva un messaggio: è l’Amico Speciale. Lui non ha il permesso (io non gli ho dato il permesso) di chiamarmi quando sono da sola con LB. Non che lei non lo sappia, che lui e io ci vediamo, solo che io ho le mie fisime e sono una vera rompicoglioni capace solo di mettere paletti con la scusa di salvaguardare mia figlia, mentre in realtà cerco solo di salvaguardare me (ho scritto una delle cose più oneste degli ultimi tempi. Quindi, se vi sembro un’arpia, cercate almeno di apprezzare questo).
Mi chiede come si sta al mare e io gli rispondo con una foto dell’acqua cristallina. Che fai?, chiedo poi.
Sono sul tetto di casa mia, devo sistemare l’antenna e un paio di embrici venuti via, risponde.
Non ho idea di cosa siano gli embrici (il mio vocabolario non è poi così ampio), ma fingo di aver capito, Buon lavoro! E poi penso a quanto sia sexy l’immagine dell’Amico Speciale che ripara antenna e embrici (non sono animali, vero?): deve avere qualcosa a che fare con qualche retaggio che mi si è attaccato in modo inconsapevole.
E così, anche se mi ero ripromessa di staccarla, questa spina, di nuovo la mia testa frulla mille pensieri, manco fossi un maledetto Kenwood. Tutta roba che ho già analizzato, oltretutto. Ad esempio: perché non ho la capacità di infuturarmi (Platone docet) con l’Amico Speciale? Non sarebbe un lieto fine grandioso? Non sarebbe maledettamente semplice?
Allora, ecco che me la racconto (io me le racconto un sacco):
Dopo un matrimonio devastante, Moon è triste, ferita e decisamente sfiduciata nei confronti del genere maschile. Si sfoga spesso con AS, che è capace di consolarla in molti modi (una delle sue capacità è sdrammatizzarla e lei è una che se non viene sdrammatizzata un po’ rischia il collasso). Passano due anni così, incapaci di muoversi dal primo punto nel quale si sono messi. È una storia immobile, la loro, dove nessuno dice (osa dire) una parola di troppo e se lo fa (Ti amo!) subito si mette a ridere (scherzo, dai!).
Ma a un certo punto qualcosa cambia. Moon si rende conto che l’unico uomo che le è sempre stato vicino in questi due anni è proprio quello che vuole accanto a sé per tutta la vita. Alla va da lui, gli dice: Ti amo, ma non ride. AS attende, convinto sia l’ennesima battuta, ma Moon è seria stavolta, ha lo sguardo serio, perfino le sue spalle sono serie, dritte e frementi – giusto un poco. Il campo si allarga, i due si abbracciano, si baciano, partono i titoli di coda sulle note di una canzone che tutti conoscono.

Ebbene. Non pare anche a voi che ci sia qualcosa che non torna?
Prima di tutto, cosa cambia in Moon? Secondo, siamo sicuri che AS non stia aspettando altro?
Naaa. Questa storia è più triviale di un film di serie B…

Relax or not Relax?

post 23

Come da copione stanotte ha diluviato e ora il cielo è grigio tendente al nero. Perfetto. Little Boss ancora dorme, ché se non la sveglio io con le paroline magiche (pane e Nutella) arriva fino a mezzogiorno. Nessun programma per la giornata, a parte fare il pesto. Che come programma è un po’ miserino.
Il mio problema è che non so come ci si rilassa. Una cosa particolarmente odiosa, visto che sono in ferie e sono al mare. Io, il concetto di relax, proprio non lo conosco. Non so stare senza fare nulla. Ho bisogno di programmi, progetti, e sì, lo so che avevo detto andrà tutto bene, sono in vacanza, ho staccato la spina eccetera. Ma questa spina staccata dalla mia vita la devo riattaccare da qualche parte.
Quindi cerco qualcosa da vedere/visitare/fare nei distorni: San Google. E scopro che nei dintorni non c’è altro che mare. Mare, scogli, tramonti, spiagge.
Il piedino inizia a battere nervoso. Perché qui l’unica cosa da fare se diluvia è fare una partita a Machiavelli, ma mi chiedo: quante partite dobbiamo fare per sbarcare una giornata intera? Maledizione, possibile che la mia inquietudine sia salita in macchina con me(era forse nel bagagliaio, che non l’ho vista?) e mi abbia seguito fin qui?
Zitti tutti!

Un raggio di sole ha bucato una nuvola.

Little Boss: pane e Nutella!