Gamarjoba (traduzione sotto)

Questa mattina avevo iniziato a scrivere questo pezzo, ma poi mi sono resa conto che il mio umore era troppo basso per scrivere senza che ne uscisse fuori una lagna spaventosa, così ho chiuso tutto senza salvare e sono uscita. 

Sono talmente abituata alle rogne che quando stamani mio padre mi ha chiamata (erano le otto e io ancora non avevo finito il caffè), già immaginavo una nuova catastrofe. E invece mi diceva di andare a prendergli la colazione al bar. 

Mandaci Badante 3, babbo, ieri gli ho fatto vedere come si fa

, mi fa lui, ma tu sei più brava.  

Ora, è vero che il mio lavoro in effetti è anche quello, preparare la colazione alla gente, ma nel caso specifico bisogna solo andarla a prendere al bar di sotto e portarla in casa (mio padre è un viziato, vuole la sfoglia e il cappuccino del bar, e siccome non si muove più c’è bisogno di qualcuno che gliela porti). 

Come previsto, anche se io sono più brava, c’è andata Badante 3. Badante 3 non parla italiano se non mela, olio, bravo. Cose così. Parla solo georgiano. E sa Dio se c’è una lingua meno assimilabile all’italiano del georgiano. In ogni caso è brava. Sempre sorridente ( e lì, con lui che la notte fa pisolini di 5 minuti e basta, c’è poco da ridere), forse non sveglissima, ma si dà da fare. Oggi ci siamo insegnate i giorni della settimana, così ora so che il lunedì è orshabati e il sabato shabati. Quindi se non sto attenta è un attimo confondere il lunedì con il sabato. Le patate sono più facili, k’art’opili. Che ricorda un po’ il katoffel tedesco. Pomodoro è ancora meglio: p’omidori. Una passeggiata, il georgiano. Ah ah. 

(la traduzione del titolo è Ciao)

Badante 3 non mangia nulla. Anche se è enorme, si nutre principalmente di biscotti, caffè zuccherato, pomodori, patate e cotolette di pollo impanate. Non beve latte, né succhi, né (per fortuna) vino. Non mangia né pasta né riso. Spero che fra poco non occorra una Badante 4 per la Badante 3…

Dal mio canto, sto per esaurire questa settimana di ferie bellissima, indimenticabile. E la finisco con una (sospetta) costola incrinata. Ieri notte sono caduta dal letto mentre dormivo. Lo so. Non mi accadeva da quando avevo tre anni. non posso dire cosa stessi sognando, ma non era di certo qualcosa di bello, immagino. Siccome ho questo dolore quando respiro e tossisco e mi alzo eccetera, come tutte le persone poco assennate ho fatto una ricerca su Google (il medico di sabato e di domenica non c’è e io COL CAVOLO che torno al pronto soccorso, viste le recenti avventure). Google è diventato il medico di base più affidabile. C’è sempre, e ti prospetta per ogni cosa uno largo spettro di patologie, dal Non è nulla, si risolve in poco tempo, al Morirai presto di un terribile male.Imprecisato. Perché comunque se non ti rivolgi a un medico non puoi saperlo. Ma io insisto, perché credo in San Google. Così chiedo al nostro oracolo elettronico come si fa a sapere se una costola è incrinata. Risposta: vai al pronto soccorso e fai una radiografia. Perché se ti fa male a respirare e ti fa male se la tocchi può darsi che sia incrinata, oppure no.  Una tautologia perfetta. 

Va beh. Anche lì vediamo. Camminare cammino, guidare, guido, quindi anche fosse devo solo tenermi alla larga dalla tosse e alzarmi il meno possibile. Imparerò a dormire in piedi. Che se lo fanno i cavalli posso farlo anche io. 

Altro giro, altra corsa. Finirà, eh…

Pubblicità

Forse un giorno imparerò

Torno a scrivere dopo una lunga settimana di lavoro che seguiva una lunghissima settimana di lavoro. 

Non so perché, ma ultimamente lavorare mi richiede degli sforzi notevoli. Non mi alzo volentieri, quando sono lì sono meno concentrata del solito, i rapporti con i colleghi li trovo difficoltosi, soprattutto con la Figlia del Capo, che a volte è insopportabile. Il Capo invece è stanco, confuso, sbaglia di continuo. Ho l’impressione che si senta un pesce fuor d’acqua e siccome mi sento così anche io ci deve essere qualcosa che non va. 

Tutti questi pensieri, che mi assillano giorno e notte (ed è il mio maledetto difetto, quando mi fisso su una cosa…) mi portano, la mattina, a guardare sempre e solo annunci di lavoro. Ho, è vero, il Progetto Comune, ma sto studiando poco e le prove sono rimandate a data da destinarsi e io spero sempre che un annuncio salvi la mia quotidianità. 

Eppure so che sono solo io a dover muovere qualcosa, senza dover aspettare che mi scenda giù dal cielo. 

Ed ecco perché, approfittando di un’altra settimana di ferie che avrò a fine mese (sì, lo so, a voi sembra che sia sempre in ferie, in realtà devo smaltire ancora 94 giorni delle suddette, sono più di tre mesi, e un giorno qui e una settimana là non assottigliano affatto la fetta) ho deciso di prendermi tre giorni per me. Me ne vado via, anche se sono ancora indecisa sulla destinazione. 

(E siccome sono solo le nove di mattina di un lunedì e mia madre mi ha chiamato tre volte e mio padre mi ha mandato quattro messaggi, direi che scappo in una terra dove non esistono ripetitori).

Quando l’ho detto a mia madre mi ha chiesto: e l’Amico Speciale cosa dice che vai via da sola?

E che deve dire? Mi deve forse autorizzare? L’ho chiesto a Little, se per lei andava bene, e tanto basta, no?

Quella sua semplice domanda, fatta senza pensare, mi ha però fatto capire delle cose. Che poi ho scritto parzialmente in un commento qui in giro. 

Essere nati e cresciuti dentro la mente del patriarcato a volte ti rene difficile capire che ci sei dentro. Cerco di spiegarmi. Mi sono sempre ribellata all’idea che dovesse comandare qualcuno in famiglia, salvo poi rendermi conto che avevo una famiglia esattamente così. Dove eri già fortunata se tuo marito ti permetteva di, che ne so, fare un corso di scrittura (pagato con i tuoi soldi) o riprendere a studiare (sempre con i tuoi soldi). Queste sono state le parole esatte del padre del mio ex quando l’ho lasciato. Ma dopotutto il suddetto padre ha i suoi anni, insomma è di un’altra generazione. Peccato che anche il mio ex al tempo se ne uscì con una frase simile. E lo stesso fece mia sorella. In quel periodo credevo di essere pazza, nessuno la pensava come me, tutti mi dicevano di restare con mio marito perché alla fine lui non mi aveva mai picchiato e mi aveva permesso di fare quello che volevo. Nessuno che mi chiedesse se l’amassi ancora o lo rispettassi o lui rispettasse me. Addirittura, un conoscente una mattina mi chiese perché avessi la faccia lunga. Dopotutto, disse, hai un bel lavoro, una bella casa, una bella famiglia. Non risposi. Ma mi riproposi di non fare mai quello che stava facendo lui, giudicare una vita senza conoscerla. 

Forse sono stata sfortunata, forse mi sono cercata quello che mia madre mi aveva sempre detto tra le righe di cercare, non saprei. Resta il fatto che ora, purtroppo, sono invece passata sull’altra sponda (o bianco o nero, Moon, giusto?) e non tollero più che mi si dica quello che devo fare. se ho imparato qualcosa dalla storia con il mio ex è stato essere autosufficiente. E lo sono. Non solo, ho cresciuto praticamente da sola Little, per anni l’ho tirata su solo con il mio stipendio e sono arrivata al punto di essere io la donna e l’uomo di casa. 

E quindi l’Amico Speciale perché dovrebbe autorizzarmi a prendermi una vacanza di tre giorni? 

Ora, lui, l’A.S., ovviamente mi dice che esagero. Di lasciar perdere mia madre. Ma io sono approdata all’altra sponda. E a lasciar perdere ho paura di tornare indietro. 

Forse arriverà anche il giorno in cui riuscirò a stare con i piedi in mezzo al fiume, né su una sponda, né sull’altra. Sì. Forse un giorno imparerò. 

Iniziare l’anno alla grande! Polemizzando

Anno nuovo, polemica vecchia. 

I social

Mi ricordo gli albori di Facebook. O almeno, quando lo conobbi io. Ricordo che dissi al mio ex, primi anni dieci del 2000: perché non ci iscriviamo? Mi pare di aver capito che per le aziende è come avere pubblicità gratis. 

Non lo so cosa avevo capito. Quello che so è ciò che poi è successo, ovvero che su Facebook l’azienda è stata quasi invisibile e i nostri profili personali invece hanno iniziato a crescere. Era da poco nata Little e dopo aver sperimentato una macchina fotografica digitale con tanto di piccola stampante inclusa, ho ricevuto invece il mio primissimo smartphone. Da quel momento in poi ho sempre avuto le foto su un device e ho stampato solo poche copie (giusto per sentirmi un po’ vintage). E le foto le pubblicavo, a volte, su Facebook. Ho considerato questo luogo come una cameretta per anni, un modo per attaccare un poster al muro, come facevo da ragazzina con quelli di Johnny Deep in regalo su Cioè, solo che ora avevo iniziato ad appendere poster di David Foster Wallace, di Little, a rigirare link dei finalisti dello Strega o a ricevere link dalle riviste letterarie con le quali collaboravo. Mi sentivo come se essere su Facebook mi desse la giusta visibilità nel mondo, in un mondo che a me era precluso per ragioni geografiche. Insomma, fossi vissuta a Milano o a Torino forse…, mi dicevo. Ma il mondo doveva conoscermi, conoscere la mia vita, leggere quello che scrivevo. E Facebook mi sembrava al mio servizio. 

Poi è arrivato Instagram. 

Ricordo di aver parlato con un fotografo di una certa importanza, avevo un progetto con lui per scrivere qualcosa sotto alle sue foto in una mostra. Un progetto che, come molti dei miei, non è andato a segno. Comunque lui mi chiese se avessi Instagram. Sì, lo avevo, risposi, ma non lo capivo molto e lo usavo poco. mi rimproverò. Instagram è il social che conta, Facebook ormai è solo per i vecchi. Erano passati sì e no 5 anni dalla mia iscrizione a Facebook e già era in marcescenza. 

E poi arriva il lavoro, quello al Ristorante. Sin dal primo giorno mi danno l’accesso al Facebook aziendale per gestirlo. Creo anche la pagina Instagram, pubblico foto, ripubblico spesso sul mio profilo. A un certo punto smetto di pubblicare contenuti miei su Facebook e Instagram. Mi sento esposta, mi sembra inutile far sapere alla gente cosa faccio per Natale o per le vacanze, sono sempre più invisibile. Ma accedo lo stesso ai social. Accedo per vedere i post delle pagine che seguo e dei gruppi a cui sono iscritta. A volte leggo bella roba, ma sempre più spesso leggo inutili discussioni, aggressioni gratuite (soprattutto nei gruppi settoriali, come che ne so, Il barista incazzato per dirvene una,  il che mi risulta ancora incomprensibile), tanta tanta violenza verbale oppure, al contrario, tanto menefreghismo. Guardo sempre meno. A volte trovo gruppi degni di esistere, come uno di gelatai che condivide ricette professionali senza tirarsela, altre volte invece mi capita di vedere il perbenismo e la falsità all’ennesima potenza. Mi disgusto sempre più. 

Sono talmente disgustata che non riesco più neanche a gestire le pagine del Ristorante, le mollo piano piano, entro a fare post solo se costretta dal Capo o dalla Figlia del Capo. Sul mio profilo invece pubblico rarissimamente e di solito per ringraziare qualcuno.

L’altro giorno non sapevo cosa fare e ho aperto l’app. Nella home page c’erano solo foto natalizie, una uguale all’altra, tutti abbracciati sotto l’albero, tutte didascalie fotocopia: per Natale ciò che conta non sono i regali, ma la famiglia. E poi vedo un post di mia sorella, uguale a quelli sopra. Lei che dice la famiglia… si vede che una sorella non si considera più famiglia. E neanche un padre.  

E allora mi chiedo a cosa servano, ‘sti social. A riempire il web di falsità o a provare ad apparire buoni e felici? 

Personalmente continuerò ad usarlo come strumento, quando me la sentirò, esattamente come pensavo all’inizio. Cercando di evitare di essere io, di nuovo,  quella strumentalizzata. 

Benvenuto(?) 2023- In diretta

Sono sopravvissuta anche a Capodanno, sono le otto e mezza del primo gennaio e io sono in coma perché non ho dormito quasi. Non perché io abbia fatto cenoni e fuochi, anzi. Il mio programma per ieri sera era il SSN, che non è il Servizio Sanitario Nazionale, ma Sushi, Sesso e Nanna (il piano di riserva era RSA, Risveglio, Sesso e Allegria, ma stamani sento che all’RSA potrei andarci io). Comunque, idea: nanna presto. Che ho fatto, tra parentesi. Alle dieci e quaranta ero già sotto le coperte e mi sono detta: speriamo di svegliarsi già nel 2023. E così è stato, solo che non ho specificato l’ora, e quindi a mezzanotte e un minuto mi ha chiamato mio padre, per farmi gli auguri. Ho deciso di non rispondere, capirà, mi dico. E no, l’ultima telefonata è stata a mezzanotte e quarantaquattro.

Ho un sonno leggerissimo in questi ultimi tempi, se mi sveglio poi non mi riaddormento più, e così è stato stanotte, ovviamente, compreso il russare dell’Amico Speciale, che ha il raffreddore, per carità, ma fa tremare i muri, domani gli compro un camion di Vicks Sinex. 

Abbiamo deciso di fare il cenone in ritardo di un giorno, cioè stasera, perché come ho già detto in tempi non sospetti, ho amici che lavorano nella ristorazione e non erano disponibili per il 31. Festeggeremo stasera, a mezzanotte faremo i finti tonti e stapperemo una bottiglia di prosecco. Per fare questa cena ho speso quasi uno stipendio. Non solo ho svuotato i mari dai suoi pesci, ma ho avuto la malsana idea di fare una vellutata di ceci come primo. E non ho voluto accontentarmi dei ceci già cotti, come avrei fatto normalmente, ma ho fatto la sborona, ho preso i ceci bio e ho letto la ricetta: 600 grammi di ceci, rosmarino, carota… guardo la mia busta e leggo 400 grammi. Metto a bagno due buste, 800 grammi. Poi capisco la cazzata che ho fatto. I 600 grammi si riferivano ai ceci cotti, non secchi. Mi armo di pazienza, metto a bollire i ceci in due pentole. E qui arriva la telefonata di Putin che mi ringrazia: cinque ore per cuocere ‘sti ceci. E poi, siccome ne ho cotti un esercito, sono dovuta andare a comprare dei vasetti per metterli in sottovuoto, ma al ferramenta hanno sbagliato a darmi i tappi (che io avevo già aperto e lavato), quindi torna a comprarne di nuovi, falli bollire di nuovo, insomma, questa vellutata mi è costata più del pesce. Non la farò mai più. 

In compenso mio padre mi ha già chiamata. 

Buongiorno e buon anno!, mi fa. I vecchi non dormono mai… nessun commento al fatto che non ho risposto stanotte, per fortuna.

Hai fatto colazione?, chiedo (gli argomenti di conversazione tra noi si sono ridotti a domanda e risposta quando va bene e di solito io chiedo (hai mangiato? Hai preso le medicine?) e lui monosillaba.

No, non ce l’ho la colazione.

Sì, babbo, è nel frigo.

Non c’è. Risposta secca, ostinata.

Guarda bene. 

Non c’è!, risponde piccato.

Sospiro e aspetto. Gli do direttive per trovarla (è davanti ai tuoi occhi, babbo, guarda bene, l’ho vista ieri sera), poi aspetto che mi risponda che sì, avevo ragione, è nel frigo. 

A volte la mia pazienza vacilla… 

Comunque direi che l’anno è iniziato nel migliore dei modi, no? Devo solo fare in modo di arrivare a fine giornata senza sbroccare ed è fatta. 

Vado a finire la vellutata di ceci. Sì, deve ancora cuocere. Di questo passo tanto vale che mi trasferisca in Russia direttamente. Chissà se a Putin piace la vellutata…

Lo spirito giusto del Natale

Ho lo spirito giusto e la musica giusta per scrivere un post di Natale, che ci siamo quasi e quando uscirà questo mio breve e sconclusionato scritto lo sarà per davvero. Beata pianificazione…

Natale. Dunque. Come sarà quest’anno a casa Moon? Ricco di sorprese, a quanto pare. Vediamo… Ho passato giorni a pianificare tutto: cena con mio padre il 24 sera, cena con mia madre e mia sorella il 25, pranzo di Natale per me a casa di mia suocera, che Little è da suo padre e io dovrei finire di lavorare alle 13, tardino, ma sempre nella fascia pranzo, così evito di passare il Natale da sola come una scema (una volta l’ho fatto, il pranzo di Natale da sola: ho mangiato una piadina e pianto in vestaglia. Tristissimo). Mio padre invece lo avevo piazzato da mia sorella per il pranzo, soluzione perfetta, vero che mi è toccato chiederglielo, mica si offriva, la stronza, ma fa lo stesso perché mio padre era talmente felice di vedere sua figlia e le nipoti che è una settimana che mi scassa le balle: 

Mi aiuti a preparare la tavola per Natale?

Certo, babbo

Allora vai

Ma è lunedì, Natale è domenica! 

Poi mi manda messaggi e mi chiede: 

Ma il vino l’hai preso? Il dolce c’è? 

C’è tutto! 

Non lo trovo

(Sì, perché li ho nascosti, ah ah, sennò apri la bottiglia e ti mangi il dolce prima del 25) Tranquillo, babbo, avrai tutto…

Organizzazione quasi perfetta, no?

E poi arriva la mazzata. Il mio Capo mi fa: ma per Natale se abbiamo bisogno per il pranzo resti?

Cioè. Fammi capire. Ci sono tre cameriere in sala, tre persone in cucina, una al banco per fare i conti e hai bisogno che io ti faccia 12 ore per Natale?

No, se non puoi… non importa, mi fa. Quindi, no, non lavoro a pranzo, ma forse sì. Della serie, riuscirò ad andare via? Perché le 13 o le 14 fanno differenza per un pranzo. Della serie arrivi e tavola e mangi gli avanzi e tutti ti guardano con gli occhioni e con un po’ di fastidio perché hai turbato la cronologia degli eventi. 

E poi mia sorella manda un messaggio a mia madre e le dice che sono tutti malati. Tutti con l’africana, l’asiatica o come cavolo si chiama. Quindi salta il pranzo da mio padre e la cena da mia madre? Non si sa. Vediamo come stiamo, dice lei. Che per tutte le persone normali va bene, ma non per me, non per Moon. Moon deve organizzarsi, cazzo. Perché se non va mia sorella da mio padre, devo saperlo, sennò resta senza cibo. E io sono a lavoro. 

Quindi. Natale. Una festa zero stressante. Perché farci tanto chiasso? 

Ma è ovvio che ci sono le eccezioni. Per esempio, arriva Little a casa, come ora, sente che ho messo su musica di Natale e si mette a ballare e cantare. E poi mi fa: allora cena e PLL? (Pretty Little Liars, una serie che guardiamo da due eoni e stiamo, finalmente, per concludere. Ho attaccato anche a lei il gusto per gli acronimi).  

Qualcuno qui ha detto che il Natale è solo per i bambini, che è bello solo per loro. Io invece credo che diventi speciale solo per chi ama. Se hai qualcuno da amare e che ti ama, allora tutto diventa più nataloso (so che i vostri occhi non l’ardiscon di guardare, ma se la Crusca ha passato petaloso, io mi passo questo). 

Quindi: un Natale di amore per tutti.

Un argomento un po’ tabù

Vi ho detto che vivo un periodo stressante, che ho pensato allo psicologo (no, il bonus a me non è toccato), che mi sono fatta prescrivere un ansiolitico che non ho usato, che ho deciso di vomitare qui la mia ansia riprendendo a scrivere. 

Ma.

Ma già da un po’ Ale (la mia migliore amica, mia sorella, la regina dei folletti), mi parla di questo benedetto CBD, olio di canapa. È un olio tratto dalle infiorescenze della cannabis e dal quale viene tolto il THC per conservarne solo, appunto, il CBD. 

Alla fine faccio ricerche, googlo come se non ci fosse un domani. La prima ricerca che faccio è se è legale. Controllo. È un ni. La cosa non mi stupisce, affatto. Mi rendo conto che c’è un mondo, dietro. Sono onesta, la prima cosa che ho fatto per capire il livello di legalità è stato cercare su Amazon. E lì mi si è aperto un mondo. Non solo l’olio c’è, ma ce ne sono infiniti tipi. Vado a leggere le istruzioni: solo per uso topico. Quindi esterno. Poi vado a leggere le recensioni e le domande. Sì, devono dire per uso topico, ma in realtà si usa anche (e soprattutto) ingerendolo. 

Ora sono confusa. Quindi cerco e cerco ancora sul web. La mia seconda domanda è: può avere effetti collaterali? 

Google mi risponde che sì, può averne: sonnolenza, secchezza delle fauci (questo termine mi fa sempre un po’ ribrezzo, come se fossimo dei leoni o roba simile), diarrea. Un po’ pochino. Inoltre, specificano molti siti, questi effetti collaterali si verificano per lo più se si ingerisce grandi quantità. Non gocce, come sarebbe invece consigliato. Continuo la ricerca facendomi la domanda principale: crea dipendenza? Non più del Moment quando hai mal di testa, leggo. Non demordo: voglio trovare un articolo che ci sputa sopra, che dice che è pericoloso, che non andrebbe assunto. Non trovo nulla. anzi, leggo che l’OMS ne riconosce i benefici terapeutici. Non leggo di nessuna testimonianza che dice di aver avuto problemi fisici con il CBD. Sì, qualcuno ha smesso perché gli faceva venire il mal di testa, qualcun altro perché non gli faceva nulla. leggo invece di persone con l’artrite o l’artrosi che ne ha giovato. Leggo di persone che con tre gocce prima di dormire ha eliminato il problema dei risvegli notturni. 

Torno su Amazon. La scelta è troppo vasta, non posso farcela da sola. Mi affido ad altri siti per una classifica di qualità. Trovo una ditta che produce l’olio in Italia. Questo nome ricorre spesso, il loro sito è ben fatto, quasi infinito, mi perdo negli articoli che parlano del CBD, come usarlo, la posologia, gli effetti collaterali irrisori, come e dove coltivano la cannabis eccetera. Il prezzo per una percentuale media (10%) e abbordabilissimo, contando che con un massimo di dieci gocce il giorno lo finirai in più di un mese. Fra poco spendo di più per la pillola anticoncezionale. Non decido ancora di compararlo, però. Aspetto. 

L’Universo due giorni dopo mi manda una coppia di coniugi al Ristorante. Mentre parliamo viene fuori che entrambi abbiamo genitori vecchi e malati da accudire. La loro è una madre affetta da Alzheimer. Il loro medico ha consigliato la terapia con la cannabis. E la signora la sta facendo, con notevoli miglioramenti nella qualità della vita. Gli effetti collaterali sono ovviamente a perdere in una donna di 90 anni con l’Alzheimer. 

Il giorno successivo ancora si parla di questa terapia su Radio 24. Stessa solfa. E io mi dico: l’Universo mi sta dicendo qualcosa. 

Così compro. La boccetta arriva. Decido di provarla in un pomeriggio qualsiasi privo di impegni, giusto per non correre rischi. Il risultato è di mio gradimento. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sento… normale. Una persona normale. Senza ansia, soprattutto, ma c’è qualcosa di più. Sento di aver rimesso in ordine le priorità. Chiamo subito l’Amico Speciale per dirglielo. Lui mi dice: see, è un effetto placebo. Rispondo che mi importa nulla se è vero o placebo, l’importante è il risultato. 

Continuo a sperimentare per tutta la settimana. Poche gocce al giorno, sempre sotto la soglia massima. Sonnolenza praticamente mai, rilassatezza sì, dolore al collo quasi impercettibile, persiste il senso di normalità e la rivoluzione delle priorità, utile a sprazzi per i risvegli notturni, effetto collaterale prevalente la sete, il che è un bene visto che bevo di solito come un uccellino. E bevo anche meno caffè. 

Continuerò a provarla, senza aumentare le dosi, giusto il tempo di superare questo periodo un po’ malmesso. Mi entusiasma più delle benzodiazepine. 

Finisco questo lungo post dicendo che sì, forse devono ancora studiarla bene, questa sostanza, forse sono agli inizi e sicuramente nel tempo verranno fuori delle magagne. Ma alla fine io fumo più di un pacchetto di sigarette il giorno… non credo sarà il CBD a rovinarmi la salute. 

Cose da non fare a un concerto di Natale

È un lunedì mattina come tanti (ho ricominciato a scrivere in differita), ho dormito uno sbotto di ore e mi sono ripresa dalla giornata maratonica di ieri. Lavoro, occhiatina a babbo, doccia e concerto di Natale della scuola di musica di Little Boss. 

Dopo un paio di anni incerti, finalmente il concerto torna in presenza e al chiuso, una quasi normalità disturbata solo dall’influenza che ha decimato gran parte dei partecipanti. Ogni anno, dalla separazione con il mio ex, vado lì da sola, mi metto su una seggiolina nell’angolo e cerco di evitare i suoi parenti e amici. Il posto dove si svolge il concerto è il suo territorio, come mi ha spesso ribadito. Non che sia più del tutto vero, intendiamoci, ma l’Amico Speciale non ce lo porto, vogliamo evitare imbarazzi per Little (il mio ex sarebbe capacissimo di fare una scenata davanti a tutti, nonostante tra poco siano dieci anni che siamo separati). 

Quindi nulla, ieri faccio come sempre: mi metto in fondo, da sola seduta nell’angolino. Dietro di me si siede una famiglia di cui riconosco solo la mamma (è stato il mio avvocato, anni fa, in una causa di lavoro, ma non mi saluta perché sul suo territorio a volte funziona così). 

Il concerto ritarda e la Tizia Maleducata dietro di me inizia a parlare. Lo farà per tutto il tempo. Si mette una gomma in bocca e biascicando parte: ma insomma, questo concerto quando inizia? Che poi dobbiamo andare a fare l’aperitivo con X, sennò facciamo tardi. Scopro poco dopo che è la sorella della mamma/avvocato. Così come scopro il suo numero di scarpe, a quanto tiene la temperatura del termosifone a casa, dove lavora e molto altro. Tutto in quindici minuti. 

Le luci si spengono e inizia la classe di pianoforte. Un bambino delizioso sui 10 anni suona e canta Jingle Bells. La Tizia Maleducata continua a parlare ad alta voce dei fatti suoi durante tutto il tempo. scroscio di applausi e lei dice: ha sbagliato qualche nota, però

È il turno delle percussioni. Sono quattro ragazzi che fanno un’esibizione straordinaria, credo sia la prima volta che la scuola organizza per loro un’esibizione in solitaria, di solito mettono i percussionisti ad accompagnare altri strumenti. Sono bravissimi, ma va da sé che non è una canzone. Lei non perde tempo e fa: eh, però questa che noia che è…

Scuola di canto. Una signora sulla cinquantina canta una canzone. Te esotoy buscando…te quiero…eccetera.

Che lingua è, questa? Chiede la Tizia Maleducata. La tristezza è l’uomo accanto a lei che risponde: portoghese. 

Comunque non era per nulla brava, aggiunge alla fine. 

Finalmente arriva una coppia di cantanti che incontrano il suo favore, cantando una canzone di Baglioni. 

Questi sì che sono bravi, era l’ora. Di una delicatezza assoluta.

È il turno di Little che canta con altre tre ragazze. Sono molto presa ad ascoltare quindi non è che faccia caso alla Tizia Maleducata, ma siccome parla a voce alta non mi riesce del tutto, così scopro altri dettagli della sua vita mentre parla con l’uomo accanto a lei. non commenta l’esibizione ( o se lo fa non la sento) ed è la sua fortuna. 

Il concerto sta per finire, c’è l’esibizione del coro che canta canzoni popolari. Lei non si lascia sfuggire l’ultima occasione per lamentarsi.

Uff, anche il coro, adesso, ma sono quasi le sei!

E io lo so che lì avrei dovuto girarmi, guardarla in faccia per la prima volta e dirle: ma che cazzo ci sei venuta a fare? Tua nipote l’hai vista? Presenza l’hai fatta? Ora vattene affanculo fuori di qui

Ma prima di tutto l’ho detto che è stata fortunata a non commentare Little (che comunque è stata bravissima, n.d.r), e poi che faccio? Una scenata davanti a tutti? tanto valeva allora che portassi al concerto anche l’Amico Speciale. Ho atteso la fine del concerto, sono uscita dalla mia postazione senza voltarmi. Non volevo vederla in faccia, non volevo riconoscerla fuori da lì. Che poi lavora in ospedale e sia mai, visto che ci giro di continuo tra ospedali, che una volta mi tocchi proprio lei. 

Mi sono allontanata dal teatro, faceva un freddo cane, sono arrivata alla macchina e ho caricato su Spoty la canzone che ha cantato Little. E la Tizia Maleducata è scomparsa. 

Metaverse e Early Adopter

A lavoro, in laboratorio, mettiamo sempre Radio 24. Non chiedetemi perché invece non c’è Bach o anche un semplice pop rock: quello lo riserviamo ai clienti. Comunque, su Radio 24 ogni tanto passa una pubblicità. Io, che le pubblicità non le guardo mai, non guardando la tv, spesso ne resto affascinata. Se ci pensate le pubblicità ti fanno capire meglio dove si colloca la società. Vi ricordate la pubblicità della Barilla con la bambina con l’impermeabile giallo che porta a casa un gattino sotto la pioggia? Era il 1986 e sembrava proprio che il nostro mondo volesse andare in quella direzione: benessere, famiglia. C’era un diffuso clima di speranza. O almeno così mi sembra oggi (al tempo ero una mocciosa e devo dire che quegli anni non sono stati il massimo per me). E insomma vabbè, dicevo che su Radio 24 passa la pubblicità del Metaverso. Ma il suo impatto sarà reale, conclude. Dopo una decina di volte alla fine sono riuscita a sentire l’intero spot, cercando di capire di chi sia. Nulla. Mi è toccato cercarlo sul web. Meta. Quindi Facebook, quindi Mark. È una strana pubblicità. Nel senso che non vende un prodotto già esistente, tutto il testo è scritto al futuro. Non esiste ancora il Metaverso, ma esisterà. E io dico, ok, ma perché dirmelo ora? Dimmelo quando c’è. E invece no… e invece forse l’idea di questo spot è quella di fartici avvicinare, a questa rivoluzione, lentamente. Farti abituare all’idea che ci sarà, così che un domani tu non possa dire: ma che è ‘sta roba? Noooo. 

Perché è esattamente quello che penserei ora se mi dicessero di andare a passeggiare su una strada virtuale e fare shopping virtuale con criptovalute per comprare, che ne so, un cappotto virtuale per il mio avatar. Sarà impiegato per grandi scopi, come quelli medici? Ok. ma sarà sfruttato anche per socializzare? Cioè, non usciremo più di casa per un caffè con un amico se non per prenderlo nel Metaverso?  Perché magari nel Metaverso potremo essere persone migliori(dai, che lo avete visto Ready player one!)

Sono un po’ ostile all’idea, specie dopo due anni di pandemia che ci ha costretti a socializzare solo così, virtualmente. 

Cher poi una sorta di Metaverso già esiste, penso a Fortnite. In tempi non sospetti una mia amica mi disse: mio figlio mi dice che va a giocare con un amichetto e poi lo trovo da solo sul divano di casa. Gli chiedo dove sta il suo amichetto. Lui dice che sta a casa sua, che giocano a Fortnite insieme in rete. E io mi chiedo dove sia finita la palla da calcio…

Me lo chiedo anche io. E questo rifiuto che sento mi fa scaturire la classica domanda: stai diventando come tua madre che rifiuta il concetto di Spid? Il Metaverso sarà il mio Spid? 

Beh, ok, non è detto, magari mi farò impiantare un chip sottopelle per pagare con il pos, come il tizio olandese che ne ha ben 32 e ci apre pure le porte. Che poi mi dico: ma fra tutte le cose faticose che facciamo ogni giorno, spesa, pulizie, proprio aprire la porta ti crea disagio? Senti fatica prendere una carta dal portafogli per strusciarla sopra un pos? 

Forse è così che si comincia a capire che si invecchia: revisioni costanti (estetista, parrucchiere etc, vedi post precedente)e rifiuto dell’innovazione tecnologica (che ha pure un nome, Early adopter). 

Eppure ero così felice di avere un assistente vocale in casa… 

Alexa, spegni questo post

P.s. Piccolo aggiornate to: ho letto ora ora una notizia di una class action in Canada da parte di genitori i cui figli giocano a Fortnite. Loro dicono che il videogioco è come l’eroina e crea dipendenza (Un ragazzino ci ha giocato più di 7000 ore in un anno e in un anno di sono poco più di 8000 ore, per dire). C’è da rifletterci, E.A. a parte…

Moon, again

E così è passato un altro anno, quasi, e io ho messo di nuovo in pausa questo blog…

L’ho proprio sospeso, cancellando pure l’app dal telefono e tutto il resto.

Ho provato a dargli un. Articolo finale, il Gran Finale di un tempo che fu, della Moon blogger, ma non ci sono riuscita. Sapevo che prima o poi sarei tornata. 

Mi sono regalata un corso di scrittura alla Holden che mi ha fatto molto bene: ho imparato tante cose, ma soprattutto ho raddoppiato la mia autostima come scrittrice, il che è un bene no? Sì. E poi ho scritto il romanzo. L’ho scritto. L’ho finito. Un manoscritto per l’esattezza, 7 quaderni aspirale monocromo A5. Qualche pagina buona, qualche pagina pessima, altre da risistemare. Come primo romanzo dovrei esserne soddisfatta. Ora devo solo riscriverlo. Capire cosa non va e metterlo giù sul pc. 

Sì, sono stata brava, alla faccia di chi si loda si imbroda. E poi.

E poi la vita mi ha travolta di nuovo. Come il fiume in piena sulla passerella che ho sotto casa, mi ha investita, buttata giù nell’acqua e mi sono persa. Continuo a fare progetti su progetti (il mio ultimo? Studiare per un concorso in comune) e poi mi perdo. Non sui progetti, intendiamoci, ma perdo me stessa, chi sono. Perdo la mia identità. Mai come ora non so dirmi chi sono. 

Ed ecco che torna la scrittura. Torna perché mi deve aiutare, deve dirmi chi è Moon e non cosa vuole fare. 

E può farlo solo raccontando della vita. Mi piace questo blog. Mi piace pensarmi qui. Mi piace scrivere. Casuale. Con questa terribile mania paratattica che mi ritrovo. 

E quindi riparto. 

Senza censura.