Sesso, scuole e Covid

post 208

 

 

Di notte il mio telefono, a un certo punto, si disconnette dalla carica. Lo fa spesso. Io lo so che è solo colpa di quella cavità che accoglie il caricabatterie che non mi ricordo come si chiama, ma dentro di me, in piena notte, dico: è esausto.

Non mi sopporta più, sempre lì a consultarlo per ogni cosa, dalla ricetta per i ravioli al (drammatico) conto delle calorie per una banana (in realtà lo so, quante calorie contiene una banana, ma voglio essere rassicurata, come i bambini al buio nel proprio letto).

E se non lo consulto io, è obbligato a chiamarmi lui, con le millemila notifiche che mi arrivano: Facebook, Instagram, Duolingo (povero Duo… non lo cago più dopo che ho gettato la spugna con il tedesco, e lui lì a dirmi: Mi manchi! E lo dice sul serio), Corriere della sera (ognuno ha le proprie debolezze), Yazio per la dieta(hai bevuto? Hai inserito la colazione? Eccheppalle!)… e poi tutte quelle App per il lavoro: Google my Business, Tripadvisor. Messaggi su messaggi: Ma quando riaprite? Fate l’asporto? Vorrei 1 chilo di mignon per sabato… ehi, bella, aspetta!

In una di queste sessioni divertenti mi arriva la notizia del ragazzo che ha abbracciato la fidanzata all’aperto ed è stato multato. 400 euro, mica noccioline.

Chiamo subito l’Amico Speciale e gli faccio: te l’avevo detto? No? Vedi? La gente è folle e se usciamo insieme e non stiamo attenti ci becchiamo pure la multa.

Poi però mi chiedo: ma secondo loro due fidanzati che non si sono visti per due mesi interi causa lockdown, ora che è permesso, come si dovrebbero comportare?

E così apro il vaso di Pandora delle assurdità.

Ci sono decine di articoli (anche se poi mi rendo conto che più o meno è sempre la stessa minchiona a parlare)dove si consiglia alle giovani (o meno giovani, come noi) coppie come fare sesso durante questa emergenza.

La regola aurea è quella del niente baci con la lingua. Solo baci a stampo. Chè il virus si trasmette con la saliva eccetera. Uhhh. Godurioso. Ma andiamo avanti. Solo rapporti protetti. E, udite udite, necessaria l’igiene intima prima e dopo!

Ora. Io non è che voglio far polemica per forza, ma qualcuno mi spieghi che cavolo c’ha ‘sta gente nel capo. Qualcuno mi spieghi cosa c’entrano queste pratiche con la trasmissione del virus. Non è che credono sul serio a quello che dicono, vero? Non è che credono sul serio che due persone che fanno sesso con il preservativo e si stampano solo baci in bocca sono meno a rischio, vero? Ma soprattutto, non è che credono che l’igiene intima prima e dopo sia di qualche utilità, vero? E infine, non è che credono sul serio che due persone che stanno insieme si rivedano in casa a un metro (o un metro e 80, o due metri, dipende, questo) con la mascherina, vero?

Beh, a chiunque abbia letto qualcosa sulla rivoluzione sessuale forse è suonato un campanello d’allarme.

Ma tranquilli. Queste sono solo indicazioni da fonti non costituzionali.

Quindi facciamoci una grassa risata e finisce lì.

Quello che a mio avviso sta iniziando a costituzionalizzarsi, invece, è l’istituzione scuola come parcheggio.

Certo, certo, ci sono solo ipotesi, adesso, sulla ripresa della scuola a settembre. Ma in una di queste dichiarazioni-ipotesi, è stato suggerito di far tornare sui banchi i ragazzi fino alla terza media, lasciando a casa (o in didattica mista, ancora peggio) i ragazzi delle superiori. Il motivo? Beh, i ragazzi delle superiori sono grandi e sanno gestirsi da soli la didattica a distanza, inoltre possono essere lasciati a casa da soli se i genitori devono tornare a lavorare. Inoltre, aggiungono, i ragazzi sotti i 14 anni hanno bisogno della socialità.

La cosa mi sgomenta. In nessuna di queste dichiarazioni (ipotetiche, ok) viene messo al primo posto l’unico scopo della scuola: insegnare. E se è vero che lo sapevamo tutti, che la scuola non è un granché in linea generale (fatte salve alcune eccezioni, certo), adesso ce lo dicono proprio in faccia.

Sì, stamani mi sono svegliata nervosetta. Sarà che lo stress aumenta in proporzione ai giorni in cui non lavoro (e non porto a casa la pagnotta intera, ma solo mezza pagnotta), sarà che sono stufa di essere presa per i fondelli, sarà che sono seriamente preoccupata per il nostro futuro (in generale) e il nostrofuturo (mio e di Little, in particolare), sarà che guardo troppa televisione e troppe notizie e troppi approfondimenti (una cosa che avevo smesso di fare per non farmi saltare i nervi, e ora eccomi qui, quasi costretta a farlo).

Sarà che forse ha ragione il mio telefono, a essere esausto.

Padri fantastici e dove trovarli

post 207

 

 

Ieri è stata una giornata particolare. Per la prima volta, dopo tanti giorni, mi sono svegliata fiduciosa. Almeno per un momento.

Finalmente è arrivata la fatidica cassa integrazione. Beh, una miseria, ma c’era da aspettarselo. Se ho dovuto aspettare tanto per questi tre spiccioli, immagino che i prossimi mesi saranno duri. Ma non mi lamento, ho la forza dei contributi straordinari e alcuni ultimi appelli che posso fare se proprio sono nella merda.

Subito dopo aver constato l’arrivo della CIGD, ho mandato un messaggio al mio Capo, che, poverina, iniziava a struggersi anche per noi dipendenti. Anche lei c’è rimasta male per la cifra. Quindi ho passato un quarto d’ora buono a consolarla. Finché non mi ha detto che secondo i suoi calcoli riusciremo a riaprire a Luglio. Luglio?, credo che i miei occhi abbiano fatto un salto in avanti. Eh, i lavori di ristrutturazione vanno avanti lentamente

Ma, nonostante tutto, ho tenuto botta, e senza scoraggiarmi ha infarcito la conversazione di nuovi discorsi motivazionali: dai, non è così grave, anzi! Sarà meglio per noi, tutti avranno già riaperto e noi avremo il tempo di orientarci nelle nuove misure, no?  

Ci ho quasi creduto anche io.

Vabbè, vado dal dentista, dopo. Questo dentista credo mi abbia preso per il pozzo di San Patrizio. Ogni volta che ci vado (e questa è la terza) se ne viene fuori con qualcosa in più: prima devitalizzazione del dente, poi pulizia (altri 80 euro), ieri ha iniziato a parlare di Bite e di capsule. Al che ho detto: ma io ho già un Bite! (che non porto quasi mai). Portamelo che lo guardiamo e al limite lo correggiamo. E immagino che non lo farà gratis perché sono gentile.

Nel frattempo ho saldato il conto (temporaneo, mi sa) e comunque esco tranquilla.

Dopo pranzo iniziano i messaggi del gruppo del lavoro: chi ha ricevuto la CIGD? Io sì, io no, Ma è una miseria! Come faremo? Ma quando riapriamo? Il panico ha iniziato a dilagare. Al che, niente affatto scoraggiata, ho rifilato i discorsetti motivazionali che avevo fatto al Capo anche a loro. Evvai, teniamo duro che ce la faremo!

Ero talmente soddisfatta che poi mi sono messa a fare i biscotti. Un piccolo regalo per mio padre che, incredibile ma vero, ha deciso di venirmi a trovare in serata. Incredibile perché lui, da quando è iniziata questa pandemia, non ha fatto altro che rifilarmi mega pipponi su quanto sia pericoloso il Coronavirus, su quanto lui fosse spaventato e su cosa dovevo o non dovevo fare (vai a passeggiare in mezzo al nulla? Ma sei matta? Fai la spesa senza i guanti? Ma sei matta? Fai dormire lì l’Amico Speciale? Ma sei matta?). Quando mi ha detto che sarebbe venuto, da bravo congiunto, ho provato timidamente a invitarlo a cena. La risposta? Non mi sembra il caso, io vengo con la mascherina e tengo la distanza.

Poi in realtà si è sciolto, una volta qui, e si è addirittura azzardato a dare un abbraccio. Si vede che alla fine si sentiva ridicolo se avesse fatto diversamente.

Passare un’ora con mio padre, di recente, non è mai facile. Si distrae con tutti i messaggi che gli arrivano da mille gruppi diversi, gli viene in mente di fare una telefonata proprio quando è qui e se inizi un discorso qualsiasi cambia subito argomento. Ve lo dico con onestà: è stata una tortura a livello nervoso. E quando finalmente è arrivata Little, verso le sette e mezza, e lui se ne è andato, ho tirato un sospiro di sollievo.

Mio padre non è mai stato un buon padre. Ma non è una critica soggettiva. È talmente oggettivo che spesso qualcuno mi chiede come faccia a parlargli ancora. Io do la risposta più semplice del mondo: perché è mio padre. E se devo sopportare un’ora di conversazioni interrotte e di vacuità una volta ogni tanto, beh, direi che ci posso stare. Certo, l’incontro con lui ha fatto evaporare del tutto il senso di fiducia che sentivo dalla mattina.

Ma per rifarmi, dopo, mi sono mangiata un mega cheeseburger home made.

Strafalcioni da Covid

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L’altro giorno Little Boss mi leggeva alcuni messaggi sul suo gruppo di classe. Strano ma vero, questi tredicenni discutevano di politica.  Un Ragazzino in Particolare criticava aspramente Conte e agognava la riapertura di tutte le attività commerciali per evitare la povertà, visto che i soldi promessi non sono arrivati. Un altro ha risposto che ci doveva essere un equilibrio tra riaperture e sicurezza. Insomma, difficile non leggere in queste parole quelle dei genitori dei suddetti ragazzini, che io conosco. Ma vabbè, funziona così, si sa. Se adesso Little non è una fan di Salvini un motivo ci sarà. Ma il discorso non è questo. Il Ragazzino in Particolare a un certo punto ha scritto che per evitare il contagio basta che non siano assemblamenti. Little rideva come una matta, io pensavo a qualcosa come le mie Barbie da piccola, che mutilavo e decapitavo solo per poi rimetterle di nuovo insieme. Ok, dura da digerire che alle soglie di un esame di terza l’italiano ancora tentenni, ma dopotutto sono certa che anche io abbia spesso scivolato sulla lingua, in quel periodo.

Ma il caso italiano distrutto e strafalcione detto non si limita certo ai tredicenni. E così a Roma appare un cartello ai cancelli di un parco dove, anche lì, si vietano assemblamenti. Forse non vogliono che i ragazzini ci portino le Barbie suddette o, chissà, la Lego.

C’è anche l’altro tema, quello del C’è la faremo. Che se (purtroppo) si vede a qualche finestra o sulla bacheca di Facebook del dirimpettaio, allibisce leggerlo sulla bandiera di Razzi. Ora… se è vero che il correttore automatico del nostro telefono predilige il c’è al ce, innescando a volte qualche errore involontario, se lo scrivi su una bandiera ci devi mettere dell’impegno, ci devi pensare. È lo stesso discorso dell’hanno e dell’abbiamo: se in un messaggio ti può scappare una h e scrivi anno è sì certo grave, ma può essere una distrazione; se scrivi habbiamo, cacchio, ci hai pensato! Ignorando il correttore, a questo punto.

Ma gli strafalcioni da Covid non finiscono qui. Il più famoso a questo proposito è il sindaco di Boscoreale, il cui video avrete sicuramente visto. Un concentrato di ilarità! Si parte dal Coronarovirus, si passa dalle Fuck news (era forse un messaggio in codice?)e si approda parlando di sieropositivi riferendosi ai pazienti Covid. Io questo tizio lo amo già.

Ma non ci sono solo gli errori di lingua. Molti politici, virologi, filosofi e chi più ne ha più ne metta si sono lanciati verso il complottismo, il negazionismo e hanno messo in campo strane ironie. Di Trump avevo già parlato, del suo rimedio del disinfettante in vena (ironia, dice, ok, prendiamola per buona), ma sullo stesso piano ci si è messa la signora Bruni, che dopo aver finto un attacco respiratorio, si è poi messa a ridere dicendo: scherzavo! Beh, davvero di pessimo gusto, questi scherzi. Ma io dopotutto non ho il senso dell’ironia.

Concludo con qualcosa che fa male al cuore, e che ha fatto male soprattutto ad Ale. Lo scrivo per te, Ale.

A causa del Coronavirus è morto, come sapete, Sepulveda. Quando Little era piccola credo di averle letto tutti i suoi libri con sincero divertimento. Per me, lettrice grande, forse erano un po’ troppo ripetitivi (tutti questi animali insieme, uff), ma la morale era semplice e mai tropo scontata (certo, parliamo di bambini). Insomma, mi è dispiaciuto tanto. Ma mai quanto sentire che aveva scritto Cent’anni di solitudine. Come si fa a confondere Sepulveda con Gabo? Mah, ai posteri l’ardua sentenza.

Ma non mi stupisco più di nulla. Ieri sera cazzeggiando sul web ho incontrato un sito di recensioni. C’era una pagina su L’isola di tesoro. Di Henry James! Mi sono chiesta da dove diavolo potessero aver tirato fuori questa info. Forse James ha scritto un libro dal titolo simile (che io non conosco)? L’isola del giorno dopo? Perché l’isola del giorno prima è di Eco. Poi, aguzzando la vista, ho capito l’inghippo: l’edizione Mondadori del suddetto romanzo ha in copertina la scritta: con un saggio di Henry James. E ok… magari quello è stato solo un errore del sistema. Spero.

(Anche loro avranno riso a crepapelle:

 

Ho solo bisogno di allenamento?

post 205

 

 

Ci sono cose di cui non ci stanca mai.

Tarantino, per esempio. Ho passato il weekend riguardando tutti (o quasi) i suoi film insieme all’Amico Speciale.

La musica in generale. Rientra nella categoria.

Il caffè. Se non lo bevo come fosse acqua è solo per salvarmi da un futuro fatto da un braccio sinistro dolorante prima di cadere al suolo. Morta.

Poi ci sono cose che stancano, dopo un po’. La pasta al pomodoro, per esempio, che Little non mangerebbe altro per pranzo. La tv solo per guardarla. Anche stare a letto oltre una certa ora (ok, questo forse vale solo dopo i 30 anni). La quarantena.

Dopo due mesi ero davvero stanca di non essere stanca. Di andare a letto alla stessa ora (improponibilmente presto, ma sono abituata così) e di rigirarmi nel letto senza sosta, di alzarmi dal divano solo per fare pipì, di passare buona parte della giornata a cucinare (provate a dire un piatto: l’ho fatto senza dubbio, a meno che la materia prima non fosse troppo cara).

Il weekend appena trascorso con L’Amico Speciale è stato una serie di interventi chirurgici alla mia abitazione mentre io sfornavo cose: cheesecake, Piadine Romagnole alla Toscana (PRT, in gergo, è una cosina inventata sul momento), risotto ai porcini… insomma, l’ho già scritto, credo che il suo intestino sia stato lieto di aver lasciato questa abitazione. L’Amico Speciale forse no, giusto ieri sera mi diceva che il weekend è volato. E poi ci va messo che ho fatto la parte della geisha (anche se l’ho avvisato: goditela ora, bello, non ricapiterà fino alla prossima pandemia). Sono stata felice di fare qualcosa per lui. O forse solo di fare qualcosa. Avere uno scopo nella giornata è una cosa sottovalutata.

E poi oggi ecco che arriva il lunedì. Per me il giorno di festa per eccellenza, anche se questa pandemia ha confuso un po’ le acque. Settimana nuova? Regole nuove.

E no, non sono tornata a lavorare, ci vorrà ancora un mese, ma mentre sono lì che mi martorio il cervello per vedere di non chiedere prestiti in banca (sì, dai, Moon, puoi farcela, basta che fai economia…prima o poi arriverà la maledetta cassa integrazione in deroga!), che anche se la mia banca è a chilometro zero e mi piace tanto come il direttore e tutti i cassieri mi trattano, come una di famiglia, diciamocelo: una banca è sempre una banca e quindi sarebbe come pensare che i Vigili giurati li assumano per la loro intelligenza (qui lo so, forse offendo qualcuno e di sicuro sono di parte, visti i miei trascorsi con la categoria, ma il Censore non è arrivato), insomma, perché costringersi a patire più del dovuto?

Quello che mi ci voleva era solo fare una passeggiata.

Uff, che palle Moon, quante cazzo di parole per dire che ti sei fatta due passi!

Eh, lo so, ma faccio così sempre. Parto da un punto A per arrivare a un punto B e passo da lettere di un alfabeto perduto. Quando poi il punto B non è che sia poi così interessante…

Beh, però va detto che siccome il mio corpo era quasi immobile da due mesi non mi sono accontentata di fare un giretto. Mi sono percorsa tutto l’anello che gira intorno al mio paesello passando dallo sterrato e godendo della vista bellissima di questi posti a cui, devo dirlo di nuovo, non mi abituerò mai. Solo guardare mi ha fatto bene al cuore. Vorrei potervi prestare gli occhi per farvi vedere (no, le foto non rendono, fidatevi).

Da moto zero, quindi, a 8 chilometri in un’ora e mezza (salite e discese comprese nel prezzo). Tornata a casa avevo l’aria di chi è stato schiacciato da un elefante in corsa (e secondo me un elefante ha davvero camminato sul mio petto per farmi espellere tutta la nicotina pigramente accumulata), le braccia tremanti (l’ultimo chilometro è stato duro) e una gamba che ancora adesso mi dà dei problemi.

Sfinita.

Ma felice.

Mi sono convinta di aver solo bisogno di allenamento.

Magari è davvero così.

Ma stanotte vedrai che dormo.

p.s. la foto l’ho modificata per non far vedere il nome del mio paesello… lo so che ho fatto un troiaio (ma il mia coulisse di fragole per il cheesecake era buonissima: a ciascuno il suo!)

A passeggiare ci vado lunedì

Per due mesi ogni sera l’Amico Speciale mi ha chiamata e scattava subito la domanda: novità?

Le prime volte rispondevo: sì, oggi il bollettino è…sì, oggi Conte ha detto…sì, oggi dal comune è arrivato un avviso… eccetera.

Va detto che negli ultimi giorni invece avevo sbroccato.

Ma che novità vuoi che ci siano? Sto chiusa in questo buco di 40 metri tutto il santo giorno, il mio momento sociale è quando vado a fare la spesa e sto in fila insieme ad altra gente triste per almeno due ore, fingo di fare cose interessanti, ma la verità è che mi rompo le palle tutto il santo giorno…

Evvabbè, l’Amico Speciale avrà pensato spesso che il mio sbrocco fosse naturale e non ha mai rigirato il coltello nella piaga.

Ma se mi avesse fatto ieri sera la stessa domanda  la mia risposta sarebbe stata diversa.

E finalmente dopo due mesi di reclusione, con un anticipo di tre giorni, ieri mattina si è presentato proprio lui, l’Amico Speciale. Il mio Affetto Stabile si è alzato presto ed è arrivato con il favore della rugiada, svegliando me e Little, ma che bello svegliarsi così (certo, parlo per me).

Mi sembra di aver riacquistato un po’ di normalità, in questo modo, con la sua presenza caciarona. E mentre tutta la mia regione ieri si riversava in strada per fare la passeggiata lunga consentita dal Presidente, io mi sono chiusa in casa e mai stare sul divano a non fare nulla mi è sembrato più bello.

Devo dire che, a dispetto di ciò che dicevo nell’articolo precedente, mi sono comportata proprio come non avrei voluto, cucinando per lui ciò che voleva (perché non fai uno strudel? Certo, che ci vuole a fare la pasta sfoglia? Tra tre orette è pronto) e ingrassandolo come un pollo in batteria. Credo che dovrà fare attenzione alle articolazioni quando lunedì uscirà da qui.

In compenso lui si è messo subito a guardare in giro.

Eh, ‘sta lampadina va cambiata, questo gancio si è sganciato, il tubo lo hai stretto bene? , confermando il suo ruolo maschio. Certo che la lampadina la potevo cambiare da sola, ma non diteglielo.

E dopo che ieri sera ho portato a casa di suo padre Little, finalmente mi sono potuta concedere un brindisi (con una bottiglia di Cannonau da 16 euro che aveva portato l’Amico Speciale) e… devo dirlo, era proprio l’ora.

E siccome lui è ancora qui e sta facendo la doccia, io vi abbandono qui.

A passeggiare ci vado lunedì.

P.s. Ora è lì che smonta il telefono del bagno… il mio maschio!

 

 

Sto come a primavera

post 203

 

Sto come a primavera  

In casa

I quarantenati

 

Con questa citazione altolocata torno a scrivere di nulla, seduta davanti al mio pc in Very 8 Mile style (per il riferimento vedi qui), con il profumo dei pop corn che aleggia nell’aria. Little sta di nuovo guardando la saga di Harry Potter. Non giudico, io me la sono rivista tutta la settimana passata. Ho notato un mio ritorno a diversi anni fa, per quanto riguarda la scelta dei film. Oggi, per esempio, mi stavo guardando Beverly Hill cop.  E devo dirlo: se guardare Rambo mi ha scioccata (per la cattiva interpretazione che gli avevo dato da bambina), B.H.C. mi ha scioccato per la sua stupidità. Cioè, sul serio credevo che le risate di Eddy fossero divertenti? A oggi le trovo fuori luogo per ogni scena.

Oh, cazzo, detesto crescere!

Sì, lo so, non si dice crescere, si dice invecchiare per le donne della mia età. Eppure dal dentista ancora raccolgo le stesse frasi di sempre: ma dai!, non dimostri la tua età. Da qui in avanti me ne faccio di poco, io allo specchio li vedo tutti e se gli altri non li vedono hanno problemi di vista.

Avendo ben poco da fare se non autoflagellarmi, in questi ultimi due mesi sono passata da Non sei buona a nulla, a Non lo vedi che fai schifo? Per approdare infine a Non sai reggere nemmeno una quarantena fatta di comfort?

Credo che l’autostima abbia fatto grandi passi indietro. Di pari passo al mio conto corrente (ma le due cose non sembrano correlate).

Il tedesco, per esempio, ho deciso di abbandonarlo. Non sono capace. È davvero difficile e arrivata al dativo ho detto: ok, hai vinto: non riesco. Quindi mi resta quel poco che ho imparato, frasi che nemmeno pronuncerebbe un bambino tedesco di due anni. Ma al prossimo tedesco che verrà al Ristorante potrò passare il giornale dicendo: zeitung? E basta.

Ma certo, che altro ho fatto? Ho incrementato la mia capacità di cucinare, una cuciniera schizofrenica, sono diventata. E Ale mi dice: ah, sei tornata ai vecchi tempi, come quando sfornavi una torta al giorno. Non so se lo dice con rimpianto o con rammarico. Sempre con la R cominciano entrambe le parole. Io? Non so se esserne rammaricata o meno. Da una parte quel pezzo di me mi soddisfa (cucinare per gli altri lo ha sempre fatto), da una parte mi ributta indietro di anni.

Il mio problema, che so di avere, è che alla fine ho avuto una formazione retrograda: sempre con mia nonna e mia madre che mi dicevano cosa bisognasse fare per essere una Brava donna di casa. E sì, mia nonna mi faceva girare per casa con i libri sulla testa (non è una metafora, è reale) e mia madre mi gonfiava il cervello con Ciò che a una donna è concesso e ciò che non lo è. Poi io sono cresciuta negli anni ’90, insomma si parla di mille miglia da tutto questo, eppure… eppure io reagisco sempre al contrario. Cerco di spiegarmi: non credo di aver davvero incamerato che uomini e donne sono uguali. Sono ancora qui a lottare. E le mie azioni si fondano sul contrario: una brava donna è una brava moglie? Sì. Allora cosa fa una brava moglie? Cucina, si occupa della casa, dei figli eccetera. E io reagisco al contrario. Non cucino, lascio che il caos invada la mia casa. Una donna è femminile? Sì. E io allora mi vesto come un uomo.

Affermo me stessa al contrario.

Che è quasi più stupido del seguire i dettami.

E questo, ovvio, conferma la mia incapacità.

E pensare che volevo scrivere questo piccolo pezzo sulla mia nuova collezione di mascherine. Si sta ampliando a tal punto che potrei organizzare uno spaccio a prezzi modici. Senza contare la mascherina Super chic diamantata che vedete in foto. Un vero tocco trash da aggiungere alla mia collezione.

E da domani, almeno qui, si potrà uscire per fare due passi, anche lontano da casa.

I carcerati avranno la loro ora d’aria.

Ma mica che voglio far polemica. Ci pensano gli altri, alla polemica. Io, come ho sempre detto, sono una tipa obbediente. Al limite del servizievole. Come Brava donna di casa sono perfetta…

Capire un tubo

post 202

 

 

Sto aspettando che sia pronta la mia nuova droga per questa primavera 2020: la tisana. Zenzero e limone, melissa, pepe e arancia… ho una scorta che nemmeno al Bar del mio Ristorante. La roba calda mi dà conforto, ora che di conforto ne ho bisogno. E allora mi sono messa pure una playlist No stress (così dice Spoty, vediamo se è vero). Aspettate: ci metto pure un incenso e faccio l’en plein.

La mattina non è partita nel migliore dei modi. Ieri sera mi sono incollata alla tv per sentire Conte e la fase 2. Come dicevo, non è che mi ci sia fissata in questi mesi a ascoltare conferenze stampa e affini, soprattutto nel primo periodo. Ma ora, che siamo a quasi due mesi di resistenza (perdonate, ma ci sta bene) come tutti sono un po’ansiosa (leggi: nevrotica). Voglio sapere di che morte devo morire. Quando tornerò a lavorare, a passeggiare. Mica noi italiani abbiamo poi tutte ‘ste richieste assurde. Ma soprattutto: quando potrò rivedere l’Amico Speciale. Perché non è che io sia stata poi tanto esigente, sono stata buona e zitta per tutto questo tempo, ho sopportato con la faccia da martire le videochiamate e i baci dati alla telecamera, ho sopportato le notti da sola, il freddo nel letto. In attesa della famosa fase 2. Sono stata bravissima in tutta questa quarantena: quando mi hanno detto che non potevo passeggiare non ho passeggiato, quando mi hanno detto che non potevo uscire dal mio comune nemmeno per andare a fare la spesa io non ci sono andata, quando mi hanno detto di fare un’autocertificazione e poi un’altra e poi un’altra ancora l’ho fatto, quando hanno detto che dovevo indossare la mascherina sempre, beh, l’ho fatto, anche per andare a buttare via la spazzatura, mai a fare la spesa più di una volta a settimana (il mio frigo è ancora lì con il dito medio alzato), mai senza essere in regola.

E tutto questo perché attendevo il graduale ritorno alla semi normalità. Dentro di me, una me che urlava, dicevo: finirà. Nulla dura per sempre.

E poi quando ieri sera ho ascoltato Conte. E poi quando stamani ho letto: solo congiunti. E poi mi è scappato il nervo dal collo e ero una belva: è così che mi ripaghi, perché sono stata brava se non posso vedere il mio compagno nemmeno ora? Quanto ancora dovrò aspettare?

e quindi nulla, stamani ero proprio dell’umore giusto, così mi sono detta (come altre mille volte in questo periodo –e solo in questo, badate bene, che di solito no. Di solito no): faccio gli gnocchi.

Sabato ho fatto i pici, la pasta brisè, domenica le trofie, come dice Adri ormai sono pronta anche io per la Prova del cuoco al posto della Prova costume.

E quindi ho lessato le patate, impastato, fatto i miei gnocchetti deformi e oplà, eccomi lì bella contenta. Avevo fatto un casino in cucina che la metà bastava e quindi mi sono messa a pulire. Ed ecco che sento uno strano rumore da sotto il lavello: apro il cassetto (che è sotto al lavello) e c’è un lago… smadonno e guardo: il raccordo del tubo di scarico si è sbriciolato. Il tubo è in giro per i fatti suoi e l’acqua piove come se non ci fosse un domani.

Ora, sempre nello sculo di un tubo che si rompe, meno male che l’emporio del mio paesello ha tutto ed è aperto. Corro da SuperMario(il padrone dell’emporio)e mi faccio consigliare quasi in lacrime. Lui fa: tranquilla, è facile, ecco il pezzo, lo cambi e via.

Adoro gli uomini che mi dicono che cambiare tubi è facile. Ma ho scelta? Voi lo chiamereste un idraulico ora? Beh, io l’avrei chiamato se non avessi risolto da sola.

Ma SuperMario aveva ragione: cambiare il tubo è stato facile, un po’ più difficile è stato lavorare sotto al lavello (con il cassetto di cui sopra nel mezzo). Con l’acqua che poi ho dovuto asciugare in casa ci potevo riempire una piscina…

Alla fine ero quindi incazzata per due. E l’incazzatura si vede che l’ha sentita pure Palazzo Chigi, perché ho visto che si è affrettato a precisare che anche i compagni possono essere considerati congiunti. Anzi, preciso: affetti stabili.

A volte vedi che incazzarsi serve?

E, aggiungo, gli gnocchi erano pure buoni. La salsa l’ha fatta Little. E qui postillo solo un pochino: questa quarantena ha fatto uscire il suo lato collaborativo. E ora apparecchia, cucina (va beh, sempre a modo suo, va detto, che il terrore corre sui fornelli), sistema la sua stanza…

Termino concludendo in un modo inaspettatamente ottimista per me: oggi ho imparato:

a)che incazzarsi serve

b)che so cambiare un tubo da sola (ora vediamo però se il raccordo regge, visto che sono riuscita a stringerlo solo con le meni)

c)che so fare pure gli gnocchi, quindi il giovedì da qui in avanti sono apposto

d)che Little sta crescendo (sempre a modo suo, va detto, che il terrore corre ovunque!)

 

Del NON parlare di politica

Sono rimasta senza acqua. Cioè, ne ho ancora una bottiglia, ma devo arrivarci a lunedì e siamo in due questo weekend. La cosa non è gravissima, a dire il vero, qui a pochi metri ho un fontanello pubblico e posso anche farci un salto per rifornirmi. Quello che mi ha sorpreso, stamani, è che ero convinta, essendo sabato, di poter andare all’alimentari e comprarla.

Insomma, avevo dimenticato che oggi è festa, è il 25 Aprile.

E anche qui, niente di strano a confondere i giorni, in questo periodo di eterni Covidì (credo che questo termine sia stato inventato da Stefano Amato, se non ricordo male).

Ma proprio questo anno, questi mesi… proprio quando conta davvero ricordarsi e gioire di questa liberazione…

Spesso, in questa pandemia, la situazione è stata equiparata alla guerra. Ecco, io non sono mai stata d’accordo con questa linea guida, si rischia di manipolare le persone accostando queste due realtà, il concetto è sottile, ma importante.

Però va detto che ora come non mai sento cosa possa aver significato per un comune cittadino essere in guerra. È come un senso di soffocamento e paura, un senso di irrealtà e perdita.

L’ottimismo non farà mai da padrone in queste pagine, io non sono una persona ottimista, la vita mi ha reso chiaro che per ogni piccola cosa devo lottare, e infatti pessimista lo sono, ma lottando. Ecco, se c’è una cosa che ho imparato è questa: l’unico rimedio è lottare.

E io lo faccio, lotto, soprattutto con me stessa, cerco di riportarmi ogni giorno alla razionalità e mi chiedo spesso, come Ale, se sono io quella spostata. Oppure lo è un presidente che dichiara che una soluzione potrebbe essere il disinfettante in vena?

Ho esposto il problema a mia madre. Lei dice: è una bufala. E io voglio crederci, lo voglio con tutto il cuore, con tutte le gambe, le braccia e la testa, soprattutto.  Ma poi, natura curiosella, mi sono cercata il video originale, troppo sbalordita. E lo dice: iniettare disinfettante. E allora mi chiedo se non ci possano essere fraintendimenti, in questa dichiarazione. Avrà voluto dire altro, mica davvero può aver detto amuchina in vena, eh! Ok. ma cosa diavolo voleva dire, allora? Non sono riuscita a formulare un’ipotesi valida. Qualcuno lo sa?

Gramellini, sul Corriere, ne fa un articolo leggermente satirico: il presidente è in vena.

Io non posso dire altro.

Ora, cosa me ne può fregare a me di Trump? Meno di zero, direi. L’America la vedo come un suolo lontano, da molti punti di vista.

Quello che mi rammarica è vedere quello che c’è. No, non mi rammarica, scusate: mi spaventa. Ci sono molte cose che mi spaventano nella situazione attuale, ma il futuro lo vedo ancora più spaventoso. Sarà perché in questa situazione noto tante persone che credevo in gamba cedere all’illogico, cedere all’offesa, cedere, ancora peggio, alla paura irrazionale.

E sì, capisco anche la paura irrazionale. C’è la paura della critica: ieri ho fatto un consiglio di classe come rappresentante genitori, che è il mio ruolo, e mi sono scontrata con un muro di docenti che volevano essere impermeabili alle discussioni. Massimi sostenitori del Sta andando tutto bene, non vogliono vedere che invece bene non sta andando proprio tutto. Io capisco i loro salti mortali (e capisco che su tante cose hanno poco margine di intervento) ma appiattire la situazione dicendo: va tutto bene, beh, no. La scuola viene lasciata indietro, i ragazzi a se stessi con l’idea che Se la devono cavare da soli. Ok, anche io ne sono convinta. Ma non è una risposta sufficiente. La scuola ha un ruolo ben preciso, deve sostenere il peso dell’istruzione dei Presidenti del Consiglio di domani. E se tanti vengono lasciati a se stessi… non c’è speranza nemmeno per il futuro.

Ora, io parlo sempre poco di politica (se tralascio gli scontri a sangue con mia madre) perché ho capito, nel corso degli anni, che la discussione politica è sterile la maggior parte delle volte. Nessuno vuole davvero un dialogo in questo campo, tutti vogliono solo esporre le proprie idee, non c’è possibilità di discussione.

Parlo poco di politica perché in realtà sono stufa della politica attuale. Ho le mie idee politiche (quelle famose, che non si mangiano), ma non trovo nei rappresentanti politici qualcuno che le rifletta davvero. Da anni. Anzi, forse non ho mai trovato qualcuno. Perché in ogni caso avere idee è un conto, fare politica è un altro e io non mi metto mai dalla parte di chi dice: oh, io avrei fatto così. Io, in un sistema come il nostro, se fossi un qualsiasi parlamentare, mi metterei le mani nei capelli. Non saprei proprio come gestire la baracca. E infatti lavoro in un Ristorante.

Questi sono, più o meno, i motivi per i quali di solito mi astengo dalle discussioni politiche.

Ma ormai, in questi mesi, tutto è diventato politica. Perché non dimentichiamoci cosa significa questa parola, anche se spesso viene scambiata per faziosità. Nel senso che se dichiari qualcosa, una cosa qualsiasi, parte subito un coro: Ah! Allora sei di Salvini! (era solo un esempio).  Pare che non possa esistere un pensiero politico al di fuori dei partiti. Della serie, o prendi tutto il pacchetto o nulla.

E sennò ci sono quelli come mia madre che, dopo avergli spiegato la tua idea, che non sei con Tizio, con Caio o con Sempronio, allora ti additano come Una che non gliene frega nulla. Perché una posizione la devi prendere, anche se la senti sbagliata.

Sennò io con chi litigo?

Alla ricerca del dentista perduto

post 200

 

La prima volta che ho visto un dentista avrò avuto otto anni.

Avevo un dente cariato, così diceva mia madre, io non sapevo nemmeno cosa fosse una carie, avevo perso quella puntata di Siamo fatti così evidentemente. Per sua fortuna (di mia madre) anche mia sorella aveva un dente cariato, così prese i due piccioni (io e mia sorella) e ci portò da un tizio dell’asl (che forse ai tempi si chiamava usl, o forse in un altro modo ancora). Il Tizio dei Denti ci squadrò la bocca rapidamente e sentenziò: sono denti da latte, signora, non ci facciamo nulla, tanto poi cadono.

Da quel momento non ho più visto un dentista per anni. Fino ai 23, per l’esattezza. Vuoi che i miei non avevano i soldi per pagarci un apparecchio, vuoi perché (fortunatamente) non ne avevamo avuto più bisogno per altre carie.

Ma a 23 anni arrivò il Giudizio. Con tutte le sue complicazioni. Così da Zero Dentista finii direttamente in clinica per un’operazione: il Giudizio era poco giudizioso e cresceva storto.

Dopo questa seconda toccata e fuga dal mondo odontoiatrico qualche problema (sempre di Giudizio, non nascondo che la cosa mi turbò assai) l’ho avuto quando allattavo Little Boss. Nulla di così grave, in effetti: un altro Giudizio tolto con estrema rapidità e l’ultimo, il Carognoso, tolto con molte difficoltà.

Parlavo di questo, del fatto che a 40 anni passati avevo visto il dentista davvero poche volte (se escludiamo le innumerevoli sessioni con Little Boss per l’apparecchio, prima il mobile e poi il fisso: ma non contano: non esplorava, il dentista, nella mia bocca) con il mio Boss. Lui sghignazza e fa: eh, anche io fino ai 40 non ho avuto problemi. Poi guarda (apre la bocca): non c’è più un dente mio qui.

Incoraggiante.

E anche un po’ gufesco.

Resta il fatto che, nonostante la mia spavalderia (mia nonna è morta con tutti i suoi denti in bocca, deve essere genetica eccetera) il destino è stato davvero beffardo.

Con tutti i momenti in cui potevo avere mal di denti, ecco che doveva scegliere proprio questo.

Mi puzza tanto di Legge del Menga

Dal 10 di Marzo, giorno in cui avevo appuntamento per il controllo di un certo dolorino, che cosa sarà mai, una carie? Forse ci vuole un’otturazione, ecco che siamo giunti alla fine di Aprile con un dolore da non riuscire a dormire neppure imbottita di Ibruprofene.

Cerco di chiamare il mio dentista (che in realtà è il dentista di Little) da una settimana, ma senza successo. Stamani metto in moto mezzo mondo dopo una dolorosa notte in bianco. Faccio il giro delle Pagine Gialle, chiamo un Tizio che forse aveva un Amico che, una Tizia che un tempo Lavorava da, e alla fine riesco a contattare un odontoiatra vicino casa. Che fortuna. Con il Tizio che forse aveva un amico che sarei dovuta andare in Città, a 50 chilometri.

Mi riceve subito stamani. Lo studio è nel centro storico del mio paesello. Appena entro mi fa la disinfezione e poi la vestizione: camice, cuffia, calzari. Sembra che debba andare sulla Luna, commento. Poi mi guarda in bocca e mi dice che no, niente otturazione, va devitalizzato.

La prima devitalizzazione della mia vita: ma proprio ora? Cazzo.

Traffica un’oretta nella mia bocca, mi dà ben tre punture di anestesia, sento che trapana senza ritegno e poi gira e spinge e trapano di nuovo. Io ho gli occhi serrati, nemmeno avessi davanti il mitico pagliaccio di IT. Quelle poche volte che li apro fisso i travicelli, la parete azzurrina con le foglie dipinte, la visiera del dentista e le sue due mascherine. Sputo, di nuovo trapano, sputo. Dal dentista non si fa altro che sputare e tenere la bocca aperta.

Fa un bel lavoro (credo), alla fine a parte le punture non sento quasi nulla, solo il trapano che no, non fa male, ma ho il terrore che mi passi il cranio e arrivi dritto a far scappare il neuroncino solitario.

Il conto è salatissimo, ma lo avevo messo in conto anche io (pessima, questa, eh?). Meno male mi ero tenuta due soldi da parte per le emergenze, visto che la cassa integrazione ancora non arriva.

E quindi eccomi qui, a casa, con i brividi addosso, che un po’ è freddo, vero, un po’ l’adrenalina in circolo, con la faccia mezza paralizzata.

Credo che mi acciambellerò sul divano in attesa che l’anestesia sparisca a favore (e che favore!) del dolore inevitabile.

E meno male che sto scrivendo, perché di parlare non se ne parla. E perdonate l’uso di tutte queste ripetizioni. Vorrei poter dire che è l’anestesia, ma non sarebbe vero.

 

Vaniloquio del lockdown

 

post 199

 

Credo che il fondo si tocchi quando inizi a parlare da solo.

Parlavo di questa cosa con il Mentore non troppo tempo fa, di come è buffo considerare pazzi quelli che parlano da soli, mentre se scrivi, e va da sé che lo fai da solo, e in un certo senso parli con te stesso, invece no. Invece no.

Così ecco che torno qui. Così ascoltare musica con le cuffie anche se sono da sola e parlare con me stessa mi sembrerà meno folle.

Certo meno folle di tutto ciò che mi circonda in questo periodo, anche se non è proprio vero che mi circonda, sono le pareti a circondarmi. Direi quindi che il termine più appropriato è insinuarsi. La follia che c’è lì fuori si insinua nella mia vita, passa dalle finestre, dallo schermo, passa anche la mascherina. Nulla tiene contro questa sensazione di sterilità che sembra aver assunto la vita.

Io non sono una sostenitrice dell’andrà tutto bene, mai stata una persona con occhiali positivi, figuriamoci quando per vedere non c’è nemmeno bisogno delle lenti.

Oggi pensavo a come ho vissuto la mia vita. Pensando alla morte è una congiunzione che ti viene spontanea. Intendiamoci, non che della morte io abbia paura, certo mi girerebbe morire ora, ma non la temo in sé per sé. È solo che la morte è la protagonista di questa nuova e straordinaria situazione che cambierà le nostre vite per molto tempo. e allora mi è venuto da pensare: io ho avuto una vita felice?

È una domanda più difficile di quanto si possa pensare. La felicità non potrebbe esistere senza una buona dose di dolore. Dobbiamo fare il confronto, sennò che senso ha? Quindi pensare a una vita tutta ricca di felicità è impossibile per logica. Potremmo parlare al limite per prevalenza, ma anche qui il termine felicità andrebbe un po’ a soffrire. Dopotutto la felicità è vedere realizzati i propri desideri. Quindi partiamo da qui: chi conosce tutti i propri desideri da realizzare? No, dico, sin dal principio. Fin da sempre. Io ho sempre pensato che mi sarei accontentata di una vita tranquilla. E poi ho scoperto che no, non era la tranquillità che volevo. Non mi bastava. Così ho iniziato a pensare all’amore. Volevo amare. E l’ho fatto. Ho amato. Ma no, non mi ha reso felice. Anzi, spesso mi ha distrutto. Certo, va detto che questa distruzione mi ha aiutato a ricompormi in modo diverso, come quando smonti una casetta della Lego e la rimonti cambiando la posizione dei pezzi. Sono sempre gli stessi, i pezzi, ma sembra un’altra cosa.

No, quindi io non so cosa voglia dire questo senso di compiutezza che sembra porti la felicità.

Perché il fatto è questo. Che la felicità non sta nascosta dietro alla realizzazione dei desideri, ma all’accettazione.  Dall’accettazione di ciò che si ha, dal goderne. E io che sono senza spiritualità ho ancora molto da lavorare qui.

Quindi ho vissuto una vita felice? Ho avuto dei momenti di felicità, sì, alcuni molto intensi anche. E sono sinceramente soddisfatta di ciò che sono stata in grado di fare finora. Sono mediamente soddisfatta di me, salvo alcuni tristi momenti di autocommiserazione.

Ma no, non vorrei che fosse tutto qui.

Mi piacerebbe avere più momenti fatti di piccole cose e riuscire a vederlo. E a ricordarlo.

Perché i ricordi che scegliamo di tenere sono quelli che ci aiutano a plasmare ciò che saremo domani.

E io continuo a tenermi una pila di brutti ricordi…