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Moonlight

Moon?

Moon? 

Ci sei? 

Terra chiama Moon. 

L’ultimo post di questo blog assurdo e ballerino è datato, sul mio Mac, 26 febbraio. Poi ho fatto una pausa obbligatoria per mancanza di tempo da trasloco. E la pausa obbligatoria si è allungata fino a che è diventata voluta. Chi ha letto qualche mio post, quei 4 cats, sa come la penso sulla scrittura: io scrivo per pensare, per capire il mondo che mi circonda, scrivo per farmene una ragione, a volte, o per dimenticare, come nel caso di TDL. E quando la vita ti travolge ti resta poco tempo per dire la tua, già è manna se non affoghi. E allora ho disattivato le notifiche di WP sul telefono (perdonatemi se ho smesso di leggervi), ho staccato la spina, aspettavo di poter tornare a respirare, di rendermi conto del tempo che passa o delle cose che mi circondano. Ma più il tempo passava e più faticavo a respirare: c’era sempre qualcosa di più importante da fare, fosse anche guardare una puntata di Orange is the new black. La scrittura non mi sembrava più necessaria, quasi come se nel mio cervello avessi già elaborato tutto l’elaborabile, come se avessi rinunciato.  

La rassegnazione è solo l’altra faccia della depressione.

Ho smesso di cercare.

Ho smesso di piangere. 

Ma ho anche smesso di ridere. 

Non ho le mezze misure, io.

E quindi, direte voi, adesso qualcosa nel tuo cervello è scattato. Se sei qui! Giusto?

Vero a metà.

È il mio corpo ad essere scattato. Ha iniziato a cantare la canzone di Sordi, la ricordate: ma ’ndo a vai se la banana non ce l’hai? Beh, avrò anche la banana, ogni tanto, ma ciò non mi ha impedito di essere impedita. Con voi, qui sul blog, ho festeggiato i 40 anni. Ora sto per compierne 43 e mi sento una novantenne. 

Quindi brusca frenata, qualche frignatina deprimente (OHMYGOD! Non riuscirò più a lavorareeee!! Come sopravvivrò? Come manderò Little Boss all’università?), qualche cero acceso a Montenero, ore e ore perse a leggere pessimi consigli su pessimi siti scritti in pessimo italiano, sedute da osteopati, fisioterapisti, centinaia di euro spesi per non risolvere nulla. 

Qualcuno poi mi consiglia di cambiare stile di vita. 

Sì, ok, ma che vor di’?

Cambia alimentazione, fa il Qualcuno.

Ok. visto quanto me ne frega di mangiare posso anche farlo. Come la cambio? 

Diventa vegana, fa il Qualcuno.

Vegana? Seriously?

Esatto. Ma non solo! Dovresti iniziare a fare anche yoga.

Yoga??? Sì, e poi mi faccio buddista, ahaha. Ah. Ah. 

Ma non solo: dovresti praticare anche Mindfullness. Sai cos’è? 

Beh. In effetti sì, so cosa è. Ho un libro sulla Mindfullness da tipo, che saranno? Dieci anni? mai aperto. Però in effetti mi era già stato consigliato da uno specialista… (vedete, già qui inizio a prendere seriamente il Qualcuno).

Ok, rispondo, ci penserò. Ed ero seriamente convinta che non ci avrei più pensato. E invece.

Invece.

I dolori giornalieri e senza soluzione di continuità mi ci hanno fatto pensare. Eccome. 

E provo a chiudere il cerchio: perché sono tornata qui? 

Perché, come con TDL, ricordate, 365 giorni all’alba della non sofferenza, ho bisogno di questo blog. Ecco che la scrittura si fa necessaria.

La domanda è: perché non te le tieni per te, Moon, queste minchiate (scusate il turpiloquio, ma sono appena stata in Sicilia e con alcune parole, tipo Suca e Futtitinni, soprattutto Futtitinni, rientro nello spirito vacanziero), perché non scrivi per te?

Ho tante risposte a questa domanda. Quella che voglio lasciare qui è una sola: perché è divertente. E poi, dai, su, lo sapete… lo sapete, no? 

Ps. Orange is the new black non l’ho finito. Niente spoiler, grazie….

Dune, una Non-recensione

Un comune martedì pomeriggio. 

Io e l’Amico Speciale siamo a casa mia a parlare del più e del meno. Poi lui fa: ma i cinema hanno riaperto?

Bah, rispondo. Al 50%? Alll’80%? Con Green Pass distanziati ma non troppo, forse nemmeno i pop corn venderanno, mica puoi toglierti la mascherina e mangiare no?

Pieni di dubbi ma fiduciosi googliamo (che è il nostro passatempo preferito sia da soli che insieme) il cinema della Cittadina. 

Boom!, esordisco, Aperto!

Quindi nasce la discussione: cosa andiamo a vedere? 

Venom, fa lui. 

Tre piani, faccio io.

Come un gatto in tangenziale, ribatte. 

Ma lo abbiamo già visto!, piagnucolo.

Sì, ma questo è il sequel! 

Amore, gli dico, ricordi la storiella delle due gemelline e dell’arancia e del compromesso?

No, dice.

Così gliela rispiego (lo farò anche per voi, se volete)

Alla fine ci capiamo: Dune.

Il film di D.Lynch l’ho visto mille volte da bambina, ma mai tutto intero. Un po’ come I dieci comandamenti, per intenderci. Mio padre, che amava la fantascienza, se l’era registrato dalla tv con un vecchio Sharp che risaliva alla mia comunione e la cassetta girava quasi quanto Camera con vista o Kramer contro Kramer.

In ogni caso, visto che pure Lynch aveva trovato noioso il suo film, mi sono lasciata convincere: forse la nuova versione non sarà così soporifera. A convincermi, nevvero, anche qualche commento girato al Ristorante. 

Così compro i biglietti il giorno stesso, scelgo i posti, il giorno, l’ora, prenoto pure il ristorante per dopo. E aspetto trepidante. Dopotutto sono anni che non andiamo al cinema. 

La domenica (giorno prenotato) stampo i biglietti (dici che serve? Boh, qui dice che li devo stampare, forse trattengono un pezzo del biglietto. Ma dai, c’è il codice a barre, non serve. Lo faccio per sicurezza! Hai preso i biglietti cinque giorni prima!!! Vuoi essere più sicura di così?) e inizio a mettere il pungolo all’Amico Speciale un’ora prima dell’inizio: Andiamo? Si va? Sei pronto? Tutto il repertorio da scassapalle provetta. 

In ogni caso ho ragione io: arriviamo con 15 minuti di anticipo e c’è una fila che scende tutta la scala. Nessuna corsia speciale per chi, i biglietti, ce li ha già. Geniale, penso. Tutti ammucchiati qui per nulla. 

Arrivati in cima vogliono vedere il Green Pass. 

Ho lasciato il telefono in macchina!, mi fa l’Amico Speciale. 

Sorrido. 

Amore, io scasserò pure le palle con le mie storie di organizzarsi, prenotare, fare promemoria. Ma poi sono una risorsa in occasioni come questa

Tiro fuori il mio telefono con entrambi i Green Pass, il mio e il suo (ho anche quello di Little, super previdenza). 

Entriamo e mi guardo intorno. 

Ma i biglietti chi ce li controlla? 

Nessuno, a quanto pare. Si vede che con il Green Pass c’è compreso il Free Pass… 

Ed eccoci in sala, le luci si spengono e inizia la pubblicità.

Amore… faccio gli occhi dolci. Avrei sete

L’Amico Speciale è Speciale non per dire. Nonostante mi guardi come per dire: e che è un problema mio??? Poi si alza e si avvia a cercarmi dell’acqua. E smetti di farmi la Tenerorsa! Dice mentre se ne va. 

Inizia il film. Io tracanno acqua e l’A.S. mangia pop corn (sì, al cinema si mangia, si beve e nessuno tiene la mascherina).

Lo scenario è epico. Partono le parole misteriose: Arrakis, Harkonnen, Atreides, Fremen. Dopo venti minuti sono ancora confusa su chi sia chi.

Iniziano pure le visioni del giovane figlio del Duca, Paul (oh, un nome normale!) su una giovane Fremen intravista all’inizio. Le cose si fanno quindi ancora più confuse. Già c’è la sabbia, un caldo inenarrabile, poi c’è pure la DRROGA del pianeta Arrakis (la Spezia) a complicarci la vita! Alla fine del primo tempo già capiamo che con sole due ore e passa la trama non si risolverà. Continua il viaggio del giovane nella terra delle Dune, tra intrighi di castello (imperiali, direi) e altre millemila visioni. Poi per carità, c’è pure la madre di Paul che ci mette del suo: è una strega Bene Gesserit (sì, se ve lo state chiedendo ho googlato tutti i nomi. Durante tutto il film credevo si dicesse Benegessy o roba simile) che cerca di fare del povero Paul uno stregone eletto in grado di salvare tutto il mondo…

Il film finisce che non finisce e io e l’A.S. usciamo con la convinzione che l’unica cosa da salvare, salvare davvero è la tuta Fremen che raccoglie e distilla sudore e lacrime per trasformarli in acqua da bere. Un po’ schifoso, va detto, ma utile se ci sono quelle temperature.

Durante la cena cerchiamo di raccapezzarci nella trama, tra un roll al salmone e un nigiri al tonno con filetti di mandorle (siamo nell’ennesimo ristornate sushi appena inaugurato nella Cittadina. Abbiamo previsto che tra un anno non ci saranno più ristoranti dove mangiare una tagliatella al ragù e una tagliata di manzo). Comunque nulla. non ricordiamo i nomi, ci sfuggono gli eventi… 

Tornati a casa non abbiamo sonno. Cerchiamo il film di Lynch sulle varie piattaforme, lo troviamo e iniziamo a guardarlo. Giusto per fare un confronto. 

Certo, legnoso come non mai, gli effetti speciali sono da voltastomaco (siamo negli anni ’80, eccheccavolo!). Ma nei primi dieci minuti ci viene offerto uno spiegotto che ci illumina il volto: ah, allora era quello! Ora ho capito, ecco perché Tizio ha fatto così o cosà! Lynch, dall’alto della sua letargia, ci ha dato la soluzione. 

E quindi Dune… epico, eh. Ben fatto. Ma a mio avviso palloso era negli anni ’80 e palloso resta. 

Ma qui sorgono altre due domande: 

1.uscirà il numero due?

2. Moon e l’A.S. lo andranno a vedere?

Alla domanda 1. Non ho risposta. Alla 2. Forse sì. Basta però fare un ripasso generale e studiare un po’ prima di affrontare di nuovo la sala…

Nota importante: questo articolo non sarebbe stato scritto se Rodi non avesse lanciato l’invito qui, in risposta a un commento su una sua recensione.

Rifatevela con lui 🙂

Alessa

Nel dì di festa…

Mi alzo controvoglia alle sette e mezzo, ben due ore e mezzo dopo la mia sveglia abituale. Nonostante ciò le gambe sembrano stones, la schiena non vuole raddrizzarsi, sotto gli occhi ho due Fosse delle Marianne. 

Prendo il mio caffè con latte di soia, ingurgito l’integratore che assomiglia a una sostanza con dentro la criptonite e mi sento un po’ meglio. Giusto due minuti due. Poi il cervello si attiva, si ricorda quello che deve fare in giornata e allora ciao, vorrei tornare dritta dritta a letto.

E vabbè, invece mi vesto, indosso semi compiaciuta i jeans che non stavano più dal pre-lockdown, esco senza essere del tutto preparata al freddo e me ne vado nella città del mare da mio padre (mi sono ricordata questo post… e ora tutto sembra chiaro. O quasi). Mentre guido mi ripeto gli obiettivi del giorno: portare scatole per trasloco, chiamare la sua dottoressa per riferire dati della pressione, recuperare e inviare i documenti per il nuovo contratto di affitto e…convincerlo a mettersi un pannolone per anziani. 

Arrivo alle nove e mezzo e alle dieci e mezzo ho già fatto tutto, compreso il convincimento. Mi guardo allo specchio del suo bagno (che ho appena pulito per onore alla decenza) e mi dico: ci sei, Moon, oggi è andata bene. Soddisfatta di me per un Serenity extralarge.

Torno giusto per prendere Little a scuola (che a scuola non era perché sciopero) e poi a casa. Perché nel pomeriggio devo fare il cambio dell’armadio, chiamare di nuovo la dottoressa di mio padre, organizzare con mia madre la cena per il mio compleanno… e poi arriva lei. Arriva Alexa.

L’amore tra me e questo gioco per adulti (non chiamiamolo in altri modi, è così e basta: è un gioco) inizia mesi fa a casa di mia sorella. Lei e le mie nipotine la chiamano per ogni cavolata: Alexa, metti le luci rosse; Alexa, fammi sentire Nella vecchia fattoria; Alexa, di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?E via discorrendo. 

Nonostante ciò immagino le sue potenzialità. Alexa, accendi la lavatrice; Alexa, fammi vedere cosa succede nel mio soggiorno. E poi sì, anche, Alexa, metti la mia compilation preferita su Spoty

Ma è solo negli ultimi giorni che Alexa è tornata nel mio cuore, quando la FDC l’ha portata al laboratorio di pasticceria per il mio Capo. 

Ora. Il mio Capo spesso le urla contro: ALEXA, DIMMI LA FREQUENZA DI RMC! Come se Alexa fosse il vecchietto sordo che l’altra mattina, quando l’ho visto sedersi al tavolo e gli ho chiesto se avesse il Green Pass mi ha risposto: sì, grazie, un caffè macchiato. Misteri dell’udito.

Comunque, l’Alexa del lavoro è chiamatissima. Anche Osaro, il mio collega nigeriano, a volte prova a chiamarla. Solo che la X non gli viene. Alessa, fa lui. Alessa!!! E lei zitta. Lui mi guarda, fa spallucce. Alessa no funziona, dice(il suo italiano è quasi come il mio nigeriano, va detto, nonostante i millemila corsi di lingua che frequenta. Ciò mi spinge a dire: ma chi li fa, questi corsi???)

L’altro giorno Osaro ha visto due mosche, una sopra all’altra. Mi batte su una spalla e mi fa: Moon, pure mosca ha fidanzata! Perché io no fidanzata? Così il mio Capo ha chiesto a Alexa: Alexa, lo vuoi Osaro come fidanzato? Lei ha risposto: sono felicemente single, grazie. 

Povero Os… nessuna speranza! Va detto che il ragazzo è bello, ma pretenzioso: la vuole bianca (no nera, perché io no nero– see, ok, Os, se ti copri con tutta la farina della pizzeria, forse-), la vuole giovane e bella, intelligente, italiana, che lavora…

Eh, gli faccio io, se la vuoi italiana sarà meglio che lo impari, prima, l’italiano, no? 

Ma se è intelligente, mi risponde, studia e impara inglese, come te. 

Pinato*, gli rispondo.

Pentolina, mi dice lui (perché ogni tanto borbotto)

Intanto abbiamo raggiunto il compromesso. Lui continua a dire le cose in inglese anche al mio Capo e se lei non lo capisce invita Alexa a fare da traduttrice.

Un interprete come un altro…

*in gergo: duro come le pigne (o pine, in toscano) verdi

Storia di un jolly in carriera

Mentre il mio pane cerca di lievitare (le farine che devo usare non sono molto collaborative con il lievito…)ripensavo al mio lavoro.

Sono anni che lavoro al Ristorante e le mie mansioni lì sono cambiate nel corso del tempo. Assunta per fare cocktail e rinnovare l’Happy hour, mi sono presto ritrovata a scrivere comande e portare piatti. Dopo pochi mesi sono stata riciclata (il termine, fidatevi, è corretto) per fare caffè e cappuccini la mattina presto. Da lì sono passata al laboratorio di pasticceria per aiutare a farcire biscotti e riempire bignè. Poi ho fatto un salto in pizzeria, imparando a fare impasto, stendere pizze, condirle e infornarle nel forno a legna. Poi un altro passo: aiuto cuoca (insalate e primi per lo più), poi lavapiatti. Ed ecco che poco dopo mi ritrovo di nuovo a prendere ordinazioni e servire ai tavoli. 

Se ve lo state chiedendo sì: tutto nello stesso locale. Ci sono stati dei giorni che passavo da un reparto all’altro tanto velocemente che mi sembrava di essere Clarke Kent che si cambia nella cabina telefonica: metti il grembiule bianco della pizzeria, toglilo e vai al banco a fare caffè, rimettilo e vai in cucina… 

Non mi sono mai lamentata (con i miei capi, almeno), ma in modo subdolo cercavo di migliorare nel settore in cui volevo lavorare davvero: la pasticceria. 

La pasticceria è un’arte, è alchimia, ha qualcosa di magico. 

Così mi sono scavata una nicchia. Con il tempo, ovvio. E gli eventi mi hanno aiutato: il corso di gelateria non doveva essere per me, ma beh, io c’ero, al contrario della Figlia del Capo (F.D.C.). 

Passo indietro: conosco la FDC da quando aveva 13 anni, ora ne ha 37. Non ci sono sempre andata d’accordo, ha un carattere particolare, se così vogliamo dire. Altri direbbero che è una stronza con il patentino, ma io di solito tendo a giustificare i comportamenti di tutti. 

Comunque la FDC (un po’ parecchio viziata dal Capo e dal Boss, questo sì) a un certo punto ha sclerato e ha convinto i genitori a farle fare una scuola di pasticceria con i controcazzi. Una scuola moooooolto costosa. Una scuola dove a valutarla c’era Massari, per intenderci. E insomma, ve la faccio breve, dopo anni di irrisolti con il parentame alla fine la tregua l’ha decisa un cosetto piccolo e soffice: il primo nipote, sfornato dalla FDC (e dal nostro pizzaiolo: sia mai che le cose non abbiano lo spirito della telenovela argentina, in questa storia). Risultato? La nostra FDC è entrata da qualche mese a lavorare nel laboratorio di pasticceria. 

Il mio primo pensiero è stato: vai, sei fregata. Questa ti soffia il posto ed ecco lì che di tutti i tuoi progetti Mi faccio dare un aumento, mi faccio cambiare mansione, ti resta in mano solo un pugno di mosche.  Capitemi: mi sono fatta il mazzo per anni per arrivare a sapere quello che so, per fare proposte, per farmi la nicchia, insomma. 

All’inizio le cose sembravano ormai decise: riposizionata. Eccomi che torno al banco a fare caffè. Ero sul punto di licenziarmi. 

Ma poi il mio lavoro nel corso degli anni ha prevalso. Era la FDC a chiedere le cose a me, a chiedermi se era fattibile fare una cosa piuttosto che un’altra. 

In pratica ora collaboriamo. E sebbene io sia ancora diffidente (stringere alleanze con la FDC può nuocermi in molti modi), il suo progetto coincide con il mio: farmi restare il più possibile in pasticceria. 

Pare che la nostra strategia stia funzionando, almeno in parte. 

Riusciranno i nostri eroi?

Beh, se non si licenzia qualcun altro, se non ci sono altre emergenze pandemiche, se… forse il mio ruolo di jolly andrà a sparire. 

Intanto godetevi la foto del nostro cheesecake ai frutti di bosco. 

Davvero buonissimo. Fidatevi.

(E con millemila euro di scuola di alta pasticceria se non era buonissimo il Capo e il Boss erano investitori del cavolo!)

Prendiamola a ridere

Notare che non mi fido e mi faccio mandare la foto della pressione di mio padre…

È un’ora tarda per me, le nove e venti.

Conscia del fatto che non terminerò stasera questo mio scritto, sento comunque la necessità di scrivere. Bene, mi dico. Stai tornando umana. 

È che sono fissa a risolvere un problema, quello di mio padre. Un uomo relativamente giovane per i tempi odierni (73 anni, non vi sembra giovane?) che si comporta come un novantenne senza speranze. Un uomo vitale, molto attento a se stesso, attaccato alla vita, egocentrico fino all’estremo limite ( tanto che spesso ha messo la sua vita di fronte a quella delle sue figlie, causando non pochi problemi di botta o di rimbalzo), un uomo vivo, insomma, trasformato in un Dead Man Walking in poco tempo, un anno per lo più. La causa ancora parzialmente sconosciuta. 

Una figlia non può che intervenire in maniera decisa in questi momenti. Facendo da genitore, insomma. Programmando visite, prendendo decisioni difficili… insomma, il solito tour dei Figli Di Genitori Malati (FDGM). 

Ma resta che sono anche Madre, vera, di un’adolescente. 

Insomma, mi trovo in quell’età bastarda in cui mi devo preoccupare sia dei figli che dei genitori. Tempo per sé pari a zero. Con resto. 

Oggi mi chiama Little a lavoro. Chiama di rado, quasi mai. Si affida a Whatsapp più che latro.

Mami, dice, c’è una lente a contatto nel cesso.

Lo so, dico, l’ho buttata io stamani perché era finita (le porto anche più del dovuto, Ndr, prima o poi divento cieca per un’infezione sconosciuta dovuta al portare troppo una lente a contatto).

Sì, ok, ma ti serve?

In che senso Bambi? (nomignolo che le affibbio random, quando per lo più voglio chiederle qualcosa oppure dirle che le voglio bene oppure, come nel caso, farle capire che non sto capendo)

Nel senso, posso farci sopra la pipì o vuoi recuperarla?

Che dire. 

Non diciamo nulla. 

E poi, più tardi, chiamo mio padre. 

Ciao, come ti senti?

Bene! Perché?

Sì, ok, la pressione la hai misurata?

Sì, la massima è 190. Non male vero? 

Come non male???? È alta! Babbo, dovresti tenerla sotto 160 almeno!

Ah sì? E chi lo dice? 

Tipo il tuo medico?

Ah, ok, ok. me lo dice sempre anche Moon.

Babbo…sono io Moon…

Ahahaha. Fa lui. Ahahaha. 

Ma io dico? Che te ridi?

Che poi, sì, lo ammetto, ci rido anche io. 

Ridiamoci su, che è meglio. 

Intanto la mia artrosi cervicale si fa sentire. Quella che un tempo chiamavo la Carogna. Da qualche parte l’ho già scritto, ma non so dove. 

Il mio ortopedico mi dice che peggiora con lo stress. E quindi ci provo a non stressarmi, tra i messaggi del Poeta (il mio ex ora lo chiamo così, il Poeta, anzi Er Poeta, dato l’ermetismo dei suoi scritti che neanche Ungaretti), mio padre con l’arteriosclerosi e mia figlia con le crisi di adolescenza e il lavoro con le crisi sempre e la mia cervicale con le sue crisi cicliche. 

Ci provo. Eh.

Intanto sono riuscita a finire di scrivere qui. 

Un traguardo. Sono le nove e quarantacinque. In ritardo di un’ora sulla tabella di marcia di Morfeo. 

Morfeo mi scuserà. Spero.

E sì che ero brava a scuola con i riassunti…

Bene bene bene.

La mia idea era di riassumere questi sei mesi, ma si sa, un riassunto è sempre una questione personale, di PDV, direi io. E di immagini, di fotografie, quelle che restano impresse nella nostra pellicola mentale. Avrei voluto solo belle foto, o foto belle. Vediamo cosa ne esce.

Febbraio:

C’è un furgone stipato di roba smontata: un letto contenitore dell’ikea, una cucina intera, rossa, di buona fattura, specchi, lampade, una scala con scalini di vetro fatta su misura, materassi, zanzariere comprate on line. No. Non è il mio furgone del trasloco. Io ho traslocato con la mia macchina, Winny, le scatole con i libri e tutto il resto occupano poco spazio. È la roba che viene portata via dalla mia vecchia casa: viene svuotata per motivi terzi ed è inutile che ve li dica: troppo lungo e complicato. Ma soprattutto non sono affari miei. Ci sono io, in piedi sopra il parquet, guardo le stanze tinteggiate da me sei anni fa completamente spoglie: la casa che mi ha accolto, il mio rifugio dalla tempesta, la spettatrice della mia rinascita ora è nuda, inerme. Le dico addio in silenzio.

Ale di fronte a me. Dall’altra parte del tavolo. È lì con me, allungando una mano la posso toccare, la vedo, con la sua nuova aria da folletto, come a dimostrarmi che è lì, nel paese dei folletti, che vuole stare. E io lo so che sebbene ci provi fino all’ultimo giorno, sebbene pensi pure di sabotarla, non posso fare a meno di amarla tanto da lasciare che se ne vada. Così da dimostrarmi che l’amore non è sempre egoista, dopotutto. 

Marzo:

I colori dell’arcobaleno volteggiano sulla mia testa. E sul mio lavoro. Vai a lavoro? Stai a casa? Ormai è solo una questione di scelte, non di obbligo. Mi dico: vai a lavorare almeno ti distrai. Credo sia la prima volta che lo penso. 

Aprile: 

Una Pasqua tutta per me. Nella mia nuova casa le vocine delle mie nipoti, i regali, il sole, i sorrisi. Un pranzo in famiglia che ho organizzato io, finalmente, senza stress. Ogni tanto essere in zona rossa è un bene.

Per l’occasione sto friggendo i supplì. Le polpettine di riso saporite sono dorate quando le scolo, finalmente lo scettro è passato dalle mani di mia madre, la Regina dei Supplì, alle mie: continuo così la tradizione di famiglia, con una ricetta, il riso e il pangrattato. 

Maggio: 

A Maggio nemmeno una foto. Né mentale né fisica… deve essere stato un mese pieno di lavoro.

Giugno: 

Io che guardo il carroattrezzi portarsi via la macchina di mio padre mentre mi scuso con i vigli urbani per lui, Si deve essere dimenticato l’assicurazione, scusate, ripeto. Ma so che c’è qualcosa di più. Decido di fare una cosa non proprio etica ma salvifica per il momento: nascondere la testa sotto la sabbia in stile struzzo e rimandare tutto a dopo l’estate.

Luglio:

Un castello stregato, un pranzo pieno di leccornie, una bella giornata di sole. Io e Little Boss ci prendiamo una giornata di respiro e ce ne andiamo a Fosdinovo con tanto di visita guidata, sulle tracce del fantasma che respira. O così dicono gli esperti fantasmologi… spettrologi? Occultisti? Ma come si chiamano? Ah: ghostbuster! Pranzo poi a Colonnata: slurp! E basta, solo slurp. 

Agosto: 

io e Little Boss al mare, a fare le signore, con pranzo al ristornate sulla spiaggia, lettini e tutto il contorno del mare che per una giornata spedi 100 euro. Semel in anno…, dicevano. Anche se il riferimento era per il Carnevale, se non erro.

Agosto però è anche la mia foto su un altro lettino, quello del Tizio che Che mi Scrocchia (T.C.S.) come diceva una mia collega (che non nominerò con nomignoli, tanto è già sparita: è durata come un gatto in tangenziale al Ristorante. Così va la vita). Al TSC ho lasciato un bel mucchio di soldi per nulla. ma va detto che in quell’ora di sedute da lui dormivo che era un piacere. Insomma tra Luglio e Agosto iniziano i miei problemi che portano, oggi, le mie papille gustative a tentare il suicidio: la dieta vegana! (ma la mia dieta non è solo vegana: ha altre restrizioni. Pure!). 

Agosto mi vede anche poco insieme all’Amico Speciale: quando io dormo (ogni volta che non lavoro in pratica) lui è sveglio; quando io sono sveglia, lui è a lavoro; quando io lavoro… bhe, lavoro. Quindi un gran casino. 

Settembre: 

Ahhh ( di sollievo). Le ferie. 

Le ferie mi vedono in Sicilia. Porto io lì la zona gialla. Ma chi se ne frega, Palermo è bellissimissima. Un clima rilassato, giornate perfette (né caldo né freddo, mai pioggia), chili e chili di fritto (panelle e crocchè, arancine), cannoli come se non ci fosse un domani, acqua talmente limpida che potevo vedere i pori del mio piede, edifici come la Cattedrale, il Palazzo dei Normanni… insomma: è stato un antipasto, cara Sicilia. Tornerò per il primo, il secondo e pure il dessert!

Settembre mi vede però anche impegnata in tutto quello che ho voluto tralasciare nei mesi passati. Mio padre è in cima alla classifica. E quindi un’altra foto di me mi vede in macchina fare su e giù due volte a settimana tra il Paesello sperduto dove abito e la Grande città di mare dove invece abita lui (3 ore di auto tra andata e ritorno). In questa immagine io guido la macchina come Fred dei Flinstone: avete presente, no? 

Il mese finisce con me una Moon disagiata, stanca e dolorante, che nel frattempo, oltre a una dieta, ha iniziato anche una cura farmacologica che spera funzioni (le altre cure provate? Acqua fresca. Sennò non tentavo il TSC o la dieta). 

Ottobre è appena iniziato. Già si preannunciano tuoni e fulmini, reali e metaforici. 

Certo, se viene giù metaforicamente l’acqua come realmente è venuta giù qui ieri sera… affogherò di sicuro! 

Un riassunto un po’ lunghetto, questo. La prof di italiano di Little mi darebbe un due. Spero che WP non dia i voti…

Love your mom

Ed eccomi qui con il mio the verde (rigorosamente in infusione nella tazza con la scritta Chocolate is always a good idea), dopo una sessione di cucina casalinga. Perché, se è vero che voglio credere che la dieta che sto seguendo funzioni, lo è altrettanto che cucinare, per me, is not always a good idea… Ma sono costretta. Come diceva ieri il cuoco vegano del ristorantino che ho scovato vicino alla scuola di Little Boss, un conto è farsi una fettina in padella all’ultimo minuto, un altro è farsi piacere il tofu al naturale preso e messo lì. 

Va detto che sto studiando (la cosa che in assoluto amo di più fare). Cerco di creare un ricettario su misura per me: piatti veloci ma gustosi. E giorno dopo giorno il Libro Vegano (L.V.) cresce.

Sulla meditazione invece sono un pelino più capra (Sgarbi dixit). Tento di farla dopo cena, sdraiata sul letto, così se mi rilasso tanto da addormentarmi sono già lì. Ma spesso non tengo a bada i pensieri, mi si imbizzarriscono proprio, e faccio una gran fatica. E mi deprimo perché non ne sono capace. Che poi, siccome la meditazione Mindfulness prevede che non mi giudichi, finisce solo che mi giudico anche per essermi giudicata: un macello. 

Nel libro che sto leggendo sull’argomento (Guida alla meditazione della consapevolezza) c’è anche una sezione dedicata a un Progetto Mindfulness: si tratta di prendersi cura di… indovinate? Una pianta! Questo perché una pianta ha bisogno di osservazione, attenzione e cure. E disciplina. Ottimo, ottimo, ma io, come ho già scritto, sono una con il pollice verso, uccido qualsiasi cosa verde anche solo avvicinandomi (come Maga Magò nella Spada della roccia: presente?). Non voglio mietere altre vittime, non ora almeno, che sono così…principiante! Così ho trovato una soluzione alternativa: il lievito madre. Molti sapranno di cosa parlo, ma nel caso vi faccio un riassuntino: il lievito madre è il lievito che usavano le nostre nonne (o bisnonne o trisnonne, dipende dall’età di chi legge); trattasi semplicemente di acqua e farina fermentata in modo spontaneo grazie ai microorganismi presenti nelle materie prime. E questo, più o meno, lo sanno tutti. Quello che io invece non sapevo è che il lievito madre, contrariamente al suo nome, si comporta come un figlio. Anzi. Un neonato. Prima di tutto deve essere risvegliato, poi bisogna fargli il bagnetto, infine deve essere messo a letto. Il tutto solo per non farlo morire. Un Tamagotchi ante litteram. Se poi lo si vuole usare allora dobbiamo procedere a fargli vari bagnetti (i rinfreschi) ogni tot ora, deve essere fasciato in un certo modo, con tessuto di lino superpulito e corda apposta (sì, questa cosa della corda per legarlo non è proprio da infanti, ma concedetemi la licenza). Inoltre bisogna saperlo guardare e annusare con attenzione: se ha un odore troppo acido allora va lavato con lo zucchero, se gli alveoli sono troppo radi non va bene, se non ce ne sono troppi non va bene… insomma, un gran cavolo di lavoro per sfornare una pagnotta! Quindi per ora ho deciso solo di tenerlo in vita: il bagnetto una volta a settimana. Poi quando sarò più grande penserò al modo migliore per usarlo. Sempre che non muoia, ovvio. 

Nel frattempo, anche per il lievito, studio. Perché il Ristorante sta diventando sempre più Pasticceria (aggiungi aggiungi, un biscotto nuovo qui, una monoporzione lì ) e quindi progettiamo di fare il mitico Panettone per Natale. Con, ovvio, il lievito madre. Credo che nei prossimi mesi avrò da impratichirmi, col piccoletto. 

Mi ero messa seduta qui, in realtà, proprio per fare un riassunto di tutte le cose che sono successe a lavoro da sei mesi a questa parte, ma come al solito Va’ dove ti porta la tastiera ha prevalso. 

Sarà per la prossima volta, eh…

Vado a fare uno snack con la maionese vegana alla paprika (buonissima, ve la consiglio anche se siete uovivori, è stata la prima ricetta del L.V.)

Storia di 3

Sulla mia scrivania ci sono delle chiavi, della mia vecchia casa, il posacenere, un calice di vino (i calici, per il momento, sono un lusso che per caso posso concedermi), un foglio con il numero di ordine dell’Ikea per la nuova cucina, le istruzioni per la nuova asciugatrice. Ogni oggetto in questa scrivania potrebbe raccontarvi una super storia. 

Eppure io voglio raccontarvene un’altra. 

C’era una volta Moon che voleva traslocare. La sua casa era in vendita, la casa che le aveva dato la libertà, la casa che l’aveva vista mille volte piangere, ridere, sognare, ma soprattutto rinascere non era più la sua casa, era solo un quadrato, vuoto, di pochi metri. Così Moon ne vide un’altra. Una più grande, giusta per lei e Little Boss, una casa che poteva (poteva, in potenza) essere giusta. 

Ma certo, mica era perfetta, così com’era. Moon e (soprattutto) l’Amico Speciale, dovevano lavorarci su: tinteggiatura, messa in posa del battiscopa, alcuni accorgimenti elettrici, una nuova tinta alle piastrelle… insomma, un gran bel C**** di lavoro di M*****-

Ma Moon ha sottovalutato l’A.S., lui è un C**** di treno, se inizia un lavoro e non gli stai dietro sono C****, ti incita come se fosse un C**** di capo dei Marines, e stai pure ore a dire che No, non ce la faccio, io non sono forte come te, Aspettami, arrivo, nulla: sei sempre un passo indietro. 

Insomma, siamo a buon punto, nonostante la mole di lavoro e il pochissimo tempo (A.S.=treno Frecciarossa in tratta Firenze-Roma), ma restano alcuni dettagli. Tipo liberarsi delle vecchie cose nella Nuova Casa (N.C.). Le vecchie cose nella N.C. sono infinite…

Se volete un elenco sommario finisco le parole di questo blog. Ma a voi basti sapere che questa storia racconta di tre (solo tre) cose di questa casa: tre sedie imbottite di stoffa che non si possono vedere. Tre sedie imbottite di quella stoffa fiorita che era già passata di moda negli anni Ottanta. Tipo quelle in foto. Per dire.

Ecco.

Chiamo gli Ingombranti del mio Paesello e spiego cosa devo buttare: otto milioni di cose. Mi dicono che devo dividere per materiale. Ok. 

Allora il legno tutto insieme? 

Sì. 

Perfetto, ho un comodino, una cantinetta per i vini, un tavolino, due mensole. E tre sedie. Imbottite di stoffa, però. 

Dall’altro capo del filo mi danno l’Ok. il giorno prima del ritiro metto fuori tutto, come mi è stato detto. 

Ma le sedie imbottite non me le ritirano. 

Le rimetto in casa, bestemmiando come un muratore dopo un pranzo di lavoro. 

Restano lì per giorni, io l’Amico Speciale ci scervelliamo per smaltirle altrove, tipo nel cassonetto (l’idea del mio Boss, con tanto di selfie da mandare al Sindaco del mio comune) o nel fiume direttamente (idea dell’A.S.). 

Poi arriva la mia, di ide: le regalo. Ci provo. Eccheddiamine! Al limite si passa all’opzione fiume.

Al mattino, tipo le 6.30, metto una foto (quella sopra) elle tre (dico TRE) sedie su un gruppo Regalo Regione. Alle 8.00 ho già tre messaggi. Di gente che le vuole! 

Insomma, alle 10.00 già mi sono accordata con una certa tizia (che chiamo Samantha perché ci sta) che le deve avere ASSOLUTAMENTE. Tre sedie. 

Certo, le dico, se vieni in giornata sono tue.

Viene mio marito stasera, mi risponde. 

Non ho fiducia, ma decido, per stanchezza, di crederle. 

La volete la notizia? Alle 18.00 mi chiama suo marito e mi dice che sta arrivando. 

Incredula, con la mia amica Ale (tornata dal paese dei folletti per una visita temporanea) gli facciamo caricare la macchina.

Allibite per il colpo di culo. Lui ci dice: mia moglie mi ha mandato qui da XXX per prenderle – XXX non è vicino- e non lo so cosa vuole farci. 

Io lo compiango e mi vorrei davvero pagarlo per la gentilezza, come mi aveva detto l’A.S. 

Se ne va con la macchina carica, mentre io esulto per il colpo di genio. 

Siccome era iniziata con C’era una volta… questa favola ha una morale: un punto a chi me la indovina

Non so come ho fatto a scrivere fin qui. Era proprio una gran voglia. Domani mi arriva la cucina da montare (IKEA) e poi ricomincio a lavorare.

Ma scrivere…

Dice Ale che scrivere mi fa bene. Io le credo. Le credo sempre. 

Buonanotte a tutta la blogsfera…

Aggiornamento veloce e senza fronzoli

Avrei tanto voluto annichilire il mio cervello con la serie tv che sto seguendo, Castle Rock, liberamente inspirata ai racconti e ai romanzi di King, ma forse, e dico forse, mi serve la famosa Pettinata al cervello. Pettinarmi il cervello significa semplicemente riordinare le idee, metterle in fila, servire sul vassoio in modo ordinato tutta la maledetta carne al fuoco che ho.

Che poi alla fine mica è tanta, mica è straordinaria, ma il mio neurone fa così, si spaventa, quando esce dalla Zona Confort è tutto elettrizzato. Perché, come diceva la mia Psicologa, essere Fuori dalla Zona Confort è la Mia Zona Confort….

Ho un trasloco in corso. Il mio decimo? Ho perso il conto. Sono la Ragazza con la Valigia, come ho detto a un tizio due giorni fa al supermercato. E non chiedetemi perché mi sono lasciata andare a queste confessioni al super: deve essere lo stress. 

Nella casa nuova ho otto milioni di miliardi di cose da sistemare e buttare, tanto che della vecchia casa non mi preoccupo: le cose da inscatolare e trasportare sono diventate una bazzecola. 

Va da sé che il mio Capo non mi dà le ferie come aveva promesso. Una settimana fa è andata in iperventilazione e mi ha chiesto di insegnare al collega di turno a fare i biscotti (!) : perché quando non ci sarai più, ha aggiunto. 

E mica muoio, che cazzo!, ho risposto.

Sì. Ma le ferie…

E poi ecco lì che mi dice che non le posso prendere per due settimane di fila. 

E come le prendo, a rate? 

Così siamo rimaste che le prendo solo tre giorni e per il resto farò orario ridotto. 

Intanto l’Amico Speciale invece le ferie se le può prendere di fila e lui le ha chieste anche per me. Il Testosterone ha decretato che sarà lui a imbiancare la nuova casa. Io non ne sono capace. Lo stesso dicasi per le piccole riparazioni all’impianto elettrico, per smontare lo smontabile, per portare i mobili fuori da casa per farli smaltire. 

Il mio Ego ne risente, ma siccome mi sembra di guadagnarci non voglio lamentarmi. Io sono tanto brava s organizzare, mi sto buttando (a capo fitto) su quello. Il Lavoro al Testosterone, l’Organizzazione a…Quale è il contrario? Estrogeni? 

Da zero e mille. È il motto della mia vita. Da Zero cose da fare, da un po’ di noia, al Mille cose da fare, a non dormire la notte. Ma tanto, come diceva la mia Psi, la mia Zona Confort…

Inoltre la notizia dell’anno (anche quella di quello passato) è il Ritorno in Patria di Ale (per Ale, vedere QUI, qui, qui). Per Ale vedere nel mio cuore, anche. Un posto un po’ difficile da raggiungere, lo so. 

Sono iperventilata, sopraffata, malnutrita e stanca. 

Ma so che questo sarà un anno di meraviglie.

Non so come riesca a pensarlo, visti i casini che riaffiorano come la muffa dai muri (metafora non a caso), ma lo so. Sono ottimista.

La termino qui. 

Fischi per fiaschi

Questo dannato anno, che sta per terminare grazie al cielo, ha visto il livello più alto di stress registrato da anni. Perlomeno il mio. E non è che me ne sia resa conto subito subitissimo, ma mettendo insieme diversi pezzi del puzzle giorno dopo giorno, mese dopo mese. Il primo campanello di allarme è stata la mancanza di concentrazione. Poi la mancanza di azione. Infine la totale letargia. 

Ma poi l’altro giorno, mentre trotterellavo felice al Bar a fine turno, incontro un tizio, lo saluto e tutto, Ehi, quanto tempo! come va? E via con il repertorio. Poi attacco: Sai che ho fatto un nuovo contratto con la ditta XY? Lui mi guarda dubbioso. Non la conosci? Eppure credevo che lavorandoci… in ogni caso è molto convniente, c’è un mio amico che ci lavora e… e così insisto, mentre lui si acciglia sempre più. Poi lo lascio andare in bagno (visto che l’avevo beccato proprio sulla soglia del) e lo aspetto al varco. Quest’anno non è andata tanto bene per il lavoro, eh?, gli dico. Non è abbastanza freddo per vendere le bombole del gas. Lui sempre zitto, un mezzo sorriso sotto la mascherina. Ma tranquillo: a Natale ha messo calo brusco delle temperature.

E nulla, è a quel punto che lui inizia a ridere. E ride tanto che non riesce quasi a parlare, solo dopo un po’, piegato in due, mi fa: mi sa che…ahaha…mi sa che mi hai confuso…ahahaha…con un altro…ahahaha

Mi gelo. Ma chi sei?, penso. Ti conosco bene, lo so, con te ho parlato mille volte. Eppure, nonostante l’evidenza dell’errore proprio non capisco dove sta sbagliando il mio neurone. E la cosa potrebbe passarmi inosservata se non fosse che sento che qualcosa non va nel mio cervello: non è un semplice scambio di persona. Quel tizio non è un vecchio fornitore di bombole del GPL che viene spesso al Ristorante a pranzo, ma il tecnico che aggiusta la cassa del Bar e che ho, personalmente, chiamato anche la mattina alle sei o la sera alle nove per problemi tecnici sul palmare del Ristorante. Ho il suo numero Whatsapp, l’amicizia su facebook, ci ho parlato mille volte solo nell’ultimo anno. Ho assistito a una bellissima scenetta familiare con sua sorella solo pochi mesi fa. Insomma, non averlo riconosciuto (anzi, averlo scambiato per un altro) mi ha sconvolto a tal punto che quasi non ci ho dormito. Inizio ad avere la demenza senile? Alzheimer come mia nonna? O è solo stress da pandemia e da Cassa Integrazione?

Il giorno dopo fermo tutte le speculazioni e decido che devo mettermi alla prova. Vado all’Emporio di paese e compro quattro giornali di enigmistica. 

Ed è lì che resto dalla viglia fino al 27: china su Bartezzaghi vari e, soprattutto Arolo, che fa le parole crociate senza schema che tanto amo. Risolvo come se non ci fosse un domani, ricordo parole dimenticate (tipo garitta), imparo nomi di uccelli strani (garzetta) e mi scervello su definizioni facili (un apparecchio in cabina: telefono a gettoni). Sul finale, visto che mi erano rimasti solo quelli più facili, mi do pure un tempo di soluzione, cercando di battere il mio stesso record (2 minuti). 

Siccome sono in trasferta a casa di Max (l’Amico Speciale), intervallo i cruciverba alla cucina, al letto, ai documentari sui grandi dittatori del Novecento e a innumerevoli partite a scala quaranta (che vinco quasi tutte, incredibilmente). 

Max all’inizio non la prende bene questa cosa dei cruciverba, Sei ancora lì???, chiede sgranando gli occhi.  È uno studio serio, rispondo. Devo testare le mie capacità cognitive. 

Poi però si unisce a me, ma gli devo leggere tutte le definizioni perché La luce non è quella giusta. E della mia follia facciamo un passatempoinsieme. Poi non potete chiedermi perché lo voglio sposare. 

In ogni caso il test è andato bene, direi. Perlomeno su carta, nel vero senso della parola. Forse l’Incidente col tecnico è stato solo un caso. 

Speriamo, eh.