Storia di 3

Sulla mia scrivania ci sono delle chiavi, della mia vecchia casa, il posacenere, un calice di vino (i calici, per il momento, sono un lusso che per caso posso concedermi), un foglio con il numero di ordine dell’Ikea per la nuova cucina, le istruzioni per la nuova asciugatrice. Ogni oggetto in questa scrivania potrebbe raccontarvi una super storia. 

Eppure io voglio raccontarvene un’altra. 

C’era una volta Moon che voleva traslocare. La sua casa era in vendita, la casa che le aveva dato la libertà, la casa che l’aveva vista mille volte piangere, ridere, sognare, ma soprattutto rinascere non era più la sua casa, era solo un quadrato, vuoto, di pochi metri. Così Moon ne vide un’altra. Una più grande, giusta per lei e Little Boss, una casa che poteva (poteva, in potenza) essere giusta. 

Ma certo, mica era perfetta, così com’era. Moon e (soprattutto) l’Amico Speciale, dovevano lavorarci su: tinteggiatura, messa in posa del battiscopa, alcuni accorgimenti elettrici, una nuova tinta alle piastrelle… insomma, un gran bel C**** di lavoro di M*****-

Ma Moon ha sottovalutato l’A.S., lui è un C**** di treno, se inizia un lavoro e non gli stai dietro sono C****, ti incita come se fosse un C**** di capo dei Marines, e stai pure ore a dire che No, non ce la faccio, io non sono forte come te, Aspettami, arrivo, nulla: sei sempre un passo indietro. 

Insomma, siamo a buon punto, nonostante la mole di lavoro e il pochissimo tempo (A.S.=treno Frecciarossa in tratta Firenze-Roma), ma restano alcuni dettagli. Tipo liberarsi delle vecchie cose nella Nuova Casa (N.C.). Le vecchie cose nella N.C. sono infinite…

Se volete un elenco sommario finisco le parole di questo blog. Ma a voi basti sapere che questa storia racconta di tre (solo tre) cose di questa casa: tre sedie imbottite di stoffa che non si possono vedere. Tre sedie imbottite di quella stoffa fiorita che era già passata di moda negli anni Ottanta. Tipo quelle in foto. Per dire.

Ecco.

Chiamo gli Ingombranti del mio Paesello e spiego cosa devo buttare: otto milioni di cose. Mi dicono che devo dividere per materiale. Ok. 

Allora il legno tutto insieme? 

Sì. 

Perfetto, ho un comodino, una cantinetta per i vini, un tavolino, due mensole. E tre sedie. Imbottite di stoffa, però. 

Dall’altro capo del filo mi danno l’Ok. il giorno prima del ritiro metto fuori tutto, come mi è stato detto. 

Ma le sedie imbottite non me le ritirano. 

Le rimetto in casa, bestemmiando come un muratore dopo un pranzo di lavoro. 

Restano lì per giorni, io l’Amico Speciale ci scervelliamo per smaltirle altrove, tipo nel cassonetto (l’idea del mio Boss, con tanto di selfie da mandare al Sindaco del mio comune) o nel fiume direttamente (idea dell’A.S.). 

Poi arriva la mia, di ide: le regalo. Ci provo. Eccheddiamine! Al limite si passa all’opzione fiume.

Al mattino, tipo le 6.30, metto una foto (quella sopra) elle tre (dico TRE) sedie su un gruppo Regalo Regione. Alle 8.00 ho già tre messaggi. Di gente che le vuole! 

Insomma, alle 10.00 già mi sono accordata con una certa tizia (che chiamo Samantha perché ci sta) che le deve avere ASSOLUTAMENTE. Tre sedie. 

Certo, le dico, se vieni in giornata sono tue.

Viene mio marito stasera, mi risponde. 

Non ho fiducia, ma decido, per stanchezza, di crederle. 

La volete la notizia? Alle 18.00 mi chiama suo marito e mi dice che sta arrivando. 

Incredula, con la mia amica Ale (tornata dal paese dei folletti per una visita temporanea) gli facciamo caricare la macchina.

Allibite per il colpo di culo. Lui ci dice: mia moglie mi ha mandato qui da XXX per prenderle – XXX non è vicino- e non lo so cosa vuole farci. 

Io lo compiango e mi vorrei davvero pagarlo per la gentilezza, come mi aveva detto l’A.S. 

Se ne va con la macchina carica, mentre io esulto per il colpo di genio. 

Siccome era iniziata con C’era una volta… questa favola ha una morale: un punto a chi me la indovina

Non so come ho fatto a scrivere fin qui. Era proprio una gran voglia. Domani mi arriva la cucina da montare (IKEA) e poi ricomincio a lavorare.

Ma scrivere…

Dice Ale che scrivere mi fa bene. Io le credo. Le credo sempre. 

Buonanotte a tutta la blogsfera…

Aggiornamento veloce e senza fronzoli

Avrei tanto voluto annichilire il mio cervello con la serie tv che sto seguendo, Castle Rock, liberamente inspirata ai racconti e ai romanzi di King, ma forse, e dico forse, mi serve la famosa Pettinata al cervello. Pettinarmi il cervello significa semplicemente riordinare le idee, metterle in fila, servire sul vassoio in modo ordinato tutta la maledetta carne al fuoco che ho.

Che poi alla fine mica è tanta, mica è straordinaria, ma il mio neurone fa così, si spaventa, quando esce dalla Zona Confort è tutto elettrizzato. Perché, come diceva la mia Psicologa, essere Fuori dalla Zona Confort è la Mia Zona Confort….

Ho un trasloco in corso. Il mio decimo? Ho perso il conto. Sono la Ragazza con la Valigia, come ho detto a un tizio due giorni fa al supermercato. E non chiedetemi perché mi sono lasciata andare a queste confessioni al super: deve essere lo stress. 

Nella casa nuova ho otto milioni di miliardi di cose da sistemare e buttare, tanto che della vecchia casa non mi preoccupo: le cose da inscatolare e trasportare sono diventate una bazzecola. 

Va da sé che il mio Capo non mi dà le ferie come aveva promesso. Una settimana fa è andata in iperventilazione e mi ha chiesto di insegnare al collega di turno a fare i biscotti (!) : perché quando non ci sarai più, ha aggiunto. 

E mica muoio, che cazzo!, ho risposto.

Sì. Ma le ferie…

E poi ecco lì che mi dice che non le posso prendere per due settimane di fila. 

E come le prendo, a rate? 

Così siamo rimaste che le prendo solo tre giorni e per il resto farò orario ridotto. 

Intanto l’Amico Speciale invece le ferie se le può prendere di fila e lui le ha chieste anche per me. Il Testosterone ha decretato che sarà lui a imbiancare la nuova casa. Io non ne sono capace. Lo stesso dicasi per le piccole riparazioni all’impianto elettrico, per smontare lo smontabile, per portare i mobili fuori da casa per farli smaltire. 

Il mio Ego ne risente, ma siccome mi sembra di guadagnarci non voglio lamentarmi. Io sono tanto brava s organizzare, mi sto buttando (a capo fitto) su quello. Il Lavoro al Testosterone, l’Organizzazione a…Quale è il contrario? Estrogeni? 

Da zero e mille. È il motto della mia vita. Da Zero cose da fare, da un po’ di noia, al Mille cose da fare, a non dormire la notte. Ma tanto, come diceva la mia Psi, la mia Zona Confort…

Inoltre la notizia dell’anno (anche quella di quello passato) è il Ritorno in Patria di Ale (per Ale, vedere QUI, qui, qui). Per Ale vedere nel mio cuore, anche. Un posto un po’ difficile da raggiungere, lo so. 

Sono iperventilata, sopraffata, malnutrita e stanca. 

Ma so che questo sarà un anno di meraviglie.

Non so come riesca a pensarlo, visti i casini che riaffiorano come la muffa dai muri (metafora non a caso), ma lo so. Sono ottimista.

La termino qui. 

Fischi per fiaschi

Questo dannato anno, che sta per terminare grazie al cielo, ha visto il livello più alto di stress registrato da anni. Perlomeno il mio. E non è che me ne sia resa conto subito subitissimo, ma mettendo insieme diversi pezzi del puzzle giorno dopo giorno, mese dopo mese. Il primo campanello di allarme è stata la mancanza di concentrazione. Poi la mancanza di azione. Infine la totale letargia. 

Ma poi l’altro giorno, mentre trotterellavo felice al Bar a fine turno, incontro un tizio, lo saluto e tutto, Ehi, quanto tempo! come va? E via con il repertorio. Poi attacco: Sai che ho fatto un nuovo contratto con la ditta XY? Lui mi guarda dubbioso. Non la conosci? Eppure credevo che lavorandoci… in ogni caso è molto convniente, c’è un mio amico che ci lavora e… e così insisto, mentre lui si acciglia sempre più. Poi lo lascio andare in bagno (visto che l’avevo beccato proprio sulla soglia del) e lo aspetto al varco. Quest’anno non è andata tanto bene per il lavoro, eh?, gli dico. Non è abbastanza freddo per vendere le bombole del gas. Lui sempre zitto, un mezzo sorriso sotto la mascherina. Ma tranquillo: a Natale ha messo calo brusco delle temperature.

E nulla, è a quel punto che lui inizia a ridere. E ride tanto che non riesce quasi a parlare, solo dopo un po’, piegato in due, mi fa: mi sa che…ahaha…mi sa che mi hai confuso…ahahaha…con un altro…ahahaha

Mi gelo. Ma chi sei?, penso. Ti conosco bene, lo so, con te ho parlato mille volte. Eppure, nonostante l’evidenza dell’errore proprio non capisco dove sta sbagliando il mio neurone. E la cosa potrebbe passarmi inosservata se non fosse che sento che qualcosa non va nel mio cervello: non è un semplice scambio di persona. Quel tizio non è un vecchio fornitore di bombole del GPL che viene spesso al Ristorante a pranzo, ma il tecnico che aggiusta la cassa del Bar e che ho, personalmente, chiamato anche la mattina alle sei o la sera alle nove per problemi tecnici sul palmare del Ristorante. Ho il suo numero Whatsapp, l’amicizia su facebook, ci ho parlato mille volte solo nell’ultimo anno. Ho assistito a una bellissima scenetta familiare con sua sorella solo pochi mesi fa. Insomma, non averlo riconosciuto (anzi, averlo scambiato per un altro) mi ha sconvolto a tal punto che quasi non ci ho dormito. Inizio ad avere la demenza senile? Alzheimer come mia nonna? O è solo stress da pandemia e da Cassa Integrazione?

Il giorno dopo fermo tutte le speculazioni e decido che devo mettermi alla prova. Vado all’Emporio di paese e compro quattro giornali di enigmistica. 

Ed è lì che resto dalla viglia fino al 27: china su Bartezzaghi vari e, soprattutto Arolo, che fa le parole crociate senza schema che tanto amo. Risolvo come se non ci fosse un domani, ricordo parole dimenticate (tipo garitta), imparo nomi di uccelli strani (garzetta) e mi scervello su definizioni facili (un apparecchio in cabina: telefono a gettoni). Sul finale, visto che mi erano rimasti solo quelli più facili, mi do pure un tempo di soluzione, cercando di battere il mio stesso record (2 minuti). 

Siccome sono in trasferta a casa di Max (l’Amico Speciale), intervallo i cruciverba alla cucina, al letto, ai documentari sui grandi dittatori del Novecento e a innumerevoli partite a scala quaranta (che vinco quasi tutte, incredibilmente). 

Max all’inizio non la prende bene questa cosa dei cruciverba, Sei ancora lì???, chiede sgranando gli occhi.  È uno studio serio, rispondo. Devo testare le mie capacità cognitive. 

Poi però si unisce a me, ma gli devo leggere tutte le definizioni perché La luce non è quella giusta. E della mia follia facciamo un passatempoinsieme. Poi non potete chiedermi perché lo voglio sposare. 

In ogni caso il test è andato bene, direi. Perlomeno su carta, nel vero senso della parola. Forse l’Incidente col tecnico è stato solo un caso. 

Speriamo, eh. 

La Zona Gialla (Z.G.)

E la Toscana è, dopo più di un mese, tornata ieri in zona gialla. La parentesi durerà il tempo di uno starnuto (allergico, eh, non da Covid 19 o da Covid 2, la Vendetta, il suo perfido gemello inglese: questa storia ha un che di avvincente, alla fine) e dunque tra due giorni la fiesta sarà già finita: che la siestacominci!

Lungi da me criticare scelte effettuate, più che altro non ho voglia qui. Qui volevo, semplicemente, constatare.

Domenica mattina, ore 5.30. un cliente entra nel bar, si avvicina alla vetrina dei dolci, chiede: quindi stamani la colazione si può fare qui? 

Io: certo, vi è concesso da oggi fino a mercoledì. Poi stop perlomeno fino al 7 gennaio.

Lui si toglie la mascherina e la getta in terra. La getta a terra, dico. Ah, finalmente, fa lui.

Io: guardi che la mascherina è ancora obbligatoria…

Evvabbè, che cosa gli vuoi dire alla gente?

Comunque quello era solo l’inizio, perché di comportamenti scorretti, in stile Quinoncenècovviddi, ne vedo altri mille prima che la mattinata finisca. Brontolo, riprendo, a volte lascio fare perché sfinita. 

Ma il primo giorno di zona gialla non lo è solo per il lavoro. Little Boss è lì pronta a scattare allo start perché non vede l’ora di rivedere i suoi amici (e il Little Nerd che non potrà baciare perché Cèilcoviddi (parole sue, devo crederle?). A mezzogiorno è già nella cittadina che si prepara a mangiare schifezze con il suo gruppetto. Le impongo di inviarmi la sua posizione sempre (adoro la condivisione della posizione su Whatsapp), la chiamo appena finisco di lavorare, le dico che alle 18 spaccate deve essere pronta, la vado a prendere. 

Ma siccome è zona gialla anche Max, l’Amico Speciale, si muove: alle tre è già a casa mia, mi porta in dono coniglio fritto e si presenta con quel cavolo di completo che, cavolo cavolo, se è strabello con il completo, mi dice: se devo uscire con una bella donna devo fare la mia figura (quanto è ruffiano, ma lo adoro quando lo fa). Io per festeggiare la zona gialla mi sono presa un prosecco al circolino sotto casa (finalmente in presenza), divoro il coniglio e poi divoro Max, ignorando l’occhiataccia del suo completo gettato sul divano. 

Stasera sushi?, mi chiede baciandomi una spalla. 

Un tir di sushi, gli rispondo. 

Pronti, via, eccoci alla cittadina per recuperare Little Boss, una cittadina stracolma, c’è pure il mercato, il delirio più totale. 

Il secondo giorno di zona gialla inizia in sordina. Ma nel pomeriggio Little mi chiede di tornare alla cittadina. Devo finire di comprare i regali, la fumetteria ieri era chiusa

Ok. alle tre riparto, siccome è presto decido di tirare a lucido Winny all’autolavaggio. Winny non la prende bene. Ho tirato tutto in avanti il sedile del guidatore e quello resta bloccato lì. Tiro, impreco, chiedo aiuto: nulla. Mi tocca guidare l’auto come fossi sulle macchinine scontro. Chiamo il Meccanico Di Fiducia, che ormai chiamo più di mio padre (quando mi si accende una spia, quando devo fare inversione delle gomme, quando devo cambiare la corda della frizione, quando mi perde dalla guarnizione di testa… Winny è stanca) e gli chiedo un consulto, sperando mi riceva al volo. Nulla, mi riceve domani. Mi sentirò alta ancora per un po’. 

Per consolami lascio Little in centro a incontrarsi con il Little Nerd e mi butto sullo shopping consolatorio: ho un’ora per ripristinare il livello di serotonina. L’ora la uso bene, mi compro anche un cappotto. Poi siccome mi si sono rotte le calze vado da Tezenis e, oltre alle calze, mi resta attaccato alle mani anche un pigiama. Alla cassa mi prendono i sensi di colpa, come un bulimica, e quando la commessa mi chiede se è un regalo dico di sì. Quanto è grave mentire alle commesse di Tezenis? Lei poverina mi dà pure il kit per incartare, esco e mi sento pure peggio.

Io e Litte torniamo a casa con il favore delle tenebre. 

Siamo solo a metà dei giorni concessi dalla zona gialla e mi sembra di aver vissuto due settimane. 

Da una parte non vedo l’ora che sia il blocco: almeno dormo e mi riposo….

Fantasticare

Ho appena fatto la salsa guacamole e siccome ne sono davvero golosa sto cercando di distrarmi in qualche modo per evitare di finirla con una bella dose di tortillas e arrivare a cena con Little che mi rimprovera perché mangio fuori pasto. 

Nella frase sopra mi rendo conto che qualcosa non va, non crediate. 

Oggi ero in macchina e la macchina è, da sempre, il mio pensatoio (se qualcuno di voi ha masticato qualche Topolino, da piccolo, saprà che la parola non è uno dei miei soliti neologismi, ma l’ho rubato a Paperone). E fantasticavo.

Ora, questa parola, appena l’ho scritta, mi ha fatto venire in mente castelli, boschi, nuvole, draghi, principesse, valorose battaglie e tutta quella roba lì. In realtà fantasticare significa, per me, semplicemente toccare realtà parallele, cose che potrebbero accadere o che potrebbero essere accadute. È una sorta di E se… Kinghiano (un concetto che King esprime benissimo nel suo On writing e che lui definisce alla base di tutte le sue storie), ma con la mia vita che la fa da protagonista. 

Detto così sembra splendido. 

In realtà a volte non lo è affatto e difficilmente riesco a controllarlo. 

Alla base delle mie fantasticherie ci sono i disastri. Esco da casa per andare a prendere Little da suo padre (viaggio di andata+ritorno più o meno 15 minuti) e lascio la lavatrice accesa. In macchina non mancherò di pensare che la lavatrice si romperà, l’acqua finirà prima sul pavimento del bagno, poi inonderà il parquet in soggiorno e scenderà dalle scale, allegando la strada. Ok, questa fantasticheria prende spunto da una cosa che mi è successa davvero, in una delle mie vecchie case. Però io ero in casa e me ne sono accorta troppo tardi perché dormivo. 

Oppure. 

Sto, di nuovo, andando a prendere Little. Immagino di avere un incidente grave. Penso a chi potrebbe avvisarla senza farla morire di paura perché non sto arrivando. 

Oppure.

Penso che ci sarà una pandemia e ci saranno milioni di morti in tutto il mondo e io… ops. Questa è vera.

In ogni caso queste ipotesi di disastro immagino mi servano per prepararmi. Mi preparo al peggio, così non mi stupisco se accadono. Così ho un piano. Così posso fingere di controllarle. Ma so che in realtà non è poi del tutto vero. Watzlawick dice al contrario che così metto in moto una profezia che si autoavvera.  Che se ciò non vale per una casa che va a fuoco perché ho lasciato il fornello acceso per sbaglio, potrebbe valere per, che ne so, una litigata con Max (l’Amico Speciale): io mi pongo, psicologicamente, in una modalità da litigio, se così posso dire. E la cosa accadrà. Ma questa è solo un’ipotesi. Molto lontana a dire il vero. Perché io e Max non litighiamo mai. Mai. 

In ogni caso mi chiedo: queste mie strane fantasticherie non controllate che avvengono in auto mi fanno bene, tipo i sogni, oppure no? 

Un tempo il pensatoio era il posto in cui producevo tutte le idee per i miei racconti. Che poi non è che è cambiato molto, nei miei racconti ci sono sempre un sacco di tragedie. Come mi disse una volta mio padre: Io capisco, tesoro, che la vita dell’Ingegner Taldeltali che aspetta fuori dalla scuola sua figlia e che la abbraccia felice prima di andare con lei a mangiare un gelato non interessa a nessuno, ma tutte quelle morti che metti nei tuoi racconti…

Caro papino, in realtà oggi la storia dell’Ingegner Taldeitali sarebbe una storia rivoluzionaria. Una storia da post Covid. Ecco la trama: dopo due anni di pandemia, dove sono morti alla piccola entrambi i nonni (uno era in una Rsa), e la madre ha avuto danni neurologici post virus, finalmente la bambina torna a scuola (in presenza), ritrova tutti gli amici che non vede da mesi e mesi, li abbraccia (perché può), sorridono e i loro sorrisi riescono a vederli, non li immaginano e basta da sotto la mascherina, l’insegnante fa una lezione commovente sulla società che è cambiata, sulla responsabilità che hanno loro, i piccoli studenti, di fare in modo che una tragedia simile non si ripeta, su tutto ciò che non è andato bene, ma anche su tutte le piccole cose che invece hanno messo speranza nei cuori delle persone. Poi la piccola (chiamiamola Alice) esce da scuola. Suo padre, l’Ingegnere Taldeitali, è lì fuori che la aspetta (in mezzo a decine di altri padri e madri)e allarga le braccia. Alice gli corre incontro e lo abbraccia. Come è andata, piccola?, chiede il padre.  Come se fossi nata oggi, risponde la piccola , anche se  magari potrebbe non essere così piccola, sennò questa risposta è un po’ troppo, che ne dite. Va beh, mica era una storia perfetta. Era solo per dire a mio padre che sì, anche la vita dell’Ingegner Taldeitali che aspetta fuori dalla scuola sua figlia può interessare a qualcuno. 

E nel frattempo un paio di tortillas con la guacamole me li sono fatti fuori.

Merda. 

Interpretazionedeisogni.com

Stanotte ho fatto un sogno: ero di nuovo madre, un piccolo esserino vestito di azzurro, come del resto era vestita anche Little appena nata (i medici avevano sbagliato a dirmi il sesso e fino a che non è nata non sapevamo che non sarebbe nato). Era così piccolo e sentivo tutto il peso irrilevante del suo corpo sopra di me, tutto quel tepore, l’odore di latte e sapone sulla testolina. Lo tenevo mentre salivo su per delle scale a chiocciola di legno, erano in una casa che sapevo mia, una casa bellissima e calda, piena di tutte quelle cose per bambini appena nati che ormai ho dimenticato. E mentre salivamo le mie menti si sono parlate: io gli dicevo che avevo paura di farlo cadere, lui mi diceva che non dovevo avere paura, che sapevo quello che stavo facendo, che si fidava di me. Nel sogno la sua voce era chiarissima, la voce di un adulto, nella mia testa, un po’ come Paolo Villaggio in Senti chi parla, ma non c’era ironia, solo un gran senso di pace. 

È stato un sogno molto realistico. Uno di quei sogni che ti svegli la mattina e non puoi crederci che non c’è un seguito nella realtà, ma che comunque ti lascia una sensazione di felicità, ti svegli col sorriso e il caffè è più buono, i vestiti sanno di bucato, i capelli vanno a posto senza sforzo. 

Quando ero piccola vedevo spesso un libro sul tavolo quando facevo colazione al mattino. Era un libro di mia madre sul significato dei sogni. Nulla a che fare con i numeri da giocare al lotto, ti dava solo una frasetta secca su ogni tipo di sogno che potevi fare: hai sognato le vespe nella vasca? Hai paura di qualcosa, che qualcuno possa danneggiarti. Questa me la ricordo perché è stato uno dei miei sogni ricorrenti (insieme a un altro, ben più terrificante). Insomma, quel libro è stato sempre presente, mia madre lo consultavo spesso e così anche io ho imparato a farlo. Ho perso il conto dei sogni che ho interpretato. Nonostante il libro sia rimasto a casa dai miei, quando sono andata a vivere per conto mio mi capitava spesso di chiamare mia madre. 

Prendi il libro dei sogni e mi dici cosa significa sognare di morire dissanguata? Grazie. 

L’era di internet ha semplificato le cose e devo dire che sono felice di non dover chiamare mia madre alle 5.30 del mattino. Che si sa, se non ti scrivi i sogni prima di fare pipì al mattino te ne dimentichi (questa frase mi pare di averla già scritta pochi post fa… O l’ho scritto da un’altra parte? Accidenti all’Alhzeimer!)

Tornando al sogno, quindi, forse è il semplice risultato dell’equazione: Forse sono incinta+ Faccio il test= Non sono incinta/ Sono delusa?

Si vede che la matematica non sarà mai il mio mestiere, vero? Venditti docet.

Ma forse significa semplicemente che ci saranno delle novità, novità belle, tanta fortuna, dice un sito di Intrepatazionedeisogni.com. 

Su un’altra pagina, invece,  ho letto che il sogno denota la volontà di iniziare un progetto creativo, un libro per esempio. 

Ah ah. Ah. Ah. Ah…

Allora dovrei sognare asili nido pieni zeppi tutte le notti da cinque, sei anni! 

A dispetto di quello che significa (molto probabilmente una parte del mio cervello si sta rendendo conto che più passa il tempo e meno scelte ho, una cosa biologicamente sensata che l’uomo invece tende a combattere invece di accettarla e basta, un limite della nostra civiltà che vuole sentirsi sempre un Jeeg robot), la sensazione che le cose stanno andando bene non mi è passata.

E poi oggi ho ricevuto l’anticipo della cassa integrazione dall’Inps:  magari eccolo qui il significato del sogno: una gran bella novità. E tanta fortuna. 

p.s.: avevo inventato il nome della pagina mentre scrivevo (non me la ricordavo davvero), ma poi ho cercato e esiste davvero, anche se mi dice che è in costruzione o qualcosa del genere. spero di non aver violato nessun copywrite… Mi denunciano?

Cosa vorrei da Babbo Natale

Non so perché mi è venuta voglia di scrivere di questa giornata, che poi non è stata grandiosa, splendida. E nemmeno terribile, terrificante. È stata media. Una giornata media che ha visto una me media. 

Mi sono svegliata con un mal di testa che sembrava mi avessero infilato il cervello in una centrifuga per insalata e la netta sensazione di essermi persa: che giorno è? Martedì, dice l’Iphone. Ma è festa, ha risposto il mio cervello strizzato, quindi è come una domenica. Ma una domenica in zona arancione, specie per chi lavora in un Bar, non è una vera domenica, facciamo che è come un sabato stiracchiato, un sabato di Febbraio, per giunta (chi lavora nella ristorazione forse può capire a cosa mi riferisco).

Al lavoro in effetti è stato così, a parte un paio di tizi divertenti (come sempre), uno dei quali insisteva a parlare della Civilissima Svizzera (sì, come no? La Civilissima Svizzera è stata l’ultima nazione a concedere il voto alle donne, tra le altre cose…), l’altro che insisteva a dirmi che sedici euro per sei paste da dessert era troppo. Ma ne ha prese dodici, ho risposto, due vassoi da sei fanno dodici paste. Nulla, questo il cervello più che strizzato lo aveva mandato in ferie (si può fare solo questo, oggi, in Italia: tu in ferie non puoi andarci, per via del Covid, ma il cervello invece sì, e lo fanno in tanti). Alla fine si è convinto, anche se credevo di dover tirare fuori la calcolatrice e fargli vedere…

E poi nulla, la giornata di lavoro a un certo punto è finita, ho preso le mie cose e sono tornata a casa. Little era a pranzo da suo padre e io. Mi sono sentita sola. Perché si sa che la solitudine è una sensazione, non una realtà oggettiva. Avrei voluto uscire, andare a trovare qualcuno (perfino mia madre, questo la dice lunga su quanto mi sentissi sola) e invece me ne sono rimasta lì a aspettare che l’orologio segnasse l’ora in cui dovevo recuperare Little da suo padre. 

In macchina lei mi ha detto un sacco di cose (come sempre mi intasa il cervello di info e guai a dimenticare che lei ti ha detto che la prof di Italiano ha rimandato il compito di lunedì prossimo). E poi mi ha detto che suo padre era tranquillo, che le ha chiesto di quel ragazzino con cui sta, il Little Nerd, che si è offerto di portarla nella cittadina per vederlo se dovessero cambiare le condizioni di colore. Lei era confusa e felice, come avrebbe detto Carmen Consoli, e io anche. Sembra che le cose stiano migliorando, da quelle parti. Si vocifera che forse, il mio ex, abbia trovato una. Dopo soli cinque anni e passa. Forse la svolta? Forse davvero smetterà per sempre di mandarmi messaggi alla cazzo (perdonate il termine, ma se aveste letto i suoi messaggi in questi anni direste di peggio). Bene, benone: una buona mezza notizia. 

E poi una telefonata dell’Amico Speciale. Devi portare la macchina dal meccanico, portiamola ora così domani la guarda, ti do la mia macchina, mi dice. Tutto verissimo, la macchina mi avverte già da un po’ con il suo countdown che mi mancano pochi chilometri al tagliando, giusto stamni mi mancavano 57 chilometri, ma lo sento dalla sua voce che così almeno abbiamo una scusa per vederci, fosse anche per pochi minuti. Assicuro Little a casa, riparto, faccio due chilometri e la macchina mi dice che è l’ora, l’ora del meccanico, mi accende la spia con la chiave inglese. Non so perché questa cosa mi riempia di gioia, come se io e la macchina fossimo in una strana sintonia. O forse è più in sintonia con l’Amico Speciale, chi lo sa. 

Riporto l’Amico Speciale a casa, Ti fermi per una birretta?, chiede. Why not? Illegali per illegali (lui vive in un comune diverso, a soli due chilometri dal mio, ma ciò non ci impedisce di essere illegali). E mentre siamo lì lui inizia a dirmi che sarebbe bello dividerci la vita, alzarci insieme, cucinare per tre invece che per due (Little è sempre compresa, ovvio). Mi dice che quando (non se) saremo sposati allora forse dovremo trasferirci in una casa più grande, io ribatto che la mia futura casa ci permetterà di dormire insieme, qualche volta, anche se c’è Little Boss in casa (ora non è possibile per via degli spazi), che sarebbe una prova di convivenza ideale eccetera. Insomma, parliamo, progettiamo, in sintesi facciamo quello che a me riesce sempre benissimo, progettare, a lui invece resta ostico. E sono felice, mi sembra che tutto si stia costruendo bene, come quando monti il Galeone della Lego e non ti avanzano pezzi. 

Rimonto in macchina (la sua) e collego Spoty. Sulla mia non si può fare, sulla sua è un piacere vedere Moon’s Iphone sul display. Sono di casa anche lì, nella sua macchina, sono parte della sua vita e lui della mia. Avevo giurato che non sarebbe successo più, che non mi sarei fatta fregare più da un uomo con la storia del possesso e del Sei Mia e tutto il resto.  Ma non è così che mi sento. Non mi sento sua, mi sento una parte della sua vita, così come sento che sono una parte della sua. Non c’entra mai il possesso, c’entra la voglia di condividere, di esserci, e mi si sta aprendo davanti un mondo sconosciuto e bellissimo. 

E poi poco prima di parcheggiare ecco che attacca questa canzone: 

e inizia a piovere. Piccole gocce che spazzo via dal vetro. 

E mi sento felice sul serio. Mi sento completa, piena. 

Quindi sì, giornata media che ha visto una me media. 

Ma è quando ti senti felice in una giornata media che ha visto una te media che ti accorgi che le cose iniziano a decollare. 

Anche se so che è impossibile, vorrei chiedere a Babbo natale di portarmi tanti giorni così. Il più possibile. 

T.B.P. Vol 2.

A voi un’altra puntata della Barista Moon e le sue incredibili avventure

Incredibile la pletora di diavolerie che la gente può dire/fare. 

Quindi Tipi da bar durante la Pandemia Vol. 2

  1. CLIENTE CON MASCHERINA MAGGIORENNE (M.M.): chiamasi mascherina maggiorenne ogni mascherina portata per più di un mese. La mascherina dopo alcuni giorni presenta una chiazza scura e oleosa in prossimità di naso e bocca, visibile anche dall’esterno (non voglio immaginare l’interno). 

Qui non sussiste nessun tipo di conversazione. Cerco di mandarlo via alla svelta prima di vomitare. 

  • CLIENTE IPOCRITA (I.):

Io: Buongiorno! 

Cliente I.: Buongiorno a lei, mi dà una brioche e una caffè da portar via? 

Io: subito.

Cliente I.: (tra sé e sé) da portar via per forza, eh, siamo in zona rossa, che poi la gente non lo sa nemmeno quello che si può fare e quello che non si può fare. Oppure fanno finta di non saperlo, dico io, eh, che se c’è una legge c’è una legge, ma poi davanti ai bar si mettono a fare gli assemblamenti (non c’è verso, dopo quasi un anno di pandemia, ancora la gente non ha imparato, N.d.R.), ma non lo sanno che si deve stare a casa? Eh? Che bisogna uscire solo per necessità vere? Che non si può fare ciò che vogliamo? Che ci sono delle vite in ballo e che Prima la salute? 

Io: Ecco qua signora, sono due euro (di solito faccio finta di nulla durante i soliloqui)

Cliente I.: ah, volevo anche ordinarle un dolce per domenica prossima. Mia figlia si è laureata, vorrei una cream tart. 

Io: nessun problema, per quante persone?

Cliente I.: mah, saremo una decina. 

Io: Ah. Ok. 

  • CLIENTE BUGIARDO (B.): 

Cliente B.: Buongiorno vorrei ordinare un dolce per martedì, un millefoglie crema e panna.

Io: certo, per quante persone?

Cliente B.: la faccia per dieci. Anche se siamo solo in quattro, beh, ma siamo golosi, tutti, e se avanza pazienza.

Io: (certo come no…) Mi dica l’ora e ci vediamo martedì.

  • CLIENTE RECIDIVO (R.):

Cliente R. Buongiorno mi dà un budino di riso.

Io: Certo! (Metto il budino nel sacchetto di carta)

Cliente R.: Perché me lo mette nel sacchetto? Lo mangio ora.

Io: (sospiro) no, mi dispiace, non può mangiarlo qui, deve portarlo via. E non può nemmeno qui fuori, dovrebbe andare in macchina.

Cliente R: ah, ok, va bene. Mi fa anche un caffè? (Prende il budino dal sacchetto e inizia a mangiarlo)

Io: no, guardi che non può, glielo ho appena detto.

Cliente R.: ah, già. Scusi, eh.

Io: ecco il caffè.

Cliente R. (prende il caffè, lo stappa e inizia a berlo)

Io? Non ho più parole…

  • CLIENTE COMODO (C.)

Messaggio su Facebook dal Cliente C.: Salve volevo sapere se siete aperti per l’asporto della pasticceria.  

Io: sì, siamo aperti, ma le consiglio di prenotare al numero di telefono sulla pagina se desidera un dolce in particolare. 

Cliente C.: allora sì, mi faccia una torta della nonna per sabato.

Io: purtroppo non sono autorizzata a prendere le ordinazioni da qui, dovrebbe chiamare, come ho detto, il numero presente sulla pagina e parlare con la pasticceria.

Cliente C.: ah. Pensavo con la storia della zona rossa che si potesse. Allora non importa grazie.

(Il Cliente C. non ha mai chiamato per la torta. Forse non era capace di telefonare)

E con i T.B.P. per ora chiudo. Mi aspetta una settimana pesante in zona arancione (ci siamo passati oggi), dove, per chi non lo sapesse, posso ancora solo lavorare con l’asporto nel mio Bar. E lo specifico perché pare che nessuno l’abbia capito, come ho scoperto oggi. 

Faccio una personale standing ovation per le mascherine maggiorenni: avremo un sacco di elettori in più alle prossime elezioni. 

Tipi da Bar durante la Pandemia (T.B.P.)

La foto non vale per il Natale: è solo un auspicio….

Mi impegno, stasera, a tentare di cambiare il volto di questo blog che ha sempre una nota stonata in sottofondo di pessimismo cosmico e a provare a trasformarla in pessimismo comico

Vi propongo quindi i Tipi da Bar durante la Pandemia. Giuro che è un reportage veritiero. Questa gente esiste.

. IL CLASSICO NEGAZIONISTA (C.N.)

(Cliente entra senza mascherina)

Io: Mi scusi, deve indossare la mascherina… (tono a metà tra l’isterico e il lamentoso)

Cliente C.N.: Ah, già. (indossa la mascherina) Ma perché, tu ci credi? 

Io: Non è una questione di fede, mi scusi, ma di regole…

Cliente C.N.: Lo hanno studiato a tavolino, questo virus. È solo un complotto mondiale per far fallire il capitalismo. 

Io: il caffè lo vuole semplice o macchiato?

  • IL DISTRATTO (D.): 

(Cliente entra senza mascherina)

Io: Mi scusi, deve indossare la mascherina… (stesso tono di prima)

Cliente D.: Oh, scusi, scusi…l’ho dimenticata in macchina. (Ma invece di uscire e prenderla si alza la felpa sopra al naso) Una soglia alla mela! 

  • IL DISTRATTO 2 (D.2)

(Cliente entra con del nastro adesivo su bocca e naso)

Io: (non ho parole)

Cliente D2: ho dimenticato la mascherina a casa e in macchina avevo solo questo…

  • IL RAZZISTA (R.): 

(Cliente entra con la mascherina): Un caffè. (Buongiorno, per favore, grazie sono troppo impegnative come parole)

Io: Buongiorno, certo. 

Cliente R.: (Insofferente si tocca la mascherina) Ecco, noi ITALIANI siamo costretti a portare la mascherina, invece tutti quei neri arrivano qui e ci portano il virus e nessuno dice nulla, scappano qui e là e sono loro, sai (notare il tu), a far naufragare l’Italia, sono loro a portarcelo, altro che le vacanze, le discoteche! Questo governo ci prende in giro, te lo dico io. 

Io: Anche lei crede che sia solo un complotto mondiale per far fallire l’economia? Perchè conosco una persona con cui dovrebbe parlare…

Cliente R.: Macché! È un complotto per farci invadere da LORO!

Io: semplice o macchiato il caffè?

  • IL CATASTROFISTA (C.): 

(Cliente entra, aria mesta) Buongiorno, un caffè per favore. 

Io: Certo! (Pausa imbarazzante- spesso capita-) bhe, oggi almeno è una bella giornata, no? Un bel sole!

Cliente C.: sì, ma tanto così non possiamo resistere. 

Io: in che senso?

Cliente C.: Nel senso che morirà tanta gente, questa storia della pandemia è una tragedia. Ha visto Report? Come sono ridotti gli ospedali? La gente trattata come animali, non c’è più umanità. Siamo tutti attaccati ai telefonini, nessuno vede, a nessuno importa. La società come la conosciamo, glielo dico io, è morta. Il vaccino? Non servirà a nulla. Questa pandemia ce la ritroviamo anche tra 5 anni. 

Io: Ce lo metto un po’ di latte nel caffè?

  • IL CHIACCHIERONE (CH.)

Cliente Ch: Buongiorno! Ah, visto che sole? Bella giornata! Come va bella? Come va il lavoro? Vedete poca gente, eh? Questo lockdown è una tragedia per voi. Ecco, vengo qui per, come si dice, solidarietà, mica perché mi piace bermi un caffè nella plastica. E in macchina, per giunta. Lo faccio solo per voi, per sostenere le attività locali. Siete coraggiosi a restare aperti. Figurati che tanti vostri colleghi hanno chiuso. Il gioco non vale la candela, in zona rossa, dicono. Beh, però almeno c’è un lato positivo, no? Prima non avevate tanto tempo per far due chiacchiere, troppa gente, dovevate correre. Ora almeno, come ora, si possono far due chiacchiere, visto che non c’è nessuno…

Io: già, ha ragione, è bello far conversazione. Ma un caffè lo vuole o è passato solo per salutare? 

  • IL MALEDUCATO(M.):

Cliente M.: Buongiorno, un caffè al vetro.

Io: beh, posso farlo solo da asporto (già da due settimane, non da ieri).

Cliente M.: Quindi non posso berlo qui? Nemmeno al tavolo? 

Io: solo asporto, anzi, non può berlo nemmeno qui davanti, deve andare in macchina. 

Cliente M.: Mi avete rotto i c****i! Voi e le vostre regole del c**o! Se lo sapevo non perdevo nemmeno tempo a fermarmi!

(esce)

(e spero di non rivederlo più)

Mi fermo qui. Ma avrei ancora e ancora da scrivere. Il panorama che mi si spiega davanti agli occhi ogni mattina, al Bar (perché ora sono lì, al Bar, il Ristorante chissà quando potrà riprendere), è davvero interessante. 

I negazionisti, i complottisti, i catastrofici che vedo sono inenarrabili. 

La Barista Moon, la donna dal Bicchiere di carta facile, vi saluta. 

Alle prossime follie…

Upload di Little

Vediamo da che parte iniziare…

Little Boss ha ormai 14 anni, è in piena adolescenza, gli ormoni le saltellano in corpo come cavallette, il suo Little World è cambiato  da quando ha iniziato il Liceo (gente nuova, cittadina invece del paesello eccetera), la sua generazione ormai sta appesa al filo di un Tik Tok. Inoltre mettiamoci una pandemia, la didattica a distanza, la disorganizzazione degli insegnanti, il nervosismo che mette non uscire mai dalla stanza se non per andare in un’altra casa e un’altra stanza. 

Queste sono le premesse. 

Il fatto arriva l’altra sera, verso le nove, ora in cui di solito io dormo, che non dormissi ancora è stato un caso, anche se l’occhio si chiudeva eccome sul divano. Little scende dalle scale, Vado a lavarmi i denti, dice, è quasi in bagno e mi fa: ah, volevo chiederti un favore

Spara, rispondo. 

Vorrei che quando parli di me, anzi no, scrivi di me, invece che scrivere ad esempio, mia figlia, tu scrivessi mi* figli*. 

? (questo è il fumetto che mi è apparso sopra la testa)

Sì, perché io non mi sento Cisgender, ma neanche non- binary, diciamo che sono una via di mezzo della via di mezzo tra sentirmi femmina e non- binary

?? 

Mi sento A-gender, ma forse anche Genderfluid, non so. 

A questo punto cala il silenzio. 

Poi, dopo un po’, chiedo: e che c’entra questo con il ragazzino che hai baciato?

Nulla, lui invece si sente non-binary. 

Ah, faccio. 

Non credo proprio che scriverò di te così a, per esempio, tua nonna o tuo nonno, dico tornando al punto di partenza. Anche perché poi dovrei spiegarglielo, e io, sinceramente, non ci sto capendo un cavolo

Lei prima se la prende, poi, dopo un po’ di insistenza, cerca di spiegarmi. E mentre fa schemetti su un foglio e insieme cerchiamo le definizioni, continua a ripetermi che non mi ha chiesto nulla di così complicato: basta cambiare un segno grafico.  

Certo, così il caming out di nonsocosa lo faccio io per te…, le faccio presente. 

Ma in tutto questo circo di definizioni e scatole di cui non ero, sinceramente, a conoscenza, mi pare che per Little manchi qualcosa: il sesso. Insomma, mi chiedo e le chiedo, come puoi definirti sessualmente senza un’esperienza sul campo? Non ti sembra un po’ impulsiva come scelta?

Lei risponde: ci penso già da ben 6 mesi!

E lì capisco quanta differenza passa tra una quattordicenne e una quarantaduenne: il senso del tempo è molto diverso. 

Quindi: lei è sicura, dopo ben 6 mesi di riflessione a 14 anni, di non essere sicura del genere al quale appartiene, nonostante le piaccia un ragazzo, si sia voluta tingere i capelli, stia ore e ore allo specchio, si provi i miei vestiti e mi rubi l’eyeliner. 

Ma io, che non voglio ignorare come da copione (è una fase, è una moda, passerà), né voglio ingigantire la cosa (andiamo da un medico per diagnosticarti la disforia di genere), devo perlomeno informarmi. 

E così il giorno seguente lo passo tutto a leggere, poi il mio Boss mi dà una rivista (Millennium) con uno speciale dedicato, e io mi addentro in questo mondo con diligenza, leggendo di bambini di 4 anni che già sentivano di appartenere a un genere diverso da quello di nascita. Penso a Little a 4 anni: mi ricordo di una normale bambina, che giocava con tutto, bambole comprese, che amava i puzzle e disegnare. Non voleva vestirsi da maschio, ma nemmeno da femmina: la vestivo io, punto. 

Quindi nulla, mi informo mi informo ma ancora sono lontana dal capire come ci si possa non sentire appartenente a un genere. Io questo problema, è vero, non me lo sono mai posto: ci sono stereotipi che ho sempre combattuto, mi sono sempre vestita come volevo, una volta mi sono chiesta se potevo avere tendenze lesbiche (vista la mia storia familiare mi pareva ovvio pensarci), mi sono risposta che mi piacciono gli uomini e punto. Ma questa cosa, questa del genere, no. Non capisco le varie sfumature, la differenza che corre tra un A-gender e un Gender Fluid, ma soprattutto non capisco tutte queste definizioni, queste scatole in cui doversi inserire per forza: ma dico, non puoi farti la tua vita privata e basta? Che c’è bisogno di spiegare tutto tutto? Cosa cambia, mi chiedo? 

Ed ecco che la domanda la giro a voi: Cosa cambia? 

Forse non sono così aperta di idee come pensavo (eppure ho accettato una madre lesbica, mi pareva di essere molto aperta), oppure sto solo invecchiando e faccio come tutti i vecchi: non mi riconosco nelle nuove generazioni e mi pare che si stava meglio quando si stava peggio eccetera. 

Se inizio a scrivere per motti e proverbi fatemi fuori senza passare dal Via…Li