Vasi di Pandora

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Queste, queste due ore, dalle 17 alle 19 di una viglia di Ferragosto moderatamente calda e di sicuro extra colma di turisti (nella mia zona, almeno), sono le prime due ore di completa solitudine che ho da non ricordo più quando. Di recente, tra Little Boss, l’Amico Speciale, qualche amica in deficit di amicizie, questa casa è stata un porto di mare. O forse sembra solo a me, che prima vivevo pomeriggi interi di solitudine. Le cose cambiano. La vita cambia. Cambiano anche le abitudini, sebbene con l’età tutto risulti sempre più statico, granitico, non vi pare? In pochi mesi mi sembra di essermi irrigidita proprio lì, nelle abitudini. Sono sempre stata un animale abitudinario, nel mio piccolo, ma ero pronta anche al cambiamento, l’ho sempre auspicato, la tua zona confort è essere fuori dalla zona confort, mi disse una volta qualcuno, mi annoio facile, forse, ho bisogno di emozioni, forse, ho bisogno di sapere che la vita non è tutto qui, non si riduce nel piccolo spazio che va da casa a lavoro, non si mette dentro la lavatrice per farla tornare bianca in un’ora, ci si deve impolverare, perché noi siamo polvere diceva Flannery O’connor, si deve guardare, annusare, toccare affinché ci si possa sentire vivi.

E i cambiamenti, invece, ora mi fanno un po’ paura. E con ora dico ora ora, non ricordo più come si pigia il pedale dell’acceleratore. O forse sono effettivamente troppo stanca.

Avete presente le idee che vi sembrano geniali la sera e invece la mattina vi sembrano pure idiozie? Ecco, io di solito ho questi momenti di gloria geniale la mattina: appena mi sveglio il neurone solitario riceve la sua dose di caffeina e si agita tutto, avrebbe voglia di fare mille cose, di creare, programmare. E spesso lo fa. Quindi è tutta una sfilza di: appena torno a casa oggi faccio…

E poi eccomi che varco la soglia e, se va bene, svuoto la lista delle cose da fare per non far chiamare gli assistenti sociali. Ma la mattina il neurone ha anche pensato di fare altro, credendo che sia una buona idea, che ne so, scrivere una lettera a una persona lontana. Ma il neurone della sera invece ha già ricevuto le sue dosi di mazzate (dal caldo, dal lavoro, dalla gente), e non ha più voglia di aprire vasi di Pandora. E di questi vasi ne ho già un po’. Pandora sarebbe invidiosa di me…

Mi chiedo quindi cosa ne farò, di questo ciottolame che sta qui e non voglio aprire. Posso davvero lasciarlo qui e dimenticarmene? Forse se mi viene l’Alzheimer.  Ci saranno momenti più idonei di questo per aprirne un paio? Chi lo sa, ma il mio oroscopo mi diceva che era questo il mio momento per aprire vasi. E come sapete io credo molto nell’oroscopo. Eppure sento che sto murando, proprio con calce e mattoni, e non mi do pace. E siccome lo sto scrivendo già da un po’, significa che non sono solo i sogni assurdi che faccio la notte a spingermi al tormento.

Questi fogli virtuali, la trasformazione della Pagine del Mattino che già scrivevo mesi prima di approdare qui, hanno il compito di tenere in un unico punto il mio Ego, curarlo, farlo crescere, depredarlo dagli eccessi, scaricarlo, gonfiarlo, tenere tutto qui, tenere tutto unito affinché non possa rompermi di nuovo.

Quindi, Vasi, sappiate che so che ci siete. So che prima o poi dovrò aprirvi, in un modo o nell’altro, non voglio dimenticare della vostra esistenza.

Voglio solo riprendere fiato.

Solo per un momento.

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Le considerazioni di base

post 58A volte mi capita di notare le coppie.

Non spesso, a dire il vero, ma capita. Sopratutto quelle non più giovani, diciamo non giovanissime.

Ne vedo passare tante al Ristorante.

Ne vedo passare tante anche per la strada.

Sono così orribile che spesso li guardo e penso a cosa ci sia di storto in loro, per cosa litigano, per cosa si odiano a vicenda,  per cosa si lanciano i piatti. Per cosa non si rivolgono parola per giorni.

Sono così orribile che non vedo mai l’amore, anche quando mi viene raccontato non ci credo.

Ok. Non ci credo alle coppie felici.

Non ne ho mai conosciuta una in intimità, forse, ma quello di cui sono sicura  è che a me non è mai successo di essere felice davvero con un’altra persona accanto.

Ora, questo potrebbe sembrare molto triste, molto Poverina, non hai mai incontrato quello giusto, ma noi sappiamo, vero? Lo sappiamo.

Vediamo, allora, di partire da quello che so io tanto per cominciare.

So che ho una predisposizione innata nel mandare a puttane le relazioni, sopratutto quelle che mi pare possano sboccare in una sicurezza e in una tranquillità che potrebbe anche prevedere il tenersi mano nella mano passeggiando in un prato, magari. Non necessariamente, ma ci stiamo intesi.

So che ho una predisposizione particolare nel togliermi ciò che mi fa bene, perché questo mi fa sentire in colpa, come se il mio cervello dicesse: Stai sfruttando quella persona, Moon, lo fai per il tuo bene, non per il suo.

So che ho una predisposizione particolare nell’infilarmi nei casini perché tendo a dire quello che sento in quel momento senza pensare alle conseguenze. E oltre a ciò, intendo, se ciò non bastasse, non sono capace di stare sola, lo desidero, nel senso che desidero uno spazio mentale solo mio, in cui io penso a me e Little Boss e basta, ma non succede mai, non è mai successo da quando ho , boh, quindici anni? Mai stata sola.

Ma non solo.

Mai stata lasciata.

Mica ho avuto chissà quanti uomini, ma sebbene con estrema fatica e sofferenza, come nei casi recenti, sono sempre rotolata via.

Ciò ti porta a pensare, vero?

Mi porta a pensare tante cose, tantissime, cose che ho già pensato e credevo di aver superato, ma no, si vede che è il mio modus operandi , sono una serial killer delle mie occasioni di felicità.

E non capisco perché.

Sono cinica, ok, non voglio ammettere che la felicità esista, da qualche parte.

Ma c’è di più.

Trovo sempre un sistema per soffrire.

Non riesco ad accontentarmi. Ma nel senso specifico: non riesco a farmi contenta. E allora spero che lo facciano gli altri. Il che è assurdo per definizione. Specie per una cinica come me.

Per essere felici basterebbe cederci, alla felicità. Non crederci.

Che cedere sia proprio il termine giusto. Lasciarsi andare.

Ma per una come me significherebbe solo arrendersi al fatto che la vita fa anche schifo. E che la felicità è come la solitudine, non una condizione, ma uno stato d’animo.

Non ci sono ancora arrivata a queste considerazioni di base.