Autumn in the Moonverse

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Ho scaricato un’applicazione sul telefono per aiutarmi nell’alimentazione. Monitoro più o meno quello che mangio e i nutrienti in fondo alla giornata, giusto per capire se sto mangiando abbastanza. Sono tre settimane ormai e devo dire che ho iniziato a fare progressi. Il mio problema principale era il fatto di non avere mai fame, saltare i pasti a piè pari, magiare cibo casuale. Il risultato principale è stato un affaticamento generale, come è ovvio. Ora a inizio settimana scrivo un menù e cerco di rispettarlo. Vario i carboidrati del pranzo, ciò implica che a volte mi porto il tegamino a lavoro: riso, farro, etc. Il mio capo e i miei colleghi mi prendono in giro, Chi si porta da mangiare al Ristorante?, ma ormai ci ho fatto il callo e devo dire che pensare al cibo mi fa sì un’enorme fatica, ma ci metto sempre meno tempo e la mia energia si sta accrescendo. Mi sveglio meglio, ho più voglia di fare le cose, sono più produttiva (il che, per una come me è il risultato principale).

Questa applicazione si connette automaticamente ai dati di un’altra app preinstallata nel mio telefono, Salute, che invece regista i passi che faccio durante il giorno (se tengo il telefono in tasca). Ho scoperto cose interessanti, qui: durante la settimana percorro una media di 7 chilometri al giorno durante le ore di lavoro, con picchi a 10 chilometri quando la sala è bella piena. Sono tanti passi. Ora capisco perché sono stanca, a volte.

Ma nonostante le mie applicazioni mi facciano capire che, tabacco a parte, sto facendo una vita sana (ok ok: solo dal punto di vista della non sedentarietà e dell’alimentazione: per lo stress non ci sono app), ho accettato di accompagnare Little Boss in palestra, che ha espresso questo desiderio per il suo compleanno (che è giovedì). Un mese di prova.

Ecco. La palestra. Vogliamo parlarne? Un posto dove tre quarti delle persone va per fare vita sociale e mostrare i completini del Decathlon. Ma cosa c’entro io, lì? Nulla, ve lo dico io. Ma Little Boss si è fissata e anche se so perfettamente che non è un posto neppure per lei (la sua posizione preferita è stesa sul divano o sul letto e se le faccio fare due passi a piedi si lamenta che è stanca), io sono sua madre e devo incoraggiarla, giusto? Ho provato con Facciamo delle belle passeggiate, qui intorno è perfetto, cavolo, stiamo in piena campagna, ci sono sentieri, anelli (ce ne è uno che facevo da sola l’anno passato completamente immerso nel verde, 7 chilometri di pura bellezza), ma nulla, lei ha 13 anni tra 4 giorni e ha le sue fisse che legge su articolini che ai miei tempi sarebbero apparsi su Cioè, e che oggi sono tutti on line sulle pagine Instagram. Quindi la accontento, mio malgrado. Si troverà una settimana da incubo, con il martedì occupato dalle lezioni di chitarra e canto (e la sera il dentista, visto che abbiamo deciso che metterà anche l’apparecchio fisso), il mercoledì e venerdì palestra, il giovedì lezione di yoga: ma si può vivere così a 13 anni?, mi chiedo. Lei non vede l’ora. Io mi auguro che le passi subito.

Insomma, questo autunno si apre con tutti questi propositi che la gente considera salutistici, mentre io non ne sono poi così convinta: sono vecchio stampo. E faccio 7 chilometri di media al giorno lavorando.

Intanto penso a nutrire anche il mio cervello, però. E leggo tanto. E penso anche a nutrire il mio cuore. E ho fatto pace con AS. Senza cedere, stavolta, solo tentando di portarlo davanti al mio punto di vista (una cosa difficilissima da capire per un uomo, lo so, e infatti lui annuiva a annuiva, ma chissà che ha capito).

Ed è andata a finire che sono giorni che mi fa regali, lui che di principio non ne faceva mai a nessuno. Io, che invece capisco un po’ di più il punto di vista maschile, me lo ha insegnato il Dottor Minchione nel suo libro, so che lo fa per farsi perdonare. Non è il mio stile, accettare regali in cambio di offese, ma so cha a lui fa stare meglio. E quindi sto meglio anche io.

Alla fine non è così difficile capire che le donne vogliono solo non essere trascurate. Io preferisco una carezza o un abbraccio o una parola, ma anche un paio di scarpe vanno bene.

E ora sono già le 8.25 di un lunedì mattina di festa, devo scappare a fare la spesa per il compleanno della mia piccola che si sta facendo grande. Ho in serbo per lei stavolta un sacco di effetti speciali. Vorrei che ricordasse questo giorno. E anche, egoisticamente, che ricordasse quanto la amo.

P.s. Il lunedì faccio di solito un migliaio di passi: vorrei che almeno la mia domenica restasse così… sull’intoccabilità del lunedì Little Boss concorda.

 

 

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Funziona così:

Funziona così: quando qualcosa non va io ci provo a glissare, mi dico: non sei così ferita, te lo dovevi aspettare, dopotutto. Mi metto sul divano, accendo la tv, ci metto ore a scegliere un film, mi dirigo sugli horror, poi magari è una cagata, allora magari un bel thriller, ne scelgo uno del tutto a caso, la tv on demand ha troppa offerta, diamine!, ne posso vedere talmente tanti che non me ne va più uno.

Poi mi ricordo che io i film, da sola, non sono in grado di guardarli. È come se fosse una cosa che si può fare solo con la compagnia giusta. Tipo quella dell’Amico Speciale. Ecco, solo con lui e Little Boss sono riuscita, negli ultimi anni, a guardare la tv sentendomi tranquilla. Che poi, mi dico, se non guardo la tv e invece mi leggo un libro non è meglio? Certo che lo è. Solo che mi rompe avere un handicap. Anche se l’handicap alla fine non è che mi rovina la vita.

Insomma, comunque, stasera mi sono messa sul divano, ho pigiato i tasti del telecomando come una pazza in cerca di un film sulle ben 3 app di film on demand che ho sulla tv, ne ho scelto uno, Escape room e ho dato il via. Solo che il film non era ancora iniziato che ho iniziato a sentire qualcosa, come un formicolio. Come se non fosse giusto risolvere così. Come se non fossi nel giusto a cercare di non tirare fuori la rabbia e il dolore che ho dentro.

Ed eccomi qui, con sommo dispiacere vostro immagino, a vomitare di nuovo cose.

Il fatto è che la tv la guardavo da sola perché l’Amico Speciale stasera l’ho spedito fuori da casa mia.

Certo, io ho avuto una giornata impegnativa, mi sono alzata prestissimo (stanotte), ho lavorato 10 ore, sono andata a prendere Little Boss a scuola al volo approfittando di una breve pausa dal lavoro, sono tornata a casa per riposare, cercando di soffocare i sensi di colpa nei confronti di mia figlia (dopotutto per lei è sabato, non è colpa sua se io lavoro tanto nel weekend).

Il problema più grande che ho con l’Amico Speciale è il mio passato: non riesco a scrollarmi di dosso la relazione con il mio ex, durata tanto, più di 15 anni, e che mi ha ferito in tanti modi, ma in particolare in due modi. E c’erano delle dinamiche che per spossatezza avevo preso per normali che se rivivo ora mi colpiscono duro. Ci sono cose che il mio ex faceva e che mi facevano male. Ma io avevo smesso di dirlo: per non litigare, per non essere sempre quella che rompe le balle, perché, alla fine, non cambiava nulla. Ecco, quelle cose, quelle dinamiche, io le subivo. E basta. E ora, per un presunto rispetto di me stessa, non sono più capace di tollerarle.

Gli ho detto le cose in un modo molto crudo, lo so, quando mi ci metto sono terribile, sono un cane ferito che morde chiunque tenti di aiutarlo, sono rigida di una rigidità che di solito non mi è consona, sono il dittatore che afferma: questa è casa mia e io faccio le regole e questo non è ammesso, ma hai sempre l’opzione porta: mica viviamo insieme, mica siamo sposati, mica mi devi nulla e non ti devo nulla: vivi la tua vita come meglio credi, ma anche io devo fare lo stesso.

E io stasera ho affermato. Certo, mentre pulivo il lavello come quella che sono, una nevrotica, mentre sfacevo la lavastoviglie, che a me non piacciono le conversazioni incazzate se sto seduta, devo fare qualcosa per farmi passare la rabbia, la frustrazione.

Il risultato è sempre lo stesso: sono sola. Lui ci deve pensare. E siccome un po’ di empatia ce l’ho, io lo capisco: perché attaccarsi una sanguisuga ai coglioni che critica il mio modo di passare le giornate, che mi fa sentire una brutta copia del suo ex?

Beh. Nemmeno io la voglio, questa brutta copia.

Sono stanca di essere ferita sempre nello stesso modo.

Io questa strada l’ho già percorsa.

Non credo di meritarmelo.

E se invece sì, se invece mi merito questo, beh, allora sarà la solitudine quella mi meriterò di più.

Quello che mi fa più male, in assoluto, è che, alla fine, io queste cose me le aspettavo. Non mi stupiscono.

Ho esaurito la capacità di sorprendermi…

A volte sto anche bene

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La settimana inizia così: una tazza di caffè mentre Little Boss ancora dorme, un salutino a Raschio, una candela alla vaniglia e i mille pensieri che mi affollano la mente.  Ho una To do list zeppa questa settimana, che è l’ultima di lavoro prima delle ferie.

Ho quindi voglia di cullarmi ancora un po’ nel dolce far niente, prima di partire alla carica. Ho voglia di scrivere qui, ancora.

Ho passato un sabato busy, come direbbe la mia Ale, il lavoro mi ha stroncato le ginocchia, ma una promessa è una promessa (mi pare sia anche il titolo di un film, sbaglio?) e ho dovuto accompagnare Little Boss in Città per sostituire il vetro del suo telefono. Trovo molto interessante il luogo verso il quale ci siamo dirette: un buco semi nascosto dove tre ragazzini (proprio: ragazzini) cinesi hanno dato un’occhiata veloce al suo smartphone e hanno detto: sessantacinque, tla mezz’ola. E in mezz’ora in effetti, mentre io, Little Boss e l’Amico Speciale ci deliziavamo il palato con una specie di the con le bolle di gelatina (se mai vi capita di andare in un Bobble Bobble non scegliete il Matcha: fa schifo alla grande, specie con le palline di Tapioca), hanno cambiato il vetro, perfetti, precisi, con la metà dei soldi che mi chiedeva il Centro Apple. Stupefacente.

Dopo questo gran risparmio ho ritenuto giusto invitare tutti per un aperitivo e una cena, quindi dopo un Coca-prosecco-birra ci siamo diretti in un locale da gourmet, adatto alle mie tasche (se voglio andare in ferie le mie tasche devono essere strettine): il mitico Mc Donald. Erano anni che non ci andavo, credo di averci portato Little Boss solo due volte e lei se ne ricorda solo una, quindi la prima volta mi sa che più che mangiare ha giocato con lo scivolo lì fuori, con grande guadagno per la sua salute. Mentre eravamo in fila, due ragazzini (l’età sarà stata quella dei cinesi del negozio) si sono fatti portare al tavolo ben 20 cheeseburger. Interessante modo di passare il sabato sera, ha detto l’Amico Speciale. Ma loro sembravano felici di quella pseudo sfida spacca stomaco. Lo sembravano un po’ meno quando io e Little Boss gli siamo passate davanti dopo una ventina di minuti per andare in bagno. Mi sono fermata davanti alle carte unte e appallottolate, erano quasi alla fine: come va ragazzi?,ho chiesto. Insomma…, ha risposto uno dei due. Tranquilli, domani sarà peggio,ho concluso. Dalle loro facce nauseate credo di non aver sbagliato oracolo.

Il sole ancora non era calato, e Little Boss fa: andiamo a giocare a bowling?

Di nuovo, sono anni che non gioco a bowling, ho pensato. E qui la conclusione è partita da sé: sono anni che non fai un cavolo di nulla!

In pratica la sala da bowling l’abbiamo aperta noi, se la russa che la gestisce mi dava una scopa sono certa che le avrei dato una mano. Che nomi mietto ragazzi?, ha chiesto poi. Mi fa sempre un po’ strano sentir parlare un russo, sembra a volte la caricatura di se stesso (un po’ come i cinesi di prima), solo che mi ributta anche negli anni ’80, in mezzo alla Guerra Fredda, e mi aspetto sempre che ne esca fuori uno scontro tra spie in stile James Bond.

Drugo, Bunny e Maude, gli faccio. Mi aspetto che qualcuno, se non lei almeno il tizio che ci dà le scarpette, colga la citazione. Ma non siamo in una sala da bowling? Possibile che nessuno, qui, abbia visto Il grande Lebowski?

A quanto pare no, visto che il tizio quasi si incazza a sentir nominare Drugo. Niente Drughi, qui! La porta è quella!

E ora siamo pari, perché come lui non ha colto la mia, di citazione, io non raccolgo la sua. Ci vuole l’Amico Speciale per spiegarmi che i Drughi sono i tifosi della Juve. Abbiamo incappato in un Interista, si vede. Maledetto calcio…

Chiarite le cose ripeto quattro volte Bunnyalla russa. Vanny?, chiede. No, Bunny, con la B di Bologna. Ah, come il coniglio!, mi fa lei. Mi arrendo. Mi becco il nome del coniglio sullo schermo. Accontentiamoci.

Little Boss rischia di rompere la pista un paio di volte, io invece pensavo peggio, un paio di Strikeli infilo (ma mai quanti i miei Gutter), con il risultato finale che, ancora oggi, mi fa male il gluteo sinistro e il braccio destro: una vera campionessa! Alla fine vince Drugo, come da copione. Magari se mi davo il nome di Jesusavevo qualche possibilità.

Più tardi l’Amico Speciale mi scopre a guardarlo mentre sorrido.

Che c’è?, Che sorridi?, mi fa.

Niente. Ah, che risposta fastidiosa. La dico apposta. Ma poi non reggo e gli dico:

È che sto bene.

E questo è il massimo della dichiarazione che posso fargli al momento. Ma lui lo sa. E restiamo abbracciati fino a che Little Boss non ci dice: mi fate venire il diabete!

Lettera a Te

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Mi hai mandato un messaggio, ieri, Stasera proverò a scriverti, ma poi no, non ce l’hai fatta e io, che invece stamani volevo scriverti sul canale privato, mi trovo a farlo qui. Qui perché. Qui perché resta insieme a tutta la mia altra vita, qui perché è questo un momento in cui le certezze me le faccio scivolare tra le dita come sabbia e tu e lei, tu e Little Boss siete da sempre le mie certezze, i chiodi ai quali attaccare i fili della mia vita, le due persone che danno un significato all’Amore. e quindi forse di scrivere di te e a te ho bisogno ora, in questo momento in cui le certezze scivolano e ho bisogno di un granello che risplenda in mezzo a tutti gli altri.

Mi dici, mi sa che sei busy, come si dice qua, il linguaggio dei folletti è come il nostro, alla fine, sì, sono busy, lo chiedo spesso anche a Osaro (il mio collega nigeriano, ricordi? Ci hai parlato per telefono), Osaro, are you busy?, quando ho bisogno di una mano, e lui no, non è mai troppo busyper me,  arriva al volo, ‘sta specie di acciuga, stende le pizze per me, mi aiuta a pulire, Thanks, gli faccio, e poi sperimento un po’, Danke, Gracias, Merci, sia mai gli venisse la voglia delle lingue, che poi alla fine Grazieè l’unica parola che so in tutte le lingue del mondo, io Ti amoinvece non so dirlo, citando il film, io Ti amo sono restia a dirlo, lo sono, lo ero, chi lo sa, so solo che all’Amico Speciale non lo dico e non me lo faccio dire mai, forse è scaramanzia vista l’ultima volta che l’ho detto, forse non ha più il sapore giusto, ora, o non serve, non ha scopi.

E potrei scrivere come mille altre volte che mi manchi, ma in realtà non è proprio così, c’è sempre una parte di te che è me, che si è depositata negli anni in fondo al mio cuore, e quando dico Amica non va bene e quando dico Sorella ci sono già più vicina, ma no, non è esatto, dovrei inventarmelo un appellativo per te, un nuovo sostantivo che ci descriva, ma proprio io che amo inventare le parole e giocarci non ho idee. Allora dirò solo che sei un’Ale per me, ti renderò metafora, nel mio piccolo mondo il tuo nome avrà per sempre il significato di un sentimento che è tutto nostro, privato, inspiegabile al resto del mondo, ma che ce ne frega, mica è obbligatorio spiegare, obbligatorio è vivere, quello sì.

In questo momento in cui le certezze scivolano, ti ritrovo, come sempre, fragile corpo di quercia accanto al mio anche a miglia di distanza, la mia incasinata Ale.

E oggi ho voglia di dedicarti una canzone che ha un titolo che ci siamo dette milioni di volte, è un inno a quello che siamo quando siamo insieme, sopravvissute, nonostante tutto e tutti. Sopravvivremo perché ci sono Amori nella nostra vita che sono certezze, che sono veri, che non hanno bisogno di aspettative. Perché, nonostante tante volte ci siamo ripetute che non ne siamo capaci, invece, noi, sappiamo amare.

 

 

 

La sfida più difficile

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L’unico giorno in cui posso fare la buca nel letto l’Amico Speciale va a lavoro presto, sciottola in cucina, ci tiene ad abbracciarmi stretta prima di uscire, lui, che appena apre gli occhi è già super attivo. Io, che appena apro gli occhi sono uno zombie, ho bisogno di litri di caffè e almeno mezz’ora di silenzio assoluto. I risvegli con lui per me sono un piccolo trauma e non c’è nulla da fare, lui si diverte tantissimo a vedermi così.

Ho provato a tornare a dormire, nulla da fare, una volta sveglia sono sveglia e inizio a detestare il letto, mi sta proprio antipatico quando non serve alla sua funzione, quando Morfeo se ne va me ne devo andare anche io.

Mi risveglio in una casa stranamente silenziosa, Little Boss è da suo padre, la vado a prendere tra poco. L’ha portata al mare, il mio ex, per la prima volta dall’inizio dell’estate, gli era presa una specie di ripicca, sono mesi che le tiene il muso, che le rivolge a stento la parola, che la punisce perché non mi odia come fa lui, non capisce che il mondo non funziona con le fazioni, che se qualcuno non odia chi odia lui non è un nemico necessariamente, ma è tutto inutile, nessuno riesce a farlo ragionare e chi ci rimette è una bambina che si trova un padre a metà, un padre che non sa fare il padre, che non ne è proprio capace. Poteva andare peggio, mi dico a volte, poteva fare di peggio, ma ogni volta che ci penso mi rendo conto che non lo so pensare, questo peggio, penso dalla parte di chi è genitore e mi arrabbio tantissimo. Ma no, più che la rabbia mi morde la preoccupazione.

Sono talmente preoccupata che la sogno la notte, Little Boss, la sogno ribelle, la sogno triste, la sogno infelice. Poi mi sveglio, vado in camera sua, la guardo mentre dorme pacifica, la pace di chi ancora non ha fatto quello scalino nel mondo dei grandi, solo quando dorme riesco a vederla così, ancora una bambina, ancora un esserino indifeso, come quando aveva pochi mesi e si addormentava tutta rannicchiata sul mio petto, il faccino tondo rivolto in su, la manina stretta al mio dito. Per anni mi sono chiesta se questa separazione l’avesse turbata: chiedevo a chiunque di darmi un’opinione, Ma secondo te sta bene?, la vedi tranquilla?, a scuola avevo mobilitato tutte le maestre, poi alle medie anche i professori, ma la risposta era sempre la stessa: è allegra, solare, sta bene con i compagni, va bene in tutte le materie. E allora alla fine ho smesso di chiederlo agli altri, lo chiedo a lei, ora, la abbraccio e glielo chiedo, oppure la abbraccio e basta, a lei ancora piace se la abbraccio, ancora lo vuole quel calore, vuole i baci a consumare le guance, vuole sentire che ci sono, che le voglio bene, che non la lascerò. Ancora vuole tutte queste cose, che sono le cose che voglio anche io, e quindi tra di noi tutto va bene. Ma sono preoccupata lo stesso. Un po’ lo sono per natura, una che si preoccupa, un po’ so che non sarò in grado di salvarla dalle delusioni, dal dolore, al limite potrò cercare di non dagliele io, ma anche su questo come posso garantire? Come posso dire ora che non la deluderò mai quando so per prima che tutti i genitori, prima o poi, per un motivo o un altro, deludono?

Era un giorno di novembre, dopo la raccolta delle olive. Faceva freddissimo e io e il mio ex siamo andati in un bar a berci una cioccolata calda. Ero vestita come l’omino della Michelin, forse avevo proprio una giacca con la scritta Michelin a dire il vero, ero stanca ma felice, non mi ricordo nemmeno più perché. È stato in quel momento, mentre soffiavo sulla tazza, che ho deciso. E ho deciso io, non ricordo di aver chiesto, ricordo di aver comunicato. Avevo 27 anni e volevo un figlio.

È stato in quel momento che la mia vita è cambiata. È stato in quel momento che ho intrapreso la sfida più difficile della vita.

Una sfida alla quale non rinuncerei mai per tutto l’oro del mondo.

 

Siamo quasi a un anno di blog e tiro qualche filo perché è un sabato pomeriggio pigro e caldo

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Tra sei giorni sarà un anno che ho aperto questo blog.

L’ho aperto per un motivo preciso, per farmi passare una super mega cotta simil adolescenziale per un tizio di nome TDL (Tizio Della Luna). Ma nel frattempo sono successe molte cose. Ho incontrato lo Shogun. Poi lui è sparito,talmente beneche ora ho quasi l’impressione di essermelo inventato. E dopo due storie che io credevo d’amore ho realizzato una sola cosa: che l’amore ancora non ho capito cosa sia, come trattarlo e soprattutto come uscirne.  Se ne esce benino quando l’altro scompare, si fantasmizza, perché nella tua testa e nel tuo cuore resta solo una cornice come di sogno, e se fai un bel lavoro anche gli oggetti si fantasmizzano. Certo, ci sono cose che restano, ci sono ponti che non cadono. Ma è più facile.

Lo è meno con chi resta e insiste, come TDL, a tirare il gomitolo di lana al gatto. La mia condizione felina a volte mi farebbe venire voglia di prenderlo, quel gomitolo. Il mio corpo ancora qualche volta mi gioca brutti scherzi, ma diciamo che l’ho presa come una nuova condizione. Nulla che abbia a che fare con il cuore.

Perché se c’è una cosa che Ale mi ha detto e di cui mi convinco giorno dopo giorno è che amare è una scelta.

Sbagliata, nel mio caso. Ho un certo radar che chissà dove si nasconde, forse tra la scapola e la spalla, che mi indirizza verso gli uomini sbagliati. Che poi, sbagliati… mica è del tutto vero. Solo che a me piace ancora pensarlo, che esistano uomini giusti e uomini sbagliati, che se sono giusti tutto è facile e se sono sbagliati si vede subito. E lo so da sola che è una conclusione del tutto fuorviante, che questo sì che lastrica il sentiero di mattoni gialli di difficoltà e infelicità, perchè dentro di me credo alle favole. Tutta colpa di Jane Austen, diceva un libro. È che essere realista non è che mi piaccia sempre sempre. Ogni tanto godo anche a sognare di credere, a sognare di fidarmi, quando in realtà faccio sempre più fatica.

E così la mia vita si allunga, senza allargarsi, come ricordava Non mi ricordo più chi.

Spezzare la corazza, che metto e levo senza alcun senso logico, non è poi così facile.

Ho iniziato dicendo che i 365 giorni iniziali sono quasi passati. E sì, sto meglio, ho una vita che alla fine mi sembra quasi normale, che poi alla fine è l’unica cosa che ho risolto davvero in questo ultimo anno: il mio conflitto spazio-armadio.

Ma siccome sono io… qualcosa mi dice che non sono in zona sicurezza. Che non mi posso rilassare. Che non mi devo rilassare, soprattutto, che devo stare attenta, che ricadere nel sonnambulismo cronico della non vita (che, appunto si allunga senza allargarsi mai) è un attimo. Dove i giorni sono tutti uguali, dove le cose sono sempre le stesse, dove io non sono altro che un corpo che cammina, lavora, fa l’amore, mangia.

Qualcuno dice che la vita senza quella follia scioglimembra che è l’amore non ha senso. Qualcun altro lo rifugge (e capisco ora perché). C’è chi lo vive e ne è felice.

Io, devo dirlo, la differenza l’ho notata. In me, dico. Ma non so se fosse davvero una cosa positiva. A conti fatti ho sofferto davvero troppo per augurarmi di innamorarmi di nuovo.

Che è la frase più triste che un essere umano posso scriversi…

Di Marziani e Venusiane (ma sopratutto Marziani)

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Una volta scrivevo un sacco di recensioni.  Era uno dei miei punti forti, scriverle, mi piaceva dire la mia, far conoscere autori semi sconosciuti, privilegiare alcuni aspetti di un testo, screditarne altri. Insomma, il mio lato maestrinaveniva fuori alla grande. Ho iniziato in un forum di appassionati di libri, proseguito sul mio (primo) blog e terminato, in pratica, su una rivista on line. Lo faccio ancora, a volte, di scrivermi qualcosa su ciò che leggo, ma lo faccio in privato, in cartaceo per lo più.

Tutta questa premessa l’ho scritta per dire che questa non èuna recensione. Per prima cosa si recensisce un libro terminato, e io, questo libro, non l’ho ancora finito. Poi si indicano autore e titolo, e io non lo farò.

Il libro in questione lo chiamerò Il famoso libro sui rapporti di coppia(IFLSRDC: abbreviato: LRC), l’autore è il Grande psicologo(GP). E questo vi basti.

GP è diventato famoso con questi libri (ebbene sì, ce ne sono più di uno), ha venduto milioni di copie e fa seminari da anni. L’obiettivo è uno solo: dire a uomini e donne che non si capiscono solo perché parlano lingue diverse. In pratica si pone come interprete. E fin qui la logica non fa una grinza: che uomini e donne la pensino diversamente è noto a tutti.

Una piccola parentesi: come sono approdata in questi felici lidi cartacei? Qualcuno, ma giuro non mi ricordo chi, sennò lo ripescherei e gliene direi quattro, me lo ha consigliato, nonostante il titolo, che mi ispirava come il lampredotto a colazione. E dopo anni da questo consiglio, forse giunta a dovuta maturazione (io), dopo gli insuccessi plurimi dei miei rapporti (o tentati rapporti, parlando di cose recenti), mi sono detta: why not? Male non farà. E in effetti male non fa, nel senso che danni non me ne ha recati, anzi, spesso mi ha fatto ridere parecchio, quindi un risultato l’ho ottenuto, magari non quello sperato: capire gli uomini.

Ma torniamo al libro. Il GP si propone di dare indicazioni a uomini e donne per potersi capire e quindi non litigare per prima cosa, e poi non separarsi per seconda.

Riassumendo afferma che le donne si infastidiscono quando gli uomini non le ascoltano e si rifiutano di parlare con loro. Ciò avviene, secondo GP, perché gli uomini hanno bisogno, quando sono turbati (parole sue), di ritirarsi nella caverna. Ritirarsi nella caverna significa semplicemente sia andare in garage a fare modellismo, che guardare la tv o giocare a calcetto con gli amici. Ritirarsi nella caverna significa quindi stare lontano dalla vita familiare. Questa è logica, un due più due.

Gli uomini invece si infastidiscono quando si sentono giudicati (in malo modo) dalle donne. Le donne li sviliscono così perché il loro umore funziona come un’onda: a un certo punto si infrangono e devono scendere nel pozzo, dove faranno una pulizia emotiva: in pratica devono toccare il fondo (della depressione) per poi risalire.

È un riassunto sommario, non fateci caso. Ma le parole usate da GP sono queste precise: uomo nella caverna, donna nel pozzo. Già qui è incoraggiante.

Ma ok. Ok. Vediamo i consigli partici per far funzionare una coppia. Che poi lui traduce in segnare punti: di per sé abominevole. Come fare a segnare punti con una donna? Facile (chi ride è fuori dalla classe):

  • tornate a casa e per prima cosa abbracciatela
  • regalatele dei fiori e non solo per le feste
  • fatele complimenti
  • ditele “ti amo” almeno due volte al giorno
  • rifate il letto e riordinate la camera
  • lavate la sua auto
  • lavate la vostra auto quando sapete che lei ci monterà
  • lavatevi prima di fare l’amore
  • qualche volta coccolatela anche se non pensate di fare l’amore (!!!!
  • fatela sentire più importante dei figli (questo è davvero inquietante…
  • nelle occasioni speciali scattatele qualche foto
  • tenetele aperta la porta, offritevi di portarle la spesa o i bagagli in viaggi
  • mostratevi interessato (non siate interessati, ma mostratevi e basta, che tanto non la capisce la differenza) alla sua giornata
  • mostratevi divertito alle sue battute

Altri ne ho omessi. Che questo basti. A tutti.

La mia domanda è una sola: se un uomo ha bisogno che un GP del ca… gli dica cosa fare con la propria donna, quale speranza abbiamo per l’intera umanità? Sul serio un uomo ha bisogno di un GP per capire che se a una donna gli dici Sei bellissima la rendi felice? Perché, un uomo non ne sarebbe felice?

Va anche detto che un elenco simile per le donne non c’è. La cosa mi turba, come direbbe GP.

Alle donne viene semplicemente consigliato di non giudicare gli uomini (dei pigri, degli inetti, degli scordoni, degli irresponsabili per lo più) e di farli sentire importanti facendogli risolvere i loro problemi. Ho un tubo rotto Tom, puoi ripararlo tu? O, grazie, mio cavaliere dall’armatura lucente! Senza di te sarei morta! Qualcosa del genere.

Segnare punti, guadagnare, sono parole ripetute spesso nel libro.

Ora… io mi dico che è vero che la solitudine è una brutta bestia, ma è una bestia ancora più brutta l’uomo che viene descritto qui: un pigro, inetto, irriconoscente essere che appena può striscia nella sua caverna. La donna, di contro, è descritta come un essere volubile, psicotico, piagnucolone e criticone che appena può si deprime e scende nel pozzo, anche se tutto va alla grande. La sintesi del libro potrebbe essere che i due, marziano e venusiana, siano dei cerebrolesi e che l’unica soluzione sia fare a sopportarsi, cosa che il mio ex suocero mi disse mille mila anni fa e che io ho rifiutato in direttissima. Io non sopporto proprio più nessuno: io amo, al più, e minimizzo i difetti, come faccio con Little Boss. Ma sopportare, gente, è ben diverso: non si regge alla pressione, si esplode, garantito per esperienza.

Poi magari non sarò fatta per le relazioni a lungo termine…

Ma questo libro mi ha solo detto che se anche così fosse, la ragione è la mia.

Morte e Amore (capovolgiamo Leopardi)

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Stamani ho ucciso un animale.

Nella mia ignoranza zoologica credo di aver ucciso un furetto. O una donnola. O una faina. Dalla foto potete dare suggerimenti.

Ci ho pensato tutta la mattina: non era una volpe, né uno scoiattolo grosso. È il primo furetto (o donnola, o faina, o altro) che uccido.

Ho ucciso un gatto, una volta, anni fa. Era un gatto bianco, mi sfrecciò sotto le ruote alle quattro di mattina, stavo andando a lavorare. Il gatto non sono riuscita a evitarlo: un vero suicida nato: se ci penso ricordo ancora il rumore delle sue ossa sotto le ruote, una cosa da brivido che non consiglio a nessuno.

Stamani ho provato a frenare. Mi sono quasi fatta tamponare dalla macchina dietro, che mi ha suonato, ho cercato di sterzare, ma nulla: seppur nell’incertezza visiva avevo la certezza fisica. Mentre tornavo a casa ho guardato a lato strada: e al punto giusto eccolo lì, la lingua fuori dalla bocca, lungo disteso sull’asfalto: TDL non ha fatto il suo lavoro (non so in realtà se questo rientra nel suo lavoro, ma mi piace pensare di sì).

Ho ucciso. Brutta cosa se la pensi così, mi ritengo però fortunata che il suicida stavolta sia stato un animale di piccola taglia, non un cinghiale, non un capriolo, come spesso è accaduto. A morire potevamo essere in due, altrimenti. A volte basta un attimo.

Ecco cosa penso: basta un secondo di distrazione, un messaggio sul telefono, un pensiero a persone perdute. Basta un secondo e non sei più la certezza di qualcuno: sei solo un fantasma. E il mio primo pensiero va alla piccola Boss, che cosa farebbe senza di me? Oh, beh, sì. Lo so che se la caverebbe lo stesso. Che io non faccio poi così la differenza. Ma se non fosse così? Che assenza lascerei nel suo cuore? Come vorrebbe colmarla?

Vivo perché viva qualcuno che non è me.

Lo faccio da 12 anni, quasi 13.

Nella banalità di uno stupido furetto (o donnola, o faina, o altro) che ti attraversa la strada non riesco a non vedere il senso della mia vita ora. Che poi è il senso della mia vita da quando lei è nata. Buffo come la vita ti si spieghi tutta, in certi momenti, cristallina, lucida da far paura. Tu sei tu per te, ma sei tu anche e sopratutto per qualcun altro, che poi è il qualcun altro che ami.

Si vive solo per amore.

Non ci sono alternative.

È l’Amore la forza che muove queste inutili vite.

È l’Amore che conta.

E quindi torno all’inizio, come in uno stupido circolo vizioso, mi mordo la coda, mi chiedo ancora cosa sia, questo Amore. La parola vuota per eccellenza, quella che tanto disperatamente voglio riempire.

Conosco perfettamente solo l’Amore per Little Boss.

Tutto il resto è ancora da definire, inscatolare, mettere via.

Ma va detto che nella mia breve-lunga vita di cose diverse ne ho assaggiate eccome. Cose provate, cose fatte provare.

Chissà quale di queste si poteva davvero chiamare Amore…

Il Tempo giusto

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Stamani tritavo la mozzarella per la pizza per il Ristorante. Mi capita spesso, facendo lavori ripetitivi dove il neurone non ha bisogno di sforzarsi, che mi arrivino pensieri inaspettati. Capita un po’ a tutti, credo. Poi mi capita, però, anche un’altra cosa: se faccio un lavoro ripetitivo per la prima volta e ho un certo pensiero, tutte le volte successive che faccio quel lavoro mi arriva lo stesso pensiero. Un esempio: la prima volta che riempivo i bignè alla crema con la sai à poche, che non sapevo usare, ho pensato all’appuntamento con la mediatrice familiare: dove avrei parcheggiato, cosa le avrei detto, alla finestra affacciata sulla scuola elementare che ho frequentato, ai suoi capelli corti, al suo cognome fin troppo familiare. E così, ancora oggi, quando riempio un bignè alla crema, il pensiero mi va a quella fragile (e dannosa) ragazza, al suo studio, al suo modo di parlare eccetera. 

oggi, quindi, tritavo la mozzarella. La prima volta che ho tritato la mozzarella da pizza avevo 17 anni, l’estate prima del diploma. Lavoravo per uno stereo nuovo, per le vacanze prima dell’ultimo anno, ascoltavo Alanis Morrisette (c’era quella canzone, Hand in my pocket, che aveva un strofe che facevano per me: I feel drunk but I’m sober, I’m young and I’m underpaid, I’m tired but I’m working)leggevo tutto Calvino con libri presi in biblioteca, giravo in piena estate di mattina con la felpa, facendo incazzare mio padre, portavo pantaloncini di jeans cortissimi, facendo girare il tipo trentenne del bar che lavorava lì vicino e che due anni dopo sarebbe diventato il mio quasi amante. 

E a volte, la domenica pomeriggio, mi mettevano a tritare la mozzarella, prima che la pizzeria aprisse, prima che il mondo si svegliasse, perché lì, dove lavoravo, sembrava la morte prima della sette della domenica. E io avevo la pelle del colore dell’aragosta che premeva sui vestiti, perché non perdevo nemmeno un istante libero per andare al mare, da sola, prendendo almeno tre mezzi pubblici e perdendo due ore che in macchina ci avrei messo mezz’ora. E mentre tritavo la mozzarella pensavo alla mia vita da grande, che avrei avuto un appartamento in città, che avrei vissuto da sola per un po’ (che ci crediate o no, questo sogno è stato il motivo per il quale è finita la storia con il mio primo ragazzo, oltre al fatto che avevo deciso di fare l’università e lui invece no), che avrei avuto un cane, o un gatto, un ufficio che mi avrebbe visto fare cose inimmaginabili (letteralmente), immaginavo la mia auto, i miei tacchi, i miei completi, le mie acconciature, gli uomini che avrei frequentato. Non mi vedevo sposata. Non mi vedevo con figli. Non mi vedevo insieme a, ma da sola con. 

Stamani quel pensiero, prepotente, è tornato. E ho riso di me, ho riso di gusto proprio, mentre cercavo di mandare via la stanchezza, la preoccupazione per Little Boss, che i miei puntini sulle I hanno scatenato un bombardamento che lei sente, nonostante io cerchi di tenerla al sicuro nel bunker, ma la guerra c’è, è in atto, e andava fatta, bisognava rispondere, non si può sempre subire, anche questo devo insegnarle, che non si può sempre subire. 

Ho riso mentre cercavo di capire che il mio sogno in parte l’ho realizzato a 40 anni, e che ormai però è tardi, certe cose vanno fatte a 20, e io a 20 già vivevo insieme al mio ex. 

E come al solito faccio bilanci e arrivo a dire che la vita l’ho vissuta al contrario, a 20 anni ero già sposata, a 27 ho avuto una figlia, a 35 ho ricominciato l’università, a 40 vivo da sola. 

E forse la voglia che ho è solo di normalità. Forse è il kairòs, come mi ha ricordato qualcuno qui, da qualche parte, in qualche articolo. Forse questo è il momento giusto, il tempo giusto. 

Forse è solo il momento di provarci. 

Provarci davvero. 

Fallimento

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Qualche anno fa ho imparato che la vita è una questione di Punti di Vista (PDV), che si vive in tanti modi e che tutto dipende dalle lenti con le quali guardi il mondo.

Incontestabilmente vero.

I miei occhiali oggi sono di un bel Dark Black.

Mi sveglio e fuori piove. Già questo basterebbe a farmi tornare a letto. Ma non posso, non io, che sono responsabile, che devo portare Little Boss al pulmino, che devo andare a lavoro, lì ho mille cose da fare, il martedì si riapre e ci sono tutte le preparazioni.

Arrivo e trovo un pacchetto dello Shogun, un libro che gli avevo prestato e che mi ha rispedito per posta. Non lo apro, lo ficco nella borsa e via.

Il mio avvocato mi ha spedito un messaggio dalla controparte (è così che si chiama, no?) che non accetta nulla di ciò che ho proposto. Ma non si azzarda a proporre nulla, ovviamente. Funziona così da anni e anni, con il mio ex. La domanda tipica era: che vuoi da cena?

Mah, fai tu.

 Preparo del pollo?

 Il pollo?, no, non mi piace, lo sai.

Una pasta alle verdure?

La pasta la sera? No…

Non so se avete presente il soggetto. Non è cambiato nulla, ora che c’è una causa di affido in corso.

Pare inoltre che la mia piccola sia insoddisfatta di qualcosa, ma non si sa precisamente di cosa. Glielo chiedo al volo, prima del pulmino, ma lei risponde veloce.

Io, invece, mi perdo.

Mi perdo nei pensieri del fallimento.

Sono fallita come mamma: non so più cosa sia bene per mia figlia. Quando era piccola era facile: aveva fame? Latte! Aveva il pannolino sporco? Cambiato! Aveva sonno? Una fiaba e una ninnananna.

Ora cerco di entrare nel suo mondo fatto di canzoni inascoltabili e battute incomprensibili, fatto di cose che mi sa che ho dimenticato in parte, brufoli, outfit (noi lo chiamavamo look), gite, scherzi telefonici. Ma lei non è solo questo. Lei è anche un mondo che mi è accessibile solo in parte, perché è il suo. Prima non era così, i nostri mondi collimavano. Certo, era un prima prima. Ma lo shock non è minore, anche quando si sa che le cose vanno così.

Sono fallita come donna: non tengo in piedi una relazione che è una, non mi accontento, dice mia madre, sono anafettiva, dice mio padre, sono una troia, dice il mio ex, sono sfortunata, dice qualcuno. Sono inamabile, dico io.

Sono fallita professionalmente: faccio lo stesso lavoro che facevo quando frequentavo l’università per mantenermi agli studi. Manco carriera, ho fatto. E nemmeno la famiglia, ho fatto. Alla fine non ho fatto un cazzo.

Sono fallita come figlia: mia madre non mi sopporta per la maggior parte del tempo, mio padre mi ignora per l’altra parte. Certo, ormai mi ci sono abituata, ma questo non significa che non faccia male.

Nella vita la cosa che mi riesce sempre è fallire. Senza troppo sforzo, direi.

Gli occhiali Dark Black fanno il loro fottuto lavoro.

La stanchezza prende il sopravvento.

Cedo le armi solo per un momento. Solo per sentire cosa si prova a fare sempre la parte di Don Chiscotte.

Poi riparto, eh. Lo so che riparto.

Ma oggi la stanchezza mi puzza di fallimento.