Stato di grazia

post 99

 

Dopo qualche giorno di assenza il computer era diffidente, non mi faceva entrare. Anche la tastiera ha fatto una smorfia, come un’amante tradita.

La realtà, un po’ triste, è che quando stai bene ti dimentichi delle vecchie stampelle. Il rischio, effettivo, è esagerare: se ti servono delle stampelle, usale.

La felicità è una via, c’era scritto sul muro del mio paese qualche anno fa. Forse la scritta è ancora lì, luminosa di notte. Ma la felicità non è per sempre. Non è sempre. Quello che sto cercando di imparare è fare il pieno: metti nel serbatoio una bella scorta e ricomincia il viaggio della vita. Inutile raccomandarmi non accelerare, lo so, a me ora piace così, vivere, a tutto gas se possibile.

Beh, sì, il mio piccolo viaggio in Giappone è stato bellissimo. I ciliegi erano in fiore, il sushi ottimo, lo Shogun perfetto. In pratica ho vissuto un’altra vita, tornare a casa mi ha stordito come il jet lag. Ma non mi ha reso triste, il distacco. La teoria di Fare il pieno la sto iniziando a capire, si vede.

Tornare a casa ha voluto dire anche vedere l’Amico Speciale. Che è tornato alla fase Non voglio vederti per un po’. Stavolta è stato meno traumatico il suo gettarmi addosso la rabbia, la sua pacca sulla spalla per salutarmi andando via, il suo sguardo freddo. È come quando sai che una persona è malata e poi muore. Te lo aspetti. Ti addolora, ma ti sei abituato. La malattia ti ha abituato alla morte. E così anche la malattia della nostra relazione mi ha reso possibile superarne la perdita. Sapevo che prima o poi doveva andare così. Non si può sempre giungere a un compromesso. Ho imparato moltissimo da questo: non si può sempre aprire e qualche volta nelle scatole le persone ci vanno messe. Tutto ciò deriva da un mio atteggiamento (una tendenza di comportamento) tenuta dopo la separazione con il mio ex: dopo anni di catene (imposte e autoimposte), scatole in cui mettere definizioni e paletti piantati a delimitare relazioni, il mio cervello ha detto stop. Ho scovato e aperto tutte le scatole, tolto tutti i paletti, spezzato ogni singola catena. Tendenzialmente, certo. Una cosa che ho fatto in maniera inconscia, una cosa della quale mi sto rendendo conto solo ora. Si vive in tanti modi, dico sempre. E io ho voluto prendermi alla lettera (nel mio microscopico mondo lunare, ovvio) e l’ho fatto. Senza guardare, senza ascoltare. Guardando e ascoltando solo me. Credevo che bastasse dirlo, che bastasse essere onesti per evitare il dolore degli altri, qualcosa del tipo: ma io ti ho avvisato. Maniavantisti di tutto il mondo: il maniavantismo non è sempre la soluzione. Avvisare non serve. Bisogna solo avere il coraggio delle proprie azioni, tentare di vivere senza paura e accettare (accettare!) di essere persone in grado di far del male. Imparando, magari. Mettendo un + per ogni esperienza.

Lo sforzo di vivere senza paura per me è grandissimo. È qualcosa per la quale non sono allenata.

Ma qualche obiettivo bisogna pur darselo…

Il Moonverso si stava muovendo mesi fa. Mi ha dato un po’ di mal di spazio anche di recente. Ora invece sento che il suo movimento è come un cullare, qualcosa che mi rasserena, che mi fa sorridere. Che mi fa sognare.

Non mi resta che sperare in questo stato di grazia.

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Mal di spazio

post 96

 

Ecco come è andata: mi metto qui a scrivere circa un’ora fa. Voglio buttare fuori delle cose, come sempre, per definirle, per capire.

Ma scrivo della merda.

Sarà la compilation Un the e un libro di Spoty. Che in effetti è un po’ poco incisiva, un po’ moscetta, un po’ intonata più alla me di questo fine settimana che alla me che voglioessere ora. E c’è una versione di Brown Eyed Girl che è molto dolce, certo, ma mi fa venire il latte ai ginocchi.

E invece la musica del momento è l’originale di Van Morrison. Così la metto. Assolutamente. Mentre il libro del momento è del mio idolo Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici.

E allora ecco che non ho bisogno di definire delle cose ora. Stasera. Ho già definito troppo. Pensato troppo. Seghementaleggiato troppo. E allora Rossella docet: maana, ragazza.

O magari anche dopo le ferie, che ci siamo, eh, domani è la mia domenica, ma poi inizia l’ultima settimana. E poi ho due settimane e mezzo di stop.

E stamani sono entrata a lavoro con trentacinque minuti di anticipo. E il mio capo, quando mi ha vista mi ha detto: come farai ora, con le ferie? Una cliente ha invece chiesto: ma non hai da fare a casa? Un altro ha scosso il capo e ha riassunto: hai dei problemi.

Come se non si fosse capito.

Quindi per me le ferie, specie queste, a Febbraio, non sono proprio una manna dal cielo. Little Boss ha la scuola e non la vedo per tutta la mattina. E poi, per poter avere almeno i fine settimana interi con lei, devo concedere al mio ex i pomeriggi, o le notti. Il che si risolve in: tanto tempo libero. Troppo. L’anno passato ho quasi finito un romanzo. Bella cosa se il romanzo non fosse stato il peggior romanzo della storia del romanzo.

Non ripeto l’errore.

E per ora ho programmato solo tre dei lunghissimi 18 giorni. Una gita fuori porta. Fuori parecchio. Vado in Giappone.

E sarà quel che dio vorrà. O chi per lui.

Intanto penso a come è buffa la vita che sceglie i momenti più sbagliati per bussare alla porta e per fare la voce grossa. Tutto si concentra sempre. In pochi giorni arrivano le bombe d’acqua e ti annegano. Ho scritto buffa, è vero, ma in questo caso dovrei dire stronza. O la stronza sono io, che ho fatto Rossella per troppo tempo. Ce l’ho di vizio di rimandare i pensieri scomodi. E la stronzaggine si paga sempre.

Pagherò anche quella di stasera, ho idea.

Intanto, pensa pensa, a una conclusione ci sono arrivata.

Non posso tornare indietro e non posso stare ferma.

Il Moonverso si sta muovendo veloce e mi fa venire un po’ di mal di spazio.

Devo prenderne atto.

La follia che viene dalle ninfe 2 (la vendetta)

post 93

 

La mattina di solito sono un bradipo.

La mattina sono lenta, ho sonno, la caffeina deve entrare in circolo per benino prima che il neurone si attivi.

La mattina non è il momento migliore per scrivere, per me.

Ma questa mattina è diverso.

Perché devo dire come ha funzionato ieri.

Dopo gli strani e contraddittori comportamenti dell’Amico Speciale del fine settimana, gli mando un messaggio e chiedo: come devo comportarmi, quindi? Ci salutiamo e basta? Posso mandarti messaggi? Posso invitarti a cena se mi va? O sono di nuovo la kriptonite eccetera?

Fai come vuoi, risponde.

E siccome come voglio è che nella mia vita, nel mio Cerchio, lui non ci esca, lo invito a cena se non ti crea disagio.

Va bene,risponde.

Sono di nuovo fuori piazza. Chiedo ancora: hai capito che ti sto invitando qui a cena e che la serata non prevede sesso o altro, vero?

Sì, ho capito, risponde.

Quindi vieni a cena?,insisto.

Avevo già detto di sì. Vuoi una conferma tramite Pec?

Ma no, mi basta la doppia affermazione.

Quando mi chiama per sapere se può salire ha una voce che riconosco bene. E quando sale le scale riconosco pure la camminata. È incazzato. Lo conosco da quasi vent’anni, mi preparo a un’altra dose di merda. Penso che se è venuto a cena solo per questo dopotutto lo posso accettare, ma non potrò farlo per sempre.

Il mio istinto non sbaglia e iniziamo a discutere. Non litigare come venerdì, niente toni alti, ma non sono nemmeno le sette che quasi quasi lui decide di andare via. Penso che posso accettare anche questo, e glielo dico: per me va bene se resti, ti ho invitato io, per me va bene se ci vediamo, ti voglio bene, devi decidere tu, però. Sai come stanno le cose. Sai che vedo un altro. Sai anche che se vedo un altro tra noi non può essere come prima.

E qui gli scatta il nervo:prima pensavo che tu fossi mia.

E su questo in effetti abbiamo sempre avuto visioni diverse. E il bello è che non ce lo siamo mai chiarito, questo punto. E il buffo è che siamo costretti a farlo ora, che le cose tra noi finiscono.

E per la millesima volta cerco di fargli capire il mio punto di vista e lui di farmi capire quanto male gli abbia fatto.

Parliamo ancora un’ora.

E poi.

E poi non lo so.

E poi non lo so come le cose siano cambiate.

Ma cambia tutto. In un attimo. Lui inizia a ridere. Mi prende in giro e mi dice: sai come ti ho messo in rubrica? Monica Merda. Mi faccio mandare lo screenshot, non ci credo, ridiamo ancora, alla fine abbiamo fame e mangiamo e dopo cena siamo sempre lì a scherzare, come abbiamo sempre fatto, gli racconto di Ale, del lavoro, lui mi racconta di suo fratello, del lavoro, e siamo di nuovo noi fino a che poi non dice: ho capito.

Cosa?

Tu non preoccuparti, ho capito. E poi: grazie.

Ma no, non mi basta, anche io voglio capire. Insisto.

Voglio far parte della tua vita, mi dice. Non riesco ad essere incazzato con te. Non mi fa bene.

Per una volta pare che concordiamo.

Ma poi aggiunge: digli al tizio con cui ti vedi che se però ti tratta da schifo vado lì e lo schiaccio con la macchina.

Ok.

E se ti vedo con un occhio nero lo stesso, vado lì e lo schiaccio con il pullman.

Beh, se mi vedi con un occhio nero sei autorizzato a farmi nero l’altro perché ho permesso che qualcuno mi facesse l’occhio nero, rispondo.

Ma è un controsenso, dice.

Lo so.

Io sono un controsenso.

E io non lo so cosa ha davvero capito. Non lo so se domani tornerà ad essere incazzato. Ma lo vedo che stasera è felice e me lo dice. Mi ringrazia altre mille volte, se ne va sorridendo.

Penso che vedrò come vanno le cose. Ma se vanno così sarà perfetto.

Alle 6 stamani mi manda un messaggio: giorno 1: nessuna tempesta in arrivo. Ci sentiamo più tardi.

Allora forse non è impossibile, mi dico.

Allora forse c’è ancora Speranza.

Allora forse non sarò costretta a perderlo.

L’immagine (Baciami ancora)

post 94

 

 

Stasera ho messo su una compilation d’amore. Che cosa strana, per me, non ascoltare, che so, i Nirvana, o i Blink, o i Muse, o… vabbè, è chiaro. Invece qui c’è De Gregori, i Tiromancino, tutte canzoni che conosco, intendiamoci, ma che di solito non cerco. Chissà cosa mi ha portato, stasera, in questi lidi estremamente romantici e, sì, anche un po’ tristi, ammettiamolo. Perché le canzoni d’amore sono sempre tristi? Ma l’amore non dovrebbe essere felicità? O magari è solo una percezione, quella della tristezza delle canzoni d’amore. Una percezione di assenza, dico. Qualcosa che c’è solo in alcuni attimi e poi magari quando ascolti la canzone ti ricorda la felicità che hai provato e in quel momento non c’è.

Ma mi sto attorcigliando nei miei pensieri.

E in realtà c’era una cosa che volevo dire, scrivere, cioè, qui, che mi frulla in testa da questa mattina (o forse era ieri sera? Non riesco a definire il Tempo esatto, stavolta, perché il mio weekend con lo Shogun è stato come essere in una bolla, una cosa che ho conosciuto solo per la scrittura. Parlo della bolla. Spesso quando scrivo sono in una bolla, senza Tempo e senza Spazio, ma nella vita vera, nella vita reale, dico, non è cosa comune, che io dimentichi dove sono e quando sono).

Dicevo.

L’immagine.

Ne parlavo allo Shogun in un momento indefinito di questo weekend. Ma ricordo il luogo preciso e la luce precisa del luogo in cui l’ho detto. Conta?

Comunque l’immagine prevede una me che cammina lungo una strada piena di negozi (che magari io devo proprio andare in un negozio a comprare, che ne so, una sciarpa. O una pochetteper un matrimonio. Ma non è affatto significativo, questo). E mentre cammino, a lato, appoggiati a un muro, ci sono due persone che si baciano. Io non è che li fisso, continuo a camminare. Mica sono una guardona. Faccio pochi passi e dall’altro lato ecco altre due persone che si baciano. E la strada a un certo punto è costellata da coppie che non fanno altro che baciarsi, ferme ai lati, mentre cammino.

Tutti che si baciano.

E io penso che questa sia l’immagine della felicità. Camminare in una strada ricoperta d’amore. Meglio delle illuminazioni natalizie, no?

E questa bella immagine mi accompagna da stamani. O era ieri sera. E ci sono cose che a volte non puoi ignorare, cammini e loro camminano con te, pieghi il bucato e sono ancora lì, fai la doccia e non ti si lavano via. E quello che non posso ignorare è la sensazione che mi dà questa immagine, perché ora la sento mia, la riconosco, la sento, e va di pari passo con le oreche passo a parlare con lo Shogun, quegli occhi dentro gli occhi, quel vizio di perderci dentro alle parole, interromperle e ricominciare, quel bellissimo tradimento della coerenza, del filo logico di ogni cosa, dello Spazio, e del Tempo, delle nostre vite. Del mondo.

Mi lascio ancora solo questa notte. In cui spero di sognare di camminare lungo una strada piena di negozi…

 

Sì, ok. La musica ci mette del suo

Stellette

post 88

 

Eccomi tornata nella modalità Mogwai. Sono stata veloce, stavolta. Magari sono un Mogwai di secondo livello, quelli che escono da Gizmo quando si bagna, ma di certo non più un Gremlin, il che è fondamentale per la sopravvivenza di tutti i miei elettrodomestici.

Ma certo, per chi non ha visto il film tutte queste sono solo farneticazioni di un folle. E allora, per chi non ha visto il film: ma che stavate facendo alla metà degli anni 80? Ma come è possibile non prendere al volo citazioni come Tu esci. La musica attacca e tu cominci a sentirla e anche il corpo inizia a muoversi da solo. Oppure Nessuno mette Baby in un angolo. E davvero non sapete cosa diavolo è un Traccobbetto? E Venimmo, vedemmo e lo inculammo!Non vi dice nulla?

Quindi: o siete troppo giovani, come il mio Micro(bo), oppure negli anni dello splendore del trash americano eravate molto felici e magari eravate in un parco a giocare a palla. Io no. Io guardavo la tv. Tanta. Tantissima. Talmente tanta che il mio migliore amico era Uan.

Ecco perché ora non sono capace di guardarla: una vera overdose.

In ogni caso che sto meglio si vede dalla mia voglia di divagare. E nella capacità che ha mio padre di distrarmi con un messaggio in cui mi dice che nel 1920 fu instaurata una repubblica socialista a Viareggio. Durata ben due settimane. E poi passiamo a parlare di Tobino, e libri, e poi Basaglia, ed era tanto che non lo facevo con lui e devo dire che sono bei momenti. Per me. Assegnano stellette alla giornata. Così come il fatto che mi sia resa conto che le giornate stanno diventando sempre più lunghe, o che Little Boss sia davvero brava con la chitarra elettrica, tanto che sarà la mia giovane Slash (ma a lei gli occhi si vedranno, perché sono così belli). E lo stesso accade quando ascolto la mia nuova Lista su Spoty, la Lista della Nostalgia (che prende il nome dalla radio, la mia radio dalla personalità multipla, che suona Pupo subito dopo i Nirvana): stellette, stellette, stellette.

Stellette anche grazie allo Shogun che ha dimenticato pezzi di sé in giro per casa mia e questo rende tutto più reale. Nel senso: il mio appuntamento con lui c’è stato davvero, non me lo sono sognato, ho le prove. Anzi: c’ho le prove, avrebbe scritto Ceccherini. Giusto per non distaccarsi troppo dal filone iniziale.

Ed ecco che il Moonverso ricomincia a prendere la forma solita, si circonda pure di stellette, e io sono di nuovo capace di scrivere cazzate e frasi di senso compiuto (?) senza incolonnarle.

Ci sono ovviamente ancora delle cose che devo risolvere. Non praticamente, ma nel mio Dentro. Perché stavolta anche la teoria ho capito di non saperla tutta tutta. E se non so la teoria come potrò mai passare alla pratica? La recherche anche per me. Ma a modo mio, il che rende tutto molto caotico e molto meno extrasensoriale. Io i sensi li voglio. Li ammiro. Li stimo, direi.

 

In ogni caso: una stelletta anche per chi azzecca almeno due titoli? E una canzone regalo: qui

 

Postilla:sopportate le foto mie, ogni tanto: ci sto provando, ok? E io non sono un cavallino da corsa (nessunissimo talento). In compenso a volte sono un mulo da soma.

Giorni +, Giorni – e uno Shogun

 

post 86

Sono le quattro del pomeriggio e sono già in pigiama. Forse uno psichiatra mi classificherebbe comedepressa(loro hanno degli standard, un sistema tutto loro di infilare la gente nei contenitori solo per quello che fanno e non quello che sono, ma non voglio avviare una polemica, era solo una stupida constatazione). In realtà sono i primi vestiti che ho trovato uscendo dalla doccia e siccome sono comodi e caldiwhy not?Nessun psichiatra alla lettura avrà mai il mio indirizzo.

Il fatto è che mi sento un po’ nervosetta, come direbbe Wal, me lo dice anche il caffè decaffeinato che mi sono appena fatta e lo dice anche il fatto che non ricordassi di avere il caffè decaffeinato.

Oggi a lavoro ero distratta, ho portato gli spaghetti al tavolo della tagliata e la tagliata al tavolo degli spaghetti, ho versato un calice di rosso al posto del bianco, ho dimenticato di inserire nella comanda un caffè… insomma, mi sarei licenziata.  Detesto non essere efficiente, soprattutto sul lavoro. Capita. Certo. Sì.

Esistono Giorni + e Giorni -.

È che, come ho scritto, sto per andare in guerra (con il mio ex, per l’affido di Little Boss) e ieri è stata emessa la dichiarazione ufficialee… nessuna reazione con me. La cosa, ovvio, dovrebbe farmi piacere, nessun messaggio sibillino, nessun rebus (lui si esprime così, come dice la mia collega andrebbe sottotitolato), solo che questo silenzio lo trovo molto rumoroso. E mi rende inquieta.

Cerco di ovviare pensando alle cose belle, che alla fine ce ne sono molte, penso al mio appuntamentodi domani.

E stavolta è un appuntamento serio, nel senso che so perfettamente che non mi troverò a parlare di rally, è una persona che già conosco abbastanza e domani sarà propedeutico a conoscersi di più. Magari se evito di usare con lui la parola propedeutico… giusto per riallacciarsi a ciò che ho già scritto e che molti di voi hanno ampliamente sviscerato.

E stavolta mi sa che non posso dire di più, anche se, oh, ci sarebbe un mondo da dire, un universo direi, ma diciamo che un po’ lo faccio anche per scaramanzia, diciamo che sì, una parte di tutto questo ha bisogno di restare dove è, nel mio Dentro, che alla fine questa storia nasce tutta da lì, dal mio Dentro. E si è nutrita della mia testardaggine, della mia insistenza, ma anche di onestà reciproca, di qualche sorriso, di molte parole, in ogni caso. E quindi perfetto, le molte parole sono l’incipit di questo racconto. E il racconto parla di Shogun. Ma siccome sono scaramantica, appunto, non rivelerò la trama in itinere. Per questa volta, solo per adesso, me la vivrò un po’. Nessuna previsione. Nessuna aspettativa. Già è un miracolo che domani sia con me.

E quindi spero che il silenzio duri ancora per un attimo, giusto il tempo di farmi respirare questo fine settimana.

È che ho così tante incertezze nel mio futuro che se iniziassi ad elencarle non finirei più. E io, che sono una che ama calcolare (sempre facendo i conti sbagliati, ovvio, mica la so davvero la matematica) stavolta non sono capace nemmeno di mettere in colonna.

Mi sento molto meno nervosetta, ora.

Quasi sorridente, direi.

Non sono nemmeno più tanto arrabbiata con Marco Aime che terrà una conferenza (interessante) a Pistoia alle 11 di mattina di un dannato mercoledì. Però posso permettermi ancora di chiedere: ma questa gente, non ce l’ha un lavoro? Ma come si fa a organizzare un incontro alle 11 di mattina?

Speriamo non ci vada nessuno.

Ecco.

P.s.: CG: non sono io che non stacco il grassetto corsivato (o il corsivo grassettato) dalla parola successiva. Io scrivo in Word e poi copioincollo. Credo sia WordPress a scazzare la formattazione. Perché non li separo qui, dici? Semplice, sono pigra (è lo stesso motivo per il quale lascio refusi e metto tag a caso).  Forse il tempo che ho speso a sottolineare questa cosa a te avrei potuto impiegarlo a separare le parole. Ma mi sarei divertita molto meno…

P.p.s.: Il mio wordpress è diventato tutto rosa. Prima era blu, e ora è rosa. Ha capito che sono una donna o lo ha fatto a tutti?