Di Marziani e Venusiane (ma sopratutto Marziani)

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Una volta scrivevo un sacco di recensioni.  Era uno dei miei punti forti, scriverle, mi piaceva dire la mia, far conoscere autori semi sconosciuti, privilegiare alcuni aspetti di un testo, screditarne altri. Insomma, il mio lato maestrinaveniva fuori alla grande. Ho iniziato in un forum di appassionati di libri, proseguito sul mio (primo) blog e terminato, in pratica, su una rivista on line. Lo faccio ancora, a volte, di scrivermi qualcosa su ciò che leggo, ma lo faccio in privato, in cartaceo per lo più.

Tutta questa premessa l’ho scritta per dire che questa non èuna recensione. Per prima cosa si recensisce un libro terminato, e io, questo libro, non l’ho ancora finito. Poi si indicano autore e titolo, e io non lo farò.

Il libro in questione lo chiamerò Il famoso libro sui rapporti di coppia(IFLSRDC: abbreviato: LRC), l’autore è il Grande psicologo(GP). E questo vi basti.

GP è diventato famoso con questi libri (ebbene sì, ce ne sono più di uno), ha venduto milioni di copie e fa seminari da anni. L’obiettivo è uno solo: dire a uomini e donne che non si capiscono solo perché parlano lingue diverse. In pratica si pone come interprete. E fin qui la logica non fa una grinza: che uomini e donne la pensino diversamente è noto a tutti.

Una piccola parentesi: come sono approdata in questi felici lidi cartacei? Qualcuno, ma giuro non mi ricordo chi, sennò lo ripescherei e gliene direi quattro, me lo ha consigliato, nonostante il titolo, che mi ispirava come il lampredotto a colazione. E dopo anni da questo consiglio, forse giunta a dovuta maturazione (io), dopo gli insuccessi plurimi dei miei rapporti (o tentati rapporti, parlando di cose recenti), mi sono detta: why not? Male non farà. E in effetti male non fa, nel senso che danni non me ne ha recati, anzi, spesso mi ha fatto ridere parecchio, quindi un risultato l’ho ottenuto, magari non quello sperato: capire gli uomini.

Ma torniamo al libro. Il GP si propone di dare indicazioni a uomini e donne per potersi capire e quindi non litigare per prima cosa, e poi non separarsi per seconda.

Riassumendo afferma che le donne si infastidiscono quando gli uomini non le ascoltano e si rifiutano di parlare con loro. Ciò avviene, secondo GP, perché gli uomini hanno bisogno, quando sono turbati (parole sue), di ritirarsi nella caverna. Ritirarsi nella caverna significa semplicemente sia andare in garage a fare modellismo, che guardare la tv o giocare a calcetto con gli amici. Ritirarsi nella caverna significa quindi stare lontano dalla vita familiare. Questa è logica, un due più due.

Gli uomini invece si infastidiscono quando si sentono giudicati (in malo modo) dalle donne. Le donne li sviliscono così perché il loro umore funziona come un’onda: a un certo punto si infrangono e devono scendere nel pozzo, dove faranno una pulizia emotiva: in pratica devono toccare il fondo (della depressione) per poi risalire.

È un riassunto sommario, non fateci caso. Ma le parole usate da GP sono queste precise: uomo nella caverna, donna nel pozzo. Già qui è incoraggiante.

Ma ok. Ok. Vediamo i consigli partici per far funzionare una coppia. Che poi lui traduce in segnare punti: di per sé abominevole. Come fare a segnare punti con una donna? Facile (chi ride è fuori dalla classe):

  • tornate a casa e per prima cosa abbracciatela
  • regalatele dei fiori e non solo per le feste
  • fatele complimenti
  • ditele “ti amo” almeno due volte al giorno
  • rifate il letto e riordinate la camera
  • lavate la sua auto
  • lavate la vostra auto quando sapete che lei ci monterà
  • lavatevi prima di fare l’amore
  • qualche volta coccolatela anche se non pensate di fare l’amore (!!!!
  • fatela sentire più importante dei figli (questo è davvero inquietante…
  • nelle occasioni speciali scattatele qualche foto
  • tenetele aperta la porta, offritevi di portarle la spesa o i bagagli in viaggi
  • mostratevi interessato (non siate interessati, ma mostratevi e basta, che tanto non la capisce la differenza) alla sua giornata
  • mostratevi divertito alle sue battute

Altri ne ho omessi. Che questo basti. A tutti.

La mia domanda è una sola: se un uomo ha bisogno che un GP del ca… gli dica cosa fare con la propria donna, quale speranza abbiamo per l’intera umanità? Sul serio un uomo ha bisogno di un GP per capire che se a una donna gli dici Sei bellissima la rendi felice? Perché, un uomo non ne sarebbe felice?

Va anche detto che un elenco simile per le donne non c’è. La cosa mi turba, come direbbe GP.

Alle donne viene semplicemente consigliato di non giudicare gli uomini (dei pigri, degli inetti, degli scordoni, degli irresponsabili per lo più) e di farli sentire importanti facendogli risolvere i loro problemi. Ho un tubo rotto Tom, puoi ripararlo tu? O, grazie, mio cavaliere dall’armatura lucente! Senza di te sarei morta! Qualcosa del genere.

Segnare punti, guadagnare, sono parole ripetute spesso nel libro.

Ora… io mi dico che è vero che la solitudine è una brutta bestia, ma è una bestia ancora più brutta l’uomo che viene descritto qui: un pigro, inetto, irriconoscente essere che appena può striscia nella sua caverna. La donna, di contro, è descritta come un essere volubile, psicotico, piagnucolone e criticone che appena può si deprime e scende nel pozzo, anche se tutto va alla grande. La sintesi del libro potrebbe essere che i due, marziano e venusiana, siano dei cerebrolesi e che l’unica soluzione sia fare a sopportarsi, cosa che il mio ex suocero mi disse mille mila anni fa e che io ho rifiutato in direttissima. Io non sopporto proprio più nessuno: io amo, al più, e minimizzo i difetti, come faccio con Little Boss. Ma sopportare, gente, è ben diverso: non si regge alla pressione, si esplode, garantito per esperienza.

Poi magari non sarò fatta per le relazioni a lungo termine…

Ma questo libro mi ha solo detto che se anche così fosse, la ragione è la mia.

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L’Irrisolto

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Non riesco a dormire.

Un fatto che per molti è una cosa normale. Molte sono le cose normali che per me sono invece straordinarie, come per esempio soffrire il caldo. Di solito io sto al caldo come un pesce sta all’acqua. Invece mi sono trovata in difficoltà di recente.

Lo stesso è per il sonno. Insomma, da quando sono bambina mi sono fatta mancare un sacco di cose, ma mai le ore di sonno. L’Amico Speciale mi ha sempre preso in giro per questo,Basta che tocchi il letto, tu.  E si vede che invece non lo tocco, il letto, quando mi ci sdraio, e passo molto tempo a rotolarmici senza risultati.

Little Boss mi dice che se vado a letto tardi mi gioco il Sonno di bellezza. Beh, io vorrei tanto essere bella, ma giuro che non lo faccio apposta.

Stasera, dopo aver inutilmente tentato di leggere il Manuale più stupido della storia dei manuali psicologici, sono venuta qui per continuare a fare quello che ho fatto per buona parte del pomeriggio: l’ennesima revisione a un romanzo di un amico. Mi ero detta che non lo avrei più fatto, ma non c’è nulla da fare, è una cosa che mi piace, una cosa che stuzzica un lato di me che oltretutto nemmeno apprezzo particolarmente, ma tant’è. Così, invece di continuare il mio romanzo, leggo quelli degli altri e ancora tento di piazzare i miei ultimi racconti sulle benedette riviste on line. Una, ieri, mi ha risposto di no a tempo record: tutto in un solo pomeriggio.

Contando che ne ho piazzati dieci, ormai, in questi anni, e che me restano nella cartella (che ho nominato proprio così: Racconti da piazzare) solo tre, direi che almeno su quel lato non sono stata poi così male. Ostinata, come sempre. Vorrei buttare la mia ostinazione anche nella cartella con scritto Romanzo.

Sulle scuse fantasiose che invento ogni volta per evitare il confronto con quel foglio vuoto di word la più carina di sicuro è, appunto, che fa troppo caldo per scrivere. Ma c’è anche Sono in un periodo di confusione (mi chiedo, da quando ho compiuto 20 anni,  se ho mai avuto un periodo di non confusione, per una storia o un’altra), Ho troppo lavoro al Ristorante, Non sono abbastanza brava, Il romanzo non è la misura per me( e allora perché non scrivi un racconto, diamine?).

Ebbene sì, credo che stasera sia questo pensiero a non farmi dormire. Tanti anni fa risposi alla fatidica domanda da Primo giorno di corso di scrittura: perché scrivi? E avevo una valanga di Perché. Anche oggi sono validi, ma credo di avere paura, semplicemente. Scrivere fa paura. Fa paura perché tira fuori della roba che invece per far filare tutto liscio tendi a tenere nel cassetto. Chiuso a chiave. E con la combinazione.

Mettermi alla prova pochi mesi fa con un racconto nuovo mi ha fatto capire che ci sono conflitti che ancora non ho risolto. Banalmente sempre gli stessi. Eh, beh, ok, sono una recidiva. Ci sono tante cose in cui tento di migliorare, giorno dopo giorno (e, a proposito, secondo il Grande Psicologoche ha scritto il Manuale più stupido della storia dei manuali psicologici, pare che questa sia una dote del tutto femminile, venusiana, per dirlo in termini suoi), ma c’è uno boccone duro che non mi va mai né su né giù, che da oggi chiamerò l’Irrisolto. Cosa, esattamente, non abbia risolto, beh, non lo so.

La logica vorrebbe che invece di averne paura io lo affronti. O almeno, è così che io faccio quando ho paura di qualcosa.

Ma la mia voglia di normalità, in questo momento, è talmente forte che sto facendo resistenza.

Ma siccome questa cosa mi è entrata in circolo, soprattutto scrivendoci ora, stasera, mi sa che qualche passetto in quella direzione dovrò farlo. Un piccolo passo. Alla fine è proprio questo blog che mi insegna che sono lenta, sì, ma se voglio una cosa…

Domeniche di Giugno

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Si racconta che tre bellissime fanciulle, per sfuggire alle pretese di matrimonio di un viscido signorotto locale, scapparono nel bosco, arrivarono nei presi di un fiume e lì affogarono.  

Questa è la leggenda che ruota intorno al Posto Bellissimo dove ho letteralmente trascinato l’Amico Speciale domenica pomeriggio. Un caldo da urlo, reduce da un sabato pomeriggio al mare dopo dieci (o più, chi può dirlo?) anni di assenza sulle spiagge, tanto che mi è toccato comprargli un costume per convincerlo. Insomma, mi viene a prendere a lavoro, mi guarda e dice: ma sei sicura?

Certo che lo sono, ho dentro un mostriciattolo verde che urla da un po’, già dal pomeriggio in vacca dell’altra settimana, ho voglia di staccare, urla il mio cervello, devo cambiare scenografia, basta con il fondale casa e poi il fondale lavoro, voglio il fondale avventura,  grazie, sennò impazzisco, anche se si tratta solo di farsi mezz’ora di macchina per stripparsi su una mani spiaggetta (che poi non verrete mica a dire che non è un’avventura, no?).

Nel caso del Posto Bellissimo l’avventura è solo una camminata di mezz’ora nel bosco. Il mio Boss mi guarda e dice: l’ultima volta che ci sono stato io era pieno di vipere. Ok, nessun problema: faccio mente locale al corso di primo soccorso fatto nel lontano 19… durante i campi scout: vipera? Facile, la so: legare la ferita a monte, ma non troppo, sennò rischi la cancrena (a un tizio che conosco hanno dovuto amputare la gamba proprio per quel motivo), restare calmi e… ma dai! Le vipere non rompono le balle se non gli rompi le balle. La Natura è così: stai sul sentiero e guarda in terra, cammina rumorosamente e il gioco è fatto. Le vipere non mi hanno mai fatto così paura, a dire il vero. Gli animali in generale: ho più paura degli uomini.

Altre obiezioni?,chiedo.

Ci saranno i tafani, dice qualcuno alle mie spalle, ma non so chi sia e quindi lo ignoro.

Inizio a pensare di essere circondata da Smontatori. Gli Smontatori sono una razza particolare di uomini (e donne) che hanno come solo obiettivo dire No a ogni iniziativa che non rientri nella loro ben rodata routine:ma non si sta meglio sul divano a guardare un bel film?

Eh no, non si sta meglio, si sta più comodi, forse, si destruttura il cervello, magari, si vive meno, di sicuro.

Io invece in questo momento ho fame di vita (fate voi, ditemi se non sono una che si accontenta) e quindi tiro fuori il mio lato Ostinato: vado, da sola o meno, ma io vado.

Il caso vuole che la Ragazza (lasciatemelo dire ancora per due ore, ragazza…)Ostinata e Nevrotica abbia una gran cavolo di ragione: il Posto Bellissimo è talmente bello che l’Amico Speciale non fa che dirlo, non fa che fare versetti di gioia in acqua, manco fosse un neonato al suo primo bagno, si gode il massaggio naturale della cascatella. Mi tocca trascinarlo fuori dall’acqua indicando il sole che tramonta:guarda che dobbiamo tornare alla macchina e nel bosco non ci sono lampioni. Viene via quasi imbronciato, facendo progetti su giorni di festa quasi inesistenti che trascorreremo di nuovo lì. La prossima volta ci portiamo: e giù tutto un elenco di cose che non porteremo mai, cose che non faremo mai. Ma è dannatamente bello vederlo felice. E lo sono anche io, alla fine, tanto che mi sono lasciata convincere a farci un bel selfie con la cascatella alle spalle: come si cambia (per non morire, direbbe qualcuno).

Mi sembra (mi sembra!) che piano piano la vita stia prendendo una piega auspicabile, a volte, una piega di normalità che mi mancava da tanto.

Credo che il 90% del lavoro sia io a farlo: ho deciso che volevo la normalità e ho imboccato quella strada. Ero brava a Orienteering ai miei tempi. Forse era l’unico sport in cui ero a malapena capace.

E ora devo tornare a studiare… ho appena finito di bilanciare il mio primo gelato in totale autonomia (il mio coach non mi caga al telefono, quindi dovrò prendere l’iniziativa e buttarmi). La mia piccola Boss invece è alle prese con l’Arte della Rasatura, una cosa che prima o poi noi donne dobbiamo apprendere, con tutte le sue sfumature. Non credete: è una questione di stomaco: non tutte riescono a tollerare la Tortura della ceretta e devono per forza ricadere nei rimedi alternativi: crema e rasoi. Per le più coraggiose l’Epilatore, quasi un dio malefico in grado di mietere vittime.

Tutti i miei acronimi gelateschimi attendono: POD, PAC, SML, AS, ST… solo per questo mi eccito come una bambina!

Ognuno ha i suoi problemi…

Studiare e un rossetto inutile

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Stasera mi sono messa un rossetto rosso fuoco. Così. Per lasciare la traccia sul bicchiere e sui filtri delle sigarette. Non ha alcun senso che io metta un rossetto subito dopo il pigiama, ma tanto non ha senso nulla, qui.

Oggi il caldo è stato pesante, il lavoro anche, la mattina l’ho passata tutta a fare il gelato, rendendomi conto che il Super corso da gelatiera non mi ha dato tutte tutte le basi che dovrei avere, perché poi alla fine io sono una secchiona nata, dote che ho trasmesso pure a Little Boss, che infatti mi ha portato una pagella con una media del 9, una cosa che io alla sua età no. Lei mi fa vento mentre mi supera, e io sono una stupida madre orgogliosa, come sempre: niente da fare: è più sveglia di quanto lo ero io alla sua età, è più veloce con la mente, io sono sempre stata un piccolo bradipo in erba. Lunga a capire, come ora. Lunga a muovermi, come ora. Lunga a dare il primo bacio, lunga a dire Non è giustofuori dalla porta di casa, lunga a dire Sto male.

In ogni caso eccomi qui che cerco di recuperare alla mia veneranda età (divertente: Little Boss l’altra mattina mi ha fatto questo ragionamento: se io mi sposo/accompagno con un uomo/una donna– mia figlia sì che ha le vedute larghe, giustamente- che è figlio/a unico/a come me, i nostri ipotetici figli non avranno né zii, né zie né cugini/e: che tristezza. La sua conclusione è stata: anche se sei vecchia, me lo puoi fare un fratellino/sorellina?L’ho guardata un po’. Non mi ha proprio lisciato il pelo nel verso giusto…no?)tutte le nozioni che posso sull’arte del gelato.

In sintesi: studio. Una cosa che mi viene da dio, l’unica cosa che so fare è imparare, mettere le cose in più nella mia sacca stracolma, l’abitudine alla carta mi rende le cose facili, sono nata per studiare, non c’è versi, è l’unica cosa che mi rende felice, imparare.

Quindi largo alla storia dei primi sorbetti datati 1500, largo alla chimica (seriously?), largo al POD, al PAC.

Ho bisogno di sentire che qui ci sto a fare qualcosa.

Che quello che sto facendo ha un senso.

Che la mia vita serve a qualcosa.

Che poi alla fine non è quello che ho sempre voluto? Che la mia vita significasse qualcosa? Ma non è quello che vogliono tutti?

Non c’è creatività più grande che dare alla propria vita un senso.

Ci sono troppi Perché nella vita che so già che non avranno mai risposta.

Tanto vale ogni tanto capire Come.

 

 

E poi c’è una frase che vale sempre e comunque: vattene, per favore.

Quando la giornata va in vacca

post 144

 

 

Avete presente quelle giornate in cui appena aprite gli occhi vi rendete conto che la giornata andrà in vacca?

Il mio amico Watz continua a tentare di convincermi che si tratti della famosa Profezia che si autoavvera, ma io sono M.O.O.N.  e non ci sono logiche psicologiche che tengano: io ci metto sempre tanto impegno affinché le giornate filino lisce come l’olio, ma poi ecco che arriva Qualcuno, o un Evento esterno che ristabilisce l’equilibrio che avevo avvertito.

E così a inizio settimana ho dato uno sguardo al calendario e ho detto: mercoledì pomeriggio libero, Little Boss è da suo padre, l’Amico Speciale è partito per un viaggio, mia madre non ha necessità, mio padre latita come sempre, il frigo potrebbe anche attendere il rifornimento, i bucati sono quasi in pari, insomma, avete presente: mi prendo tre ore per me! L’estate che tanto si è fatta attendere arriverà domani e io voglio santificare il dio Sole andando in piscina. Obiettivi: rilassarsi, farsi un bel bagno, prendere il sole, leggere.

Preparo lo zaino con il mio nuovo costume da surfer (definizione del Negozio degli sportivi in cui sono andata ieri -niente battute, so che non è il negozio per me, tanto che quasi ieri non si aprivano le porte e un tizio alla cassa mi ha fatto saltare la coda per pagare, giusto per farmi uscire prima possibile-, ma in realtà si tratta di un normalissimo bikini costato in tutto meno di dieci euro), la cuffia zebrata (ognuno ha le sue debolezze), Ragazze elettriche (un romanzo distopico in cui le ragazze prima e le donne poi si accorgono di avere un incredibile superpotere: possono fulminare gli uomini con un solo tocco della mano: praticamente il sogno nel cassetto di tutte) e pure il tablet, che sia mai che tra un tuffo e l’altro non mi venga voglia di scrivere qualcosa.

La mattina procede a ritmo incalzante, ci sono mille cose da fare, a pranzo il Ristorante è pieno come non lo era da settimane. Penso che finirò tardi se non mi sbrigo, accorciando decisamente le Tre ore per me previste. Così tiro, cerco di tagliare corto con il tizio di Roma che ha scoperto che mia nonna era di Montesacro e che mi continua elencare posti (splendidi) di Roma dove devo tornare, faccio volare le tovaglie pulite sui tavoli, incalzo la mia collega per farmi portare al più presto i bicchieri puliti. Poi dalla cucina esce il mio capo: ma prima di andare via mi stampi il nuovo menù estivo come avevi detto?

Cazzo.

E vabbè, ne ho troppe per la testa, ok, lo avevo dimenticato. Il portatile del Ristorante non collabora (quando mai lo fa?), fatica ad accendersi, poi pure la stampante mi fa le storie (mi manca l’inchiostro!, dice. Brutta gallina starnazzante), e poi ci si mette anche la cassa sopra la quale devo cambiare voci e prezzi. Insomma, finisco con un’ora piena di ritardo e un giramento di scatole che faccio tornare l’inverno.

Ma io sono M.O.O.N.: salgo in macchina e accarezzo il mio violaceo zaino. La piscina dista solo due minuti di macchina, ma io riesco a trovare ben due semafori rossi per lavori in corso. Ottimo.

Arrivata alla piscina il parcheggio è pieno. Come è possibile? È solo un comune mercoledì! Poi vedo i bambini.

Campi solari.

La piscina è gremita di tante piccole teste urlanti che non ci starebbe nemmeno uno spillo.

Faccio il giro e torno a casa.

Il dio Sole dovrà ancora aspettare per avermi.

Per ora mi accontento della Luna.

Non senza una cordiale incazzatura, ovvio.

Procedo con il Piano B e mi faccio una tisana…

Piano B

post 143

 

Ho un piano B per superare questo momento che, per motivi fatti da: un ex fuori di testa, una bambina malata da una settimana, il lavoro che aumenta, mi rende un po’ nervosetta, facendo naufragare anche le attività più semplici, come cucinare il pollo.

Il piano B l’ho ideato questa mattina, dopo una notte diversamente dormiente. Mi sono svegliata credo millemila volte, mi sono girata nel letto come un cane che non trova la cuccia, ho contato un numero di pecore che mi avrebbero permesso di fare maglioni a tutto il mondo per cento anni.

E ho sognato. Maledetti sogni, di nuovo. Ho sognato di non riuscire a smettere di fare pipì. Stamani il libro dalle pagine ingiallite mi ha detto diverse cose a proposito di questo sogno. Pare che abbia sentimenti repressi che si sono accumulati come la spazzatura nella discarica, e che io abbia bisogno di sganciarli dalla repressione, ed esprimerli. Dai retta alla tua pancia e non alla tua testa, ha consigliato. Beh, la mia pancia mi dice solo che non ho fame, complice di sicuro il caldo.

Ed ecco che allora ho inventato il piano B: visto che comunque non riesco a seguire in questo momento (ma l’ho mai fatto?) un’alimentazione normale, nonostante ogni tanto la cuoca al Ristorante faccia le orecchie da mercante quando le dicoNon mangioe butti comunque la pasta anche per me (Ormai l’ho cucinata, e sfodera un sorriso), tanto vale bere. Quindi una tisana ogni ora, più o meno. So che le tisane fanno caldo e sembra una scelta bizzarra, ma almeno bevo e provo a rilassarmi.

Ma perché non ti droghi come tutti?,mi dice Micro(bo) mentre pulisce una piccolissima ditata sul vetro della porta: il ragazzo sta diventando come la badante russa di mio nonno, che ti faceva infilare le pattine all’ingresso per non sporcare.

Bella idea!,rispondo. Giusto per aggiungere disagio al disagio…

Il risultato per ora è che il mio sogno sta diventando realtà: faccio pipì di continuo.

Forse era un sogno premonitore.

Intanto la domenica sta finendo pigra, alla tisana ho aggiunto un incenso, giusto perché la tazza che sto bevendo ora sa di zenzero e mi pare di stare in Oriente così: il viaggio dei poveri.

La mia Little Boss è a finire di guarire da suo padre già da venerdì, mi manca, ci mandiamo post con Commenti memorabili su Instagram, disquisiamo al telefono se posso chiamarla cucciolae zucchina(credo di averla chiamata in tutti i modi, anche zuppetta di pesce, non esiste un nomignolo che non le abbia affibbiato), mi aggiorna sul sapore schifoso degli antibiotici e quello invece decente della Tachipirina orosolubile (Ma perché c’è scritto orosolubile?, chiede lei appena vede la confezione. Viene dal latino, os, oris è bocca.Significa che si scioglie in bocca. Lei mi guarda e sembra sollevata. Che credevi?,chiedo. Che fosse una supposta. Beata ignoranza…). Ma non è come averla qui.

L’Amico Speciale invece è partito per uno dei suoi viaggi, mi telefona annoiato, io gli racconto del tizio con il kilt che al Ristorante oggi ha allietato tutti suonando e cantando una canzone scozzese con la chitarra, Ti mando il video, dico. Lui mi chiede se aveva le mutande e se ha fatto il gesto epico di Mel in Braveheart.

Penso al mio romanzo: statico da un mese e più, penso che se scrivessi un pezzetto tutti i giorni, invece che scrivere qui, forse lo finirei in poco tempo. E mi torna in mente che anni fa il Mentore mi disse una cosa molto simile.

Si vede che magari non sono un tipo da romanzo. Forse non è proprio la mia forma. O non lo è ancora.

Il progetto resta comunque sul mio muro.

Vediamo intanto di far finire anche Giugno e poi tasterò di nuovo il terreno del mio Dentro per capire se c’è dello spazio adatto per piantare questo seme.

Mi scappa di nuovo la pipì, uff…

Maledetti sogni…

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Venerdì sera, nessuna fame. Qui sotto suonano la musica di RDS, quella che ascolta Little Boss, una musica fatta di poche note, frasi veloci, un ritornello che ha poco senso ma che ti entra nel cervello. Abbiamo la sagra del pesce azzurro: peccato che il mare da qui sia lontano almeno 40 minuti di macchina…

Inizia il periodo delle sagre di paese ed io, che sto proprio in centro, mi prendo tutta la musica da balera e le barzellette su Pierino: ma sul serio?

Ok, ok, colpa mia che sono asociale, direte, e che non vado a magiare il baccalà fritto e, dopo, a ballare in piazza.

È che sono nervosa e la mattina mi sveglio con un senso di angoscia.

Sarà che sono quattro giorni che Little Boss è malata e, come per ogni cambio di programma improvviso, si scatena un putiferio con il mio ex. Sarà che continuo a dormire male.

Stanotte ho sognato lo Shogun.

Io pagherei a sapere perché diavolo devo sognare quello che voglio dimenticare, pagherei a sapere perché il mio subconscio è tanto stronzo. Appena si prospetta un attimo di panico dovuto ad altri pensieri pesanti, eccolo lì, lui, il subconscio, a rompere i coglioni aggiungendone altri.

Ma un po’ di normalità no?

Nella rosea banalità di ogni giorno si insinuano piccole cose di poco conto, magari un riferimento al Giappone fatto da un cliente, un foglietto che esce da un cassetto, una suoneria sentita per la strada identica alla sua, una maledetta canzone, addirittura un articolo intero su un libro che mi ha regalato in una rivista: maledizione. E tutto nel giro di 48 ore. Poi ci sta che sogni di lui, no?

In realtà credo di non aver sognato per anni. Ovvero. Non mi davano quel fastidio tale da doverli ricordare.

Ma quando ero bambina facevo un sogno ricorrente, un sogno terribile che poi ho fatto di nuovo da adulta, qualche anno fa.

Sognavo di rincorrere un bambino per tutta casa (la mia vecchissima casa dove sono nata) e alla fine riuscivo a prenderlo sul piccolo balcone. Solo che, appena lui mi vedeva, si accucciava in un angolo e iniziava a bucarsi il braccio con un’unghia, e il suo braccio era come di carta e lui faceva buchi neri e profondi.

Ho fatto di nuovo quel sogno pochi giorni fa.

I sogni ricorrenti mi fanno venire i brividi, a voi no?

Ormai questo è diventato il mio sogno simbolo. Ma simbolo di cosa non saprei…

E altrettanto spesso di lavorare. E va da sé che se me lo ricordo c’è qualcosa che va a finire in merda: troppi clienti tutti insieme, assenza del personale, assenza di tovaglie, piatti, bicchieri. Come se i miei sogni volessero creare solo distanze: dall’amore, dal bambino, dal lavoro.

A volte la mattina mi guardo un vecchio libro, un libro dalle pagine ingiallite che ho conosciuto in casa mia fin da sempre. Spiega i sogni e svela il futuro. Non ci azzecca mai. Ma guardarlo è un’abitudine, come una tradizione.

A volte la mattina prendo solo il caffè. Guardo il muro della follia, pieno di post-it sul romanzo che ancora non ho scritto, negli spazi vedo un fantasma di me stessa. Vedo le strade che non ho percorso. Vedo le paure che ho avuto, quelle che ho ancora, cerco di liberarmene, le spazzo via dalla parete.

Ci provo sempre a partire positiva.

Solo che le notti a volte non mi lasciano scampo.

E non mi lascia scampo nemmeno il tizio qui sotto che mette Rino Gaetano…

È proprio ora di tentare di dormire…

Morte e Amore (capovolgiamo Leopardi)

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Stamani ho ucciso un animale.

Nella mia ignoranza zoologica credo di aver ucciso un furetto. O una donnola. O una faina. Dalla foto potete dare suggerimenti.

Ci ho pensato tutta la mattina: non era una volpe, né uno scoiattolo grosso. È il primo furetto (o donnola, o faina, o altro) che uccido.

Ho ucciso un gatto, una volta, anni fa. Era un gatto bianco, mi sfrecciò sotto le ruote alle quattro di mattina, stavo andando a lavorare. Il gatto non sono riuscita a evitarlo: un vero suicida nato: se ci penso ricordo ancora il rumore delle sue ossa sotto le ruote, una cosa da brivido che non consiglio a nessuno.

Stamani ho provato a frenare. Mi sono quasi fatta tamponare dalla macchina dietro, che mi ha suonato, ho cercato di sterzare, ma nulla: seppur nell’incertezza visiva avevo la certezza fisica. Mentre tornavo a casa ho guardato a lato strada: e al punto giusto eccolo lì, la lingua fuori dalla bocca, lungo disteso sull’asfalto: TDL non ha fatto il suo lavoro (non so in realtà se questo rientra nel suo lavoro, ma mi piace pensare di sì).

Ho ucciso. Brutta cosa se la pensi così, mi ritengo però fortunata che il suicida stavolta sia stato un animale di piccola taglia, non un cinghiale, non un capriolo, come spesso è accaduto. A morire potevamo essere in due, altrimenti. A volte basta un attimo.

Ecco cosa penso: basta un secondo di distrazione, un messaggio sul telefono, un pensiero a persone perdute. Basta un secondo e non sei più la certezza di qualcuno: sei solo un fantasma. E il mio primo pensiero va alla piccola Boss, che cosa farebbe senza di me? Oh, beh, sì. Lo so che se la caverebbe lo stesso. Che io non faccio poi così la differenza. Ma se non fosse così? Che assenza lascerei nel suo cuore? Come vorrebbe colmarla?

Vivo perché viva qualcuno che non è me.

Lo faccio da 12 anni, quasi 13.

Nella banalità di uno stupido furetto (o donnola, o faina, o altro) che ti attraversa la strada non riesco a non vedere il senso della mia vita ora. Che poi è il senso della mia vita da quando lei è nata. Buffo come la vita ti si spieghi tutta, in certi momenti, cristallina, lucida da far paura. Tu sei tu per te, ma sei tu anche e sopratutto per qualcun altro, che poi è il qualcun altro che ami.

Si vive solo per amore.

Non ci sono alternative.

È l’Amore la forza che muove queste inutili vite.

È l’Amore che conta.

E quindi torno all’inizio, come in uno stupido circolo vizioso, mi mordo la coda, mi chiedo ancora cosa sia, questo Amore. La parola vuota per eccellenza, quella che tanto disperatamente voglio riempire.

Conosco perfettamente solo l’Amore per Little Boss.

Tutto il resto è ancora da definire, inscatolare, mettere via.

Ma va detto che nella mia breve-lunga vita di cose diverse ne ho assaggiate eccome. Cose provate, cose fatte provare.

Chissà quale di queste si poteva davvero chiamare Amore…

Lunedì, il mio Armadio, ciliegie

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Sono giorni che il sole non dà tregua, picchia duro manco fosse Mohamed Ali, giusto per ricordare la favolosa canzone di Mengoni che Little Boss mi fa sentire un giorno sì e uno sì. Oggi, che è l’ultimo giorno di scuola (grazie al cielo!) e che ho prenotato in un bel ristorante con piscina per una mini fuga mia e di Little Boss dalla vita, immaginando di mangiare frittura e sbiaccarmi( ovvero fare il biacco)al sole su un comodo lettino, leggendo la Nothomb fino all’ultima pagina, ovviamente è nuvoloso con probabilità di precipitazioni, dice il Meteo del mio telefono. 

Si chiama in realtà Legge del Menga. O di Murphy, fate voi.

Ma non desisto. Vado lo stesso. Al limite starò sotto le nuvole sul lettino, leggendo comunque il mio libro e ascoltando Spoty a diritto, visto che mi sono fatta una nuova scheda telefonica con XX giga di internet e ho con me il Super batterione, come lo chiamiamo io e Little Boss, un regalo del mio Amico Atipico. 

Sabato era il compleanno dell’Amico Speciale. Non ha voluto regali, siamo andati a cena fuori. Abbiamo parlato in modo serio, io con un po’ di tremarella in stile pulcino bagnato, lui con la faccia da Vorrei prendermi cura di te anche se so che sei una donna forte e non ne hai bisogno: una faccia davvero impegnativa, non trovate? Fa tante facce diverse, di recente, l’Amico Speciale. Ha la faccia da Ti amo ma posso spiegarti, in stile Catalano, quella da Vorrei darti tempo, ma io ho appena compiuto 46 anni, anche quella da Per me sei la donna giusta. Poi ci sono le facce interrogative: Io sono per te l’uomo giusto? , e quella, terrificante, Sei sicura che non vuoi sposarti? Eh. Dopo questa faccia ho solo detto: Andiamo a prenderci un aperitivo, che dici? 

Da brava maniavantista (un lavoro del tutto inutile che dovrei smettere di fare) gli ho ricordato che essere nella mia vita non è una passeggiata: sono un pacchetto pesante, io. Che un conto è ascoltarla, la mia vita, come fanno tutti, e un conto è esserci, con tutti i piedi nella merda. Non ho mica paura, lo so perfettamente, ha detto la sua faccia. 

E io voglio crederci. Non ho poi molte alternative. 

E quindi abbiamo detto di provarci. Sul serio. Fare questo tentativo. 

Ne ho già parlato alla piccola Boss, che come sempre mi dice: voglio solo che tu sia felice, e mi fa sciogliere in una pozza ai piedi che profuma di amore. 

Mi fa un po’ strano decidere a tavolino di iniziare una relazione, specialmente con chi per anni ha vissuto la mia vita come un porto di mare, restando e andando, seguendo il flusso dell’onda. Non so decidermi sulla sensazione che mi dà questa nuova cosa. Da una parte è una zona confort (se così si può chiamare per mille motivi), dall’altra invece è sentirsi finalmente liberi. 

In ogni caso sta vincendo Armadio, nella famosa lotta. Un Armadio come quello dell’Ikea che abbiamo montato insieme io e lui una mattina di due anni fa e che ora è in camera mia. Piccolo, incasinato, ma confortevole. 

Una nuova Moon con nuove regole, un Moonverso che si sposta un pelino.

E vediamo come va, ho detto L’amico Speciale, che ormai di amico ha ben poco. Devo firmare qualcosa?, ha concluso ridendo. 

E a firmare tra poco dovrò essere io, invece, per la causa di affido di Little Boss. O per una denuncia, chi lo sa. Stamani, mentre provavo a richiamare per la sesta volta il mio avvocato, ho incrociato TDL. Mi ha mandato un messaggio, Le vuoi due ciliegie? Per la bimba, ha aggiunto. Mi sono fermata, Bella maglietta, ti vedo stanca. Lo sono. Non riesce mai a regolarsi con il cibo, pare che abbia passato il dopoguerra, penso mentre mi dà il sacchetto di ciliegie. 

Mangiale, che ti fanno meglio delle schifezze che ti piacciono. E poi smettila di dimagrire. 

Va beh. Intanto provo a vedere se recupero un paio di chili con una bella frittura di pesce al ristorante…

Il Tempo giusto

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Stamani tritavo la mozzarella per la pizza per il Ristorante. Mi capita spesso, facendo lavori ripetitivi dove il neurone non ha bisogno di sforzarsi, che mi arrivino pensieri inaspettati. Capita un po’ a tutti, credo. Poi mi capita, però, anche un’altra cosa: se faccio un lavoro ripetitivo per la prima volta e ho un certo pensiero, tutte le volte successive che faccio quel lavoro mi arriva lo stesso pensiero. Un esempio: la prima volta che riempivo i bignè alla crema con la sai à poche, che non sapevo usare, ho pensato all’appuntamento con la mediatrice familiare: dove avrei parcheggiato, cosa le avrei detto, alla finestra affacciata sulla scuola elementare che ho frequentato, ai suoi capelli corti, al suo cognome fin troppo familiare. E così, ancora oggi, quando riempio un bignè alla crema, il pensiero mi va a quella fragile (e dannosa) ragazza, al suo studio, al suo modo di parlare eccetera. 

oggi, quindi, tritavo la mozzarella. La prima volta che ho tritato la mozzarella da pizza avevo 17 anni, l’estate prima del diploma. Lavoravo per uno stereo nuovo, per le vacanze prima dell’ultimo anno, ascoltavo Alanis Morrisette (c’era quella canzone, Hand in my pocket, che aveva un strofe che facevano per me: I feel drunk but I’m sober, I’m young and I’m underpaid, I’m tired but I’m working)leggevo tutto Calvino con libri presi in biblioteca, giravo in piena estate di mattina con la felpa, facendo incazzare mio padre, portavo pantaloncini di jeans cortissimi, facendo girare il tipo trentenne del bar che lavorava lì vicino e che due anni dopo sarebbe diventato il mio quasi amante. 

E a volte, la domenica pomeriggio, mi mettevano a tritare la mozzarella, prima che la pizzeria aprisse, prima che il mondo si svegliasse, perché lì, dove lavoravo, sembrava la morte prima della sette della domenica. E io avevo la pelle del colore dell’aragosta che premeva sui vestiti, perché non perdevo nemmeno un istante libero per andare al mare, da sola, prendendo almeno tre mezzi pubblici e perdendo due ore che in macchina ci avrei messo mezz’ora. E mentre tritavo la mozzarella pensavo alla mia vita da grande, che avrei avuto un appartamento in città, che avrei vissuto da sola per un po’ (che ci crediate o no, questo sogno è stato il motivo per il quale è finita la storia con il mio primo ragazzo, oltre al fatto che avevo deciso di fare l’università e lui invece no), che avrei avuto un cane, o un gatto, un ufficio che mi avrebbe visto fare cose inimmaginabili (letteralmente), immaginavo la mia auto, i miei tacchi, i miei completi, le mie acconciature, gli uomini che avrei frequentato. Non mi vedevo sposata. Non mi vedevo con figli. Non mi vedevo insieme a, ma da sola con. 

Stamani quel pensiero, prepotente, è tornato. E ho riso di me, ho riso di gusto proprio, mentre cercavo di mandare via la stanchezza, la preoccupazione per Little Boss, che i miei puntini sulle I hanno scatenato un bombardamento che lei sente, nonostante io cerchi di tenerla al sicuro nel bunker, ma la guerra c’è, è in atto, e andava fatta, bisognava rispondere, non si può sempre subire, anche questo devo insegnarle, che non si può sempre subire. 

Ho riso mentre cercavo di capire che il mio sogno in parte l’ho realizzato a 40 anni, e che ormai però è tardi, certe cose vanno fatte a 20, e io a 20 già vivevo insieme al mio ex. 

E come al solito faccio bilanci e arrivo a dire che la vita l’ho vissuta al contrario, a 20 anni ero già sposata, a 27 ho avuto una figlia, a 35 ho ricominciato l’università, a 40 vivo da sola. 

E forse la voglia che ho è solo di normalità. Forse è il kairòs, come mi ha ricordato qualcuno qui, da qualche parte, in qualche articolo. Forse questo è il momento giusto, il tempo giusto. 

Forse è solo il momento di provarci. 

Provarci davvero.