Stellette

post 88

 

Eccomi tornata nella modalità Mogwai. Sono stata veloce, stavolta. Magari sono un Mogwai di secondo livello, quelli che escono da Gizmo quando si bagna, ma di certo non più un Gremlin, il che è fondamentale per la sopravvivenza di tutti i miei elettrodomestici.

Ma certo, per chi non ha visto il film tutte queste sono solo farneticazioni di un folle. E allora, per chi non ha visto il film: ma che stavate facendo alla metà degli anni 80? Ma come è possibile non prendere al volo citazioni come Tu esci. La musica attacca e tu cominci a sentirla e anche il corpo inizia a muoversi da solo. Oppure Nessuno mette Baby in un angolo. E davvero non sapete cosa diavolo è un Traccobbetto? E Venimmo, vedemmo e lo inculammo!Non vi dice nulla?

Quindi: o siete troppo giovani, come il mio Micro(bo), oppure negli anni dello splendore del trash americano eravate molto felici e magari eravate in un parco a giocare a palla. Io no. Io guardavo la tv. Tanta. Tantissima. Talmente tanta che il mio migliore amico era Uan.

Ecco perché ora non sono capace di guardarla: una vera overdose.

In ogni caso che sto meglio si vede dalla mia voglia di divagare. E nella capacità che ha mio padre di distrarmi con un messaggio in cui mi dice che nel 1920 fu instaurata una repubblica socialista a Viareggio. Durata ben due settimane. E poi passiamo a parlare di Tobino, e libri, e poi Basaglia, ed era tanto che non lo facevo con lui e devo dire che sono bei momenti. Per me. Assegnano stellette alla giornata. Così come il fatto che mi sia resa conto che le giornate stanno diventando sempre più lunghe, o che Little Boss sia davvero brava con la chitarra elettrica, tanto che sarà la mia giovane Slash (ma a lei gli occhi si vedranno, perché sono così belli). E lo stesso accade quando ascolto la mia nuova Lista su Spoty, la Lista della Nostalgia (che prende il nome dalla radio, la mia radio dalla personalità multipla, che suona Pupo subito dopo i Nirvana): stellette, stellette, stellette.

Stellette anche grazie allo Shogun che ha dimenticato pezzi di sé in giro per casa mia e questo rende tutto più reale. Nel senso: il mio appuntamento con lui c’è stato davvero, non me lo sono sognato, ho le prove. Anzi: c’ho le prove, avrebbe scritto Ceccherini. Giusto per non distaccarsi troppo dal filone iniziale.

Ed ecco che il Moonverso ricomincia a prendere la forma solita, si circonda pure di stellette, e io sono di nuovo capace di scrivere cazzate e frasi di senso compiuto (?) senza incolonnarle.

Ci sono ovviamente ancora delle cose che devo risolvere. Non praticamente, ma nel mio Dentro. Perché stavolta anche la teoria ho capito di non saperla tutta tutta. E se non so la teoria come potrò mai passare alla pratica? La recherche anche per me. Ma a modo mio, il che rende tutto molto caotico e molto meno extrasensoriale. Io i sensi li voglio. Li ammiro. Li stimo, direi.

 

In ogni caso: una stelletta anche per chi azzecca almeno due titoli? E una canzone regalo: qui

 

Postilla:sopportate le foto mie, ogni tanto: ci sto provando, ok? E io non sono un cavallino da corsa (nessunissimo talento). In compenso a volte sono un mulo da soma.

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Invece di dormire

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Ci sono momenti che la musica serve per riempire.

Silenzi. Vuoti. Mente. Anima.

Ci sono momenti che la musica serve. E basta.

Serve per non arrampicarsi sui bicchieri, per non scivolare sotto le coperte, per ricordarti di respirare, per guardarsi davvero, per farti sentire vera, per amarti.

Ed ecco che, su queste note (metaforiche), cado dentro Spoty, il mio amante virtuale, e gli chiedo aiuto, come sempre.

Sono arrivata al Daily mix 6, ma il 4 è quello che può farmi stare bene, stasera, che il mio cervello funziona a strappi. No, meglio, funziona a frammenti. Un po’ come Il libro dell’Inquietudine, ma senza tutta la bellezza. Senza la poesia.

Io non lo so cosa diavolo ho che non va.

Mi sento inabile. Credo sia questa la sensazione che provo adesso. Di essere inabile a vivere alcune cose. Tipo i momenti di felicità. Forse è per questo che mi hanno consigliato caldamente un libro dal titolo Mindfullness. Che poi è facile. Cioè. Lo sembra. Definisco: Per mindfulness si intende un’attitudine che si coltiva attraverso una pratica di meditazione sviluppata a partire dai precetti del buddhismo e volta a portare l’attenzione del soggetto in maniera non giudicante verso il momento presente.

Goditi il maledetto momento è un buon riassunto.

Io sono inabile, appunto.

E sì, lo so, siccome sono una persona razionale, basterà che passino alcune ore e tutto tornerà sui binari e i Foo Fighters non l’avranno vinta, e io ricomincerò il mio viaggio, sarò tranquilla, che poi è quello che sono, tranquilla, io sono una luna tranquilla, la luna lo è per definizione, sta ferma lì e riflette.

Non fa mica nulla, la luna.

È una cosa ferma.

Tutto questo domani finirà.

E io tornerò nei binari.

E sarà grazie alla musica.

E alle ore di sonno forse.

O forse la felicità non fa per me. Ci avevo già pensato?

La voglio, ma poi sono qui che la distruggo.

E allora do il via libera a tutte quelle frasi-frammento che ho nel cervello.

Magari mi fa bene. Anche se non hanno senso. Ma alla fine non c’è nulla che abbia un senso se non siamo noi a darglielo.

 

Siamo il risultato della somma di ciò che (ci) è stato.

 

Respirare è vivere non evadere dalla vita.

 

Una volta che comincio a scrivere non riesco più a fermarmi.

 

Sono in bilico tra sogno e realtà.

 

Ho una paura fottuta.

 

Riconosco le carezze d’amore.

 

Ho bisogno di respirare.

 

Sono pronta ad amare, ma non ad essere amata.

 

C’è un terremoto qui dentro.

 

Come è possibile che mi piaccia una canzone di Michael Bublè?

qui

 

Giorni +, Giorni – e uno Shogun

 

post 86

Sono le quattro del pomeriggio e sono già in pigiama. Forse uno psichiatra mi classificherebbe comedepressa(loro hanno degli standard, un sistema tutto loro di infilare la gente nei contenitori solo per quello che fanno e non quello che sono, ma non voglio avviare una polemica, era solo una stupida constatazione). In realtà sono i primi vestiti che ho trovato uscendo dalla doccia e siccome sono comodi e caldiwhy not?Nessun psichiatra alla lettura avrà mai il mio indirizzo.

Il fatto è che mi sento un po’ nervosetta, come direbbe Wal, me lo dice anche il caffè decaffeinato che mi sono appena fatta e lo dice anche il fatto che non ricordassi di avere il caffè decaffeinato.

Oggi a lavoro ero distratta, ho portato gli spaghetti al tavolo della tagliata e la tagliata al tavolo degli spaghetti, ho versato un calice di rosso al posto del bianco, ho dimenticato di inserire nella comanda un caffè… insomma, mi sarei licenziata.  Detesto non essere efficiente, soprattutto sul lavoro. Capita. Certo. Sì.

Esistono Giorni + e Giorni -.

È che, come ho scritto, sto per andare in guerra (con il mio ex, per l’affido di Little Boss) e ieri è stata emessa la dichiarazione ufficialee… nessuna reazione con me. La cosa, ovvio, dovrebbe farmi piacere, nessun messaggio sibillino, nessun rebus (lui si esprime così, come dice la mia collega andrebbe sottotitolato), solo che questo silenzio lo trovo molto rumoroso. E mi rende inquieta.

Cerco di ovviare pensando alle cose belle, che alla fine ce ne sono molte, penso al mio appuntamentodi domani.

E stavolta è un appuntamento serio, nel senso che so perfettamente che non mi troverò a parlare di rally, è una persona che già conosco abbastanza e domani sarà propedeutico a conoscersi di più. Magari se evito di usare con lui la parola propedeutico… giusto per riallacciarsi a ciò che ho già scritto e che molti di voi hanno ampliamente sviscerato.

E stavolta mi sa che non posso dire di più, anche se, oh, ci sarebbe un mondo da dire, un universo direi, ma diciamo che un po’ lo faccio anche per scaramanzia, diciamo che sì, una parte di tutto questo ha bisogno di restare dove è, nel mio Dentro, che alla fine questa storia nasce tutta da lì, dal mio Dentro. E si è nutrita della mia testardaggine, della mia insistenza, ma anche di onestà reciproca, di qualche sorriso, di molte parole, in ogni caso. E quindi perfetto, le molte parole sono l’incipit di questo racconto. E il racconto parla di Shogun. Ma siccome sono scaramantica, appunto, non rivelerò la trama in itinere. Per questa volta, solo per adesso, me la vivrò un po’. Nessuna previsione. Nessuna aspettativa. Già è un miracolo che domani sia con me.

E quindi spero che il silenzio duri ancora per un attimo, giusto il tempo di farmi respirare questo fine settimana.

È che ho così tante incertezze nel mio futuro che se iniziassi ad elencarle non finirei più. E io, che sono una che ama calcolare (sempre facendo i conti sbagliati, ovvio, mica la so davvero la matematica) stavolta non sono capace nemmeno di mettere in colonna.

Mi sento molto meno nervosetta, ora.

Quasi sorridente, direi.

Non sono nemmeno più tanto arrabbiata con Marco Aime che terrà una conferenza (interessante) a Pistoia alle 11 di mattina di un dannato mercoledì. Però posso permettermi ancora di chiedere: ma questa gente, non ce l’ha un lavoro? Ma come si fa a organizzare un incontro alle 11 di mattina?

Speriamo non ci vada nessuno.

Ecco.

P.s.: CG: non sono io che non stacco il grassetto corsivato (o il corsivo grassettato) dalla parola successiva. Io scrivo in Word e poi copioincollo. Credo sia WordPress a scazzare la formattazione. Perché non li separo qui, dici? Semplice, sono pigra (è lo stesso motivo per il quale lascio refusi e metto tag a caso).  Forse il tempo che ho speso a sottolineare questa cosa a te avrei potuto impiegarlo a separare le parole. Ma mi sarei divertita molto meno…

P.p.s.: Il mio wordpress è diventato tutto rosa. Prima era blu, e ora è rosa. Ha capito che sono una donna o lo ha fatto a tutti?

 

Questioni di linguaggio

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Stavo passando lo straccio in pasticceria, oggi. Forse potrebbe non sembrare importante questo dettaglio, ma invece lo è, perché se c’è un attimo di respiro nel mio lavoro è quando compio i gesti ripetitivi, e se c’è un attimo di respiro io penso. Spesso penso a caso, spesso mi faccio venire l’ansia per le cose più stupide, ma oggi pensavo al linguaggio.

Tutto è nato da un piccolo screzio (bonario, certo) che ho avuto con il mio collega giovane, Micro(bo). Il mio collega giovane ama musica inascoltabile. Lui dice lo stesso, ma è meno diplomatico e afferma che non ci capisco un cazzo. E così Nostalgia ci offre spunti continui per continuare a battibeccarci. La cosa prosegue anche fuori dal lavoro (io cerco di dargli lezioni, una Guida all’educazione musicale, soprattutto dopo che, avendo ascoltato una canzone dei Doors, ha detto: a qualcuno sta suonando un telefono?Era il pezzo strumentale di Light my fire…). E insomma, l’altra sera io ho azzardato un Lou Reed e lui ha risposto con… Mengoni. E siccome il patto è che la canzone va ascoltata, io l’ho ascoltata. E il testo è la cosa più banale che ci sia. Di una banalità scandalosa. Pure la melodia secondo me lascia il tempo che trova, ma visto che lui si bea del fatto che ascolta musica italiana soprattutto per il testo (non sa l’inglese, povero cristo), beh, ecco, il testo di Essere umani fa venire i brividi di banalità. Esisteranno dei brividi di banalità? Forse li ha creati Mengoni con quella canzone.

Ma il punto non è il linguaggio di Mengoni, ma il mio. Perché lui mi ha chiesto spiegazioni. E io gli ho dato una Moon spiegazione: questo testo non mi aggiunge nulla, non fa Moon+1, dice cose che hanno già detto in milioni, ma con disonestà intellettuale, perché perlomeno Ti amodi Tozzi non finge di avere un impegno sociale, non finge di avere un significato nascosto sotto al guerriero di carta igienica, è un (voluto, spero) nonsensefatto di immagini, mentre il testo di Mengoni finge di voler dire qualcosa di impegnato.

E qui l’ho perso. Per minuti buoni. E poi mi ha scritto: io mica ti capisco, sai, quando parli

E lo so, che non mi capisci, Micro(bo). E nemmeno sei il solo.

Nel senso, intendiamoci, non è che non sono capace di fare una sana conversazione metereologica (Oggi è freddo, eh? Ma sì, il termometro fa meno 9!, Beata l’estate. Io preferisco l’inverno, basta che non nevichi, e roba del genere), dopotutto lavoro al pubblico e va da sé che non mi metto a parlare dell’onestà intellettuale di Mengoni con i miei clienti. Solo che ci sono delle volte che sento il bisogno di potermi esprimere come sono. Di essere me anche nel linguaggio. Non sono certo la prima che si pone il problema del linguaggio, ovvio, Pasolini ci ha centrato la sua poetica (altrimenti non si spiegherebbero le dannate poesie in friulano), solo che il linguaggio del quale parlo è il mio. È il linguaggio del Moonverso, che risponde Rogerinvece di Ok, che utilizza termini desueti per non farli sentire soli e abbandonati (è proprio una questione filologica, dove filologico lo intendo al pari di filantropico, ma con le parole al posto degli uomini), che cita in latino perché ci è abituata. Perché io parlo così, a me. Mi parlo citando, mi parlo neologizzando, mi parlo rielaborando le parole. Solo che poi la gente, giustamente, non mi capisce.

Quindi forse il mio è un problema di linguaggio condiviso. Ma nel senso che non so con chi condividerlo, appunto. Forse è anche per questo che preferisco scrivere, specialmente qui: della serie, che mi capiate o no, mica siete obbligati a leggere. Non mi capite, passate avanti. Questo fa già di me una scrittrice fallita, perché è nella definizione perlomenola comprensione, ma non me ne preoccupo perché ho maniavantizzato nel nome del blog. In ogni caso mi preoccupa dovermi frenare, cioè, dover modulare il mio linguaggio con alcune persone che mi stanno accanto.

Ma ovvio. Ovvio. Ci sono persone che mi capiscono eccome. Che è una questione di conoscenza (di me) e basta. Ad esempio mia figlia mi capisce sempre al volo. E non è la sola.

Ma mi chiedo quanto sia giusto far fatica per capirmi.

Le cose cambiano in un attimo

post 83

 

Ci sono momenti in cui il mio piccolo neurone ha bisogno di ricorrere a pensieri elementari. Vi capita mai? Roba facile da dire, da scrivere, da pensare. Per esempio stasera ho questo pensiero: le cose cambiano in un attimo. Una verità più o meno assoluta, che ho constato io stessa anche nel corso dell’anno scaduto: incontro TDL e le cose cambiano in un attimo; mi dicono del tumore e le cose cambiano in un attimo, e via dicendo.

Ma ci sono cose che davvero corrono molto veloci.

Cose che potrebbero (condizionale, almeno, usalo, tesoro) cambiarti tutto: cambiare il modo di vedere le cose, la vita, il mondo.

E sì, lo so, sono generica. Di solito lo sono quando ancora devo capire delle cose, quando ancora devo pensarci, e (tediosa, tediosa e ripetitiva) io penso qui, con le mani qui, con gli occhi qui.

Ecco perché vi annoio: per pensare. Perché è vero che potrei farlo in solitudine, al limite con un’amica, ma non mi funziona allo stesso modo.

E quindi penso, stasera, alle perdite. Alle persone che necessariamente ho perso nel corso della vita. Come sarebbero le cose se non perdessimo mai nessuno?

L’altra sera mi sono ritrovata catapultata in un gruppo whatsApp che aveva questo nome: Buon anno. Io e altre 30 persone, tra l’altro. Aggiunta al gruppo da una certa J, che non avevo in rubrica. Unico altro membro del gruppo della mia rubrica? TDL. Leggermente inquietante, lo ammetto. Cerco di capire chi cavolo sia questa J, ci penso, ma poi è l’ultimo giorno dell’anno, cena con la piccola, fuochi di artificio, mille cose per la testa, non ci arrivo da sola, allora chiedo. A J, ovvio(Grazie per avermi aggiunto, tanti auguri anche a te, ma chi sei?). Beh. J è stata la mia migliore amica al liceo. Di più: il liceo senza di lei sarebbe stata una vera barba. Si era ripescata il mio numero, chissà dove. Ma l’avevo persa. Beh, la ho persa, nonostante i messaggi di rito: dai, prendiamoci un caffè,eccetera.

(Il fatto che conosca TDL continua ad essere inquietante e così domando: come la conosci J? E beh, lui mi fa un mille discorsi, ma poi arriva a un punto e mi dice che J ha avuto un sacco di problemi. Psichiatrici, aggiunge. Con fare un po’ schifato, forse. Beh. Io i problemi psichiatrici di J li conosco. E a me non fanno schifo, anzi. La sento vera per questo. E il fatto che me lo abbia detto con quella faccia gli fa perdere molti, molti punti… ha dei pregiudizi. E a me non è che mi piaccia poi tanto la gente con i pregiudizi, eh…)

CHIUSA LA PERENTESI.

Insomma, dicevo che si perdono persone. E J me la sono persa. E non volevo, ma è successo.

Ora ho 40 maledetti anni. E non sono più così disposta a perdere le persone importanti.

Ma ci sono cose che non si possono certo trasformare con la magia. Ci sono scelte che vanno fatte, prima o poi.

E così l’Amico Speciale stasera se ne è andato. Per non tornare, credo.

E io lo so che doveva andare così.

E lo so che prima o poi eccetera.

E lo so. E punto.

Solo che le cose cambiano in un attimo.

 

Stasera funziona così

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Stasera funziona così.

Che ho iniziato a scrivere questo post tre volte e poi sono successe cose e poi io sono cambiata nel tempo che scrivevo, e forse allora mi sono detta: Non è il Tempo giusto per scrivere, perché per scrivere ci vuole il Tempo giusto, la mente giusta, anche la sigaretta giusta, tutto deve essere giusto, qui dentro, per mettersi con le dita sulla tastiera.

E ora è il momento giusto perché l’anno è già finito e io sono qui e ho già fatto il mio montaggio. E il montaggio lo intendo proprio con il termine tecnico del cinema e questa cosa l’ho rubata a Pasolini, uno dei miei miti, lo ammetto, ma siccome sono io, siccome sono Moon, rifletto e distorco, allora non è la morte a creare il montaggio della mia vita, scegliendo i momenti più significativi e mettendoli in ordine, ma sono io. Iocreo il montaggio del mio anno che è già scaduto, io metto in ordine la mia vita. Senza morire, che per quello c’è tempo ed è inevitabile. Io mi guardo alle spalle e seleziono, come faccio per i miei personaggi.

E quello che ho selezionato dell’anno appena finito è roba splendida, roba da non crederci.

Perché tutto, anche i momenti più bui, sono stati creati dai momenti di gioia immensa, momenti per cui ogni giorno che passa mi rendo conto che vivo. E se questi momenti ora li vedo è perché contribuisco in parte a crearli: non mi nascondo più, non mi soffoco più, e così ecco che mi riconosco allo specchio, e anche gli altri mi guardano e mi riconoscono, non sono più solo un corpo che cammina, sono io. E questo iose prima lo concedevo solo a pochi, ora lo spiattello perfino qui.

E il montaggio è stato fatto, e il risultato mi ha soddisfatto molto.

Mi sono innamorata nel 2018. Non succedeva da anni. Anzi, così prepotente l’amore non era mai entrato nella mia vita. E ho sofferto molto. Ma innamorarmi mi ha donato la speranza. E mi ha regalato anche una persona, perché TDL non può scomparire così, come se non fosse mai esistito. Le cose stanno cambiando. Per me, almeno. Ma non svaniscono.

Ho conosciuto tante persone nel 2018. Persone bellissime. Persone che mi hanno dato e che mi danno tutt’ora cose che non credevo si potessero donare con tanta eleganza e facilità. Cavolo. Come sono fortunata per questo. Come è bello entrare dentro la vita delle persone, metterci un piedino e capire che lì, in quel posto, che nemmeno sapevi che esistesse, tu ci stai bene. E capire anche che per quelle persone tu sei qualcosa. Qualcosa di vero. Donarsi con onestà. E essere ricambiati con onestà.

Ho scoperto e imparato milioni di cose nel 2018. Da quelle pratiche a quelle un po’ meno pratiche, ma non per questo meno importanti. E altre le sto ancora imparando: ad accettarmi per quello che sono, ad apprezzarmi, anche, un po’, a non farmi uccidere da chi ha come solo scopo nella vita odiarmi.

Ho rafforzato rapporti nel 2018 che erano già belli, già forti, ma così so che sono d’acciaio, anzi, antiatomici.

Credo di aver fatto un bel lavoro di montaggio, il Regista ne sarebbe orgoglioso.

Quello che adesso devo fare è solo scrivere l’anno che verrà, senza lasciarmi scoraggiare dalla pagina bianca.

E c’è qualcosa nel mio Dentro, qualcosa che freme, che si agita, che so che è mio, ma ancora non so gestire, perché io mi riconosco, è vero, ma gestirmi è un’altra cosa, gestirmi significa controllare, e io non voglio essere controllata, in tutti i sensi, figurati da una scassa palle come me, quindi mi lascio libera, almeno per un po’, almeno finchè posso, almeno fino a che non faccio danni.

Il 2019 è iniziato da almeno due ore.

E io mi sento così felice…

Punti Di Vista (PDV)

post 81

 

Qualche tempo fa, su Facebook, mi lanciarono una sfida: citare per cinque giorni almeno tre cose positive accadute nell’arco della giornata. Certo, social bla bla. Ma no, giuro che sfida mai arrivò nel momento più sbagliato. Era un periodo decisamente Dark Side of the Moon, non c’era nulla di positivo che riuscissi a vedere, la mattina alzarsi era una fatica, insomma, avete capito. Credo che ognuno di noi prima o poi per i motivi più diversi ci sia passato. La prima reazione fu: ma no, che cazzo scrivi per cinque giorni? Verrà fuori una roba molto triste e deprimente, tipo: 1)Piove, oggi, ma almeno non piove a vento. E via dicendo. E in effetti il risultato fu più o meno quello. Roba triste e deprimente, a rileggerla. Ma quello che invece trovo determinante è che in quei cinque giorni mi impegnai davvero a guardarmi intorno per registrare qualcosa di positivo. Fu come cambiare occhiali. E anche se subito dopo tornai a indossare quelli vecchi, sapevo di poterlo/saperlo fare. Cambiare Punto di Vista, PDV.

Tutto ciò che accade può essere ribaltabile. Tutto può essere visto, interpretato, vissuto in tanti modi. È una delle cose che amo ripetere da anni: la vita si vive in tanti modi, generico quanto basta a farne un motto, un motto che ho assimilato lentamente e che a volte dimentico, certo, ma sento che mi è entrato finalmente un po’ sottopelle, piano piano ce la faccio a farmi occhiali nuovi, a dispetto del prezzo alto che bisogna pagare. E ci sono tante cose che mi aiutano, è vero.

Siccome parlavo ora ora a un amico del divertimento, credo che ci infilerò proprio questo, il divertimento: divertirsi aiuta, ridere aiuta, liberarsi dagli schemi aiuta. Credo che ognuno sappia cosa lo fa divertire, solo che a volte bisogna prenderci confidenza, non è immediato, bisogna abituarsi di nuovo a divertirsi, perché, banalmente, da bambini ci divertivamo tutti, sapevamo cosa fare per ridere, sapevamo quale era il nostro gioco preferito e lo facevamo appena possibile. Punto. I bambini sanno divertirsi. Forse sono avvantaggiata perché ho una figlia e tante cose l’ho imparate di nuovo io da lei, o forse gliele ho insegnate, non si capiscono mai i confini, i limiti, in questa relazione che ho con lei, a volte penso che sia lei a dare più a me di quanto io possa dare a lei, ma è come se a volte ci sorreggessimo, se facessimo squadra, ma senza pretenderci, solo donandoci. Con lei è tutto così maledettamente facile… (sì, sì, vi sento: aspetta la veraadolescenza e poi ne riparliamo. Però ora è così, quindi mi posso permettere di scriverlo, ok?).

Ed ecco che arrivo a provare a dare un senso a quello che ho scritto.

Se mi chiedessero oggi di dire tre cose positive, credo che non riuscirei a fermarmi a tre. E se penso a ieri: lo stesso. E se penso al 24: idem. Forse è solo un momento fortunato, io che di fortuna ne ho sempre poca, forse mi hanno drogata mentre dormivo, forse sto solo impazzendo e questa è un raro disturbo della personalità che ancora devono studiare (e magari tra qualche annoi ci scriverò un racconto).

Forse sto davvero cambiando PDV.

Forse sto imparando a vivere.

(L’importante è che non sia che mi sto innamorando di nuovo. Ecco: questo sarebbe un vero disastro…)

 

Le donne non parlano di sesso

post 79

La giornata è stata impegnativa. Lo è stata a lavoro per via di un paio di tavoli particolarmente esigenti, nonostante la mancia. Lo è stata per il pomeriggio, incastrata tra un appuntamento dall’estetista (sempre lei, sempre la mia Little Boss) e un impacchettamento regali dell’ultimo secondo sennò si perde il treno. Lo è stata perché ho pensato molto a quello che stavo per fare, la sera, ovvero uscire. Non uscire da casa e basta, ma uscire con un uomo, un appuntamento di quelli veri, una cena. E lo accettavo qui, per via di TDL. E ieri, rimanda rimanda, negati negati (per i motivi più diversi), ecco che invece ho detto sì. Le occasioni vanno prese così, in contropiede, le cose vanno provate di nuovo, i dubbi bisogna toglierseli.

Ed ecco che la serata è partita come mi aspettavo, basso profilo, nulla di che. Parliamo di lavoro, delle piccole cose, chiacchere informali che avremmo potuto fare anche al Ristorante. Poi arriviamo nel posto che ha prenotato. E lì, non lo so, è scattata la Moon che è in me. Perché non so come, ma aveva toppato alla grande il ristornatino intimo e aveva beccato un discopub dove dal finestrone riuscivamo a vedere felici coppie over sessanta che ballavano il liscio attorno ai tavoli. Lui, il Tizio Molto Carino, si è rifiutato di entrare: due punti in meno: io stavo già saltellando di gioia all’idea di una serata lì dentro. Già mi immaginavo il dolce vecchietto che, in un attimo di riposo della sua compagna, mi invitava a ballare il liscio. Gesù…sarebbe stata una serata unica, di quelle da cornice. Mi sarei divertita.

Peccato, ha deciso per un posto caldo, carino, ma molto più normale. Dove siamo stati benissimo, per carità, abbiamo chiacchierato ancora del più e del meno, come persone normali. Forse è questo che mi sta stretto: la normalità. Ottimo pesce, ottimo vino, camerieri solerti. Ma io avevo la modalità Moon e non ho resistito: a metà serata, mentre mangiavamo un dolce al punch, sono entrata nell’argomento sesso. Perché, mi dico io, fare tanti giri di parole per dirsi cose che non servono quando sappiamo entrambi che lo scopo della serata è quello? Ora, lasciate stare il fatto che io non posso farloe quindi non ho ancora capito se sono svantaggiata o avvantaggiata. Ma è anche vero che ho assistito a una telefonata con una ragazza con la quale si sta vedendo e ho sentito queste parole: sono a cena con Rossano per lavoro. Siccome eravamo ancora in macchina il naso gli si è allungato tanto che ha sfondato il vetro. Carglass, suggerisco. Quindi è ovvio l’intento, no? Che a me sta anche bene, non è affatto quello il punto. Dopotutto ho detto di sì, ho accettato il fatto che la serata fosse di un certo tipo, non è un’uscita tra amici, si va a vino, niente birrette.

Quello di cui mi sorprendo, ancora, è questo stupore da parte degli uomini per donne che parlano liberamente di sesso. Perché per molte è un tabù. Siamo nel 2018, eppure ci sono ancora donne che pensano che parlare di sesso con un uomo al secondo appuntamento (il primo è stato anni fa, ma vabbè), sia sconveniente.

Ora. Va detto che il Tizio Molto Carino mi piace, ok, ma finisce lì. Non abbiamo argomenti in comune. Secondo me capisce davvero metà delle cose che dico (non è una questione di superbia, ma di riferimenti: io ho dei riferimenti diversi dai suoi. Lui mi ha parlato del linguaggio del suo navigatore nel rally tutta la sera e io me lo sono fatto ripetere spesso per imparare, perché sono curiosa, ma dovessi dirvi qualcosa ora…boh. E io, siccome sono una citazionista, ho sparato citazioni a go-go. Che lui di certo non può aver colto. Non puoi cogliere Russel se non sai chi è Russel. Non puoi cogliere il rally se non fai rally).

Insomma, funziona così, non è solo questione di chimica, perché alla fine la chimica ci poteva anche stare, se non avessi avuto questo blocco momentaneo ci poteva stare anche altro, ma poi … di tutto resta un niente(per citare Tabucchi, appunto).

E io mi chiedo se sono strana io a parlare di sesso a un appuntamento visto che pare non ci siano altri argomenti in comune, o se siano strane le altre a non farlo. Alla fine c’è stato un bacio. Altro no. Ma la libertà con cui ne ho parlato lo ha stupito, e questo ha stupito me. L’onestà tra due persone è così sbagliata? Così fraintendibile? Dobbiamo raccontarci balle a vicenda per quanti, tre, quattro appuntamenti? Cinque?

Alla fine chissà se finirà tutto stasera. È molto probabile, visto che a me rally, palestra, caccia, pesca e tutto quello che a lui piace non mi interessa. Che poi alla fine è questo? Interessi in comune? Non sono convinta nemmeno di questo.

Forse, come ho detto a lui, siamo solo due scarpe spaiate. C’è qualcosa, ma non possiamo capirci. E rimetterci a studiare ora, a quaranta o cinquant’anni… mi sa che non si può.

 

Ma in fin dei conti… destra 3, chiude, 100 vista, più più… no, non ce la faccio a ricordare…

Sono sempre i dettagli a fare la differenza

post 78

 

Questo è il mio primo documento scritto con Word.

Che a voi non farà differenza, ma a me la fa, la fa eccome, perché ero orfana da Word da più di un anno e il fatto che lo abbia di nuovo è un miracolo dell’Amico Atipico. Qui, nel Moonverso, sono sempre i dettagli a cambiare le cose, e chissà perché i dettagli sono piccolezze che ti fanno sentire amata.

Sono stati giorni di regali non previsti. Ma no, non è il Natale, demonizzatelo voi, io ho smesso, visto che se è vero che il costume da Mamma Natale non sta alle colleghe tettone, è anche vero che ho già un piano B, che se è vero che i biscotti di Natale mi hanno stroncato la schiena, è anche vero che si sono venduti in un week end. Non è il Natale. I regali mi sono arrivati perché ho persone intorno che mi vogliono bene. Piccole cose: una bottiglia di olio, un messaggio, Come stai?, dei quaderni nuovi per Little Boss, una canzone, un bicchiere di vino a fine pasto, una giacca nuova che non entra più, un programma di videoscrittura, la foto di un Americano,  un bacio sentito davvero.

E l’ultima volta che ho visto TDL lui è stato così delicato da ricordarmi che avevo una psicologa che mi seguiva e poi Dovresti tornarci, magari. Certo, non è il primo che me lo dice. Ho sentito questa frase due anni di fila. Da tanta gente. Troppa. E io ogni volta ci ho pensato. Seriamente. Che poi è il mio modo di pensare: seriamente. Io adoro giocare, adoro fare la cretina, ma quando si tratta di pensare sono seria, molto seria. E ci sono tornata anche, dalla mia Psi, come ho imparato a chiamarla. Ci sono tornata una volta ad Agosto, in piena crisi TDL. E come sempre, non so perché penso sempre la stessa cosa, che tutto, ma proprio tutto quello che scelgo di fare, sia sempre utile, in fin dei conti. Andarci mi è servito a capire che non mi serviva più. Che, come dice lei, tengo botta. Certo, la prima volta che ci sono andata, diversi anni fa, non tenevo botta per nulla. E tutto quello che ho fatto con lei mi è servito, mi serve ancora. Ha cambiato gli occhiali con cui guardo il mondo. Cioè. Lo abbiamo fatto insieme. Fatto sta che prima sì e ora…ora sento di no. E siccome con lei ero rimasta che ci saremmo sentite a Settembre e ora siamo a Dicembre, oggi le ho scritto un lungo messaggio di addio. E devo dire che mi dispiace davvero liquidarla così dalla mia vita, per mesi è stata un’ancora, un bastone, e un’amica, anche. Ma certo, ha fatto solo il suo lavoro, questo è indubbio. Diciamo allora che lei è stata l’unica a farlo bene. E dirle addio mi ha fatto venire il classico nodo alla gola. Ma dovevo farlo. Perché ora posso camminare da sola, con le mie gambe. Basta essere Bambi sul ghiaccio.

Riconoscerlo per me è stato fonte di orgoglio in primis, ma non è solo merito mio. È anche merito delle persone che mi stanno intorno. Ed è vero che ci sono persone che mi stanno intorno è perché io glielo permetto, ora. Sono tornata a essere quello che dovevo essere. Sono tornata a me stessa abbattendo i muri e continuando a dare fiducia. E facendomene una ragione delle delusioni. Ma non provarci più (e io per anni non ci ho provato più per molti motivi) è stato snaturante. E quindi devastante.

Quindi sì, Psi, hai ragione tu, ora tengo botta, tengo botta nonostante tutti i miei conflitti, tengo botta nonostante i casini, tengo botta nonostante la confusione, tengo botta perché allo specchio mi riconosco, nonostante tutto. Tengo botta perché sono io, e anche se a volte mi sto sulle balle, è sempre bello riconoscersi.

E tengo botta perché ho capito finalmente che le persone ti amano solo se glielo permetti.

Piccole conquiste.

Sono sempre i dettagli a cambiare le cose.

 

 

 

Stasera le cose cambiano anche grazie a questa canzone, che avevo dimenticato e non voglio farlo più, allora la aggiungo qui:

Perché ci sono due cose che mi salvano sempre il Coca button: la prima è scrivere, la seconda è la musica.

Somme e sottrazioni

Post 74Quando accendo il pc mi viene d’istinto di aprire la cartella Moon e il Censore sul mio desktop. Anche quando so perfettamente che dovrei fare altro. 

È stato così anche stasera, sono venuta prima qui, ho scritto una mezza pagina di incoraggiamento e poi ho aperto il racconto sul narcisista. Ed ecco che la distanza dalla meta l’ho accorciata di un migliaio di parole. 

Poi quella mezza pagina l’ho buttata. Aveva assolto al suo compito.

Quindi oggi faccio la somma delle azioni e ne esce una cifra positiva. Anche se devo dire che sono sfinita. E raffreddata. Di nuovo. Qui si gela, non so da voi. 

Il mio premio non in denaro per tutte le azioni che ho compiuto oggi (appuntamento per Little Boss dall’estetista – non commento più questa cosa-, revisione della macchina, voltura del contratto dell’acqua, bucato, racconto, una vera cena per la piccola iena) è un po’ di musica e, più tardi, un bicchiere di vino. Che quando dico che mi accontento di poco è vero. 

Tutto il resto sta andando dove deve andare, come il percorso di un fiume, ogni tanto la vita mi lancia ai piedi qualche Sorpresa che io raccolgo felice per riempirci questa parola, Sorpresa, una parola che anni fa avevo svuotato del tutto. E quindi ci mettiamo l’Amico Atipico che si sorbisce la mia lagna per un racconto rifiutato da una rivista; ci mettiamo aver parlato con qualcuno che pensavi fosse in modo, scoprendo che in realtà è proprio così (ogni tanto il naso mi funziona ancora, anche se è raffreddato); ci mettiamo l’operaio del comune che mi porta a casa due bottiglie di vino come regalo di Natale; ci mettiamo un biglietto criptico lasciato nella tasca della mia giacca dalla mia collega zen, La Verità è il cammino, il Bene l’azione e il Bello il sentimento (Meishu-Sama), che ancora devo capire cosa cavolo significa, sul serio, ma lei è una che fa Sekai e qualcosa, non so che diavolo di disciplina sia, fatto sta che oggi ha visto mia madre (che è passata a trovarmi) e quando se ne è andata ha detto: come si vede che andare d’accordo. E io penso: come si vede che questa disciplina ti fa usare droghe pesanti. Ma non lo dico. 

Ci voglio mettere anche, nella parola Sorpresa, le mie nuove reazioni nei confronti di TDL, che mi manda messaggi per chiedermi quale vino si abbina con il tartufo. Già che penso che il tartufo sia sprecato per uno che lo vuole tagliare a tocchi con il coltello… e poi non ama il Chianti. Mi chiedo allora quale vino ci berrà, il Tavernello? Ma la Sorpresa, dicevo, è nelle mie reazioni. Stanno sparendo. Quelle fisiche, dico: battito accelerato, voce squillante, gambe che cedono… Lo vedo e nulla. Mi manda messaggi e non corro a leggerli. Non lo sto più evitando. Anzi, spesso lo cerco. E le nuove reazioni mi sorprendono (piacevolmente). Forse c’è stato un chiodo scaccia chiodo un po’ sui generis. O forse è arrivato il momento che tanto aspettavo dall’inizio. Ogni giorno che passa sento che c’è qualcosa di meno.  Le emozioni a sottrazione: che cosa buffa in realtà. 

Oggi ho aggiunto, quindi, fatto somme, sottratto.

Arrivata a fine giornata mi sento un calcolatore.

Forse ha ragione Barbara: dico dico, ma poi da un certo orecchio non ci sento mai…