Siamo quasi a un anno di blog e tiro qualche filo perché è un sabato pomeriggio pigro e caldo

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Tra sei giorni sarà un anno che ho aperto questo blog.

L’ho aperto per un motivo preciso, per farmi passare una super mega cotta simil adolescenziale per un tizio di nome TDL (Tizio Della Luna). Ma nel frattempo sono successe molte cose. Ho incontrato lo Shogun. Poi lui è sparito,talmente beneche ora ho quasi l’impressione di essermelo inventato. E dopo due storie che io credevo d’amore ho realizzato una sola cosa: che l’amore ancora non ho capito cosa sia, come trattarlo e soprattutto come uscirne.  Se ne esce benino quando l’altro scompare, si fantasmizza, perché nella tua testa e nel tuo cuore resta solo una cornice come di sogno, e se fai un bel lavoro anche gli oggetti si fantasmizzano. Certo, ci sono cose che restano, ci sono ponti che non cadono. Ma è più facile.

Lo è meno con chi resta e insiste, come TDL, a tirare il gomitolo di lana al gatto. La mia condizione felina a volte mi farebbe venire voglia di prenderlo, quel gomitolo. Il mio corpo ancora qualche volta mi gioca brutti scherzi, ma diciamo che l’ho presa come una nuova condizione. Nulla che abbia a che fare con il cuore.

Perché se c’è una cosa che Ale mi ha detto e di cui mi convinco giorno dopo giorno è che amare è una scelta.

Sbagliata, nel mio caso. Ho un certo radar che chissà dove si nasconde, forse tra la scapola e la spalla, che mi indirizza verso gli uomini sbagliati. Che poi, sbagliati… mica è del tutto vero. Solo che a me piace ancora pensarlo, che esistano uomini giusti e uomini sbagliati, che se sono giusti tutto è facile e se sono sbagliati si vede subito. E lo so da sola che è una conclusione del tutto fuorviante, che questo sì che lastrica il sentiero di mattoni gialli di difficoltà e infelicità, perchè dentro di me credo alle favole. Tutta colpa di Jane Austen, diceva un libro. È che essere realista non è che mi piaccia sempre sempre. Ogni tanto godo anche a sognare di credere, a sognare di fidarmi, quando in realtà faccio sempre più fatica.

E così la mia vita si allunga, senza allargarsi, come ricordava Non mi ricordo più chi.

Spezzare la corazza, che metto e levo senza alcun senso logico, non è poi così facile.

Ho iniziato dicendo che i 365 giorni iniziali sono quasi passati. E sì, sto meglio, ho una vita che alla fine mi sembra quasi normale, che poi alla fine è l’unica cosa che ho risolto davvero in questo ultimo anno: il mio conflitto spazio-armadio.

Ma siccome sono io… qualcosa mi dice che non sono in zona sicurezza. Che non mi posso rilassare. Che non mi devo rilassare, soprattutto, che devo stare attenta, che ricadere nel sonnambulismo cronico della non vita (che, appunto si allunga senza allargarsi mai) è un attimo. Dove i giorni sono tutti uguali, dove le cose sono sempre le stesse, dove io non sono altro che un corpo che cammina, lavora, fa l’amore, mangia.

Qualcuno dice che la vita senza quella follia scioglimembra che è l’amore non ha senso. Qualcun altro lo rifugge (e capisco ora perché). C’è chi lo vive e ne è felice.

Io, devo dirlo, la differenza l’ho notata. In me, dico. Ma non so se fosse davvero una cosa positiva. A conti fatti ho sofferto davvero troppo per augurarmi di innamorarmi di nuovo.

Che è la frase più triste che un essere umano posso scriversi…

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Studiare e un rossetto inutile

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Stasera mi sono messa un rossetto rosso fuoco. Così. Per lasciare la traccia sul bicchiere e sui filtri delle sigarette. Non ha alcun senso che io metta un rossetto subito dopo il pigiama, ma tanto non ha senso nulla, qui.

Oggi il caldo è stato pesante, il lavoro anche, la mattina l’ho passata tutta a fare il gelato, rendendomi conto che il Super corso da gelatiera non mi ha dato tutte tutte le basi che dovrei avere, perché poi alla fine io sono una secchiona nata, dote che ho trasmesso pure a Little Boss, che infatti mi ha portato una pagella con una media del 9, una cosa che io alla sua età no. Lei mi fa vento mentre mi supera, e io sono una stupida madre orgogliosa, come sempre: niente da fare: è più sveglia di quanto lo ero io alla sua età, è più veloce con la mente, io sono sempre stata un piccolo bradipo in erba. Lunga a capire, come ora. Lunga a muovermi, come ora. Lunga a dare il primo bacio, lunga a dire Non è giustofuori dalla porta di casa, lunga a dire Sto male.

In ogni caso eccomi qui che cerco di recuperare alla mia veneranda età (divertente: Little Boss l’altra mattina mi ha fatto questo ragionamento: se io mi sposo/accompagno con un uomo/una donna– mia figlia sì che ha le vedute larghe, giustamente- che è figlio/a unico/a come me, i nostri ipotetici figli non avranno né zii, né zie né cugini/e: che tristezza. La sua conclusione è stata: anche se sei vecchia, me lo puoi fare un fratellino/sorellina?L’ho guardata un po’. Non mi ha proprio lisciato il pelo nel verso giusto…no?)tutte le nozioni che posso sull’arte del gelato.

In sintesi: studio. Una cosa che mi viene da dio, l’unica cosa che so fare è imparare, mettere le cose in più nella mia sacca stracolma, l’abitudine alla carta mi rende le cose facili, sono nata per studiare, non c’è versi, è l’unica cosa che mi rende felice, imparare.

Quindi largo alla storia dei primi sorbetti datati 1500, largo alla chimica (seriously?), largo al POD, al PAC.

Ho bisogno di sentire che qui ci sto a fare qualcosa.

Che quello che sto facendo ha un senso.

Che la mia vita serve a qualcosa.

Che poi alla fine non è quello che ho sempre voluto? Che la mia vita significasse qualcosa? Ma non è quello che vogliono tutti?

Non c’è creatività più grande che dare alla propria vita un senso.

Ci sono troppi Perché nella vita che so già che non avranno mai risposta.

Tanto vale ogni tanto capire Come.

 

 

E poi c’è una frase che vale sempre e comunque: vattene, per favore.

Camminare

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Quando subisci un trauma la prima cosa è il dolore. Forte, lancinante, credi di non riuscire a sopravvivere. Poi però il dolore si attenua, ti lascia respirare e inizia la convalescenza, quella fase in cui ti devi coccolare un po’, dirti cose come Riposati. Ma poi ricomincia la vita reale e anche chi ti ha aiutato a superare la fase acuta del dolore ha il permesso di lasciare che cammini con le tue gambe. A questo punto puoi fare due cose: dirti che no, non sei guarito, che il dolore ti impedisce ancora di vivere, oppure farti forza, risollevarti e, nel mentre sopporti, vivere.

Sono scelte. Perché il dolore è sempre lo stesso. Diversi sono i modi di percepirlo.

La mia fase cianurotica è finita prima di quanto immaginassi. Alla fine è bastata una spicciolata di giorni. Certo, cinica lo sono ancora, anche se non amo questo lato di me, ma il cianuro…beh, mi è evaporato nelle vene. Forse perché non sono fatta per i grandi rancori (anche perché li subisco tuttora, forse), forse perché nel caso specifico il rancore era solo un modo per salvarmi dalle mie responsabilità, quindi non davvero giustificato. Forse perché alla fine sto imparando tante cose. E tante cose le ho imparate grazie a tutto quello che è successo nell’ultimo anno.

Questo blog è importante per tante cose. Molte le ho già elencate e ripetute tediando il malcapitato lettore occasionale, altre erano più personali, altre, appunto, le sto capendo solo adesso.

È come un nodo al fazzoletto, qualcosa che non devo dimenticare, mi serve rileggermi, rimettermi nei miei panni, uso con me stessa i neuroni specchio. E questo mi fa vedere come cammino (una cosa che da soli non notiamo quasi mai, a dire il vero), come cambio, anche, cosa capisco e cosa no.

Poi, certo, ci sono le persone. Tutto quello che danno le persone a volte tendiamo a sottovalutarlo, a darlo per scontato. Ma nulla è scontato. Basta mettersi in questo piccolo ordine di idee e tutto cambia. Tutto assume un significato diverso. La tendenza (la mia, la vostra non lo so) è sempre quella di vedere il male delle cose che accadono. Certo, quando c’è un dolore gli occhiali cambiano, ma non siamo giustificati a essere persone orribili solo perché soffriamo. Io lo sono stata in tante occasioni. Me ne pento, ma non è quello che serve, il pentimento. A volte basta solo esserne consapevoli per cambiare tutto. Forse è questa consapevolezza che cambia le cose. Perché non possiamo agire sugli altri, ma solo su di noi, e questa piccola verità che mi è stata proposta più volte a volte è risolutiva.

Ma certo, il naso fa male, mica si può guarire in due giorni, solo che non voglio prolungare la mia convalescenza.

Voglio scegliere di risollevarmi e, sopportando, vivere.

Perché vivereè una scelta. E si può essere morti anche da vivi.

Mi sono perdonata.

E quindi il mondo è di nuovo accettabile.

Non mi aspetto di essere di nuovo felice (perché lo sono stata). Ma intanto lo spero e questo è un gran bel passo avanti.

Resistere

post 126

 

L’ultimo mese è stato davvero un delirio.

Mi sono fatta un mare di seghe mentali. Inutili, vero. Verissimo. Ma che posso farci? Sono fatta così. È come se dovessi prima sondare tutte le possibili mie mancanze prima di decidere come è sul serio una situazione. Quindi la prima mossa è sempre: moondarsilemazzate. Poi allora posso guardare oltre. Ho uno spirito masochista davvero pronunciato… in ogni caso che il mio Ego non era un granchè si leggeva nelle premesse.

Insomma, il fatto è che mi sono schiantata di nuovo il naso contro il muro. Pare che sia lo sport che nell’ultimo anno prediligo.

E il naso ora mi fa un male cane, roba che mi hanno visto decine di dottori e nessuno è in grado di darmi un antidolorifico adatto. Ho provato quindi una mistura della nonna, roba che conoscono in pochi, ma che mi funziona sempre. E un po’ così mi pare stia meglio. Però pare che la mistura abbia effetti collaterali. Vabbè, intanto sto meglio. E poi ho un altro rimedio homemade,usato in realtà da tutti quelli che hanno il cuore spezzato: la rabbia. Essere incazzati fa bene, se ne limita l’uso. E io ne avrò un uso limitato. Ma siccome ho il naso che mi fa male e il cuore (di nuovo) spezzato, cercherò di non scriverne. Prima di tutto perché credo che stavolta sarebbe davvero non utile, servirebbe solo a ricordare. E io voglio dimenticare il prima possibile. Ho dalla mia che il Giappone è lontano e lo Shogun non guarderà da questa parte: non ci ha guardato prima, figuriamoci adesso.

Secondo, non voglio annoiare nessuno con l’ennesimo sfogo inutile e piagnucoloso. Non è il sistema per andare avanti. Mi sono già sfogata abbastanza, insistere non servirebbe a farlo diminuire, il dolore, ma solo a aumentarlo. Perché resto sul pezzo, no?

Ma questo non significa che è già tutto finito, risolto. Ci saranno momenti (spero pochi, pochissimi, inesistenti) in cui… avete capito, no? Mi terrò lontana dalla tastiera, allora, ben lontana. Ci proverò, perlomeno.

E poi sarà anche stata sfiga, certo, io ce l’ho attaccata addosso come un marchio di fabbrica, ok, oppure non sono brava a darmi retta quando mi do buoni consigli, tendo sempre a seguire il cuore e mai la ragione.

E ora però mi sa che vi dovrete sorbire un po’ di cinismo, quindi, che è la conseguenza esatta della rabbia di cui sopra, un po’ di sano cinismo, come ai vecchi tempi, qualche comportamento da stronza, un po’ di sano egoismo, qualche dose di cianuro, liquido letale che viene fuori dalle mie ferite aperte.

Ma poi, certo, finirà anche questo, di dolore. Oppure, come sempre, mi ci abituerò, come ho fatto con gli altri. Quello che è certo è che mi rialzerò. È una questione di rete, quella che con tanta fatica mi sono costruita negli anni. La mia rete salvavita sono gli amici, come mi ha giustamente ricordato oggi l’Amico Atipico. Ho una bella rete intorno e subito la rete si è attivata. Forte, decisa. Come solo lei sa fare. Stavolta, incredible but true, pure mia madre ci si è messa, ha lasciato perdere le critiche e mi ha solo abbracciato. Passerà, tesoro, mi ha detto, ci vuole Tempo, ma passerai anche questa, sei una donna forte.

Ho imparato un sacco di cose anche con lo Shogun, nonostante tutto. E da lui ho imparato che sono un soldato. Un soldato ferito in battaglia è sempre un soldato.

Non smetterò certo ora di combattere.

La Teoria la so tutta

post 118

 

Vediamo…

La cena è sistemata nella padella, una cena fusion(macchè, è una cena inventata, ma dire fusion fa più figo) che di certo Little Boss apprezzerà solo in parte; il bucato è dentro la lavatrice che si sta lavando; ho mandato l’Iban a chi me lo ha chiesto (fa sempre bene qualcuno che, nell’arco della tua giornata, ti chiede l’Iban, no? Di solito te lo chiede per versare, giusto?).

Ho fatto tutto e Little Boss sta finendo di fare i compiti (anche se è in ritardo, ma vabbè). Nota stonata, nel senso esatto del termine: la sua musica , fatta ragazzini che cantano e che hanno nomi tipo skilla o roba simile (non riesco a imparare questi nomi, il mio neurone si rifiuta e io non posso biasimarlo…). Sopporterò. Dopotutto lei a volte sopporta la mia musica, no? Che poi lasciate stare il fatto che la mia musica è degna di essere ascoltata… ma i gusti sono gusti e, come disse una volta una mia amica, tutti abbiamo ascoltato da ragazzini qualcosa di cui oggi ci vergogniamo (io i Take That…).

Insomma, tutta questa non è una prolusione, bensì una nota introduttiva che mostra un fatto semplicissimo da notare: la prendo sempre larga per dire le cose. Essere sintetica, diretta, funzionale non mi piace. Qui, soprattutto, che siccome è uno spazio mio (gentilmente concesso in modo gratuito da San WordPress, che io prego assai poco, si vede, perché a volte mi ignora e, anzi, mi fa gambetta) mi piace utilizzare come mi pare.

Sul fatto, comunque, che io la teoria la so tutta, ma sulla pratica, invece, difetto, ho rotto le balle a tante persone in questi anni. È una frase che metto avanti come un cartello o uno striscione, i miei Lo so, lo so sono diventati celebri, stanno facendo un meme ad hoc.

Oggi l’ho ripetuto all’Amico Speciale.

Il fatto è che quest’uomo, con i suoi alti e bassi e le sue virate di idee, ora è in una fase un po’ particolare dove si lascia ispirare da un tizio (popolare su You tube) che è sì uno psicologo, ma è anche uno molto alla mano, che dice le cose in modo diretto e semplice, e questo indubbiamente lo rende attraente per persone come l’Amico Speciale, che vuole sì imparare, ma non da persone che si atteggiano in un certo modo superiore. Ma comunque, non è il nuovo amore dell’Amico Speciale il discorso.

Il discorso è cosa è successo, praticamente, nel Moonverso. Perché di questo scrivo, essendo cosa a me cara. E non è a me cara perché è roba mia e quindi esisto solo io, non è a me cara in maniera egoica (rubo questo termine a chissà chi, non è corretto ma rende l’idea), ma è la semplice premessa di questo blog.

(Lo so, lo so, mi dilungo, parto per la tangente, sto andando fuori tema, divago)

Ho passato un bellissimo weekend con qualcuno venuto dal Giapponeapposta per me. Il mio capo mi ha detto che si vedeva che ero felice, avevo una luce speciale. Ed è così. Lo Shogun mi rende felice, cazzo. Tutto con lui assume una colorazione diversa, mi fa pensare Allora esiste davvero, esiste sul serio essere felici! E tutte quelle cose lì. E non vi tedio oltre. Perché il punto non è ancora questo.

Ma ieri mattina io e lo Shogun avevamo fame. E siamo usciti per fare colazione (sembra l’incipit di un noir).

Il mio ex Lex (vi rimando brevemente a qualche nota qui) in un nanosecondo si è di nuovo trasformato in Lex. Un po’ come accade in Smallville, non so se avete presente. Lex e Clarke sono in continua tensione per diverse puntate, fino a che la rivalità non prende piede definitivamente. E ieri Lex mi ha fatto chiaramente capire, con modi poco cortesi invero, che la rivalità è ricominciata. E in un certo senso ho tirato un sospiro di sollievo, perché non è che mi fidassi proprio molto. Sentivo. E lo so che non si fa, ma io quando sento di solito ho ragione.

Ed ecco che si torna a bomba.

Io lo so che sbaglio a pensarla così. La teoria mi dice che se penso così avrò una bella Teoria che si autoavvera dalla mia. Ma la pratica, l’esperienza, mi dice che il mio diciottesimo senso ha ragione. E, di nuovo, lo so che il mio cervello mononeuronale registra solo quando vince in questo settore, ma è proprio… più forte di me?

Ed ecco che ogni volta mi sento una stupida. Perché nonostante sappia come funziona, nonostante conosca l’insidioso meccanismo, ogni volta ci casco.

Così come casco nel trabocchetto di Allora sono sbagliata io se.

Diciamo che la cosa più buffa in assoluto è che sia l’Amico Speciale, oltre agli altri, a dirmelo.

Ma siccome sento anche lui (ridete pure, lo so , lo so) non sono ancora convinta che questa sua fase sia reale o fittizia.

E insomma, proprio quando la teoria mi insegna che devo smettere di farmi le seghe mentali, ecco che sono di nuovo qui a farmele.

Un insegnante immaginario direbbe, di fronte a una come me: si impegna tanto, ma proprio non ce la fa

Cerchiamo di premiare l’impegno?

Stato di grazia

post 99

 

Dopo qualche giorno di assenza il computer era diffidente, non mi faceva entrare. Anche la tastiera ha fatto una smorfia, come un’amante tradita.

La realtà, un po’ triste, è che quando stai bene ti dimentichi delle vecchie stampelle. Il rischio, effettivo, è esagerare: se ti servono delle stampelle, usale.

La felicità è una via, c’era scritto sul muro del mio paese qualche anno fa. Forse la scritta è ancora lì, luminosa di notte. Ma la felicità non è per sempre. Non è sempre. Quello che sto cercando di imparare è fare il pieno: metti nel serbatoio una bella scorta e ricomincia il viaggio della vita. Inutile raccomandarmi non accelerare, lo so, a me ora piace così, vivere, a tutto gas se possibile.

Beh, sì, il mio piccolo viaggio in Giappone è stato bellissimo. I ciliegi erano in fiore, il sushi ottimo, lo Shogun perfetto. In pratica ho vissuto un’altra vita, tornare a casa mi ha stordito come il jet lag. Ma non mi ha reso triste, il distacco. La teoria di Fare il pieno la sto iniziando a capire, si vede.

Tornare a casa ha voluto dire anche vedere l’Amico Speciale. Che è tornato alla fase Non voglio vederti per un po’. Stavolta è stato meno traumatico il suo gettarmi addosso la rabbia, la sua pacca sulla spalla per salutarmi andando via, il suo sguardo freddo. È come quando sai che una persona è malata e poi muore. Te lo aspetti. Ti addolora, ma ti sei abituato. La malattia ti ha abituato alla morte. E così anche la malattia della nostra relazione mi ha reso possibile superarne la perdita. Sapevo che prima o poi doveva andare così. Non si può sempre giungere a un compromesso. Ho imparato moltissimo da questo: non si può sempre aprire e qualche volta nelle scatole le persone ci vanno messe. Tutto ciò deriva da un mio atteggiamento (una tendenza di comportamento) tenuta dopo la separazione con il mio ex: dopo anni di catene (imposte e autoimposte), scatole in cui mettere definizioni e paletti piantati a delimitare relazioni, il mio cervello ha detto stop. Ho scovato e aperto tutte le scatole, tolto tutti i paletti, spezzato ogni singola catena. Tendenzialmente, certo. Una cosa che ho fatto in maniera inconscia, una cosa della quale mi sto rendendo conto solo ora. Si vive in tanti modi, dico sempre. E io ho voluto prendermi alla lettera (nel mio microscopico mondo lunare, ovvio) e l’ho fatto. Senza guardare, senza ascoltare. Guardando e ascoltando solo me. Credevo che bastasse dirlo, che bastasse essere onesti per evitare il dolore degli altri, qualcosa del tipo: ma io ti ho avvisato. Maniavantisti di tutto il mondo: il maniavantismo non è sempre la soluzione. Avvisare non serve. Bisogna solo avere il coraggio delle proprie azioni, tentare di vivere senza paura e accettare (accettare!) di essere persone in grado di far del male. Imparando, magari. Mettendo un + per ogni esperienza.

Lo sforzo di vivere senza paura per me è grandissimo. È qualcosa per la quale non sono allenata.

Ma qualche obiettivo bisogna pur darselo…

Il Moonverso si stava muovendo mesi fa. Mi ha dato un po’ di mal di spazio anche di recente. Ora invece sento che il suo movimento è come un cullare, qualcosa che mi rasserena, che mi fa sorridere. Che mi fa sognare.

Non mi resta che sperare in questo stato di grazia.

Mal di spazio

post 96

 

Ecco come è andata: mi metto qui a scrivere circa un’ora fa. Voglio buttare fuori delle cose, come sempre, per definirle, per capire.

Ma scrivo della merda.

Sarà la compilation Un the e un libro di Spoty. Che in effetti è un po’ poco incisiva, un po’ moscetta, un po’ intonata più alla me di questo fine settimana che alla me che voglioessere ora. E c’è una versione di Brown Eyed Girl che è molto dolce, certo, ma mi fa venire il latte ai ginocchi.

E invece la musica del momento è l’originale di Van Morrison. Così la metto. Assolutamente. Mentre il libro del momento è del mio idolo Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici.

E allora ecco che non ho bisogno di definire delle cose ora. Stasera. Ho già definito troppo. Pensato troppo. Seghementaleggiato troppo. E allora Rossella docet: maana, ragazza.

O magari anche dopo le ferie, che ci siamo, eh, domani è la mia domenica, ma poi inizia l’ultima settimana. E poi ho due settimane e mezzo di stop.

E stamani sono entrata a lavoro con trentacinque minuti di anticipo. E il mio capo, quando mi ha vista mi ha detto: come farai ora, con le ferie? Una cliente ha invece chiesto: ma non hai da fare a casa? Un altro ha scosso il capo e ha riassunto: hai dei problemi.

Come se non si fosse capito.

Quindi per me le ferie, specie queste, a Febbraio, non sono proprio una manna dal cielo. Little Boss ha la scuola e non la vedo per tutta la mattina. E poi, per poter avere almeno i fine settimana interi con lei, devo concedere al mio ex i pomeriggi, o le notti. Il che si risolve in: tanto tempo libero. Troppo. L’anno passato ho quasi finito un romanzo. Bella cosa se il romanzo non fosse stato il peggior romanzo della storia del romanzo.

Non ripeto l’errore.

E per ora ho programmato solo tre dei lunghissimi 18 giorni. Una gita fuori porta. Fuori parecchio. Vado in Giappone.

E sarà quel che dio vorrà. O chi per lui.

Intanto penso a come è buffa la vita che sceglie i momenti più sbagliati per bussare alla porta e per fare la voce grossa. Tutto si concentra sempre. In pochi giorni arrivano le bombe d’acqua e ti annegano. Ho scritto buffa, è vero, ma in questo caso dovrei dire stronza. O la stronza sono io, che ho fatto Rossella per troppo tempo. Ce l’ho di vizio di rimandare i pensieri scomodi. E la stronzaggine si paga sempre.

Pagherò anche quella di stasera, ho idea.

Intanto, pensa pensa, a una conclusione ci sono arrivata.

Non posso tornare indietro e non posso stare ferma.

Il Moonverso si sta muovendo veloce e mi fa venire un po’ di mal di spazio.

Devo prenderne atto.

La follia che viene dalle ninfe 2 (la vendetta)

post 93

 

La mattina di solito sono un bradipo.

La mattina sono lenta, ho sonno, la caffeina deve entrare in circolo per benino prima che il neurone si attivi.

La mattina non è il momento migliore per scrivere, per me.

Ma questa mattina è diverso.

Perché devo dire come ha funzionato ieri.

Dopo gli strani e contraddittori comportamenti dell’Amico Speciale del fine settimana, gli mando un messaggio e chiedo: come devo comportarmi, quindi? Ci salutiamo e basta? Posso mandarti messaggi? Posso invitarti a cena se mi va? O sono di nuovo la kriptonite eccetera?

Fai come vuoi, risponde.

E siccome come voglio è che nella mia vita, nel mio Cerchio, lui non ci esca, lo invito a cena se non ti crea disagio.

Va bene,risponde.

Sono di nuovo fuori piazza. Chiedo ancora: hai capito che ti sto invitando qui a cena e che la serata non prevede sesso o altro, vero?

Sì, ho capito, risponde.

Quindi vieni a cena?,insisto.

Avevo già detto di sì. Vuoi una conferma tramite Pec?

Ma no, mi basta la doppia affermazione.

Quando mi chiama per sapere se può salire ha una voce che riconosco bene. E quando sale le scale riconosco pure la camminata. È incazzato. Lo conosco da quasi vent’anni, mi preparo a un’altra dose di merda. Penso che se è venuto a cena solo per questo dopotutto lo posso accettare, ma non potrò farlo per sempre.

Il mio istinto non sbaglia e iniziamo a discutere. Non litigare come venerdì, niente toni alti, ma non sono nemmeno le sette che quasi quasi lui decide di andare via. Penso che posso accettare anche questo, e glielo dico: per me va bene se resti, ti ho invitato io, per me va bene se ci vediamo, ti voglio bene, devi decidere tu, però. Sai come stanno le cose. Sai che vedo un altro. Sai anche che se vedo un altro tra noi non può essere come prima.

E qui gli scatta il nervo:prima pensavo che tu fossi mia.

E su questo in effetti abbiamo sempre avuto visioni diverse. E il bello è che non ce lo siamo mai chiarito, questo punto. E il buffo è che siamo costretti a farlo ora, che le cose tra noi finiscono.

E per la millesima volta cerco di fargli capire il mio punto di vista e lui di farmi capire quanto male gli abbia fatto.

Parliamo ancora un’ora.

E poi.

E poi non lo so.

E poi non lo so come le cose siano cambiate.

Ma cambia tutto. In un attimo. Lui inizia a ridere. Mi prende in giro e mi dice: sai come ti ho messo in rubrica? Monica Merda. Mi faccio mandare lo screenshot, non ci credo, ridiamo ancora, alla fine abbiamo fame e mangiamo e dopo cena siamo sempre lì a scherzare, come abbiamo sempre fatto, gli racconto di Ale, del lavoro, lui mi racconta di suo fratello, del lavoro, e siamo di nuovo noi fino a che poi non dice: ho capito.

Cosa?

Tu non preoccuparti, ho capito. E poi: grazie.

Ma no, non mi basta, anche io voglio capire. Insisto.

Voglio far parte della tua vita, mi dice. Non riesco ad essere incazzato con te. Non mi fa bene.

Per una volta pare che concordiamo.

Ma poi aggiunge: digli al tizio con cui ti vedi che se però ti tratta da schifo vado lì e lo schiaccio con la macchina.

Ok.

E se ti vedo con un occhio nero lo stesso, vado lì e lo schiaccio con il pullman.

Beh, se mi vedi con un occhio nero sei autorizzato a farmi nero l’altro perché ho permesso che qualcuno mi facesse l’occhio nero, rispondo.

Ma è un controsenso, dice.

Lo so.

Io sono un controsenso.

E io non lo so cosa ha davvero capito. Non lo so se domani tornerà ad essere incazzato. Ma lo vedo che stasera è felice e me lo dice. Mi ringrazia altre mille volte, se ne va sorridendo.

Penso che vedrò come vanno le cose. Ma se vanno così sarà perfetto.

Alle 6 stamani mi manda un messaggio: giorno 1: nessuna tempesta in arrivo. Ci sentiamo più tardi.

Allora forse non è impossibile, mi dico.

Allora forse c’è ancora Speranza.

Allora forse non sarò costretta a perderlo.

L’immagine (Baciami ancora)

post 94

 

 

Stasera ho messo su una compilation d’amore. Che cosa strana, per me, non ascoltare, che so, i Nirvana, o i Blink, o i Muse, o… vabbè, è chiaro. Invece qui c’è De Gregori, i Tiromancino, tutte canzoni che conosco, intendiamoci, ma che di solito non cerco. Chissà cosa mi ha portato, stasera, in questi lidi estremamente romantici e, sì, anche un po’ tristi, ammettiamolo. Perché le canzoni d’amore sono sempre tristi? Ma l’amore non dovrebbe essere felicità? O magari è solo una percezione, quella della tristezza delle canzoni d’amore. Una percezione di assenza, dico. Qualcosa che c’è solo in alcuni attimi e poi magari quando ascolti la canzone ti ricorda la felicità che hai provato e in quel momento non c’è.

Ma mi sto attorcigliando nei miei pensieri.

E in realtà c’era una cosa che volevo dire, scrivere, cioè, qui, che mi frulla in testa da questa mattina (o forse era ieri sera? Non riesco a definire il Tempo esatto, stavolta, perché il mio weekend con lo Shogun è stato come essere in una bolla, una cosa che ho conosciuto solo per la scrittura. Parlo della bolla. Spesso quando scrivo sono in una bolla, senza Tempo e senza Spazio, ma nella vita vera, nella vita reale, dico, non è cosa comune, che io dimentichi dove sono e quando sono).

Dicevo.

L’immagine.

Ne parlavo allo Shogun in un momento indefinito di questo weekend. Ma ricordo il luogo preciso e la luce precisa del luogo in cui l’ho detto. Conta?

Comunque l’immagine prevede una me che cammina lungo una strada piena di negozi (che magari io devo proprio andare in un negozio a comprare, che ne so, una sciarpa. O una pochetteper un matrimonio. Ma non è affatto significativo, questo). E mentre cammino, a lato, appoggiati a un muro, ci sono due persone che si baciano. Io non è che li fisso, continuo a camminare. Mica sono una guardona. Faccio pochi passi e dall’altro lato ecco altre due persone che si baciano. E la strada a un certo punto è costellata da coppie che non fanno altro che baciarsi, ferme ai lati, mentre cammino.

Tutti che si baciano.

E io penso che questa sia l’immagine della felicità. Camminare in una strada ricoperta d’amore. Meglio delle illuminazioni natalizie, no?

E questa bella immagine mi accompagna da stamani. O era ieri sera. E ci sono cose che a volte non puoi ignorare, cammini e loro camminano con te, pieghi il bucato e sono ancora lì, fai la doccia e non ti si lavano via. E quello che non posso ignorare è la sensazione che mi dà questa immagine, perché ora la sento mia, la riconosco, la sento, e va di pari passo con le oreche passo a parlare con lo Shogun, quegli occhi dentro gli occhi, quel vizio di perderci dentro alle parole, interromperle e ricominciare, quel bellissimo tradimento della coerenza, del filo logico di ogni cosa, dello Spazio, e del Tempo, delle nostre vite. Del mondo.

Mi lascio ancora solo questa notte. In cui spero di sognare di camminare lungo una strada piena di negozi…

 

Sì, ok. La musica ci mette del suo

Stellette

post 88

 

Eccomi tornata nella modalità Mogwai. Sono stata veloce, stavolta. Magari sono un Mogwai di secondo livello, quelli che escono da Gizmo quando si bagna, ma di certo non più un Gremlin, il che è fondamentale per la sopravvivenza di tutti i miei elettrodomestici.

Ma certo, per chi non ha visto il film tutte queste sono solo farneticazioni di un folle. E allora, per chi non ha visto il film: ma che stavate facendo alla metà degli anni 80? Ma come è possibile non prendere al volo citazioni come Tu esci. La musica attacca e tu cominci a sentirla e anche il corpo inizia a muoversi da solo. Oppure Nessuno mette Baby in un angolo. E davvero non sapete cosa diavolo è un Traccobbetto? E Venimmo, vedemmo e lo inculammo!Non vi dice nulla?

Quindi: o siete troppo giovani, come il mio Micro(bo), oppure negli anni dello splendore del trash americano eravate molto felici e magari eravate in un parco a giocare a palla. Io no. Io guardavo la tv. Tanta. Tantissima. Talmente tanta che il mio migliore amico era Uan.

Ecco perché ora non sono capace di guardarla: una vera overdose.

In ogni caso che sto meglio si vede dalla mia voglia di divagare. E nella capacità che ha mio padre di distrarmi con un messaggio in cui mi dice che nel 1920 fu instaurata una repubblica socialista a Viareggio. Durata ben due settimane. E poi passiamo a parlare di Tobino, e libri, e poi Basaglia, ed era tanto che non lo facevo con lui e devo dire che sono bei momenti. Per me. Assegnano stellette alla giornata. Così come il fatto che mi sia resa conto che le giornate stanno diventando sempre più lunghe, o che Little Boss sia davvero brava con la chitarra elettrica, tanto che sarà la mia giovane Slash (ma a lei gli occhi si vedranno, perché sono così belli). E lo stesso accade quando ascolto la mia nuova Lista su Spoty, la Lista della Nostalgia (che prende il nome dalla radio, la mia radio dalla personalità multipla, che suona Pupo subito dopo i Nirvana): stellette, stellette, stellette.

Stellette anche grazie allo Shogun che ha dimenticato pezzi di sé in giro per casa mia e questo rende tutto più reale. Nel senso: il mio appuntamento con lui c’è stato davvero, non me lo sono sognato, ho le prove. Anzi: c’ho le prove, avrebbe scritto Ceccherini. Giusto per non distaccarsi troppo dal filone iniziale.

Ed ecco che il Moonverso ricomincia a prendere la forma solita, si circonda pure di stellette, e io sono di nuovo capace di scrivere cazzate e frasi di senso compiuto (?) senza incolonnarle.

Ci sono ovviamente ancora delle cose che devo risolvere. Non praticamente, ma nel mio Dentro. Perché stavolta anche la teoria ho capito di non saperla tutta tutta. E se non so la teoria come potrò mai passare alla pratica? La recherche anche per me. Ma a modo mio, il che rende tutto molto caotico e molto meno extrasensoriale. Io i sensi li voglio. Li ammiro. Li stimo, direi.

 

In ogni caso: una stelletta anche per chi azzecca almeno due titoli? E una canzone regalo: qui

 

Postilla:sopportate le foto mie, ogni tanto: ci sto provando, ok? E io non sono un cavallino da corsa (nessunissimo talento). In compenso a volte sono un mulo da soma.