Questioni di linguaggio

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Stavo passando lo straccio in pasticceria, oggi. Forse potrebbe non sembrare importante questo dettaglio, ma invece lo è, perché se c’è un attimo di respiro nel mio lavoro è quando compio i gesti ripetitivi, e se c’è un attimo di respiro io penso. Spesso penso a caso, spesso mi faccio venire l’ansia per le cose più stupide, ma oggi pensavo al linguaggio.

Tutto è nato da un piccolo screzio (bonario, certo) che ho avuto con il mio collega giovane, Micro(bo). Il mio collega giovane ama musica inascoltabile. Lui dice lo stesso, ma è meno diplomatico e afferma che non ci capisco un cazzo. E così Nostalgia ci offre spunti continui per continuare a battibeccarci. La cosa prosegue anche fuori dal lavoro (io cerco di dargli lezioni, una Guida all’educazione musicale, soprattutto dopo che, avendo ascoltato una canzone dei Doors, ha detto: a qualcuno sta suonando un telefono?Era il pezzo strumentale di Light my fire…). E insomma, l’altra sera io ho azzardato un Lou Reed e lui ha risposto con… Mengoni. E siccome il patto è che la canzone va ascoltata, io l’ho ascoltata. E il testo è la cosa più banale che ci sia. Di una banalità scandalosa. Pure la melodia secondo me lascia il tempo che trova, ma visto che lui si bea del fatto che ascolta musica italiana soprattutto per il testo (non sa l’inglese, povero cristo), beh, ecco, il testo di Essere umani fa venire i brividi di banalità. Esisteranno dei brividi di banalità? Forse li ha creati Mengoni con quella canzone.

Ma il punto non è il linguaggio di Mengoni, ma il mio. Perché lui mi ha chiesto spiegazioni. E io gli ho dato una Moon spiegazione: questo testo non mi aggiunge nulla, non fa Moon+1, dice cose che hanno già detto in milioni, ma con disonestà intellettuale, perché perlomeno Ti amodi Tozzi non finge di avere un impegno sociale, non finge di avere un significato nascosto sotto al guerriero di carta igienica, è un (voluto, spero) nonsensefatto di immagini, mentre il testo di Mengoni finge di voler dire qualcosa di impegnato.

E qui l’ho perso. Per minuti buoni. E poi mi ha scritto: io mica ti capisco, sai, quando parli

E lo so, che non mi capisci, Micro(bo). E nemmeno sei il solo.

Nel senso, intendiamoci, non è che non sono capace di fare una sana conversazione metereologica (Oggi è freddo, eh? Ma sì, il termometro fa meno 9!, Beata l’estate. Io preferisco l’inverno, basta che non nevichi, e roba del genere), dopotutto lavoro al pubblico e va da sé che non mi metto a parlare dell’onestà intellettuale di Mengoni con i miei clienti. Solo che ci sono delle volte che sento il bisogno di potermi esprimere come sono. Di essere me anche nel linguaggio. Non sono certo la prima che si pone il problema del linguaggio, ovvio, Pasolini ci ha centrato la sua poetica (altrimenti non si spiegherebbero le dannate poesie in friulano), solo che il linguaggio del quale parlo è il mio. È il linguaggio del Moonverso, che risponde Rogerinvece di Ok, che utilizza termini desueti per non farli sentire soli e abbandonati (è proprio una questione filologica, dove filologico lo intendo al pari di filantropico, ma con le parole al posto degli uomini), che cita in latino perché ci è abituata. Perché io parlo così, a me. Mi parlo citando, mi parlo neologizzando, mi parlo rielaborando le parole. Solo che poi la gente, giustamente, non mi capisce.

Quindi forse il mio è un problema di linguaggio condiviso. Ma nel senso che non so con chi condividerlo, appunto. Forse è anche per questo che preferisco scrivere, specialmente qui: della serie, che mi capiate o no, mica siete obbligati a leggere. Non mi capite, passate avanti. Questo fa già di me una scrittrice fallita, perché è nella definizione perlomenola comprensione, ma non me ne preoccupo perché ho maniavantizzato nel nome del blog. In ogni caso mi preoccupa dovermi frenare, cioè, dover modulare il mio linguaggio con alcune persone che mi stanno accanto.

Ma ovvio. Ovvio. Ci sono persone che mi capiscono eccome. Che è una questione di conoscenza (di me) e basta. Ad esempio mia figlia mi capisce sempre al volo. E non è la sola.

Ma mi chiedo quanto sia giusto far fatica per capirmi.

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Il Moonverso

post 65

 

Mi sono imposta una dieta. Una cosa che dura da poche ore, a dire il vero, e chissà se mai riuscirò ad arrivare a ventiquattro. Conoscendomi, ne dubito. Quindi posso già parlare di dieta? No. (No! Devo essere ottimista!)

La mia dieta prevede: evita di non mangiare, per favore; evita di affogare qualsiasi cosa in una salsa al colesterolo (l’altra sera ho mangiato patate lesse in salsa di: fontina, mascarpone, panna, emmental e parmigiano. Con tanto pepe); evita di mangiare solo pasta, che lo so che fai presto a fare le linguine in bianco, ma insomma…

In pratica la mia dieta si risolve in: cucina anche per te. E mangia. Magari anche qualche verdura.

Visto che per un mese avrò una prescrizione medica che mi proibisce di fare attività fisica (praticamente il sogno della mia vita), almeno la dieta va corretta.

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per Moon (eh sì, non ho resistito, scusate).

Quindi sono qui che mi preparo una tisana al posto del bicchiere di vino, ascolto lo sciacquettio della lavastoviglie con un orecchio e una canzone dei Cake a ripetizione, Frank Sinatra, una gran bella canzone. E pensavo che più o meno ho fatto un sacco di cose anche oggi. Mi sono rimessa in pari con qualche progetto arretrato, anche se non ho ancora finito. E ho pensato al racconto che devo scrivere e finire (prima bozza) entro la fine del mese. E di cui ho già sognato il finale. Sognato nel senso di sognare. Da addormentata. E quando mi sono svegliata tutto era così chiaro. Era chiara la direzione che il mio protagonista doveva seguire ed era chiara la sua strada, come se la luna la avesse rischiarata per tutto il tempo (mi sto autocitando stasera, chiedo venia).

E devo dire che siccome di solito le grandi idee per i racconti le ho mentre guido, questa è una modalità che differisce moltissimo. E quindi la prendo come un maledetto Segno. Il Segno, per essere precisi, è che questa storia deve venire fuori. Ora. È il suo momento. E non sentivo questa sensazione da anni, non sentivo il richiamo di una storia dall’ultima Laura di cui ho scritto (e che ho messo qui, su WordPress, sul blog di Circolo 16).

Una bella sensazione.

Ed ecco che, finalmente, allora, stasera, ora, sarò breve. Perché dopo essermi rimessa parzialmente in pari con gli impegni(completare racconti a due mani –Franck, ho terminato il mio pezzo proprio oggi. Devo solo trascriverlo ora, come ti dicevo-; revisionare un racconto dello Scrittore; pagare tutti i bollettini; dare comunicazione agli altri genitori della riunione a scuola- con relativo sondaggio per una gita al Fico-; insegnare alla collega come scrivere sulle torte in mia assenza) ecco che sono pronta a dedicarmi alla narrativa.

E ho un biglietto sulla mia bacheca. Lo scrissi ad Agosto, prima di aprire questo blog. C’è scritto sopra: i Segni dicono che devi ricominciare a scrivere.

Prendo molto sul serio i Segni.

Una volta un tizio, un musicista, mi disse: quando fai un cambiamento positivo l’Universo si muove per aiutarti.

Il mio Moonverso si sta muovendo.

Vediamo come risponde l’Universo.