La mia ancora di salvezza

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Come dicevo, la mia storia con l’Amico Speciale va discretamente, lui è quasitutto ciò di cui ho bisogno, mi aiuta quando sono in panne (ha passato un sabato mattina in lavanderia al mio posto perché stavo smattando per l’accumulo di bucato, quale uomo ti lava e ti piega il bucato? Il tuo dico, solo il tuo bucato…), mi prepara la cena quando faccio tardi (la sua impepata di cozze era sublime), sceglie sempre i film giusti (no, non l’avrei mai guardato un film dal titolo Bunraku, giuro su ciò che ho di più caro, e invece mi è piaciuta la regia alternativa, ve lo consiglio), si sveglia prima di me per preparare il caffè (anche se la mia sveglia punta le 5 e lui è di riposo… questa cosa ha stupito talmente tutti che ora mi danno della Strega), ascolta le mie magagne, mi coccola quando sono stanca, e a letto… a letto non posso chiedere di più (detto tra noi, è un valore aggiunto alla mia vita che non credevo di poter avere). Quindi quel quasi…?

Il quasi è semplice: credo di essere arrivata a delle degne conclusioni, su questo fronte, anche grazie agli ultimi due anni passati, grazie a TDL, ma soprattutto allo Shogun.

Ho iniziato a capire che A) non tutti gli uomini sono come il mio ex; B) se il mio ex è stato quello che è stato con me prima e è quello che è ora, la responsabilità è anche mia (non solo mia, non solo sua, ma mia e sua. Può sembrare una banalità, ma per me è una grande conquista); C) il principe azzurro…non esiste. Ebbene sì, anche se mi rompe ammetterlo ho sempre pensato di poter trovare l’uomo giusto, ma che non fosse solo giusto, ma giusto giusto, perfetto, in parole povere. Ciò non solo è denigrante per una ragazza di intelligenza media come me, ma anche deleterio. Perché ti immerge in uno strato di aspettative a dir poco assurde, distruggendo tutto. Ora, non è che avessi mai pensato che fosse il mio ex, il principino, ma credevo, al tempo, di essere un po’ immune a quell’amore che taglia via gli occhi. E le orecchie. E la testa tutta. E poi le mie certezze sono crollate, non ero affatto immune e TDL lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. E, detto ciò, ho capito anche che D) l’innamoramento è una follia che ha poco a che fare con le coppie, è una follia temporanea, che inebria, che va bene solo per soffrire, non può appagarti mai, ti dà solo una scarica di adrenalina, e di vita, certo, ma dura poco (il tempo di arrivare dalla pancia al cuore e poi alla mente) e ti lascia un po’ disarticolata, distorta, e ti occorre poi del tempo per rimetterti in sesto, per riallinearti al tuo Io. Per capire, anche, che non è quello che vuoi. Perché amare è bello, davvero, ti lascia addosso la sensazione che la tua vita abbia un senso, che tu esista davvero, ti dice che puoi fare davvero dei miracoli, perché essere innamorati ti dà forza, ti rende sveglio, attento, moltiplica tutti i tuoi sensi. Ma tutta questa energia che si sprigiona dentro di te, prima o poi, per un motivo o per un altro, dovrà calare. Dalla pancia passa al cuore e poi alla mente. E la mente difficilmente avrà la stessa risposta di pancia e cuore. Perché quello che vedi quando sei innamorato (oh, beh, sulla definizione e sulle parole lascio a voi, io mi ci perdo: innamoramento, infatuazione, cotta, definitela come vi pare) non è un uomo (o una donna), ma un superuomo (o una superdonna). E, ovvio, non esistono superuomini e superdonne (così come il principe azzurro).

Forse il mio problema (una volta me lo disse il Mentore, ma sono passati davvero tanti anni da quel giorno, e se l’ho capito solo adesso significa che la mia intelligenza non è poi così media, il neurone fa fatica a girare e va piano) è che volevo innamorarmi. E poi, quando è successo, mi ci sono volute tre testate belle potenti per capire che non era quello che volevo davvero.

Quello che voglio è amare la persona che ho accanto con i pregi e i difetti (non senza vederli), guardando alla sua interezza (non solo a quella parte che tanto mi piace), facendo compromessi, lavorando duro, impegnandomi senza pensare L’amore è sufficiente. Perché non lo è. Al limite vince su tutto. E senza ombra di dubbio è la mia ancora di salvezza.

 

 

In ogni caso, in questi giorni molto confusi e di fatti di decisioni importanti, mi sono persa spesso a ripensare alla storia con l’Amico Speciale. Forse perché UAP ha pubblicato la sua, di storia, con Dolce Consorte, forse perché qualcuno mi ha detto che dovrei scrivere una mia biografia (la cosa è stata detta tra il serio e il faceto, ma l’ho visto come un Segno), forse perché il mio capo l’altro giorno ha detto una cosa su di me e sull’Amico Speciale che mi ha sorpreso, perché la penso da sempre (e la pensa così anche Ale), insomma forse ho voglia anche io di tirare le fila con lui, fin dall’inizio, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto, poco più che ventenne (quindi eoni fa).

Ma soprattutto perché solo scrivendo riesco a pensare davvero, mettere in ordine e capire le cose.

Sarà facile?

Chi può dirlo

Anno nuovo, B.P. nuovi

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È talmente tanto che non scrivo che nemmeno Word mi riconosceva…

È che io sono abituata a scrivere sempre, almeno due righe così, una lettera, un messaggio lungo, due cavolate sulle Pagine del mattino. E ora nulla, le feste mi hanno risucchiato nel vortice. Ricordate quel post che girava su Facebook un paio di anni fa? La foto di Rambo sporco e insanguinato ma con i pollici in su e la scritta: quando lavori nella ristorazione e vi chiedono come sono andate le feste? Ecco, più o meno mi sento così, come Rambo, una sopravvissuta.

I peggiori sono i genitori. Perché non posso davvero dare colpa ai bambini che corrono su e giù per la sala del Ristorante con macchinine e areoplanini in mano mettendo a rischio la mia e loro vita. E i genitori, per le feste, si scatenano. Perché dopo un anno di cene fuori con gli amici non possono certo lasciare i bambini alla tata anche a Capodanno. Ma si vede che non li tollerano. E ciò mi rende, oltre che furiosa, anche molto triste. E quindi fatica e tristezza, oltre alle alzatacce e a farsi il pranzo di Natale senza Little Boss con un piatto di penne al ragù (menù della festa).

In ogni caso, le feste con oggi si concludono ufficialmente lasciando spazio alla sana routine di ogni giorno, fatta di lezioni di musica di Little Boss (sia canto che chitarra), la palestra, il circolo dei lettori, yoga, le lezioni di teatro del pomeriggio… insomma, una vera noia!

E quindi ho deciso, anche dopo aver letto il mio oroscopo per questo 2020, che mica me la dice benissimo, di fare dei buoni propositi. Li faccio ogni anno, è vero, appena scatta il numero 01/01 sono già lì che scrivo come una dannata, cercando di essere quantomeno realistica, di darmi degli obiettivi raggiungibili, non sarò mai un’astronauta, questo ormai l’ho imparato.

E quindi, tra i B.P. di questo 2020 figurano i soliti Leggere di più, Scrivere ogni giorno.

E mi sono fregata già nei primi 6…

Ma siccome ho letto che non bisogna colpevolizzarsi inutilmente, mi do delle attenuanti per il caso (a caso, anche) e riparto da domani, quando in teoria dovrei andare al C.a.f., prendere un appuntamento con il direttore della mia banca per sentire quanta fiducia mi può dare per un mutuo, andare a prendere Emma alla lezione di chitarra… ma sono fiduciosa, così come con l’appuntamento per la banca. Il fatto, il fatto vero, reale, è che io ero quella che diceva Non voglio comprarmi casa perché poi mi inchioda in un posto, e io non voglio inchiodarmi, mi sono inchiodata per anni e ho scoperto che non voglio catene e bla bla bla. E ora invece ci sto pensando seriamente. Ero quella che diceva Non mi piace questo paese, la gente sparla di me, mi guarda male e bla e bla. E ora invece esco da casa e saluto tutti come se non ci fosse un domani, faccio gli auguri al primo che passa, mi metto a chiacchiera al bar, adoro le decorazioni natalizie che hanno messo, non mi perdo una festa organizzata dal comune (come quella di oggi. Grande festa, a proposito).

Insomma, forse sto cambiando. Io, cambio, mica la gente di qui, ovvio. Forse davvero non mi dispiacerebbe una sicurezza tutta mia. Ma poi, certo, ho paura. Non lo voglio ammettere, ma mi fa paura prendermi questa responsabilità. Accendere un mutuo. Insomma, si accendono le bombe, no? Ma è anche vero che si accendono le luci, anche. Sarà una bomba o una nuova luce? L’enigma mi consuma.

Eppure mi dico che la vita va presa per come viene. Non è il mio stile, no, affatto, io sono una che controlla, ma a volte mi devo sforzare anche un po’. Ed ecco che questo diventa un altro dei B.P. 2020: rischiare. Muoversi. Perché chi non si muove è morto, e io non voglio ancora morire, non più.

Ma c’è anche l’Amico Speciale che fa capolino nei miei B.P. Perché, ora che le cose tra noi vanno bene (lui riesce sempre a stupirmi, una qualità che non posso che apprezzare) il rischio è quello della tanto temuta Quotidianità. E attraversare il confine è un attimo, darsi per scontati, vedersi per obbligo, ridurre tutto a sesso e cena, cena e sesso, una capatina da mia madre, smettere di ascoltarsi (vabbè, lui lo fa sempre, ma non voglio farlo io), smettere di baciarsi o di tenersi per mano e alla fine ti ritrovi un estraneo nel letto che dorme accanto a te. Sì, ok, sono un pelino catastrofica e paranoica, ma tant’è. Non vivere i momenti con qualcuno perché li dai per scontati è una cosa terribile che accade ogni secondo nel mondo. Più volte al secondo, direi. Ed ecco che il mio B.P. 2020 è anche Godersi i momenti con l’Amico Speciale. Piuttosto meno, ma veri.

E per la Piccola cosa ho riservato? Il Gran Finale. Farla più felice. Semplicemente. Farle vivere i suoi 13 anni, farla ripartire dal gioco per insegnarle a difendersi dal mondo, ripeterle ogni giorno che è con l’amore che si vince davvero, mai con l’odio, che non deve imparare dai miei errori, ma farsene di nuovi, che la vita è solo una questione di occhiali con i quali guardi il mondo, bisogna avere le lenti giuste e farsi le lenti è difficile, ma non impossibile. Vorrei, doppiando Vonnegut, che quando è felice ci facesse caso.

Ed è anche il mio ultimo B.P. 2020: vorrei che quando sono felice ci facessi caso.

Perché è così facile parlare delle sconfitte e delle delusioni.

Ma capita più spesso di quanto voglia ammettere.

p.s. Ale, il mio blog non lo vedi perché scrivo poco… ma tra i B.P. 2020 ci sei anche tu…

 

 

 

Fino alla nausea: ancora di scrittura

 

 

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Insieme al manuale di dissuasione alla scrittura creativa, per compensare, ho preso anche un Master di scrittura creativa.  Ora: io ho più libri di scrittura della scuola Holden, mi sa, ma questo ancora non lo avevo e speravo che mi desse qualche dritta nuova e…

No. Non è vero: sapevo perfettamente di aver già letto tutto il leggibile sulla scrittura: tra libri, blog, consigli a scrittori da chiunque, anche da non scrittori, credo di aver incamerato più info di Google, so perfettamente come dovrebbe essere una trama, come si usa un cliffhanger (ma soprattutto, chi ne abusa, senza fare nomi), ho ripassato le figure retoriche, tutte, so come si fa la scheda di un personaggio, cosa si intende per Domanda Drammaturgica Principale  (DDP, giusto per dare sfogo al mio bisogno di acronimi). Cosa voglio dire? Che la Teoria la so tutta. E la pratica sono altri cazzi.

La pratica, in fin dei conti, consiste in altro. Non sono brava a calcolare quando scrivo, forse perché non sono brava a calcolare e basta, ero più per l’Italiano, a scuola, e infatti sono andata al Liceo Classico. Diciamo così, visto che sto preparando cena: per la scrittura mi comporto come di solito mi comporto in cucina: la ricetta la so, l’ho studiata, so che dovrei usare la bilancia per gli ingredienti, ma non riesco proprio a non metterci qualcosa di mio, un tocco di curry lì, un pizzico di menta là… spesso accade che rovino un piatto (tanto ho poi l’Amico Speciale che è un inceneritore), spesso che il piatto piace solo a me, raramente che il piatto lo gradiscano i più.

Lo chiamo atteggiamento sensoriale. Ovvero, vado a senso, a caso per essere più precisi. Le regole le so, quindi. Ma spesso decido di ignorarle. Non di infrangerle, sia ben chiaro, perché la volontà di infrangere una regola crea, a mio avviso, un artificio ancora peggiore del seguirla pedissequamente. Può andare bene per finezze. Ad esempio, ricordo che una delle regole che ho letto in uno dei vari libri di scrittura era: non iniziate un paragrafo (men che mai un libro) con Il fatto è che. Probabile che incontrerete Il fatto è che spesso all’inizio dei miei articoletti. Lo scrivo per ripicca. Oppure: non usate avverbi. Certamente, rispondo. Non abusate delle metafore. Questa frase è una coltellata al cuore! E via dicendo.

La scrittura è cimitero di regole ignorate. E non certo da me. Io infatti non scrivo, quindi sono salva e non finirò nel X girone dell’Inferno extradantesco nel quale mi rinchiuderebbe il caro Paolo Bianchi: quello degli scrittori dilettanti che hanno pubblicato con Youcanprint.

Ma se la regola è In media res, ditelo al caro Umberto Eco nell’incipit de Il nome della rosa. Per dirne una… niente dialettalismi? Ciao, Gadda, ciao Pasolini.

Ho iniziato il Master lunedì e sono a più di metà. Più di metà di cose che ho già sentito dire, che ho già letto, che ho già incamerato.

La giusta conclusione di questo articolo è che la Teoria non conta davvero. Conta solo continuare a scrivere e tenere duro. Un principiante è solo un dilettante che non ha mai mollato. Eh, stavolta no, non mi ricordo chi lo ha scritto (inizio a perdere colpi con il mio citazionismo.

Perché penso tanto alla scrittura in questi ultimi mesi, mi chiedo invece io?

Perché mi manca. E farei di tutto per riconnettermici, anche rileggere sempre le stesse cose. Ogni giorno. Fino alla nausea.

Più o meno parlo di scrittura…

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Cosa rubo oggi? Sempre la stessa cosa: Tempo.

Perché lo rubo? Per dire nulla. Eppure per dire tutto.

Come lo rubo? Sottraendomi ad alcuni impegni (fare delle foto della mia abitazione, per esempio, che verrà presto messa in vendita, lasciandomi basita, prima di tutto, irritata, secondo di tutto, preoccupata, anche se non troppo, ho ancora due anni, terzo di tutto).

Quando lo rubo? Prima di cena, giusto una mezz’ora, mi dico sempre, ma poi sforo sempre un pelino.

A Chi lo rubo? A Little Boss, un pochino, all’Amico Speciale, pure un altro pochino.

Ora che ho sviluppato aristotelicamente (più o meno, nevvero) questo incipit posso continuare.

Bene bene, una prima novità l’ho detta qua sopra (ho usato un qua! Io che cazzio sempre il mio Amico Scrittore perché li usa e per me sono un toscanismo odioso! Ben mi sta, non lo correggo per punirmi del passato snobismo). Insomma non è che sarò in mezzo a una strada, intendiamoci, ma quando scadrà la prima parte del mio contratto 4+4 potrebbe essere… e io che speravo di stare in questo buchetto ameno almeno altri sei anni… sto anche riflettendo se comprarla io stessa, ma qui un investimento non è da pensare e io sono una che ha voglia di viaggiare leggera, non credo che metterò delle catene alla mia vita comprando una casa. Tuttavia ancora non sono in fondo al ragionamento: non so ancora le cifre esatte.

La seconda novità è quella di un possibile accordo con il mio ex: dopo anni di effettiva separazione finalmente tra poco saremo davanti a un giudice. Con un accordo firmato, a quanto pare. Ma siccome io sono come Tommaso… aspetterò il 18.

E tutto il resto? Com’è Inside Moon?

Devo dire che ho davvero poco tempo per rifletterci. E se questo da un lato potrebbe sembrare una fortuna, dall’altro mi spaventa. Ho approfittato di un acchiappa allodole per lettori come me: un buono di 5 euro da usare su Ibs (dove da anni sono Cliente Premium) e mi sono rimasti attaccati alle mani (virtuali) ben 3 libri… uno di questi era un libro che avevo in lista da anni, un libro che volevo e temevo: Inchiostro antipatico, un bel manuale di dissuasione alla scrittura creativa. Direi che il Bianchi, qui, con me ha centrato in pieno: condensa in poche pagine tutte cose che so già da secoli e millenni (da eoni, direbbe Little Boss). E alla fine si rivolge direttamente a me, il Bianchi: non farlo, Moon, perché condannarti a una vita fatta di delusioni e povertà, tu del marketing non sai una pippa, non ti piace, non sei il tipo, fai un lavoro di merda pure con i social del Ristorante, figurati se devi farlo per te, non sai venderti, e poi, scusa, ma chi ti leggerebbe? Come ti potrebbero trovare nel mare magnum dei piccoli scrittori insignificanti? E poi, davvero, cosa hai da dire di importante? E infine: ma sai farlo? Dai, piccola Moon, rinuncia, liberaci dalla cartaccia inutile che potresti produrre, sai quanti alberi salveresti? Ecco, pensa al futuro di Little Boss, all’ossigeno che le regaleresti! Pensa che con il tempo che sprechi a cercare di fare una cosa per la quale duri fatica potresti leggere, fare collanine con le perline, cucinare torte (per la felicità dell’Amico Speciale), rifare i letti, una volta ogni tanto, andare a trovare gli amici…

 

Quanto hai ragione, caro Paolo. E io ci penso da sempre, e ci ho pensato anche mentre leggevo il tuo manualetto.

Ma c’è un faro puntato sempre in una direzione, e non mi importa quanto dovrò aspettare, e non importa quale sarà il risultato, e non importa la fatica che dovrò fare, e non mi importa la rinuncia. So solo che ci sono cose che si fanno con passione per passione, per necessità, per sopravvivenza, e ognuno ha il sacrosanto diritto di buttare al cesso la propria vita per qualcosa o qualcuno, e a me sembra di essere anche troppo equilibrata, e no, caro Paolo, non rinuncio a scrivere, a avere questo sogno (ormai), a credere che un giorno, magari non oggi o domani, ma un giorno, ci possa arrivare.

Non sarai mai King, dice Paolo.

Lo so.

Non riuscirai mai a pubblicare, insiste.

Forse.

Desisti, conclude.

Mai.

Fosse solo per annoiare i miei 3 lettori… (mica sono il Manzoni, che arriva a 25…)

Ciucciami il calzino, Paolo.

(In ogni caso concludo dicendo: mai libro mi è stato più utile negli ultimi anni… Paolo Bianchi ha fatto un bel lavoro con questo manualetto. Perlomeno per me)

Breve storia di come l’Infinito si trasforma in Segno e diventa, infine, Amore

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Mi sono resa conto che la mia vita cambia continuamente pelle, come un serpente, che ci sono stati momenti statici e altri super dinamici, che ci sono state cose che mi hanno intrippato per lunghi periodi e altre che lo hanno fatto solo per un istante, che ci sono state persone che si sono solo affacciate alla mia vita e altre che ci hanno preso la residenza per sempre. E mi sono resa conto, giusto ora, quando lo scrivo, che ci sono cose che nella mia vita hanno un significato eterno e sebbene non si facciano vedere per tanto, poi eccole lì. Eccole lì. Stavolta ad essere lì è stato uno spettacolo teatrale.

Chi si chiede (cioè, per essere precisa, io me lo chiedo) come abbia fatto a trovare il Tempo (sì, quello con la maiuscola, altro intramontabile del mio quotidiano) per andare a teatro rispondo: boh. Per caso, per impulso, e tutto è stranamente andato per il verso giusto: ho visto lo spettacolo, il mio Autore Preferito, ho chiesto all’Amico Speciale Andiamo?, e lui ha risposto Ma mi gonfierà la testa?, e io di rimando Probabile, e lui allora ha detto Ok, e io ho fatto eco, Ok, allora.  Ho preso i biglietti on line e ho incrociato le dita. Che mandare a puttane un pomeriggio a teatro è un attimo: straordinari non dovuti, l’Amico Speciale che si ritira all’ultimo (ci ha provato, eccome se ci ha provato, ma ho vinto io), un’emergenza di Little Boss dell’ultimo secondo (è capitato e non dubito che capiterà ancora quando è con suo padre).

Ma che dire? Le cose sono andate bene e sono riuscita anche a tornare a casa prima dello spettacolo, cambiarmi, mettermi decente. E non ero nemmeno così distrutta.

E il mio Autore Preferito non mi ha deluso. Di cosa parlava lo spettacolo? Dell’infinito. No, scusate, dell’Infinito. Di Leopardi, sì, certo, anche il suo, di Infinito, ma anche del nostro, di Infinito, di tutto quello che c’è al di là della siepe, gli interminati spazi, i sovrumani silenzi. Di ciò che non siamo più in grado di vedere, di sentire, tutti presi dalle nostre corse quotidiane, dalla nostra ricerca non di vivere il momento, ma di completare azioni: lavorare, palestra, spesa, pulire casa… (ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale). E come si fa a vivere il momento? Beh, siccome è il mio Autore Preferito la penso come lui, oppure lui la pensa come me, fa lo stesso: scrivendone. Scrivere fissa il momento: oggi c’era un bel sole, ma cosa resterà di questo sole se nessuno ne scriverà? Perché scrivere ci fa riflettere su noi stessi, scopriamo noi stessi scrivendo.

Ecco, i Segni, per me sono questi: qualcosa che arriva quando è il momento esatto in cui deve arrivare. E ti dà una spinta, ti sveglia, ti dice: ehi, Moon, ma che caspita stai facendo? Ma non lo vedi che l’Infinito ti cerca, la poesia ti cerca, laggiù, dietro quel muro, e tu la stai ignorando, tutta presa dalle tue faccenduole da massaia?

E io al Segno rispondo. Perché sono educata, per prima cosa, e poi perché glielo devo, al Segno, lui che fa tanto per farsi notare da me.

Ok, Segno, hai ragione: mi sto perdendo, un pochino, sto perdendo la mia tastiera, sto perdendo l’abitudine a scoprirmi, giorno dopo giorno, attraverso la scrittura, anche solo questa, anche solo di uno stupido diario, sto perdendo la musica, sto perdendo i contorni del mio volto allo specchio. Ma lo sto facendo solo per amore, è la mia scusa. Lo sto facendo perché ora c’è qualcuno che ha bisogno di me (e nonostante tutto mi lascia più o meno in pace mentre scrivo ora. Più o meno perché un dubbio sui compiti di inglese, una firma per lo sciopero a scuola…), per qualcuno che merita le cose più belle del mondo, merita le stelle in delirio nella notte, merita le onde calme del mare in Agosto, merita il sole caldo sulla pelle, merita l’abbraccio più stretto che l’essere umano possa sopportare, merita il meglio, lei, e io sono qui per questo, per darle questa opportunità, per far sì che lei veda l’Infinito ora.

Senza amore non siamo nulla.

E io senza l’amore che provo per mia figlia sarei morta.

 

Ps: il mio Autore Preferito ha fatto scrivere a tuti i presenti allo spettacolo per tre minuti alcune righe: qualsiasi cosa passasse per la mente in quel momento. Io non mi fermavo più. Prima o poi rileggerò anche quelle righe…

Intanto lascio quelle famose, quelle che meritano davvero di essere lette.  E rilette.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 

Sostiene Moon

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Un piccolo omaggio blasfemo a un grandissimo scrittore a me vicino… spero mi perdoni la messa in burla. Ma sono certa che lo farà. 

 

 

Sostiene Moon che la mattina sente una canzone nella testa, I’m strong enought, che non si ricorda le parole, ma solo questo pezzetto del ritornello e se lo ripete all’infinito, nuovo mantra, per darsi forza.

Moon sostiene che la vita sta facendo la difficile, le tiene il muso, fa le bizze come una bambina viziata, ma lei, sostiene, non si farà prendere per i capelli.

Sostiene Moon che da quel cunicolo c’è già passata e che l’età a qualcosa servirà pure, diamine!, o deve solo servire a farsi dire da Little Boss che è vecchia perché non chiude le finestre sul telefonino? Moon racconta di serate troppo brevi e notti un po’ inquiete, di risvegli con il cuore che batte come un tamburo e di analisi che ancora vanno male. Ma sostiene, Moon, che nonostante tutto tiene botta, che le cose sa che si aggiusteranno. E lo sa perché, quando è in macchina, parcheggiata sotto la casa del suo ex, e le vengono in mente mille pensieri e si preoccupa per Little Boss e si preoccupa per sé e il suo futuro e le cose sembrano diventare grigie, ecco che arriva lei, Little Boss; la piccola sfodera un sorriso, le fa la linguaccia e gli occhi storti, apre la macchina e inizia a parlare come se non ci fosse un domani e deve raccontarle tutto, ma tutto tutto(avete presente la scena dei Goonies?)e poi è vero che il cervello di Moon è sovraccarico di info, ma è anche felice, felice come non mai, ha un tesoro che la accompagna giorno dopo giorno, che brilla tanto forte da riuscire a donarle un po’ di quella luce, e allora tutto, ma tutto tutto, passa in secondo piano, si rende conto che ciò che conta lei lo ha già. E dito medio a quelli che la odiano. Perché Moon sente l’oroscopo la mattina, mentre scende dal suo monticello per portare Little Boss a scuola, su RDS c’è Branco (con quella voce odiosa, diciamocelo, e quelle parole che non sanno né di me né di te) e lui dice che ci sono persone che la odiano e che riescono a metterle, anche oggi, i bastoni tra le ruote. Ma Moon, sostiene, fa il dito medio anche a Branco, e se la ride per una piccola vittoria legale: se qualcuno mi odia (non ha dubbi, Moon, che sia così, e potrebbe tranquillamente fare il nome del suo ex) io ho fatto tanto per costruire ciò che ho e è talmente solido che non riuscirà a sfondarlo, nonostante sia un Ariete. Tiè, aggiunge Moon, sostenendolo.

Moon sostiene, ancora, che le serate se ne vanno via come le noccioline all’aperitivo, tra un ripasso dell’Illuminismo (che poi Little Boss ha il compito) e la spiegazione delle subordinate, i pomeriggi scappano tra la palestra* e il circolo di lettura, tra le lezioni di chitarra e l’orientamento per le superiori, tra le due ore per il sesso, rubate, (sempre due Wal, sono intransigente, amare ha bisogno del suo tempo) e la telefonata a un amico, tra il ragù, ché ogni tanto bisogna anche cucinare, e l’impasto per i biscotti di pan di zenzero a lavoro (sì, fuori orario, ma il lavoro è anche questo, metterci passione).

Sostiene Moon che le manca la tastiera, ma che quando vede il calendario sul telefono le piglia un colpo: ci sono più pallini grigi che numeri, lì. Ci sono le elezioni per il consiglio di istituto (e che, non si propone, Moon, come presidente, visto che non lo fa nessuno?), le riunioni a scuola, gli scioperi, il dentista, le cresime…

Ma Moon sostiene anche che domenica chiappa l’Amico Speciale e lo porta a teatro. Giusto per…

Mi gonfierà il cervello?, chiede lui.

Lo spero proprio, sennò che ci andiamo a fare?, risponde Moon.

Moon sostiene che l’esproprio della tastiera è solo un momento, una cosa che finirà. Il suo Capo le dice: Come farai, poi, quando non avrai tutti questi impegni? Sentirai un gran vuoto.

Moon sostiene che lo riempirà con la scrittura.

 

ah… lascio la canzone. Eh. Il meglio sarebbe leggere ascoltando la canzone.

Manco mi piace tanto… (troppo discotecara), ma ci sta.

Ci sta.

 

 

 

 

 

O poeta è um fingidor

post 171

 

 

Sono una persona orribile. E bugiarda. Ma poi, bugiarda su ciò che per me conta moltissimo, bugiarda su un tasto che a premerlo mi fa male. Quindi ancora peggio.

Oggi avevo una specie di ispezione del mio appartamento da parte della mia padrona di casa. Dico una specie perché è stata camuffata come un’ispezione da parte di un geometra(?), ingegnere(?). Come ho forse già detto il mio mini appartamento è stato costruito sopra a una chiesa. In pratica era la canonica o qualcosa del genere (dopo oggi non ho più sicurezza di nulla). Ma insomma, pare che la chiesa sottostante sia particolarmente umida, soprattutto perché una parte di questa chiesa è chiusa da anni. L’umidità si vede sulle scale che salgono al mio appartamento, il muro sfarina eccetera eccetera. Quindi il geometra(?) o ingegnere (?) è arrivato a casa mia per sincerarsi che non ci sia umidità anche nell’appartamento. Certo, direte, ma non bastava chiedertelo? Io mai avuto problemi con l’umidità, qui (a parte quella volta che ho fissato con il trapano una mensola e ho preso pieno lo scarico del cesso della tizia che abita sopra: ora non mi invidiate, vero?). Insomma, mai un muro sgallato, mai una traccia di nero.

Ma siccome non avevo nulla da nascondere ho acconsentito all’ispezione con il sorriso sulle labbra. Tirato. Ma sempre un sorriso.

Ieri è stata una giornata da incubo a lavoro: 12 ore filate, sono arrivata alla dirittura di arrivo senza guardare la famosa app del telefono che mi conta passi e chilometri percorsi: avrei potuto spaventarmi. Esco da lavoro, mi trascino a casa e sbavo per una doccia calda ristoratrice. Ed ecco che arrivano le telefonate: Little boss (che è da suo padre per il weekend) ha dimenticato lo zainetto per fare ginnastica (che ora si chiama motoria o motricità, a seconda di quanto l’italiano vuole complicarsi la vita), Me lo porti?, Certo, amore, arrivo. Poi ecco l’Amico Speciale.

Stasera dormi a casa mia? La inauguriamo. (Ha appena traslocato nella sua nuova casa, NdR)

E ci ceniamo?

Certo.

Ma i piatti, ci sono?

Circa.

Come circa? Che parli come Little Boss?

Dai, qualcosa arrangiamo! (Una pizza mangiata nella scatola, NdR)

Ok…

Ma prima vieni con me al negozio dei cinesi a comprare un paio di cose?

E quindi, con una stanchezza colossale, eccomi lì al negozio con lui che mi chiede: ma cosa potrebbe servirmi nell’immediato? E io ho risposte fantasiose, a seconda di quello che vedo: un orologio da parete, un portatovaglioli con l’emoticon che ride, uno stampo da forno in silicone…

Sei fatta?, mi chiede. Beh, quasi…

Poi boh, la serata di ieri sera nei miei ricordi è annebbiata dalle sette di sera in poi, di sicuro ho mangiato la pizza a casa sua, mi sono infilata il pigiama, ma stamani mi sono ritrovata nuda. È comunque un bel segno.

E stamani mi sono precipitata a casa per renderla presentabile per l’ispezione.

Ho spolverato polvere che camminava da sola, buttato via centinaia di piccoli oggetti inutili (ma come facciamo ad accumulare tutta questa spazzatura, in casa? Bomboniere, nastri, bottiglie vuote, disegni di bambini sconosciuti, carte e bustine, chili di cuffie per le orecchie, chiaramente rotte, addirittura ho buttato un pezzo di rete per polli…siamo accumulatori seriali, come in quel brutto reality), risistemato la camera di Little Boss, un procedimento che mi ha richiesto tanto stomaco e tanta pazienza. E un buon cassetto dove infilare gli imprevisti. E insomma arrivo all’appuntamento con il fiato corto, ma con una casa presentabile e due nuovi profumatori per ambienti. Tanto che la mia padrona di casa e ne esce con Ma che buon profumino che hai qui! E poi come la tieni bene, la casa!

Sfodero il mio secondo sorriso e mento: ma no, dai, scusa la confusione, non ho mai tempo per sistemare, il lavoro, gli impegni di Little Boss…

Ho fatto il primo scalino che mi porta giù all’inferno.

Poi nota il muro della follia: sono le carte di Fabula (in pratica sono le regole del Viaggio dell’eroe di Vogler scritte su carte plastificate da attaccare al muro: la struttura di un romanzo in stile easy). Sai, le dico, è per il romanzo che sto scrivendo. Lei, che ha una figlia pure lei scrittrice, ne è colpita e mi sorride felice. Un altro punto per me. Un altro scalino di discesa per l’inferno.

Ok. Ok. Non saranno bugie gravi. Ma mi toccano nel profondo. Mi sento una persona orribile. Ma se è vero che, come dice Pessoa, O poeta è um fingidor, allora la strada è quella giusta magari…

Smetto di pensare al romanzo che non sto scrivendo e mi butto sulle silloge, no?

Intermezzo: ho tutto quello che mi serve

 

post 169

 

Credo di aver preso un po’ di raffreddore: un male di stagione, anche se devo dire che pare estate più che autunno. Oggi tutti i clienti del Ristorante hanno scelto di mangiare fuori. Eccicredo: un clima perfetto. Eppure tra poco è Halloween (una festa non festa piuttosto sentita al Ristorante, per motivi quasi strutturali, se così si può dire. Sto cercando nuovi biscotti mostruosi da fare, qualche ricetta spaventosa, torte terrificanti, robe così.  Anche se devo dire che il tempo è uguale a zero. Ma non zero e basta, Zero Assoluto, proprio -273° circa.

Tra le cose che mi assorbono ci sono le solite beghe con l’ex (il periodo autunnale forse influenza, chissà), nuove beghe (non mie, ripeto) per la casa, il trasloco infinito dell’Amico Speciale, la palestra. Ecco, però, quest’ultima, sebbene mi crei ansia per i soldi (sono una madre quasi single e povera), dall’altra parte mi toglie lo stress che riesco ad accumulare durante la giornata. Perché a voi sembra facile fare il mio lavoro, ma il mio lavoro consiste in: servire clienti al banco del bar, fare l’aiuto pasticcera e la gelataia (ma senza aiuto), servire ai tavoli, fare la pizzaiola, all’occorrenza cucinare qualche piatto, gestire i social, gestire le crisi di panico del mio capo per tutto ciò che riguarda la tecnologia (dal computer all’Ipad, dal telefonino all’home banking, da Satispay al palmare per le comande), gestire gli ordini di alcuni fornitori e, soprattutto, gestire i clienti. Ho un lavoro a 365°, una mansione che non è una mansione, in pratica sono una che sa fare tutto senza essere specializzata in nulla (gelato a parte, dove di sicuro sono la più specializzata lì, ma non certo un genio).

Quindi, ecco, il raffreddore credo sia giunto per un calo delle difese immunitarie dovuto. Nonostante la dieta, nonostante la palestra, ecco, ci si ammala perché una volta usciamo senza giacchetta, perché sudiamo freddo in un momento di paura, perché dopo 10 ore di lavoro, per amore (non so come altro definirlo) ci mettiamo a pulire le mattonelle del bagno di un Amico (Speciale) che trasloca. Le difese immunitarie si abbassano quando ci danno una brutta notizia, quando ci rendiamo conto che tra poco è il compleanno del proprio padre e non si sa davvero più cosa ama perché non ci parliamo davvero da tantissimo tempo, quando guardiamo il conto corrente e facendo due calcoli ci rendiamo conto che arriveremo al dieci del mese quasi puliti, quando le giornate sono grigie e non hai preso l’ombrello, quando qualcuno scrive una recensione del cazzo sul tuo lavoro, nonostante il sangue che ci metti.

Ma poi ci sono le scorte. Le scorte, non dimentichiamole mai. Stamani, mentre viaggiavo verso il lavoro pensavo a quanto io riesca a fare nonostante sia, effettivamente, sola: riesco a mantenere me e mia figlia, riesco a farle vivere una vita molto più piena della mia alla sua età, riesco ad arrivare a fine mese nonostante qualcuno se ne strasbatta, riesco anche ad aiutare mia madre, riesco a dare amore, assoluto per Little Boss, sempre, ci sono ad ogni difficoltà, all’Amico Speciale, ho rivoluzionato la sua vita (e non è un modo di dire), riesco nel mio lavoro, riesco con gli amici, dove e quando posso. Le mie scorte sono qui. Mi ci nutro quando sono stanca.

E ok, mi nutro anche di grassi, quello sempre, i formaggi nonostante la dieta non mancano mai al mio desco.

C’è quindi una parte di me che è abituata a lamentarsi e che vorrebbe farlo: per alcune ingiustizie della vita, per la fatica che sopporto per tappare i buchi degli altri, per giudizi non dovuti, per mancanze, per.

Ma poi (si vede che l’età entra in gioco) c’è un’altra parte di me che invece si dice: ma alla fine, non va davvero tutto bene?

E sì, ho tutto quello che mi serve. Bella sensazione.

 

 

Varie ed eventuali: più meno mi trovo sempre qui…

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Questo articolo ha bisogno di una prefazione postfazionata: nel senso che è una follia prefatoria, in puro stile pasoliniano, ma scritta dopo aver finito. Che poi, se ci penso, ogni prefazione è scritta dopo aver terminato la stesura, quindi è una prefazione che va bene. No?

In ogni caso ciò che tento di esprimere saltando di palo in frasca, come spesso mi accade, facendo impazzire il povero Wal, è che non lo dico spesso (ma qualche volta sì), un buon 50 per cento della motivazione che mi spinge a scrivere qui è per la mia Ale. È lei il mio lettore ideale di questo blog. È per lei che cerco di tenerlo aggiornato tanto da non farla preoccupare (anche se sa che meno scrivo più sto bene), è per lei che racconto le piccole cazzate della mia giornata. È il mio modo, spesso, di rispondere alle sue mail, alle sue bellissime mail che mi strappano lacrime, che mi tengono incollata al telefono leggendo e rileggendo. Ale, tesoro, sa solo il cielo quanto mi manchi…

La mia follia prefatoria ha bisogno di un’altra precisazione: questo articolo ha più gusto, a mio avviso, se si legge contestualmente alla canzone in appendice. Billie… quante cavolo di canzoni hai scritto e cantato che mi hanno toccato il cuore?

 

 

 

Più o meno mi trovo sempre qui: a una certa ora della sera o del mattino, con un sottofondo musicale bassissimo, giusto volto a contrastare le canzoni di Coez di Little Boss e le notifiche dei messaggi del mio ex, che si stanno intensificando in modo direttamente proporzionale alla vicinanza dell’udienza per la causa di affido. Lui urla e sbraita con la piccola, sbatte porte, le manda messaggi al limite della tollerabilità, minaccia me e lei, fa il famoso diavolo a 4, ma siccome è lui, lo fa anche a 6, ‘sto diavolo. È il classico uomo che se solo avesse le palle mi avrebbe già buttato una boccetta di acido sul viso. Meno male non ha le palle…

Ma insomma, come ho detto spesso, questi sono solo i soliti cazzi. I soliti cazzi da 5 anni, dal giorno in cui ho detto basta. E, come ho detto ieri al mio avvocato, alla fine ci sto facendo l’abitudine (come è buffo fare l’abitudine alla violenza, non è vero?) e sono comunque stranamente felice, ho tutto quello che mi serve. Ho una figlia bellissima, simpatica e intelligente, un lavoro che mi affatica sì, a volte, ma mi dà soddisfazioni e tanti sorrisi, ho un bel po’ di amici importanti, roba che non si trova facilmente, devo dire, molti di questi a volte non li nomino neanche qui, ma questo non perché non siano importanti, tutt’altro. Sono la mia rete. Ho l’Amico Speciale, ora, bello avere qualcuno che ti fa stare bene senza assecondarti, che sa come prenderti per farti sorridere anche nelle difficoltà, che poi mi chiedo come fa, lui, con una come me che manderebbe sempre tutto in tragedia, manco fossi un Eschilo o Sofocle, ma sa come pigiare i pulsanti giusti.

Insomma, povera, incasinata, ma felice.

E da oggi anche allenata. Alla fine il primo giorno di palestra è arrivato. Devo dire che un pelino di ansia lo avevo, il terrore di non riuscire a muovermi il giorno successivo aleggiava nella mia testa, già immaginavo il dolore ogni volta che alzavo un piatto o per ogni pizza infornata. Ma il ragazzo, Michele (che tra l’altro, come metà delle persone che ho visto lì, è un mio cliente; tranne una che invece è una mia collega. Quindi come stare al Ristorante… ma con più attrezzi) è stato clemente. Avevo dato un’occhiata alla mia app per sapere quanti chilometri avevo fatto a lavoro e già ero a 7 e mezzo. Ho chiesto venia, quindi, e posso quasi affermare con quasi sicurezza (quasi) che domani non avrò ripercussioni. Vabbè, domani ve lo dico.

Io e Little Boss siamo una bella squadra. Alla fine lei si è impegnata tanto e abbiamo riso tanto ed è stata una bella idea, devo dire.

È la prima volta che facciamo qualcosa insieme, mi ha detto.

Certo che potevamo iniziare con yoga, ho ribattuto.

Ma eravamo entrambe entusiaste del pomeriggio.

Forse lei avrà qualche doloretto, domani, visto che abbiamo alzato gli stessi pesi.

E poi va detto che in effetti sono uscita da lì bella rilassata.

Vediamo come va.

Una frase che dico spesso di recente, che non è nel mio stile, ma che inizia a piacermi. Quel che di imprevedibilità, quel cosa che mi fa scivolare i problemi sulle spalle, quel quando che mi dice Adesso, non domani.

Mi godo i piccoli piaceri quando posso, quando il mio carattere impossibile mi consente: una cena con Little Boss in cui ridiamo di tutto, un bacio rubato all’Amico Speciale tra un caffè e l’altro, una telefonata a un amico lontano, una foto stupida, un abbraccio inaspettato, un messaggio che mi dice Quanto sei bella, un libro di King che non avevo ancora letto, un bicchiere del mio vino preferito, una canzone dei Green day che avevo dimenticato.

Come questa:

 

 

 

 

 

Equilibrata?

Un piccolo ritaglio di tempo senza significato, questo, che chissà se finirà in circolo nella vena del blog, dipende quanto di quello che voglio scrivere riuscirò a scrivere. 

È che tra lavori in corso dell’Amico Speciale* (mi sa che sarà il bianco a dominare quelle pareti, soprattutto dopo aver visto i video di alcuni tizi indiani che il muro lo facevano impazzire con le loro tinte forti e i loro disegnini con pettini e calzini), prenotare la visita dal cardiologo (ora vedremo se il mio cuore è davvero così sano… ho il terrore che lo troverà rappezzato e un pelino indurito), andare a chiedere info in palestra (ho chiesto se esistono esercizi da parete: cioè, io sto alla parete a guadare, preferibilmente seduta), pagare l’affitto (la mia nuova padrona di casa non sa come mi chiamo, sbaglia nome ogni volta e la scelta del nome devo dire che ha del paradossale…)e andare da  a farmi i capelli (ecco, ora, siccome sono 5 mesi che non lo facevo, mettere piede in un salone, le persone non mi riconoscono proprio. Della serie, Ma dove sono finite le tue sfumature grigie?) la settimana è volata e siamo già a sabato, in pratica, che poi arrivare a domenica è un attimo e di nuovo da capo. 

E in tutto questo andare e venire, corri dal dentista, vai a portare la cartellina a Little Boss, che si dimentica anche la testa, a casa, ritaglia due ore per il sesso eccetera, ho comunque trovato il tempo per riflettere su una cosa che è già un po’ che mi gira nella testa. 

Non sono più così disposta a stare dietro a persone che non mi fanno solo ed esclusivamente bene. Così come non sono più disposta a fare cose che non mi piacciono (tranne a lavoro: lì sono obbligata, ma devo dire che le cose che non mi piace fare sono poche). Sembra banale, ma non è mai così, non è mai banale. Tirare fuori la vena egoistica mi ha sempre fatto sentire una merda, Pensi solo per te e mai per gli altri, e allora giù a darsi mazzate su mazzate, Sei insensibile, Sei Stronza, Sei una nullità, SeiSeiSei. Oggi invece l’ho fatto e mi sono sentita bene. Finalmente. Come se mi fossi fatta una carezza. Una sensazione che mi fa bene, che mi rende orgogliosa, quasi. 

Oggi ho pensato prima a me. 

Ho pensato che non avevo voglia di entrare nel turbine di spiegazioni su spiegazioni, di rinvangare il passato per scoprire che non sarà mai più così (come se non lo sapessi già…), di tentare di reiventare un rapporto che non funzionerà mai. 

Il Mentore (è di lui che sto parlando) è stato tanto per me, ma ci sono rapporti che non possono continuare se non con molta fatica, se non con molte spiegazioni, molti Ricalcolo. Non tutti i rapporti possono e si devono salvare. C’è un Tempo per tutto. E per me è ora di dire addio al Mentore. Se fosse una Storia, questa, sarebbe la sua logica conclusione. 

E quindi devo rivedere un po’ le mie linee guida (e devo dire che è maledettamente bello poterlo fare, mi fa sentire più matura, in un certo senso, e in effetti lo sono per età): ci sono persone che nella mia vita hanno fatto la differenza, non ultimo lo Shogun, o il Mentore, appunto, ma è che è bene che non siano più nel mio Cerchio. Escludere l’ho vissuto per un periodo di tempo come qualcosa di automutilante, senza fare il dovuto discernimento. 

A volte, quando arrivo a queste conclusioni che immagino naturali in una persona adulta, potete immaginare cosa provo…

In ogni caso sembra che io appaia diversa da come mi sento, visto che pochi giorni fa il mio Capo mi ha chiesto un consiglio personale iniziando così: Senti, visto che tu sei una persona equilibrata…

Giuro che ci è mancato poco che le scoppiassi a ridere in faccia. 

Ma devo essere onesta: ho sentito una punta di orgoglio. 

 

* Devo fare una precisazione. Continuo a chiamare l’Amico Speciale Amico Speciale anche se non lo è più. Sono restia a etichettare un uomo che mi sta accanto con i termini classici (che evito di scrivere, per me stessa più che altro). Lui di me parla come la Donna Che Lo Sopporta (DCLS), io sono restia a definirlo l’Uomo che mi Sopporta, perché so che non è così. Lui non mi sopporta, mi vuole davvero bene e sa il cielo se me lo ha dimostrato in più occasioni. Non me lo dice mai, e va bene così, ma poche persone mi hanno dimostrato affetto come lui. E io? Per me continua ad essere quello che era, una persona con cui sto bene, e ora che sono riuscita a fare il passo in avanti ammetto che è meglio di come immaginassi. Scopro o riscopro cose di lui che non sapevo o avevo dimenticato (ci conosciamo da quasi 20 anni)e anche lui si sta aprendo sempre di più con me, una cosa che non avrei creduto possibile. Quindi: chi è ora l’Amico Speciale? Devo continuare a chiamarlo così? Lo farò solo perché qui ha sempre avuto quel nome, ma non è più un Amico. Ora sta diventando solo Speciale. Anche qui, se questa fosse una Storia, sarebbe il giusto finale. Non sembra?