Dune, una Non-recensione

Un comune martedì pomeriggio. 

Io e l’Amico Speciale siamo a casa mia a parlare del più e del meno. Poi lui fa: ma i cinema hanno riaperto?

Bah, rispondo. Al 50%? Alll’80%? Con Green Pass distanziati ma non troppo, forse nemmeno i pop corn venderanno, mica puoi toglierti la mascherina e mangiare no?

Pieni di dubbi ma fiduciosi googliamo (che è il nostro passatempo preferito sia da soli che insieme) il cinema della Cittadina. 

Boom!, esordisco, Aperto!

Quindi nasce la discussione: cosa andiamo a vedere? 

Venom, fa lui. 

Tre piani, faccio io.

Come un gatto in tangenziale, ribatte. 

Ma lo abbiamo già visto!, piagnucolo.

Sì, ma questo è il sequel! 

Amore, gli dico, ricordi la storiella delle due gemelline e dell’arancia e del compromesso?

No, dice.

Così gliela rispiego (lo farò anche per voi, se volete)

Alla fine ci capiamo: Dune.

Il film di D.Lynch l’ho visto mille volte da bambina, ma mai tutto intero. Un po’ come I dieci comandamenti, per intenderci. Mio padre, che amava la fantascienza, se l’era registrato dalla tv con un vecchio Sharp che risaliva alla mia comunione e la cassetta girava quasi quanto Camera con vista o Kramer contro Kramer.

In ogni caso, visto che pure Lynch aveva trovato noioso il suo film, mi sono lasciata convincere: forse la nuova versione non sarà così soporifera. A convincermi, nevvero, anche qualche commento girato al Ristorante. 

Così compro i biglietti il giorno stesso, scelgo i posti, il giorno, l’ora, prenoto pure il ristorante per dopo. E aspetto trepidante. Dopotutto sono anni che non andiamo al cinema. 

La domenica (giorno prenotato) stampo i biglietti (dici che serve? Boh, qui dice che li devo stampare, forse trattengono un pezzo del biglietto. Ma dai, c’è il codice a barre, non serve. Lo faccio per sicurezza! Hai preso i biglietti cinque giorni prima!!! Vuoi essere più sicura di così?) e inizio a mettere il pungolo all’Amico Speciale un’ora prima dell’inizio: Andiamo? Si va? Sei pronto? Tutto il repertorio da scassapalle provetta. 

In ogni caso ho ragione io: arriviamo con 15 minuti di anticipo e c’è una fila che scende tutta la scala. Nessuna corsia speciale per chi, i biglietti, ce li ha già. Geniale, penso. Tutti ammucchiati qui per nulla. 

Arrivati in cima vogliono vedere il Green Pass. 

Ho lasciato il telefono in macchina!, mi fa l’Amico Speciale. 

Sorrido. 

Amore, io scasserò pure le palle con le mie storie di organizzarsi, prenotare, fare promemoria. Ma poi sono una risorsa in occasioni come questa

Tiro fuori il mio telefono con entrambi i Green Pass, il mio e il suo (ho anche quello di Little, super previdenza). 

Entriamo e mi guardo intorno. 

Ma i biglietti chi ce li controlla? 

Nessuno, a quanto pare. Si vede che con il Green Pass c’è compreso il Free Pass… 

Ed eccoci in sala, le luci si spengono e inizia la pubblicità.

Amore… faccio gli occhi dolci. Avrei sete

L’Amico Speciale è Speciale non per dire. Nonostante mi guardi come per dire: e che è un problema mio??? Poi si alza e si avvia a cercarmi dell’acqua. E smetti di farmi la Tenerorsa! Dice mentre se ne va. 

Inizia il film. Io tracanno acqua e l’A.S. mangia pop corn (sì, al cinema si mangia, si beve e nessuno tiene la mascherina).

Lo scenario è epico. Partono le parole misteriose: Arrakis, Harkonnen, Atreides, Fremen. Dopo venti minuti sono ancora confusa su chi sia chi.

Iniziano pure le visioni del giovane figlio del Duca, Paul (oh, un nome normale!) su una giovane Fremen intravista all’inizio. Le cose si fanno quindi ancora più confuse. Già c’è la sabbia, un caldo inenarrabile, poi c’è pure la DRROGA del pianeta Arrakis (la Spezia) a complicarci la vita! Alla fine del primo tempo già capiamo che con sole due ore e passa la trama non si risolverà. Continua il viaggio del giovane nella terra delle Dune, tra intrighi di castello (imperiali, direi) e altre millemila visioni. Poi per carità, c’è pure la madre di Paul che ci mette del suo: è una strega Bene Gesserit (sì, se ve lo state chiedendo ho googlato tutti i nomi. Durante tutto il film credevo si dicesse Benegessy o roba simile) che cerca di fare del povero Paul uno stregone eletto in grado di salvare tutto il mondo…

Il film finisce che non finisce e io e l’A.S. usciamo con la convinzione che l’unica cosa da salvare, salvare davvero è la tuta Fremen che raccoglie e distilla sudore e lacrime per trasformarli in acqua da bere. Un po’ schifoso, va detto, ma utile se ci sono quelle temperature.

Durante la cena cerchiamo di raccapezzarci nella trama, tra un roll al salmone e un nigiri al tonno con filetti di mandorle (siamo nell’ennesimo ristornate sushi appena inaugurato nella Cittadina. Abbiamo previsto che tra un anno non ci saranno più ristoranti dove mangiare una tagliatella al ragù e una tagliata di manzo). Comunque nulla. non ricordiamo i nomi, ci sfuggono gli eventi… 

Tornati a casa non abbiamo sonno. Cerchiamo il film di Lynch sulle varie piattaforme, lo troviamo e iniziamo a guardarlo. Giusto per fare un confronto. 

Certo, legnoso come non mai, gli effetti speciali sono da voltastomaco (siamo negli anni ’80, eccheccavolo!). Ma nei primi dieci minuti ci viene offerto uno spiegotto che ci illumina il volto: ah, allora era quello! Ora ho capito, ecco perché Tizio ha fatto così o cosà! Lynch, dall’alto della sua letargia, ci ha dato la soluzione. 

E quindi Dune… epico, eh. Ben fatto. Ma a mio avviso palloso era negli anni ’80 e palloso resta. 

Ma qui sorgono altre due domande: 

1.uscirà il numero due?

2. Moon e l’A.S. lo andranno a vedere?

Alla domanda 1. Non ho risposta. Alla 2. Forse sì. Basta però fare un ripasso generale e studiare un po’ prima di affrontare di nuovo la sala…

Nota importante: questo articolo non sarebbe stato scritto se Rodi non avesse lanciato l’invito qui, in risposta a un commento su una sua recensione.

Rifatevela con lui 🙂

Storia di 3

Sulla mia scrivania ci sono delle chiavi, della mia vecchia casa, il posacenere, un calice di vino (i calici, per il momento, sono un lusso che per caso posso concedermi), un foglio con il numero di ordine dell’Ikea per la nuova cucina, le istruzioni per la nuova asciugatrice. Ogni oggetto in questa scrivania potrebbe raccontarvi una super storia. 

Eppure io voglio raccontarvene un’altra. 

C’era una volta Moon che voleva traslocare. La sua casa era in vendita, la casa che le aveva dato la libertà, la casa che l’aveva vista mille volte piangere, ridere, sognare, ma soprattutto rinascere non era più la sua casa, era solo un quadrato, vuoto, di pochi metri. Così Moon ne vide un’altra. Una più grande, giusta per lei e Little Boss, una casa che poteva (poteva, in potenza) essere giusta. 

Ma certo, mica era perfetta, così com’era. Moon e (soprattutto) l’Amico Speciale, dovevano lavorarci su: tinteggiatura, messa in posa del battiscopa, alcuni accorgimenti elettrici, una nuova tinta alle piastrelle… insomma, un gran bel C**** di lavoro di M*****-

Ma Moon ha sottovalutato l’A.S., lui è un C**** di treno, se inizia un lavoro e non gli stai dietro sono C****, ti incita come se fosse un C**** di capo dei Marines, e stai pure ore a dire che No, non ce la faccio, io non sono forte come te, Aspettami, arrivo, nulla: sei sempre un passo indietro. 

Insomma, siamo a buon punto, nonostante la mole di lavoro e il pochissimo tempo (A.S.=treno Frecciarossa in tratta Firenze-Roma), ma restano alcuni dettagli. Tipo liberarsi delle vecchie cose nella Nuova Casa (N.C.). Le vecchie cose nella N.C. sono infinite…

Se volete un elenco sommario finisco le parole di questo blog. Ma a voi basti sapere che questa storia racconta di tre (solo tre) cose di questa casa: tre sedie imbottite di stoffa che non si possono vedere. Tre sedie imbottite di quella stoffa fiorita che era già passata di moda negli anni Ottanta. Tipo quelle in foto. Per dire.

Ecco.

Chiamo gli Ingombranti del mio Paesello e spiego cosa devo buttare: otto milioni di cose. Mi dicono che devo dividere per materiale. Ok. 

Allora il legno tutto insieme? 

Sì. 

Perfetto, ho un comodino, una cantinetta per i vini, un tavolino, due mensole. E tre sedie. Imbottite di stoffa, però. 

Dall’altro capo del filo mi danno l’Ok. il giorno prima del ritiro metto fuori tutto, come mi è stato detto. 

Ma le sedie imbottite non me le ritirano. 

Le rimetto in casa, bestemmiando come un muratore dopo un pranzo di lavoro. 

Restano lì per giorni, io l’Amico Speciale ci scervelliamo per smaltirle altrove, tipo nel cassonetto (l’idea del mio Boss, con tanto di selfie da mandare al Sindaco del mio comune) o nel fiume direttamente (idea dell’A.S.). 

Poi arriva la mia, di ide: le regalo. Ci provo. Eccheddiamine! Al limite si passa all’opzione fiume.

Al mattino, tipo le 6.30, metto una foto (quella sopra) elle tre (dico TRE) sedie su un gruppo Regalo Regione. Alle 8.00 ho già tre messaggi. Di gente che le vuole! 

Insomma, alle 10.00 già mi sono accordata con una certa tizia (che chiamo Samantha perché ci sta) che le deve avere ASSOLUTAMENTE. Tre sedie. 

Certo, le dico, se vieni in giornata sono tue.

Viene mio marito stasera, mi risponde. 

Non ho fiducia, ma decido, per stanchezza, di crederle. 

La volete la notizia? Alle 18.00 mi chiama suo marito e mi dice che sta arrivando. 

Incredula, con la mia amica Ale (tornata dal paese dei folletti per una visita temporanea) gli facciamo caricare la macchina.

Allibite per il colpo di culo. Lui ci dice: mia moglie mi ha mandato qui da XXX per prenderle – XXX non è vicino- e non lo so cosa vuole farci. 

Io lo compiango e mi vorrei davvero pagarlo per la gentilezza, come mi aveva detto l’A.S. 

Se ne va con la macchina carica, mentre io esulto per il colpo di genio. 

Siccome era iniziata con C’era una volta… questa favola ha una morale: un punto a chi me la indovina

Non so come ho fatto a scrivere fin qui. Era proprio una gran voglia. Domani mi arriva la cucina da montare (IKEA) e poi ricomincio a lavorare.

Ma scrivere…

Dice Ale che scrivere mi fa bene. Io le credo. Le credo sempre. 

Buonanotte a tutta la blogsfera…

Bollettino di guerra numero…

Potevo decidere: fare l’eroina e buttarmi sul divano (questo riferimento è alla pubblicità tedesca di seguito: qui), oppure fingere di rendermi utile ribattendo al pc la lista degli allergeni del Ristorante (che da anni aggiorniamo a mano). 

Il mio spirito del dovere (leggi: noia) ha scelto la seconda. 

E mentre sono lì che batto e batto penso a quanto sono fortunata, io, in una regione che in una settimana ne ha viste di tutti i colori (dal giallo all’arancione al rosso: in sette giorni sette) ancora lavoro. Lavoro. Si fa per dire: due, tre, quattro ore quando sono fortunata. Passo il mio tempo a imprecare contro il polistirolo dell’asporto per il cappuccino (che si incastra), a chiedere all’anima solitaria di turno Come va da te? Tanti contagi? Ah, tuo fratello? E come sta? (Poi il mio cervello dilaga: quando sarà venuto, suo fratello, l’ultima volta al bar a prendere il cappuccino? L’ho toccato? Mi ci sono avvicinata? , ma questa è un’altra storia). Poi mi metto a pulire: spolvero polvere inesistente, strofino tazze non più toccate, spazzo un pavimento che ci potresti mangiare. Ogni tanto mi invento lavori nuovi: ma sarà il caso di rifare i baci di dama?, chiedo al mio capo. Lei mi guarda sconsolata mentre se ne sta lì davanti al tablet e mi indica la vetrina piena. Va beh, le dico, non li cuocio, li abbattiamo e li teniamo in congelatore pronti. Pronti per cosa? Per natale? Quale natale? Ma almeno per un’ora le mie mani lavorano (9 grammi per ogni guscio, li peso uno ad uno e formo la pallina di impasto da abbattere). Poi, inoltre, ho sporcato, quindi devo anche ripulire: altro tempo sottratto al divano. 

Quando esco e sono solo le dieci di mattina mi prende il panico: Little Boss è a casa a fare la Dad, se torno a casa devo restare pure zitta, che casa mia è un buco open space. Allora ecco che mi invento la lavanderia, la spesa, una passeggiata. Ma c’è ancora il pomeriggio, damn! Allora eco che due giorni fa ho scovato la lista degli allergeni del Ristorante, l’ho guardata e ho detto: ecco, un lavoro da fare nel pomeriggio! Perfetto! 

Poi ho visto pure i biglietti da visita, a cui manca il nuovo numero di cellulare: altro lavoro pomeridiano. 

Non so oziare. Cioè, intendiamoci, lo faccio eccome, ma mi deprime. Dopo l’incubo del primo lockdown ho il terrore di tornare a quella condizione di inattività perenne. 

Il guaio, per una come me, è che non sono capace di scrivere. E neanche leggere. Lo chiamo Disturbo Neurologico da Covid (DNC), una sindrome che mi impedisce di concentrarmi sulla finzione.  Leggevo poco fa a proposito della teoria dei Quanti grazie a un libretto di Rovelli che sottintesa, compresa nel pacchetto, c’è la teoria che la realtà esiste solo se c’è interazione tra molecole. Certo. Io, essendo un’ignorantona in materia, manco ho seguito la storia del bosone con la dovuta attenzione, posso trarne le conseguenze che voglio, da umanistica non scientifica: la realtà è quella con cui sei capace di interagire in un dato momento. E io ora interagisco solo con una dannata pandemia: anzi no: è lei che interagisce di continuo con me, non lasciandomi spazio per altro.

Ecco che ho mollato pure il corso di scrittura che provavo a seguire on line. Tanto non leggo, non scrivo, fatico a seguire…che lo faccio a fare? (senza contare il resto, ma questa è un’altra storia). 

E allora passo i pomeriggi a inventarmi lavori inutili, un portacandele con un vecchio Cd, l’ennesimo acchiappasogni, smonto il forno per capire perché non va la luce (l’Amico Speciale non viene a casa mia per via del Covid), cerco per ore la soluzione del malfunzionamento del wi-fi ringraziando il cielo di averlo, così una giornata è andata. 

Guardo, la mattina, i miei clienti fare colazione sul cofano della macchina: una nuova generazione di homeless. 

E tutto ciò mi fa tanta tristezza.

Forse è per questo che ho già fatto l’albero di Natale.

Quest’anno ci vuole più Natale, per tutti. Più a lungo. Più forte. Più luminoso. 

Ho ancora un’ora di eroismo prima di cena: forse mi guardo Piero Angela, giusto per tuffarmi nell’infanzia. Se mi raccolgo in posizione fetale Little Boss, con il suo sorriso, mi farà tornare in posizione eretta. 

Good luck a tutti

Open the door

Photo by lalesh aldarwish on Pexel.com

Non è stato facile venire a patti con il mio Mac stasera, sembra che non voglia assecondare la mia urgenza di scrivere, forse ha ragione lui, chi lo sa.

Ho lasciato Little nel bagno: durante l’adolescenza pare che le ore nel bagno siano direttamente proporzionali al disordine, venerdì mi sono azzardata a salire nella sua tana e l’unica cosa che non ho trovato è stato un animale morto. Ma in tutta onestà mi sono stupita di non averlo trovato. In compenso ho trovato un libro di Harry Potter che cercava da Maggio, Ci saranno degli Stargate?, ha chiesto lei timidamente. No, la casa nasconde ma non ruba, diceva mia nonna. Sei solo scarsa a cercare e riordinare.

In ogni caso, il cambio di guardia del mio umore è arrivato proprio quando sono salita in camera di Little questo venerdì. Fino ad allora il mio grado di rilassatezza era quasi pari a zero, con una dose massiccia di Difuorismo che mi scorreva nelle vene. Il panico da lockdown aveva talmente preso il sopravvento da farmi dimenticare anche le cose base, da rendermi quasi inutile a lavoro, da enunciare frasi tristemente apocalittiche sul gruppo whatsapp dei genitori, da mandare a puttane una cena con l’Amico Speciale (Sei di compagnia, stasera…, ha detto. Ragione da vendere). 

Vedere il caos primordiale che regnava in quel piccolo loculo mi ha dato la carica. Prendiamo la carica da cose strane, si sa. E mi sono detta: devo cambiare atteggiamento, o finirò per soccombere a me stessa. E alla tv di scarsa qualità. 

Per una volta nella mia vita, detto fatto. Sabato già mi ero impegnata nel sociale cercando una carrozzina per il neo padre di due gemellini, un ragazzo con pochissimi mezzi, carrozzina che ho trovato gratis grazie alla rete social di Facebook (semel in anno pure Facebook serve) e che ho preso e consegnato oggi stesso. 

Ma non era di questo che volevo parlare oggi, perché in realtà il mio Io ha bisogno di leggerezza per proseguire la sua cacciata del Panico da lockdown, e quindi nulla, ho bisogno di un parere. 

Questa cosa dell’annuncio su Facebook, non so come, ma mi ha messo in contatto con un sacco di gente. Qualcuno lo conosco e voleva davvero aiutare. Qualcuno invece ha preso la palla al balzo per contattarmi per cose altre (pubblicità) e un tizio addirittura per provarci (lui dice che mi conosce, io non me lo ricordo). Tra tutti questi c’è anche un altro tizio, un carabiniere di cui ho parlato a Ale. Gliene ho parlato perché è, a mio avviso, una figura fuori dal coro nell’ambito dell’arma: simpatico, intelligente. Che i carabinieri non me ne vogliano, ma se hanno inventato tante barzellette…l’ironia estrema si fa su una base di verità, o no? 

Lui no. È (damn!) un lettore. Sono mesi che ci scambiamo titoli, uno dei libri più belli che io abbia letto negli ultimi tempi me lo aveva consigliato lui. Come sia iniziata non lo so, forse mi sono resa scimmia quando l’ho visto leggere una domenica mattina al tavolo e gli ho chiesto cosa stava leggendo. Mi capita spesso di chiedere, visto che di gente che legge libri se ne vede poca. Poi parlando a qualcuno dei miei colleghi è sfuggito che andavo (e amavo) il teatro. Abbiamo parlato di Santeramo. Poi delle case editrici (di cui sono abbastanza esperta). Poi che scrivo (eh, qui ho forse un po’ gonfiato le cose…ormai scrivo davvero poco, e quel poco che scrivo sono cazzate, come il mio romanzo fast).

E insomma, va a finire che lui prima mi definisce la sua bibliotecaria di fiducia davanti a mia madre, poi mi lascia al Ristorante un libro in prestito da leggere (l’ho iniziato e, nonostante io sia diffidente con l’Iperborea, devo dire che l’Islandese che ha scritto il libro se la cava alla grande). E poi ecco il contatto su Facebook. 

Gli rendo il favore, gli dico che gli presterò dei libri anche io, preparo una selezione seguendo la nazionalità: un giapponese (Murakami, Tokio Blues, di cui ho un doppione), Donatella di Pietrantonio con L’arminuta (non la migliore italiana a mio avviso, ma se la cava alla grande) e poi la mia migliore americana, Aimee Bender con uno dei mie libri preferiti, Un segno invisibile e mio. 

E mentre sono lì che smessaggio mi chiedo (da qui il vostro parere): ma ci sto flirtando?

No, perché l’uomo è davvero bello (e simpatico e intelligente, come detto), ma.

Ma. 

Ma. 

Ma.

Io sono felice con l’Amico Speciale. Mi rende felice, sul serio, mi fa ridere, mi sdrammatizza e mi capisce, non mi fa pressioni per nulla, ma non mi lascia mai sola. Insomma, io lo voglio sposare, sul serio. Lo amo. È parte di me.

 E questo tizio, invece, il carabiniere, il Maresciallo per essere precisi, è davvero interessante, lo ammetto, ma non in quel senso. Lo sarebbe, certo, ma se non fossi felice. Ma non così, non ora. È bello avere qualcuno con cui condividere una passione. 

Non so se sono stata chiara. 

Sono anni che mi arrovello e mi arrotolo su me stessa per questa cosa. 

Trovare qualcuno che condivide la tua passione non è facile. Mai. Specie se si tratta di libri. Io e mia madre siamo entrambe lettrici forti, ma non ci piacciono le stesse cose. 

Il punto è che io non voglio flirtarci. E non lo sto facendo, a mio avviso. Ma allora dovrei fare la gelida? In tanti mi hanno riferito che faccio così. Pare che io non abbia mezze misure: o flirto o sono gelida. 

Inizio a pensare che non so come ci si relaziona con gli uomini…

Forse sono io che sbaglio tutto, che esprimo troppo entusiasmo per le cose, mi capita a volte di dovermi, in effetti, frenare. Per non farmi dare della maestrina, della sapientina, della professoressa. Ma poi va così: se una cosa mi interessa e la so in una conversazione passo da quella: quella piena di Ego che vuole mettersi in mostra. Alcuni miei amici mi darebbero ragione. E io, sapendolo, mi castro a tal punto da sparire. 

Qui vale lo stesso: la mia voglia di parlare di qualcosa può passare da un tentativo di flirt? 

A volte vivere sembra incredibilmente a un camminare sulle uova. 

In attesa del nuovo dpcm…

NOTA: non mi fa caricare la foto della MIA porta… ecco perché ne ho scelta una a caso.

Googol=10 alla 100

Vediamo…

Musica?

Ce l’ho.

Sigarette?

Ci sono.

Pc? 

Acceso.

In realtà ho cannato un appuntamento, stasera (con Wal, ma ti ribecco su Raiplay), perché, inaspettatamente, l’Amico Speciale nel pomeriggio non lavorava e mi sono dedicata alla visione di un film splendido, che non dovrebbe mai mancare nelle videoteche di nessuno nessuno, soprattutto in questo periodo: Freddy vs Jason. 

Un cult movie, un bel riassuntone delle cazzate che ci siamo visti noi Millenials (dice Little Boss che io sono una Millenials) da ragazzini. 

E siccome la serata era allo scazzo già da prima, abbiamo voluto finirla con una ricerca su Google.

Ora.

Le ricerche su Google sono un passatempo recente, un modo per noi ossessivo compulsivi maniaci del controllo di far finta di sapere le cose quando la nostra fonte è (se va bene) la Wiki. 

La domanda del secolo era: perché viene la lanugine ombelicale?

Sono onesta: non avrei mai creduto di trovare qualcosa sul web. No, non è vero: lo speravo.

E invece…

E invece c’è un tizio che ci ha fatto pure una ricerca universitaria. Un certo Karl, in Australia, nel 2001. E siccome l’Australia deve essere un paese prolifico per la lanugine, un altro tizio, un certo Graham, per circa 20 anni ha raccolto e conservato la propria lanugine ombelicale. A scopi scientifici, dice lui. Posso vomitare? Ok.

Se comunque volete togliervi la curiosità, la lanugine ombelicale è (ovvio) un accumulo di fibre dei vestiti che si concentra nella cavità. Non mi pare che ci sia da perder soldi per farci una ricerca scientifica. E se siete donne e vi chiedete perché voi, invece, non l’avete, non c’è certo bisogno di essere Sherlock per capirlo: non abbiamo peli sullo stomaco. E non dico in senso metaforico. 

Ciò che mi sciocca è che qualcuno abbia davvero fatto partire una procedura per studiare il fenomeno. E, soprattutto, che qualcuno abbia acconsentito a far fare la ricerca…

E che il signor Graham sia entrato nel Guinness dei primati. 

Primati: ragioniamo su questo termine. 

Ma c’è ancora una cosa che mi risulta più scioccante, se possibile: ma che cazzo faccio del mio tempo libero se faccio ricerche su Google sulla lanugine ombelicale? 

Ormai Google è una droga per me. Ho un dubbio? Chiedo a San Google. Cerco un numero di telefono? Google. Devo ricordarmi del dentista? Google calendar. Ho un corso di scrittura on line? Google meet. Le ricevute dell’affitto? Su Google drive. Il Ristornate? L’ho messo personalmente su Google my business. Devo andare a Roncolla? Google maps. E Google earth per verificare. 

Non è Google in sé che voglio demonizzare. Se non ci fosse lui ci sarebbe altro. E altro c’è, nel web. Io sono altamente tecnologica: pago tutto tramite Home banking, faccio acquisti su Amazon e Ibs (tanto che per il mio compleanno i miei colleghi mi hanno regalato un buono Amazon), ho fatto pure la Pec per chiedere i contributi del comune, guardo Netflix, Amazon prime video, ascolto Spotify (come ora), chiamo Siri per farmi rimettere il timer per cuocere i biscotti in forno a lavoro, chiedo a Youtube le ricette… mi stoppo perché potrei continuare a oltranza. 

Mi chiedo cosa sarei senza internet e vari device. Questo compreso. 

Riuscirei a riadattarmi? Perché io mica sono nata con questa roba qui, io le ricerche le facevo in biblioteca, telefonavo dalla cabina con la scheda telefonica da 10 mila lire (che se chiamavo da casa gli amici i miei si incazzavano), scrivevo a mano, avevo l’Atlante statale dell’Italia in casa, l’elenco telefonico, l’agenda dei numeri accanto all’apparecchio grigio di bachelite, e la gente la incontravo al bar (poco, però, che io sono sempre stata riservata, diciamo così).

Riuscirei a riadattarmi?

Boh.

Però sono onesta: mi piacerebbe scoprirlo. 

De familia *

* questo perché Little Boss sta iniziando a studiare latino prima di iniziare il liceo, e io sto ripassando con lei

 

post 218

Qualche anno fa girava un video: cosa succede se regali un’Ipad a tuo padre. Se non lo avete visto o non ve lo ricordate ecco qui.

Guardandolo oggi mi sento libera di dire: magari fosse stato solo così!

I miei genitori, entrambi, ma ognuno a modo suo, hanno preso il peggio dalla tecnologia.

Inizio con mia madre. Una donna che vivrebbe volentieri nel 1800, più precisamente in romanzo dalla Austen, a ricamar merletti e fare chiacchiere all’ora del the, tuttalpiù per darsi un tono le classiche vacanze a Bath. È una perfetta donna degli anni ’50 (che sono i suoi): casalinga, ama cucinare (ma non lo sa fare), ama starsene in casa a cucire, vive una vita ritirata (non ha sentito cambi di corrente con il Covid). Ma da quando gli è stato messo in mano il primo Iphone (mia sorella ama cambiarli spesso e dona gentilmente gli smessialla famiglia, me compresa) è cambiata. In peggio. Della tecnologia ha preso il lato peggiore. Si informa su Facebook (attenzione! Questo mi era stato personalmente preannuciato dal direttore del Tirreno – noto(?)giornale locale- Barnabò ben 10 anni orsono: i giovani si informano solo su Facebook. Ma dei vecchi non diceva nulla e io mi chiedo se non sia stato ottimista). Dato che le sue news viaggiano solo un canale che lei stessa sceglie senza esserne consapevole, ovviamente si infervora sempre più, sentendosi dare ragione praticamente ogni minuto da gente che scrive : habbiamo vinto! E sebbene lo snobismo sia di famiglia, si vede, ciò non la frena dall’esaltazione.

In pratica sta sempre appiccicata alla sua terza mano: le ricette? Su Pinterest! I libri? Su ibs! I video divertenti sui cani? Su Youtube!

Salvo poi non capire la differenza tra le tre.

E qui entro in gioco io.

Mi stampi questo disegno da Pinterest?

Mi prenoti questo libro su Ibs?

E, il peggiore: guarda questo video su Youtube! (con tanto di Memojipersonalizzata di Apple, che mi chiederà di modificare appena si taglia i capelli).

Ma se poi le dai la dritta super dritta, stile Scarica Spotify e potrai sentire tutta la musica che vuoi, da Baglioni a Cocciante, allora si ritira come un riccio (si vede che non segue i miei consigli, ma solo quelli di mia sorella, che è senza dubbio la figlia migliore delle due) e per dispetto compra pure un giradischi. Uno vintage, color pastello. Per sentire i suoi vecchi vinile. Pur di non darmi retta… (non fraintendetemi: io, appassionata di vintage fino all’osso, sono anni che vorrei un aggeggino come quello. Ma poi penso sempre alla bolletta dell’acqua, alla spesa. E sapete com’è: non ne faccio mai di nulla).

E poi c’è mio padre…

Ultimo modello di Iphone (eh sì, è una degenerazione familiare, ci stanno studiando), non si perde un messaggio, una foto, un vocale. Ogni tre secondi il suo telefono trilla: sono gli amici di Torino, quelli di Grosseto, quelli di Livorno…

Se non trilla nessun problema: si collega a Facebook (così guarda i video divertenti sui cani) oppure mette le foto superfighe su Instagram (lì mia madre, ancora non c’è arrivata). Appena andiamo a trovarlo è già lì che parte con i video o con i selfie da inviare a mezza Italia. In metà ho la faccia da pesce lesso. Dopotutto sono fotogenica come un mocassino usato.

Se non usa il telefono ha il suo Macbook, dal quale ascolta la sua Playlist preferita su Youtube (nulla, Spoty, il mio amore, lo scartano tutti tranne Little Boss), oppure si legge l’ultimo Roth sul suo nuovo Kindle.

Eh sì.

Vecchi e supertecnologici.

Eppure vecchi.

Sarà un momento, sarà che vedo anche me tanto invecchiata (la pelle, soprattutto la pelle), sarà che il tempo passa anche per loro, non solo per la mia Little e me.

Ma oggi mio padre l’ho visto davvero male. Lento, sconsolato, impaurito dal Covid.

Mentre mia madre la sento sempre più acida, autoconclusiva in un certo senso, dimentica le cose per ricordarsi solo ciò che la aggrada (quindi non me).

Magari è solo questo momento mio, che ho la percezione del mondo in nero.

Magari invece stanno invecchiando sul serio e devo iniziare a farmene una ragione: non sono più da anni i miei genitori (fonte di consigli, simbolo di protezione eccetera), ma da qui a essere io la loro badante a tempo sperso ce ne corre.

Ma soprattutto, come si fa a bilanciare le cose? Come si può essere figlia comunque (facendo la parte della figlia) e prendere anche il ruolo opposto, quello di assistere?

Ho paura che non mi ci vorrà molto a scoprirlo…

 

 

Finirà…

post 217

 

 

Sulla mia scrivania, nel mio Moon hole di pace, un angolino in bella vista dove però, stranamente, mi sento sempre me stessa (anche quando la reale me stessa si sente una defecazione di cane abbandonata sotto il sole di Luglio), ho un quadernetto.

Il quadernetto in questione ha raccolto finora appunti sparsi dei momenti in cui mi trovavo qui, davanti al mio super bellissimo pc, e quindi del mio Romanzo- fast (lo chiamerò così da qui in poi, rubando un’espressione al mio amico Leonardo Di Carlo, il pasticcere, che così chiama la sua meringa furba). Gli appunti in viola (una scelta dettata dalla necessità, nessuna preferenza) sono quelli che ho raccolto guardando video o leggendo documenti; le scritte con la matita sono le idee per proseguire il romanzo.

È tutto molto caotico, nel mio quadernetto, e ci sono anche post-it appesi qui e là, ma finora era rimasto illibato.

Sono giorni invece che la sua presunta purezza viene meno.

Ci sono appunti per bilanciare un semifreddo.

Ci sono password per accedere alle mail.

Ci sono le misure di Berta (la libreria di Little Boss comprata dagli svedesi).

C’è, soprattutto, il calcolo della retribuzione della CIGD per vedere se riesco a entrare in qualche altro contributo.

E nulla: il contributo in questione (per l’affitto) prevede che sia elargito per chi è, appunto, in CIGD, ma vuole anche una riduzione effettiva dei guadagni, rispetto all’anno precedente, minimo del 30%. Ora. Io non sono un asso della matematica. Ma so che la cassa integrazione in deroga è dell’80%. Quindi la riduzione è prevista per il 20%, se non erro. Poi vai a vedere il reale esborso dall’INPS e non è affatto il 20% in meno, ma il 30% e più. E qui arriva ciò che non sapevo: il resto (calcolato in base a non saprei cosa) lo dà il datore di lavoro: gli 80 euro di Renzi, per esempio, e le festività. Ma che festività sono se non ho lavorato? Bah. Mistero.

Cercate di capirmi, non è che mi lamenti, se qualche briciolo di soldo arriva arriva, solo che non capisco: fanno un contributo per chi è in CIDG e poi non posso prenderlo? Perché, a conti fatti, sforo. Sforo di 30 euro un mese, di cinquanta un altro, ma sforo.

Il Comune, piccolo cucciolo, sono mesi che si sbatte per me, mi manda mail, mi chiama come se fossi sua figlia, mi dice: provaci, rifai i conti. Ma nulla. l’ordinanza è regionale e l’autocertificazione è mia: mi pare di avere già troppi problemi per prendermi pure una sanzione per falsa dichiarazione.

Resta che non capisco il concetto base.

E forse ci sta, può essere che sono un po’ troppo nervosetta. Non è un buon momento, anche se sono rientrata a lavoro. O forse per questo? Sembra che l’universo si concentri tutto adesso: dopo mesi a non fare nulla se non esacerbarmi per ogni bollettino serale, adesso il mondo si è svegliato. E io non mi sento pronta. Sono inadeguata al mondo Covid: non respiro nella mascherina, mi frizzano le mani con il gel. Sono inadeguata al mondo ripartito, come lo sono sempre, ogni mattina: ho bisogno di tempo per partire, mi serve il caffè, mi serve la calma…

E così finisce che litigo pure con piccola Pigra Boss, che la mattina non sente la sveglia (e le mie milleduecento telefonate) e io pensando subito al peggio mi precipito riversandole addosso tutta quella frustrazione di madre inadeguata che mi sento sulle spalle.

Questo anno è terribile.

Ma finirà.

Oh, se finirà…

Per essere peggiore il 2021 dovrà mettersi proprio d’impegno.

 

 

Fuori il vecchio e dentro il nuovo

 

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Non so da quanto tempo non scrivevo con Spoty di sottofondo. Di recente la musica l’ho un po’ ignorata, una cosa strana per me. Io credo che ci sia qualcosa di collegato, qualcosa che mi intravedo dietro a una cortina di nebbia, non ne ho chiari i contorni, ma ha a che fare con una parte di me che non vuole uscire (o che non riesce a farlo). Colpa della Moon-razional/pratica, che da un po’ di tempo cavalca le scene, star indiscussa. Non fraintendetemi, adoro la Moon R./P., mi aiuta a tenere sotto controllo la casa, Little Boss, i conti, il lavoro, ma spesso, a questa, sfugge il lato poetico della vita, le sfuggono i sentimenti, le sfugge emozionarsi per un tramonto o per un abbraccio particolarmente caldo. E le sfugge anche la musica, anzi, la musica, la scrittura di un blog, un po’ la irritano, vede tutto questo come una distrazione, una perdita di tempo. Ma siccome io sono l’intero delle due metà, fino a prova contraria decido io e ogni tanto provo a svegliare la Moon dormiente (a cui non ho ancora dato un nome: Moon testa tra le nuvole? Moon sognatrice? Accetto suggerimenti) forzandola ad alzarsi dal suo torpore con la scrittura e la musica (che stavolta è una compilation che mi ha girato Little Boss e che, strano ma vero, apprezzo- è molto rock).

Questa mega intro mi ci voleva, come sarò brava a farmi prendere dalla Follia Prefatoria (cit.)?

È che il lavoro appena ricominciato massacra, come era prevedibile, e io ci metto del mio andando all’Ikea nel mio giorno di festa.

La mia Little sta per fare un saltone, un vero cambiamento, e le ci vuole di adeguare lo spazio in cui vive alla sua nuova vita. Lo spazio in cui vive è molto piccolo, ma Ikea, sebbene abbia mobili di scarsa (ma economica) qualità, ha un vantaggio: puoi comporre e prendere idee per salvare lo spazio. Così ieri ci siamo avviate in macchina poco prima di pranzo (ora che c’è di nuovo l’aria condizionata sulla piccola Winny, la mia macchina, è stato un viaggio piacevole), ci siamo sanificate, controllate la febbre, disinfettato i carrelli, messe le museruole e abbiamo vissuto un’ora di Svezia 100%. Siamo rientrate con due mobili libreria nuovi per i libri del liceo che verranno (che abbiamo rinominato Berta. In realtà si chiamano Besta, ma Little ha sbagliato a dirlo e secondo noi il nostro nome è migliore), due cassette di legno ancora da tingere (per la sua collezione di libri di Harry Potter) e la solita marea di cazzate che ti restano aggrappate alle mani quando vai all’Ikea: piante finte (le vere non ci provo più, lo giuro), una nuova luce per il comodino, un tappeto colorato per il bagno…avete capito, no?

Il pomeriggio lo abbiamo passato a riorganizzare la sua stanza (stanza è un eufemismo, visto che è un soppalco). E mentre io montavo Berta, a lei avevo dato il compito di buttare via le cose che non le servivano più.

Ora: nella mia famiglia ci sono correnti di pensiero molto diverse tra loro per l’operazione Butta via. Mia nonna materna era una che non conserva nulla. Di rimando mia madre non butta mai via nulla, continua ad accumulare oggetti inutili che negli anni si sono stratificati e, come gli anelli di un albero, dicono quanti anni ha. Mio padre invece è talmente poco legato agli oggetti (ma anche alle persone?) che potresti portargli via mezza casa e neanche se ne accorgerebbe. Io mi sono sempre considerata, ovviamente, una dolce via di mezzo: ho ancora le prime scarpine di Little Boss e il suo ultimo cuccio, ma un cavetto che non so che è non lo conservo dicendo Non si sa mai. E Little Boss di che parrocchia sarà?

Ha inaugurato una nuova diocesi, direi. Mi è toccato controllare nei sacchi neri quello che aveva buttato e meno male! Ho recuperato quaderni quasi nuovi, un portachiavi, mollette decorate, penne funzionanti e, tra le altre cose, il libro scritto da mio nonno con i suoi appunti originali (che sì, mica è un Best seller, ma insomma… a sua discolpa ha detto: non me ne ero accorta che c’era anche quello).

Insomma, via il vecchio e dentro il nuovo.

Finita la parte della sua vita legata ai peluches (che ho trasferito in camera mia) e alle penne colorate. Benvenuta adulitità. Berta è ancora mezza vuota, ma mi chiedo cosa ospiterà: preservativi? Birra? Sigarette?

Questa nuova fase, tanto spaventosa per me, è arrivata così, dall’oggi (finiti gli esami di terza media) al domani (che già chatta con i suoi futuri compagni di scuola di libri e anime).

La vedo felice. La vedo nuova. La vedo cresciuta.

Ma dalla spazzatura ho recuperato anche un suo vecchio diario, di quando aveva 9 anni, e che no, non ce la faccio a lasciare andare.

Come si fa a lasciare che i figli crescano? Io amo Little, ma mi manca anche la Little piccola, paffutella, con i piedini da morsi e quel suo volere la luce accesa di notte mentre stringe il suo gatto di peluche.

Io invecchio e lei cresce.

Il tempo è un bastardo. (cit. 2)

La battaglia del sonno

post 215

 

 

Il mio turbine di pensieri sta prendendo forma, ma ciò non mi impedisce di vomitarne ogni sera di nuovi.

E quindi, mentre l’altra sera ero qui che scrivevo di nuove ricette da provare per il Ristorante e di cose da aggiungere o cambiare al romanzo, oggi sono qui per dire che sì, ho provato le mie ricette e sì ho scritto le mie (spero) migliorie.

Il risultato? Un gran mal di gambe (le piccole erano ferme da tanto, vanno capite, e poi ho accumulato in tre giorni le ore di lavoro che di solito faccio-dovrei fare– in una settimana e mezzo) e anche un po’ di sonno, visto che non voglio mollare il romanzo.

Ma il sonno lo tolgono anche le preoccupazioni.

Come sarà riaprire post Coronaquarantena?, Riuscirò a lavorare ancora come prima?, Come devo tagliare le Sacher per renderle più belle?, Riuscirò a pagare l’assicurazione della piccola Winny?, Riuscirò di nuovo a vedere l’Amico Speciale senza crollargli in braccio dalla stanchezza?, e via dicendo.

Tutti questi sassolini non riesco a toglierli dalla scarpa (metaforica) e la sera prima di dormire, già nel letto e già con Morfeo dolce che sta per prendermi tra le sue braccia dopo la lettura di trepaginetre di libro, ecco che tornano a tormentarmi. Che fare? Camomille? Sonniferi? Botte in testa?

Questo è l’ultimo tentativo che mi offro dopo 3 episodi di Gossip Girl insieme a Little Boss (dopo aver visto l’ultima stagione di Dark guardare Gossip Girl fa male al cuore: come dico sempre, cosa non si fa per amore).

L’Amico Speciale lo sto vedendo come in quarantena: mai. Domani sera sarebbe la nostra serata, ma io sabato ho il Gran Galà delle debuttanti, debutto sul palco del Ristorante, e invece della tastiera immaginaria che scrive parole sognerò bavaresi al mirtillo (che mi sono venute speciali) e mignon alle nocciole.

La piccola Boss invece è speciale come sempre: tifa per me, mi sostiene e capisce al volo quando non tira aria per chiedermi di fare gli straordinari anche a casa: si accontenta di una pizza surgelata per cena e non si lamenta se al posto delle sfoglie al cioccolato autoprodotte trova i biscotti del Mulino Bianco. Anzi, del discount. È una piccola santa. Da suo padre, il Re degli Inferi parte prima, ha preso solo gli occhi.

In questi giorni, già concitati di suo, ci ha messo il carico da undici, inondandomi di messaggi (l’ultima tranche è stata di ben 25 uno dopo l’altro) e costringendomi così a sfogarmi: dovevo parlarne con qualcuno. Ma siccome tutti quelli che mi conoscono sono arcistufi di sentire sempre le stesse cose (e anche di dirmi sempre le stesse cose) e, inoltre, ogni volta che mi manda fuori di testa io mi incazzo principalmente con me stessa e ciò non mi piace affatto, mi sono risolta per il 1522. Devo dire che ho fatto una bella scoperta. In pratica quelle donne (porette) stanno lì solo per sentire gli sfoghi di altre donne che sono troppo inette per fare la cosa giusta (come lo sono io). Ma ora so che se voglio sfogarmi e urlare che lui è un demente e che è un prepotente eccetera, posso fare 4 semplici numeri. È una cosa che devo tenere presente.

Io non so come Little possa essere così fantastica: nata da una madre inetta e un padre stronzo.

Quando si dice che la natura fa miracoli…

Adesso devo proprio andare.

Ora sono curiosa di sapere chi vincerà stanotte: le parole sulla tastiera o un’ipotetica mousse al mango?

Chi vivrà vedrà.

Ma che disperazione

 

 

Ho il cervello intasato. Tanto pieno che le idee non si muovono, c’è traffico, la fila, i lavori in corso. E continuo a modellare idee, senza sosta.

Riapriamo il Ristorante tra poco. bisogna rifare tutte le preparazioni. Già. Ma quali? Dopo quattro mesi non ricordo cosa facevo, come lo facevo, quando lo facevo. Con chi lo facevo, invece, sono certa: io e io.

Cosa fare? Il mio campo, uno dei miei campi per l’esattezza, o il campo in cui voglio finire, ancora più esatto, è la pasticceria: siamo in estate: gelati, semifreddi, sono un vomitatoio di nuove proposte. Un tartufo gelato con scaglie di nocciola e cioccolato? Un mignon con una crema anidra al limone autoprodotta? Un semifreddo al tiramisù? Una monoporzione al mango e panna?

Ho TROPPE idee.

E non solo per il lavoro pagato.

Le idee fioccano anche per il lavoro gratis d’amore dei.  La scrittura. Sono nella fase due del mio romanzo, una riscrittura capitolo per capitolo, cercando di migliorare, arricchire e correggere la trama. La notte prima di dormire mi vengono delle frasi e per ogni parola immagino la sua composizione sulla tastiera. Poi accendo la luce, prendo il blocchetto celeste sul comodino, con il nome giusto, Toughts I need to write before I fall asleep (l’ho comprato da Tiger? Da Willy? Maledetto Alzheimer precoce!) e scrivo delle note che al mattino non riesco a leggere. Chi non legge nella sua scrittura è un asino addirittura, dice sempre mia madre.

E poi la mattina alle sei la sveglia suona, mi rigenero con il caffè, metto le dita sulla tastiera e vado. Vado. Vado. Sto correndo come Forrest Gump prima di togliersi le protesi. La speranza è quella di arrivare a ottenere una maglietta gialla da sporcare con lo smile (se non avete riferimenti, guardate/leggete Forrest Gump: ne vale sempre la pena).

Dopo le otto spengo il pc, infilo una tuta e dedico il cervello intasato al lavoro: pulire, sistemare, riorganizzare. Nuovo ricettario (in word, stampato e sistemato), nuovo menù (scritto e organizzato), nuovo laboratorio di lavoro, con 5 macchine in più, tutte da imparare, da studiare, da usare, soprattutto.

Ho il cervello intasato.

Norme HACCP, nuove etichette, nuove procedure, il Covid e le mascherine, sanificare, i fogli per conservare i dati dei clienti, le strisce in terra. E poi la pubblicità: nuovi post sui social da creare, fidelizzare il cliente, prodotti più belli (ma sempre buoni).

Ma questo cazzo di posto è mio?, mi chiedo. Eppure non riesco a farne a meno. E mentre domani i miei colleghi dormiranno beati nei loro letti, io sarò ancora lì, a vedere di sistemare la bilancia, di ordinare il magazzino, di fare la lista per i fornitori.

Mi faranno santa? Non credo.

Mi faranno tonna? Più probabile.

E mentre scrivo tutto questo, il mio unico pensiero va a una carella di Word, nominata genericamente Romanzo. Senza titolo, ancora. Non vedo l’ora di rimettermici. Anche se so che devo cercare di non correre troppo, non troppe parole al giorno, perdi mordente, Moon, dopo le prime 5000 parole.

Il tuo romanzo mediocre. Il tuo piccolo un po’ deforme. Ma il tuo primo piccolo.

Ma che disperazione nasce da una distrazione.

Avere questa gioia nello scrivere… non ha prezzo.