Di cosa parliamo quando parliamo di ex

post 19

Questa sera sono qui che penso. Sì, lo so che non è una novità, come dice l’Amico Speciale Io penso troppo. Che poi, come si fa a pensare troppo me lo deve ancora spiegare, anzi, mi chiedo, come si fa a pensare meno? Perché io, di sistemi, ne ho inventati a dozzine, ma l’unico che ha funzionato (e nemmeno poi molto) non ve lo dico.
Comunque. Sono qui che penso.
È passato un mio amico a trovarmi, un ragazzo che conosco da molto, due chiacchiere, ceniamo insieme? Ma sì, dai. Faccio una pasta veloce eccetera. E alla fine sono ricaduta nello stesso errore. Ho parlato del mio ex. Di quanto mi faccia incazzare come un toro appena vede la bandiera rossa. E sono due anni ormai che non parlo d’altro alla gente. Di quanto sia ingiusto avere una situazione devastante con un ex che insulta e minaccia e una figlia quasi adolescente di cui preoccuparsi e lui non mi parla, lui offende, non ragiona, e il tempo doveva sistemare le cose e non l’ha fatto, e ora sono stanca, e devo preoccuparmi davvero della mia incolumità?, ma perché non si trova un’altra e se ne sta zitto? E tutte le solite cose.
Da due anni
.
Insomma. Alla fine mi vengo a noia da sola. Forse è per questo che faccio un po’ la gnorri sull’argomento, qui, su questo blog: perché mi è venuto a noia. IO mi sono venuta a noia. Sempre a lamentarmi di non poter far questo. O quello. Quando la colpa è solo mia: mia che ho permesso; mia che non agisco; mia che me la prendo.
Però, scusate, il fatto è che ho passato metà della mia vita (vera) con quest’uomo. E sebbene mi chieda come tutte le donne farebbero nella stessa situazione: ma come hai fatto?, beh. In qualche modo ho comunque fatto, non credete? E questa è un’altra delle cose che non ho risolto della mia vita. Un’altra domanda a cui non so rispondere.
Fatto sta che il mio amico mi ha detto, dopo ore di dialogo (leggi: monologo), che stavamo parlando di niente. E che l’unica soluzione era andarmene. Andare via proprio. Via di qua. E portare Little Boss come me.
Ora. A parte il fatto che non posso farlo, avrei un inseguimento in stile Thelma e Luoise prima del burrone.
Ma in ogni caso, sto pensando, sebbene la soluzione sia splendida per Me, magari non lo è per Little Boss. Ho passato tutta la sua vita a pensare a cosa potesse essere meglio per lei. E per farlo mi ci sono sbattuta, l’ho ascoltata, anche quando piangeva per le maledette coliche, e ho cercato di entrare in contatto con lei in mille modi. L’ho guadata: da vicino, da lontano, anche da media distanza, che non si sa mai.
Tutto ciò che chiedo, ora, è poterle dare opportunità. Non negargliele. Tutto ciò che vorrei è che fosse non certo felice, non sono così stupida, ma almeno sicura del suo nido. Conoscete la Teoria dell’attaccamento di Bowlby? Se non la conoscete, conoscetela. Perché a me ha cambiato la vita.
Un nido. Almeno questo. Il nido sicuro dal quale partire.
Alla fine, visto che in teoria sono fatta di stecchi e bava, non dovrebbe essere così impossibile…

 

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Lettera non spedita n. x

Post 18
Caro Tizio della Luna,
Eccomi ancora qui, in questo spazio che non sarà mai nostro, ma solo mio. È lo spazio delle Lettere Non Spedite (LNS) a te, hai proprio una cartella sul mio Mac, una cartella con un nome poco fantasioso, in effetti: LNS a TDL.
Questa è la numero x. Perché ho perso il conto e sono troppo pigra per farlo adesso, allora questa sarà solo la numero x, che non serve altro. Tanto qui il Tempo non conta, conta solo quello che ancora mi ostino a sentire quando ti vedo, come oggi, quando sei arrivato e ti sei seduto, da solo, al tavolo del Ristorante che sai essere quello che riesco a vedere da ogni angolo della sala. E le tue parole sussurrate, perché, cavolo, non ce la fai proprio a dirle con un tono di voce normale, devi per forza dire le cose come se fossero un segreto erotico, e allora mi fai pensare a quello, a te che mi esplori, alla tua bocca vicino all’orecchio, e tutto, lo vuoi capire che tutto diventa più difficile? Ma lo fai apposta? E anche quel leggero sfiorarmi la mano, quando ti porgo il piatto… e quel sorriso un po’ malinconico quando te ne vai… insomma. Così non me la rendi facile, caro mio. Io che in testa ho solo questo: infilarti nell’oblio. E tu che mi parli delle tue piccole cose, tra una caraffa di acqua e un caffè, tutte le tue parole mi restano dentro e io che vorrei poter smuovere i monti per poterti stare vicina in una piccolissima difficoltà come Non si accende più la macchina, mi trasformerò in meccanico per te, so guardare i livelli, magari ti cambio la guarnizione di testa o il motorino di avviamento.
Il fatto è che sento che non è finita.
Sento che c’è ancora qualcosa.
E lo so che potrebbe essere( sì, uso il condizionale, ma non dovrei) solo la mia immaginazione, ma nei tuoi occhi io lo vedo un pezzo di me, io lo vedo che una piccola parte di Luna ancora la guardi, magari la notte, magari quando sei da solo, magari pensi ogni tanto alle sensazioni che ti ho dato, alle canzoni, alle parole, alle mie labbra, a quella maglietta che mi hai regalato e che non riesco a indossare per paura di sciuparla, a quella Casa che eravamo, anche se lo so che non era reale, che era nei nostri sogni, nei nostri Forse e nei nostri Però.
Me ne sono andata io.
Lo so.
Tu mi avresti tenuto con te, in un modo o nell’altro.
Ma sarei stata una seconda scelta.
E io non me lo merito.
Ma non so se sto aspettando di dimenticarti.
O sto aspettando Te.

Virgola, virgola, virgola

Post estemporaneo del 16 settembre

Oggi mi sono davvero massacrata con il lavoro, ho dormito l’equivalente di una notte in tre notti (pagherei a sapere come si nutre l’insonnia, che mostro terribile che è, maledizione!) e quindi ora mi sa che sono davvero stanca. 

Ma domani ricomincia la scuola…

Little Boss è su di giri, mia figlia è magica, ma davvero strana, non vede l’ora dei essere a domani, non fa altro che parlare, sorride, si agita per questa o quella cosa che non è proprio perfetta nel suo zaino, pensa a come migliorarla e allora disegna una nuova cover (lei la chiama così, non date colpa a me) per la scatola di latta delle matite, poi si ricorda che ha fatto un piccolo errore ortografico nel riassunto che doveva fare di un film(tristissimo) che gli hanno assegnato per le vacanze, e allora eccola lì che corre a ricopiarlo da capo, Mi aiuti per favore? Me lo detti? 

Eccerto che te lo detto, sei la luce dei miei occhi, ma ora di luce non ne ho molta, negli occhi, perché mi si chiudono proprio se sto sul divano a dettarti questo riassunto, Ma come cavolo le metti le virgole, LB? Non si mettono a intuito, ci sono delle regole! Ma io sono creativa, mi fa, mi piace scrivere creativo, e sebbene mi si stia sciogliendo il cuore per queste parole, sebbene io la adori come non mai perché alle volte è davvero creativa, nel modo giusto dico, stravolta la devo proprio cazziare, faccio la maestrina, che poi è una cosa che faccio spesso, proprio un difetto che dovrei correggere, e discutiamo sulle virgole e ci battiamo il cinque per le poche che approviamo entrambe. 

E sì, mi si chiudono gli occhi, ma stare con lei è sempre splendido, divertente, emozionante, e questa pausa che mi prendo da lei la prendo perché si sta facendo bella per domani e ha bisogno di tutte le sue cose, nel bagno: musica per l’occasione, una spazzola e la piastra per i capelli. Ma non di me. Non ora. Cavolo. 

Come sta crescendo.  

P.s. Le virgole le metto anche io un po’ a caso, un po’ per istinto. Ma non diteglielo… Sopratutto stasera, che il mio neurone solitario si sta lentamente dimezzando…

 

Cicatrici

Post 17

Oggi mi sento un po’ triste. Capita, mi dico. La stanchezza, un pelino di stress per le cose che accadono, per i tentativi falliti di portare pace intorno a me, per quella stupida ostinazione a volersi fidare del mondo… le solite cose, insomma.

Mi sento triste. E non disperata. Quindi faccio passi da gigante. Mi fa male una cicatrice. No. Stavolta nessuna metafora. Stavolta mi fa male sul serio, una cosa fisica. Mi punge, come se mi volesse dire qualcosa. E mi viene in mente la bellissima scena dell’Odissea, quella della cicatrice di Ulisse che la vecchia nutrice riconosce dopo dieci anni (insomma, diciamocelo, una scena un po’ patetica: lo riconoscono prima il cane, Argo, e la nutrice, della moglie  e del figlio…). Comunque. Da quella cicatrice parte un pezzo epico (è proprio il caso di dirlo) in cui Omero ci racconta tutta una storia (della cicatrice stessa) e secondo me è un pezzo in Jazz (magari una volta vi dirò come la penso sulla scrittura in Jazz). Perché è vero. Le cicatrici hanno una storia. E ci raccontano di noi, ci ricordano chi siamo, ci fanno riconoscere, non tanto alle nutrici, tanto a noi stessi. 

 E allora anche io vi voglio raccontare la storia della mia cicatrice, quella che mi punge ora e mi fa penare a scrivere, perché è una cicatrice che ho sulla mano. 

E ve la racconto in jazz, perché non ci sono altri modi di raccontare una cicatrice, Omero ce lo dice bene, ce lo spiega in un numero di pagine che farebbe perdere il cervello a chiunque, ma non a lui, si vede, o a loro, chissà quanti erano, Omero, un po’ come la Ferrante, chissà quanta gente è la Ferrante, mi chiedo, e me lo chiedo perché chissà quante persone sono anche io, che sono stata solo Monica per tantissimi anni, e ora sono anche Moon, Molto Ostinata O Nevrotica, e lo sono, Nevrotica, perché ho incontrato un Tizio della Luna che ho amato fin dal primo istante, che poi mi chiedo: cosa avrà di speciale, il Tizio della Luna, me lo chiedo da così tanto tempo che le parole mi si sono scolorite in bocca, ma non c’è soluzione, ché poi è stato lui il primo a dirmi che scrivevo in Jazz, perché della mia follia verbale mai avrei pensato che fosse jazz, ma solo follia, solo una specie di tubo di scarico del cervello, perché se c’è una cosa che adoro è mordere il Tempo, azzannarlo come un cane, e lo faccio anche quando scrivo, a volte, le dita non ce la fanno a stare dietro a quel piccolo neurone che mi tengo a girovagare nel cervello, ed è per questo che faccio mille refusi, mi dispiace, davvero, per chi legge, se faccio refusi, poi sono pigra e non mi va di rileggere, ma non è nemmeno solo pigrizia, è che non posso rileggere sennò arriva il Censore e taglia e taglia e io non voglio che tagli, che a tagliarmi ci penso già da sola, perché sono distratta, mi tremano le mani e il cuore mi batte forte, e alzo la testa quando ho un coltello in mano e invece dovrei solo concentrati su quello che faccio, come ad esempio tagliare il salame, e invece mi vengono in mente delle cose, mi passa una canzone sotto al naso e io la seguo, ma le orecchie siccome non mi bastano, allora la seguo pure con lo sguardo, come se potessi vederlo, TDL, mentre la ascolta, quella canzone, povera piccola stupida Moon, povera piccola stupida ragazzina troppo cresciuta, TDL non è nella tua cucina, non gliene frega un fico secco del tuo salame, guarda il coltello, che invece di tagliare il salame sta tagliando la mano, prendilo, scema, uno strofinaccio, che stai facendo un casino in terra, è pure sabato sera e la farmacia sotto casa è chiusa per turno, speriamo che ti basti quel cerottino con le Winx che hai comprato per Little Boss anni fa, magari domani vai e ti compri le cose che ti servono se ti tagli di nuovo, che dici?, lo fai lo sforzo di essere grande?, lo fai lo sforzo di prenderti cura di te invece che perderti dietro ai sogni e alle canzoni?

Stasera mi fa male la cicatrice perché sono triste, perché piango, come quella sera del salame. E mi fa male per ricordarmi di stare attenta, di sforzarmi di prendermi cura di me. 

E io, per prendermi cura di me, per salvarmi, come ho detto a TDL giusto ieri, non posso fare altro che scrivere.

O più spazio o più armadio

post 16

Ale non vive più qui.

Vive da un’altra parte, anzi, dall’altra parte del mondo. In mezzo ai boschi, più o meno, tra le fate e gli gnomi, credo, facendo un lavoro che secondo me ha a che fare con la Magia, quella vera. 

Ci sentiamo quando possiamo, ci scriviamo quando possiamo, proprio stamani mi è arrivata una sua mezza mail (che io immagino abbia scritto fino a che uno gnomo non l’ha disturbata dicendole che a mezzanotte si sarebbe trasformata in zucca o una cosa simile) dove mi parlava di stanze. Vive, per il momento, con una tizia sudamericana, non sa nemmeno lei di dove, non è una donna di molte parole. Io immagino sia una specie di sciamano, ma sono solo ipotesi: cosa davvero faccia Ale lì è un mistero, e se lei vuole che resti tale io la rispetto. Insomma, la tizia-sciamano il primo giorno le ha detto: ci sono due stanze in questa casa. Ne puoi scegliere una a tuo piacimento. Nella prima c’è più spazio, nella seconda c’è invece un armadio più grande. 

Lei ha risposto solo: o più spazio o più armadio: capito.

E questa frase me l’ha girata. E io l’ho girata al mio piccolo neurone, che la sta elaborando per benino. 

Ha ragione: o più spazio, o più armadio. Non si può avere entrambi, bisogna scegliere.

Ho pensato un po’ a tutta la mia vita. C’è stato un tempo in cui avevo un armadio enorme e ben ordinato, ma lo spazio era davvero minimo, soffocante. No. Era una vera e propria Trappola Infernale. Ho passato anni a ignorare il fatto che non c’entravo, nella stanza, passavo giornate intere a guardare solo l’armadio e pensavo: mi basta questo, dopotutto mi basta… ma poi un giorno mi sono svegliata. Non so come ci sia riuscita, ho tante ipotesi e non vi tedierò elencandole. Conta il fatto che mi sono svegliata e che mi sono resa conto che no, armadio bello quanto vuoi, ma ho bisogno anche di spazio. Così ho fatto le valigie (a metà, ovviamente) e mi sono trasferita nella stanza con più spazio. All’inizio era tutto un saltare di qua e di là, la mia mezza valigia entrava perfettamente nell’armadio minuscolo. Chi se ne frega dell’armadio, pensavo: ora sono libera! Faccio la mia vita. Nessuno può più dirmi cosa fare, pensare, vedere…insomma, avete capito. Ma poi ho iniziato a comprare altri vestiti, si vede (sono una donna, dopotutto, amo i vestiti, anche se la maggior parte si riducono a jeans e t-shirt) e l’armadio ha iniziato a essere piccolo. 

Ora. Una persona logica direbbe: compra un armadio più grande e hai risolto. 

La fregatura è che con un armadio più grande ci sarebbe meno spazio. 

Quindi: o più spazio, o più armadio. Non se ne esce. 

Questa complicata metafora si riferisce alla mia (devastante) vita sentimentale. Il mio matrimonio è stato per molti versi soffocante e quando è finito mi sono trovata a gestire un sacco di spazio tutto mio (altro che Una stanza tutta per me, come diceva Virginia! Tutte le stanze ora erano mie!). 

È stato bello, ma poi passa il tempo, Little boss cresce, tra poco sarà una piccola donna, farà la sua vita e le sue scelte, come è giusto che sia, eccetera. E io… forse, dico forse, sento il bisogno di avere una vita mia, una persona accanto e tutte quelle cose lì (ancora un po’ imprecisate). Allora mi dico che TDL magari ha fatto tanta presa per questo motivo. Perché volevo più armadio. 

Perché non ci si accontenta mai di quello che si ha, in fin dei conti. O almeno, così succede a me. L’inquietudine pessoana regna sovrana. 

E così mi dico che alla fine sono fortunata, dopotutto. Ho ancora più spazio. 

Per l’armadio deciderò poi.

Mani rubate all’arte

post 15

Questa mattina non faccio altro che guardarmi le mani. Tutta colpa del Mio Primo Cliente, Sergio. 

Sergio è un adorabile vecchietto, anni più o meno centocinquanta, che alle otto in punto (tutte le sere) arriva appoggiandosi al suo bastone, si siede al tavolo tre (tutte le sere) e ordina una grigliata mista (tutte le sere). È più che il classico Cliente Abituale, ormai fa parte dell’arredamento. Faceva il pittore, da giovane, o così mi ha sempre detto. Mai visto un quadro suo e l’unica volta che ho provato a googolarlo non ho trovato traccia. Ma questo non vuol dire nulla. Lo chiamo il Mio Primo Cliente perché quando ho iniziato a lavorare al Ristorante, proprio la prima sera di servizio, ancora non sapevo portare nemmeno un piatto, lui mi ha visto e mi ha scelto. Ha detto proprio: vorrei essere servito dalla biondina, se è possibile (ha sempre modi molto eleganti, quindi tralascio di commentare quel biondina). Devo dire che grazie a lui sono riuscita a sciogliere il ghiaccio (che per me era un iceberg tipo quello del Titanic visto che era la prima volta che lavoravo al pubblico dopo quasi vent’anni di lavoro in ufficio). E da allora lo servo sempre io. 

Ma, come sempre, tendo a divagare. Dicevo delle mani. È che ieri sera Sergio ha detto: hai delle belle mani, biondina (ok, no, non ha smesso di chiamarmi così anche se conosce perfettamente il mio nome). Sarebbe stato interessante ritrarle, ha aggiunto. Poi me ne ha presa una, se l’è rigirata sotto al naso, guardandola come una casalinga guarda una melanzana al supermercato, e ha detto, ancora: queste mani sono rubate all’arte. Non ho saputo dire nulla sul momento. E quando avevo trovato qualcosa da dire lui se ne era già andato. Ho perso il momento. 

Ma mi chiedo cosa davvero intendesse dire, probabilmente nulla, Alzheimer arrivo!, e via dicendo.    

Ma la sua frase mi è rimasta. E stamani mentre sorseggiavo il caffè ci stavo ancora pensando (chi ha rubato le mie mani?), e così ho deciso di riprendermele e sebbene sia convinta che non sarò mai una pittrice, né una pianista, né qualsiasi altra cosa si possa artisticamente fare con le mani (anche le ombre cinesi), in ogni caso le posso usare qui, su questa tastiera, posso muoverle qui. E scrivere ancora su questo blog, riappropriandomene almeno per mezz’ora al giorno. 

Così.  

Cucinare

post 14

Ho invitato per domani sera a cena mia sorella con suo marito e mia madre con la sua compagna. Ogni tanto mi toccano anche queste cose. Nel senso, vedo tutti più o meno volentieri, ma il mio grande dilemma è: CUCINARE. 

Ora, non è che per 40 anni io abbia solo aperto scatolette di tonno e scaldato 4 salti in padella, anzi. Quando stavo con il mio ex ero proprio l’emblema della C.P. (Casalinga Perfetta). Da brava CP non solo pulivo e riordinavo casa ogni giorno, ma ero regolare con i bucati, usavo ancora il ferro da stiro, ma sopratutto cucinavo. Cucinavo di tutto, dal cinghiale al pane, credo di aver fatto la marmellata con ogni tipo di frutto, anche i limoni e perfino i peperoncini, d’estate facevo la conserva, adoravo fare i dolci e i biscotti (mia figlia da piccola adorava mangiare quelli fatti in casa), senza contare le piccole coltivazioni da giardino: salvia, menta, rosmarino, basilico, timo… 

Insomma, la cucina era il mio Regno, come ogni CP. Grembiuli, presine da giorno, tovaglie, tendine. Ero contornata da un sacco di quadretti, fierellini, insomma ero una versione moderna di Biancaneve nella casa dei nani. 

Ma, come ogni brava bulimica di vita, questo vestito così anni ’50 ha cominciato a cedere sulle cuciture. 

E ora sono l’esatto opposto. Cucinare è il mio dilemma. 

Ma siccome lo so fare, mi armo di pazienza e mi anticipo, che domani sarò a lavoro fino a tardi e potrò fare ben poco. 

Quindi inizio a impastare il pane, ché a mia figlia piace allo zafferano, poi metto a cuocere le verdure per lo sformato, ché la compagna di mia madre è vegetariana, infine preparo la salsa per la pasta (sublime assemblaggio di melanzane, pomodori secchi e mozzarella di bufala, una ricetta che ho fregato al Ristorante). Sforno il pane e ha un profumo delizioso, dovrò tenerlo alla larga dalle zampetta golose di mia figlia, penso già a come fare quando arriva un messaggio su WhatsApp: mia madre.

Siccome casa tua è piccola e sai che Teresa (la compagna) non si sposta volentieri da casa, e siccome ho appena fatto le verdure ripiene al forno, che sai quanto piacciono a tua sorella, e siccome tu lavori, poverina, hai poco tempo, io invece sono in pensione, lo siamo entrambe, io e Teresa, e poi ho appena comprato il gelato alla nuova gelateria sotto casa e tu sei così lontana!, si scioglie tutto se lo porto a casa tua, dicevo, perché non la facciamo a casa mia, la cena? 

Due secondi di sospensione mentale, mentre giro le verdure già pronte con una mano e il sugo con l’altra, e il telefono lo guardo da lontano.  

Perché no, mamma? Una bella idea! Grazie! (faccina sorridente)

Contraddirla? Mai! Piuttosto cinquanta giorni di galera in stile Conte di Montecristo. 

Lei risponde con un pollice in su. 

Io con il bacio.

Esco da WhatsApp.

Guardo la cena di domani già quasi pronta. 

Guardo l’orologio: tra poco arriverà Little Boss. 

Il mio pane le piacerà un sacco.

Stanotte ho sognato TDL

Post 13

Stanotte ho sognato il Tizio della Luna. Mi stava sorridendo, con quel suo mento sbruffone e l’occhio sinistro che trema solo un pochino quando si ferma a guardarmi. Alzava una mano, l’altra sul cuore, come sempre, come se si dovesse difendere dal mio sguardo. Faceva dei buffi passi di danza, e io ridevo, ferma, le gambe inchiodate dalla paura, quella morsa allo stomaco che mi prende quando si avvicina, e lui lo faceva a passo di danza, Lifeline, mi diceva, balliamo insieme, ti prego, come una volta, come quella notte, e poi leggimi ancora le poesie della Kristof, leggimi ancora Con un abbraccio. Stenditi sopra di me ed eclissa ancora la luna, Moon. 

E io alzavo la testa, le nostre bocche a sfiorarsi, i nostri respiri mescolati, le sue mani sui miei fianchi, le mie nei suoi capelli, Vieni più vicina, Moon, non ti farò male. So che è una bugia, me ne farà tantissimo e nessuno riuscirà a vederlo, ma il bene, il bene che ora voglio, non riesco a trattenermi, mi sollevo solo un po’, ci fondiamo, ci scambiamo l’anima in un continuo passaggio, e intanto tutto il mondo si è fatto più scuro, c’è solo la luce della luna, gli rischiara solo una guancia, fa brillare le sue palpebre socchiuse e poi. 

E poi i sogni se li porta via la sveglia. 

Il fatto è che fino a questo momento, cioè, fino a ieri, solo ieri, stavo pensando che scrivere questo blog e tutto il resto facesse davvero la differenza. Solo ieri, ripeto, mi dicevo: vedi? Già stai meglio! TDL sta sprofondando nel tuo inconscio, insomma, te ne stai dimenticando, brava Moon, vedrai che è stato solo un fuoco fatuo. Ti riprendi in poco tempo, altro che 300 giorni, ah ah! 

Ah.

Ed ecco che stanotte arriva e mi fa sentire come quel benedetto giorno di primavera e io mi chiedo: ma cosa ho che non va? Ma perché non ti rassegni? Ma che ti frulla in quel cervello atipico? Nulla, ecco cosa. Non ho nulla nel cervello, sono diventata mononeuronale. Non ho altre spiegazioni. 

E intanto la vita prosegue lenta, i giorni sembrano mattoni che non riesco a mettere uno sull’altro per farci delle buone fondamenta, sono tutti sparsi lì, a terra. 

Mi sono ripromessa che dopo le ferie (lavorando al Ristorante ho le ferie quando tutti rientrano a lavorare: una bella fortuna) dovrò mettermici con impegno, fare cambiamenti, prendere decisioni da persona adulta quale l’età mi dice che sono. Darmi una deadline mi ha sempre aiutato. Quindi aspetto. Aspetto e intanto sogno. E non dirò bugie: stanotte, di sicuro, cercherò di tornare lì, con lui. Se esiste un momento perfetto per credere ai sogni lucidi è questo. 

Il GA e il Viaggio

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Ho passato altri momenti della mia vita durante i quali avevo Grandi Progetti. Sono sempre stata una Donna da Grandi Progetti. Appena me li comunicano salto di gioia come fossi una bambina con lo zucchero filato. Poi l’entusiasmo scema appena arriva quella vocina a dirmi: Grandi Progetti? Non fanno per te. Sei una mediocre. Non ce la puoi fare. Keep calm and Porta i piatti al tavolo Uno. 

L’ultimo non è da meno. La proposta? Scrivere testi per un Grande Artista. Lui mette la musica e io le parole. Funziona così, il Grande Artista è amico di amici di amici. Gli amici all’inizio della lista mi dicono di andare a conoscerlo. Guarda che G.A. è un uomo alla mano, bravissimo. Io ascolto la sua musica e in effetti mi incanto, mi piace, sento che ha qualcosa che ribolle nel sangue ed è simile alla benzina che ribolle nel mio.  Passo ore a sentire le melodie, penso a una selezione di parole che possano andar bene, e una domenica mattina mi faccio dare un turno di riposo e prendo un treno. 

Credo che la migliore cosa che possa capitare all’uomo sia fare un viaggio. Il viaggio, come dice Magris, è tutto per l’uomo. Mi godo ogni minuto sul treno, perché non lo so cosa hanno i treni, ma mi piacciono da morire, mi sembra che siano un covo di vite, e in effetti lo sono. La gente, mentre viaggia, si rivela. È come se la guardassi seduta sul divano di casa sua, in un certo senso. 

Osservo una ragazza in piedi in fondo al vagone, è altissima e bellissima, ha i capelli di Arnorld (Che cavolo stai dicendo, Willis?), non so perché non riesco a staccarle gli occhi di dosso, ha un’eleganza anche nel restare ferma che invidio da morire.

Il treno si ferma. La ragazza con i capelli di Arnold scende in due passi. Quasi mi dimentico che devo scendere anche io.

Il GA abita vicino alla stazione. Solo quando imposto sul navigatore l’indirizzo esatto mi rendo conto di cosa sto facendo: un grosso buco nell’acqua. Mi si sta aggrovigliando lo stomaco, le gambe non sembrano voler procedere un granché e quando busso alla sua porta ormai sembro già il fantasma di me stessa. Con i capelli che sono un casino.

Il GA è un omone sudato e spettinato quasi quanto me. Ha la presa forte e un sorriso buono. Mi fa sciogliere in poco tempo il nodo che ho nello stomaco, mi offre del vino, inizia a parlare dei suoi progetti, mille progetti, talmente tanti che non ce la faccio a seguirli tutti, mi capisci? Certo, certo che ti capisco, GA, tu sei un GA e tutte le piccole Moon come me bussano alla tua porta chiedendo quello che ti sto chiedendo io, e tu sei stanco, vorresti solo essere lasciato in pace, ti capisco GA, non credere, e infatti dopo poco ti faccio parlare di altro, ti faccio raccontare delle piccole cose, che lo so come ci sente, da stanchi, e io alla fine sono contenta così, solo per averti conosciuto, perché ascoltare la tua musica, quella domenica, e poterti chiedere le cose, e ascoltare le tue risposte, mi basta. 

Il viaggio, mi ripeto andando via. 

E nonostante i reciproci contatti scambiati e tutto il resto, so che con GA non si farà nulla. Me lo sento sotto pelle. Ma chissenefrega. È sempre stato il viaggio, Moon, mai la destinazione. 

E io ho ancora un sacco di strada da fare. 

Intanto ho iniziato a scrivere un racconto. Su una ragazza bellissima che ha i capelli di Arnorld. 

L’unico modo che ho per pensare è scrivere

Post 11

Sono passati più o meno venti giorni da quando ho iniziato il count down del tempo che ho stimato mi ci sarebbe voluto per dimenticare TDL. Mi sono scontata la pena, diciamo, ma il traguardo è ancora lontano. Va detto che la prima a non semplificarsi la vita sono io: ascolto una playlist su Spotify così deprimente che devo tenere i Kleenex accanto al pc, quando mi fermo un attimo sul divano mi perdo a ricordare le sue parole, rileggo messaggi e mail. Ma sopratutto controllo. Controllo i suoi accessi su Facebook, Twitter, Google+, Instagram, LinkedIn. Guardo se qualcosa cambia nella sua vita, sono una spiona, aspetto che distrugga i miei sogni impossibili con qualcosa di possibilissimo e realistico, come la foto in bianco e nero (che fa più figo) del famoso anello di fidanzamento. Oppure un post con un centinaio di faccine felici che annuncia il matrimonio. Ma nulla. TDL è un riservato, nonostante tutti i suoi maledetti social. 

E poi c’è questo valore aggiunto, i messaggi che mi manda, dove non dice mai assolutamente nulla, è quasi una spam, ma quando leggo TDL sul telefono sento che, sì, il giorno zero è ancora lontano. 

Nel frattempo passo questo mio giorno di festa dal lavoro bighellonando, dormendo, leggendo, scrivendo, guardando serie tv con mia figlia, andando al discount a fare la spesa. E nulla mi appare più superfluo del far scorrere i giorni così, senza di lui. Sento che la vita la sto proprio sprecando, e l’unica cosa buona che ho è la scrittura, questa forma folle di vivere dentro le parole, quelle vere e quelle no, quelle oneste, sempre. Perché solo l’onestà vale qualcosa, ché la verità non esiste, è solo una forma di bugia che raccontiamo a noi stessi, ma l’onestà sta proprio qui, nel capirlo. E le parole riescono a farmi questo, riescono a farmi sentire più onesta (certo, se le scrivo con la pancia) e quindi in un certo senso migliore. E poi mi fanno pensare. Sono l’unico mezzo che ho per riflettere su qualcosa senza avvitarmici (ormai ho rubato a TDL questa parola e la uso non guardando al copywrite). Peccato che tutte le parole che butto in giro, qui o su carta, non servano a nessuno se non a me. 

Credo che il Censore abbia annusato questo la prima volta che ha bussato alla mia porta. Sapeva dove colpirmi per fare male e l’ha fatto. Ha visto che la mia debolezza è il giudizio degli altri e mi ha gambizzato. Io ho provato a scrivere racconti che potessero avere un valore sociale, all’inizio. Ma non c’era pancia, solo belle lettere una dietro l’altra. E, insomma, l’italiano mica lo so solo io ( e poi nemmeno quello, so davvero) e tutto quello che ho scritto era banale, e già scritto. Già detto. Un mio vecchio compagno d’armi, un giorno, mi disse qualcosa a proposito. Ci rigiravamo tra le mani una lattina di birra scadente parlando di racconti, scrittura e stili,  e lui si fermò, mi guardò e mi disse: insomma, Monica, se hai qualcosa da dire, dilla! Credo che conti solo questo. 

Non ha mai avuto torto. Ma io ho perseguito la strada del bello stile, della bella parola, della bella immagine per anni, facendomi sanguinare le mani anche cinque ore al giorno. I risultati che ho ottenuto, nonostante impegno e fatica, non sono poi granché. 

Questo blog, invece, libera le parole scritte con la pancia, che non sono ugualmente nulla, ma almeno mi fanno stare bene. E dico quello che voglio dire, anche se non so quanto gliene freghi alla gente. Che poi, cosa importa davvero alla gente? Ma chi lo sa.

E allora dico quello che ho da dire, come disse il compagno d’armi, urlo (ma a bassa voce, sia mai che i vicini mi sentano) che questa vita mi sta stretta e che sono troppo codarda per fare qualcosa in proposito. Se non, appunto, scriverlo.