Sono sempre i dettagli a fare la differenza

post 78

 

Questo è il mio primo documento scritto con Word.

Che a voi non farà differenza, ma a me la fa, la fa eccome, perché ero orfana da Word da più di un anno e il fatto che lo abbia di nuovo è un miracolo dell’Amico Atipico. Qui, nel Moonverso, sono sempre i dettagli a cambiare le cose, e chissà perché i dettagli sono piccolezze che ti fanno sentire amata.

Sono stati giorni di regali non previsti. Ma no, non è il Natale, demonizzatelo voi, io ho smesso, visto che se è vero che il costume da Mamma Natale non sta alle colleghe tettone, è anche vero che ho già un piano B, che se è vero che i biscotti di Natale mi hanno stroncato la schiena, è anche vero che si sono venduti in un week end. Non è il Natale. I regali mi sono arrivati perché ho persone intorno che mi vogliono bene. Piccole cose: una bottiglia di olio, un messaggio, Come stai?, dei quaderni nuovi per Little Boss, una canzone, un bicchiere di vino a fine pasto, una giacca nuova che non entra più, un programma di videoscrittura, la foto di un Americano,  un bacio sentito davvero.

E l’ultima volta che ho visto TDL lui è stato così delicato da ricordarmi che avevo una psicologa che mi seguiva e poi Dovresti tornarci, magari. Certo, non è il primo che me lo dice. Ho sentito questa frase due anni di fila. Da tanta gente. Troppa. E io ogni volta ci ho pensato. Seriamente. Che poi è il mio modo di pensare: seriamente. Io adoro giocare, adoro fare la cretina, ma quando si tratta di pensare sono seria, molto seria. E ci sono tornata anche, dalla mia Psi, come ho imparato a chiamarla. Ci sono tornata una volta ad Agosto, in piena crisi TDL. E come sempre, non so perché penso sempre la stessa cosa, che tutto, ma proprio tutto quello che scelgo di fare, sia sempre utile, in fin dei conti. Andarci mi è servito a capire che non mi serviva più. Che, come dice lei, tengo botta. Certo, la prima volta che ci sono andata, diversi anni fa, non tenevo botta per nulla. E tutto quello che ho fatto con lei mi è servito, mi serve ancora. Ha cambiato gli occhiali con cui guardo il mondo. Cioè. Lo abbiamo fatto insieme. Fatto sta che prima sì e ora…ora sento di no. E siccome con lei ero rimasta che ci saremmo sentite a Settembre e ora siamo a Dicembre, oggi le ho scritto un lungo messaggio di addio. E devo dire che mi dispiace davvero liquidarla così dalla mia vita, per mesi è stata un’ancora, un bastone, e un’amica, anche. Ma certo, ha fatto solo il suo lavoro, questo è indubbio. Diciamo allora che lei è stata l’unica a farlo bene. E dirle addio mi ha fatto venire il classico nodo alla gola. Ma dovevo farlo. Perché ora posso camminare da sola, con le mie gambe. Basta essere Bambi sul ghiaccio.

Riconoscerlo per me è stato fonte di orgoglio in primis, ma non è solo merito mio. È anche merito delle persone che mi stanno intorno. Ed è vero che ci sono persone che mi stanno intorno è perché io glielo permetto, ora. Sono tornata a essere quello che dovevo essere. Sono tornata a me stessa abbattendo i muri e continuando a dare fiducia. E facendomene una ragione delle delusioni. Ma non provarci più (e io per anni non ci ho provato più per molti motivi) è stato snaturante. E quindi devastante.

Quindi sì, Psi, hai ragione tu, ora tengo botta, tengo botta nonostante tutti i miei conflitti, tengo botta nonostante i casini, tengo botta nonostante la confusione, tengo botta perché allo specchio mi riconosco, nonostante tutto. Tengo botta perché sono io, e anche se a volte mi sto sulle balle, è sempre bello riconoscersi.

E tengo botta perché ho capito finalmente che le persone ti amano solo se glielo permetti.

Piccole conquiste.

Sono sempre i dettagli a cambiare le cose.

 

 

 

Stasera le cose cambiano anche grazie a questa canzone, che avevo dimenticato e non voglio farlo più, allora la aggiungo qui:

Perché ci sono due cose che mi salvano sempre il Coca button: la prima è scrivere, la seconda è la musica.

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Ode a Tarta

post 77

 

O Tarta dal carapace  variopinto, 

O amica di ben cinque anni; 

O di fugaci raspate artefice: 

a te dedico questa ode: 

che tu riposi in pace

Là dove ho posato il tuo corpo ormai immobile:

Dentro una busta della Coop, 

Accanto a un mandarino ammuffito.

(A Little Boss dirò però che

Ti ho sepolta sotto la grande quercia,

Sotto casa,

Che lei ha un grande culto dei morti

Nemmeno fosse un’egiziana del 2000 a.C)

Non sono stata come quella stronza di Babette,

Non ho mai fatto di te una zuppa,

Ma si vede qualcosa è andato storto lo stesso

Sarà stato il Grande Freddo? 

Forse ti ho affamata?

Non ho mai saputo nulla di te

Non eri molto loquace, va detto.

Ma mi tenevi compagnia

In quelle sere d’estate

Raspando senza soluzione di continuità 

Nella tua vaschetta azzurra.

Lasci un caro compagno, Raschio

Che certo sentirà la tua mancanza

Non potrà più salire sulla tua schiena

Come sempre faceva,

Non potrà più rubarti i gamberetti liofilizzati

Sarà un duro inverno per lui, poveretto.

Ci rivedremo, un dì

Tra le nuvole celesti

Lassù…

Ma forse è più probabile in discarica.

(Con le tartarughe ho chiuso: il prossimo animale sarà di pezza)

 

Da Moon a Grinch

post 76

Per tornare umana ho dovuto farmi una doccia bollente, talmente bollente che ho la pelle del colore dell’aragosta, ma almeno la temperatura interna è tornata sui 36 gradi…

Come un giorno può trasformarti in un Grinch e farti odiare il Natale.

Ricordate questo post? Quello in cui volteggio per casa pensando agli addobbi e Come è bello il Natale e Come tornare bambini e giocare eccetera? 

Oggi tutto si è capovolto. 

Primo: Natale:Inverno=Inverno:Freddo. È una  vera proporzione. E io il freddo lo detesto. Questo poi è pure un freddo salutista perché esci fuori per fumarti la tua agognata sigaretta della pausa e dopo solo metà la getti via e rientri basita al calduccio: ci vogliono poi minuti interi per scongelarti e capire chi sei e dove sei: pausa finita. Inutile ribadire che detesto anche i salutisti. 

Inoltre il freddo mi fa venire il raffreddore, il raffreddore mi fa consumare chili di fazzoletti e quintali di burro di cacao che ora penso dovrei mettermi anche sul naso. 

Secondo: con il Natale arrivano i biscotti natalizi della Pasticceria che vanno decorati a mano. Ora, qualcuno ha messo la parola Scrittrice dentro lo Scatolone Fabbricone di Dodò e ci ha tirato fuori anche la parola Artista e Pazienza. La frase che ne esce recita più o meno così: Tu che sei una Scrittrice sei un’Artista e quindi dotata anche di molta Pazienza:  fai e decora tu i biscotti! 

E quindi la mia mattina l’ho passata prima a cercare gli stampi dei biscotti a forma di alberello e stelle comete e pupazzi di neve e cercare qualcosa dentro al Ristorante è stato come per Indiana Jones cercare il Graal. Poi ecco lì che li ho dovuti decorare uno a uno (5 teglie) mettendo minuscoli smarties al posto delle palline sull’abete, china sul banco per due ore. Certo, una bella soddisfazione visto il risultato, il mio lato artistico ne era soddisfatto, ma il mio lato B, quello della schiena, molto meno. 

Terzo: mi sono fatta convincere a vestirmi da Mamma Natale sotto le feste. E fin qui tutto ok, fare la cretina alla fine mi diverte sempre, specie sul lavoro, sdrammatizza, no? Solo che la collega che si doveva occupare dei vestiti non se ne è occupata per tempo, quindi una volta finito il mio turno mi sono messa a cercare su Amazon quattro vestiti vagamente decenti (no, non me le metto le minigonne con le piume d’oca o i corsetti con i laccetti: divertirsi sì, soffrire no): nulla: tutti i vestiti natalizi hanno la consegna i primi di Gennaio, che mi dico, porca paletta, ma a che mi serve un vestito di Natale dopo Natale? Lo so, lo so, scusa Amazon: dovevo pensarci prima. Solo che non ero io quella che doveva pensarci! 

Vabbè, mi rassegno, e una volta montata in macchina, dopo nove ore di lavoro ininterrotto, con le labbra talmente ruvide che potrei limarmici le unghie e le occhiaie del raffreddore che mi scendono fino al mento, mi pare proprio un’idea geniale andare a farmi il giro dei negozi trash della zona, in cerca del suddetto vestito. Che trovo, certo. Quando mi metto in testa una cosa… solo che se è vero che a me sta a pennello, per le mie colleghe tettone  ci sarà da farci qualche modifica. 

Ma ok. Prendo tutto, rimonto in macchina e torno al Ristorante per farlo provare alle colleghe. Ormai manco da casa da più di 12 ore e inizio a sentirne la mancanza. Ma tengo duro: Natale è Natale, no? Appena arrivo lì ecco però che sono costretta a gestire ben tre telefonate di prenotazione per il pranzo di… sì, esatto: Natale! 

Io sarei vegetariana, dice una. 

Signora, il nostro è menù terra mare, lo ha letto? 

Sì, ma io mi accontento anche di un piatto di fagioli in bianco.

Un altro mi fa: Ma possiamo prendere quattro menù in sei? Non siamo persone che mangiano molto…

L’ultima è la migliore: Ho letto il menù: ma dentro ai tortelloni di baccalà cosa c’è? 

Cala il sole. E si fa più freddo. E io sono  ancora al Ristorante con in una mano un vestito 100% poliestere rosso, nell’altra carta e penna, il telefono incastrato nella spalla che discuto con un tizio di ottant’anni sull’orario in cui inizierà il pranzo: vorrebbe mangiare alle 11.30!

Rientrata a casa sono costretta ad accendere anche il forno dal gelo che c’è. E allora in questa momentanea trasformazione da Moon a Grinch mi sembra che questa sia la colonna sonora migliore:

Che poi, vi dirò… io adoro i My Chemical Romance…

C’è tutta una vita che mi aspetta

 

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Non so perché mi viene in mente una frase che mi ronza in testa da giorni C’è tutta una vita che mi aspetta da sempre e mia figlia invece saltella dalla gioia perché è riuscita a mettere come suoneria la sigla iniziale di Una serie di sfortunati eventi ed è lì che mi chiede di chiamarla una due tre volte e poi alla fine la chiama una sua compagna di scuola Che libri porti domani? e lei parla e parla ma non si capiscono perché Little Boss ha già in bocca l’apparecchio ed è lì che si scusa ma non attacca e non si toglie nemmeno l’apparecchio tanta è la voglia di parlare di comunicare di dire e poi Buonas noche mamma e Ti voglio bene tesoro tra poco la notte ci cadrà sulle spalle senza far rumore come ogni notte sempre e ognuna nel proprio letto penseremo alle cose da fare domani agli incontri che ci saranno alle conversazioni che terremo e ne inventeremo anche mille di conversazioni prima di chiudere gli occhi perché siamo fatte così io e lei siamo di una pasta simile ma non uguale siamo meditative verrebbe da dire ma in realtà forse siamo solo due persone abituate a farsi le seghe mentali perché la vita questo ci ha insegnato e pensare troppo ci distruggerà mi dico ma pensare è l’unica cosa che mi fa sentire viva e forse è così anche per lei forse anche lei a volte è disturbata dal rumore che ci circonda e lo stesso lo ricerca questo rumore perché così è più difficile pensare e se pensare è difficile sarà anche più divertente e il divertimento è alla base della vita dopotutto perché se non ci divertiamo almeno un po’ che senso ha dirsi 10, 100, 1000 volte al giorno che c’è tutta quella vita che mi aspetta se poi alla fine tutto si riduce ad aspettare e basta se tutto si riduce a credere solo che le cose miglioreranno senza fare nulla per migliorale oggi e poi arrivi a quarant’anni e ti rendi conto che il tempo stringe e molte cose che pensavi di poter fare non potrai farle più perché non ci saranno più occasioni e allora devi rivedere il concetto di Felicità e quello di Apprezzamento e forse anche quello di Realizzazione facendo bene i conti le parole cambiano e si riempiono a seconda degli anni che hai perché il futuro si riduce e il tuo corpo cambia e tutte le Aspettative che avevi per te a vent’anni devi per forza mangiartele a colazione insieme al caffellatte altrimenti rischi di guardarti allo specchio e non riconoscerti e rischi di odiarti anche se in realtà hai capito che ad odiarti sono più bravi gli altri perché hanno dei super poteri di odio che non pensavi possibili e gli altri riescono ad odiarti anche per cose che non hai fatto e nel frattempo pensi a tua figlia che è lì tranquilla che legge un libro sotto le coperte mentre tu ancora sei qui che scrivi perché scrivere è l’unica cosa che ancora riesce farti guardare allo specchio senza spaccarlo con un pugno l’unica cosa in cui ti riconosci davvero e speri che anche lei un giorno abbia qualcosa con cui riconoscersi sempre e comunque e qualunque cosa accada perché riconoscersi è più importante che aspettare una vita migliore perché riconoscersi è oggi e non domani e oggi è sempre prioritario anche se tendiamo ad affidarci a domani.

È oggi che conta. 

E ora sì, potete prendere fiato. 

Ho scritto così, senza punteggiatura, perché l’ho letto da qualche parte qui su Word press e ho raccolto la sfida, ma siccome la mia memoria è acquaccia di palude, quando evapora lascia sola la melma, ovvio è che non mi ricordo più dove l’ho letto. In realtà, risultati a parte, mi è stato molto utile. Specie stasera. Che su quella frase iniziale avrei potuto fare troppi giri non voluti. 

Ora posso andare a dormire.

Somme e sottrazioni

Post 74Quando accendo il pc mi viene d’istinto di aprire la cartella Moon e il Censore sul mio desktop. Anche quando so perfettamente che dovrei fare altro. 

È stato così anche stasera, sono venuta prima qui, ho scritto una mezza pagina di incoraggiamento e poi ho aperto il racconto sul narcisista. Ed ecco che la distanza dalla meta l’ho accorciata di un migliaio di parole. 

Poi quella mezza pagina l’ho buttata. Aveva assolto al suo compito.

Quindi oggi faccio la somma delle azioni e ne esce una cifra positiva. Anche se devo dire che sono sfinita. E raffreddata. Di nuovo. Qui si gela, non so da voi. 

Il mio premio non in denaro per tutte le azioni che ho compiuto oggi (appuntamento per Little Boss dall’estetista – non commento più questa cosa-, revisione della macchina, voltura del contratto dell’acqua, bucato, racconto, una vera cena per la piccola iena) è un po’ di musica e, più tardi, un bicchiere di vino. Che quando dico che mi accontento di poco è vero. 

Tutto il resto sta andando dove deve andare, come il percorso di un fiume, ogni tanto la vita mi lancia ai piedi qualche Sorpresa che io raccolgo felice per riempirci questa parola, Sorpresa, una parola che anni fa avevo svuotato del tutto. E quindi ci mettiamo l’Amico Atipico che si sorbisce la mia lagna per un racconto rifiutato da una rivista; ci mettiamo aver parlato con qualcuno che pensavi fosse in modo, scoprendo che in realtà è proprio così (ogni tanto il naso mi funziona ancora, anche se è raffreddato); ci mettiamo l’operaio del comune che mi porta a casa due bottiglie di vino come regalo di Natale; ci mettiamo un biglietto criptico lasciato nella tasca della mia giacca dalla mia collega zen, La Verità è il cammino, il Bene l’azione e il Bello il sentimento (Meishu-Sama), che ancora devo capire cosa cavolo significa, sul serio, ma lei è una che fa Sekai e qualcosa, non so che diavolo di disciplina sia, fatto sta che oggi ha visto mia madre (che è passata a trovarmi) e quando se ne è andata ha detto: come si vede che andare d’accordo. E io penso: come si vede che questa disciplina ti fa usare droghe pesanti. Ma non lo dico. 

Ci voglio mettere anche, nella parola Sorpresa, le mie nuove reazioni nei confronti di TDL, che mi manda messaggi per chiedermi quale vino si abbina con il tartufo. Già che penso che il tartufo sia sprecato per uno che lo vuole tagliare a tocchi con il coltello… e poi non ama il Chianti. Mi chiedo allora quale vino ci berrà, il Tavernello? Ma la Sorpresa, dicevo, è nelle mie reazioni. Stanno sparendo. Quelle fisiche, dico: battito accelerato, voce squillante, gambe che cedono… Lo vedo e nulla. Mi manda messaggi e non corro a leggerli. Non lo sto più evitando. Anzi, spesso lo cerco. E le nuove reazioni mi sorprendono (piacevolmente). Forse c’è stato un chiodo scaccia chiodo un po’ sui generis. O forse è arrivato il momento che tanto aspettavo dall’inizio. Ogni giorno che passa sento che c’è qualcosa di meno.  Le emozioni a sottrazione: che cosa buffa in realtà. 

Oggi ho aggiunto, quindi, fatto somme, sottratto.

Arrivata a fine giornata mi sento un calcolatore.

Forse ha ragione Barbara: dico dico, ma poi da un certo orecchio non ci sento mai…

Sunshine blogger award 2018

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Rispondo alle domande di Romolo perché… ah, no: questo lo devo dire alla fine. Quindi inizio e festa.

  1. Il libro che porteresti in un’isola deserta

Scelta molto difficile. Un solo libro sarebbe devastante per me. Istintivamente mi verrebbe Robinson Crusoe, per una sorta di affinità di condizione, ma l’ho trovato palloso la prima volta, figuriamoci rileggerlo a oltranza…

Quindi scelto un autore che amo e un libro che non ho (ancora letto) e che, vista la mole, mi darà filo da torcere per molto tempo. Cosa che avrò di sicuro su un’isola deserta, giusto? 

Infinite jest, di David F. Wallace. 

2.La canzone che porteresti in un’isola deserta

Più facile della domanda uno. Visto che immagino l’isola in questione come quella di Lost (serie che sto finendo con Little Boss), avrò di sicuro una bella spiaggia immacolata e una giungla oscura alle mie spalle, piena di pericoli e orsi polari. Ci vuole musica allegra, capace di farmi sentire positiva qualsiasi cosa accada. E che mi faccia leggere Infinite Jest senza disperarmi. Quindi ne scelgo una che mi fa stare bene ultimamente. 

Santeria, dei Sublime

3.Se non avessi un blog dove scriveresti?

Ovunque, ovvio. Come ho fatto prima del blog. Quaderni, carta igienica, tovagliette del bar, muri… 

4.Come ti vedi tra 10 anni

Mi vedo esattamente come ora, solo con una vera crema antirughe in bagno. 

5.Saresti soddisfatto del tuo blog se

Io sono super soddisfatta del mio blog. È esattamente quello di cui ho bisogno in questo momento, e lo faccio esattamente come voglio farlo, preciso preciso. Quindi tolgo i se in questione e correggo il condizionale. stop.

6.Perché hai aperto il blog

Su questo ci ho scritto un articolo all’inizio. Qui riassumo: per uccidere il Censore. Il bastardo con le cesoie. E ci sto riuscendo, me ne accorgo con il racconto che sto scrivendo sul Narcisista covert. 

7.Il tuo ricordo più bello

Già sorrido solo a ricordarlo.

Dunque, quando sono rimasta incinta, alla prima ecografia, il ginecologo ha stabilito che era un bel maschietto. Ma il maschietto era pigro, se ne stava seduto nella mia pancia, invece di girarsi sottosopra: forse a quel mezzo fagotto sembrava una posizione innaturale, forse pensava alla forza di gravità, al fatto che una volta uscito sarebbe stato tutto al contrario, testa in alto e piedi in basso, così ha deciso di metterci subito, in quella posizione, così da semplificarsi la vita una volta uscito. E complicando però un po’ il parto… quindi nulla, il bel maschietto se ne è rimasto seduto fino al parto. E tutte le ecografie che ho fatto in quei mesi ci servivano più che altro per vedere se si sarebbe girato, prima o poi. Verso il settimo mese chiedo ancora del sesso. Non so perché, ma io ho invece una sensazione diversa, fatta dei miei famosi Segni. Il ginecologo punta il dito sullo schermo, sono palline queste, le vedi? È un maschio. Io faccio sì con la testa, ma non ho mai visto nulla. E quindi arriva il giorno del parto, la sera prima mi ricoverano per il cesareo , sono tutta circondata da tutine blu, a casa la cameretta è celeste che più celeste non si può, e l’infermiera scherzando mi dice: ti rendi conto se invece è una femmina? Non ho avuto modo di capire perché lo avesse detto. Segni, mi dico. E il giorno dopo, alle 8.15 (più o meno) la stessa infermiera mi dice: è una bambina! È stata la prima volta che ho pianto di gioia. Lacrime vere, una cosa che non mi è successa più. Un’emozione che vorrei regalare a Natale a chi amo di più. 

8.Il tuo più grande rammarico

Così su due piedi non mi viene in mente nulla: non sono una donna dai grandi rammarichi. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto perché non avevo scelta migliore. E credo davvero nel detto: se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato un carretto (ok, qui si dice: Se il mi’ nonno avea la rote era un carretto, ma è sgrammaticato).

9.Ti regalano 10 mila euro, ma devi spenderle entro 24 ore

Compro regali utili a tutti quelli che amo. 

10.Con una bacchetta magica ti danno la possibilità di cambiare un evento della storia

Credo che farei finire in modo migliore la Rivoluzione Francese. Dimostrando che l’uomo può cambiare le cose anche senza sangue. Sarebbe stata un esempio per il futuro. Oh, ma beh…. Siamo nel campo delle utopie, certo. Ma a me le utopie piacciono.

11.Ora mi spieghi cosa ti ha spinto a rispondere a queste domande

Ed eccoci in fondo. Perché mi piace giocare. Soprattutto se posso farlo scrivendo. 

E qui io non so cosa devo fare. 

Quindi farò la gnorri e non farò nulla. 

Grazie per avermi fatto giocare Romolo 🙂 mi sono divertita.

Anche l’amore è una forma di egoismo

post 72

 

Accanto al mio albero di Natale, ascoltando una compilation rock di Natale (con delle perle uniche, tipo i blink con I won’t be Home for Christhmas, una delle mie preferite. E, naturalmente, Feliciano, sempre lui, again… potrebbe essere il mio personale incubo di Natale per tutti gli anni a venire), scrivendo dalla parte sbagliata del foglio, come sempre, pensando alla conversazione che ho avuto con TDL giusto stamani.

Tutto questo genundiare prefatorio sta a simboleggiare che tutte queste azioni sono ancora da finire, e da definire anche.

Il fatto di non scrivere più di TDL qui ha paradossalmente segnato una nuova fase in cui ci sentiamo e ci parliamo di più. Certo, non come prima, sia nella quantità che, sopratutto, nel modo. E credo che questo sia un bene. Sentirci, dico. Mi aiuta a farlo scendere da quel piedistallo sopra al quale lo avevo infilato qui, in questo blog. Lo rende più vero, e quindi più sopportabilmente dimenticabile. Sopratutto in questi giorni mi sono resa conto che più ci parlo e più trovo lontane le nostre visioni del mondo. Mi sta cadendo quel prosciuttino sugli occhi che l’innamoramento mi aveva regalato. Questo non significa che non mi piaccia più, TDL, ma ora è umano. È solo un uomo. Non c’è più quel concetto ineluttabile di Destino che mi faceva disperare la notte, piangere il giorno, soffrire sempre. Sto guarendo e lo sto facendo nel modo giusto. Il Tempo ci ha messo il suo zampino. E sono certa che non passerà ancora molto prima di riuscirgli ad essere amica e basta. Dopotutto l’ho scelto perché è una persona interessante, e questo è, questo non cambia. 

Per il resto ho passato un weekend bipolare: da un lato il lavoro che mi ha spento come se fossi stata una candela, dall’altra l’Amico Atipico è venuto a trovarmi, smaronandosi con un viaggio lungo e complicato e ricevendo in cambio una mezza Moon (ma anche una burrata, un albero di Natale da fare insieme a Little Boss, un’ emergenza luci dell’ultimo minuto e una notte in un piumone che fa ottomila gradi… sì, ok, non sono tutte cose positive, ma almeno non si è annoiato, no?). il risultato è che stamani mi sento bene, equilibrata ( e per me è una sensazione assai rara), positiva, nonostante un mal di testa che mi fa sorgere il dubbio di dover partorire la Minerva del nuovo millennio. 

E quindi posso riflettere con calma sulla conversazione con TDL. Mi rimprovera sempre di non pensare a me stessa, di mettermi sempre in secondo piano. Non ha torto. E io infatti gli do ragione. Solo che non ci trovo nulla di male. Nella vita ti devi dare delle priorità. E io ho Little Boss come priorità. Che poi io sono capace di amare così: o tutto o niente. Ed è probabile che sia precisamente questo il mio problema, con gli uomini (faccio così, amo mettendo me in secondo piano e poi lì resto, e quando me ne accorgo e faccio il passo avanti scoppia il casino), ma sono sicura che non lo è con Little Boss. Sarà lei a costringermi a mettermi in primo piano tra poco, perché non avrà più così bisogno di me, farà la sua vita e io potrò solo essere lì a guardare. Ma ora, ora, ha bisogno di me. Del mio aiuto, del mio sostegno. Non posso pensare prima a me, alle mie necessità, perché sono una madre. Non ci trovo nulla di sbagliato. Forse è perché in fin dei conti sono stata cresciuta così. O forse perché lo sento e basta. E aggiungo sul piatto che comunque amare mi fa bene. Anche amare è una forma di egoismo. Forse la più grande. 

Potrei chiudere il discorso dicendo : ma TDL è un uomo, non può capire. In realtà non è una questione di genere. Ma di situazione. Forse sarei stata diversa come madre se avessi avuto un padre vero per lei. Forse avremmo trovato il modo di metterci entrambi sullo stesso piano, e saremmo rimasti lì insieme, a darci la mano. Le cose fatte da sola sono sempre più faticose e ti portano a fare rinunce. Forse lo avevo, il padre vero, e l’ho trasformato io in questo mostro, come lui mi accusa. Ma c’è qualcosa che non mi convince in questo suo discorso. È vero che le croci si fanno con due legni. Ma sono appunto due, i legni. 

Quello che resta è una bambina che non posso lasciare a se stessa. 

Qualunque errore io faccia, in ogni caso, sono certa che, come sempre, lo sconterò. 

E ora sono pronta anche a questo. 

Ma almeno mi sto movendo: non posso più accusarmi di subirla, la vita. 

Ora devo dare risposta a qualche domanda…

Poi magari mi accorgerò che tutto quello che ho scritto oggi ha un controsenso interno. Ma potrò dare la colpa a Minerva che vuole uscire dalla mia testa…

Il percorso dei sentimenti (un articolo complesso: leggere moderatamente)

post 71

 

 

Quello che trovo estremamente buffo nella mia vita è il modo in cui mi arriva la stanchezza.

Quasi mai è una stanchezza fisica, così come i dolori, quasi mai sono dolori veri, e con veri intendo non causati da quel piccolo neurone solitario, che sì è solo, ma fa gran danni.

E quindi mentre sono lì che rifletto sul perché ho un dolore allucinante al basso ventre martedì mattina, ecco che arriva la risposta: sono semplicemente incazzata. E accanto a incazzata ci metto: delusa, allibita, preoccupata e tutta un’altra serie di aggettivi che vi risparmio.

Insomma, pensavo che il vero scalino di questo mese fosse (in ordine di comparizione): mettere il punto simbolico con TDL, lasciare l’Amico Speciale e farmi togliere un tumore.

Ma no.

Il vero scalino sto per farlo adesso. La vera guerra inizia ora. Il padre di Little Boss ha dichiarato che non vuole più fargli da padre. E io, che finora ho tollerato le sue follie, ora ho deciso di non tollerare più nulla. Anzi, lo ha deciso Little Boss.

Saranno mesi duri. Molto duri. Ma sopravviverò anche a questo, ne sono certa. Ho un fine ben preciso che ha i capelli neri, adora le serie tv e ha i primi brufoli sulla pelle.

Penso ad altro per distrarmi mentre il mio avvocato mi prepara l’armatura e l’elmetto.

Penso al percorso dei sentimenti. Ovvero: come sono arrivata a provare un certo sentimento per quella persona?

Ora, detta così può suonare una cosa stupida, ma sono un paio di giorni che ci ragiono su senza venirne davvero a capo, diciamo che la mia è solo una sensazione, ed ecco perché ho bisogno di scriverla qui. Stavolta anche per avere un parere.

Fate conto che esiste una persona nella vostra vita. Chiunque. E questa persona fa cose che vi fanno stare bene e cose che vi fanno stare male nel corso degli anni. A un certo punto il vostro neurone solitario decide che, sulla bilancia, nel piatto del Bene c’è meno roba che nel piatto del Male. Quindi prendete una decisione a riguardo. Il vostro sentimento nei suoi confronti sarà di un certo tipo (ma può accadere anche il contrario, che il piatto del Bene sia più pesante, non importa: è solo un esempio). Passa il tempo. Accadono anche altre cose. La bilancia pende un po’ a destra e un po’ a sinistra, spesso si inclina tutta da una parte ricordandovi il vostro sentimento. Potete anche cambiare idea, ovvio, ma ci sarà comunque un percorso del sentimento che vi ricorderà, ad esempio, che comunque il piatto del Male (o del Bene) è stato ricolmo. È tutta una questione di bilanciamento, non so se mi spiego.

Dove voglio arrivare… il fatto è che credo che il mio lampione che segna il percorso del sentimento abbia qualche problema. Mi dimentico spesso le cose brutte che mi hanno fatto nel corso degli anni, le metto in un cassetto, dimentico come cavolo stavo in certi momenti per colpa di alcune persone. Tendo a perdonare perché il mio cervello mette da parte certe cose. Il che, scritto così, è inquietante. È come se fossi sempre sprovveduta.

Ma la cosa peggiore è che ci sono volte, invece, che il mio istinto parte per riflesso e alzo muri a prescindere proprio per non ripetere certe esperienze.

Quindi: da una parte dimentico, dall’altra no. Ma lo faccio nel modo sbagliato. E con le perone sbagliate.

Mi rendo conto che il mio ragionamento sia molto contorto. Neanche metterlo nero su bianco lo ha reso cristallino.

Chiunque sia arrivato in fondo senza vomitare per il giro su stesso che ha fatto il proprio cervello può dirmi la sua sul percorso dei sentimenti.

Nel frattempo io mi godo la vista della stella di Natale che mi è stata regalata dalla Misericordia. L’ho fotografata. Ma Little Boss mi ha suggerito, giustamente: perché non la metti fuori sul pianerottolo così non la vedi morire giorno dopo giorno?

Chissà se riesco a farla vivere almeno fino a Natale…

Christmas is coming up

 

 

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E mentre mio padre continua a mandarmi messaggi con tutta una serie di imperativi (Riposati! Non fare nulla! Scaldati!), che ancora mi sa che non ha capito che non ho la dannata influenza, io in realtà pensavo al Natale.

E così mi sono messa su una compilation che vi farei vedere i titoli (ma sopratutto ce ne è una che compare sempre sempre nelle compilation di Natale e mi ricorda una scena divertentissima avvenuta poco dopo essermi trasferita qui: uscivo con un tale, io lo chiamavo il Mago del Computer perché in realtà quello faceva -fa- di lavoro. Insomma, lo invito a cena da me, ho già fatto l’albero, siamo sotto le feste; metto su una compilation di Natale da YouTube e la faccio andare tutta la sera. Siamo appena entrati nel mio letto quando parte Feliz Navidad, Josè Feliciano: dopo è stato impossibile finire ciò che avevamo iniziato da tanto che ridevamo. Josè per me vince il gagliardetto della canzone di Natale più ridicola), ho fatto un inventario superficiale degli addobbi, ho cercato di ricordare in che angolo della casa ho montato l’albero l’anno passato, che qui, in questi 40 metri, è tutta una questione di incastri ben studiati, sennò va a finire che mi trovo il mio abetino 100% sintetico nel bagno, e ho sorvolato sul fatto che dovrò spostare mezza casa per farlo.

Qualcuno ieri mi ha detto che Dicembre è il mese più falso dell’anno. Una frase di un cinismo che manco io ci arrivo.

In realtà a questo pensavo stamani, al fatto che non è detto che sia falso, il sentimento dico, non è detto che se c’è un’occasione per dimostrare che pensi a un’altra persona questa debba essere per forza falsa, non è detto che ci pensi una sola volta all’anno, magari sfrutti quel giorno per dirlo di nuovo, che le vuoi bene, che pensi a lei. Come per molte cose siamo noi a sfruttare male i mezzi che ci mettiamo a disposizione. Il Natale sarà falso se noi lo vivremo da persone false.

E quindi termino sempre ogni mio ragionamento nello stesso modo: siamo sempre noi a fare la differenza. Siamo noi la cellula che può impazzire (o rinsavire). Possiamo scegliere. E pare che nessuno se ne curi.

A me il Natale piace. E non sempre è stato così. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero mi metteva ansia: l’ansia dei regali, l’ansia del pranzo. Ma non era colpa del povero Natale. Era colpa mia, vedevo le cose dal punto di vista sbagliato (con gli occhiali sbagliati, avrebbe detto qualcuno), non era un’occasione, ma un fardello.

E siccome non c’è una legge che ti costringe ad amare e festeggiare il Natale, chiunque può fare come vuole e sentirsi come vuole. Se non ti piace basta ignorarlo. Oppure sei il Grinch e allora ti tocca da copione odiarlo.

Io intanto ballo Frosty the Snowman con Bublè e mi sento bene, sorrido e boh, la prendo così, come un’occasione per tornare bambina, per urlare alle perone che amo che le amo, per giocare, per ballare, per essere felice.

Sempre che qualcuno mi aiuti a tirare giù l’albero …

(Che ‘sta foto è mia si nota… io sono un cane con le foto)

Risultati della clausura

 

 

 

post 69Risultati della clausura:

Ho male alla schiena perché sono stata troppo sul divano;

Ho male alla pancia perché ho mangiato troppo;

La pila del bucato è ancora in camera che mi aspetta:la coccolatrice si è ritirata dalla gara perché le fa male un braccio (è artrosi, mamma? Boh, che ne so. Ma dal medico? See, poi mi fa fare quelle cose che si fanno in palestra, fisioterapia mi pare. Sì, quella, ma se te la fa fare significa che funziona… ma in ogni caso, lui magari ti dice che dolore è. Ma che ne sa lui!– Qui ho lasciato perdere -)

Ho decisamente ridotto ai minimi termini le puntate di Lost che mancano al finale di stagione;

Ho una faccia slavata e irriconoscibile;

Ho fatto un dolce (e ora quindi riuscite a capire come sono messa, se per noia ho pure fatto un dolce);

Ho scritto.

Ecco, quello tanto. Certo, nei momenti magici in cui i coccolatori se ne sono tornati a casa. Sennò è stato tutto un parlare di cani e politica (mia madre), politica e viaggi (mio padre) e politica e politica (mio padre con mia madre).

Ed ecco che in questi giorni mi sono convinta sempre più che il mio allontanarmi dalle notizie, sia di cronaca che, sopratutto, di politica , non sia disinteresse. Forse sarò, come diceva Non mi ricordo chi nel discorso di Atene, inutile. Lo sono, certo. Ma per sopravvivenza.

Ascoltavo il discorso dell’ex sindaco di Treviso, un gran bel personaggio, che diceva che i culattoni (oltre alle altre categorie ormai blasonate) se ne devono andare da un’altra parte. In un altro video dichiara che gay e lesbiche devono stare nei loro recinti. Il web è pieno delle sue amenità.

Ora.

Io sono tollerante verso le varie forme di pensiero.

Sarà forse che mi sento toccata personalmente.

Ma questa roba non si può sentire.

Detesto parlare di politica. Perché mi sono scontrata con molte persone che non ragionano. Che non pensano. Che non sanno. Che non capiscono. E queste persone, che più volentieri credono nelle scie chimiche piuttosto che nel progresso (perdonate la parola obsoleta: e Pasolini si girerebbe nella tomba), sono quelle che amano scrivere Troie! Sotto un post di Salvini che ritrae tre ragazzine a una manifestazione.

Detesto parlare di politica. Perché mi sembra una battaglia persa, perché non capisco come cavolo siamo ancora qui, perché ho visto formarsi un Ministero delle pari opportunità, quando già il pensiero che debba esserci mi fa venire il voltastomaco.

Detesto parlare di politica. Perché mi sale la pressione, perché poi mi scoraggio, mi deprimo, il mondo mi sembra ancora più schifoso e faccio difficoltà a ridere con mia figlia.

E quindi faccio la persona inutile. Non sarà il sistema. Ma è il mio sistema per sopravvivere.

Detesto parlare di politica. E non l’ho fatto nemmeno qui. Ho solo pensato, in questi giorni, al perché lo detesto. E forse mi do solo un sacco di giustificazioni per il mio inanismo.

Forse.