Sometimes they come back

post 161

 

 

Eccomi tornata a casa, sto prendendo il secondo caffè della mattina (decaffeinato, che sto cercando di riequilibrare la mia alimentazione) e fuori piove. Non che sia una novità, su sei giorni di ferie, tre sono state bagnate di pioggia, già meglio di come dicevano le previsioni.

Giorni di mare? Zero. Dopotutto ha ragione l’AP (Allegro Pessimista), quello non è mare. Ma almeno l’ho annusato. L’albergo (già chiamarlo così significa dargli un riconoscimento di cui non ha diritto) ha svelato il suo essere cheap sin dal primo giorno. Dico solo che ho ringraziato il cielo tornando a casa e trovando stoviglie e bagno puliti.  Inoltre (ma è normale per quei posti, lo so) c’era la Feria del Vecchio in Vacanza. All’ora di colazione e cena dovevamo sgomitare per avere una porzione di cibo non meglio identificato e bevande annacquate. Ho una teoria sulle bevande: credo che, data la presenza massiccia di persone over 70, che non volessero farle ubriacare o sovreccitare. Squisita, come premura, ma io la mattina non lo voglio l’orzo nel mio caffè! Ora. Che, come dice Little Boss, mi faccia meno male tutto questo, è vero. Ma…

Ah. Dimenticavo la piscina. Ecco. Dimentichiamola.

Nonostante ciò siamo donne risolute, e automunite per giunta. L’auto ce l’ha munital’Amico Speciale, visto che la sua è nuova (e a gas, con aria condizionata funzionante) e la mia Winny invece è già una sessantenne con problemi di olio e una frizione durissima (ma come ho fatto non accorgermi di avere una frizione così dura?). Dicevo: donne risolute e automunite.

Il primo giorno abbiamo espatriato, il nostro primo espatrio insieme, il primo espatrio di Little Boss. Abbiamo varcato il confine nazionale senza nemmeno accorgercene. San Marino è davvero carina. Ma è fredda. O almeno, lo era quel giorno. Fredda e nebbiosa, sembrava di stare a Silent Hill, ma con più turisti.

Belle le torri, bello il Passo delle Streghe, ma alla fine del pomeriggio sembravo un cubetto di ghiaccio, mentre Little Boss aveva una magliettina a maniche corte e diceva Ah, come si sta bene. Forse non è mia figlia. Usa troppi prodotti da bagno, adora i pantaloni a vita alta, non le piacciono le linguine, ha sempre caldo. Dovrò indagare all’ospedale dove ho partorito…

Il giorno dopo abbiamo visto Gradara. Giro con il trenino turistico, pranzo decente in un ristornate (Portami la tagliata. Cottura? La voglio che fa ancora muu), passeggiata sui camminatoi delle mura con panorama mozzafiato. E un bel sole.

E poi dovevamo scegliere: acquario di Cattolica o Oltremare? Oltremare ha vinto e non me sono pentita. Little Boss si è divertita tanto a fare i giochetti del passaporto che danno all’ingresso ai bambini (all’inizio si è sentita offesa, ma poi ha visto che cosa doveva fare e ha cambiato idea. Torno ai tempi della mia giovinezza, ha detto). Inutile dire che lo spettacolo con i delfini è stato il più emozionante. Ma.

Ma non sono riuscita a non pensare che da un momento all’altro avrebbero detto la mitica frase: addio e grazie per tutto il pesce. E di pesce ne hanno mangiato uno sbotto, quei sei, durante lo spettacolo.

E poi il sabato. Il sabato del rientro. Ho pagato l’albergo anche meno del prezzo previsto da Booking, ma non ho fatto domande, sarebbe stato idiota. E poi direzione Bologna.

Ecco. Bologna. Festival del Be you (l’agenda che ha preso il posto della nostra vecchia Smemoranda, in pratica). Un Festival per ragazzine di 12 anni (come è Little Boss), dove non si altro che ore di fila per incontrare gli Idoli. Ok. E chi sono questi Idoli? Boh. Mica ho capito. Youtuber, per lo più, altri ragazzini che fanno gaming, star di Tik Tok(lo avrò scritto bene?), insomma per me perfetti sconosciuti. Ho visto cose che voi umani… ho visto e sentito ragazzine urlanti, genitori annoiati, incazzati, basiti. Ho guardato Little Boss negli occhi e ho pronunciato questa frase:

Se mai un giorno litigheremo (fisiologico, prima o poi, nonostante tutti i Ti voglio bene e i Dammi un abbraccione e Ancora un bacino, dai) e mi dirai l’altrettanto fisiologica frase: Tu non mi vuoi bene, ecco, in quel momento ti ricorderò questo giorno e ti dirò che se non è Vero Amore questo, non so mai cosa possa esserlo.

Ha risposto: ma noi non litigheremo mai. Illusa. E poi una bella rufianata: io ti voglio troppo bene.

È così che mi frega. Sempre.

In conclusione siamo state felici di tornare a casa, perché è bello sì partire, ma anche tornare. E devo dire che L’Amico Speciale mi è mancato davvero. Sono stata felice di trovarlo a casa mia al rientro.

E anche se non è stata certo una vacanza da sogno, non è stato quello che mi aspettavo (un po’ di mare me lo aspettavo, i costumi non hanno visto la luce), è stata bella perché ero con lei. E abbiamo riso tantissimo, soprattutto dei vecchi che sgomitavano al buffet dell’Hotel, e dello sciacquone che buttava acqua di continuo e del traghetto Caronte che faceva tre metri sul fiume per portare la gente da Cattolica a Gabicce per 40 centesimi (gli abbiamo arrotondato le tasche, a quello), e della puzza di pesce ovunque, del panorama dal nostro balcone vista altri Hotel, dell’alligatore a Oltremare che ha terrorizzato Little Boss (e del relativo cartello che diceva: non gettate oggetti agli alligatori, chi lo farà verrà accompagnato a recuperarli personalmente  subito dopo), e delle foto che ci siamo fatte, e di tantissime altre cose che ricorderemo per sempre.

Ho ancora 4 giorni di ferie da dedicare alle lavatrici, alla spesa, alla lezione di Little Boss, al secondo capitolo di It che è appena uscito al cinema…

La foto rappresenta uno dei momenti condivisi con Little Boss. Perché l’alba dal mare mica siamo mai riuscite a vederla…

Annunci

A volte sto anche bene

IMG_1995 2.jpeg

 

 

La settimana inizia così: una tazza di caffè mentre Little Boss ancora dorme, un salutino a Raschio, una candela alla vaniglia e i mille pensieri che mi affollano la mente.  Ho una To do list zeppa questa settimana, che è l’ultima di lavoro prima delle ferie.

Ho quindi voglia di cullarmi ancora un po’ nel dolce far niente, prima di partire alla carica. Ho voglia di scrivere qui, ancora.

Ho passato un sabato busy, come direbbe la mia Ale, il lavoro mi ha stroncato le ginocchia, ma una promessa è una promessa (mi pare sia anche il titolo di un film, sbaglio?) e ho dovuto accompagnare Little Boss in Città per sostituire il vetro del suo telefono. Trovo molto interessante il luogo verso il quale ci siamo dirette: un buco semi nascosto dove tre ragazzini (proprio: ragazzini) cinesi hanno dato un’occhiata veloce al suo smartphone e hanno detto: sessantacinque, tla mezz’ola. E in mezz’ora in effetti, mentre io, Little Boss e l’Amico Speciale ci deliziavamo il palato con una specie di the con le bolle di gelatina (se mai vi capita di andare in un Bobble Bobble non scegliete il Matcha: fa schifo alla grande, specie con le palline di Tapioca), hanno cambiato il vetro, perfetti, precisi, con la metà dei soldi che mi chiedeva il Centro Apple. Stupefacente.

Dopo questo gran risparmio ho ritenuto giusto invitare tutti per un aperitivo e una cena, quindi dopo un Coca-prosecco-birra ci siamo diretti in un locale da gourmet, adatto alle mie tasche (se voglio andare in ferie le mie tasche devono essere strettine): il mitico Mc Donald. Erano anni che non ci andavo, credo di averci portato Little Boss solo due volte e lei se ne ricorda solo una, quindi la prima volta mi sa che più che mangiare ha giocato con lo scivolo lì fuori, con grande guadagno per la sua salute. Mentre eravamo in fila, due ragazzini (l’età sarà stata quella dei cinesi del negozio) si sono fatti portare al tavolo ben 20 cheeseburger. Interessante modo di passare il sabato sera, ha detto l’Amico Speciale. Ma loro sembravano felici di quella pseudo sfida spacca stomaco. Lo sembravano un po’ meno quando io e Little Boss gli siamo passate davanti dopo una ventina di minuti per andare in bagno. Mi sono fermata davanti alle carte unte e appallottolate, erano quasi alla fine: come va ragazzi?,ho chiesto. Insomma…, ha risposto uno dei due. Tranquilli, domani sarà peggio,ho concluso. Dalle loro facce nauseate credo di non aver sbagliato oracolo.

Il sole ancora non era calato, e Little Boss fa: andiamo a giocare a bowling?

Di nuovo, sono anni che non gioco a bowling, ho pensato. E qui la conclusione è partita da sé: sono anni che non fai un cavolo di nulla!

In pratica la sala da bowling l’abbiamo aperta noi, se la russa che la gestisce mi dava una scopa sono certa che le avrei dato una mano. Che nomi mietto ragazzi?, ha chiesto poi. Mi fa sempre un po’ strano sentir parlare un russo, sembra a volte la caricatura di se stesso (un po’ come i cinesi di prima), solo che mi ributta anche negli anni ’80, in mezzo alla Guerra Fredda, e mi aspetto sempre che ne esca fuori uno scontro tra spie in stile James Bond.

Drugo, Bunny e Maude, gli faccio. Mi aspetto che qualcuno, se non lei almeno il tizio che ci dà le scarpette, colga la citazione. Ma non siamo in una sala da bowling? Possibile che nessuno, qui, abbia visto Il grande Lebowski?

A quanto pare no, visto che il tizio quasi si incazza a sentir nominare Drugo. Niente Drughi, qui! La porta è quella!

E ora siamo pari, perché come lui non ha colto la mia, di citazione, io non raccolgo la sua. Ci vuole l’Amico Speciale per spiegarmi che i Drughi sono i tifosi della Juve. Abbiamo incappato in un Interista, si vede. Maledetto calcio…

Chiarite le cose ripeto quattro volte Bunnyalla russa. Vanny?, chiede. No, Bunny, con la B di Bologna. Ah, come il coniglio!, mi fa lei. Mi arrendo. Mi becco il nome del coniglio sullo schermo. Accontentiamoci.

Little Boss rischia di rompere la pista un paio di volte, io invece pensavo peggio, un paio di Strikeli infilo (ma mai quanti i miei Gutter), con il risultato finale che, ancora oggi, mi fa male il gluteo sinistro e il braccio destro: una vera campionessa! Alla fine vince Drugo, come da copione. Magari se mi davo il nome di Jesusavevo qualche possibilità.

Più tardi l’Amico Speciale mi scopre a guardarlo mentre sorrido.

Che c’è?, Che sorridi?, mi fa.

Niente. Ah, che risposta fastidiosa. La dico apposta. Ma poi non reggo e gli dico:

È che sto bene.

E questo è il massimo della dichiarazione che posso fargli al momento. Ma lui lo sa. E restiamo abbracciati fino a che Little Boss non ci dice: mi fate venire il diabete!

Breve storia di una Paranoia

post 157

 

 

Paranoia e Moon erano sempre state legate da un sentimento reciproco di dipendenza e odio, amore e repulsione. Si conoscevano dalla notte dei tempi, forse molto prima che Moon avesse coscienza della sua vita. Paranoia, pur di restare accanto a Moon, assumeva le forme più disparate e si presentava alla sua porta in qualsiasi occasione, compiaciuta del fatto che Moon, in sua presenza, smettesse di mangiare, dormire, parlare, scrivere, a volte. Paranoia è sempre stata un po’ una stronzetta, si sa.

Una mattina decise di prendere una delle sue forme più temibili. Forse voleva punire Moon di non averla ascoltata per (addirittura!) due mesi, forse si era alzata con la zampa caprina sbagliata, chi può dirlo, fatto sta che mentre Moon sorseggiava il suo primo caffè della mattina, appena uscito dalla moka, profumato come non mai, si avvicinò a lei e si mostrò in tutto il suo splendore.

Sono la Paranoia di Essere Incinta, tuonò. Per te, che ami gli acronimi, sono PEI!

Moon saltò sulla sedia, spaventata e, incredibilmente, iniziò a sentire cattivo il suo caffè. Aveva proprio un sapore orribile.

Stamani hai particolarmente sonno, disse Ragione alle sue spalle. Ragione e Paranoia non erano mai andate d’accordo, battibeccavano di continuo. Sfortunatamente per Moon però battibeccavano quasi sempre di notte, a voce alta, e riprendevano al mattino, spesso, mentre faceva colazione. Avere a che fare con quelle due non era roba facile, ma va detto che spesso Moon seguiva i consigli di Ragione, ignorando Paranoia. E così fece quella mattina, mentre Ragione continuava a ripetergli che era solo stata un’incapace a prepararsi la moka.

Così Moon arrivò a lavoro e si fece fare il suo (meritato)secondo caffè da Micro(bo),sicura che avrebbe, stavolta, riconosciuto il favoloso aroma di sempre.

Ma no.

Continuava a sentire il caffè cattivo. A tal punto che decise di saltare tutti gli altri caffè della giornata.

È solo un caso, continuò Ragione. E poi ti è successo anche quella volta che poi hai scoperto avere l’influenza, ricordi? La mattina sentivi il caffè cattivo e la sera avevi la febbre a 39.

Moon ci pensò su. Vero. Questo è proprio il caso di capovolgere il vecchio (e orribile) detto toscano del Meglio questo (cioè rimanere incinta) di una malattia. Direi che stavolta faccio il tifo per la malattia.

Ma Paranoia continuò a lavorare alle gambe della povera Moon tutto il giorno e la sera. Fino a notte fonda, quando la luna sorprese Moon (e il che è metaforicamente allitterante) ancora attaccata al suo telefonino a leggere pareri sui forum più disparati. Sintomi del primo mese di gravidanza.

Ma Moon, non ne hai già avuta una?, diceva Ragione. Non ti ricordi più che Sapevi, che Sentivi, e ora non senti nulla, no? Macchè incinta! Sarà un’indigestione, idiota! O il risultato del tuo mangiare a cazzo che tieni da troppi anni! È più facile che ti venga una trombosi con le schifezze che prendi per non restare incinta piuttosto che una gravidanza. Cristo! PENSA, dannazione!

Ma Moon ascoltava solo PEI, ormai. E si tastava il seno per sentire se le era gonfiato, pensava che sì, era stanca, stanca morta, sfinita, non riusciva più a fare le stesse cose di mesi fa, ma nemmeno di questo inverno, e allora Ragione diventava scema a dirle che era solo STRESS, si arrabbiava come una matta, povera Ragione, ma sapeva che avrebbe dovuto giocare una sola carta: il test.

Ok, Moon, comprati ‘sto test di gravidanza e smetti di rompere i coglioni.

E così Moon fece. Dopo una mattinata in cui era sicura di avere dolori al basso ventre, vertigini, stanchezza, nausee, fece una scappata al supermercato, senza farsi vedere prese il test di gravidanza attaccato accanto alla cassa e corse a casa, con il cuore in mano. A malapena chiuse la porta di casa, corse in bagno, orinò sul test e mise il timer al suo telefono.

-5

-4

-3

-2

-1

Ok.

Una sola lineetta.

Nulla.

Non sei incinta. Visto, cretina? , disse Ragione.

PEI lanciò un urlo dio dolore, ormai sconfitta. Moon la vide scivolare dentro lo scarico mentre faceva la doccia.

Ragione sorrise, soddisfatta. E concluse:

Ora però scrivici su, di questa roba, per favore. Così te lo ricordi anche tu quanto sei scema…

La sfida più difficile

post 156.jpg

 

 

L’unico giorno in cui posso fare la buca nel letto l’Amico Speciale va a lavoro presto, sciottola in cucina, ci tiene ad abbracciarmi stretta prima di uscire, lui, che appena apre gli occhi è già super attivo. Io, che appena apro gli occhi sono uno zombie, ho bisogno di litri di caffè e almeno mezz’ora di silenzio assoluto. I risvegli con lui per me sono un piccolo trauma e non c’è nulla da fare, lui si diverte tantissimo a vedermi così.

Ho provato a tornare a dormire, nulla da fare, una volta sveglia sono sveglia e inizio a detestare il letto, mi sta proprio antipatico quando non serve alla sua funzione, quando Morfeo se ne va me ne devo andare anche io.

Mi risveglio in una casa stranamente silenziosa, Little Boss è da suo padre, la vado a prendere tra poco. L’ha portata al mare, il mio ex, per la prima volta dall’inizio dell’estate, gli era presa una specie di ripicca, sono mesi che le tiene il muso, che le rivolge a stento la parola, che la punisce perché non mi odia come fa lui, non capisce che il mondo non funziona con le fazioni, che se qualcuno non odia chi odia lui non è un nemico necessariamente, ma è tutto inutile, nessuno riesce a farlo ragionare e chi ci rimette è una bambina che si trova un padre a metà, un padre che non sa fare il padre, che non ne è proprio capace. Poteva andare peggio, mi dico a volte, poteva fare di peggio, ma ogni volta che ci penso mi rendo conto che non lo so pensare, questo peggio, penso dalla parte di chi è genitore e mi arrabbio tantissimo. Ma no, più che la rabbia mi morde la preoccupazione.

Sono talmente preoccupata che la sogno la notte, Little Boss, la sogno ribelle, la sogno triste, la sogno infelice. Poi mi sveglio, vado in camera sua, la guardo mentre dorme pacifica, la pace di chi ancora non ha fatto quello scalino nel mondo dei grandi, solo quando dorme riesco a vederla così, ancora una bambina, ancora un esserino indifeso, come quando aveva pochi mesi e si addormentava tutta rannicchiata sul mio petto, il faccino tondo rivolto in su, la manina stretta al mio dito. Per anni mi sono chiesta se questa separazione l’avesse turbata: chiedevo a chiunque di darmi un’opinione, Ma secondo te sta bene?, la vedi tranquilla?, a scuola avevo mobilitato tutte le maestre, poi alle medie anche i professori, ma la risposta era sempre la stessa: è allegra, solare, sta bene con i compagni, va bene in tutte le materie. E allora alla fine ho smesso di chiederlo agli altri, lo chiedo a lei, ora, la abbraccio e glielo chiedo, oppure la abbraccio e basta, a lei ancora piace se la abbraccio, ancora lo vuole quel calore, vuole i baci a consumare le guance, vuole sentire che ci sono, che le voglio bene, che non la lascerò. Ancora vuole tutte queste cose, che sono le cose che voglio anche io, e quindi tra di noi tutto va bene. Ma sono preoccupata lo stesso. Un po’ lo sono per natura, una che si preoccupa, un po’ so che non sarò in grado di salvarla dalle delusioni, dal dolore, al limite potrò cercare di non dagliele io, ma anche su questo come posso garantire? Come posso dire ora che non la deluderò mai quando so per prima che tutti i genitori, prima o poi, per un motivo o un altro, deludono?

Era un giorno di novembre, dopo la raccolta delle olive. Faceva freddissimo e io e il mio ex siamo andati in un bar a berci una cioccolata calda. Ero vestita come l’omino della Michelin, forse avevo proprio una giacca con la scritta Michelin a dire il vero, ero stanca ma felice, non mi ricordo nemmeno più perché. È stato in quel momento, mentre soffiavo sulla tazza, che ho deciso. E ho deciso io, non ricordo di aver chiesto, ricordo di aver comunicato. Avevo 27 anni e volevo un figlio.

È stato in quel momento che la mia vita è cambiata. È stato in quel momento che ho intrapreso la sfida più difficile della vita.

Una sfida alla quale non rinuncerei mai per tutto l’oro del mondo.

 

Lunedì, il mio Armadio, ciliegie

fullsizeoutput_d5a

 

 

Sono giorni che il sole non dà tregua, picchia duro manco fosse Mohamed Ali, giusto per ricordare la favolosa canzone di Mengoni che Little Boss mi fa sentire un giorno sì e uno sì. Oggi, che è l’ultimo giorno di scuola (grazie al cielo!) e che ho prenotato in un bel ristorante con piscina per una mini fuga mia e di Little Boss dalla vita, immaginando di mangiare frittura e sbiaccarmi( ovvero fare il biacco)al sole su un comodo lettino, leggendo la Nothomb fino all’ultima pagina, ovviamente è nuvoloso con probabilità di precipitazioni, dice il Meteo del mio telefono. 

Si chiama in realtà Legge del Menga. O di Murphy, fate voi.

Ma non desisto. Vado lo stesso. Al limite starò sotto le nuvole sul lettino, leggendo comunque il mio libro e ascoltando Spoty a diritto, visto che mi sono fatta una nuova scheda telefonica con XX giga di internet e ho con me il Super batterione, come lo chiamiamo io e Little Boss, un regalo del mio Amico Atipico. 

Sabato era il compleanno dell’Amico Speciale. Non ha voluto regali, siamo andati a cena fuori. Abbiamo parlato in modo serio, io con un po’ di tremarella in stile pulcino bagnato, lui con la faccia da Vorrei prendermi cura di te anche se so che sei una donna forte e non ne hai bisogno: una faccia davvero impegnativa, non trovate? Fa tante facce diverse, di recente, l’Amico Speciale. Ha la faccia da Ti amo ma posso spiegarti, in stile Catalano, quella da Vorrei darti tempo, ma io ho appena compiuto 46 anni, anche quella da Per me sei la donna giusta. Poi ci sono le facce interrogative: Io sono per te l’uomo giusto? , e quella, terrificante, Sei sicura che non vuoi sposarti? Eh. Dopo questa faccia ho solo detto: Andiamo a prenderci un aperitivo, che dici? 

Da brava maniavantista (un lavoro del tutto inutile che dovrei smettere di fare) gli ho ricordato che essere nella mia vita non è una passeggiata: sono un pacchetto pesante, io. Che un conto è ascoltarla, la mia vita, come fanno tutti, e un conto è esserci, con tutti i piedi nella merda. Non ho mica paura, lo so perfettamente, ha detto la sua faccia. 

E io voglio crederci. Non ho poi molte alternative. 

E quindi abbiamo detto di provarci. Sul serio. Fare questo tentativo. 

Ne ho già parlato alla piccola Boss, che come sempre mi dice: voglio solo che tu sia felice, e mi fa sciogliere in una pozza ai piedi che profuma di amore. 

Mi fa un po’ strano decidere a tavolino di iniziare una relazione, specialmente con chi per anni ha vissuto la mia vita come un porto di mare, restando e andando, seguendo il flusso dell’onda. Non so decidermi sulla sensazione che mi dà questa nuova cosa. Da una parte è una zona confort (se così si può chiamare per mille motivi), dall’altra invece è sentirsi finalmente liberi. 

In ogni caso sta vincendo Armadio, nella famosa lotta. Un Armadio come quello dell’Ikea che abbiamo montato insieme io e lui una mattina di due anni fa e che ora è in camera mia. Piccolo, incasinato, ma confortevole. 

Una nuova Moon con nuove regole, un Moonverso che si sposta un pelino.

E vediamo come va, ho detto L’amico Speciale, che ormai di amico ha ben poco. Devo firmare qualcosa?, ha concluso ridendo. 

E a firmare tra poco dovrò essere io, invece, per la causa di affido di Little Boss. O per una denuncia, chi lo sa. Stamani, mentre provavo a richiamare per la sesta volta il mio avvocato, ho incrociato TDL. Mi ha mandato un messaggio, Le vuoi due ciliegie? Per la bimba, ha aggiunto. Mi sono fermata, Bella maglietta, ti vedo stanca. Lo sono. Non riesce mai a regolarsi con il cibo, pare che abbia passato il dopoguerra, penso mentre mi dà il sacchetto di ciliegie. 

Mangiale, che ti fanno meglio delle schifezze che ti piacciono. E poi smettila di dimagrire. 

Va beh. Intanto provo a vedere se recupero un paio di chili con una bella frittura di pesce al ristorante…

Il Tempo giusto

post 139.jpeg

 

 

Stamani tritavo la mozzarella per la pizza per il Ristorante. Mi capita spesso, facendo lavori ripetitivi dove il neurone non ha bisogno di sforzarsi, che mi arrivino pensieri inaspettati. Capita un po’ a tutti, credo. Poi mi capita, però, anche un’altra cosa: se faccio un lavoro ripetitivo per la prima volta e ho un certo pensiero, tutte le volte successive che faccio quel lavoro mi arriva lo stesso pensiero. Un esempio: la prima volta che riempivo i bignè alla crema con la sai à poche, che non sapevo usare, ho pensato all’appuntamento con la mediatrice familiare: dove avrei parcheggiato, cosa le avrei detto, alla finestra affacciata sulla scuola elementare che ho frequentato, ai suoi capelli corti, al suo cognome fin troppo familiare. E così, ancora oggi, quando riempio un bignè alla crema, il pensiero mi va a quella fragile (e dannosa) ragazza, al suo studio, al suo modo di parlare eccetera. 

oggi, quindi, tritavo la mozzarella. La prima volta che ho tritato la mozzarella da pizza avevo 17 anni, l’estate prima del diploma. Lavoravo per uno stereo nuovo, per le vacanze prima dell’ultimo anno, ascoltavo Alanis Morrisette (c’era quella canzone, Hand in my pocket, che aveva un strofe che facevano per me: I feel drunk but I’m sober, I’m young and I’m underpaid, I’m tired but I’m working)leggevo tutto Calvino con libri presi in biblioteca, giravo in piena estate di mattina con la felpa, facendo incazzare mio padre, portavo pantaloncini di jeans cortissimi, facendo girare il tipo trentenne del bar che lavorava lì vicino e che due anni dopo sarebbe diventato il mio quasi amante. 

E a volte, la domenica pomeriggio, mi mettevano a tritare la mozzarella, prima che la pizzeria aprisse, prima che il mondo si svegliasse, perché lì, dove lavoravo, sembrava la morte prima della sette della domenica. E io avevo la pelle del colore dell’aragosta che premeva sui vestiti, perché non perdevo nemmeno un istante libero per andare al mare, da sola, prendendo almeno tre mezzi pubblici e perdendo due ore che in macchina ci avrei messo mezz’ora. E mentre tritavo la mozzarella pensavo alla mia vita da grande, che avrei avuto un appartamento in città, che avrei vissuto da sola per un po’ (che ci crediate o no, questo sogno è stato il motivo per il quale è finita la storia con il mio primo ragazzo, oltre al fatto che avevo deciso di fare l’università e lui invece no), che avrei avuto un cane, o un gatto, un ufficio che mi avrebbe visto fare cose inimmaginabili (letteralmente), immaginavo la mia auto, i miei tacchi, i miei completi, le mie acconciature, gli uomini che avrei frequentato. Non mi vedevo sposata. Non mi vedevo con figli. Non mi vedevo insieme a, ma da sola con. 

Stamani quel pensiero, prepotente, è tornato. E ho riso di me, ho riso di gusto proprio, mentre cercavo di mandare via la stanchezza, la preoccupazione per Little Boss, che i miei puntini sulle I hanno scatenato un bombardamento che lei sente, nonostante io cerchi di tenerla al sicuro nel bunker, ma la guerra c’è, è in atto, e andava fatta, bisognava rispondere, non si può sempre subire, anche questo devo insegnarle, che non si può sempre subire. 

Ho riso mentre cercavo di capire che il mio sogno in parte l’ho realizzato a 40 anni, e che ormai però è tardi, certe cose vanno fatte a 20, e io a 20 già vivevo insieme al mio ex. 

E come al solito faccio bilanci e arrivo a dire che la vita l’ho vissuta al contrario, a 20 anni ero già sposata, a 27 ho avuto una figlia, a 35 ho ricominciato l’università, a 40 vivo da sola. 

E forse la voglia che ho è solo di normalità. Forse è il kairòs, come mi ha ricordato qualcuno qui, da qualche parte, in qualche articolo. Forse questo è il momento giusto, il tempo giusto. 

Forse è solo il momento di provarci. 

Provarci davvero. 

La mia eredità

post 137.jpeg

 

E finalmente ecco il sole.

Caldo sulla pelle che non chiede altro che esporsi.

Solo che devo ricordarmi di aggiustare il condizionatore in macchina, che sono tre anni che perde gas. E se devo farmi un viaggio per andare dal mio avvocato mi serve.

Parcheggio in un posto incredibilmente vicino e dove non si paga dopo le due del pomeriggio, in pratica un culo che mai avrei pensato di avere in Città, e lascio che la signora del bar dove prendo il caffè (e una bevanda che è una sòla indecente) mi dica quanto vorrebbe prendersi una casetta dove vivo io, mentre io vorrei prendere una casetta dove vive lei. Quasi quasi sto per proporle uno scambio (equo e solidale: un monolocale nel buco del culo del mondo VS un appartamento in città) quando mi suona il telefono. Sono in anticipo per il mio appuntamento, posso passeggiare lungo le mura, chiacchierare del più e del meno con l’Amico Speciale che lo so che vuole solo distrarmi un po’, allentare la tensione prima che io metta i puntini sulle I. che poi è quello che sono venuta a fare, qui, a 50 chilometri di distanza da casa, in una giornata che era meglio se ero (finalmente) al mare, al limite in piscina.

Il mio avvocato profuma di lavanderia, mi dice : Sei biondissima, come stai bene, mi fa accomodare, mi guarda fisso negli occhi e dice: io però sono stufa, questo uomo (il mio ex, Ndr) è davvero pesante. Io rido. Tu sei stanca? Che sei in questo pastrocchio solo da sei mesi? Io ci sono da quasi quattro anni.

Ci mettiamo di buona lena a mettere i famosi puntini sulle I, scriviamo una bella lettera, ci consultiamo con l’altro mio avvocato per telefono, che ha appena partorito, ma nonostante la fatica di una bambina di due mesi è davvero cazzuta quando dice la sua. Sì, ho due avvocati, nemmeno fossi Riina.

E sebbene fossi arrivata con il sole e il caldo e la tensione, esco alleggerita, positiva, so di aver fatto la cosa migliore che potessi fare per la mia Little Boss, lo so perché lo sento, e io ormai a quello che sento do un gran peso. E la sera, quando ritorno a casa con la piccola in macchina, lei me lo conferma. Mi chiede cosa ho fatto nel pomeriggio, le spiego le cose a grandi linee, ma senza trascurare nulla. È nel suo sguardo che trovo conferma. Come se mi stesse dicendo:prenditi cura di me, non lasciare che debba fare le cose da sola.

E no, piccola, che poi piccola non sei più. Tu da sola non ci sei. Il mio avvocato ha voluto vederti e le ho mostrato un video dove cantiamo Tanti auguri a Ale, lei ha detto: come è dolce, e tu lo sei davvero, piccola. Sei la migliore. Sei forte, energica, intelligente, piena di vita. E io quello voglio conservare, quella fiammella che accende la tua vita, e per farlo donerò ogni goccia delle mie energie.

Vorrei essere solo un esempio migliore, ma non sono più una fan della perfezione. Ho una piccola vita, fatta di piccole cose: un caffè che profuma di zenzero, lo smalto blu sulle unghie, l’ultimo pezzetto di cioccolata all’Irish Coffe di Ale, la piastra per i capelli abbandonata in terra nel bagno, il ricordo di un bacio, lettere, nero su bianco.

Alla fine sono fatta per tre quarti di inchiostro.

Spero di lasciarti almeno questo.

 

Fallimento

post 134.jpg

 

Qualche anno fa ho imparato che la vita è una questione di Punti di Vista (PDV), che si vive in tanti modi e che tutto dipende dalle lenti con le quali guardi il mondo.

Incontestabilmente vero.

I miei occhiali oggi sono di un bel Dark Black.

Mi sveglio e fuori piove. Già questo basterebbe a farmi tornare a letto. Ma non posso, non io, che sono responsabile, che devo portare Little Boss al pulmino, che devo andare a lavoro, lì ho mille cose da fare, il martedì si riapre e ci sono tutte le preparazioni.

Arrivo e trovo un pacchetto dello Shogun, un libro che gli avevo prestato e che mi ha rispedito per posta. Non lo apro, lo ficco nella borsa e via.

Il mio avvocato mi ha spedito un messaggio dalla controparte (è così che si chiama, no?) che non accetta nulla di ciò che ho proposto. Ma non si azzarda a proporre nulla, ovviamente. Funziona così da anni e anni, con il mio ex. La domanda tipica era: che vuoi da cena?

Mah, fai tu.

 Preparo del pollo?

 Il pollo?, no, non mi piace, lo sai.

Una pasta alle verdure?

La pasta la sera? No…

Non so se avete presente il soggetto. Non è cambiato nulla, ora che c’è una causa di affido in corso.

Pare inoltre che la mia piccola sia insoddisfatta di qualcosa, ma non si sa precisamente di cosa. Glielo chiedo al volo, prima del pulmino, ma lei risponde veloce.

Io, invece, mi perdo.

Mi perdo nei pensieri del fallimento.

Sono fallita come mamma: non so più cosa sia bene per mia figlia. Quando era piccola era facile: aveva fame? Latte! Aveva il pannolino sporco? Cambiato! Aveva sonno? Una fiaba e una ninnananna.

Ora cerco di entrare nel suo mondo fatto di canzoni inascoltabili e battute incomprensibili, fatto di cose che mi sa che ho dimenticato in parte, brufoli, outfit (noi lo chiamavamo look), gite, scherzi telefonici. Ma lei non è solo questo. Lei è anche un mondo che mi è accessibile solo in parte, perché è il suo. Prima non era così, i nostri mondi collimavano. Certo, era un prima prima. Ma lo shock non è minore, anche quando si sa che le cose vanno così.

Sono fallita come donna: non tengo in piedi una relazione che è una, non mi accontento, dice mia madre, sono anafettiva, dice mio padre, sono una troia, dice il mio ex, sono sfortunata, dice qualcuno. Sono inamabile, dico io.

Sono fallita professionalmente: faccio lo stesso lavoro che facevo quando frequentavo l’università per mantenermi agli studi. Manco carriera, ho fatto. E nemmeno la famiglia, ho fatto. Alla fine non ho fatto un cazzo.

Sono fallita come figlia: mia madre non mi sopporta per la maggior parte del tempo, mio padre mi ignora per l’altra parte. Certo, ormai mi ci sono abituata, ma questo non significa che non faccia male.

Nella vita la cosa che mi riesce sempre è fallire. Senza troppo sforzo, direi.

Gli occhiali Dark Black fanno il loro fottuto lavoro.

La stanchezza prende il sopravvento.

Cedo le armi solo per un momento. Solo per sentire cosa si prova a fare sempre la parte di Don Chiscotte.

Poi riparto, eh. Lo so che riparto.

Ma oggi la stanchezza mi puzza di fallimento.

Di madri in fieri e pensieri inutili

post 90

 

Lo Shogun mi ha portato una cosa, un prestito, qualcosa che mi permette di usare la mia Reflex che avevo lasciato a prendere polvere accanto alla macchina da scrivere (un’Antares, non è un’Olivetti lettera 22, ma mi accontento). E allora sono giorni che fotografo bicchieri, Little Boss, libri, muri, tutto ciò che non si muove in questa casa credo di averlo fotografato. E siccome non mi basta la modalità automatica, che lo so che dovrei usare quella, lo so, ma non mi basta, allora premo pulsanti a caso, faccio le prove, leggo due cazzate on line per capire come cavolo funziona ‘sta cosa pesante che mi trovo tra le mani. E i miei bicchieri e i miei libri non sono sono mai sentiti così importanti. E ieri, mentre inchiodo al muro un libro di poesie di Carver con una funzione di cui non ricordo il nome, mi arriva un messaggio da un’amica (eh, lo so che credevate che avessi solo amici, ma no, ho anche delle amiche) che mi dà una pessima notizia. Per lei. Alcuni esami le hanno rivelato che non potrà avere figli molto facilmente.

Ora, lei si è già affacciata ai trenta, ha rotto pochi mesi fa con il suo ragazzo con cui stava da più di dieci anni e adesso vive con il nuovo fidanzato solo da due mesi. Ha lasciato un lavoro sicuro ma di difficile gestione per un altro più soddisfacente, ma con un contratto a termine. Termine breve. Una situazione complicata per pensare a un figlio. Eppure… eppure lei lo vuole. Il medico le ha detto: inizia a provare subito, da stasera.

Ora. Io ci penso un po’ su. Le dico la verità: non esistono le condizioni perfette per fare figli, esiste solo l’illusione di una situazione perfetta. E io ne sono la dimostrazione. Credevo di aver costruito le cose giuste, un lavoro redditizio, una casa, un compagno affidabile. E poi è andato tutto a rotoli. Ma lei, Little Boss, è la cosa migliore che io abbia mai fatto, l’unica cosa importante. Quindi sì, vai, hai ragione, fallo, provaci. Ora o mai più, ha detto il medico. E allora chissenefrega del contratto, del compagno sicuro (tanto sicuri non lo sono mai): un modo per crescere i figli se siamo persone intelligenti lo troviamo. I figli hanno solo un bisogno: l’amore.

Certo, la sua condizione mi fa pensare a quanta io sia fortunata ad avere Little Boss nella mia vita. Sarà perché so di cosa si tratta, ormai, ma senza l’amore che provo per lei sarei davvero persa.

Di quanto egoismo siamo pieni quando amiamo…

 

(Qui ho fatto una lunga pausa dove il mio cervello è partito tanto veloce che non ho avuto tempo di afferrare davvero i miei pensieri, e quindi trascriverli: oggi siete parzialmente graziati).

 

E allora concludo che il pomeriggio mi sta correndo via pensando a cose inutili.

Ma la cosa positiva è che mi sto gustando un libro che mi dà ragione ridefinendo il concetto di Inutile: ovvero, esistono cose totalmente libere da fini utilitaristici che in effetti ci sono utili, indispensabili direi, per essere umani. Quindi, che Nuccio Ordine voglia o meno considerare le mie inutili riflessioni come rilevanti, forse saranno servite perlomeno a rendermi più umana.

E a rendere voi intolleranti agli ossimori.