La Moon frettolosa portò gli spaghetti della casa impiattati col nido

Oggi pomeriggio, finalmente, lo dedico al pigiama. Sarà una settimana che le giornate mi scivolano via come una saponetta, mentre non mi sembra di non fare altro che correre: corro a lavoro la mattina, corro a decorare biscotti, pulire i pavimenti, sparecchiare e apparecchiare tavoli; corro a casa dopo il lavoro, corro per preparare cena, pulire i pavimenti, fare la spesa (per me e per mio padre), portare sempre mio padre alle visite a casa del diavolo, andare a riprendere Little dal fidanzato, portarla a comprare il tablet a casa del diavolo, fare lavatrici, lavastoviglie, asciugatrici. Spesso corro anche a letto, per paura di non riuscire a dormire abbastanza. 

Moon corre.

Che poi tutta questa fretta per fare le cose non la capisco, sul serio. Lunedì mattina, per esempio, mi sono alzata e ho iniziato ( a corsa, manco a dirlo) a pulire casa, poi sono andata a fare la spesa, ho pulito l’interno della macchina (sul vetro c’era una nebbia che non si vedeva un palmo dal naso), poi sono andata a pranzo da mia madre (che sennò da me non ci vieni mai, ma da quell’altro ci vai sempre), sono passata a pulire la macchina anche fuori (per coerenza) e ho ritirato Little Boss alla Cittadina, che il suo fidanzato dopo due settimane è finalmente guarito dal Covid. Alla fine della giornata ho spuntato un sacco di voci dalla mia lista, ma ero più stanca dei normali giorni di lavoro. In pratica sono sempre in gara con me stessa. 

E poi invece guardo le altre persone che se la vivono in modo mooolto più serafico e mi chiedo: come fanno? Il nostro nuovo cuoco, per esempio. La cuoca storica va in pensione e il Capo ha preso questo ragazzino qui. Mia nonna direbbe che è un tipo tutto Sussi e Biribissi; mia madre direbbe invece Non mi tocchete che mi cachete; l’Amico Speciale, appassionato di classici, esordirebbe con Perché io sono io e voi non siete un cazzo! Con questo non so se ho chiarito… bravissimo ragazzo, ci mancherebbe, ma un po’ abituato a fare il nido quando impiatta le tagliatelle, mentre i nostri clienti sono più tipi da Metto il formaggio anche sullo scoglio.  

Quindi l’altro giorno. Arriva una coppia. Due spaghetti della casa. E poi per dopo vediamo, dicono. Mando la comanda in cucina e intanto arriva un’altra coppia. Due spaghetti della casa. E per dopo vediamo. A volte ci sono queste giornate con comande gemelle, non chiedetemi perché o a quale mistero rispondano perché io non mi capacito mai. Comunque. Proprio quando stavano uscendo gli spaghetti del primo tavolo, ne arriva un altro. Io, con la mia solita fretta, vado in cucina a controllare, vedo gli spaghetti nella padella e mi dico, vabbè, sono pronti, aspetto, porto i piatti e poi prendo l’ultimo ordine. Il cuoco (ma lui direbbe lo chef) inizia a impiattare: prende il mestolo, le pinze, fa i suoi nidi, distribuisce la salsa… io, nel frattempo, mi raccolgo il latte uscito dalle ginocchia. Faccio capolino fuori e l’ultimo tavolo alza la mano per chiamarmi. Guardo il cuoco/chef ed è sempre lì che impiatta. Scatto dentro, scatto fuori e non so cosa fare, vorrei urlare: dammi ‘sti cavolo di piatti e lasciami uscire,ma non ho abbastanza confidenza. Finalmente sono pronti, esco, li porto al tavolo, corro al tavolo che mi ha chiamato, grande sorriso sotto la mascherina (ma dagli occhi si vede lo stesso). No, sa, mi fa il tipo, è che abbiamo un po’ di fretta. (sapessi io quanta fretta ho!)

No, no, scusatemi voi, dico (vorrei dire che è colpa del cuoco/chef bradipo, ma sto zitta). Sono pronta: cosa vi porto? 

Indovina indovinello?

Due spaghetti della casa. 

E poi dopo vediamo. 

Forse tutta ‘sta fretta non la avevano, in fin dei conti… io invece…

Aspettando che smetta di piovere

Ieri sera ho un po’ sbroccato e mi sono ricordata perché il mio acronimo è Moon (QUI). 

Il 2022 è iniziato proseguendo allegramente il 2021, quindi trascinandosi dietro tutto il peso accumulato. 

C’è mia figlia che ha le crisi per un 7 a Fisica (voleva 9, così, dice le si abbassa la media… questo per dire che Gintoki aveva ragione, mi sa, nel suo post), tanto che mi è toccato dirle che se lo rifà la costringerò a non studiare per una settimana. Ma dico, che cazzo! Qualche altro genitore ha mai pronunciato queste parole? Mah.

C’è mio padre, che si lamenta se la badante lo sgrida. Lo fa per il tuo bene, gli dico. Speriamo, fa lui, ma io ci resto male. Mi si spezza un po’ il cuore e gli chiedo per cosa lo aveva rimproverato. Perché non voglio fare la doccia, dice lui, candido. Little sta crescendo, ma un altro figlio ce l’ho lo stesso, di età imprecisata, ma va dai 5 ai 7. Conoscevo una canzoncina, cantata da un gruppo locale di artisti per bambini; faceva: doccia, doccia, tu non sai quanto mi scoccia… dovrò rispolverarmela per proporla a lui, come facevo con Little. 

C’è mia madre, la no vax ora vaxcinata, che non vuole capire che la domenica per è un giorno di guerra, in stile ‘15-‘18, cioè proprio un corpo a corpo, e che poi la sera non è che mi va proprio di ricambiarmi e andare a cena da lei. Lei sfodera la sua frase preferita quando le cose non vanno come dice lei: per me non hai mai tempo, lo sapevo (sottointeso c’è: per tuo padre hai sempre tempo). Vorrei dirle che quando inizierà a farsela addosso andrò a cambiare pure lei, ma come ho già detto con mia madre ho imparato a mordermi la lingua sennò non se ne esce. 

 E poi c’è l’Amico Speciale. Non che lui sia un problema, lo è un po’ la convivenza. Ma nemmeno la convivenza in quanto tale. È il cambiamento. Insomma, dopo sei anni di completa indipendenza, all’inizio alquanto dura, non è facile ricominciare da capo. Soprattutto se, come me, durante la convivenza passata (con il padre di Little) si è sofferto come bestie. Mi ci vuole un bello sforzo ogni giorno per ripetermi che non sarà la stessa cosa. A volte però…capitolo. Soprattutto quando sono stanca. E così ieri sera ho offerto a l’A.S. tutto il repertorio della Nevrotica. Lo avevo quasi spinto a rifare i bagagli. Poi ok, è andata a finire tutto in tarallucci e vino, come diceva mia nonna. Ma mi sento come l’Arno dopo dieci giorni di pioggia ininterrotta. E l’A.S. è lì che mette i sacchi di sabbia sulle spallette, allontana la gente dai ponti, qualcuno fa un servizio in diretta su Canale 50, il livello è pericoloso, se continua a piovere così anche stanotte…, dice la giornalista. E io per abbassare il livello dell’acqua non posso che piangere e sperare che quelle gocce tirate fuoricontribuiscano a ripristinare il livello dentro. Certo va detto. L’A.S. con i lavori manuali è bravissimo e i sacchi di sabbia li sa mettere alla perfezione.

Ora non resta che aspettare che la pioggia cessi. 

Ci vogliamo fidare?

Mi hanno rubato il portaombrelli. 

Chissà perché questa cosa mi sconvolge tanto, come se fosse, che ne so, un cimelio di famiglia o chissà cosa. In realtà è solo il rimasuglio di quello che, di questa casa, non sono riuscita a sbarazzarmi. Alcune cose le hanno portate via le formiche (come le chiama la padrona di casa di mio padre), cioè il recupero ingombranti, altre cose le ho fatte sparire magicamente nel furgone di una amico, altre ho dovuto regalarle (vedi qui). Quello, il portaombrelli brutto, era rimasto nascosto nella futura lavanderia e quando me ne sono accorta ho pensato: vabbhè, brutto sei brutto, ma puoi fare comodo. L’ho spostato fuori dalla porta e lì è rimasto finora. Inutilizzato per di più, perché io non uso ombrelli. 

Oggi, tornando da un giro di spese folli con Little nel Capoluogo, ho visto la sua assenza fatta di una macchia circolare di ruggine. 

Ora, a parte la domanda ovvia: ma di cosa te ne fai? , c’è anche quella forse meno ovvia: ma come te lo sei portato via? Sottobraccio? Hai fatto il pezzo a piedi con quell’aggeggio rugginoso in braccio, tipo bebè? Oppure ti sei fermato con la macchina apposta davanti casa mia e te lo sei caricato in bauliera?;infine LA domanda: perché? Ti piaceva? Se me lo dicevi te lo avrei regalato. Tanto manco era mio. Un regalo di Natale per sottrazione?  

E poi arriva anche l’ultima domanda: ti sto sulle scatole? Ho messo la macchina dove parcheggi sempre tu? Non ti ho salutato una volta che ti ho visto? Ti sono passata avanti alle poste? (no, quello mai, non ci vado, io, alle poste, ma era per dire). 

Evvabbè, ripeto, non so perché mi sconvolga tanto. 

Però c’è una cosa. Una cosa importante che erano anni che non provavo. Stasera, quando l’Amico Speciale tornerà a casa mia, dove ha piazzato la sua televisione gigante e la sua stampante wireless (il suo modo di dire di sì alla nostra convivenza: prima la tv dei vestiti), lo condividerò con lui e non sarà solo una cosa mia, sarà una cosa nostra. Ci avranno rubato il portaombrelli (che non era di nessuno dei due, ma è uguale). Così come la cena si prepara in due, la spesa si fa a metà, le decisioni, ora, posso prenderle condividendole. 

Mi sembra, in un certo senso, di star guarendo. Anche se una parte di me è sempre sul chi vive perché ha paura che non sia una guarigione, ma l’inizio di una nuova malattia. 

Ma, alla fine, bisognerà che ricominci a fidarmi di qualcuno? Che non sono io. Perché se ci devo riprovare, e pare che io stia facendo questo, non ha senso aspettare ancora. Tante delle mie paure le ho messe a tacere, sono nata un’altra volta, sarà la decima, sono una che rinasce spesso. 

Perciò ok, non ho perso del tutto la fiducia negli altri. E lo sto dimostrando, me lo sto dimostrando. E lo dimostrerò anche a chi mi ha rubato il portaombrelli. Al suo posto ho messo (ciò che resta de) la stella di Natale. 

Ora potete tranquillamente contestare che forse, se me la rubano, va a vivere una vita migliore, visto com’è ridotta. 

Ma io lo faccio per pura fiducia nel prossimo!

Grice-comunicatrice

La mia gestione di questo blog è alquanto squilibrata. Nessun articolo per giorni e giorni e poi due di fila. So che non si fa così, che dovrei cadenzarli, ma io mi sento piena di libertà, qui, quindi me ne sbatto. 

O meglio, me ne sbatticchio.

Dopo aver incontrato, per caso, durante la bellissima iniziativa del mio piccolo comune di pagare la metà dei libri comprati sotto l’albero, Vera Gheno. Non l’ho incontrata dal vivo (avrei potuto se solo fossi andata il giorno prima, ma si vede prima dovevo leggerla e poi allora vorrò vederla e ascoltarla), ma ho incontrato, con enorme piacere, i suoi libri. Per ora due, Potere alle parole e Le ragioni del dubbio. Ma dubito (ho imparato subito, visto?)che resteranno da soli sullo scaffale della libreria. 

Era tanto che non provavo entusiasmo per un libro. Mi ha ricordato il buon vecchio D.F. Wallace che in effetti cita a profusione. 

Ma i contenuti mi hanno fatto vacillare alquanto. 

Leggendola mi sembra di dover camminare sulle uova ogni volta che prendo la penna in mano. Io, che qui sono la regista del mio piccolo mondo lunare, che scrivo non correggendo i refusi, che improvviso, che butto qui e là acronimi incomprensibili e neologismi improbabili, che, insomma, sono una scrittrice confusionaria, mi sono sentita colpita nel vivo. Sebbene io creda di essere comprensibile ai più, il dubbio, che finora avevo ignorato, mi morde le caviglie. 

E quindi ecco che torno, grazie a Vera, alla mia elletta Pragmatica della comunicazione, che tanto mi aveva dato ai tempi del caro Watzlavick. Ma oggi arriva a gamba tesa Grice (Herbert Paul), di cui ignoravo l’esistenza. Il che mi fa riflettere sulla marea di cose che ancora non so e mi sgomento perché so che non riuscirò mai a colmare un cavolo, sono troppe e io non ho la capacità cerebrale (complice il mononeurone) per contenere tutto. Già contengo moltitudini, citando Walt, non Disney, ma Whitman, e qui lo spazio non è accogliente. 

Comunque, tornando a bomba, ci sono quattro massime conversazionali enunciate da Grice. Le analizzerò con voi e le riferirò al Moon World.

  1. La massima del modo. Ovvero, ricerca la maggior chiarezza possibile, trova la parola giusta, un po’ come fa fare Murakami a tre quarti dei suoi personaggi (che sono gli unici che hanno il tempo di star lì a cercare le parole giuste prima di parlare: a voi capita mai? A me di rado. Al limite se mi viene un attacco di afasia). Beh, ne ho già parlato: uso acronimi senza ragione (TDL, AS, per esempio), sono prolifica di forestierismi non necessari, uso a volte parole desuete (ma lo faccio per amore, non per posizionarmi). Scelgo le parole come faccio i sorpassi: a istinto. Quindi? Bocciata!
  2. Massima della relazione. Occorre imparare a stare sul pezzo, a non scrivere strabordando. Occorre selezionare ciò che serve e ciò che non serve. L’unica inerenza che vedo nei miei scritti è quella che sono usciti dalle mie dita… Bocciata!
  3. Massima della quantità. Forse mi salvo, almeno un po’? non essere né troppo stringati né troppo prolissi. Una giusta via di mezzo. Beh, se ci rientro è un caso. Riesco a concentrarmi al massimo per due paginette. Poi mollo. Una mezza vittoria? Mah…
  4. La massima della qualità. Ovvero Sii sincero. Credevo di vincere almeno sul punto quattro. Ma poi, pochi giorni fa, ho parlato con il Mentore (vi rimando qui se non ve lo ricordate, perché non lo vedevo e sentivo da tanto). E lui mi dice: Moon, manchi di sincerità nel tuo blog, devi rompere il vetro. Non sei tu, continua. Vero. Questo blog è solo una parte di me. Me differenti per momenti differenti. La totale sincerità è possibile? In ogni parte della giornata e della vita? Dove con Sincerità non si deve leggere banalmente dire o non dire bugie. Cosa significa essere se stessi? Cosa significa rompere il vetro? Dirvi il mio nome e cognome? Il mio profilo social? O farvi vedere anche tutti gli altri lati di me, anche quelli più oscuri? Oppure scrivere qui, per me, è come darmi una visione di ciò che vorrei essere sempre e non solo quell’oretta che mi metto a pesticciare sulla tastiera? Questa è una versione edulcorata di me o la versione che voglio disegnarmi? 

Se io fossi una brava comunicatrice, una Grice-comunicatrice direi, mi capireste di più. Ma soprattutto, io mi capirei di più? Non è che manco di comunicazione interiore, fallisco alla fonte, quindi? Non mi so comunicare? 

Non mi faccio queste domande a caso. Sono frustrata a livello comunicativo di recente. Forse perché parlo molto ( o provo a parlare) con il mio collega Osaro, che ancora non sa l’italiano e non capisce un tubo; parlo con mio padre che dopo una visita geriatrica ammette: non c’ho capito un tubo di quello che ha detto; parlo con la badante nigeriana di mio padre che, anche se l’italiano lo sa, a volte qualcosa gli sfugge. Mi manca essere capita al volo, mi manca la facilità. E quindi non vorrei farlo a nessuno, questo torto: essere contorta. 

Ma mi piace così tanto giocare con le parole… 

Magari il corso della Holden mi farà, tra le altre cose, tornare in carreggiata. 

O magari posso rinunciare a essere una Grice-comunicatrice e mettermi nell’angolo, dietro la lavagna, sopra i ceci. Rinunciando all’idea di aver fatto il mio dovere a livello comunicativo, ovvero di sviluppare circostanze che sono utili per l’altro. La grande legge che regola la vita nel cosmo è quella della collaborazione tra tutti gli esseri viventi, scrive Roberta Covelli.  

Con questo articolo ho fallito anche la massima numero 3: bocciata! Sto arrivando!

Diluvio di parole in una giornata col grugno

Ci riprovo.

Avevo già tentato sabato di scrivere qualcosa e dopo un tentativo fasullo mi sentivo spinta, garosa e pronta ad essere eloquente su carta fittizia, con tutte le congetture del caso quando mi chiama mia zia: incantesimo spezzato, articolo gettato al vento. 

Meglio per voi four cats, direi.

Ma peggio, peggissimo, per me. 

Settimane dure? Intense? No, ormai non dovreste più stupirvi, giusto?

Ho preso una grande decisione, da qualche giorno. Una decisione importante per me. Dopo aver inutilmente tentato di prendere la borsa di studio per la scuola Bellville (una borsa bella robusta, che mi avrebbe permesso di frequentare gratis un corso annuale), adesso devo aprire il borsello. Fai qualcosa per quel piccolo angolo rimasto della vecchia Moon. Lo so, è un angolo irrancidito, che è stato schiacciato da un tentativo fallimentare dietro l’altro, dal primo rifiuto di una rivista all’ultimo romanzo compiuto, ma indegno; è il mio angolo scrittrice, il mio angolo confuso, del Vorrei ma non Posso che spesso si traduce in Vorrei ma non Voglio. L’angolo, in sintesi, che resta al buio per praticità, per tempo (mentale), per coscienziosità fittizia. 

Ma il piccolo angolo deve essere nutrito. Sennò il Buio DILAGA (e questa è una citazione da un film imperdibile negli anni ’80, La storia infinita, perdibilissimo invece ad oggi, visto che gli effetti speciali sono inguardabili. Consiglio? Leggetevi il libro)

E quindi mi compro un corso alla Scuola Holden. 

Eccheccazzo, Moon, direte voi, tutte queste storie per un corso on line?

Sì. Perché fino a ora l’ho sempre e solo sognato senza mai avere il coraggio di spendere, per me, tale cifra. Mica è un cifrone, ma fino ad ora metteva in discussone il famoso budget familiare. Ora non lo mette più in discussione? Un po’, ma con Little siamo rimaste che possiamo fare economia su altro. Per due, tre, quattro mesi. 

Detto ciò, stasera mi chiama l’Amico Speciale, che tra poco, di comune accordo e con accordo di Little Boss diventerà (fiato alle trombe!!!!): l’Amico CONVIVENTE. Sì, ok. ci ho messo un po’. Troppo per mia madre, troppo poco per me, giusto per Little. 

Forse ci ritorno, su questa parte. Anzi, di sicuro.

Ma stasera vado avanti.

Mi chiama e mi chiede come è andato il pranzo di lavoro al SuperMegaRistornteStellatoDelGolf di C. (bel posto, per chi non c’è stato, esteticamente ineccepibile, direi). 

Non ho mangiato quasi nulla, rispondo.

Perché?

All’antipasto mi ha chiamato la badante di mio padre che un tizio li ha aggrediti fisicamente e verbalmente per una fornitura di pannoloni

CHE???

Eh, gli faccio. In pratica l’Asl ha consegnato a un unico indirizzo la fornitura di due abitazioni. Mio padre l’ha portata in casa senza controllare (chi lo farebbe???) e quello del piano di sotto, che ha problemi mentali, ha aggredito la badante di mio padre. Con tanto di carabinieri e il resto.

… (è la riposta dell’Amico quasi Convivente)

Poi aggiunge:

Ma scusa, ma che corso alla Holden vuoi fare? Scrivo della tua vita e il romanzo viene da sé!

Magari lo pensano tutti. La mia vita è interessante. Ma in realtà ammorbiamo il mondo con inutili aneddoti o giri di parole. Ho seguito una lezione di Siti (che a quanto pare conoscono in pochi, ma a me piace) sullo Scrivere di sé. Lui, beh, ne ha fatto una carriera. Ne sono rimasta delusa per molti versi. Ma su un punto aveva ragione. L’autobiografia deve avere alcune regole generali da seguire: partire da se stesso ok, ma bisogna allargare il discorso o a un’intera classe sociale o all’essenza dell’essere umano. La letteratura è più importante dello scrittore. 

Quindi no, scrivere della mia vita e basta, fare un resoconto delle supermegacazzole che mi sono capitate (maggiori magari di qualcuno, sicuramente minori di altri) non è il mio scopo. Posso scriverle per espiarle, come percorso terapeutico, come faccio qui. Posso ispirarmici, come ho fatto in passato. 

Ok.

La mia vita chiama.

Little chiama.

Quindi questo è un posto senza capo né coda, senza fronzoli e foto. 

Solo u. diluvio di parole in una giornata con il grugno.

Kiss and hugs (che a dispetto di Vera Gheno, fa ancora un po’ figo)

Ps: di Vera Gheno ve ne parlerò ancora…

Moon, explained

Stasera Little mi fa: a che ora si cena?

Non so, volevo scrivere un po’, ti scoccia se ceniamo più tardi?

Mette una manina (gelida) sulla mia.

Ceniamo quando ti pare, l’importante è che tu riesca a ritagliarti un po’ di tempo per te stessa.

Di nuovo, stavo per mettermi a piangere.

Mi sono resa conto, altresì, che dopo un periodo, anni fa, in cui non potevo più guardare la tv perché piangevo per qualsiasi cosa, dal tg a un film comico, sono passata a un periodo in cui non potevo più guardare film da sola perché li trovavo senza senso. E quando li guardavo con l’Amico Speciale spesso lui si commoveva (davanti a film commoventi) e io no. Dopo questo periodo la Coronaquarantena ha di nuovo dato una svolta: ho ricominciato a guardare film in solitaria con mucho gusto. Dopotutto c’era ben poco da fare in quei giorni.

Poi sono tornata normale: ora guardo film in solitaria con mucho gusto e, se il film è commovente, piango. Questo non può che significare che il mio comparto emotivo ha ricominciato a lavorare in maniera efficiente. Sono cose che danno soddisfazione, che diamine!

Anche la mia efficienza è tornata ad essere il top di gamma come un tempo. Anche se ora so che devo tenerla a bada per evitare eventuali crolli che potrebbero compromettere il comparto emotivo di cui sopra. 

Di recente ho visto insieme all’A.S. una serie su Netlix, La mente in poche parole. O meglio, Mind, explained. In inglese non fa più figo, ma io vorrei sapere perché devono travisare ogni titolo in traduzione, dal celebre caso di Se mi lasci ti cancello ( Eternal sunshine of the spotless mind) al film che ho visto l’altra sera, The invention of lying, tradotto in Il primo dei bugiardi. Comunque, polemiche di traduzione a parte, il terzo, se non erro, episodio parlava di personalità e test della personalità. 

In pratica, riassumi riassumi, hanno costruito un modello che si chiama Big Five:  ogni essere umano ha in sé questi cinque tratti che possono essere presenti in maggiore o minore percentuale e che ci caratterizzano. I Big Five sono: 

  1. Coscienziosità 
  2. Amabilità
  3. Nevroticismo
  4. Apertura mentale
  5. Estroversione

Ora, se volete sapere in dettaglio ogni tratto e come funziona (in teoria, ovvio) dovete guardarvi la serie. Non perché Netflix mi paghi, ma perché non sono capace di spiegarvelo come loro.

Io sono rimasta colpita dal punto 1. Perché quando mi guardo allo specchio, da anni, non vedo altro che coscienziosità alla massima percentuale. Certo, pure una certa dose di nevroticismo mi caratterizza. Oggi come oggi, 30 novembre, entrambe emergono con prepotenza. Alla bravura con la quale mi prendo cura di mio padre e cerco di risolvere i suoi casini causati durante gli anni (alcuni sono impossibili da risolvere e ne sto prendendo atto), si affianca l’incapacità di affrontare la situazione con la giusta stabilità. Il che mi porta a non dormire, a essere distratta sul lavoro, a sbagliare a fare conti semplici, a dimenticarmi le cose, a dimenticarmi le parole. Questa mia instabilità mi ricorda con mio grande terrore ciò che affligge mio padre (l’altro giorno per fare 320 più 200 aveva aperto la calcolatrice). E la domanda nasce spontanea: Moon, è lo stress?  O quello che ha mio padre è una specie di virus? Che il Corona ci fa un piffero, va detto. 

In ogni caso con lui oggi sono stata chiara, visto che sto con tutta me stessa trovando la via veloce (che lo so, non esiste) per fargli avere l’invalidità. 

Babbo, quando ci sarà la visita in commissione per la tua invalidità cerca di non vederlo come un esame da superare, ma come uno da fallire: chiaro?

Che è vero che non sa fare più 320 più 200, ma le versioni di latino di Little le traduce ancora perfettamente e velocemente senza vocabolario.  

Non voglio sorprese…

Black Parade

Ci sono volte che scoprire qualcosa su se stessi lascia interdetti. 

Il mio, come sapete, cari 4 cats, è un blog non divulgativo, una scrittura intimista, direbbe un editore, qualcosa che forse è già passato di moda anni fa e io che continuo a ripetere non solo per il vostro sfinimento, ma per una sorta di mio sollievo nel mettere in fila le cose, nel darmi una definizione scritta, come se sul vocabolario, alla fine dovesse saltare fuori la parola Moon. Non oserei legger oltre per paura di ciò che c’è scritto. Da me stessa, per giunta. 

Come vedete il corso di auto aiuto psicologico, Scrivi la tua storia, procede bene, meglio della mia lavatrice, di cui ancora non conosco bene il carico, si vede,  e si blocca senza fare la centrifuga. 

PAUSA PROBLEM SOLVING TERMINATA. La lavatrice ha ripreso a fare il suo lavoro.

Dicevo che più scrivo per questo corso e più mi sembra che vengano fuori cose negative del mio essere. Tanti punti in meno al mio Ego… il pelatozzo del video dice di scrivere in modo non giudicante e gentile, ma io mi sa che sono una persona giudicante, specie con me stessa, perché le cose positive del mio essere devo proprio cercarle con il lanternino.

Addirittura riesco a inventarmi ricordi più negativi della realtà. Un esempio? Mi sono appuntata un ricordo di quando avevo, boh, otto anni? Ho scritto così: quando ho rubato un timbro al negozio dietro casa. Un pomeriggio terribile per me, latore di pensieri funesti, sensi di colpa alti come Statue della libertà che aleggiavano sopra la mia testa in quella giornata grigiastra di Novembre del 19…non ricordo quando. E poi scrivi scrivi ecco che invece non l’ho rubato, quel timbro. L’avevo solo comprato. Ma poi mio sono pentita dell’inutilissimo acquisto e sono tornata indietro a restituirlo facendomi rendere i soldi, tipo 5 mila lire. Il senso di colpa era nei confronti del nostro limitato budget casalingo, dove le spese inutili erano bandite. E sì, quel timbro era non solo inutile, ma non mi piaceva nemmeno. Le domande che quindi mi faccio sono queste: perché comprare una cosa inutile? E poi, perché ricordarsi di un furto, invece che della verità?

Alla prima domanda forse c’è una risposta genetica. Oggi ho scoperto che mio padre continuava a pagare senza battere ciglio una fornitura di linea fissa Vodafone che non solo ormai non ha più, ma che pure da mesi non funzionava correttamente. Più di 70 euro al mese. Eh, ma direte voi, è la malattia (ancora ignota, ndr). Sì, ma non perché, qualcosa in una parte recondita del mio cervello mi dice che non è l’unica spiegazione. Ovvio, non so quale sia, la suddetta spiegazione, non lo razionalizzo manco io, ma è una sensazione che…

Comunque mio padre non sta meglio, ma almeno è paciocco. Lo fai ridere con nulla, nonostante la drammaticità della sua situazione. Oggi sono riuscita a farlo ridere mentre andavo a caccia di mosche con la mitica paletta analogica (quella rossa, per intenderci). 

Sei una sterminatrice, mi fa lui, mezzo affogando nella tosse. Brava!

Io invece penso che se mi rilasso uccidendo, forse dovrei preoccuparmi. 

Ti preoccupi sempre troppo, dice al telefono l’Amico Speciale, che intanto è a Milano e non torna neanche stasera. Sembra un disco rotto. 

Dovrei rispondere al vetriolo, ma invece gli dico che lo amo. Ha quel suo modo di prendermi che alla fine si è sempre rivelato vincente, nonostante le mie reticenze. 

E poi, cazzo, ha pure ragione. Mi preoccupo sempre troppo. La vita va come deve andare, anche senza il mio stretto controllo, no? 

No. 

Non è vero. 

Se perdo il passo una volta sono fottuta. 

Stai al passo, Moon, prima o poi the Black Parade finirà…

Moon nude

Cose che non dovrei fare: 

  1. Fumare in camera
  2. Avere mal di stomaco da ansia
  3. Ascoltare musica triste su Spoty

Cose che dovrei fare:

  1. Fare un bagno rilassante?
  2. Finire di vedere il film Emma?
  3. Finire il maldetto libro?

Mi rispondo sempre da sola. Le cose che mi vieto sono sempre imperativi. Le cose che mi concedo sempre un interrogativo.

Presa da un impulso da sabato sera triste ho acquistato un corso on line di self help. Forse l’attrattiva principale era solo il titolo: Scrivi la tua storia. Insomma. Dai. Beh. Se non sono io quella giusta per questo corso. Tale è la disperazione che non ho neanche considerato la cifra (io che sono così tirchia) e ho detto: fanculo, tentiamola. Mi sono sentita come quel sabato mattina in cui ho lasciato il mio ex, con dentro un grido silenzioso che ripeteva: devi provare, devi provare, sennò sono cazzi. 

Non ho fatto passare nemmeno un giorno, come invece avevo inizialmente programmato. La domenica pomeriggio ero già lì che dicevo all’Amico Speciale, appena tornata dal lavoro: sì, tesoro, tu vai un’oretta a dormire, io sto qui un’oretta a vedere cosa viene fuori. Questo corso dovrebbe prevedere un minimo di dieci minuti di scrittura al giorno. Ma io lo sapevo che non mi bastava. Dopo un’ora (e molte parole) ho guardato l’orologio e mi sono fermata perché avevo detto all’A.S. che lo avrei svegliato. Sono andata in camera, mi sono spogliata e mi sono messa con lui sotto le coperte. Che dopo aver vomitato mille ricordi d’infanzia-spero-terapeutici, quello di cui hai bisogno sono solo abbracci caldi e baci. Ha funzionato anche la seconda terapia: stanotte ho dormito senza mai svegliarmi. Ho salutato l’Amico Speciale con un bacio fin troppo spinto questa mattina e mi sono girata dall’altra parte. Dopotutto era il mio day off, come direbbe Ale dal Paese dei Folletti. Ha suonato la sveglia. L’ho spenta. Ho suonato di nuovo. L’ho spenta di nuovo. Non volevo alzarmi. Forse perché sono una sensitiva e sapevo che sarebbe andato tutto a schifìo anche oggi. Ho fatto accesso al corso. Un’altra ora a scrivere. Va detto che non so, a questo punto, se scrivere così tanto, per una come me, che analizza anche le briciole cadute in terra dopo aver mangiato una pizza, sia un bene. Il tizio el corso avvisa: attenzione a non scavare troppo. Eccheccazzo! Come faccio a sapere se è troppo? Io so solo che sono sempre stata un’archeologa, scavo scavo fino a che non trovo il centro della terra. 

Comunque. Prima di mezzogiorno avevo già la mia dose di notizie di merda che non vi riferirò per timore di tediarvi. 

Ma alle dodici e quaranta ero alla scuola di Little. Lei sale in macchina e mi saluta, radiosa con la sua nuova capigliatura blu elettrico, e mi chiede: che si fa?

Sushi?

Ed eccoci al Fish nude, un altro dei mille locali sushi della Cittadina. Posto splendido, cibo ottimo, musica direttamente dallo Studio Ghibli (che amiamo entrambe), un’ora di pausa dalle rogne. 

Ma poi, anche se non volevo, il pomeriggio si è riempito della solita merda. Io volevo solo vedere Emma, il film, una bela trasposizione del romanzo della Austen. Non ci sono riuscita. Il passato che volevo dimenticare è come se avesse aperto un vaso di Pandora tutto suo. Sta tornando tutto indietro. la vita che credevo di aver passato oltre, dimenticato, superato, torna indietro con gli interessi. La cosa buffa è che non riguarda direttamente la mia vita, ma quella dei miei genitori: i loro errori mi si riversano contro come un Blob. 

Ed è quando una ragazza gentilissima di un centro Vodafone di una Città qui vicino si offre di aiutarmi che crollo. Mi metto a piangere al telefono. Lei non ha nessun vantaggio ad aiutarmi in una cosa rognosa di chiusura di un contratto di mio padre di cui non so nulla (e lui, ovvio, non si ricorda più nulla e non ha traccia cartacea). Lei non è tenuta ad aiutarmi, se neanche il call center della Vodafone lo fa. Lei ha solo un negozio Vodafone. Oltretutto lontanissimo da casa mia (ma è stato l’unico centro Vodafone che mi ha risposto). Ma mi rassicura, domattina mi farà sapere tramite mail quello che devo fare o pagare. Mi manda il modulo lei. Me lo compila lei e io devo solo inoltrarlo. Le lacrime escono a fiumi. Qualcuno che mi aiuta…

Lasciami una bella recensione, dice lei.

Mille stelle, giuro, dico io singhiozzando.

Ho ancora 28 giorni di corso. Ho ancora chissà quanti giorni di beghe da risolvere. 

Sono sempre scappata dalle cazzate che hanno fatto i miei genitori.

Ora non posso scappare più. 

Sono alla resa dei conti.

Sono Moon nude.

Insonnia

Sto facendo una cosa mentre ne faccio un’altra, e mi ero ripromessa di smetterla, di piantare in asso questa storia di ottimizzare i tempi. La notte non dormo. Una cosa dura per me da mandare giù, io che Toglietemi tutto, ma non il mio sonno. Sono settimane che mi sveglio in piena notte (di solito le tre, l’ora del diavolo, dicono, o sbaglio?) e poi eccomi lì inchiodata nel letto con gli occhi a fanale. Mi giro e mi rigiro e nel frattempo il cervello gira sulla ruota come un criceto. Domani devo fare, Sarà meglio che chiami, Quanti biscotti avevano ordinato?, Compilare il modulo, assolutamente!

Insomma, rumore, rumore, rumore. Riprendo una parvenza di sonno tre minuti prima che suoni la sveglia. 

Al Ristorante L’Amico Speciale trangugia la zuppetta di mare che gli ho appena portato e mi dice: 

Tutto normale, cara, forse se tu non avessi il pensiero di un uomo di 150 chili che ti cade dalle scale rischiando di rompersi l’osso del collo ogni due giorni forse dormiresti meglio.

Di poco aiuto. Ma ha ragione. E la scena di mio padre incastrato in fondo alle scale è una di quelle che mi tormentano la notte. La fortuna? Che non si è rotto nulla (un miracolo, direi) e che c’ero io. La sfortuna? Che c’ero io e l’ho visto. 

Poi lui mi dice che due giorni prima è caduto anche in camera. 

Quest’uomo cade di continuo, penso. 

Il medico che gli ho trovato qui è decisamente migliore di quello che aveva laggiù, ma i miracoli non sono tra le sue specializzazioni. 

Sono specializzato in pediatria, dice il Doc a mio padre quando lo vede per la prima volta.

Perfetto per me!, risponde lui ridendo. Dopotutto è un malato pacioso e ogni tanto sfodera il suo senso dell’umorismo. 

Che poi non ha nemmeno tutti i torti. È come un bambino extra large. 

La mancanza di sonno, in ogni caso, si ripercuote su tutto, come è ovvio, ma principalmente sull’umore. Arrivo a lavoro a testa bassa, sorrido impacciata e cerco di ritirarmi in laboratorio il prima possibile, per non scambiare parola con nessuno. Converso invece con le mie amate sacher o con gli ovis mollis. Ma sono talmente rigida che ogni messaggio che mi arriva sul telefono scatto manco fossi un giocattolo per bambini. 

Ogni tanto chiamo mia zia, la sorella di mio padre, che vive a Milano, per aggiornarla. Mia zia è una brava donna, per carità, ma una di quelle persone che tendono più a parlare che a fare, avete presente? Tante parole spese in questi mesi, ma fatti zero. Lei mi ripete che non devo essere io a occuparmi di lui, che devo trovare un aiuto. L’unico che ho trovato viene quattro ore a settimana (per ora di meglio non sono riuscita a trovare). Ma in ogni caso il pensiero c’è. Ed è quello che mi tiene sveglia. 

Vorrei poter prendere una vacanza dalla mia vita, concedermi più spazi per scrivere e leggere (neanche l’ultimo di King riesce a farmi evadere abbastanza, e sì che è una lettura leggerina, adatta a momenti come questo), concedermi un giorno di vera vacanza… intanto mi accontento di questo: scampoli di tempo rubato alla cena per sfogarmi un po’.

Speriamo che stanotte vada meglio.

Perdere tempo

La pianta di cimici?

Com’è e come non è, una settimana e mezzo è già passata dal giorno del trasloco di mio padre nel Piccolo Paesello in mezzo ai lupi. 

Lui si è ambientato (beh, più o meno), ha già capito quali sono i punti nevralgici del Piccolo Paesello: farmacia, alimentari, bar, ovvio, Super Mario, l’emporio. All’emporio trovi di tutto, dalle cose per la pulizia al chiodo, dalla cancelleria ai fiori. Nel caso specifico mio padre voleva un telecomando universale. E l’ha trovato. Solo che non sapeva come fare per collegarlo.

Vieni?, mi ha chiesto ieri. 

Ok, passo prima o dopo essere andata dal parrucchiere.

Sai, anche perché non trovo l’apribottiglie.

(L’apribottiglie? Per cosa? Per aprire la birra che non bevi o la bottiglietta di Lemon soda che non hai?) 

Ogni tanto ha queste uscite… che credo siano piuttosto un grido di aiuto perché si sente solo. E ci sta, per carità. Ma è anche vero che in una settimana e mezzo ci sono passata tutti i giorni. Devo trovare un equilibrio, sennò impazzisco. 

Va detto che mi fanno diventare matta anche a lavoro. Il clima è da nevrosi, siamo nel periodo panettoni e ogni cosa è crisi tra il Capo e la FDC (Figlia Del Capo). La FDC dice qualcosa e il Capo sospira. Il Capo dice qualcosa e la FDC si irrigidisce. Poi, entrambe esasperate l’una dall’altra, se la riprendono con il primo dei miei colleghi che passa. Io sono esclusa da questo gioco (dhe, almeno questo!), ma non dalle lamentele dei miei colleghi, che vengono a sfogarsi da me, come se io potessi avere voce in capitolo. 

Poi vado a prendere Little e lei piange perché il suo Little Nerd (con cui sta ancora insieme, dopo più di un anno, ndr)non capisce le sue esigenze. Ora, io so cosa prova. Lo so e lo so. Ma è anche vero che deve iniziare a vedere le cose in modo diverso. Sennò sarà sempre e per sempre delusa dall’amore. Lei vuole un FID (Fidanzato, ndr. Questa cosa me la insegnano i colleghi più ggiovani)come legge nei suoi libri del cavolo. Insomma, Jane Austen alla fine ci ha rovinate tutte sul serio!

Poi passa a lamentarsi dei suoi amici, che non capiscono le sue esigenze. Poi di suo padre, che non capisce un tubo (ma questo si sa). A volte mi chiedo quando arriverà il mio momento… è una spada di Damocle atroce. 

Entro in casa per riprendere fiato e fare qualche lavatrice ed ecco che chiama l’Amico Speciale. 

Non arrivo più, mi dice. Dovevo essere già a casa da ore e invece sono bloccato per un incidente.

Ascolto, dicendo le solite banalità: dai, la prossima settimana sarà migliore (sono mesi che lo dico); ti porto dal tizio che leva il malocchio ruttando? (su questo dovrei scrivere una pagina a parte, ma sarebbe ingloriosa e piena di rutti); magari questo weekend riesco a uscire prima da lavoro e ci prendiamo due ore solo per noi, nel letto, come facevamo una volta, a fare sesso, parlare, fumare (spera, Moon, spera).

Arriva il momento che devo andare a portare il bucato lavato e piegato a mio padre (che ancora non ha la lavatrice). Decido di andare a piedi (di solito opto per la macchina perché devo portare e/o portare via diverse cose, non perché sia distante). Machissenefrega se stasera non riporto via nulla. Lo farò domani, o dopodomani. Stasera ho voglia di passeggiare. Così, al ritorno, mi soffermo sui dettagli: passo davanti alla farmacia e guardo la vetrina; davanti all’emporio saluto Super Mario con la mano, Tutto bene?, mi chiede lui, Benissimo Mario, grazie!; per la strada incontro una persona che conosco solo di vista (chi sarà? Boh) che mi chiede perché mi sono trasferita di nuovo, No, rispondo, ho trasferito mio padre, io sto bene dove sto, Davvero???, chiede lui stupito, e così passano altri 5 minuti a conversare con una persona che non conosco del più e del meno; annuso l’aria tiepida nonostante il Novembre inoltrato e osservo le ombre che si allungano sotto i miei piedi; mi fermo a fotografare una pianta- vedi copertina– che non so cosa sia (sembra una pianta di cimici? Le cimici nascono così, da una pianta? Esperto botanico cercasi). 

Prima di rientrare in casa mi fermo a fumare una sigaretta sul muretto davanti casa, chiudo gli occhi e tutta l’ansia della giornata si dissolve. 

Non so che strana magia io abbia fatto. 

Forse funziona solo questo, ogni tanto: perdere tempo quando si vuole perdere tempo. 

Il mio lato zen è poco allenato, si nota?

Nota: ho uno dei panettoni a casa mia, chiuso nella sua busta, che aspetta solo di essere assaggiato da bocche esperte e raffinate (sei adolescente sei che domenica invadono la mia casa): come andrà a finire?