Sto come a primavera

post 203

 

Sto come a primavera  

In casa

I quarantenati

 

Con questa citazione altolocata torno a scrivere di nulla, seduta davanti al mio pc in Very 8 Mile style (per il riferimento vedi qui), con il profumo dei pop corn che aleggia nell’aria. Little sta di nuovo guardando la saga di Harry Potter. Non giudico, io me la sono rivista tutta la settimana passata. Ho notato un mio ritorno a diversi anni fa, per quanto riguarda la scelta dei film. Oggi, per esempio, mi stavo guardando Beverly Hill cop.  E devo dirlo: se guardare Rambo mi ha scioccata (per la cattiva interpretazione che gli avevo dato da bambina), B.H.C. mi ha scioccato per la sua stupidità. Cioè, sul serio credevo che le risate di Eddy fossero divertenti? A oggi le trovo fuori luogo per ogni scena.

Oh, cazzo, detesto crescere!

Sì, lo so, non si dice crescere, si dice invecchiare per le donne della mia età. Eppure dal dentista ancora raccolgo le stesse frasi di sempre: ma dai!, non dimostri la tua età. Da qui in avanti me ne faccio di poco, io allo specchio li vedo tutti e se gli altri non li vedono hanno problemi di vista.

Avendo ben poco da fare se non autoflagellarmi, in questi ultimi due mesi sono passata da Non sei buona a nulla, a Non lo vedi che fai schifo? Per approdare infine a Non sai reggere nemmeno una quarantena fatta di comfort?

Credo che l’autostima abbia fatto grandi passi indietro. Di pari passo al mio conto corrente (ma le due cose non sembrano correlate).

Il tedesco, per esempio, ho deciso di abbandonarlo. Non sono capace. È davvero difficile e arrivata al dativo ho detto: ok, hai vinto: non riesco. Quindi mi resta quel poco che ho imparato, frasi che nemmeno pronuncerebbe un bambino tedesco di due anni. Ma al prossimo tedesco che verrà al Ristorante potrò passare il giornale dicendo: zeitung? E basta.

Ma certo, che altro ho fatto? Ho incrementato la mia capacità di cucinare, una cuciniera schizofrenica, sono diventata. E Ale mi dice: ah, sei tornata ai vecchi tempi, come quando sfornavi una torta al giorno. Non so se lo dice con rimpianto o con rammarico. Sempre con la R cominciano entrambe le parole. Io? Non so se esserne rammaricata o meno. Da una parte quel pezzo di me mi soddisfa (cucinare per gli altri lo ha sempre fatto), da una parte mi ributta indietro di anni.

Il mio problema, che so di avere, è che alla fine ho avuto una formazione retrograda: sempre con mia nonna e mia madre che mi dicevano cosa bisognasse fare per essere una Brava donna di casa. E sì, mia nonna mi faceva girare per casa con i libri sulla testa (non è una metafora, è reale) e mia madre mi gonfiava il cervello con Ciò che a una donna è concesso e ciò che non lo è. Poi io sono cresciuta negli anni ’90, insomma si parla di mille miglia da tutto questo, eppure… eppure io reagisco sempre al contrario. Cerco di spiegarmi: non credo di aver davvero incamerato che uomini e donne sono uguali. Sono ancora qui a lottare. E le mie azioni si fondano sul contrario: una brava donna è una brava moglie? Sì. Allora cosa fa una brava moglie? Cucina, si occupa della casa, dei figli eccetera. E io reagisco al contrario. Non cucino, lascio che il caos invada la mia casa. Una donna è femminile? Sì. E io allora mi vesto come un uomo.

Affermo me stessa al contrario.

Che è quasi più stupido del seguire i dettami.

E questo, ovvio, conferma la mia incapacità.

E pensare che volevo scrivere questo piccolo pezzo sulla mia nuova collezione di mascherine. Si sta ampliando a tal punto che potrei organizzare uno spaccio a prezzi modici. Senza contare la mascherina Super chic diamantata che vedete in foto. Un vero tocco trash da aggiungere alla mia collezione.

E da domani, almeno qui, si potrà uscire per fare due passi, anche lontano da casa.

I carcerati avranno la loro ora d’aria.

Ma mica che voglio far polemica. Ci pensano gli altri, alla polemica. Io, come ho sempre detto, sono una tipa obbediente. Al limite del servizievole. Come Brava donna di casa sono perfetta…

Capire un tubo

post 202

 

 

Sto aspettando che sia pronta la mia nuova droga per questa primavera 2020: la tisana. Zenzero e limone, melissa, pepe e arancia… ho una scorta che nemmeno al Bar del mio Ristorante. La roba calda mi dà conforto, ora che di conforto ne ho bisogno. E allora mi sono messa pure una playlist No stress (così dice Spoty, vediamo se è vero). Aspettate: ci metto pure un incenso e faccio l’en plein.

La mattina non è partita nel migliore dei modi. Ieri sera mi sono incollata alla tv per sentire Conte e la fase 2. Come dicevo, non è che mi ci sia fissata in questi mesi a ascoltare conferenze stampa e affini, soprattutto nel primo periodo. Ma ora, che siamo a quasi due mesi di resistenza (perdonate, ma ci sta bene) come tutti sono un po’ansiosa (leggi: nevrotica). Voglio sapere di che morte devo morire. Quando tornerò a lavorare, a passeggiare. Mica noi italiani abbiamo poi tutte ‘ste richieste assurde. Ma soprattutto: quando potrò rivedere l’Amico Speciale. Perché non è che io sia stata poi tanto esigente, sono stata buona e zitta per tutto questo tempo, ho sopportato con la faccia da martire le videochiamate e i baci dati alla telecamera, ho sopportato le notti da sola, il freddo nel letto. In attesa della famosa fase 2. Sono stata bravissima in tutta questa quarantena: quando mi hanno detto che non potevo passeggiare non ho passeggiato, quando mi hanno detto che non potevo uscire dal mio comune nemmeno per andare a fare la spesa io non ci sono andata, quando mi hanno detto di fare un’autocertificazione e poi un’altra e poi un’altra ancora l’ho fatto, quando hanno detto che dovevo indossare la mascherina sempre, beh, l’ho fatto, anche per andare a buttare via la spazzatura, mai a fare la spesa più di una volta a settimana (il mio frigo è ancora lì con il dito medio alzato), mai senza essere in regola.

E tutto questo perché attendevo il graduale ritorno alla semi normalità. Dentro di me, una me che urlava, dicevo: finirà. Nulla dura per sempre.

E poi quando ieri sera ho ascoltato Conte. E poi quando stamani ho letto: solo congiunti. E poi mi è scappato il nervo dal collo e ero una belva: è così che mi ripaghi, perché sono stata brava se non posso vedere il mio compagno nemmeno ora? Quanto ancora dovrò aspettare?

e quindi nulla, stamani ero proprio dell’umore giusto, così mi sono detta (come altre mille volte in questo periodo –e solo in questo, badate bene, che di solito no. Di solito no): faccio gli gnocchi.

Sabato ho fatto i pici, la pasta brisè, domenica le trofie, come dice Adri ormai sono pronta anche io per la Prova del cuoco al posto della Prova costume.

E quindi ho lessato le patate, impastato, fatto i miei gnocchetti deformi e oplà, eccomi lì bella contenta. Avevo fatto un casino in cucina che la metà bastava e quindi mi sono messa a pulire. Ed ecco che sento uno strano rumore da sotto il lavello: apro il cassetto (che è sotto al lavello) e c’è un lago… smadonno e guardo: il raccordo del tubo di scarico si è sbriciolato. Il tubo è in giro per i fatti suoi e l’acqua piove come se non ci fosse un domani.

Ora, sempre nello sculo di un tubo che si rompe, meno male che l’emporio del mio paesello ha tutto ed è aperto. Corro da SuperMario(il padrone dell’emporio)e mi faccio consigliare quasi in lacrime. Lui fa: tranquilla, è facile, ecco il pezzo, lo cambi e via.

Adoro gli uomini che mi dicono che cambiare tubi è facile. Ma ho scelta? Voi lo chiamereste un idraulico ora? Beh, io l’avrei chiamato se non avessi risolto da sola.

Ma SuperMario aveva ragione: cambiare il tubo è stato facile, un po’ più difficile è stato lavorare sotto al lavello (con il cassetto di cui sopra nel mezzo). Con l’acqua che poi ho dovuto asciugare in casa ci potevo riempire una piscina…

Alla fine ero quindi incazzata per due. E l’incazzatura si vede che l’ha sentita pure Palazzo Chigi, perché ho visto che si è affrettato a precisare che anche i compagni possono essere considerati congiunti. Anzi, preciso: affetti stabili.

A volte vedi che incazzarsi serve?

E, aggiungo, gli gnocchi erano pure buoni. La salsa l’ha fatta Little. E qui postillo solo un pochino: questa quarantena ha fatto uscire il suo lato collaborativo. E ora apparecchia, cucina (va beh, sempre a modo suo, va detto, che il terrore corre sui fornelli), sistema la sua stanza…

Termino concludendo in un modo inaspettatamente ottimista per me: oggi ho imparato:

a)che incazzarsi serve

b)che so cambiare un tubo da sola (ora vediamo però se il raccordo regge, visto che sono riuscita a stringerlo solo con le meni)

c)che so fare pure gli gnocchi, quindi il giovedì da qui in avanti sono apposto

d)che Little sta crescendo (sempre a modo suo, va detto, che il terrore corre ovunque!)

 

Del NON parlare di politica

Sono rimasta senza acqua. Cioè, ne ho ancora una bottiglia, ma devo arrivarci a lunedì e siamo in due questo weekend. La cosa non è gravissima, a dire il vero, qui a pochi metri ho un fontanello pubblico e posso anche farci un salto per rifornirmi. Quello che mi ha sorpreso, stamani, è che ero convinta, essendo sabato, di poter andare all’alimentari e comprarla.

Insomma, avevo dimenticato che oggi è festa, è il 25 Aprile.

E anche qui, niente di strano a confondere i giorni, in questo periodo di eterni Covidì (credo che questo termine sia stato inventato da Stefano Amato, se non ricordo male).

Ma proprio questo anno, questi mesi… proprio quando conta davvero ricordarsi e gioire di questa liberazione…

Spesso, in questa pandemia, la situazione è stata equiparata alla guerra. Ecco, io non sono mai stata d’accordo con questa linea guida, si rischia di manipolare le persone accostando queste due realtà, il concetto è sottile, ma importante.

Però va detto che ora come non mai sento cosa possa aver significato per un comune cittadino essere in guerra. È come un senso di soffocamento e paura, un senso di irrealtà e perdita.

L’ottimismo non farà mai da padrone in queste pagine, io non sono una persona ottimista, la vita mi ha reso chiaro che per ogni piccola cosa devo lottare, e infatti pessimista lo sono, ma lottando. Ecco, se c’è una cosa che ho imparato è questa: l’unico rimedio è lottare.

E io lo faccio, lotto, soprattutto con me stessa, cerco di riportarmi ogni giorno alla razionalità e mi chiedo spesso, come Ale, se sono io quella spostata. Oppure lo è un presidente che dichiara che una soluzione potrebbe essere il disinfettante in vena?

Ho esposto il problema a mia madre. Lei dice: è una bufala. E io voglio crederci, lo voglio con tutto il cuore, con tutte le gambe, le braccia e la testa, soprattutto.  Ma poi, natura curiosella, mi sono cercata il video originale, troppo sbalordita. E lo dice: iniettare disinfettante. E allora mi chiedo se non ci possano essere fraintendimenti, in questa dichiarazione. Avrà voluto dire altro, mica davvero può aver detto amuchina in vena, eh! Ok. ma cosa diavolo voleva dire, allora? Non sono riuscita a formulare un’ipotesi valida. Qualcuno lo sa?

Gramellini, sul Corriere, ne fa un articolo leggermente satirico: il presidente è in vena.

Io non posso dire altro.

Ora, cosa me ne può fregare a me di Trump? Meno di zero, direi. L’America la vedo come un suolo lontano, da molti punti di vista.

Quello che mi rammarica è vedere quello che c’è. No, non mi rammarica, scusate: mi spaventa. Ci sono molte cose che mi spaventano nella situazione attuale, ma il futuro lo vedo ancora più spaventoso. Sarà perché in questa situazione noto tante persone che credevo in gamba cedere all’illogico, cedere all’offesa, cedere, ancora peggio, alla paura irrazionale.

E sì, capisco anche la paura irrazionale. C’è la paura della critica: ieri ho fatto un consiglio di classe come rappresentante genitori, che è il mio ruolo, e mi sono scontrata con un muro di docenti che volevano essere impermeabili alle discussioni. Massimi sostenitori del Sta andando tutto bene, non vogliono vedere che invece bene non sta andando proprio tutto. Io capisco i loro salti mortali (e capisco che su tante cose hanno poco margine di intervento) ma appiattire la situazione dicendo: va tutto bene, beh, no. La scuola viene lasciata indietro, i ragazzi a se stessi con l’idea che Se la devono cavare da soli. Ok, anche io ne sono convinta. Ma non è una risposta sufficiente. La scuola ha un ruolo ben preciso, deve sostenere il peso dell’istruzione dei Presidenti del Consiglio di domani. E se tanti vengono lasciati a se stessi… non c’è speranza nemmeno per il futuro.

Ora, io parlo sempre poco di politica (se tralascio gli scontri a sangue con mia madre) perché ho capito, nel corso degli anni, che la discussione politica è sterile la maggior parte delle volte. Nessuno vuole davvero un dialogo in questo campo, tutti vogliono solo esporre le proprie idee, non c’è possibilità di discussione.

Parlo poco di politica perché in realtà sono stufa della politica attuale. Ho le mie idee politiche (quelle famose, che non si mangiano), ma non trovo nei rappresentanti politici qualcuno che le rifletta davvero. Da anni. Anzi, forse non ho mai trovato qualcuno. Perché in ogni caso avere idee è un conto, fare politica è un altro e io non mi metto mai dalla parte di chi dice: oh, io avrei fatto così. Io, in un sistema come il nostro, se fossi un qualsiasi parlamentare, mi metterei le mani nei capelli. Non saprei proprio come gestire la baracca. E infatti lavoro in un Ristorante.

Questi sono, più o meno, i motivi per i quali di solito mi astengo dalle discussioni politiche.

Ma ormai, in questi mesi, tutto è diventato politica. Perché non dimentichiamoci cosa significa questa parola, anche se spesso viene scambiata per faziosità. Nel senso che se dichiari qualcosa, una cosa qualsiasi, parte subito un coro: Ah! Allora sei di Salvini! (era solo un esempio).  Pare che non possa esistere un pensiero politico al di fuori dei partiti. Della serie, o prendi tutto il pacchetto o nulla.

E sennò ci sono quelli come mia madre che, dopo avergli spiegato la tua idea, che non sei con Tizio, con Caio o con Sempronio, allora ti additano come Una che non gliene frega nulla. Perché una posizione la devi prendere, anche se la senti sbagliata.

Sennò io con chi litigo?

Alla ricerca del dentista perduto

post 200

 

La prima volta che ho visto un dentista avrò avuto otto anni.

Avevo un dente cariato, così diceva mia madre, io non sapevo nemmeno cosa fosse una carie, avevo perso quella puntata di Siamo fatti così evidentemente. Per sua fortuna (di mia madre) anche mia sorella aveva un dente cariato, così prese i due piccioni (io e mia sorella) e ci portò da un tizio dell’asl (che forse ai tempi si chiamava usl, o forse in un altro modo ancora). Il Tizio dei Denti ci squadrò la bocca rapidamente e sentenziò: sono denti da latte, signora, non ci facciamo nulla, tanto poi cadono.

Da quel momento non ho più visto un dentista per anni. Fino ai 23, per l’esattezza. Vuoi che i miei non avevano i soldi per pagarci un apparecchio, vuoi perché (fortunatamente) non ne avevamo avuto più bisogno per altre carie.

Ma a 23 anni arrivò il Giudizio. Con tutte le sue complicazioni. Così da Zero Dentista finii direttamente in clinica per un’operazione: il Giudizio era poco giudizioso e cresceva storto.

Dopo questa seconda toccata e fuga dal mondo odontoiatrico qualche problema (sempre di Giudizio, non nascondo che la cosa mi turbò assai) l’ho avuto quando allattavo Little Boss. Nulla di così grave, in effetti: un altro Giudizio tolto con estrema rapidità e l’ultimo, il Carognoso, tolto con molte difficoltà.

Parlavo di questo, del fatto che a 40 anni passati avevo visto il dentista davvero poche volte (se escludiamo le innumerevoli sessioni con Little Boss per l’apparecchio, prima il mobile e poi il fisso: ma non contano: non esplorava, il dentista, nella mia bocca) con il mio Boss. Lui sghignazza e fa: eh, anche io fino ai 40 non ho avuto problemi. Poi guarda (apre la bocca): non c’è più un dente mio qui.

Incoraggiante.

E anche un po’ gufesco.

Resta il fatto che, nonostante la mia spavalderia (mia nonna è morta con tutti i suoi denti in bocca, deve essere genetica eccetera) il destino è stato davvero beffardo.

Con tutti i momenti in cui potevo avere mal di denti, ecco che doveva scegliere proprio questo.

Mi puzza tanto di Legge del Menga

Dal 10 di Marzo, giorno in cui avevo appuntamento per il controllo di un certo dolorino, che cosa sarà mai, una carie? Forse ci vuole un’otturazione, ecco che siamo giunti alla fine di Aprile con un dolore da non riuscire a dormire neppure imbottita di Ibruprofene.

Cerco di chiamare il mio dentista (che in realtà è il dentista di Little) da una settimana, ma senza successo. Stamani metto in moto mezzo mondo dopo una dolorosa notte in bianco. Faccio il giro delle Pagine Gialle, chiamo un Tizio che forse aveva un Amico che, una Tizia che un tempo Lavorava da, e alla fine riesco a contattare un odontoiatra vicino casa. Che fortuna. Con il Tizio che forse aveva un amico che sarei dovuta andare in Città, a 50 chilometri.

Mi riceve subito stamani. Lo studio è nel centro storico del mio paesello. Appena entro mi fa la disinfezione e poi la vestizione: camice, cuffia, calzari. Sembra che debba andare sulla Luna, commento. Poi mi guarda in bocca e mi dice che no, niente otturazione, va devitalizzato.

La prima devitalizzazione della mia vita: ma proprio ora? Cazzo.

Traffica un’oretta nella mia bocca, mi dà ben tre punture di anestesia, sento che trapana senza ritegno e poi gira e spinge e trapano di nuovo. Io ho gli occhi serrati, nemmeno avessi davanti il mitico pagliaccio di IT. Quelle poche volte che li apro fisso i travicelli, la parete azzurrina con le foglie dipinte, la visiera del dentista e le sue due mascherine. Sputo, di nuovo trapano, sputo. Dal dentista non si fa altro che sputare e tenere la bocca aperta.

Fa un bel lavoro (credo), alla fine a parte le punture non sento quasi nulla, solo il trapano che no, non fa male, ma ho il terrore che mi passi il cranio e arrivi dritto a far scappare il neuroncino solitario.

Il conto è salatissimo, ma lo avevo messo in conto anche io (pessima, questa, eh?). Meno male mi ero tenuta due soldi da parte per le emergenze, visto che la cassa integrazione ancora non arriva.

E quindi eccomi qui, a casa, con i brividi addosso, che un po’ è freddo, vero, un po’ l’adrenalina in circolo, con la faccia mezza paralizzata.

Credo che mi acciambellerò sul divano in attesa che l’anestesia sparisca a favore (e che favore!) del dolore inevitabile.

E meno male che sto scrivendo, perché di parlare non se ne parla. E perdonate l’uso di tutte queste ripetizioni. Vorrei poter dire che è l’anestesia, ma non sarebbe vero.

 

Vaniloquio del lockdown

 

post 199

 

Credo che il fondo si tocchi quando inizi a parlare da solo.

Parlavo di questa cosa con il Mentore non troppo tempo fa, di come è buffo considerare pazzi quelli che parlano da soli, mentre se scrivi, e va da sé che lo fai da solo, e in un certo senso parli con te stesso, invece no. Invece no.

Così ecco che torno qui. Così ascoltare musica con le cuffie anche se sono da sola e parlare con me stessa mi sembrerà meno folle.

Certo meno folle di tutto ciò che mi circonda in questo periodo, anche se non è proprio vero che mi circonda, sono le pareti a circondarmi. Direi quindi che il termine più appropriato è insinuarsi. La follia che c’è lì fuori si insinua nella mia vita, passa dalle finestre, dallo schermo, passa anche la mascherina. Nulla tiene contro questa sensazione di sterilità che sembra aver assunto la vita.

Io non sono una sostenitrice dell’andrà tutto bene, mai stata una persona con occhiali positivi, figuriamoci quando per vedere non c’è nemmeno bisogno delle lenti.

Oggi pensavo a come ho vissuto la mia vita. Pensando alla morte è una congiunzione che ti viene spontanea. Intendiamoci, non che della morte io abbia paura, certo mi girerebbe morire ora, ma non la temo in sé per sé. È solo che la morte è la protagonista di questa nuova e straordinaria situazione che cambierà le nostre vite per molto tempo. e allora mi è venuto da pensare: io ho avuto una vita felice?

È una domanda più difficile di quanto si possa pensare. La felicità non potrebbe esistere senza una buona dose di dolore. Dobbiamo fare il confronto, sennò che senso ha? Quindi pensare a una vita tutta ricca di felicità è impossibile per logica. Potremmo parlare al limite per prevalenza, ma anche qui il termine felicità andrebbe un po’ a soffrire. Dopotutto la felicità è vedere realizzati i propri desideri. Quindi partiamo da qui: chi conosce tutti i propri desideri da realizzare? No, dico, sin dal principio. Fin da sempre. Io ho sempre pensato che mi sarei accontentata di una vita tranquilla. E poi ho scoperto che no, non era la tranquillità che volevo. Non mi bastava. Così ho iniziato a pensare all’amore. Volevo amare. E l’ho fatto. Ho amato. Ma no, non mi ha reso felice. Anzi, spesso mi ha distrutto. Certo, va detto che questa distruzione mi ha aiutato a ricompormi in modo diverso, come quando smonti una casetta della Lego e la rimonti cambiando la posizione dei pezzi. Sono sempre gli stessi, i pezzi, ma sembra un’altra cosa.

No, quindi io non so cosa voglia dire questo senso di compiutezza che sembra porti la felicità.

Perché il fatto è questo. Che la felicità non sta nascosta dietro alla realizzazione dei desideri, ma all’accettazione.  Dall’accettazione di ciò che si ha, dal goderne. E io che sono senza spiritualità ho ancora molto da lavorare qui.

Quindi ho vissuto una vita felice? Ho avuto dei momenti di felicità, sì, alcuni molto intensi anche. E sono sinceramente soddisfatta di ciò che sono stata in grado di fare finora. Sono mediamente soddisfatta di me, salvo alcuni tristi momenti di autocommiserazione.

Ma no, non vorrei che fosse tutto qui.

Mi piacerebbe avere più momenti fatti di piccole cose e riuscire a vederlo. E a ricordarlo.

Perché i ricordi che scegliamo di tenere sono quelli che ci aiutano a plasmare ciò che saremo domani.

E io continuo a tenermi una pila di brutti ricordi…

Le piccole cose

 

 

 

post 198

Le piccole cose della vita…

Cosa c’è che può tirarti su meglio di una buona sessione di sesso? Che in questo momento è verboten (giusto per dirlo in tedesco, visto che lo sto semi imparando), e quindi va da sé che la tensione sale come non mai, e si ammucchia in un angolo insieme a tutto il resto delle preoccupazioni (tipo: quando riapriremo il Ristorante? Il mio Capo ipotizza anche un lontanissimo Luglio. E le domande nascono spontanee: avrò dei soldi in questo lungo periodo? Per ora non ne ho visti dalla cassa integrazione; avessi i soldi, il Ristornate riuscirà a reggere il duro colpo dello stop?; se anche lui ce la fa, io riuscirò ancora a lavorare? Mi ricorderò come si fa? Il mio corpo sarà in grado di riprendere? Beh, solo alcune tra le mille preoccupazioni).

L’astinenza sessuale, dicevo, inizia a farsi sentire. L’Amico Speciale mi chiama due volte al giorno, ci vediamo almeno una volta al giorno su Facetime, lui mi mostra la sua cagnolina che gioca, io le sfoglie al cioccolato che faccio per Little Boss, poi ci diciamo: Che palle! Quando finirà? Mi manchi… appena ti rivedo… questi hanno rotto il cazzo! Non si può separare due persone così! Tu cosa ti prepari per cena? Dove sei andato oggi per lavoro? Che cosa hai studiato? Io con i soldi per ora me la cavo, grazie. Tua madre come sta? Tua zia a Milano? Cosa dice il tuo Capo?

Andiamo avanti così da più di un mese. Sottile si intravede sotto alle nostre conversazioni il filo del Non se ne può più.

E siccome oggi sono particolarmente intollerante, non so se è una questione di giovedì, questo giorno prezzemolino che sta sempre in mezzo a tutto, oppure il sogno che ho fatto stanotte, dove non riuscivo a pulire il pavimento di questa casa che, notavo ieri, è davvero graziosa nella sua piccolezza, insomma, non so per cosa, ma in questa grande boule di nervosismo ci si è aggiunto uno dei momenti che detesto di più della settimana: la lezione di canto di Little Boss. Che fa, ovviamente, su Skype. E a cui io sono esclusa. Nel senso che le prime volte mi mandava a fare la spesa, così da essere da sola in casa mentre faceva lezione. E ok. Tanto la spesa va fatta eccetera. Solo che ora ci vado davvero malvolentieri, a fare la spesa, vuoi per la fila di cui sopra, vuoi perché i soldi scarseggiano e cerco di fare economia cucinando come una Benedetta Parodi (una cosa di cui sono capacissima è organizzarmi, come chi mi conosce ben sa). Quindi per tutta la lezione non solo devo fare silenzio (non ci sono porte in questa casa, è quello che potrei chiamare senza mezzi termini mini open space ), ma devo anche non ascoltare. Quando dico che l’amore supera i confini della logica ora potete capire di cosa parlo. Quindi mi munisco di cuffie, oggi, e vai con la lezione di tedesco, e vai con il potenziamento di inglese… e vai che mi sono rotta le balle dopo mezz’ora. E poi eccola lì la rivelazione: musica.

Le piccole cose della vita.

La musica a palla nelle orecchie mi ha ridato vita.

I Greenday di nuovo mi salvano il culo.

Con una canzone che come al solito arriva al momento giusto…

P.s. devo ricominciare a ridare il vero nome a queste cose: segni. Sul cosa vogliano dire abbiamo forse già discusso.

 

Non esiste (per me )saggezza

post 197

 

 

Dell’ordinario in un mondo straordinario ho già parlato.

Ma dubito che ci sia molto altro da scrivere, arrivati a questo punto.

Passo la mia vita ad inventarmi occupazioni. Poi il gran culo che ho a volte vuole che non sia a trovarmele, ma altri. Il mio Capo, per la precisione, che mi ha regalato un bel corso on line di Montersino, un corso professionale di pasticceria, che io sto seguendo pedissequamente.

Imparo quindi (o reimparo?) la gestione degli impasti base, ma soprattutto imparo (quasi da zero) i trucchi chimici che mi permettono di non sbagliare le ricette. Cosa significa: che lo zucchero si sciole nel 33% dei liquidi, che un semifreddo, per essere mangiabile a -18, deve avere il 23% di zuccheri, che i grassi e gli zuccheri aumentano la conservabilità, che esistono termini come sineresi, in pasticceria, e io che credevo fosse una figura retorica…  (sì, ok, l’ho confusa con la sinestesia, scusate, mi sento totalmente inabile in ogni campo, adesso, dal tedesco che sto imparando -mio padre lo sa e mi manda mille frasi per me indecifrabili ogni sera- alla grammatica, finirò con scrivere Ho, senza acca, il mio cervello si scinderà in tanti piccoli atomi inutili e tutto il mio sapere – che è davvero poco- tenderà a volatizzarsi, un po’ come le varie parti di me che avevo descritto pochi giorni fa).

Ho generalmente poca fiducia nelle mie capacità. È innata, come cosa, potremmo freudianamente ascriverla al comportamento di mio padre, che mi fa sempre sentire un’ignorante quando non so le cose che sa lui (ma quando io so cose che non sa lui allora il discorso cambia, ovvio: sono io che so cose che non servono, inutili. Così come sono sempre io che amo scrittori che a lui non piacciono, come sono sempre io che faccio le cose che lui non approva. Il discorso sarebbe lungo e complesso. E tedioso. Come le nostre attuali conversazioni). In ogni caso so cosa mi piace: imparare. Anche se poi non so bene cosa posso ricavarci (vedi il tedesco), a me imparare piace.

Il mio Boss disse una volta che amavo fare la maestrina. Nonostante la cosa al tempo mi ferì lievemente, e incredibilmente fece restare attoniti i presenti (forse imbarazzati per me), io in realtà so che ha ragione. Al meglio delle mie capacità io so che amo imparare per insegnare. Amo apprendere, la ricerca che implica, l’impegno che ci vuole. Così come, una volta appresa una cosa (che però, attenzione: deve darmi gioia- ma di solito lo fa-)amo dirlo al mondo intero.

Così ora vorrei potervi fare una bella lezione sulle creme di base, dalla crema pasticcera alla namelaka, passando un secondo per i semifreddi (senza giungere al gelato, che vorrebbe un po’ di ripasso teorico).

Ma se c’è un’altra cosa che ho imparato ( e questa l’ho imparata empiricamente) è che alla gente spesso non frega un cazzo di quello che al momento frega a te. Ed è giusto. Comprensibile. Io stessa mi registro così sul mondo.

Quindi c’è sempre questa estenuante ricerca di chi ti comprende in un momento in cui vuoi essere compresa esattamente nella stessa misura in cui lo vuoi e per cosa vuoi in quel momento.

Va da sé che questa ricerca è deleteria. Anche questo imparo a livello empirico.

E quindi come concludo? Che non esiste saggezza, direbbe qualcuno. Carofiglio, per essere esatti.

Io, poi, di saggezza, so davvero ben poco…

Dein Mann isst das Insekt

post 196

 

 

Ho sentito di recente, in un film, questa frase: gli oggetti sono importanti in tempi duri.

Sempre stata d’accordo. Gli oggetti hanno la vita che decidiamo di dargli, hanno l’anima che scegliamo per loro, diventano le persone che non possiamo vedere, i ricordi che non vogliamo dimenticare.

La compagnia degli oggetti è quasi l’unica che posso avere in queste lunghissime giornate fatte di solitudine, anche le telefonate diventano spesso un riverbero, sarà che non c’è mai davvero nulla di nuovo da dirsi, riflettiamo come specchi ciò che leggiamo sui giornali o ascoltiamo in tv. Tutti connessi a un unico grande problema.

Sono sempre stata d’accordo, dicevo, eppure ci sono momenti che perfino gli oggetti perdono di senso, si smaterializzano, non hanno più poteri.

Questo è uno di quei momenti.

Sarà perché ogni gesto in questo periodo sembra sovrumano, solo andare a fare la spesa richiede due ore di attesa per il proprio turno, all’interno devi schivare le persone, ogni acquisto viene fatto in fretta (e spesso senza leggere attentamente il prezzo) perché sei in pena per tutta la gente che è ancora fuori, la mascherina non ti fa respirare, i guanti ti fanno sudare e si attaccano agli adesivi con il prezzo della frutta, le persone intorno a te sono tristi e tu pure, tra l’altro. Tristi, preoccupate, nevrotiche (soprattutto se stanno lavorando). Poi torni a casa, scarichi la spesa (buste belle piene e pesanti, che a fare la spesa mica ci vai ogni due giorni), fai una rampa di scale e appena arrivi in cima hai il fiatone, nemmeno tu avessi fatto la maratona di New York, perché ( e sì, cara Ale, hai ragione, va detto) stiamo assistendo anche un po’ all’apocalisse dei corpi, che se ne stanno fermi quasi 24 ore al giorno da un mese e anche fare una rampa di scale è uno di quei gesti che sembrano sovrumani.

E in mancanza di allenamento del corpo proviamo almeno ad allenare altro. Come le nostre capacità in cucina (le torte e il pane sono diventati simboli dell’hashtag #iorestoacasa), la capacità di leggere un libro che sembra un dizionario (io non mollo, non mollo, sembriamo dire a volte). Magari cerchiamo di imparare un’altra lingua, una difficile però (mica l’inglese o lo spagnolo e basta), che so, il tedesco, con la cupezza di ogni suo termine, con una grammatica che avevi dimenticato dai tempi del liceo. Certo va detto che le frasi che costruiscono in questi corsi a volte sono alienanti e se imparando l’inglese ti trovi di fronte a cose tipo: i miei pantaloni sono arancioni (la risposta può essere solo una: il tuo gusto in fatto di abbigliamento è davvero discutibile), imparando il tedesco invece leggi: tuo marito mangia l’insetto (e qui il raccapriccio è massimo. Puoi solo soprassedere e ringraziare il cielo di non aver conosciuto di persona chi ha scritto queste frasi).

E certo che scrivere tutto questo non in prima persona aiuta, e certo che potreste leggere tutto in prima persona.

Ma oggi avevo bisogno di prendere le distanze da tutto, soprattutto dalla mia vita.

 

 

L’ordinario in un mondo straordinario

Praticamente ogni giorno penso al carattere straordinario di questo lungo periodo.

Dal più banale non essere a lavoro (una cosa che mi qualifica come persona, non tanto il lavoro che faccio, ma lavorare in sé per sé, non ricordo di aver mai passato del tempo a non lavorare, forse quando Little era appena nata, ma in ogni caso mi davo da fare tutto il giorno), alle mascherine obbligatorie per uscire che puzzano e non mi fanno respirare; dal deserto in mezzo alla strada alla fila al supermercato; dalla cassa integrazione 8che chissà come/quando arriverò) ai buoni spesa (come sopra); dalle più simpatiche videochiamate in gruppo su Whatsapp (sulle videochiamate ho letto un pezzo di Wallace in Infinite Jest che se non fosse lunghissimo dovrei riportare…ma ne trovate molti pezzi in giro, anche qui per esempio)ai miliardi di messaggi con: foto, video, link…tutti o quasi inutili (anche se sporadicamente divertenti); dai quintali di tv che mi ingurgito ogni giorno( spesso con Little, il che è consolante: vi rinvio al pezzo in cui non amo guardare la tv da sola) alla voglia matta che ho di mettere il naso fuori per farmi due passi (e questo sì che è straordinario, io detesto l’attività fisica, ma ora che non ne faccio mai sento che il mio corpo ne avrebbe bisogno).

E poi invece mi fermo a riflettere sull’ordinarietà delle mie giornate, fatte sempre della stessa pasta. Riscaldata, a volte. La sveglia prima della sveglia, la colazione a Little Boss, la lettura delle ultime notizie (sia mai che mettano un altro foglio per l’autocertificazione e l’ignoranza non paga, anzi, spende), una telefonata (spesso due, facciamo tre), un’ora di potenziamento di inglese, un po’ di libro, la tv, due parole con Little su quanto è figo Tizio oggi, Caio domani, Sempronio dopodomani… e poi la cucina. Passo giorni in cui anche versare l’insalata già lavata nel piatto e condirla mi fa fatica e giorni in cui mi metto a tirare la sfoglia a mano per fare le tagliatelle, giorni in cui i bastoncini Findus sono anche troppo complicati e altri dove faccio la pizza “senza fretta” (non è una definizione mia) che deve lievitare prima 12 ore e poi altre 6, prolungando ad oltranza il mio senso del compiuto.

Ho la bizzarra sensazione di essere bipolare, dove varie me coesistono e si scontrano durante la giornata, ingaggiando una dura lotta per la sopravvivenza.

In un mondo straordinario, l’ordinario mi arriva alle spalle e mi distrugge, mi frammenta.

Pezzi di me si attaccano ovunque, in attesa che li spolveri, cadendo giù e riprendendo vigore e via da capo, in un infinito girotondo.