Fischi per fiaschi

Questo dannato anno, che sta per terminare grazie al cielo, ha visto il livello più alto di stress registrato da anni. Perlomeno il mio. E non è che me ne sia resa conto subito subitissimo, ma mettendo insieme diversi pezzi del puzzle giorno dopo giorno, mese dopo mese. Il primo campanello di allarme è stata la mancanza di concentrazione. Poi la mancanza di azione. Infine la totale letargia. 

Ma poi l’altro giorno, mentre trotterellavo felice al Bar a fine turno, incontro un tizio, lo saluto e tutto, Ehi, quanto tempo! come va? E via con il repertorio. Poi attacco: Sai che ho fatto un nuovo contratto con la ditta XY? Lui mi guarda dubbioso. Non la conosci? Eppure credevo che lavorandoci… in ogni caso è molto convniente, c’è un mio amico che ci lavora e… e così insisto, mentre lui si acciglia sempre più. Poi lo lascio andare in bagno (visto che l’avevo beccato proprio sulla soglia del) e lo aspetto al varco. Quest’anno non è andata tanto bene per il lavoro, eh?, gli dico. Non è abbastanza freddo per vendere le bombole del gas. Lui sempre zitto, un mezzo sorriso sotto la mascherina. Ma tranquillo: a Natale ha messo calo brusco delle temperature.

E nulla, è a quel punto che lui inizia a ridere. E ride tanto che non riesce quasi a parlare, solo dopo un po’, piegato in due, mi fa: mi sa che…ahaha…mi sa che mi hai confuso…ahahaha…con un altro…ahahaha

Mi gelo. Ma chi sei?, penso. Ti conosco bene, lo so, con te ho parlato mille volte. Eppure, nonostante l’evidenza dell’errore proprio non capisco dove sta sbagliando il mio neurone. E la cosa potrebbe passarmi inosservata se non fosse che sento che qualcosa non va nel mio cervello: non è un semplice scambio di persona. Quel tizio non è un vecchio fornitore di bombole del GPL che viene spesso al Ristorante a pranzo, ma il tecnico che aggiusta la cassa del Bar e che ho, personalmente, chiamato anche la mattina alle sei o la sera alle nove per problemi tecnici sul palmare del Ristorante. Ho il suo numero Whatsapp, l’amicizia su facebook, ci ho parlato mille volte solo nell’ultimo anno. Ho assistito a una bellissima scenetta familiare con sua sorella solo pochi mesi fa. Insomma, non averlo riconosciuto (anzi, averlo scambiato per un altro) mi ha sconvolto a tal punto che quasi non ci ho dormito. Inizio ad avere la demenza senile? Alzheimer come mia nonna? O è solo stress da pandemia e da Cassa Integrazione?

Il giorno dopo fermo tutte le speculazioni e decido che devo mettermi alla prova. Vado all’Emporio di paese e compro quattro giornali di enigmistica. 

Ed è lì che resto dalla viglia fino al 27: china su Bartezzaghi vari e, soprattutto Arolo, che fa le parole crociate senza schema che tanto amo. Risolvo come se non ci fosse un domani, ricordo parole dimenticate (tipo garitta), imparo nomi di uccelli strani (garzetta) e mi scervello su definizioni facili (un apparecchio in cabina: telefono a gettoni). Sul finale, visto che mi erano rimasti solo quelli più facili, mi do pure un tempo di soluzione, cercando di battere il mio stesso record (2 minuti). 

Siccome sono in trasferta a casa di Max (l’Amico Speciale), intervallo i cruciverba alla cucina, al letto, ai documentari sui grandi dittatori del Novecento e a innumerevoli partite a scala quaranta (che vinco quasi tutte, incredibilmente). 

Max all’inizio non la prende bene questa cosa dei cruciverba, Sei ancora lì???, chiede sgranando gli occhi.  È uno studio serio, rispondo. Devo testare le mie capacità cognitive. 

Poi però si unisce a me, ma gli devo leggere tutte le definizioni perché La luce non è quella giusta. E della mia follia facciamo un passatempoinsieme. Poi non potete chiedermi perché lo voglio sposare. 

In ogni caso il test è andato bene, direi. Perlomeno su carta, nel vero senso della parola. Forse l’Incidente col tecnico è stato solo un caso. 

Speriamo, eh. 

La Zona Gialla (Z.G.)

E la Toscana è, dopo più di un mese, tornata ieri in zona gialla. La parentesi durerà il tempo di uno starnuto (allergico, eh, non da Covid 19 o da Covid 2, la Vendetta, il suo perfido gemello inglese: questa storia ha un che di avvincente, alla fine) e dunque tra due giorni la fiesta sarà già finita: che la siestacominci!

Lungi da me criticare scelte effettuate, più che altro non ho voglia qui. Qui volevo, semplicemente, constatare.

Domenica mattina, ore 5.30. un cliente entra nel bar, si avvicina alla vetrina dei dolci, chiede: quindi stamani la colazione si può fare qui? 

Io: certo, vi è concesso da oggi fino a mercoledì. Poi stop perlomeno fino al 7 gennaio.

Lui si toglie la mascherina e la getta in terra. La getta a terra, dico. Ah, finalmente, fa lui.

Io: guardi che la mascherina è ancora obbligatoria…

Evvabbè, che cosa gli vuoi dire alla gente?

Comunque quello era solo l’inizio, perché di comportamenti scorretti, in stile Quinoncenècovviddi, ne vedo altri mille prima che la mattinata finisca. Brontolo, riprendo, a volte lascio fare perché sfinita. 

Ma il primo giorno di zona gialla non lo è solo per il lavoro. Little Boss è lì pronta a scattare allo start perché non vede l’ora di rivedere i suoi amici (e il Little Nerd che non potrà baciare perché Cèilcoviddi (parole sue, devo crederle?). A mezzogiorno è già nella cittadina che si prepara a mangiare schifezze con il suo gruppetto. Le impongo di inviarmi la sua posizione sempre (adoro la condivisione della posizione su Whatsapp), la chiamo appena finisco di lavorare, le dico che alle 18 spaccate deve essere pronta, la vado a prendere. 

Ma siccome è zona gialla anche Max, l’Amico Speciale, si muove: alle tre è già a casa mia, mi porta in dono coniglio fritto e si presenta con quel cavolo di completo che, cavolo cavolo, se è strabello con il completo, mi dice: se devo uscire con una bella donna devo fare la mia figura (quanto è ruffiano, ma lo adoro quando lo fa). Io per festeggiare la zona gialla mi sono presa un prosecco al circolino sotto casa (finalmente in presenza), divoro il coniglio e poi divoro Max, ignorando l’occhiataccia del suo completo gettato sul divano. 

Stasera sushi?, mi chiede baciandomi una spalla. 

Un tir di sushi, gli rispondo. 

Pronti, via, eccoci alla cittadina per recuperare Little Boss, una cittadina stracolma, c’è pure il mercato, il delirio più totale. 

Il secondo giorno di zona gialla inizia in sordina. Ma nel pomeriggio Little mi chiede di tornare alla cittadina. Devo finire di comprare i regali, la fumetteria ieri era chiusa

Ok. alle tre riparto, siccome è presto decido di tirare a lucido Winny all’autolavaggio. Winny non la prende bene. Ho tirato tutto in avanti il sedile del guidatore e quello resta bloccato lì. Tiro, impreco, chiedo aiuto: nulla. Mi tocca guidare l’auto come fossi sulle macchinine scontro. Chiamo il Meccanico Di Fiducia, che ormai chiamo più di mio padre (quando mi si accende una spia, quando devo fare inversione delle gomme, quando devo cambiare la corda della frizione, quando mi perde dalla guarnizione di testa… Winny è stanca) e gli chiedo un consulto, sperando mi riceva al volo. Nulla, mi riceve domani. Mi sentirò alta ancora per un po’. 

Per consolami lascio Little in centro a incontrarsi con il Little Nerd e mi butto sullo shopping consolatorio: ho un’ora per ripristinare il livello di serotonina. L’ora la uso bene, mi compro anche un cappotto. Poi siccome mi si sono rotte le calze vado da Tezenis e, oltre alle calze, mi resta attaccato alle mani anche un pigiama. Alla cassa mi prendono i sensi di colpa, come un bulimica, e quando la commessa mi chiede se è un regalo dico di sì. Quanto è grave mentire alle commesse di Tezenis? Lei poverina mi dà pure il kit per incartare, esco e mi sento pure peggio.

Io e Litte torniamo a casa con il favore delle tenebre. 

Siamo solo a metà dei giorni concessi dalla zona gialla e mi sembra di aver vissuto due settimane. 

Da una parte non vedo l’ora che sia il blocco: almeno dormo e mi riposo….

Fantasticare

Ho appena fatto la salsa guacamole e siccome ne sono davvero golosa sto cercando di distrarmi in qualche modo per evitare di finirla con una bella dose di tortillas e arrivare a cena con Little che mi rimprovera perché mangio fuori pasto. 

Nella frase sopra mi rendo conto che qualcosa non va, non crediate. 

Oggi ero in macchina e la macchina è, da sempre, il mio pensatoio (se qualcuno di voi ha masticato qualche Topolino, da piccolo, saprà che la parola non è uno dei miei soliti neologismi, ma l’ho rubato a Paperone). E fantasticavo.

Ora, questa parola, appena l’ho scritta, mi ha fatto venire in mente castelli, boschi, nuvole, draghi, principesse, valorose battaglie e tutta quella roba lì. In realtà fantasticare significa, per me, semplicemente toccare realtà parallele, cose che potrebbero accadere o che potrebbero essere accadute. È una sorta di E se… Kinghiano (un concetto che King esprime benissimo nel suo On writing e che lui definisce alla base di tutte le sue storie), ma con la mia vita che la fa da protagonista. 

Detto così sembra splendido. 

In realtà a volte non lo è affatto e difficilmente riesco a controllarlo. 

Alla base delle mie fantasticherie ci sono i disastri. Esco da casa per andare a prendere Little da suo padre (viaggio di andata+ritorno più o meno 15 minuti) e lascio la lavatrice accesa. In macchina non mancherò di pensare che la lavatrice si romperà, l’acqua finirà prima sul pavimento del bagno, poi inonderà il parquet in soggiorno e scenderà dalle scale, allegando la strada. Ok, questa fantasticheria prende spunto da una cosa che mi è successa davvero, in una delle mie vecchie case. Però io ero in casa e me ne sono accorta troppo tardi perché dormivo. 

Oppure. 

Sto, di nuovo, andando a prendere Little. Immagino di avere un incidente grave. Penso a chi potrebbe avvisarla senza farla morire di paura perché non sto arrivando. 

Oppure.

Penso che ci sarà una pandemia e ci saranno milioni di morti in tutto il mondo e io… ops. Questa è vera.

In ogni caso queste ipotesi di disastro immagino mi servano per prepararmi. Mi preparo al peggio, così non mi stupisco se accadono. Così ho un piano. Così posso fingere di controllarle. Ma so che in realtà non è poi del tutto vero. Watzlawick dice al contrario che così metto in moto una profezia che si autoavvera.  Che se ciò non vale per una casa che va a fuoco perché ho lasciato il fornello acceso per sbaglio, potrebbe valere per, che ne so, una litigata con Max (l’Amico Speciale): io mi pongo, psicologicamente, in una modalità da litigio, se così posso dire. E la cosa accadrà. Ma questa è solo un’ipotesi. Molto lontana a dire il vero. Perché io e Max non litighiamo mai. Mai. 

In ogni caso mi chiedo: queste mie strane fantasticherie non controllate che avvengono in auto mi fanno bene, tipo i sogni, oppure no? 

Un tempo il pensatoio era il posto in cui producevo tutte le idee per i miei racconti. Che poi non è che è cambiato molto, nei miei racconti ci sono sempre un sacco di tragedie. Come mi disse una volta mio padre: Io capisco, tesoro, che la vita dell’Ingegner Taldeltali che aspetta fuori dalla scuola sua figlia e che la abbraccia felice prima di andare con lei a mangiare un gelato non interessa a nessuno, ma tutte quelle morti che metti nei tuoi racconti…

Caro papino, in realtà oggi la storia dell’Ingegner Taldeitali sarebbe una storia rivoluzionaria. Una storia da post Covid. Ecco la trama: dopo due anni di pandemia, dove sono morti alla piccola entrambi i nonni (uno era in una Rsa), e la madre ha avuto danni neurologici post virus, finalmente la bambina torna a scuola (in presenza), ritrova tutti gli amici che non vede da mesi e mesi, li abbraccia (perché può), sorridono e i loro sorrisi riescono a vederli, non li immaginano e basta da sotto la mascherina, l’insegnante fa una lezione commovente sulla società che è cambiata, sulla responsabilità che hanno loro, i piccoli studenti, di fare in modo che una tragedia simile non si ripeta, su tutto ciò che non è andato bene, ma anche su tutte le piccole cose che invece hanno messo speranza nei cuori delle persone. Poi la piccola (chiamiamola Alice) esce da scuola. Suo padre, l’Ingegnere Taldeitali, è lì fuori che la aspetta (in mezzo a decine di altri padri e madri)e allarga le braccia. Alice gli corre incontro e lo abbraccia. Come è andata, piccola?, chiede il padre.  Come se fossi nata oggi, risponde la piccola , anche se  magari potrebbe non essere così piccola, sennò questa risposta è un po’ troppo, che ne dite. Va beh, mica era una storia perfetta. Era solo per dire a mio padre che sì, anche la vita dell’Ingegner Taldeitali che aspetta fuori dalla scuola sua figlia può interessare a qualcuno. 

E nel frattempo un paio di tortillas con la guacamole me li sono fatti fuori.

Merda. 

Interpretazionedeisogni.com

Stanotte ho fatto un sogno: ero di nuovo madre, un piccolo esserino vestito di azzurro, come del resto era vestita anche Little appena nata (i medici avevano sbagliato a dirmi il sesso e fino a che non è nata non sapevamo che non sarebbe nato). Era così piccolo e sentivo tutto il peso irrilevante del suo corpo sopra di me, tutto quel tepore, l’odore di latte e sapone sulla testolina. Lo tenevo mentre salivo su per delle scale a chiocciola di legno, erano in una casa che sapevo mia, una casa bellissima e calda, piena di tutte quelle cose per bambini appena nati che ormai ho dimenticato. E mentre salivamo le mie menti si sono parlate: io gli dicevo che avevo paura di farlo cadere, lui mi diceva che non dovevo avere paura, che sapevo quello che stavo facendo, che si fidava di me. Nel sogno la sua voce era chiarissima, la voce di un adulto, nella mia testa, un po’ come Paolo Villaggio in Senti chi parla, ma non c’era ironia, solo un gran senso di pace. 

È stato un sogno molto realistico. Uno di quei sogni che ti svegli la mattina e non puoi crederci che non c’è un seguito nella realtà, ma che comunque ti lascia una sensazione di felicità, ti svegli col sorriso e il caffè è più buono, i vestiti sanno di bucato, i capelli vanno a posto senza sforzo. 

Quando ero piccola vedevo spesso un libro sul tavolo quando facevo colazione al mattino. Era un libro di mia madre sul significato dei sogni. Nulla a che fare con i numeri da giocare al lotto, ti dava solo una frasetta secca su ogni tipo di sogno che potevi fare: hai sognato le vespe nella vasca? Hai paura di qualcosa, che qualcuno possa danneggiarti. Questa me la ricordo perché è stato uno dei miei sogni ricorrenti (insieme a un altro, ben più terrificante). Insomma, quel libro è stato sempre presente, mia madre lo consultavo spesso e così anche io ho imparato a farlo. Ho perso il conto dei sogni che ho interpretato. Nonostante il libro sia rimasto a casa dai miei, quando sono andata a vivere per conto mio mi capitava spesso di chiamare mia madre. 

Prendi il libro dei sogni e mi dici cosa significa sognare di morire dissanguata? Grazie. 

L’era di internet ha semplificato le cose e devo dire che sono felice di non dover chiamare mia madre alle 5.30 del mattino. Che si sa, se non ti scrivi i sogni prima di fare pipì al mattino te ne dimentichi (questa frase mi pare di averla già scritta pochi post fa… O l’ho scritto da un’altra parte? Accidenti all’Alhzeimer!)

Tornando al sogno, quindi, forse è il semplice risultato dell’equazione: Forse sono incinta+ Faccio il test= Non sono incinta/ Sono delusa?

Si vede che la matematica non sarà mai il mio mestiere, vero? Venditti docet.

Ma forse significa semplicemente che ci saranno delle novità, novità belle, tanta fortuna, dice un sito di Intrepatazionedeisogni.com. 

Su un’altra pagina, invece,  ho letto che il sogno denota la volontà di iniziare un progetto creativo, un libro per esempio. 

Ah ah. Ah. Ah. Ah…

Allora dovrei sognare asili nido pieni zeppi tutte le notti da cinque, sei anni! 

A dispetto di quello che significa (molto probabilmente una parte del mio cervello si sta rendendo conto che più passa il tempo e meno scelte ho, una cosa biologicamente sensata che l’uomo invece tende a combattere invece di accettarla e basta, un limite della nostra civiltà che vuole sentirsi sempre un Jeeg robot), la sensazione che le cose stanno andando bene non mi è passata.

E poi oggi ho ricevuto l’anticipo della cassa integrazione dall’Inps:  magari eccolo qui il significato del sogno: una gran bella novità. E tanta fortuna. 

p.s.: avevo inventato il nome della pagina mentre scrivevo (non me la ricordavo davvero), ma poi ho cercato e esiste davvero, anche se mi dice che è in costruzione o qualcosa del genere. spero di non aver violato nessun copywrite… Mi denunciano?

Cosa vorrei da Babbo Natale

Non so perché mi è venuta voglia di scrivere di questa giornata, che poi non è stata grandiosa, splendida. E nemmeno terribile, terrificante. È stata media. Una giornata media che ha visto una me media. 

Mi sono svegliata con un mal di testa che sembrava mi avessero infilato il cervello in una centrifuga per insalata e la netta sensazione di essermi persa: che giorno è? Martedì, dice l’Iphone. Ma è festa, ha risposto il mio cervello strizzato, quindi è come una domenica. Ma una domenica in zona arancione, specie per chi lavora in un Bar, non è una vera domenica, facciamo che è come un sabato stiracchiato, un sabato di Febbraio, per giunta (chi lavora nella ristorazione forse può capire a cosa mi riferisco).

Al lavoro in effetti è stato così, a parte un paio di tizi divertenti (come sempre), uno dei quali insisteva a parlare della Civilissima Svizzera (sì, come no? La Civilissima Svizzera è stata l’ultima nazione a concedere il voto alle donne, tra le altre cose…), l’altro che insisteva a dirmi che sedici euro per sei paste da dessert era troppo. Ma ne ha prese dodici, ho risposto, due vassoi da sei fanno dodici paste. Nulla, questo il cervello più che strizzato lo aveva mandato in ferie (si può fare solo questo, oggi, in Italia: tu in ferie non puoi andarci, per via del Covid, ma il cervello invece sì, e lo fanno in tanti). Alla fine si è convinto, anche se credevo di dover tirare fuori la calcolatrice e fargli vedere…

E poi nulla, la giornata di lavoro a un certo punto è finita, ho preso le mie cose e sono tornata a casa. Little era a pranzo da suo padre e io. Mi sono sentita sola. Perché si sa che la solitudine è una sensazione, non una realtà oggettiva. Avrei voluto uscire, andare a trovare qualcuno (perfino mia madre, questo la dice lunga su quanto mi sentissi sola) e invece me ne sono rimasta lì a aspettare che l’orologio segnasse l’ora in cui dovevo recuperare Little da suo padre. 

In macchina lei mi ha detto un sacco di cose (come sempre mi intasa il cervello di info e guai a dimenticare che lei ti ha detto che la prof di Italiano ha rimandato il compito di lunedì prossimo). E poi mi ha detto che suo padre era tranquillo, che le ha chiesto di quel ragazzino con cui sta, il Little Nerd, che si è offerto di portarla nella cittadina per vederlo se dovessero cambiare le condizioni di colore. Lei era confusa e felice, come avrebbe detto Carmen Consoli, e io anche. Sembra che le cose stiano migliorando, da quelle parti. Si vocifera che forse, il mio ex, abbia trovato una. Dopo soli cinque anni e passa. Forse la svolta? Forse davvero smetterà per sempre di mandarmi messaggi alla cazzo (perdonate il termine, ma se aveste letto i suoi messaggi in questi anni direste di peggio). Bene, benone: una buona mezza notizia. 

E poi una telefonata dell’Amico Speciale. Devi portare la macchina dal meccanico, portiamola ora così domani la guarda, ti do la mia macchina, mi dice. Tutto verissimo, la macchina mi avverte già da un po’ con il suo countdown che mi mancano pochi chilometri al tagliando, giusto stamni mi mancavano 57 chilometri, ma lo sento dalla sua voce che così almeno abbiamo una scusa per vederci, fosse anche per pochi minuti. Assicuro Little a casa, riparto, faccio due chilometri e la macchina mi dice che è l’ora, l’ora del meccanico, mi accende la spia con la chiave inglese. Non so perché questa cosa mi riempia di gioia, come se io e la macchina fossimo in una strana sintonia. O forse è più in sintonia con l’Amico Speciale, chi lo sa. 

Riporto l’Amico Speciale a casa, Ti fermi per una birretta?, chiede. Why not? Illegali per illegali (lui vive in un comune diverso, a soli due chilometri dal mio, ma ciò non ci impedisce di essere illegali). E mentre siamo lì lui inizia a dirmi che sarebbe bello dividerci la vita, alzarci insieme, cucinare per tre invece che per due (Little è sempre compresa, ovvio). Mi dice che quando (non se) saremo sposati allora forse dovremo trasferirci in una casa più grande, io ribatto che la mia futura casa ci permetterà di dormire insieme, qualche volta, anche se c’è Little Boss in casa (ora non è possibile per via degli spazi), che sarebbe una prova di convivenza ideale eccetera. Insomma, parliamo, progettiamo, in sintesi facciamo quello che a me riesce sempre benissimo, progettare, a lui invece resta ostico. E sono felice, mi sembra che tutto si stia costruendo bene, come quando monti il Galeone della Lego e non ti avanzano pezzi. 

Rimonto in macchina (la sua) e collego Spoty. Sulla mia non si può fare, sulla sua è un piacere vedere Moon’s Iphone sul display. Sono di casa anche lì, nella sua macchina, sono parte della sua vita e lui della mia. Avevo giurato che non sarebbe successo più, che non mi sarei fatta fregare più da un uomo con la storia del possesso e del Sei Mia e tutto il resto.  Ma non è così che mi sento. Non mi sento sua, mi sento una parte della sua vita, così come sento che sono una parte della sua. Non c’entra mai il possesso, c’entra la voglia di condividere, di esserci, e mi si sta aprendo davanti un mondo sconosciuto e bellissimo. 

E poi poco prima di parcheggiare ecco che attacca questa canzone: 

e inizia a piovere. Piccole gocce che spazzo via dal vetro. 

E mi sento felice sul serio. Mi sento completa, piena. 

Quindi sì, giornata media che ha visto una me media. 

Ma è quando ti senti felice in una giornata media che ha visto una te media che ti accorgi che le cose iniziano a decollare. 

Anche se so che è impossibile, vorrei chiedere a Babbo natale di portarmi tanti giorni così. Il più possibile. 

Upload

Ero indecisa: scrivere o non scrivere? Dilemma amletico. 

Non funziona così, che se non scrivo significa che non succede nulla. Le cose accadono, ma mi passano sopra, mi scivolano dalle spalle come l’acqua sul mio k-way. Mi sento proprio così: impermeabile, l’acqua è fredda, la sento, eppure non entra. 

Questa mancanza di penetrazione -toglietevi dalla testa che mi stia riferendo a qualcosa di sessuale- mi allarma, aggiungendo disagio al disagio.

Cosa è successo in queste ultime settimane?

Partiamo dal mio corpo: mi sono trovata un’altra volta a fare pipì su uno stick. Giuro, ‘ste cose quando avevo vent’anni non le ho mai fatte. Ero più prudente? Più saggia? Più concentrata? Certo, forse. Possibile che io a quarant’anni suonati mi trovi, una volta l’anno, a pensare di essere incinta? Quando ho scoperto di aver dimenticato una pillola mi è preso il panico. L’ho detto a Little. E lei era entusiasta. Poi l’ho detto all’Amico Speciale, che ha riso. Poi a mia madre, che quasi piangeva di gioia. Ho calmato tutti gli animi: rallentate, gente, la possibilità che io sia incinta è una su milione, cerchiamo di essere realistici. Ma avevo un clima, intorno, che quando il test ha decretato che sono no pregnant ci sono rimasta quasi delusa.  Il mio capo, che tremava pensando al futuro dell’azienda quando gli ho detto del mio dubbio, seppur sollevata ha avuto da dire: fai finire questa follia da Covid e dopo perché non ci provi? Credo che si sia trasmessa un’altra strana malattia in questi mesi, oltre al Covid. E ha preso pure me. 

Ma passiamo di palo in frasca. Parliamo del Carabiniere Bello, come, giuro giuro, il mio Capo ha salvato il suo contatto in rubrica (rif. Qui). Alla fine la mia curiosità, civetteria, chiamatela come volete, non ha impedito di continuare a rispondere ai suoi messaggi. C’è stata una tiritera di pochi giorni però prima che io gli confessassi, candida, che voglio sposarmi. Non ho specificato l’anno, ovvio. L’ha presa bene, non ha smesso di mandarmi messaggi, di raccontarmi la sua storia assurda in stile Beautiful (una storia che mi fa rivalutare la mia, di famiglia), di raccontarmi dei problemi con sua moglie (questa storia, seppur in modo diverso, l’ho già sentita? Sì, eccome! Centinaia di volte! ma soprattutto da una persona, un TDL a caso), del fatto che non può lasciarla, la moglie, ma che si è tolto l’anello eccetera. Forse qualche maschietto alla lettura avrà usato a sua volta queste stesse parole, no? Poi un paio di giorni fa mi chiede di andare in caserma. Ti offro una tisana, dice. Vado. Non vado. Alla fine vado. Sono troppo curiosa di andare al punto. 

Mi aspetto quasi che ci provi lì, in caserma, tra i suoi quadri a parete e il suo Angolo Relax pieno di tisane. Invece il Carabiniere Bello è molto più delicato: al punto ci arriva (non avevo dubbi), ma ci passa da una strada delicata. Mi racconta di una tizia sposata che ha conosciuto e con la quale ha avuto una relazione (in un periodo non specificato: prima si sposarsi lui stesso?). Lei viveva quella relazione con nonchalance, diceva che voleva stare con il marito ma che amava lui. E così mi sono lasciata condurre dalla sua strada delicata e delicatamente ho dichiarato che io non potrei fare mai una cosa del genere, che io da una relazione voglio tutto e non solo una parte. E devo dire che ringrazio TDL per questo: se non fosse stato per lui (un po’ anche per lo Shogun) non sarei stata così decisa e sincera nel dirlo. Forse starei ancora a galleggiare nel liquame del dubbio, delle domande senza risposta. Starei ancora chiedendomi: ma come si riempie la parola Amore? Non starei con l’Amico Speciale, non avrei capito cosa conta davvero, qualcosa che va al di là delle definizioni, delle scatole del cavolo, dei cassetti in cui rinchiudere tutto. 

E insomma, finita questa conversazione, che devo comunque dire che mi è piaciuta ( e la tisana era davvero buona), mi sono sentita meglio: come se avessi fatto un passo avanti, come se avessi capito e consolidato un altro pezzo di me. E con lui? Beh, nulla. i messaggi sono diminuiti, come era ovvio che fosse (ha capito che non c’è trippa per gatti), ma sento che potremmo essere amici. È abbastanza spostato da esserlo.  Ma non subito. 

E poi sì, ci sono altre cose, c’è la mia Little e la sua adolescenza terrificante, ma su Little devo scrivere un articolo a parte, che appena mi decido credo di aver bisogno di un piccolo aiuto da parte di chi legge. Perché la capisco a tratti. La sensazione è quella di una torcia che la illumina mentre cerca di comunicare in codice Morse… allora mi accontento di perdere a carte per un intero pomeriggio e di ballare con lei Avril Lavigne in cucina. Che sempre meglio Avril di Sfera e basta. Anche se per la prossima volta proporrò questa, invece:

Il primo bacio

L’adolescenza di mia figlia mi sta conturbando. La sua prima cotta, il suo primo ragazzo, il suo primo bacio in epoca Covid. Dovrei essere contraria, insomma, siamo o non siamo in stato di allerta, ma invece, nel mio cuore, ne gioisco. 

Il suo primo bacio. Ricorderà per sempre il timido ragazzino un po’ nerd che glielo ha dato. E io rivedrò per tanto tempo l’espressione sul suo viso, felice di far parte di tutto questo. 

Ripenso al mio, di primo bacio. Ero più piccola di lei, avevo una cotta assurda per un ragazzino che oggi vedo spesso e che è diventato un alcolizzato, in pratica (si vede che ho un radar per i cattivi ragazzi, anche quelli in fieri). Eravamo nello stanzino che l’oratorio di pese dava agli scout: lui nelle Aquile, io nelle Pantere (nere e fiere era il grido), avrei dovuto essere nei Pinguini, animali goffi e festaioli, non sono mai stata una che ruggiva. Ma in quel caso avevo limato: la pazienza? Forse. Ero talmente cotta da mesi che lo sapevano anche i sassi. E sebbene lui avesse tante altre alternative, quel pomeriggio scelse me. Forse perché le alternative se le era già fatte: era un ragazzino sveglio, nonostante l’età. 

Fatto sta che ricordo ogni attimo. La colonna sonora (Ti amo di Umberto Tozzi, in gran voga quell’estate); le sue labbra (umidissime, un polpo, in pratica); la mia sensazione ( le famose farfalle nello stomaco, un modo banale di dire una cosa reale). E mi ricordo anche che durò tantissimo. Tanto a tal punto che a un certo punto feci una cosa che non si dovrebbe fare mai: aprii gli occhi. E mi guardai intorno: le bandierine fissate al muro, le assi del tavolo accanto a noi, la panca su cui stavamo seduti. E la porta: soprattutto la porta. Non so se la considerassi una via di fuga o un pericolo per la nostra intimità. 

Dopo quel primo bacio finì tutto: l’adolescenza non perdona. Ma io ancora lo ricordo con piacere, sono felice che sia stato con uno che mi piaceva davvero, devo dire che, nonostante i suoi problemi attuali, ogni volta che ci vediamo esercita ancora un certo fascino su di me ( devo dirlo: lui è ancora un figo pazzesco e con uno sguardo ammalia, peccato che il suo livello di attenzione nei confronti del prossimo sia di 2 secondi…)

Ecco, spero che per la mia Little sia così. Che ricordi con piacere questo momento. Che la fuga in camera sua dopo una cena super veloce abbia un domani. Perché, scusate le banalità, questi momenti non tornano più. Non sarà mai più lo stesso. Sarà sempre difficile, non si potrà lasciar andare come ora, guarderà gli occhi di un uomo e saprà che quelle farfalle non sono eterne, che l’amore non è quello, che anche se c’è l’amore questo non può tenere insieme tutto. L’amore, a volte, non basta. 

Riesco sempre a essere ottusamente cinica, nevvero

Ammirate le mie doti naturali. 

E vai con la musica, maestro:

(prima volta che vedo ‘sto video: che orrore!!!)

E io guardo Sharknado

Stamani ho deciso di scrivere Senza censura (non so se vi ricordate: esisteva un programma su Rai 3 una volta, con questo nome).  

Fanculo, quindi, al mio Acerrimo Nemico. 

La settimana è stata pesante come il cinghiale della pubblicità del Brioschi, quindi me lo voglio concedere.

Inizio da lunedì, un giorno di festa in cui, dopo mesi, ho rivisto l’Amico Atipico. L’unico giorno in cui mi è sembrato di vivere. Rivedere lui, parlare del più e del meno, del lavoro (io), della ragazza psicopatica (lui), bersi un cappuccino, pranzare con Little dove (per dirla nel mood locale) ci sono le fie con le rote (l’American diners, dove le ragazze servono sui pattini a rotelle) è stato corroborante. Ma è durato come un gatto in tangenziale. La realtà, quella vera, è arrivata alle 15.00, quando è arrivato il tecnico per revisionare la caldaia: 120 euro. 

Martedì. Martedì è sempre un po’ follia, ricomincia il lavoro, io non sono mai in pari, basta il battito d’ali di una farfalla e perdo il passo, martedì ho perso il passo. Mercoledì ero ancora un passo indietro e, Covidnonostante, il Ristorante a pranzo si è riempito come se non ci fosse un domani. 

E qui sta il punto: sento tutto come se non ci fosse un domani. E io sono una maniaca del controllo. Il domani, per me, è importante. Io vivo per il domani. E oggi non c’è più, il domani. Domani cambia in modo improvviso, quando meno te lo aspetti. Basta un dpcm. 

Nel giro di tre giorni il mondo è cambiato. 

La gente ha avuto paura, il lavoro è calato e io non so più cosa fare. 

Nel giro di tre giorni, poi, anche la scuola è cambiata.

I ragazzi devono stare a casa, quando non si sa, la domenica sera ci sono le corse a guardare sul sito chi il lunedì sta a casa e chi no. 

E io cosa faccio. La cassa integrazione, ancora? Devo fare un trasloco, mi servono soldi, mi serve il lavoro. 

Ma mi serve anche non ammalarmi, mi serve che non si ammali Little, mia madre, mio padre, le mie nipoti. 

Mi serve che non ci sia questa guerra, 

Mi serve che un medico non mi dica cosa si dicono tra medici, così, mentre si beve il caffè che gli ho appena fatto, che non mi dica che i contagi sono 10.000 oggi e 30.000 domani e 60.000 tra tre giorni. 

Non voglio sapere dell’apocalisse, la immagino già di mio. 

Sono confusa, impanicata, il distopico che andava tanto di moda in letteratura un anno o due fa non è più distopico, è reale, e io che cosa faccio.

Io gioco a scala quaranta. 

Guardo la tv. 

Guardo Sharknado. 

Che se non sapete cosa diavolo sia, sappiatelo, che Sharknado ti toglie i pensieri, sul serio.

Perché la mattina sono un girotondo di articoli del Corriere, indiscrezioni sull’Ansa, veline dal Quirinale. 

Ma la sera per non implodere devo guardare Sharknado. 

Anche la mia Little implode. 

Non mi sopporta più, si tinge la faccia per non so quale motivo, sta in videochiamata con gli amici, pensa alle proteste perché tengono la mascherina in aula 5 ore invece di 4. Le sue piccole lotte. 

Ma la scuola li abbandona, li sacrifica. Ci prova a tenere duro, ma non può farcela, ci sono le Regioni che dichiarano: scuole chiuse e ristoranti aperti, e io sono in mezzo: tra i due fuochi. Due miei colleghi saranno messi a casa lunedì senza cassa integrazione, senza possibilità di essere licenziati (quindi disoccupazione). 

La mia piccola realtà. 

Io posso solo disdire l’ultimo appuntamento dal dentista, che spendere soldi ora per i denti non è il caso, facciamo i Cip e Ciop, mettiamo via qualche ghianda, che la storia qui su fa brutta e se dobbiamo rientrare in letargo ci serve cibo.

Martedì per ora io lavoro. Sono una delle fortunate. Ma non riesco a gioirne.

TDL (il minchione per eccellenza) mi chiama nazista perché lo rimbrotto se va in giro per il Ristorante senza mascherina. Dice che sono nervosa, negativa. Lui continua a chiamarmi bellissima e io lo detesto per la sua infinita superficialità. Per il suo egocentrismo esasperato. 

Su questa storia hanno tuti un’opinione. E si comportano di conseguenza. Ignorando il resto. 

Mia nonna diceva sempre che le persone sono capaci di guardare solo al proprio pezzetto di terra.

Io compresa, forse. 

Ho scritto questo pezzo come mi sento: in completa confusione. Perdonate quindi se ho saltato qualche passaggio logico. La logica, a oggi, mi sembra perduta.

La mia casa

La settimana passata è stata bella tosta, un surplus di lavoro inaspettato e Little Boss che mi chiede di portarla alla fiera, e la sua lezione di canto, e la mia lezione di scrittura creativa, e una festa di compleanno (di Little) da preparare…

La mia piccola ha fatto i mitici 14. Forse ho detto mitici anche l’anno passato, per i suoi 13, ma solo perché ogni anno che passa è un miracolo per me, ogni cambiamento che fa mi sorprende (o mi fa incazzare, dipende), ogni scalino sento che è sempre più difficile per me stare al passo con lei. usa parole che non conosco, social che non capisco, e tutto questo mi fa sentire vecchissima, mi fa sentire (aiuto!!!!) mia madre. E proprio sulla soglia dei 42.

Anno difficile il 2020, lo diciamo tutti da tempo. Eppure ho anche scritto che sono certa che le cose stanno per cambiare. E se lo scrivo a volte è vero.

Mi sono sorpresa in queste mattine a cantare nella testa, vi capita mai? Mentre glassavo i bignè è arrivato Jimmy Fontana con Il mondo. E poi ieri mattina (o meglio ieri notte alle 3.30, quando mi sono alzata) nella mia testa suonavano le note di La mia casa, di Daniele Silvestri. Ora, la scelta della colonna sonora per questo momento è davvero discutibile, chissà come sta male quel piccolo neurone solitario che gira a vuoto nel mio cervello, fatto sta che le associazioni non le ha fatte del tutto a caso.

Ho già scritto quanto io adori il minuscolo buchetto in cui vivo con Little da più di 5 anni ormai, una casa graziosa, il parquet in terra, il soffitto a volta in pietra, gli arredi praticamente nuovi. E forse ho anche scritto che la mia padrona di casa l’ha messa in vendita, senza però (ancora) darmi lo sfratto. Siamo in un piccolo piccolissimo paese e le notizie corrono veloci, tutto sanno tutto e quindi è così che lunedì mattina mi ha telefonato una persona per propormi una casa. Anche altre persone mi avevano detto di case in affitto, ma alcune avevano un prezzo che non potevo permettermi, altre erano senza mobili, altre non avevano una camera per Little Boss (che anche ora non ha visto che stanzia nel soppalco di questa minuscola casa). Alla persona che ha chiamato e che mi proponeva una casa simile alla mia (esattamente quella al di là del mio pianerottolo) ho detto proprio questo: se devo cambiare ho bisogno di una stanza per Little. E così è venuto fuori che ha un altro appartamento, poco più in là. E sabato me l’ha fatto vedere. 

Appena siamo entrati, io, Little e l’Amico Speciale, abbiamo tutti capito una cosa: è la mia casa. Due camere grandi, cucina abitabile, bagno nuovo e spazioso (siamo due donne, eh, ci vuole posto nel bagno!), due grandi sottoscala. Niente balconi, niente giardino, ma neanche qui li ho, quindi… le ho detto che le avrei fatto sapere tra una settimana, ma appena uscita avevo già deciso (oltretutto mi fa anche un prezzo più basso di quello che pago ora). 

Quello che voglio dire con questo pippone sulla casa è quello che ripeto da sempre: se tu ti muovi, l’universo intorno a te si muove per aiutarti. 

E quindi anno nuovo, casa nuova e stop a tutte le preoccupazioni sull’alloggio. 

Restano un po’ quelle sul lavoro, sebbene la logica riesca a fugarle. In fin dei conti l’Amico Speciale quando me lo fa notare ha ragione: ormai lì dentro sono un pilastro, e me ne rendo conto anche da sola quando i miei nuovi colleghi (entrati in sostituzione di Micro(bo) e della collega in maternità) vengono a chiedere le cose prima a me. Inoltre, nonostante il Covid, lavoriamo, e tanto. La pasticceria vende bene, solo il Ristorante è un po’ in calo, e io mi sto specializzando sempre più nella pasticceria. Fino a che l’Ombra Malvaglia della figlia del Capo(che è una pasticcera con tanto di carta) se ne resta a casa con il figlio io sono salva. E visto quanto è paranoica non sarà questione di due mesi. 

Quindi sì, sabato ho cantato, ho abbracciato Little, baciato l’Amico Speciale e sorriso. 

L’universo è ancora con me. 

Genitori incazzati

Con l’inizio del nuovo anno scolastico le cose stanno radicalmente cambiando a casa Moon. 

Prima di tutto Little Boss non va più alle medie al paesello, ma al liceo alla cittadina, che dista un bel po’ ed è quindi costretta a prendere, come dicevo, il pullman e farsi un’ora di viaggio all’andata e un’ora al ritorno. Nulla di nuovo da queste parti se non fosse per il Covid-caos.  

E quindi, mentre a scuola le cose sembrano essere regolari (nel limite del possibile) con distanziamenti, mascherine fornite ogni 2 ore ai ragazzi e alcuni divieti logici (tipo non usare la palestra perché viene utilizzata promiscuamente anche da associazioni sportive esterne), sul pullman le cose cambiano. E molto.

L’Azienda Trasporti (che cercherò di evitare di insultare) non sta facendo proprio il suo dovere. Avrebbe dovuto incrementare le corse a causa della riduzione dei posti all’80%, ma non lo ha fatto. Mi riferisce Little Boss che sul suo, di pullman, spesso i ragazzi stanno addirittura in piedi, stretti come sardine. Gli autisti che fanno salire i ragazzi nonostante i posti siano esauriti rischiano. E tanto. 

Ma mai quanto l’autista che due giorni fa, causa pullman pieno all’80% come da regola, ha lasciato a piedi mia figlia. L’ha lasciata lì, nella cittadina, all’uscita di scuola. Il pullman successivo è alle 17.30. Little Boss non ha ancora 14 anni. e lui l’ha lasciata lì. 

Mia figlia è, grazie al cielo, abbastanza sveglia e subito si è diretta in un’altra corsia e ha preso un altro pullman che, sebbene non l’abbia riportata a casa, l’ha perlomeno avvicinata a casa. Tutto risolto, quindi? 

Col cavolo! Sono incazzata come una mina. 

Non è una questione di IoPago, ma di logica: tu, Azienda Trasporti, non puoi lasciare a 25 chilometri di distanza da casa una ragazzina di 13 anni. 

Allora ho fatto ciò che andava fatto: ho scritto una bella letterina all’Azienda e poi ho chiamato il numero della Regione che si occupa dei trasporti, segnalando l’accaduto. E mentre la Regione (la ragazza al centralino è stata gentilissima) mi ha risposto, perlomeno, come di dovere, dicendo che no, la situazione non va bene e che avrebbe fatto un esposto anche alla Provincia e all’Azienda stessa, l’Azienda Trasporti mi ha risposto così: 

Diamo debito riscontro alla sua segnalazione per informare che, dai dati aziendali in possesso, dall’inizio dell’anno scolastico, non risultano situazioni di affollamento che abbiano potuto impedire l’accesso al servizio. Preme inoltre informare che, al fine di compensare la ridotta capacità di trasporto come da DPCM del 7 settembre u.s. che consentono l’accesso sul bus fino all’80% dei posti previsti dalla carta di circolazione, sono state previste corse aggiuntive in orario di entrata/uscita delle scuole.

Disponibili per ulteriori ed eventuali chiarimenti l’occasione è gradita per inviare cordiali saluti.

Cara Azienda, vuoi la guerra? La vuoi? Perché io sono pronta a fartela. 

Prima di tutto vorrei far notare l’illogicità della risposta: dall’inizio dell’anno scolastico non risultano situazioni di affollamento che abbiano potuto impedire l’accesso al servizio. 

Ma non è ciò che ti ho segnalato io? Se non avevi dati prima te li sto fornendo io, no? 

E poi la chiusura della discussione, un po’ del tipo: ma dai, stai solo esagerando, noi abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo, ti stai inventando il problema. 

Parliamo di comunicazione, ora. Non avrebbero fatto figura migliore se avessero risposto che avrebbero monitorato e controllato la cosa? Poi, come di consueto, non avrebbero fatto nulla, ma intanto accettavano la mia segnalazione. E io mi sarei zittita fino a nuovo problema.

Ma con questa risposta mi stai aizzando. 

Così ho detto a Little Boss di fare dei filmati sul pullman quando è strapieno. Poi oscureremo i volti e li manderemo all’Azienda, tanto per iniziare. 

E se il mio fosse un problema isolato lo capirei pure. Ma sul giornale locale stanno uscendo decine di articoli del genere, lettere di famiglie, denunce per aver lasciato a piedi dei ragazzi sotto la pioggia. 

Mi sa che l’Azienda Trasporti non ha capito con chi ha a che fare: genitori incazzati.

Se Little continuerà ad andare a scuola (stanno mettendo in quarantena molte classi anche del suo stesso istituto) vi farò sapere come va a finire…