Al Mentore

post 28

Ho trovato una vecchia lettera mandata a un vecchio amico. Un amico indubbiamente speciale, chiaro, lo chiamo amico, ma è stata una persona importante, lo è tutt’ora anche se in modo diverso, è stato un sacco di cose per me, un Mentore prima di tutto, un Mentore per molte cose, forse troppe, con lui parlavo un sacco, parlavamo di libri, di scrittura, insomma, avevamo un mondo di carta tutto nostro. Con lui, in quella lettera, ragionavo del tempo. Anzi, del Tempo. 

Io ho sempre calcolato ogni cosa in relazione al Tempo, non so perché. Ogni azione è associata, nel mio cervello malato, al Tempo che impiego per farla. A volte anche al Tempo medio che impiegano gli altri, con relative sottrazioni. Ora mi direte: hai davvero scoperto che la terra è tonda. A parte il fatto che pure per quello ci è voluto qualche migliaio d’anni, saperlo e saperlo sono due cose diverse. 

Quindi ora ci faccio più caso, no? Tempo impiegato per fare la doccia? Con lavaggio capelli in inverno: quindici minuti; senza lavaggio capelli in estate:cinque al massimo. In estate quindi guadagno Tempo. Ho mediamente 7 minuti in più ogni sera. E potrei passare alla fase due: come spendo questi 7 minuti in più? Mi faccio un aperitivo mentre fumo una sigaretta? Oppure pulisco il bagno? Sono domande che una donna si fa, spesso…magari pure un uomo, però single, che l’ammogliato è un po’ restio a fare pensieri sul Viakal, credo. 

Poi ovviamente c’è un argomento principe che riguarda il Tempo. O almeno lo è per me in questo periodo. Il sonno. Quante ore consigliano gli esperti? Se vado a letto sapendo già che ho la sveglia puntata e poi non prendo sonno, quel Tempo dove finisce? Il Tempo perso ad addormentarmi, dico. Lo posso guadagnare in riposo generico, tipo la pennichella del dopo pranzo? Quando ne ho il Tempo, ovvio. Quindi che faccio…lo considero oppure no? 

E sì, entrare nel mio cervello che ragiona sul Tempo è quasi un trip. Mi viene in mente un film, del tizio che entra nel cervello di John Malkovic. Che ha infatti il titolo Essere John Malkovic. 

Mi chiederete perché pensarci, perché scriverlo. Perché se guardo attentamente e lavoro di cesello, anche scrivendo questo post spreco Tempo. Vuoi perché tutto ciò ha senso solo per me, quindi scriverlo è come far andare il gatto libero sulla tastiera (cosa che se avessi un gatto qui farebbe volentieri, ma non c’è, non ho più spazio per i gatti); vuoi perché il Tempo di scrivere  trecentocinquantadue parole (milleeseicentocinquantaquattro  caratteri spazi esclusi e duemiladue  spazi inclusi) forse è superiore alla risposta in sé. Che ha invece cinque parole (ventidue caratteri spazi esclusi e ventisei inclusi). 

Ed è questo che dicevo al mio amico, al mio Mentore. 

E non lo sa, oppure sì, ma se sono qui a rompere le balle a tutti con queste parole è solo colpa sua. È stato lui a farmi conoscere Carver. Murakami. Hemingway. La splendida Aimee Bender (non lo ringrazierò mai abbastanza, e forse non l’ho fatto). È stato lui a farmi entrare nel mondo di carta. A farmelo amare. Io, che aspettavo solo la spinta giusta. E lui che me l’ha data nel modo giusto. E se ancora sento che tutto questo è importante, lo devo solo a lui. Al mio Mentore. 

Grazie, Mentore, per avermi vista. 

Grazie, Mentore, per avermi aiutata. 

Grazie, Mentore, di essere ancora qui a leggermi. 

Smettila, Moon

Post 27

Eccoci qua, le ferie sono terminate e rientro ora dalla prima giornata di lavoro. Sono sincera quando dico che non mi è affatto dispiaciuto rientrare. Prima di tutto perché in ferie la vita è molto cara, anche se prendi in affitto una casa a prezzo-regalo (diciamocelo: il tempo per spendere soldi si dilata come una pupilla al buio). E poi c’è proprio un fattore movimento che interviene: un corpo abituato a muoversi senza soluzione di continuità per sei, otto ore, se lo fermi appassisce, annichilisce, anche se è il mio, di corpo, cioè un insieme di pelle, ciccia e ossa che detesta la palestra. E infatti lo sport lo faccio a lavoro: portare i piatti nell’ora di punta? La mia marcia. Cambiare il fusto della birra? La mia pesistica. Alzarsi e abbassarsi per prendere le bottiglie nel frigorifero? Il mio stretching. 

E sì, infine c’è lui. 

Tornare a lavoro = vedere TDL. 

Equazione perfetta. Mi accontento di poco, lo so, mi basta vedere che sta bene, un sorriso ogni tanto e poco più. 

Il fatto è che oggi, in realtà, non s’è visto.

Certo, sono rimasta delusa, ma non è solo questo. Il fatto è che sembrava tanto smanioso che il Ristorante riaprisse, tutta la storia del controfiletto, e quindi, appena ho avuto una pausa, gli ho mandato un messaggio. Lui non ha risposto per ore. Poi solo questo: sono cazzi, ciao. 

Mi sono preoccupata? Ovvio! Che cazzi sono? Stai male? Mi devo preoccupare? Ma che messaggio è Sono cazzi? E poi il Ciao che significa?

Problemi personali, ha risposto.

Ecco. Ci siamo. Questo è lo schiaffo di cui avevo bisogno. 

Conosco quasi tutte le beghe di TDL, come lui conosce le mie, abbiamo davvero parlato moltissimo, troppo, lo so, ma insomma, ero uno scambio alla pari, ogni problema personale era argomento di conversazione, sapevo tutto di tutto. Sapevo. Passato. E ora siamo già alla fase che i suoi problemi sono personali e giustamente non ne può discutere con me. Che sono? Cosa sono? Ora, poi, non sono davvero nulla. Già lo ero prima, nulla. Ero quella che se avesse avuto un incidente con la sua barca lo avrei saputo dai giornali. Nessuno sapeva che eravamo Amici (vabbè, prendete la parola con le molle). Ora non ci resta che un sorriso per sbaglio, una mano sfiorata per errore, un saluto per obbligo. 

Dovrei solo pensare a non pensarlo. Questo schiaffo dovrebbe solo farmi capire dove cavolo devo mettermi. Rassegnati. Smetti di pensare a lui, smetti di scrivere di lui. 

Ma invece sono preoccupata. Non faccio altro che pensare a lui in difficoltà. Cerco di essere realistica, ma poi mi risolvo ad essere tutt’altro. 

Eppure non sono io. Questo dovrei mettermi in questa testaccia dura. Non sono io. Non sarò mai io quella che gli starà accanto. 

Smettila, Moon. Smettila di pensare alla vita che non avrai mai. Inizia a pensare a quella che hai già. 

E vivitela.  

 

Con la scimmia di Palahniuk sul collo

post 26Evvai che oggi sono riuscita a prolungare la sensazione delle ferie andando in piscina con Little Boss e una sua amica. Qui, in mezzo agli ulivi (e ai tafani) non c’è davvero nessuno, è pace assoluta. E visto che sono riuscita a sbloccare l’eraeder, mi leggo Palahniuk, finalmente. Mi imbatto in un racconto, Voi siete qui. È il resoconto, più o meno, di una fiera per scrittori dove, pagando, hai 7 minuti per proporre a un editore la tua storia, il tuo manoscritto. Nulla di nuovo, si fa anche qui in Italia. Se vinci ti porti a casa un contratto: clap, clap!

Proseguo e inizio a sgomentarmi. Il caro buon vecchio Palahniuk mi sta dicendo, ora, che buona parte di queste persone racconta solo della propria vita, rielaborandola. 

Forgiata a colpi di martello sullo stampo di una buona sceneggiatura. Interpretata sul modello di un successo del botteghino. Non c’è da stupirsi che tu abbia cominciato a valutare la tua giornata in termini di nuovi spunti narrativi. La musica diventa colonna sonora. L’abbigliamento diventa costume. La conversazione, dialogo”.

E vabbè, nemmeno c’è bisogno di grandi doti per capire il collegamento che il mio neurone solitario ha fatto. Ebbene. Ebbene. Ebbene. Sì. Mi sono sentita punta nel vivo (oltre al tafano, pure Palahniuk). Io, che per anni ho provato a dissimulare dicendo che nelle mie storie non c’ero io, che volevo solo dar voce alla mia gente. Ora mi trovo a spiattellare la mia vita daybyday. Insomma, sono come tutta quella gente alla fiera degli scrittori, gente che cerca di vendere la propria vita su carta. E non è forse che anche io vivo la mia vita Come un romanzo? Non è che mi perdo i momenti per la smania di registrarli? 

Chiudo il racconto a metà. Mai mi sono sentita più lontana dall’idea di scrittrice.

O forse no. Beh, in realtà non proprio. 

In fin dei conti non ho mai fatto l’equazione Scrittura=Denaro. E poi questo scrivere mi fa bene, lo dico sempre, scrivere mi fa pensare. E in questo modo rifletto sulla mia vita, su di me, sugli errori commessi. Insomma, do un senso a tutto. Riordino il caos. E posso sfruttare il mio passato a beneficio del futuro. E non obbligo nessuno a leggere. Non chiedo soldi. Scrivo. E basta.

Quindi no, alla fine, non sono così lontana dalla mia idea di scrittrice. Non ho un romanzo? Dico: non ancora. Ma poi ci arrivo, eh.

Riapro il libro e finisco il racconto. E guarda guarda… le cose alla fine iniziano a tornare. Palahniuk salva l’idea della Terapia della parola. Quindi alla fine concordiamo, eh?

“Un aspetto positivo è che magari questa consapevolezza e questa registrazione potranno spingerci a condurre vite più interessanti. Magari saremo meno inclini a ripetere in continuazione gli stessi errori”.

E infine:

“O magari… forse, chissà, tutto questo processo non è che una preparazione verso qualcosa di più grande. Se impariamo a riflettere sulle nostre vite e a conoscerle, potremo tenere gli occhi bene aperti e plasmare il futuro. Questo diluvio di libri e film, di trame e sottotrame, potrebbe essere il sistema che il genere umano userà per prendere coscienza di tutta la sua storia”. 

Ora mi piaci, Pala. Che io, alla fine, sono una che non usa la letteratura come svago, ma come conoscenza dell’uomo. Se mi devo svagare gioco a carte. Quindi ok. Facciamo che questo blog è anche una preparazione. Un blog multiuso. Rielaboro Socrate: nel mentre cerco di conoscere me stessa, magari riuscirò a conoscere qualcosa di più sull’uomo. 

Cavolo. I miei 7 minuti, però sono scaduti da un pezzo. 

Se ne riparla la prossima volta. 

Finire in me

post 25
Eccoci qua, siamo quasi alla fine, le vacanze passano davvero veloci anche se non succede nulla o quasi. E devo essermi riposata davvero molto (leggi: dormito) perché stanotte alle due mi si sono spalancati gli occhi e non c’è stato verso di farli richiudere per tre ore buone. Si stava avvicinando un bel temporale e dalla finestra vedevo la luce dei lampi e sentivo il rombo in avvicinamento e tutto questo (luce- rumore) ha contribuito a farmi alzare e andare in cucina, piano per non svegliare Little Boss, precauzione quasi inutile, visto che lei, quando dorme, nemmeno un bombardamento aereo: il sonno dei giusti. Ho provato a leggere, ma l’ereader mi si è bloccato, maledetto touch screen, e quindi non sono nemmeno riuscita a sapere cosa pensa o fa la scimmia di Palahniuk. E allora non mi è rimasto altro che pensare (damn!) e ho iniziato a scrivere una mail mentale a TDL (una cosa mostruosa che faccio spesso) e mi sa che l’elettricità del temporale ha dato il suo contributo, perché era una mail al cianuro, ovvero ero incazzata come una mina, che chissà poi perché si dice così, come se le mine si potessero incazzare, al più esplodono, che è quello che ho fatto, appunto nella mail mentale, sono esplosa, ho deflagrato, gli ho scritto (mentalmente)che era un uomo senza cuore, interessato più ai controfiletti del Ristorante che a me, perché questo, mi ha scritto: siete chiusi, cavolo, e ora dove lo mangio il controfiletto? Mi sento tradito. Tu ti senti tradito, maledetto idiota? Sai dove ti metterei il controfiletto?
Mi ci sono voluti molti minuti di visualizzazioni di prati e spiagge deserte per riprendere sonno.
E poi ecco che la mattina: porca puttana! (Mi perdonerete il francesismo)
Mi bastano tre suoi messaggi in croce ed eccola lì che tutta la rabbia la metto in una bolla e la soffio via, come nelle migliori buddanate zen. Mi manca il tuo sorriso, scrive. E in un nano secondo so che sono fottuta.
Mi sto lavando i denti con Little Boss e lei mi fa: perché ti tremano le mani?
Ah, ah, troppo caffè la mattina, a volte capita, ah ah! (sorriso di plastica)
Lei se ne va rimproverandomi con lo sguardo. Sta cercando di farmi smettere di bere caffè e fumare sigarette, la piccola salutista che mangia solo Nutella al mattino…
Ed ecco che arriva un altro messaggio e io capitolo.
C’è sempre un momento della mia giornata che finisce in te.
Riesce sempre a bloccarmi le parole, la parabola della scrittrice fallita.
Ma abbocco all’amo come un tonno pinne gialle. Quindi vado avanti a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare (neurone solitario, grazie di essere ancora dalla mia parte!) fino a che lui non aggiunge: Ti manco?
Mi mordicchio le pellicine per non rispondere (Non rispondere Moon, ti prego!).
Ma sebbene mi faccia uscire il sangue, la mano trova la strada e confesso: penso a te anche troppo spesso.
Eccola, la stupida Moon.
Stupido temporale, stupida me, stupide parole.
La giornata parte male.
Eppure ho un sorriso sulla faccia che mi fa stare bene.

Più triviale di un film di serie B

post 24
Sono decisamente spiaggiata, il sole mi morde la schiena e i polpacci, non ho voglia nemmeno di leggere: lo spirito delle ferie anni ’60 si è finalmente impossessato di me.
Io e Little Boss siamo sulla sabbia dalle nove di questa mattina (no, non è stato affatto facile trascinarla fuori dal letto, anzi, direi che è stata tutta una storia di moine -subito-, minacce -poi-, corruzione -infine-).
Arriva un messaggio: è l’Amico Speciale. Lui non ha il permesso (io non gli ho dato il permesso) di chiamarmi quando sono da sola con LB. Non che lei non lo sappia, che lui e io ci vediamo, solo che io ho le mie fisime e sono una vera rompicoglioni capace solo di mettere paletti con la scusa di salvaguardare mia figlia, mentre in realtà cerco solo di salvaguardare me (ho scritto una delle cose più oneste degli ultimi tempi. Quindi, se vi sembro un’arpia, cercate almeno di apprezzare questo).
Mi chiede come si sta al mare e io gli rispondo con una foto dell’acqua cristallina. Che fai?, chiedo poi.
Sono sul tetto di casa mia, devo sistemare l’antenna e un paio di embrici venuti via, risponde.
Non ho idea di cosa siano gli embrici (il mio vocabolario non è poi così ampio), ma fingo di aver capito, Buon lavoro! E poi penso a quanto sia sexy l’immagine dell’Amico Speciale che ripara antenna e embrici (non sono animali, vero?): deve avere qualcosa a che fare con qualche retaggio che mi si è attaccato in modo inconsapevole.
E così, anche se mi ero ripromessa di staccarla, questa spina, di nuovo la mia testa frulla mille pensieri, manco fossi un maledetto Kenwood. Tutta roba che ho già analizzato, oltretutto. Ad esempio: perché non ho la capacità di infuturarmi (Platone docet) con l’Amico Speciale? Non sarebbe un lieto fine grandioso? Non sarebbe maledettamente semplice?
Allora, ecco che me la racconto (io me le racconto un sacco):
Dopo un matrimonio devastante, Moon è triste, ferita e decisamente sfiduciata nei confronti del genere maschile. Si sfoga spesso con AS, che è capace di consolarla in molti modi (una delle sue capacità è sdrammatizzarla e lei è una che se non viene sdrammatizzata un po’ rischia il collasso). Passano due anni così, incapaci di muoversi dal primo punto nel quale si sono messi. È una storia immobile, la loro, dove nessuno dice (osa dire) una parola di troppo e se lo fa (Ti amo!) subito si mette a ridere (scherzo, dai!).
Ma a un certo punto qualcosa cambia. Moon si rende conto che l’unico uomo che le è sempre stato vicino in questi due anni è proprio quello che vuole accanto a sé per tutta la vita. Alla va da lui, gli dice: Ti amo, ma non ride. AS attende, convinto sia l’ennesima battuta, ma Moon è seria stavolta, ha lo sguardo serio, perfino le sue spalle sono serie, dritte e frementi – giusto un poco. Il campo si allarga, i due si abbracciano, si baciano, partono i titoli di coda sulle note di una canzone che tutti conoscono.

Ebbene. Non pare anche a voi che ci sia qualcosa che non torna?
Prima di tutto, cosa cambia in Moon? Secondo, siamo sicuri che AS non stia aspettando altro?
Naaa. Questa storia è più triviale di un film di serie B…

Relax or not Relax?

post 23

Come da copione stanotte ha diluviato e ora il cielo è grigio tendente al nero. Perfetto. Little Boss ancora dorme, ché se non la sveglio io con le paroline magiche (pane e Nutella) arriva fino a mezzogiorno. Nessun programma per la giornata, a parte fare il pesto. Che come programma è un po’ miserino.
Il mio problema è che non so come ci si rilassa. Una cosa particolarmente odiosa, visto che sono in ferie e sono al mare. Io, il concetto di relax, proprio non lo conosco. Non so stare senza fare nulla. Ho bisogno di programmi, progetti, e sì, lo so che avevo detto andrà tutto bene, sono in vacanza, ho staccato la spina eccetera. Ma questa spina staccata dalla mia vita la devo riattaccare da qualche parte.
Quindi cerco qualcosa da vedere/visitare/fare nei distorni: San Google. E scopro che nei dintorni non c’è altro che mare. Mare, scogli, tramonti, spiagge.
Il piedino inizia a battere nervoso. Perché qui l’unica cosa da fare se diluvia è fare una partita a Machiavelli, ma mi chiedo: quante partite dobbiamo fare per sbarcare una giornata intera? Maledizione, possibile che la mia inquietudine sia salita in macchina con me(era forse nel bagagliaio, che non l’ho vista?) e mi abbia seguito fin qui?
Zitti tutti!

Un raggio di sole ha bucato una nuvola.

Little Boss: pane e Nutella!

Essere altro

post 22
Nell’aria c’è profumo di sale e piadine. E citronella e olio al cocco e limone. L’acqua è cristallina, non me lo aspettavo davvero, non me li aspettavo, i pesci sui piedi. E invece ci sono.
Nella casa che ho affittato a un prezzo regalo, che manco una televendita, c’è anche un cortile, un dondolo e un tavolo con le panche. Ed è qui che sono piazzata, carta e penna, old style, mentre tento di difendermi dall’attacco delle zanzare che siccome con il mio corpo non ci hanno banchettato per un estate intera, ora si stanno rifacendo, indubbiamente sono affamate. birra, penna e sigaretta. Tutta una serie di 1 che mi fanno stare benissimo. Little Boss è in camera che legge e io qui che scrivo, se non fosse per il cane dei vicini (che ormai ho soprannominato  Tre zampe per ovvi motivi) che uggiola per la solitudine sarebbe un Momento Perfetto. E anche se domani dovesse piovere, anche se tutta la settimana piovesse a dirotto, sarebbe comunque una splendida vacanza. Perché finalmente sento di aver staccato la spina dalla mia vita. Una pausa, please. Come se qui potessi essere altro, vivere altro, sentire altro. E infatti il pensiero di TDL, del mio ex, perfino dell’Amico Speciale è lontanissimo, contribuisce la salsedine, si vede, che incrosta il mio cervello come fa con le porte di legno, ma fa lo stesso, mi fa bene.
E quindi nulla. Mi godo un tramonto che mi sembra di non vedere da anni, poso la penna e mi regalo un piccolo, piccolissimo, accennato sorriso.
Una cosa piccola ma buona.

Ferie, compleanni e bebè

Post 21
Sono ufficialmente in ferie da tre ore e diciotto minuti.
Ho fatto un turno massacrante, oggi, scrostato forni, teglie, pulito pavimenti (il Ristorante deve essere perfetto prima del riposo), ma finalmente sono a casa. Il mio ex mi ha portato Little Boss che sarà tutta per me, 24 ore su 24, per i prossimi dieci giorni. Domani partiamo per una settimana di mare (il tempo sembra già invernale, ma chissenefrega, il mare è bello anche così, quando non se lo fila nessuno), mi riposerò, leggerò, scriverò.
Tutto sembra un idillio, ora, che è il sabato del villaggio.
Ho solo un ultimo scalino da fare, uno piccolo, una festicciola di compleanno di mia nipote, la figlia di mia sorella, anni quattro. Non sarà poi così terribile…
Quindi regalo incartato (un miracolo che abbia trovato nascosta in un cassetto una vecchia busta decorata), capelli messi in piega (io e Little Boss), mi sento benissimo, tanto che decido di dare la seconda occasione a un paio di scarpe con tacco dieci che ho comprato questa estate.
La casa di mia sorella, invece, è un inferno.
Bambini che urlano, piangono, corrono. Genitori che parlano di pannolini e grembiuli dell’asilo. Vecchi che parlano di badanti e malattie.
Ok. Sapete quella cosa del Partito dei Cinici, no? Sono ancora militante, specie durante le feste di compleanno, che non ho mai del tutto apprezzato, nemmeno quando dovevo portarci Little Boss (ormai lei è nell’età in cui le feste si fanno con una cena in pizzeria tra amiche), ricordo che mi portavo sempre un libro da leggere, sceglievo un posto isolato e via.

Ma ORA. Ora che questo periodo per me è passato, non ricordo nemmeno più come si fa conversazione. Ma tanto sarebbe impossibile farla, vista la cacofonia.
Quindi lascio che Little Boss confabuli con quei due/tre bambini della sua età (fratelli maggiori di nanetti dell’età di mia nipote) e mi metto a guadare.
Mia sorella ama fare le feste a tema e quest’anno ha scelto il Messico. Quindi mi prendo un sombrero, stappo una Corona e mi siedo accanto alla pignatta (in seguito questa cosa si rivelerà una pessima scelta: i bambini con una mazza da baseball in mano sono armi improprie).
Mi avvicina una mamma che non ho mai visto, pancia a occhio e croce sei mesi, suo figlio sta sbizzando attaccato alla porta della casetta di legno mentre il padre cerca di farlo uscire tirandolo per un braccio. Che bella festa, mi dice, tua sorella è davvero brava!
Cerco di mettermi nei suoi panni: gravidanza durante l’estate, piedi gonfi, un bambino che urla per ogni pinzo di zanzara, un marito che sembra la brutta copia di Woody Allen (ma senza umorismo). In effetti questo per lei potrebbe essere El Dorado. Sorrido come un automa , ma non le dico nulla. Lo so che non si fa,  ma ha l’effetto voluto e lei se ne va.
Passo le tre lunghissime ore che dura questa agonia sbocconcellando sandwich, bevendo caffè e cercando di non sbadigliare vistosamente. Little Boss è sparita sul retro: meno male si è aggiunta anche qualche bambina.
Rifletto molto, in queste tre ore. Rifletto sul fatto che sono in una fase pericolosa. I bambini, prima di Little Boss, non mi sono mai piaciuti. E nemmeno dopo, a dire il vero. Io ho amato alla follia Little Boss quando era un batuffolo cicciottello e vomitava pappette, non so perché, ma era adorabile anche quando dovevo cambiarle il pannolino o piangeva perché voleva guardare i cartoni animati. Ma gli altri bambini non è che mi piacessero molto. Non sono il tipo che Ma dai, come è carino, posso prenderlo in braccio?
E invece ora è già qualche mese che i bambini piccoli mi fanno una strano effetto: tenerezza. Vengono al Ristorante dentro le loro carrozzine e io sono già lì che faccio facce da scema mentre li guardo. Ecco, se devo dirlo, sono diventata altamente tollerante nei confronti dei bambini. E questo mi preoccupa. Perché avere un bambino ora, per me, nella mia condizione un po’ parecchio disastrata…sarebbe come guidare una Ferrari senza sapere cos’è un cambio. Eppure. Eppure siamo agli sgoccioli, pensa il mio corpo. Non avrò mai più un altro figlio, pensa la mia mente.
Eppure nulla, Moon
.

Togliti dalla testa tutte le tue idee assurde, guarda ancora questi bambini urlanti e fai il conto alla rovescia per Little Boss: taglio della torta e dopo dieci minuti che è andata via la prima famiglia (prima sarebbe scortese) andiamo a casa.
E domani si fanno le valigie e andiamo al mare.

Gelosia gelosia canaglia

Post 20

La gelosia non mi è mai piaciuta. 

È un sentimento che vedo come un acido, corrode ogni cosa che tocca. Eppure, certo, anche io sono stata gelosa, a volte, non molte, direi, ma abbastanza da sapere quanto sia potente. È una vera e propria arma. E va usata con moderazione.

Ma io, tipetto un po’ stronzo, oggi ho voluto provare il tutto per tutto. Sono nella categoria dei Messi Male, cercate di capire. Non sono una stronza per natura, e in effetti quando ci provo di solito i risultati sono scadenti.

Ora di pranzo, al Ristorante. Arriva un tipo con cui sono uscita una volta, un Tipo Molto Carino, in effetti, ma interessi in comune: zero. Un bravo ragazzo, davvero un bravo ragazzo, ma io sono un po’ difficile, cerco di escludere la parola Accontentarsi dal mio vocabolario, e quindi dopo la prima volta non l’ho più cercato. Ma siamo rimasti in contatto, ogni tanto un messaggio di Come stai e oggi passa a trovarmi, dice, che è tanto che non ci vediamo. E poi ho fame. Giusto. Chiacchieriamo amabilmente del più e del meno, la sala è quasi vuota, un paio di volte riesce addirittura a farmi ridere, cosa mica facile ultimamente, il tempo vola e lui sta per andare via , ma sento che, nonostante la timidezza, vorrebbe dirmi qualcosa di più, ed ecco che arriva il Tizio della Luna con due suoi colleghi. Ed ecco che entro in modalità Stronza. 

Li metto a sedere e torno dal TMC (Tipo Molto Carino), allungo il brodo facendogli qualche domanda, in pratica lo costringo a restare, ma non vuoi un caffè? Offro io! Magari un amaro? No, grazie, prendo il caffè, ma non posso bere, dopo vado a fare un giro con la mia BARCA. Si accende una lampadina e ora la modalità passa a Super Stronza. Il fatto è che TDL ha una vera e propria passione per le barche. È una cosa che con DSV non ha. È solo sua. E per poco tempo, solo per poco, il tempo che ci siamo visti, l’ha invece condivisa con me. (DSV ha paura di salire a bordo, non è che ero una prescelta o altro, se è questo che vi viene in mente. Io, al contrario, adoro il mare). In pratica: io amavo andare in barca e lui era felice che io mi fidassi di lui al punto da salirci. Come se il prescelto fosse, al contrario, lui.

Attenzione. Adesso scatta la trappola che ho in mente. A TMC dico, a voce alta: oh, wow! Una barca! Mi piacerebbe farci un giro.

Lui risponde da copione. Immaginate una risposta da copione e sarà la sua.

Intanto getto occhiate fugaci al tavolo di TDL, che sta ascoltando. Soddisfazione estrema. 

TMC timidamente mi chiede se magari, dopo il giro in barca, possiamo anche cenare insieme. Ma lo dice piano. Maledizione. Quindi sono costretta quasi a urlare quando dico: Una cena insieme? Splendido! Fammi sapere quando sei libero! 

Ciao (sorriso timido di TMC).

Ciao (super sorriso non di ordinanza mio).

La trappola è scattata. TDL ha sentito tutto e ora sono pronta ai suoi messaggi di gelosia. 

Perché mi dirà qualcosa. 

Prima lo avrebbe fatto di sicuro.

Lo farà.

Ma non lo fa.

Nulla.

Trappola fallita. 

Nessuna reazione.

Nessun messaggio. 

Se ha sentito tutto, non dà segno che gliene importi, che esca con una altro, in BARCA. 

Merda.

E ora mi ritrovo con un appuntamento con una tipo che nemmeno mi interessa senza aver ottenuto nulla.

Altro che Stronza. Sono una Sfigata.

La gelosia corrode ogni cosa anche quando non c’è…

Di cosa parliamo quando parliamo di ex

post 19

Questa sera sono qui che penso. Sì, lo so che non è una novità, come dice l’Amico Speciale Io penso troppo. Che poi, come si fa a pensare troppo me lo deve ancora spiegare, anzi, mi chiedo, come si fa a pensare meno? Perché io, di sistemi, ne ho inventati a dozzine, ma l’unico che ha funzionato (e nemmeno poi molto) non ve lo dico.
Comunque. Sono qui che penso.
È passato un mio amico a trovarmi, un ragazzo che conosco da molto, due chiacchiere, ceniamo insieme? Ma sì, dai. Faccio una pasta veloce eccetera. E alla fine sono ricaduta nello stesso errore. Ho parlato del mio ex. Di quanto mi faccia incazzare come un toro appena vede la bandiera rossa. E sono due anni ormai che non parlo d’altro alla gente. Di quanto sia ingiusto avere una situazione devastante con un ex che insulta e minaccia e una figlia quasi adolescente di cui preoccuparsi e lui non mi parla, lui offende, non ragiona, e il tempo doveva sistemare le cose e non l’ha fatto, e ora sono stanca, e devo preoccuparmi davvero della mia incolumità?, ma perché non si trova un’altra e se ne sta zitto? E tutte le solite cose.
Da due anni
.
Insomma. Alla fine mi vengo a noia da sola. Forse è per questo che faccio un po’ la gnorri sull’argomento, qui, su questo blog: perché mi è venuto a noia. IO mi sono venuta a noia. Sempre a lamentarmi di non poter far questo. O quello. Quando la colpa è solo mia: mia che ho permesso; mia che non agisco; mia che me la prendo.
Però, scusate, il fatto è che ho passato metà della mia vita (vera) con quest’uomo. E sebbene mi chieda come tutte le donne farebbero nella stessa situazione: ma come hai fatto?, beh. In qualche modo ho comunque fatto, non credete? E questa è un’altra delle cose che non ho risolto della mia vita. Un’altra domanda a cui non so rispondere.
Fatto sta che il mio amico mi ha detto, dopo ore di dialogo (leggi: monologo), che stavamo parlando di niente. E che l’unica soluzione era andarmene. Andare via proprio. Via di qua. E portare Little Boss come me.
Ora. A parte il fatto che non posso farlo, avrei un inseguimento in stile Thelma e Luoise prima del burrone.
Ma in ogni caso, sto pensando, sebbene la soluzione sia splendida per Me, magari non lo è per Little Boss. Ho passato tutta la sua vita a pensare a cosa potesse essere meglio per lei. E per farlo mi ci sono sbattuta, l’ho ascoltata, anche quando piangeva per le maledette coliche, e ho cercato di entrare in contatto con lei in mille modi. L’ho guadata: da vicino, da lontano, anche da media distanza, che non si sa mai.
Tutto ciò che chiedo, ora, è poterle dare opportunità. Non negargliele. Tutto ciò che vorrei è che fosse non certo felice, non sono così stupida, ma almeno sicura del suo nido. Conoscete la Teoria dell’attaccamento di Bowlby? Se non la conoscete, conoscetela. Perché a me ha cambiato la vita.
Un nido. Almeno questo. Il nido sicuro dal quale partire.
Alla fine, visto che in teoria sono fatta di stecchi e bava, non dovrebbe essere così impossibile…