Il primo bacio

L’adolescenza di mia figlia mi sta conturbando. La sua prima cotta, il suo primo ragazzo, il suo primo bacio in epoca Covid. Dovrei essere contraria, insomma, siamo o non siamo in stato di allerta, ma invece, nel mio cuore, ne gioisco. 

Il suo primo bacio. Ricorderà per sempre il timido ragazzino un po’ nerd che glielo ha dato. E io rivedrò per tanto tempo l’espressione sul suo viso, felice di far parte di tutto questo. 

Ripenso al mio, di primo bacio. Ero più piccola di lei, avevo una cotta assurda per un ragazzino che oggi vedo spesso e che è diventato un alcolizzato, in pratica (si vede che ho un radar per i cattivi ragazzi, anche quelli in fieri). Eravamo nello stanzino che l’oratorio di pese dava agli scout: lui nelle Aquile, io nelle Pantere (nere e fiere era il grido), avrei dovuto essere nei Pinguini, animali goffi e festaioli, non sono mai stata una che ruggiva. Ma in quel caso avevo limato: la pazienza? Forse. Ero talmente cotta da mesi che lo sapevano anche i sassi. E sebbene lui avesse tante altre alternative, quel pomeriggio scelse me. Forse perché le alternative se le era già fatte: era un ragazzino sveglio, nonostante l’età. 

Fatto sta che ricordo ogni attimo. La colonna sonora (Ti amo di Umberto Tozzi, in gran voga quell’estate); le sue labbra (umidissime, un polpo, in pratica); la mia sensazione ( le famose farfalle nello stomaco, un modo banale di dire una cosa reale). E mi ricordo anche che durò tantissimo. Tanto a tal punto che a un certo punto feci una cosa che non si dovrebbe fare mai: aprii gli occhi. E mi guardai intorno: le bandierine fissate al muro, le assi del tavolo accanto a noi, la panca su cui stavamo seduti. E la porta: soprattutto la porta. Non so se la considerassi una via di fuga o un pericolo per la nostra intimità. 

Dopo quel primo bacio finì tutto: l’adolescenza non perdona. Ma io ancora lo ricordo con piacere, sono felice che sia stato con uno che mi piaceva davvero, devo dire che, nonostante i suoi problemi attuali, ogni volta che ci vediamo esercita ancora un certo fascino su di me ( devo dirlo: lui è ancora un figo pazzesco e con uno sguardo ammalia, peccato che il suo livello di attenzione nei confronti del prossimo sia di 2 secondi…)

Ecco, spero che per la mia Little sia così. Che ricordi con piacere questo momento. Che la fuga in camera sua dopo una cena super veloce abbia un domani. Perché, scusate le banalità, questi momenti non tornano più. Non sarà mai più lo stesso. Sarà sempre difficile, non si potrà lasciar andare come ora, guarderà gli occhi di un uomo e saprà che quelle farfalle non sono eterne, che l’amore non è quello, che anche se c’è l’amore questo non può tenere insieme tutto. L’amore, a volte, non basta. 

Riesco sempre a essere ottusamente cinica, nevvero

Ammirate le mie doti naturali. 

E vai con la musica, maestro:

(prima volta che vedo ‘sto video: che orrore!!!)

Le piccole cose

 

 

 

post 198

Le piccole cose della vita…

Cosa c’è che può tirarti su meglio di una buona sessione di sesso? Che in questo momento è verboten (giusto per dirlo in tedesco, visto che lo sto semi imparando), e quindi va da sé che la tensione sale come non mai, e si ammucchia in un angolo insieme a tutto il resto delle preoccupazioni (tipo: quando riapriremo il Ristorante? Il mio Capo ipotizza anche un lontanissimo Luglio. E le domande nascono spontanee: avrò dei soldi in questo lungo periodo? Per ora non ne ho visti dalla cassa integrazione; avessi i soldi, il Ristornate riuscirà a reggere il duro colpo dello stop?; se anche lui ce la fa, io riuscirò ancora a lavorare? Mi ricorderò come si fa? Il mio corpo sarà in grado di riprendere? Beh, solo alcune tra le mille preoccupazioni).

L’astinenza sessuale, dicevo, inizia a farsi sentire. L’Amico Speciale mi chiama due volte al giorno, ci vediamo almeno una volta al giorno su Facetime, lui mi mostra la sua cagnolina che gioca, io le sfoglie al cioccolato che faccio per Little Boss, poi ci diciamo: Che palle! Quando finirà? Mi manchi… appena ti rivedo… questi hanno rotto il cazzo! Non si può separare due persone così! Tu cosa ti prepari per cena? Dove sei andato oggi per lavoro? Che cosa hai studiato? Io con i soldi per ora me la cavo, grazie. Tua madre come sta? Tua zia a Milano? Cosa dice il tuo Capo?

Andiamo avanti così da più di un mese. Sottile si intravede sotto alle nostre conversazioni il filo del Non se ne può più.

E siccome oggi sono particolarmente intollerante, non so se è una questione di giovedì, questo giorno prezzemolino che sta sempre in mezzo a tutto, oppure il sogno che ho fatto stanotte, dove non riuscivo a pulire il pavimento di questa casa che, notavo ieri, è davvero graziosa nella sua piccolezza, insomma, non so per cosa, ma in questa grande boule di nervosismo ci si è aggiunto uno dei momenti che detesto di più della settimana: la lezione di canto di Little Boss. Che fa, ovviamente, su Skype. E a cui io sono esclusa. Nel senso che le prime volte mi mandava a fare la spesa, così da essere da sola in casa mentre faceva lezione. E ok. Tanto la spesa va fatta eccetera. Solo che ora ci vado davvero malvolentieri, a fare la spesa, vuoi per la fila di cui sopra, vuoi perché i soldi scarseggiano e cerco di fare economia cucinando come una Benedetta Parodi (una cosa di cui sono capacissima è organizzarmi, come chi mi conosce ben sa). Quindi per tutta la lezione non solo devo fare silenzio (non ci sono porte in questa casa, è quello che potrei chiamare senza mezzi termini mini open space ), ma devo anche non ascoltare. Quando dico che l’amore supera i confini della logica ora potete capire di cosa parlo. Quindi mi munisco di cuffie, oggi, e vai con la lezione di tedesco, e vai con il potenziamento di inglese… e vai che mi sono rotta le balle dopo mezz’ora. E poi eccola lì la rivelazione: musica.

Le piccole cose della vita.

La musica a palla nelle orecchie mi ha ridato vita.

I Greenday di nuovo mi salvano il culo.

Con una canzone che come al solito arriva al momento giusto…

P.s. devo ricominciare a ridare il vero nome a queste cose: segni. Sul cosa vogliano dire abbiamo forse già discusso.

 

La mia ancora di salvezza

post 179

 

Come dicevo, la mia storia con l’Amico Speciale va discretamente, lui è quasitutto ciò di cui ho bisogno, mi aiuta quando sono in panne (ha passato un sabato mattina in lavanderia al mio posto perché stavo smattando per l’accumulo di bucato, quale uomo ti lava e ti piega il bucato? Il tuo dico, solo il tuo bucato…), mi prepara la cena quando faccio tardi (la sua impepata di cozze era sublime), sceglie sempre i film giusti (no, non l’avrei mai guardato un film dal titolo Bunraku, giuro su ciò che ho di più caro, e invece mi è piaciuta la regia alternativa, ve lo consiglio), si sveglia prima di me per preparare il caffè (anche se la mia sveglia punta le 5 e lui è di riposo… questa cosa ha stupito talmente tutti che ora mi danno della Strega), ascolta le mie magagne, mi coccola quando sono stanca, e a letto… a letto non posso chiedere di più (detto tra noi, è un valore aggiunto alla mia vita che non credevo di poter avere). Quindi quel quasi…?

Il quasi è semplice: credo di essere arrivata a delle degne conclusioni, su questo fronte, anche grazie agli ultimi due anni passati, grazie a TDL, ma soprattutto allo Shogun.

Ho iniziato a capire che A) non tutti gli uomini sono come il mio ex; B) se il mio ex è stato quello che è stato con me prima e è quello che è ora, la responsabilità è anche mia (non solo mia, non solo sua, ma mia e sua. Può sembrare una banalità, ma per me è una grande conquista); C) il principe azzurro…non esiste. Ebbene sì, anche se mi rompe ammetterlo ho sempre pensato di poter trovare l’uomo giusto, ma che non fosse solo giusto, ma giusto giusto, perfetto, in parole povere. Ciò non solo è denigrante per una ragazza di intelligenza media come me, ma anche deleterio. Perché ti immerge in uno strato di aspettative a dir poco assurde, distruggendo tutto. Ora, non è che avessi mai pensato che fosse il mio ex, il principino, ma credevo, al tempo, di essere un po’ immune a quell’amore che taglia via gli occhi. E le orecchie. E la testa tutta. E poi le mie certezze sono crollate, non ero affatto immune e TDL lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. E, detto ciò, ho capito anche che D) l’innamoramento è una follia che ha poco a che fare con le coppie, è una follia temporanea, che inebria, che va bene solo per soffrire, non può appagarti mai, ti dà solo una scarica di adrenalina, e di vita, certo, ma dura poco (il tempo di arrivare dalla pancia al cuore e poi alla mente) e ti lascia un po’ disarticolata, distorta, e ti occorre poi del tempo per rimetterti in sesto, per riallinearti al tuo Io. Per capire, anche, che non è quello che vuoi. Perché amare è bello, davvero, ti lascia addosso la sensazione che la tua vita abbia un senso, che tu esista davvero, ti dice che puoi fare davvero dei miracoli, perché essere innamorati ti dà forza, ti rende sveglio, attento, moltiplica tutti i tuoi sensi. Ma tutta questa energia che si sprigiona dentro di te, prima o poi, per un motivo o per un altro, dovrà calare. Dalla pancia passa al cuore e poi alla mente. E la mente difficilmente avrà la stessa risposta di pancia e cuore. Perché quello che vedi quando sei innamorato (oh, beh, sulla definizione e sulle parole lascio a voi, io mi ci perdo: innamoramento, infatuazione, cotta, definitela come vi pare) non è un uomo (o una donna), ma un superuomo (o una superdonna). E, ovvio, non esistono superuomini e superdonne (così come il principe azzurro).

Forse il mio problema (una volta me lo disse il Mentore, ma sono passati davvero tanti anni da quel giorno, e se l’ho capito solo adesso significa che la mia intelligenza non è poi così media, il neurone fa fatica a girare e va piano) è che volevo innamorarmi. E poi, quando è successo, mi ci sono volute tre testate belle potenti per capire che non era quello che volevo davvero.

Quello che voglio è amare la persona che ho accanto con i pregi e i difetti (non senza vederli), guardando alla sua interezza (non solo a quella parte che tanto mi piace), facendo compromessi, lavorando duro, impegnandomi senza pensare L’amore è sufficiente. Perché non lo è. Al limite vince su tutto. E senza ombra di dubbio è la mia ancora di salvezza.

 

 

In ogni caso, in questi giorni molto confusi e di fatti di decisioni importanti, mi sono persa spesso a ripensare alla storia con l’Amico Speciale. Forse perché UAP ha pubblicato la sua, di storia, con Dolce Consorte, forse perché qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere una mia biografia (la cosa è stata detta tra il serio e il faceto, ma l’ho visto come un Segno), forse perché il mio capo l’altro giorno ha detto una cosa su di me e sull’Amico Speciale che mi ha sorpreso, perché la penso da sempre (e la pensa così anche Ale), insomma forse ho voglia anche io di tirare le fila con lui, fin dall’inizio, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto, poco più che ventenne (quindi eoni fa).

Ma soprattutto perché solo scrivendo riesco a pensare davvero, mettere in ordine e capire le cose.

Sarà facile?

Chi può dirlo

Sostiene Moon

post 172

 

Un piccolo omaggio blasfemo a un grandissimo scrittore a me vicino… spero mi perdoni la messa in burla. Ma sono certa che lo farà. 

 

 

Sostiene Moon che la mattina sente una canzone nella testa, I’m strong enought, che non si ricorda le parole, ma solo questo pezzetto del ritornello e se lo ripete all’infinito, nuovo mantra, per darsi forza.

Moon sostiene che la vita sta facendo la difficile, le tiene il muso, fa le bizze come una bambina viziata, ma lei, sostiene, non si farà prendere per i capelli.

Sostiene Moon che da quel cunicolo c’è già passata e che l’età a qualcosa servirà pure, diamine!, o deve solo servire a farsi dire da Little Boss che è vecchia perché non chiude le finestre sul telefonino? Moon racconta di serate troppo brevi e notti un po’ inquiete, di risvegli con il cuore che batte come un tamburo e di analisi che ancora vanno male. Ma sostiene, Moon, che nonostante tutto tiene botta, che le cose sa che si aggiusteranno. E lo sa perché, quando è in macchina, parcheggiata sotto la casa del suo ex, e le vengono in mente mille pensieri e si preoccupa per Little Boss e si preoccupa per sé e il suo futuro e le cose sembrano diventare grigie, ecco che arriva lei, Little Boss; la piccola sfodera un sorriso, le fa la linguaccia e gli occhi storti, apre la macchina e inizia a parlare come se non ci fosse un domani e deve raccontarle tutto, ma tutto tutto(avete presente la scena dei Goonies?)e poi è vero che il cervello di Moon è sovraccarico di info, ma è anche felice, felice come non mai, ha un tesoro che la accompagna giorno dopo giorno, che brilla tanto forte da riuscire a donarle un po’ di quella luce, e allora tutto, ma tutto tutto, passa in secondo piano, si rende conto che ciò che conta lei lo ha già. E dito medio a quelli che la odiano. Perché Moon sente l’oroscopo la mattina, mentre scende dal suo monticello per portare Little Boss a scuola, su RDS c’è Branco (con quella voce odiosa, diciamocelo, e quelle parole che non sanno né di me né di te) e lui dice che ci sono persone che la odiano e che riescono a metterle, anche oggi, i bastoni tra le ruote. Ma Moon, sostiene, fa il dito medio anche a Branco, e se la ride per una piccola vittoria legale: se qualcuno mi odia (non ha dubbi, Moon, che sia così, e potrebbe tranquillamente fare il nome del suo ex) io ho fatto tanto per costruire ciò che ho e è talmente solido che non riuscirà a sfondarlo, nonostante sia un Ariete. Tiè, aggiunge Moon, sostenendolo.

Moon sostiene, ancora, che le serate se ne vanno via come le noccioline all’aperitivo, tra un ripasso dell’Illuminismo (che poi Little Boss ha il compito) e la spiegazione delle subordinate, i pomeriggi scappano tra la palestra* e il circolo di lettura, tra le lezioni di chitarra e l’orientamento per le superiori, tra le due ore per il sesso, rubate, (sempre due Wal, sono intransigente, amare ha bisogno del suo tempo) e la telefonata a un amico, tra il ragù, ché ogni tanto bisogna anche cucinare, e l’impasto per i biscotti di pan di zenzero a lavoro (sì, fuori orario, ma il lavoro è anche questo, metterci passione).

Sostiene Moon che le manca la tastiera, ma che quando vede il calendario sul telefono le piglia un colpo: ci sono più pallini grigi che numeri, lì. Ci sono le elezioni per il consiglio di istituto (e che, non si propone, Moon, come presidente, visto che non lo fa nessuno?), le riunioni a scuola, gli scioperi, il dentista, le cresime…

Ma Moon sostiene anche che domenica chiappa l’Amico Speciale e lo porta a teatro. Giusto per…

Mi gonfierà il cervello?, chiede lui.

Lo spero proprio, sennò che ci andiamo a fare?, risponde Moon.

Moon sostiene che l’esproprio della tastiera è solo un momento, una cosa che finirà. Il suo Capo le dice: Come farai, poi, quando non avrai tutti questi impegni? Sentirai un gran vuoto.

Moon sostiene che lo riempirà con la scrittura.

 

ah… lascio la canzone. Eh. Il meglio sarebbe leggere ascoltando la canzone.

Manco mi piace tanto… (troppo discotecara), ma ci sta.

Ci sta.

 

 

 

 

 

Autumn in the Moonverse

post 164

 

 

Ho scaricato un’applicazione sul telefono per aiutarmi nell’alimentazione. Monitoro più o meno quello che mangio e i nutrienti in fondo alla giornata, giusto per capire se sto mangiando abbastanza. Sono tre settimane ormai e devo dire che ho iniziato a fare progressi. Il mio problema principale era il fatto di non avere mai fame, saltare i pasti a piè pari, magiare cibo casuale. Il risultato principale è stato un affaticamento generale, come è ovvio. Ora a inizio settimana scrivo un menù e cerco di rispettarlo. Vario i carboidrati del pranzo, ciò implica che a volte mi porto il tegamino a lavoro: riso, farro, etc. Il mio capo e i miei colleghi mi prendono in giro, Chi si porta da mangiare al Ristorante?, ma ormai ci ho fatto il callo e devo dire che pensare al cibo mi fa sì un’enorme fatica, ma ci metto sempre meno tempo e la mia energia si sta accrescendo. Mi sveglio meglio, ho più voglia di fare le cose, sono più produttiva (il che, per una come me è il risultato principale).

Questa applicazione si connette automaticamente ai dati di un’altra app preinstallata nel mio telefono, Salute, che invece regista i passi che faccio durante il giorno (se tengo il telefono in tasca). Ho scoperto cose interessanti, qui: durante la settimana percorro una media di 7 chilometri al giorno durante le ore di lavoro, con picchi a 10 chilometri quando la sala è bella piena. Sono tanti passi. Ora capisco perché sono stanca, a volte.

Ma nonostante le mie applicazioni mi facciano capire che, tabacco a parte, sto facendo una vita sana (ok ok: solo dal punto di vista della non sedentarietà e dell’alimentazione: per lo stress non ci sono app), ho accettato di accompagnare Little Boss in palestra, che ha espresso questo desiderio per il suo compleanno (che è giovedì). Un mese di prova.

Ecco. La palestra. Vogliamo parlarne? Un posto dove tre quarti delle persone va per fare vita sociale e mostrare i completini del Decathlon. Ma cosa c’entro io, lì? Nulla, ve lo dico io. Ma Little Boss si è fissata e anche se so perfettamente che non è un posto neppure per lei (la sua posizione preferita è stesa sul divano o sul letto e se le faccio fare due passi a piedi si lamenta che è stanca), io sono sua madre e devo incoraggiarla, giusto? Ho provato con Facciamo delle belle passeggiate, qui intorno è perfetto, cavolo, stiamo in piena campagna, ci sono sentieri, anelli (ce ne è uno che facevo da sola l’anno passato completamente immerso nel verde, 7 chilometri di pura bellezza), ma nulla, lei ha 13 anni tra 4 giorni e ha le sue fisse che legge su articolini che ai miei tempi sarebbero apparsi su Cioè, e che oggi sono tutti on line sulle pagine Instagram. Quindi la accontento, mio malgrado. Si troverà una settimana da incubo, con il martedì occupato dalle lezioni di chitarra e canto (e la sera il dentista, visto che abbiamo deciso che metterà anche l’apparecchio fisso), il mercoledì e venerdì palestra, il giovedì lezione di yoga: ma si può vivere così a 13 anni?, mi chiedo. Lei non vede l’ora. Io mi auguro che le passi subito.

Insomma, questo autunno si apre con tutti questi propositi che la gente considera salutistici, mentre io non ne sono poi così convinta: sono vecchio stampo. E faccio 7 chilometri di media al giorno lavorando.

Intanto penso a nutrire anche il mio cervello, però. E leggo tanto. E penso anche a nutrire il mio cuore. E ho fatto pace con AS. Senza cedere, stavolta, solo tentando di portarlo davanti al mio punto di vista (una cosa difficilissima da capire per un uomo, lo so, e infatti lui annuiva a annuiva, ma chissà che ha capito).

Ed è andata a finire che sono giorni che mi fa regali, lui che di principio non ne faceva mai a nessuno. Io, che invece capisco un po’ di più il punto di vista maschile, me lo ha insegnato il Dottor Minchione nel suo libro, so che lo fa per farsi perdonare. Non è il mio stile, accettare regali in cambio di offese, ma so cha a lui fa stare meglio. E quindi sto meglio anche io.

Alla fine non è così difficile capire che le donne vogliono solo non essere trascurate. Io preferisco una carezza o un abbraccio o una parola, ma anche un paio di scarpe vanno bene.

E ora sono già le 8.25 di un lunedì mattina di festa, devo scappare a fare la spesa per il compleanno della mia piccola che si sta facendo grande. Ho in serbo per lei stavolta un sacco di effetti speciali. Vorrei che ricordasse questo giorno. E anche, egoisticamente, che ricordasse quanto la amo.

P.s. Il lunedì faccio di solito un migliaio di passi: vorrei che almeno la mia domenica restasse così… sull’intoccabilità del lunedì Little Boss concorda.

 

 

Funziona così:

Funziona così: quando qualcosa non va io ci provo a glissare, mi dico: non sei così ferita, te lo dovevi aspettare, dopotutto. Mi metto sul divano, accendo la tv, ci metto ore a scegliere un film, mi dirigo sugli horror, poi magari è una cagata, allora magari un bel thriller, ne scelgo uno del tutto a caso, la tv on demand ha troppa offerta, diamine!, ne posso vedere talmente tanti che non me ne va più uno.

Poi mi ricordo che io i film, da sola, non sono in grado di guardarli. È come se fosse una cosa che si può fare solo con la compagnia giusta. Tipo quella dell’Amico Speciale. Ecco, solo con lui e Little Boss sono riuscita, negli ultimi anni, a guardare la tv sentendomi tranquilla. Che poi, mi dico, se non guardo la tv e invece mi leggo un libro non è meglio? Certo che lo è. Solo che mi rompe avere un handicap. Anche se l’handicap alla fine non è che mi rovina la vita.

Insomma, comunque, stasera mi sono messa sul divano, ho pigiato i tasti del telecomando come una pazza in cerca di un film sulle ben 3 app di film on demand che ho sulla tv, ne ho scelto uno, Escape room e ho dato il via. Solo che il film non era ancora iniziato che ho iniziato a sentire qualcosa, come un formicolio. Come se non fosse giusto risolvere così. Come se non fossi nel giusto a cercare di non tirare fuori la rabbia e il dolore che ho dentro.

Ed eccomi qui, con sommo dispiacere vostro immagino, a vomitare di nuovo cose.

Il fatto è che la tv la guardavo da sola perché l’Amico Speciale stasera l’ho spedito fuori da casa mia.

Certo, io ho avuto una giornata impegnativa, mi sono alzata prestissimo (stanotte), ho lavorato 10 ore, sono andata a prendere Little Boss a scuola al volo approfittando di una breve pausa dal lavoro, sono tornata a casa per riposare, cercando di soffocare i sensi di colpa nei confronti di mia figlia (dopotutto per lei è sabato, non è colpa sua se io lavoro tanto nel weekend).

Il problema più grande che ho con l’Amico Speciale è il mio passato: non riesco a scrollarmi di dosso la relazione con il mio ex, durata tanto, più di 15 anni, e che mi ha ferito in tanti modi, ma in particolare in due modi. E c’erano delle dinamiche che per spossatezza avevo preso per normali che se rivivo ora mi colpiscono duro. Ci sono cose che il mio ex faceva e che mi facevano male. Ma io avevo smesso di dirlo: per non litigare, per non essere sempre quella che rompe le balle, perché, alla fine, non cambiava nulla. Ecco, quelle cose, quelle dinamiche, io le subivo. E basta. E ora, per un presunto rispetto di me stessa, non sono più capace di tollerarle.

Gli ho detto le cose in un modo molto crudo, lo so, quando mi ci metto sono terribile, sono un cane ferito che morde chiunque tenti di aiutarlo, sono rigida di una rigidità che di solito non mi è consona, sono il dittatore che afferma: questa è casa mia e io faccio le regole e questo non è ammesso, ma hai sempre l’opzione porta: mica viviamo insieme, mica siamo sposati, mica mi devi nulla e non ti devo nulla: vivi la tua vita come meglio credi, ma anche io devo fare lo stesso.

E io stasera ho affermato. Certo, mentre pulivo il lavello come quella che sono, una nevrotica, mentre sfacevo la lavastoviglie, che a me non piacciono le conversazioni incazzate se sto seduta, devo fare qualcosa per farmi passare la rabbia, la frustrazione.

Il risultato è sempre lo stesso: sono sola. Lui ci deve pensare. E siccome un po’ di empatia ce l’ho, io lo capisco: perché attaccarsi una sanguisuga ai coglioni che critica il mio modo di passare le giornate, che mi fa sentire una brutta copia del suo ex?

Beh. Nemmeno io la voglio, questa brutta copia.

Sono stanca di essere ferita sempre nello stesso modo.

Io questa strada l’ho già percorsa.

Non credo di meritarmelo.

E se invece sì, se invece mi merito questo, beh, allora sarà la solitudine quella mi meriterò di più.

Quello che mi fa più male, in assoluto, è che, alla fine, io queste cose me le aspettavo. Non mi stupiscono.

Ho esaurito la capacità di sorprendermi…

A volte sto anche bene

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La settimana inizia così: una tazza di caffè mentre Little Boss ancora dorme, un salutino a Raschio, una candela alla vaniglia e i mille pensieri che mi affollano la mente.  Ho una To do list zeppa questa settimana, che è l’ultima di lavoro prima delle ferie.

Ho quindi voglia di cullarmi ancora un po’ nel dolce far niente, prima di partire alla carica. Ho voglia di scrivere qui, ancora.

Ho passato un sabato busy, come direbbe la mia Ale, il lavoro mi ha stroncato le ginocchia, ma una promessa è una promessa (mi pare sia anche il titolo di un film, sbaglio?) e ho dovuto accompagnare Little Boss in Città per sostituire il vetro del suo telefono. Trovo molto interessante il luogo verso il quale ci siamo dirette: un buco semi nascosto dove tre ragazzini (proprio: ragazzini) cinesi hanno dato un’occhiata veloce al suo smartphone e hanno detto: sessantacinque, tla mezz’ola. E in mezz’ora in effetti, mentre io, Little Boss e l’Amico Speciale ci deliziavamo il palato con una specie di the con le bolle di gelatina (se mai vi capita di andare in un Bobble Bobble non scegliete il Matcha: fa schifo alla grande, specie con le palline di Tapioca), hanno cambiato il vetro, perfetti, precisi, con la metà dei soldi che mi chiedeva il Centro Apple. Stupefacente.

Dopo questo gran risparmio ho ritenuto giusto invitare tutti per un aperitivo e una cena, quindi dopo un Coca-prosecco-birra ci siamo diretti in un locale da gourmet, adatto alle mie tasche (se voglio andare in ferie le mie tasche devono essere strettine): il mitico Mc Donald. Erano anni che non ci andavo, credo di averci portato Little Boss solo due volte e lei se ne ricorda solo una, quindi la prima volta mi sa che più che mangiare ha giocato con lo scivolo lì fuori, con grande guadagno per la sua salute. Mentre eravamo in fila, due ragazzini (l’età sarà stata quella dei cinesi del negozio) si sono fatti portare al tavolo ben 20 cheeseburger. Interessante modo di passare il sabato sera, ha detto l’Amico Speciale. Ma loro sembravano felici di quella pseudo sfida spacca stomaco. Lo sembravano un po’ meno quando io e Little Boss gli siamo passate davanti dopo una ventina di minuti per andare in bagno. Mi sono fermata davanti alle carte unte e appallottolate, erano quasi alla fine: come va ragazzi?,ho chiesto. Insomma…, ha risposto uno dei due. Tranquilli, domani sarà peggio,ho concluso. Dalle loro facce nauseate credo di non aver sbagliato oracolo.

Il sole ancora non era calato, e Little Boss fa: andiamo a giocare a bowling?

Di nuovo, sono anni che non gioco a bowling, ho pensato. E qui la conclusione è partita da sé: sono anni che non fai un cavolo di nulla!

In pratica la sala da bowling l’abbiamo aperta noi, se la russa che la gestisce mi dava una scopa sono certa che le avrei dato una mano. Che nomi mietto ragazzi?, ha chiesto poi. Mi fa sempre un po’ strano sentir parlare un russo, sembra a volte la caricatura di se stesso (un po’ come i cinesi di prima), solo che mi ributta anche negli anni ’80, in mezzo alla Guerra Fredda, e mi aspetto sempre che ne esca fuori uno scontro tra spie in stile James Bond.

Drugo, Bunny e Maude, gli faccio. Mi aspetto che qualcuno, se non lei almeno il tizio che ci dà le scarpette, colga la citazione. Ma non siamo in una sala da bowling? Possibile che nessuno, qui, abbia visto Il grande Lebowski?

A quanto pare no, visto che il tizio quasi si incazza a sentir nominare Drugo. Niente Drughi, qui! La porta è quella!

E ora siamo pari, perché come lui non ha colto la mia, di citazione, io non raccolgo la sua. Ci vuole l’Amico Speciale per spiegarmi che i Drughi sono i tifosi della Juve. Abbiamo incappato in un Interista, si vede. Maledetto calcio…

Chiarite le cose ripeto quattro volte Bunnyalla russa. Vanny?, chiede. No, Bunny, con la B di Bologna. Ah, come il coniglio!, mi fa lei. Mi arrendo. Mi becco il nome del coniglio sullo schermo. Accontentiamoci.

Little Boss rischia di rompere la pista un paio di volte, io invece pensavo peggio, un paio di Strikeli infilo (ma mai quanti i miei Gutter), con il risultato finale che, ancora oggi, mi fa male il gluteo sinistro e il braccio destro: una vera campionessa! Alla fine vince Drugo, come da copione. Magari se mi davo il nome di Jesusavevo qualche possibilità.

Più tardi l’Amico Speciale mi scopre a guardarlo mentre sorrido.

Che c’è?, Che sorridi?, mi fa.

Niente. Ah, che risposta fastidiosa. La dico apposta. Ma poi non reggo e gli dico:

È che sto bene.

E questo è il massimo della dichiarazione che posso fargli al momento. Ma lui lo sa. E restiamo abbracciati fino a che Little Boss non ci dice: mi fate venire il diabete!

Lettera a Te

post 157

Mi hai mandato un messaggio, ieri, Stasera proverò a scriverti, ma poi no, non ce l’hai fatta e io, che invece stamani volevo scriverti sul canale privato, mi trovo a farlo qui. Qui perché. Qui perché resta insieme a tutta la mia altra vita, qui perché è questo un momento in cui le certezze me le faccio scivolare tra le dita come sabbia e tu e lei, tu e Little Boss siete da sempre le mie certezze, i chiodi ai quali attaccare i fili della mia vita, le due persone che danno un significato all’Amore. e quindi forse di scrivere di te e a te ho bisogno ora, in questo momento in cui le certezze scivolano e ho bisogno di un granello che risplenda in mezzo a tutti gli altri.

Mi dici, mi sa che sei busy, come si dice qua, il linguaggio dei folletti è come il nostro, alla fine, sì, sono busy, lo chiedo spesso anche a Osaro (il mio collega nigeriano, ricordi? Ci hai parlato per telefono), Osaro, are you busy?, quando ho bisogno di una mano, e lui no, non è mai troppo busyper me,  arriva al volo, ‘sta specie di acciuga, stende le pizze per me, mi aiuta a pulire, Thanks, gli faccio, e poi sperimento un po’, Danke, Gracias, Merci, sia mai gli venisse la voglia delle lingue, che poi alla fine Grazieè l’unica parola che so in tutte le lingue del mondo, io Ti amoinvece non so dirlo, citando il film, io Ti amo sono restia a dirlo, lo sono, lo ero, chi lo sa, so solo che all’Amico Speciale non lo dico e non me lo faccio dire mai, forse è scaramanzia vista l’ultima volta che l’ho detto, forse non ha più il sapore giusto, ora, o non serve, non ha scopi.

E potrei scrivere come mille altre volte che mi manchi, ma in realtà non è proprio così, c’è sempre una parte di te che è me, che si è depositata negli anni in fondo al mio cuore, e quando dico Amica non va bene e quando dico Sorella ci sono già più vicina, ma no, non è esatto, dovrei inventarmelo un appellativo per te, un nuovo sostantivo che ci descriva, ma proprio io che amo inventare le parole e giocarci non ho idee. Allora dirò solo che sei un’Ale per me, ti renderò metafora, nel mio piccolo mondo il tuo nome avrà per sempre il significato di un sentimento che è tutto nostro, privato, inspiegabile al resto del mondo, ma che ce ne frega, mica è obbligatorio spiegare, obbligatorio è vivere, quello sì.

In questo momento in cui le certezze scivolano, ti ritrovo, come sempre, fragile corpo di quercia accanto al mio anche a miglia di distanza, la mia incasinata Ale.

E oggi ho voglia di dedicarti una canzone che ha un titolo che ci siamo dette milioni di volte, è un inno a quello che siamo quando siamo insieme, sopravvissute, nonostante tutto e tutti. Sopravvivremo perché ci sono Amori nella nostra vita che sono certezze, che sono veri, che non hanno bisogno di aspettative. Perché, nonostante tante volte ci siamo ripetute che non ne siamo capaci, invece, noi, sappiamo amare.

 

 

 

La sfida più difficile

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L’unico giorno in cui posso fare la buca nel letto l’Amico Speciale va a lavoro presto, sciottola in cucina, ci tiene ad abbracciarmi stretta prima di uscire, lui, che appena apre gli occhi è già super attivo. Io, che appena apro gli occhi sono uno zombie, ho bisogno di litri di caffè e almeno mezz’ora di silenzio assoluto. I risvegli con lui per me sono un piccolo trauma e non c’è nulla da fare, lui si diverte tantissimo a vedermi così.

Ho provato a tornare a dormire, nulla da fare, una volta sveglia sono sveglia e inizio a detestare il letto, mi sta proprio antipatico quando non serve alla sua funzione, quando Morfeo se ne va me ne devo andare anche io.

Mi risveglio in una casa stranamente silenziosa, Little Boss è da suo padre, la vado a prendere tra poco. L’ha portata al mare, il mio ex, per la prima volta dall’inizio dell’estate, gli era presa una specie di ripicca, sono mesi che le tiene il muso, che le rivolge a stento la parola, che la punisce perché non mi odia come fa lui, non capisce che il mondo non funziona con le fazioni, che se qualcuno non odia chi odia lui non è un nemico necessariamente, ma è tutto inutile, nessuno riesce a farlo ragionare e chi ci rimette è una bambina che si trova un padre a metà, un padre che non sa fare il padre, che non ne è proprio capace. Poteva andare peggio, mi dico a volte, poteva fare di peggio, ma ogni volta che ci penso mi rendo conto che non lo so pensare, questo peggio, penso dalla parte di chi è genitore e mi arrabbio tantissimo. Ma no, più che la rabbia mi morde la preoccupazione.

Sono talmente preoccupata che la sogno la notte, Little Boss, la sogno ribelle, la sogno triste, la sogno infelice. Poi mi sveglio, vado in camera sua, la guardo mentre dorme pacifica, la pace di chi ancora non ha fatto quello scalino nel mondo dei grandi, solo quando dorme riesco a vederla così, ancora una bambina, ancora un esserino indifeso, come quando aveva pochi mesi e si addormentava tutta rannicchiata sul mio petto, il faccino tondo rivolto in su, la manina stretta al mio dito. Per anni mi sono chiesta se questa separazione l’avesse turbata: chiedevo a chiunque di darmi un’opinione, Ma secondo te sta bene?, la vedi tranquilla?, a scuola avevo mobilitato tutte le maestre, poi alle medie anche i professori, ma la risposta era sempre la stessa: è allegra, solare, sta bene con i compagni, va bene in tutte le materie. E allora alla fine ho smesso di chiederlo agli altri, lo chiedo a lei, ora, la abbraccio e glielo chiedo, oppure la abbraccio e basta, a lei ancora piace se la abbraccio, ancora lo vuole quel calore, vuole i baci a consumare le guance, vuole sentire che ci sono, che le voglio bene, che non la lascerò. Ancora vuole tutte queste cose, che sono le cose che voglio anche io, e quindi tra di noi tutto va bene. Ma sono preoccupata lo stesso. Un po’ lo sono per natura, una che si preoccupa, un po’ so che non sarò in grado di salvarla dalle delusioni, dal dolore, al limite potrò cercare di non dagliele io, ma anche su questo come posso garantire? Come posso dire ora che non la deluderò mai quando so per prima che tutti i genitori, prima o poi, per un motivo o un altro, deludono?

Era un giorno di novembre, dopo la raccolta delle olive. Faceva freddissimo e io e il mio ex siamo andati in un bar a berci una cioccolata calda. Ero vestita come l’omino della Michelin, forse avevo proprio una giacca con la scritta Michelin a dire il vero, ero stanca ma felice, non mi ricordo nemmeno più perché. È stato in quel momento, mentre soffiavo sulla tazza, che ho deciso. E ho deciso io, non ricordo di aver chiesto, ricordo di aver comunicato. Avevo 27 anni e volevo un figlio.

È stato in quel momento che la mia vita è cambiata. È stato in quel momento che ho intrapreso la sfida più difficile della vita.

Una sfida alla quale non rinuncerei mai per tutto l’oro del mondo.

 

Siamo quasi a un anno di blog e tiro qualche filo perché è un sabato pomeriggio pigro e caldo

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Tra sei giorni sarà un anno che ho aperto questo blog.

L’ho aperto per un motivo preciso, per farmi passare una super mega cotta simil adolescenziale per un tizio di nome TDL (Tizio Della Luna). Ma nel frattempo sono successe molte cose. Ho incontrato lo Shogun. Poi lui è sparito,talmente beneche ora ho quasi l’impressione di essermelo inventato. E dopo due storie che io credevo d’amore ho realizzato una sola cosa: che l’amore ancora non ho capito cosa sia, come trattarlo e soprattutto come uscirne.  Se ne esce benino quando l’altro scompare, si fantasmizza, perché nella tua testa e nel tuo cuore resta solo una cornice come di sogno, e se fai un bel lavoro anche gli oggetti si fantasmizzano. Certo, ci sono cose che restano, ci sono ponti che non cadono. Ma è più facile.

Lo è meno con chi resta e insiste, come TDL, a tirare il gomitolo di lana al gatto. La mia condizione felina a volte mi farebbe venire voglia di prenderlo, quel gomitolo. Il mio corpo ancora qualche volta mi gioca brutti scherzi, ma diciamo che l’ho presa come una nuova condizione. Nulla che abbia a che fare con il cuore.

Perché se c’è una cosa che Ale mi ha detto e di cui mi convinco giorno dopo giorno è che amare è una scelta.

Sbagliata, nel mio caso. Ho un certo radar che chissà dove si nasconde, forse tra la scapola e la spalla, che mi indirizza verso gli uomini sbagliati. Che poi, sbagliati… mica è del tutto vero. Solo che a me piace ancora pensarlo, che esistano uomini giusti e uomini sbagliati, che se sono giusti tutto è facile e se sono sbagliati si vede subito. E lo so da sola che è una conclusione del tutto fuorviante, che questo sì che lastrica il sentiero di mattoni gialli di difficoltà e infelicità, perchè dentro di me credo alle favole. Tutta colpa di Jane Austen, diceva un libro. È che essere realista non è che mi piaccia sempre sempre. Ogni tanto godo anche a sognare di credere, a sognare di fidarmi, quando in realtà faccio sempre più fatica.

E così la mia vita si allunga, senza allargarsi, come ricordava Non mi ricordo più chi.

Spezzare la corazza, che metto e levo senza alcun senso logico, non è poi così facile.

Ho iniziato dicendo che i 365 giorni iniziali sono quasi passati. E sì, sto meglio, ho una vita che alla fine mi sembra quasi normale, che poi alla fine è l’unica cosa che ho risolto davvero in questo ultimo anno: il mio conflitto spazio-armadio.

Ma siccome sono io… qualcosa mi dice che non sono in zona sicurezza. Che non mi posso rilassare. Che non mi devo rilassare, soprattutto, che devo stare attenta, che ricadere nel sonnambulismo cronico della non vita (che, appunto si allunga senza allargarsi mai) è un attimo. Dove i giorni sono tutti uguali, dove le cose sono sempre le stesse, dove io non sono altro che un corpo che cammina, lavora, fa l’amore, mangia.

Qualcuno dice che la vita senza quella follia scioglimembra che è l’amore non ha senso. Qualcun altro lo rifugge (e capisco ora perché). C’è chi lo vive e ne è felice.

Io, devo dirlo, la differenza l’ho notata. In me, dico. Ma non so se fosse davvero una cosa positiva. A conti fatti ho sofferto davvero troppo per augurarmi di innamorarmi di nuovo.

Che è la frase più triste che un essere umano posso scriversi…