Funziono così

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Ed ecco che dopo la sparata di ieri al vetriolo e una scena pietosa in serata (di cui non racconto nulla per pudore), oggi mi ritrovo a far suonare Van Morrison per precauzione. Non cedere, Moon. Non cedere al tuo lato oscuro che sa di autodistruzione, non cedere alla paranoie, credici davvero che esiste la bellezza, dai retta all’Amico atipico: nessuno è perfetto per un’altra persona. Eppure… io so che ci sono incastri che sento e che mi fanno pensare che Platone aveva ragione, che qualcosa esiste, che dopo aver passato anni a sbagliare, guardando solo a quanto poteva amarmi l’altra persona e non a quanto invece potessi farlo io (dopotutto questo blog è iniziato così, no? Ho 40 anni e mi sono innamorata per la seconda volta… )adesso magari non sto sbagliando.

Oggi mi sono ripresa grazie al lavoro, come sempre, il lavoro nobilita l’uomo e salva la vita a Moon a volte, oggi l’ha fatto, perché mi ha rimesso in testa il giusto equilibrio. Forse c’entra anche TDL. Che dopo mesi passati a semi- ignorarci, oggi invece ci siamo trovati da soli al Ristornate e mentre gli portavo il piatto mi ha chiesto: ma come stai? E aveva lo sguardo che io ho conosciuto quel giorno in quel parco, era di nuovo lui e mentre io rispondevo che ci sono cose bellissime nella mia vita ora e anche bruttissime, che le cose brutte non spariscono, ma si possono tamponare con quelle belle, beh, ho capito che non sono più arrabbiata con lui. Che alla fine mi ha mentito perché è solo un uomo, dannazione, non uomo inteso come genere maschile, ma uomo in senso generico, è umano e ha solo fatto quello che si vede ha imparato nella vita, forse è davvero convinto che una donna si possa conquistare non essendo se stessi, mentendo, ma non lo facciamo un po’ tutti? Non è così che funzionano molti approcci, non vogliamo edulcorare la nostra immagine agli occhi dell’altro? Non vogliamo piacere a tutti i costi? Peccato che poi il Tempo ci sbugiardi, ci mostri per quello che siamo davvero. O forse cambiamo… ma non è stato questo il suo caso, lui non ha edulcorato, lui non ha avuto il tempo di cambiare, con me, mi ha solo fatto innamorare di una persona che non esisteva. Forse credeva che bastasse. E no, non mi ha capita affatto. Non ha creduto fosse importante capirmi. Ma ecco, in ogni caso, quello a cui sono arrivata oggi è che no, non l’ha fatto apposta, non credo davvero che lo abbia fatto per farmi del male, o per superficialità. L’ha fatto perché è un uomo.

E come ci si può arrabbiare per questo? È come sgridare un bambino a cui scivola un bicchiere di mano. Non l’ha fatto apposta.

Bene, questa consapevolezza mi fa stare meglio. Meglio con il genere umano, meglio con me stessa.

Ho ancora tante cose da risolvere, è un lavoro lungo e indubbiamente doloroso, ma questa finalmente l’ho elaborata e posso andare avanti sul serio.

Perché sembra una cavolata, ma per me non lo è. Funziono così, se le cose non le elaboro poi tornano a tirarmi i piedi di notte, come i folletti cattivi di cui mi parlava mio nonno da piccola. E sa solo il cielo quanto hanno tirato i piedi in queste notti. Quindi vediamo: se dormo bene, stanotte, senza incubi, significa che A) ho fatto un buon lavoro; B) ho mangiato leggero.

La mia piccola mi aspetta, ora di andare a prenderla.

(Un consiglio per tutti: non guardate la puntata di Futurama dove si parla del cane di Fry).

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Al vetriolo

post 108

 

 

Moon, andiamo tesoro, ammettilo: sei nervosa.

Che non è una questione di essere incazzati, secondo me si utilizza a sproposito questo aggettivo. Essere nervosi è una questione di nervi tesi, che non necessariamente ha a che fare con la rabbia. Che poi a volte ci sta, ci sta.

Sei nervosa per il clima, per il cambio di stagione, perché non ti viene il ciclo, perché non scopi (nemmeno in autonomia), perché ti rendi conto di essere una masochista del cazzo, perché a lavoro avverti una sorta di lassismo da parte dei colleghi che ti rende più carica di cose da fare, perché l’Amico Speciale ti musa, perché il tuo ex litiga con Little Boss pomeriggi in interi (su whatsApp, eccheccazzo!), perché manca ancora tanto tempo prima che tu possa rivedere lo Shogun… tante motivazioni? Ecco, Moon, prendine solo una per buona, prendi il clima, questo clima ballerino che un giorno è estate e ascolti i racconti delle cinquantenni al Ristorante che domenica si sono spogliate -e non avevo il costume, ih ih, ridono guardando Micro (bo)- mentre tu sudavi cercando di servire una pletora(1) di clienti affamati e incazzati che non facevano che chiamarti perché la frittura non è eccezionale come al solito o Sto aspettando il secondo da troppo tempo… mentre la mia collega fingeva un’allergia invalidante per lasciarti il comando nel pieno del caos; e il giorno dopo è inverno pieno, un vento che porterebbe via anche Giuliano Ferrara (ok, è un esempio un po’ anni ’80, ma capitemi: io sono vecchia), gelido, prepotente,  che la sigaretta te la fuma lui in due secondi netti, e così pure la pausa, che già per te dura meno che per gli altri, perché tu servi, la puoi mandare a puttane tranquilla tranquilla.

Ecco, Moon, le altre motivazioni lasciale perdere.

Ignora i messaggi del tuo ex, ignora il visino triste di Little Boss, che poi non è tanto triste, quanto incazzato (ma non ha logica quello che scrive babbo!, dice lei: benvenuta nel club del romanzo distopico della tua vita, amore mio, ci sono passata prima di te), ignora i clienti maleducati, ignora i padroni di casa invadenti, ignora gli uffici chiusi di lunedì mattina, ignora le tue paranoie, insomma, Moon, ignorati, santo cielo! Lo hai fatto per anni e anni, e adesso non riesci a farlo per, che ne so, un paio di settimane? Il tempo, anzi, il Tempo è l’unico strumento che hai, usalo, usa il Tempo per tornare quella che sei, no, quella che vuoi essere, per tornare a riconoscerti allo specchio. Usa lo specchio, come Alice.

E poi rilassati (risata lunga un giorno), resta lucida, non farti sopraffare da quella scossa che ti attraversa e che ti ha causato il taglio sul dito di stamani, cerca di dormire davvero, senza incubi, e, dannazione, scrivi!

Hai una bella idea, stavolta, qualcosa che coniuga la tua voglia di scrivere esattamente quello che desideri con qualcosa che forse vogliono sentire anche gli altri. oh, certo, devi essere brava a seguire te stessa, senza farti prendere la mano dalle cazzate che ci sono in giro, devi essere lucida, concentrata, ma se non lo fai ora, Moon, se non ci provi ora, Moon, che stai meglio, che le cose potrebbero davvero decollare, quando mai lo farai? Quando mai ci proverai? Accampando scuse (sai, mi sono appena separata, non è questo il momento giusto; sai, a lavoro devo fare più ore, sono stanca) non andrai mai da nessuna parte, ricordatelo, il Non ho tempoè una cazzata che non puoi raccontarti. È il Non ho voglio di mettermi in gioco, che se fallisco…, piuttosto, no?

Il vetriolo è solo una parola comune che indica, se non sbaglio, l’acido solforico. Parole al vetriolo è diventato di uso comune, ormai. Sono parole dette per vendetta, per lo più, per rivalsa.

Io stasera le ho usate per sentirmi meglio.

E ha funzionato.

Come sempre scrivere mi salva il culo (perdonate il francesismo).

 

1)Era tanto che volevo usare questa parola che adoro e se l’ho usata a cazzo scusate

Inutile e piagnucoloso: come dare il peggio di sé, lezione 1

post 107

 

Pomeriggio di sole, temperatura tiepida, ogni cosa piacevole al tatto, piacevole alla vista, piacevole al cuore.

Non credete: questa Moon modalità da cerebrolesa sorprende anche me.

Continuo a mettere Happy nel mio calendario da tavolo.

Le giornate sono positive, non ci sono dubbi, ho tante cose belle, come ho detto, ho tanta bellezza.

Però ci sono momenti in cui mi devo (mi devo!) anche un po’ di cedimento. Perché reggere va bene, io sono nata per reggere, ci sono stata allevata, così, e credo di averne dato prova in molti modi in tanti anni. Però ci sono cose che la stanchezza te la fanno arrivare di prepotenza e io la sento nella gola, stasera, come un rospo incastrato, e allora ecco qui che mi servo di questo mezzo per cercare di sputalo fuori, sia mai che è un principe, no? No, meglio di no, non iniziamo a fare cocktails con le favole.

Forse sento molto le responsabilità, credo sia questo il carico di stanchezza, quando devi fare tante cose e non trovi il tempo per te (cosa che io invece sto racimolando proprio così, ora), per coccolarti il cervello, per massaggiare l’anima, per rimettere tutto nella giusta prospettiva.

Non sono una che rifugge le responsabilità, sia mai, anzi, spesso prendo anche quelle che non sono mie, è una cosa che va a braccetto con la mia necessità di non rilassarmi mai, solo che magari a volte dovrei regolarmi. Dovremmo essere sempre con lo sguardo a In media stat virtus, ma io questo concetto ho difficoltà a farmelo entrare nel cervello e così mi trovo priva di virtù e oberata di cose da fare, pensare, organizzare, coordinare. E se non fosse il corpo a protestare io manco ci metterei il pensiero. Solo che il corpo mi si ribella sotto le mani, e così mi gira la testa, la schiena si piega, le gambe sono deboli. È la primavera, dicono tutti! È che sto gestendo tante cose. Tante cose buone, anche, come l’affido di Little Boss, ma l’altro lato della medaglia sono i messaggi deliranti del mio ex che si intensificano di numero e grado. E lo stesso per il corso per barman che, nonostante la soddisfazione, mi porta via tempo per pensare ai miei progetti come volevo.

Detta così sembro solo una piagnucolona. E magari sono solo questo. È che, come diceva ieri sera lo Shogun, non solo anche io vorrei avere giornate di 200 ore, ma vorrei che in quelle 200 ore il mio corpo e il mio spirito fosse al 100%. E invece non ce la faccio. Mi tocca cedere. Mettermi in un angolino a leccarmi le ferite.

Aspettando che arrivi un momento migliore.

Finito di scrivere questo pezzo mi sento tanto una bambina che fa le bizze prima di dormire perché è troppo stanca.

Ecco, ora un cocktail di favole mi farebbe comodo…

Come sboccia un sorriso

post 106

 

Il pomeriggio sta già finendo e io oggi mi sento davvero stanca, una stanchezza fisica da ore e ore in piedi a correre qui e là, è la stanchezza buona, più o meno, quella che tutti metterebbero sul podio della stanchezza.

Mi sono lasciata incastrare in un altro corso.

Ma stavolta non è un corso di cucina, ma un corso per barman. E la differenza sostanziale è che lo tengo io.

In un passato lontano lontano frequentai due corsi per barman, entrai nell’associazione barman e lì appresi le basi teoriche e tecniche per creare cocktail.

Così il mio capo ora mi fa fare formazione ai colleghi. Il che per me, che sono una maestrina, è anche piacevole, va detto.

A parte quando Micro(bo) mi chiama Prof

Cosa ho capito iniziando questo corso:

  • I ventenni di oggi non sanno apprezzare un distillato. Per loro vodka, tequila, gin e rum sono la stessa cosa.
  • I ventenni di oggi non sanno prendere appunti. Almeno i miei ventenni…
  • Ma in ogni caso amano bere. Era tutto un: ma quando assaggiamo?
  • I ventenni di oggi sono come quelli di ieri per i punti A), B), C).

È stato un pomeriggio particolare, mettermi in cattedra mi ha fatto sentire quello che sono, la più vecchia del gruppo, ma ho anche scoperto che ci sono cose che studi e dopo più di 10 anni ancora ricordi perfettamente, come i nomi delle bottiglie dello champagne ad esempio. Avete mai bevuto un Nabucodonosor? Io no…

A venerdì la parte seconda, quella divertente, quella della pratica. Il lancio deibostonsarà la nuova specialità olimpionica di Micro(bo).

Oggi è anche uscito il mio racconto sulla rivista. È stato l’Amico Atipico a leggerlo per primo e linkarmelo e Ale mi ha mandato un messaggio a un’ora per lei assurda, prima delle 10 della mattina. Quanto amore nella mia vita…

E poi mi sono messa qui, tastiera alla mano, una birretta qui a fianco (dopo un pomeriggio a parlare di alcol la birra è il minimo) e ecco che infatti il pensiero mi cade su quello, sull’amore. Io non lo so perché ci penso tanto, di recente, forse perché per anni non ci ho pensato davvero, era un dato acquisito in un certo senso, amare è quella cosa lì, stare con qualcuno, restare. Alla fine è una follia. Perché sì, Chi ama resta, mi disse una volta il Mentore, ma non Chi resta ama. Piuttosto direi che Chi ama ama.  E qui sei fottuto, in un certo senso. Come ho già detto, non si può davvero porre resistenza, è una cosa che non controlli. Anzi, a volte, più resistenza fai e peggio è. Accade. E basta. Conosci una persona, se sei Moon la esplori come un archeologo, spennellando la polvere, guardando in controluce, e poi resti affascinato da tutta la bellezza che vedi. E vuoi che quella bellezza entri nella tua vita, vuoi fare parte della sua, ecco, forse alla fine non avrò riempito la parola Amore, ma so che per me è questo, uno scontro di vite, non una condivisione, mica siamo Facebook, una compenetrazione.

E poi c’è dell’altro, ovvio. C’è quella parte di me che ha un conflitto, quello tra l’amore per se stessi e l’amore per l’altro. Perché l’amore per se stessi è egoista, vuole amore, non sente storie, vuole essere amata, ma l’amore per l’altro vuole la felicità dell’altro, che a volte fa a botte con la parte prima, la parte egoista, la parte che chiede amore per se stessi.

Bella storia.

La felicità arriva qui, a dissipare il conflitto, a issare bandiera bianca tra le due parti. Il dubbio, quello di far davvero felice l’altro, a volte se ne va. Lascia alle sue spalle la primavera, che arriva domani. Lascia che l’amore abbia il sopravvento. Lascia che la vita possa essere urlata fuori dalla finestra perché è talmente bella, talmente grande che non ce la fa a stare dentro.

Probabilmente è così che sbocciano i sorrisi…

Venerdì

post 105

Il mio caffè si sta freddando. Ma è buono anche così, freddo.

Penso ai giorni della settimana e ai colori che hanno. È un gioco che io ho fatto spesso da bambina, anche Little Boss lo fa, da sempre, solo che si impunta sul fatto che i colori siano sempre gli stessi (Lunedì è blu, dice. Ma se la settimana passata era giallo!Allora mi guarda in cagnesco e ripete: Non è vero, è sempre stato blu! Mai mettersi contro una bambina di 12 anni, poi ti dice all’infinito che, siccome sei vecchia, ha ragione lei…), mentre io, come dicevo, sono certa che cambiano.

IlVenerdì è sempre stato per me un giorno da colori scuri: marrone, nero, perfino verde militare, a volte. Insomma, una chiavica. Non so perché, ma l’ho sempre visto come un giorno di asperità, un giorno spigoloso. Un giorno da sfiga, anche. Un giorno che non mi è mai andato a genio. Non triste come la Domenica d’inverno (ma questo accadeva qualche anno fa), ma nemmeno bello come il Lunedì, che per me è giallo, rosso, arancione, insomma roba da stare allegri. E ora ok, me la gioco bene perché il Lunedì è il mio giorno libero, ma in realtà mi piaceva anche prima, perché odiavo troppo la Domenica e il Lunedì per me era la liberazione dalla noia e dalla tristezza.

Ma divago. Come sempre.

Parlavo del Venerdì. Ma ora voglio parlare di Venerdì, questo che è appena passato. Che è iniziato in sordina, devo ammetterlo, lavoro come al solito, ma poi qualche lavoretto che ha richiesto creatività (e regalato soddisfazione), una mancia buona al tavolo 5, qualche sana risata con i colleghi.

E già la giornata inizia a sbocciare. Ma insomma, mi sbrigo, devo fare alcune cose prima di andare a prendere Little Boss da un’amica, torno a casa, doccia, caffè, mi fermo accanto al Camino(che è solo il mio termosifone della cucina), mi guardo intorno e tutto mi sembra perfetto. Sensazione strana, quella della perfezione nell’imperfezione, perché nulla è perfetto nella mia casa, ci sono cose ammucchiate ovunque, ma la sensazione di perfezione è dentro di me. E mentre fumo la mia xx sigaretta della giornata ecco che arriva una mail.

Hanno accettato un mio racconto in una rivista.

Ed era un po’ che provavo a piazzarlo ed era uno dei miei preferiti e non stava trovando casa, ma questa casa è una bella casa, una casa che mi piaceva già da un po’, e allora ecco che la perfezione è quasi all’apice, quasi eh, e un bel colpo ora mi ci voleva proprio, tra le sparate di rabbia dell’Amico Speciale e i messaggi in codice del mio ex, che per decifrarli ci vorrebbe il bambino autistico di Codice Mercury, e questa cosa invece arriva inaspettata ed è ciò che volevo, ciò che voglio, è un piccolo mattone giallo nel sentiero dei mattoni gialli che porta a Oz e io sono davvero felice, chiamo mezzo mondo per annunciare il Grande Evento (che lo è solo per me, ovvio, che so cosa significa, che so la portata che ha per me ora), batto il cinque con Little Boss appena la carico in macchina, lei mi abbraccia e ride, felice per me, Brava, Grazie.

Ma la perfezione che io sentivo in me giunge agli eventi solo in serata, appena arriva lo Shogun, che starà da me per il fine settimana.

E il Venerdì ha tutti i colori del mondo, un arcobaleno incredibile, che fa male agli occhi, ed è la prima volta che un giorno ha tanti colori tutti insieme.

È un bel gioco, questo…

Sulla solitudine

post 104

 

 

Siamo al 13 Marzo e il mio calendario da tavolo dice che sto lavorando, che è piovoso e che sono amata. È stata Little Boss ad apportare le modifiche rendendomi la madre più felice del mondo, ovviamente.

Nonostante l’inizio settimana di genocidio di capisaldi, sentirmi amata, come sempre, fa la sua differenza. E oggi mi sento così, bella sensazione, cavolo, mi fa venire voglia di rintanarmi di nuovo sulla nuvoletta… ma no! La realtà dice: I want you(e mi punta pure il dito contro, la sfacciata).

In ogni caso il mio stato d’animo di loved mi consente di scrivere su un punto che mi ronza in testa già da un po’, cioè sulla solitudine.

Inizio dicendo che ho sempre considerato la solitudine un sentimento piuttosto che una condizione, credo forse di averlo già detto (scritto) da qualche parte. Eppure lunedì mattina (non una delle mie mattine migliori, devo ammetterlo) ha iniziato a insinuarsi prepotente un altro pensiero. Tutto è scaturito dalla banalità di andare a fare la spesa lasciando a casa Little Boss da sola. Mica era la prima volta, certo, e mica la lasciavo per ore, ovvio, e mica che lei ne era scontenta, tutt’altro, adora stare da sola. Ed è stato questo l’incipit del mio pensiero. Lei adora stare sola come lo adoravo anche io e credo tutti i figli con genitori sempre presenti in casa o mogli con mariti troppo invadenti (qui ho fatto un riferimento? Mah…). Insomma lei vuole stare sola perché non lo è mai. La sua non-solitudine, quindi, è una condizione, non necessariamente un sentimento. E pure la sua solitudine di lunedì mattina lo era: sempre una condizione.

E poi stanotte alle 1.00 mi sono svegliata, capita rarissimamente che io soffra di insonnia, di solito appena tocco il letto svengo, e riesco a dormire tranquilla fino alla mia ora. Ma stanotte la mia pausa è durata a lungo e mi sono girata e rigirata, mi sono alzata a bere, poi a fumare, poi ho provato a leggere. Nulla. E ovvio, il pensiero è tornato alla solitudine. A quanto in quel momento, che Little Boss non c’era, fossi sola. Ed era una dannata condizione, non un sentimento. Perché in realtà non mi sono sentitasola. Lo ero.

Questo mi ha portato a pensare a un’altra cosa, cioè che la lingua italiana difetta di un termine appropriato, uno che distingua la solitudine-sentimento dalla solitudine-condizione. E siccome secondo me solitudine, come dicevo all’inizio, è un sentimento, manca la parola per denotarne la condizione.

Quindi ecco la proposta: la Crusca dovrebbe sapere che manca un termine appropriato e inserirla tra le segnalate accanto a pisellabile, docciarsi, puccioso e, ultimo ma non per importanza, petaloso. Ok. C’è anche l’assurdo ti amoro

Ecco le mie proposte: solità e solezza. Dal canto mio preferisco solezza perché mi ricorda il sollazzo, qualcosa che è piacevole e confortante. Ma accetto suggerimenti, chiaro…

 

Vorrei far notare che mi rendo conto che chiunque abbia letto fin qui paga lo scotto di due sole ore di insonnia della sottoscritta. Paga lo scotto anche dei tempi di cottura del riso, che mi sto per mangiare. Qualcosa mentre aspettavo dovevo pur farla…

E infine sì, non avevo voglia di decapitare anche il caposaldo sulla solitudine. Devo tenermi pur qualcosa, sennò rischio di fare troppo spazio, qui Dentro.

Bliss

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Manco da quanto qui? Mi sembra una vita. E forse lo è, una vita, la mia Moonvita che sta cambiando, io che mi sto smussando, tutti quegli spigoli e asperità che si stanno limando.

Ma guarda cosa fa la felicità… ma guarda che era davvero tanto che non mi sentivo così stupidamente felice, così tanto che non mi ricordo l’ultima volta. Sul serio però. Non ricordo. E tutti se ne stanno accorgendo, ed è la cosa più divertente di tutte, questa, questo esternare attraverso il corpo, attraverso il viso. Il Rappresentante del caffè, stamani, mi ha chiesto se mi fossi fatta i capelli.

No, Fabio, ho sempre lo stesso nontaglio da anni.

Ma sei diversa, più luminosa.

Ho sorriso e gli ho detto la verità: è che sono felice.

La felicità ti dona.

Ha ragione, Fabio, la felicità mi dona molto. E se ne era già accorta la ragazza del Bar quando sono andata con lo Shogun a prendere un caffè di mezzanotte. Sei abbronzata, ha detto. Macchè, tesoro, questo è il colore dello stare bene.

E quindi la mia vita sta cambiando insieme al mio corpo e la ragione è solo una.

E allora tutto sembra poter andare bene, certo, il mio ex che abbaia (con me e con Little Boss) sembra solo un rumore lontano, al lavoro le cose vanno a gonfie vele, il sole è più caldo, i libri più belli, il cibo… no, vabbè il cibo è quello di sempre, ma i caffè sono migliori.

Sono solo un po’ spaventata, a volte, la felicità lo fa quando ti investe. Le cose belle hai sempre paura di perderle, no? E mi sforzo di godermi il momento, sto imparando anche, ma quanto mi sento brava.

Ed ecco che quindi mi costringo a cavalcare l’onda, stare bene così è una rarità, non facciamocela scappare questa opportunità, mi sono iscritta a un corso di cazzeggio, che per favore, non ditemi che non ho bisogno di corsi, lo so già da sola, ma questo è solo una scusa per tentare di guadagnare qualche stimolo in più per scrivere, vediamo come va.

Sulla scia decido anche di mandare altri racconti ad altre riviste. E tirare fuori nuovi racconti da mandare. Scrivo note in giro per casa, un po’ dove capita, anche sulla scatola di un medicinale, idee, progetti, mi sento così, progettuale, butto nel calderone un sacco di cose e attendo paziente di scoprire quale andrà in porto, magari tutte, magari nessuna, non mi interessa ora, ora devo progettare, fare, pensare, dire, baciare, lettera e testamento. Tutto.

La primavera mi aiuta facendo capolino un po’ prima del previsto, anche se io la primavera non è che l’abbia mai amata tanto, amo di più l’autunno, che è la mia stagione, ma questo 2019 mi sta dando una bella primavera, ringrazio Venere, Zefiro, Cupido e tutti gli altri amici che intervengono alla festa.

E mentre finisco di scrivere le parole zuccherine di oggi, mi viene in mente la Mansfield, una grande scrittrice, amica nemica della Woolf. Mi viene in mente un racconto che ha scritto e che avevo scaricato in audiolibro insieme ad altri racconti di Carver e che tenevo in una chiavetta in macchina. Quello della Mansfield lo avevo imparato quasi a memoria. Felicità. Gran bel racconto. Ecco, oggi mi sento un po’ Bertha…

Solo più povera.

Le cose che vuoi ma non vuoi

post 101

 

Ancora ferie.

Ne parlo come fosse una condanna e in fondo c’è una parte di me che lo pensa. Questi giorni fatti di nulla mi costringono a fare (è la mia natura), a pensare a cosa fare per la precisione, e sono stancanti. In ferie in questo modo io mi stanco.

Ieri alla fine mi sono fatta una gita, ho preso il treno e sono andata a Firenze. Una mostra di Bansky, un giro alla Piccola Farmacia Letteraria, il mercatino di San Lorenzo, il Duomo. C’era il sole, una giornata splendida per camminare, che alla fine è quello che ho fatto, ho camminato, le cuffie nelle orecchie come un’adolescente, il sorriso stirato in pasticceria. Mentre passavo da Ponte Vecchio ho rinunciato al racconto. Quello del narcisista covert, quello per la raccolta sui disturbi patologici. Pensavo ai lucchetti, ma non ho guardato se ce ne erano, non so perché. Eppure me lo ero riproposto. Pensavo ai lucchetti dell’amore, a una promessa chiusa a chiave e messa lì, su un ponte che ha mille anni come minimo. Mi sono detta che le promesse hanno bisogno di simboli, qualcosa di materiale a cui attaccarsi.

Anche io avevo promesso. Certo, non in modo solenne, ma avevo detto che ce l’avrei fatta. E poi invece no. Invece no. Lo Shogun mi manda un messaggio e mi chiede se sto bene. Incazzata? Triste? Ma no, sto bene, alla fine è la verità. Non mi pento di aver rinunciato, l’ho fatto per motivi giusti, mi pento di aver mancato alla promessa con me stessa. Un altro Se vuoi puoi mancato, ma forse mi dico che non lo volevo.

È strano pensare alle cose che vuoi ma non vuoi. Mi sembra il riassunto della mia vita. O magari è una scusa che mi do in perfetto stile La volpe e l’uva. Non ci arrivo. Ma tanto non la volevo. E allora la domanda che mi faccio è come si fa a scavalcare i trucchetti delle nostre menti, le piccole trappole in cui cadiamo per giustificare le nostre azioni? Come si fa a capire quello che davvero vogliamo?

Che forse non me lo chiedo nemmeno per me, alla fine, ma me lo chiedo per altri. Per mia madre (Ma tu, dalla vita, che vuoi?), per l’Amico Speciale (Devi capire cosa vuoi). Sarebbe tutto più facile se capissi all’istante e decidessi fermamente (questo aggettivo è orrendo: non dovrei permettermi di usarlo).

E invece ci sono delle cose che voglio ma non voglio. Forse perché magari ne voglio solo un pezzo, dell’intero così com’è non me ne faccio di nulla. Magari voglio solo pezzi di realtà perché tutta insieme mi investirebbe. O magari è solo il mio modo per non stare nella Zona confort, un auto sabotarmi continuo. Come si decide qual è la verità?

E allora ecco che torno sempre lì, torno sempre a pensare che non esiste La verità, ma solo Una verità, una delle tante possibili, una che sia accettabile per farci andare avanti per la nostra strada o per decidere di tornare sui propri passi. E in questo stato di relativismo cosmico mi rendo conto che però tutto è possibile e accettabile o al contrario, tutto può essere inaccettabile e impossibile. Quindi la mia teoria ha una falla. Tutto non può essere il contrario di tutto.

Torno al punto e mi chiedo: perché hai rinunciato? Lo volevi o non lo volevi? Il mio cervello risponde che non lo sa. Ho deciso con la pancia. Ho deciso pensando ai lucchetti. E ora mi sento più libera.

 

Note to self (inutili divagazioni)

post 100

 

Questa mattina mi sono alzata e ho scritto questo:

 

“Stamani nell’aria di questa stanza aleggia un leggero odore di malinconia che si mescola alle candele comprate all’Ikea e al caffè.

Quanto sarebbe bello poter essere quello che si prefigge di essere e basta.

Poter seguire il cammino sicuro, senza tentennamenti, senza paura.

Ho comprato delle note.

Post-it prestampati che difettano, nel loro piccolo, della cosa più importante, la possibilità di attaccare e staccare, quindi forse non sono dei veri post-it, ma solo degli stupidi foglietti prestampati, delle note a se stessi, note to self.

Credevo di aver fatto un acquisto geniale, preso insieme al balsamo calmante per polsi (lasciate perdere, questa roba inutile la producono solo per me).

Ora le guardo, qui accanto sulla scrivania, e penso.

I’m great:

certo, lo sono, sono grande, sono forte, sono il tipo giusto. Giusto per cosa, mi chiedo? Giusto per scrivere, giusto per fare la cameriera, giusto per amare, per far crescere, per consolare, organizzare, regalare, fumare, dormire? E poi, soprattutto, giusto per chi? Ti fai troppe domande. Andiamo avanti.

I can do it:

questa è più facile. Lo posso fare. Sono in grado di farcela. Ma posso davvero fare tutto? Posso, che ne so, se davvero lo voglio, viaggiare nel tempo? Beh, no. Non sono in un libro di Dick. E poi sono più un personaggio da King, direi, tipo la moglie di Jack, Wendy, avete presente la dolce Wendy, isterica di paura, con il coltellaccio in mano e l’orecchio attaccato alla porta?

I must not forget:

Non me ne devo dimenticare. Siamo sicuri? Insomma, dimenticare a volte mi sa che è un bene. Tipo dimenticare di essere stata spregevole, di aver fatto soffrire, ma anche solo dimenticare il dolore sofferto. Sennò non se ne esce.

The weekend is near:

affermazione valida anche di martedì. È sicuramente vicino, il weekend. Affermazione innocua, questa, generica, molto fuori dal coro delle altre, un incoraggiamento che sa di Beviti il caffè e ti sveglierai. Se significa che sono vicini i giorni in cui puoi dormire e fare il cazzo che ti pare, allora ok, di solito l’affermazione non è valida per me. Io lavoro in un Ristorante. La mia domenica è il vostro lunedì (nel senso della pesantezza).

Last but not least:

I’m loved:

Sorrido. Sorrido. Sorrido.

Bello poterselo dire. Bisogna essere davvero dei geni per dirselo. Sono amata. Che certezze! Perché tutto ciò che era scritto sopra, insomma, riguarda una sola persona: io. O meglio, Io. Io sono grande, Io posso farcela, Io non devo dimenticare (quella del week end va fuori tempo, non canta con le altre). Ma Sono amata implica un’altra persona. Accidenti, che sicurezza.

Che poi, dico, non è mica detto che essere amati sia un bene, no? Essere riamati lo è. Essere amati, in generale, non saprei. Non sono il tipo che ama gonfiare il proprio ego calpestando quello altrui.

Ho finito. Che è pure troppo.

Nel centro del foglietto c’è uno spazio vuoto. Sono le Note to self extra. Tipo: Finisci il racconto!, Prepara la cena!, Stendi il bucato! Oppure, più semplicemente, Non mentirti!, che già sarebbe una bella conquista smettere di reprimere. Perché, disse il Mentore una volta, Reprimere non è guarire. E io questo insegnamento me lo porto dietro, da anni.”

 

Ora che è già buio e la giornata è passata in un gran turbinio di pensieri, sento che c’è solo una cosa da fare, a parte mettere sui polsi il balsamo calmante: riempire uno di questi stupidi foglietti.