Amo…

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Amo le parole scorrette. Quelle inventate. Quelle che trovi per caso nel bucato da lavare, dentro il barattolo del sale, sotto al sorriso di un’amica che non vedi da tempo.

Amo le parole che sono pezzi di vetro fine che si conficcano sotto ai piedi nudi, quelle che sono morbidi cuscini dove soffocare le lacrime, lasciando la traccia di un rossetto inutile, quelle che si fanno cogliere come capperi nati sulle mura di un’antica città, quelle che ti arrivano inaspettate come le coccole quando sei stanco.

Amo le parole che sporcano, che gridano, che invadono gli spazi inesplorati del mio corpo, quelle che respirano e fanno respirare.

Amo le parole scorrette. Che non significano. Evocano.

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Elastici

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Avete presente quei barattolini pieni di elastici? Quella roba da ufficio (che in casa mia non manca mai, insieme a confezioni da 10 di matite B e penne Stadler). Ecco, quando avete bisogno di un elastico piccolo immancabilmente ne tirate fuori cento tutti insieme, arruffati, ma di questi cento nemmeno uno è come lo vuoi tu. Potrebbe sembrare una classica legge di Murphy. In realtà è come sento la mia testa in questo periodo. Un agglomerato disordinato di pensieri, tutte intricati. E quando tento di tirarne fuori uno, ecco che saltano fuori i cento elastici.

Quelle che proprio mi creano ansia sono le scadenze:

entro il 31 luglio presentare la domanda per i contributi affitto entro il 1 agosto consegnare le certificazioni all’avvocato entro il 10 agosto chiamare l’ospedale per prenotare la visita entro il 31 agosto paga la seconda rata della spazzatura…

Poi ci sono le cose che ti devi ricordare, in generale:

regalo di compleanno di tua madre prenota i libri per Little Boss per la scuola vai dal dottore per la ricetta porta le scarpe dal calzolaio invita tuo padre a cena…

Va da sé che in mezzo a questa roba a volte ti sfuggono i fondamentali, e così sono costretta a rimettere sveglie di ogni tipo a ogni ora. Ad esempio, medicina alle 9, prepara cena alle 19, e la più inquietante di tutte, alle 16: bevi. Sì, perché se non me lo ricordo con una sveglia rischio di morire disidratata e manco me ne accorgerei.

Ringrazio il cielo che abbiano inventato gli organizer, prima, e quei mini computer che ci portiamo in tasca ogni giorno, adesso. La tecnologia mi aiuta a non avere Equitalia alle calcagna, a non farmi staccare la luce, a non farmi fare figure di merda con amici e parenti, a non morire.

Certo, ci sono cose che, nonostante tutto, dimentico di ricordarmi. E così salto l’appuntamento dal dentista, dimentico l’iscrizione allo scuolabus per Little Boss, mi alzo la mattina e non ho più una goccia di latte.

Tralascio quei lunghi quarti d’ora in cui mi sforzo, prima di uscire da lavoro, di ricordare se ho fatto tutto quello che dovevo fare, se ho preso tutto quello che dovevo prendere, chiedo inutilmente ai miei colleghi che, siccome non sono nel mio cervello, giustamente non mi sanno aiutare. Ma ci provano, poretti.

In questo caos primordiale zeppo di elastici colorati, io, non certo paga, voglio anche mettere i miei progetti. Quindi sveglia alle 5, come programmato, scrittura di almeno un’ora, studio nel pomeriggio, lettura serale di un autore che merita.

Non sono capace di lasciarmi in pace.

Il fatto è che penso che sono sempre riuscita a gestire mille cose senza eccessivo sforzo, finora, e che quindi perché mai non dovrei esserne più in grado?

Forse non faccio i conti con l’età che avanza. Forse dovrei essere più permissiva con me, tanto nessuno mi darà mai una medaglia al merito, e poi invece penso che se non mi do da fare ora certo dopo sarà sempre peggio, sempre più faticoso, sempre più elastici, sempre più colori, sempre più dimensioni, sempre più difficile ricordarsi, sempre più…

Una delle mie paure (tra le mille che ho) è quella che il mio cervello si ammali, che non riesca più non solo a fare quello che faceva prima, come ora, ma che non riesca più a ricordare, connettere. A fare il suo lavoro base. E così cerco sempre di tenerlo in allenamento, dimenticando, spesso, che anche il corpo va curato di pari passo.

Ci provo, eh, a curare anche il corpo, ci provo a mangiare in modo regolare, a mangiare meno schifezze (il cibo casuale, come lo chiamo io), a dormire regolarmente, ma in fondo in fondo io questo involucro lo detesto, l’ho sempre detestato, e finisce che tutti i miei buoni propositi finiscono nel cesso in pochi giorni. Poi la vita frenetica mi riacchiappa per i capelli, torno a saltare i pasti, a non guardare le occhiaie, a non andare a camminare.

Intanto nel mio programma forzato oggi ho inserito questo, che alla fine mi fa stare sempre bene, anche se non è niente, ma alla fine è tanto.

Sono solo Punti Di Vista.

Il lettore ideale

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Chiunque scriva è d’accordo su una cosa: si scrive per un lettore ideale. Una persona sola, unica, che probabilmente è entrata nel nostro cuore con prepotenza e lì è rimasta a stazionare per giorni, mesi, anni. Diversi anni fa il mio lettore ideale era il Mentore. Lo è stato per tantissimo tempo, c’era questo tra noi, una scrittura fatta di sangue, alla Hemingway, Soffri era il nostro motto, vedrai che qualcosa di buono ne esce, Scava, era il mio personale, e cavolo se l’ho fatto, ho scavato tanto da consumarmici le unghie, un’archeologa disperata, Desperate archaelogist, una serie tv del tutto priva di sorrisi. Non so se ne è uscita buona letteratura, ma di sicuro ne è uscita tanta, di roba.

Ma esattamente cosa fa, il lettore ideale? Beh, anche nulla, a parte leggere. È solo una persona di cui sai il gusto letterario, che, un po’, assomiglia al tuo, ma che non è te. Perché si sa, tu sei il peggior giudice di te stesso eccetera. È una persona di cui ti fidi, una persona che sai che ti dirà sempre la verità, almeno sulla tua produzione. King aveva sua moglie (il lettore ideale per antonomasia, almeno fino al loro divorzio), Virginia Woolf aveva Leonard, suo marito (che le aveva regalato una casa editrice: questo sì che è un regalo, mica un banale anello). Giusto per citarne due che ricordo.

Mi manca un lettore ideale.

Alla fine sono diventata io il mio lettore ideale, ed è una cosa che non esiste, che non sta in piedi, io scrivo per me, e non posso farlo, infatti ogni cosa che scrivo mi sembra adeguata non appena la scrivo, per poi cadere subito in disgrazia come un nobile sfortunato. Mi rileggo e non sono abbastanza brava come la Postorino o la Di Pietrantonio, non ho il piglio della Bender, non ho la fantasia della Nothomb, la profondità di Carver, il genio di Wallace, la capacità linguistica di Meads, l’incredibile sguardo della Homes.

Mi manca un lettore ideale.

Sogno di trovarlo in un angolo di strada, in un tombino, nascosto nelle pieghe della mia vita piatta come il seno della Knightley, tento conversazioni di letteratura con chiunque, ma nessuno soddisfa i requisiti, i pochi lettori che trovo… leggono, appunto. Mica se la vogliono smazzare con i sogni assurdi di lettori ideali, con fabula e intreccio, con similitudini, anafore, allitterazioni, con punto di vista del narratore.

Mi manca un lettore ideale.

Che poi non è mica vero che il lettore ideale debba darti un giudizio e smazzarsi con figure retoriche e tecniche di narrativa. Deve solo darti lo stimolo per scrivere, perché hai bisogno di raccontare quella storia a lui/lei. Alla sua unicità. Perché, come tante cose della vita, la scrittura parte dall’amore.

Alla mancanza di questo lettore ideale non sopperisco.

La prendo come cosa acquisita, come una mancanza, appunto, si fa anche con un arto meno, con un senso meno, ci si abitua, si rinuncia. Si inventano modi nuovi.

Io non invento nulla, vado avanti turandomi il naso, sperando di fare alla fine qualcosa di decente, ma mica per dimostrare qualcosa a qualcuno, solo per dimostrarlo a me, che le ore perse dietro a queste lettere non sono state sprecate, che non è stato come fare un Sudoku.

Nessuna medaglia, se non la mia.

Nessuno, a parte me.

(Che poi, che buffo, è proprio il contrario di Tutti, tranne me, il titolo della mia prima raccolta di racconti ormai smembrata).

Le cose cambiano. Accettare certi cambiamenti è dura anche per me che la mia zona confort è restare fuori dalla zona confort.

Ma è già qualche giorno che riesco ad alzarmi alle 5. E a scrivere almeno 1000 parole al giorno.

Nulla di speciale

 

WordPress non mi fa copiare il file dal mio word.

O forse è il mio pc.

Quindi provo ad attaccarlo qui, così, un po’ a cazzo.

vediamo…

Ah, no, ecco, ho risolto: copio e incollo come sempre.

Tutta roba di cui, comunque, potevate fare a meno…

 

 

 

In questo periodo sono un po’ vuota.

Un po’ piatta.

Un po’ ferma.

Insomma. Il concetto è quello.

È come se galleggiassi, ma non alla maniera di It, certo, direi più come fare il morto sulla superficie del mare.

Faccio cose che non mi interessano, non faccio cose che mi interessano, tento di darmi degli obiettivi, qualcosa di piccolo e raggiungibile, come ad esempio alzarmi prima la mattina per scrivere, o studiare, ma la sveglia la ignoro, mi giro dall’altra parte e aspetto quella delle sei.

È che ho di nuovo smesso di riconoscermi allo specchio.

Forse è la stanchezza, lo stress, dormire male la notte non aiuta certo, fare una moltitudine di sogni nemmeno, correre tutto il giorno neanche. Ed ecco che ho appena scritto tutte le mie giustificazioni del caso.

O anche, più semplicemente, l’Irrisolto mi alita sul collo.

Nell’Irrisolto credo vada a finire anche il mio cinismo. L’altro giorno scherzavo, al solito, con Micro(bo) che però a un certo punto si è quasi spazientito e mi ha detto: ma perché non diventi lesbica, visto che disprezzi tanto gli uomini?

Beh, io non li disprezzo. Li disprezzo? No, mi piacciono. Mi piacciono? Ma sì, dai. Sicura?

E beh, alla fine, il commento quasi spazientito di Micro(bo) mi ha fatto capire che mi sa che ha ragione lui. Ho perso la fiducia. Una cosa molto triste, ma più ci penso e più mi rendo conto che non mi fido più. Di nessuno. E quel che è peggio è che sto perdendo anche la speranza. E questo mi rende non solo sempre più cinica, ma esattamente la persona che non vorrei essere, una gattara in fieri, se conoscete l’elemento.

Sto tornando ad essere il robot che ero, la sonnambula che sopravvive e non vive? Che si crogiola nelle sue ottuse piccole e medio borghesi convinzioni sulla società di massa, comode perché non mi permettono di usare il cervello?

Ho davvero finito le cose da dire? Sono tutta qua?

Alla fine non c’è nulla di speciale in un’esistenza.

 

 

 

Di Marziani e Venusiane (ma sopratutto Marziani)

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Una volta scrivevo un sacco di recensioni.  Era uno dei miei punti forti, scriverle, mi piaceva dire la mia, far conoscere autori semi sconosciuti, privilegiare alcuni aspetti di un testo, screditarne altri. Insomma, il mio lato maestrinaveniva fuori alla grande. Ho iniziato in un forum di appassionati di libri, proseguito sul mio (primo) blog e terminato, in pratica, su una rivista on line. Lo faccio ancora, a volte, di scrivermi qualcosa su ciò che leggo, ma lo faccio in privato, in cartaceo per lo più.

Tutta questa premessa l’ho scritta per dire che questa non èuna recensione. Per prima cosa si recensisce un libro terminato, e io, questo libro, non l’ho ancora finito. Poi si indicano autore e titolo, e io non lo farò.

Il libro in questione lo chiamerò Il famoso libro sui rapporti di coppia(IFLSRDC: abbreviato: LRC), l’autore è il Grande psicologo(GP). E questo vi basti.

GP è diventato famoso con questi libri (ebbene sì, ce ne sono più di uno), ha venduto milioni di copie e fa seminari da anni. L’obiettivo è uno solo: dire a uomini e donne che non si capiscono solo perché parlano lingue diverse. In pratica si pone come interprete. E fin qui la logica non fa una grinza: che uomini e donne la pensino diversamente è noto a tutti.

Una piccola parentesi: come sono approdata in questi felici lidi cartacei? Qualcuno, ma giuro non mi ricordo chi, sennò lo ripescherei e gliene direi quattro, me lo ha consigliato, nonostante il titolo, che mi ispirava come il lampredotto a colazione. E dopo anni da questo consiglio, forse giunta a dovuta maturazione (io), dopo gli insuccessi plurimi dei miei rapporti (o tentati rapporti, parlando di cose recenti), mi sono detta: why not? Male non farà. E in effetti male non fa, nel senso che danni non me ne ha recati, anzi, spesso mi ha fatto ridere parecchio, quindi un risultato l’ho ottenuto, magari non quello sperato: capire gli uomini.

Ma torniamo al libro. Il GP si propone di dare indicazioni a uomini e donne per potersi capire e quindi non litigare per prima cosa, e poi non separarsi per seconda.

Riassumendo afferma che le donne si infastidiscono quando gli uomini non le ascoltano e si rifiutano di parlare con loro. Ciò avviene, secondo GP, perché gli uomini hanno bisogno, quando sono turbati (parole sue), di ritirarsi nella caverna. Ritirarsi nella caverna significa semplicemente sia andare in garage a fare modellismo, che guardare la tv o giocare a calcetto con gli amici. Ritirarsi nella caverna significa quindi stare lontano dalla vita familiare. Questa è logica, un due più due.

Gli uomini invece si infastidiscono quando si sentono giudicati (in malo modo) dalle donne. Le donne li sviliscono così perché il loro umore funziona come un’onda: a un certo punto si infrangono e devono scendere nel pozzo, dove faranno una pulizia emotiva: in pratica devono toccare il fondo (della depressione) per poi risalire.

È un riassunto sommario, non fateci caso. Ma le parole usate da GP sono queste precise: uomo nella caverna, donna nel pozzo. Già qui è incoraggiante.

Ma ok. Ok. Vediamo i consigli partici per far funzionare una coppia. Che poi lui traduce in segnare punti: di per sé abominevole. Come fare a segnare punti con una donna? Facile (chi ride è fuori dalla classe):

  • tornate a casa e per prima cosa abbracciatela
  • regalatele dei fiori e non solo per le feste
  • fatele complimenti
  • ditele “ti amo” almeno due volte al giorno
  • rifate il letto e riordinate la camera
  • lavate la sua auto
  • lavate la vostra auto quando sapete che lei ci monterà
  • lavatevi prima di fare l’amore
  • qualche volta coccolatela anche se non pensate di fare l’amore (!!!!
  • fatela sentire più importante dei figli (questo è davvero inquietante…
  • nelle occasioni speciali scattatele qualche foto
  • tenetele aperta la porta, offritevi di portarle la spesa o i bagagli in viaggi
  • mostratevi interessato (non siate interessati, ma mostratevi e basta, che tanto non la capisce la differenza) alla sua giornata
  • mostratevi divertito alle sue battute

Altri ne ho omessi. Che questo basti. A tutti.

La mia domanda è una sola: se un uomo ha bisogno che un GP del ca… gli dica cosa fare con la propria donna, quale speranza abbiamo per l’intera umanità? Sul serio un uomo ha bisogno di un GP per capire che se a una donna gli dici Sei bellissima la rendi felice? Perché, un uomo non ne sarebbe felice?

Va anche detto che un elenco simile per le donne non c’è. La cosa mi turba, come direbbe GP.

Alle donne viene semplicemente consigliato di non giudicare gli uomini (dei pigri, degli inetti, degli scordoni, degli irresponsabili per lo più) e di farli sentire importanti facendogli risolvere i loro problemi. Ho un tubo rotto Tom, puoi ripararlo tu? O, grazie, mio cavaliere dall’armatura lucente! Senza di te sarei morta! Qualcosa del genere.

Segnare punti, guadagnare, sono parole ripetute spesso nel libro.

Ora… io mi dico che è vero che la solitudine è una brutta bestia, ma è una bestia ancora più brutta l’uomo che viene descritto qui: un pigro, inetto, irriconoscente essere che appena può striscia nella sua caverna. La donna, di contro, è descritta come un essere volubile, psicotico, piagnucolone e criticone che appena può si deprime e scende nel pozzo, anche se tutto va alla grande. La sintesi del libro potrebbe essere che i due, marziano e venusiana, siano dei cerebrolesi e che l’unica soluzione sia fare a sopportarsi, cosa che il mio ex suocero mi disse mille mila anni fa e che io ho rifiutato in direttissima. Io non sopporto proprio più nessuno: io amo, al più, e minimizzo i difetti, come faccio con Little Boss. Ma sopportare, gente, è ben diverso: non si regge alla pressione, si esplode, garantito per esperienza.

Poi magari non sarò fatta per le relazioni a lungo termine…

Ma questo libro mi ha solo detto che se anche così fosse, la ragione è la mia.

L’Irrisolto

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Non riesco a dormire.

Un fatto che per molti è una cosa normale. Molte sono le cose normali che per me sono invece straordinarie, come per esempio soffrire il caldo. Di solito io sto al caldo come un pesce sta all’acqua. Invece mi sono trovata in difficoltà di recente.

Lo stesso è per il sonno. Insomma, da quando sono bambina mi sono fatta mancare un sacco di cose, ma mai le ore di sonno. L’Amico Speciale mi ha sempre preso in giro per questo,Basta che tocchi il letto, tu.  E si vede che invece non lo tocco, il letto, quando mi ci sdraio, e passo molto tempo a rotolarmici senza risultati.

Little Boss mi dice che se vado a letto tardi mi gioco il Sonno di bellezza. Beh, io vorrei tanto essere bella, ma giuro che non lo faccio apposta.

Stasera, dopo aver inutilmente tentato di leggere il Manuale più stupido della storia dei manuali psicologici, sono venuta qui per continuare a fare quello che ho fatto per buona parte del pomeriggio: l’ennesima revisione a un romanzo di un amico. Mi ero detta che non lo avrei più fatto, ma non c’è nulla da fare, è una cosa che mi piace, una cosa che stuzzica un lato di me che oltretutto nemmeno apprezzo particolarmente, ma tant’è. Così, invece di continuare il mio romanzo, leggo quelli degli altri e ancora tento di piazzare i miei ultimi racconti sulle benedette riviste on line. Una, ieri, mi ha risposto di no a tempo record: tutto in un solo pomeriggio.

Contando che ne ho piazzati dieci, ormai, in questi anni, e che me restano nella cartella (che ho nominato proprio così: Racconti da piazzare) solo tre, direi che almeno su quel lato non sono stata poi così male. Ostinata, come sempre. Vorrei buttare la mia ostinazione anche nella cartella con scritto Romanzo.

Sulle scuse fantasiose che invento ogni volta per evitare il confronto con quel foglio vuoto di word la più carina di sicuro è, appunto, che fa troppo caldo per scrivere. Ma c’è anche Sono in un periodo di confusione (mi chiedo, da quando ho compiuto 20 anni,  se ho mai avuto un periodo di non confusione, per una storia o un’altra), Ho troppo lavoro al Ristorante, Non sono abbastanza brava, Il romanzo non è la misura per me( e allora perché non scrivi un racconto, diamine?).

Ebbene sì, credo che stasera sia questo pensiero a non farmi dormire. Tanti anni fa risposi alla fatidica domanda da Primo giorno di corso di scrittura: perché scrivi? E avevo una valanga di Perché. Anche oggi sono validi, ma credo di avere paura, semplicemente. Scrivere fa paura. Fa paura perché tira fuori della roba che invece per far filare tutto liscio tendi a tenere nel cassetto. Chiuso a chiave. E con la combinazione.

Mettermi alla prova pochi mesi fa con un racconto nuovo mi ha fatto capire che ci sono conflitti che ancora non ho risolto. Banalmente sempre gli stessi. Eh, beh, ok, sono una recidiva. Ci sono tante cose in cui tento di migliorare, giorno dopo giorno (e, a proposito, secondo il Grande Psicologoche ha scritto il Manuale più stupido della storia dei manuali psicologici, pare che questa sia una dote del tutto femminile, venusiana, per dirlo in termini suoi), ma c’è uno boccone duro che non mi va mai né su né giù, che da oggi chiamerò l’Irrisolto. Cosa, esattamente, non abbia risolto, beh, non lo so.

La logica vorrebbe che invece di averne paura io lo affronti. O almeno, è così che io faccio quando ho paura di qualcosa.

Ma la mia voglia di normalità, in questo momento, è talmente forte che sto facendo resistenza.

Ma siccome questa cosa mi è entrata in circolo, soprattutto scrivendoci ora, stasera, mi sa che qualche passetto in quella direzione dovrò farlo. Un piccolo passo. Alla fine è proprio questo blog che mi insegna che sono lenta, sì, ma se voglio una cosa…

Domeniche di Giugno

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Si racconta che tre bellissime fanciulle, per sfuggire alle pretese di matrimonio di un viscido signorotto locale, scapparono nel bosco, arrivarono nei presi di un fiume e lì affogarono.  

Questa è la leggenda che ruota intorno al Posto Bellissimo dove ho letteralmente trascinato l’Amico Speciale domenica pomeriggio. Un caldo da urlo, reduce da un sabato pomeriggio al mare dopo dieci (o più, chi può dirlo?) anni di assenza sulle spiagge, tanto che mi è toccato comprargli un costume per convincerlo. Insomma, mi viene a prendere a lavoro, mi guarda e dice: ma sei sicura?

Certo che lo sono, ho dentro un mostriciattolo verde che urla da un po’, già dal pomeriggio in vacca dell’altra settimana, ho voglia di staccare, urla il mio cervello, devo cambiare scenografia, basta con il fondale casa e poi il fondale lavoro, voglio il fondale avventura,  grazie, sennò impazzisco, anche se si tratta solo di farsi mezz’ora di macchina per stripparsi su una mani spiaggetta (che poi non verrete mica a dire che non è un’avventura, no?).

Nel caso del Posto Bellissimo l’avventura è solo una camminata di mezz’ora nel bosco. Il mio Boss mi guarda e dice: l’ultima volta che ci sono stato io era pieno di vipere. Ok, nessun problema: faccio mente locale al corso di primo soccorso fatto nel lontano 19… durante i campi scout: vipera? Facile, la so: legare la ferita a monte, ma non troppo, sennò rischi la cancrena (a un tizio che conosco hanno dovuto amputare la gamba proprio per quel motivo), restare calmi e… ma dai! Le vipere non rompono le balle se non gli rompi le balle. La Natura è così: stai sul sentiero e guarda in terra, cammina rumorosamente e il gioco è fatto. Le vipere non mi hanno mai fatto così paura, a dire il vero. Gli animali in generale: ho più paura degli uomini.

Altre obiezioni?,chiedo.

Ci saranno i tafani, dice qualcuno alle mie spalle, ma non so chi sia e quindi lo ignoro.

Inizio a pensare di essere circondata da Smontatori. Gli Smontatori sono una razza particolare di uomini (e donne) che hanno come solo obiettivo dire No a ogni iniziativa che non rientri nella loro ben rodata routine:ma non si sta meglio sul divano a guardare un bel film?

Eh no, non si sta meglio, si sta più comodi, forse, si destruttura il cervello, magari, si vive meno, di sicuro.

Io invece in questo momento ho fame di vita (fate voi, ditemi se non sono una che si accontenta) e quindi tiro fuori il mio lato Ostinato: vado, da sola o meno, ma io vado.

Il caso vuole che la Ragazza (lasciatemelo dire ancora per due ore, ragazza…)Ostinata e Nevrotica abbia una gran cavolo di ragione: il Posto Bellissimo è talmente bello che l’Amico Speciale non fa che dirlo, non fa che fare versetti di gioia in acqua, manco fosse un neonato al suo primo bagno, si gode il massaggio naturale della cascatella. Mi tocca trascinarlo fuori dall’acqua indicando il sole che tramonta:guarda che dobbiamo tornare alla macchina e nel bosco non ci sono lampioni. Viene via quasi imbronciato, facendo progetti su giorni di festa quasi inesistenti che trascorreremo di nuovo lì. La prossima volta ci portiamo: e giù tutto un elenco di cose che non porteremo mai, cose che non faremo mai. Ma è dannatamente bello vederlo felice. E lo sono anche io, alla fine, tanto che mi sono lasciata convincere a farci un bel selfie con la cascatella alle spalle: come si cambia (per non morire, direbbe qualcuno).

Mi sembra (mi sembra!) che piano piano la vita stia prendendo una piega auspicabile, a volte, una piega di normalità che mi mancava da tanto.

Credo che il 90% del lavoro sia io a farlo: ho deciso che volevo la normalità e ho imboccato quella strada. Ero brava a Orienteering ai miei tempi. Forse era l’unico sport in cui ero a malapena capace.

E ora devo tornare a studiare… ho appena finito di bilanciare il mio primo gelato in totale autonomia (il mio coach non mi caga al telefono, quindi dovrò prendere l’iniziativa e buttarmi). La mia piccola Boss invece è alle prese con l’Arte della Rasatura, una cosa che prima o poi noi donne dobbiamo apprendere, con tutte le sue sfumature. Non credete: è una questione di stomaco: non tutte riescono a tollerare la Tortura della ceretta e devono per forza ricadere nei rimedi alternativi: crema e rasoi. Per le più coraggiose l’Epilatore, quasi un dio malefico in grado di mietere vittime.

Tutti i miei acronimi gelateschimi attendono: POD, PAC, SML, AS, ST… solo per questo mi eccito come una bambina!

Ognuno ha i suoi problemi…

Studiare e un rossetto inutile

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Stasera mi sono messa un rossetto rosso fuoco. Così. Per lasciare la traccia sul bicchiere e sui filtri delle sigarette. Non ha alcun senso che io metta un rossetto subito dopo il pigiama, ma tanto non ha senso nulla, qui.

Oggi il caldo è stato pesante, il lavoro anche, la mattina l’ho passata tutta a fare il gelato, rendendomi conto che il Super corso da gelatiera non mi ha dato tutte tutte le basi che dovrei avere, perché poi alla fine io sono una secchiona nata, dote che ho trasmesso pure a Little Boss, che infatti mi ha portato una pagella con una media del 9, una cosa che io alla sua età no. Lei mi fa vento mentre mi supera, e io sono una stupida madre orgogliosa, come sempre: niente da fare: è più sveglia di quanto lo ero io alla sua età, è più veloce con la mente, io sono sempre stata un piccolo bradipo in erba. Lunga a capire, come ora. Lunga a muovermi, come ora. Lunga a dare il primo bacio, lunga a dire Non è giustofuori dalla porta di casa, lunga a dire Sto male.

In ogni caso eccomi qui che cerco di recuperare alla mia veneranda età (divertente: Little Boss l’altra mattina mi ha fatto questo ragionamento: se io mi sposo/accompagno con un uomo/una donna– mia figlia sì che ha le vedute larghe, giustamente- che è figlio/a unico/a come me, i nostri ipotetici figli non avranno né zii, né zie né cugini/e: che tristezza. La sua conclusione è stata: anche se sei vecchia, me lo puoi fare un fratellino/sorellina?L’ho guardata un po’. Non mi ha proprio lisciato il pelo nel verso giusto…no?)tutte le nozioni che posso sull’arte del gelato.

In sintesi: studio. Una cosa che mi viene da dio, l’unica cosa che so fare è imparare, mettere le cose in più nella mia sacca stracolma, l’abitudine alla carta mi rende le cose facili, sono nata per studiare, non c’è versi, è l’unica cosa che mi rende felice, imparare.

Quindi largo alla storia dei primi sorbetti datati 1500, largo alla chimica (seriously?), largo al POD, al PAC.

Ho bisogno di sentire che qui ci sto a fare qualcosa.

Che quello che sto facendo ha un senso.

Che la mia vita serve a qualcosa.

Che poi alla fine non è quello che ho sempre voluto? Che la mia vita significasse qualcosa? Ma non è quello che vogliono tutti?

Non c’è creatività più grande che dare alla propria vita un senso.

Ci sono troppi Perché nella vita che so già che non avranno mai risposta.

Tanto vale ogni tanto capire Come.

 

 

E poi c’è una frase che vale sempre e comunque: vattene, per favore.

Quando la giornata va in vacca

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Avete presente quelle giornate in cui appena aprite gli occhi vi rendete conto che la giornata andrà in vacca?

Il mio amico Watz continua a tentare di convincermi che si tratti della famosa Profezia che si autoavvera, ma io sono M.O.O.N.  e non ci sono logiche psicologiche che tengano: io ci metto sempre tanto impegno affinché le giornate filino lisce come l’olio, ma poi ecco che arriva Qualcuno, o un Evento esterno che ristabilisce l’equilibrio che avevo avvertito.

E così a inizio settimana ho dato uno sguardo al calendario e ho detto: mercoledì pomeriggio libero, Little Boss è da suo padre, l’Amico Speciale è partito per un viaggio, mia madre non ha necessità, mio padre latita come sempre, il frigo potrebbe anche attendere il rifornimento, i bucati sono quasi in pari, insomma, avete presente: mi prendo tre ore per me! L’estate che tanto si è fatta attendere arriverà domani e io voglio santificare il dio Sole andando in piscina. Obiettivi: rilassarsi, farsi un bel bagno, prendere il sole, leggere.

Preparo lo zaino con il mio nuovo costume da surfer (definizione del Negozio degli sportivi in cui sono andata ieri -niente battute, so che non è il negozio per me, tanto che quasi ieri non si aprivano le porte e un tizio alla cassa mi ha fatto saltare la coda per pagare, giusto per farmi uscire prima possibile-, ma in realtà si tratta di un normalissimo bikini costato in tutto meno di dieci euro), la cuffia zebrata (ognuno ha le sue debolezze), Ragazze elettriche (un romanzo distopico in cui le ragazze prima e le donne poi si accorgono di avere un incredibile superpotere: possono fulminare gli uomini con un solo tocco della mano: praticamente il sogno nel cassetto di tutte) e pure il tablet, che sia mai che tra un tuffo e l’altro non mi venga voglia di scrivere qualcosa.

La mattina procede a ritmo incalzante, ci sono mille cose da fare, a pranzo il Ristorante è pieno come non lo era da settimane. Penso che finirò tardi se non mi sbrigo, accorciando decisamente le Tre ore per me previste. Così tiro, cerco di tagliare corto con il tizio di Roma che ha scoperto che mia nonna era di Montesacro e che mi continua elencare posti (splendidi) di Roma dove devo tornare, faccio volare le tovaglie pulite sui tavoli, incalzo la mia collega per farmi portare al più presto i bicchieri puliti. Poi dalla cucina esce il mio capo: ma prima di andare via mi stampi il nuovo menù estivo come avevi detto?

Cazzo.

E vabbè, ne ho troppe per la testa, ok, lo avevo dimenticato. Il portatile del Ristorante non collabora (quando mai lo fa?), fatica ad accendersi, poi pure la stampante mi fa le storie (mi manca l’inchiostro!, dice. Brutta gallina starnazzante), e poi ci si mette anche la cassa sopra la quale devo cambiare voci e prezzi. Insomma, finisco con un’ora piena di ritardo e un giramento di scatole che faccio tornare l’inverno.

Ma io sono M.O.O.N.: salgo in macchina e accarezzo il mio violaceo zaino. La piscina dista solo due minuti di macchina, ma io riesco a trovare ben due semafori rossi per lavori in corso. Ottimo.

Arrivata alla piscina il parcheggio è pieno. Come è possibile? È solo un comune mercoledì! Poi vedo i bambini.

Campi solari.

La piscina è gremita di tante piccole teste urlanti che non ci starebbe nemmeno uno spillo.

Faccio il giro e torno a casa.

Il dio Sole dovrà ancora aspettare per avermi.

Per ora mi accontento della Luna.

Non senza una cordiale incazzatura, ovvio.

Procedo con il Piano B e mi faccio una tisana…

Piano B

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Ho un piano B per superare questo momento che, per motivi fatti da: un ex fuori di testa, una bambina malata da una settimana, il lavoro che aumenta, mi rende un po’ nervosetta, facendo naufragare anche le attività più semplici, come cucinare il pollo.

Il piano B l’ho ideato questa mattina, dopo una notte diversamente dormiente. Mi sono svegliata credo millemila volte, mi sono girata nel letto come un cane che non trova la cuccia, ho contato un numero di pecore che mi avrebbero permesso di fare maglioni a tutto il mondo per cento anni.

E ho sognato. Maledetti sogni, di nuovo. Ho sognato di non riuscire a smettere di fare pipì. Stamani il libro dalle pagine ingiallite mi ha detto diverse cose a proposito di questo sogno. Pare che abbia sentimenti repressi che si sono accumulati come la spazzatura nella discarica, e che io abbia bisogno di sganciarli dalla repressione, ed esprimerli. Dai retta alla tua pancia e non alla tua testa, ha consigliato. Beh, la mia pancia mi dice solo che non ho fame, complice di sicuro il caldo.

Ed ecco che allora ho inventato il piano B: visto che comunque non riesco a seguire in questo momento (ma l’ho mai fatto?) un’alimentazione normale, nonostante ogni tanto la cuoca al Ristorante faccia le orecchie da mercante quando le dicoNon mangioe butti comunque la pasta anche per me (Ormai l’ho cucinata, e sfodera un sorriso), tanto vale bere. Quindi una tisana ogni ora, più o meno. So che le tisane fanno caldo e sembra una scelta bizzarra, ma almeno bevo e provo a rilassarmi.

Ma perché non ti droghi come tutti?,mi dice Micro(bo) mentre pulisce una piccolissima ditata sul vetro della porta: il ragazzo sta diventando come la badante russa di mio nonno, che ti faceva infilare le pattine all’ingresso per non sporcare.

Bella idea!,rispondo. Giusto per aggiungere disagio al disagio…

Il risultato per ora è che il mio sogno sta diventando realtà: faccio pipì di continuo.

Forse era un sogno premonitore.

Intanto la domenica sta finendo pigra, alla tisana ho aggiunto un incenso, giusto perché la tazza che sto bevendo ora sa di zenzero e mi pare di stare in Oriente così: il viaggio dei poveri.

La mia Little Boss è a finire di guarire da suo padre già da venerdì, mi manca, ci mandiamo post con Commenti memorabili su Instagram, disquisiamo al telefono se posso chiamarla cucciolae zucchina(credo di averla chiamata in tutti i modi, anche zuppetta di pesce, non esiste un nomignolo che non le abbia affibbiato), mi aggiorna sul sapore schifoso degli antibiotici e quello invece decente della Tachipirina orosolubile (Ma perché c’è scritto orosolubile?, chiede lei appena vede la confezione. Viene dal latino, os, oris è bocca.Significa che si scioglie in bocca. Lei mi guarda e sembra sollevata. Che credevi?,chiedo. Che fosse una supposta. Beata ignoranza…). Ma non è come averla qui.

L’Amico Speciale invece è partito per uno dei suoi viaggi, mi telefona annoiato, io gli racconto del tizio con il kilt che al Ristorante oggi ha allietato tutti suonando e cantando una canzone scozzese con la chitarra, Ti mando il video, dico. Lui mi chiede se aveva le mutande e se ha fatto il gesto epico di Mel in Braveheart.

Penso al mio romanzo: statico da un mese e più, penso che se scrivessi un pezzetto tutti i giorni, invece che scrivere qui, forse lo finirei in poco tempo. E mi torna in mente che anni fa il Mentore mi disse una cosa molto simile.

Si vede che magari non sono un tipo da romanzo. Forse non è proprio la mia forma. O non lo è ancora.

Il progetto resta comunque sul mio muro.

Vediamo intanto di far finire anche Giugno e poi tasterò di nuovo il terreno del mio Dentro per capire se c’è dello spazio adatto per piantare questo seme.

Mi scappa di nuovo la pipì, uff…