Il puzzle della vita

post 41

 

Dopo quattro giorni di assenza di TDL mi stavo quasi abituando.

Tante cose per la testa, lavoro, Little Boss (compleanno andato benissimo, la piccola felice, il cibo tutto esaurito, stanchezza tollerabile), paturnie del mio ex. E poi l’Amico Speciale. Che ultimamente sta premendo un po’ può pedale del riconoscimento fidanzato ufficiale. Più lui preme, più io mi blocco. È come se ci stessimo creando una routine, un vissuto. Ma io non sono fatta così, non più, non posso cedere al vissuto insieme per creare un futuro. L’ho già fatto ed è stato un disastro. Quindi mi nego. Lascio in giro tracce di altre vite. Perché a parole gli ho già detto tutto. E la situazione tra noi non può evolvere.

E tutto questo lo penso perfino ora, che ho rivisto dopo giorni TDL. E ho notato un cambiamento positivo: le mie reazioni fisiche stanno diminuendo: le gambe tremano meno, mi distraggo meno, il cuore ha un’andatura regolare. Mi riservo sempre qualche battuta al veleno per lui, per fargli capire che sì, sono arrabbiata: non si può entrare come un elefante in una cristalleria e sperare di non rompere nulla. Lui ha rotto qualcosa. Qualcosa che io gli ho concesso con troppa fretta, senza dubbio. Non si torna indietro. 

Insomma: la botta spaventosa credo stia guarendo. 

Ho una cosa da rendergli, un libro. Lo tengo sul comodino da mesi, lo spolvero, ma non lo ho mai letto. Era la mia scusa per poterlo tenere, solo che ora non lo voglio più. Credo sia arrivato il momento di renderglielo. Ed ecco che gli ho mandato un messaggio proprio ora. Questo capitolo deve chiudersi prima possibile.

E non lo so, sarà il pomeriggio piovoso che mi sta uccidendo, sarà che ogni volta che piove penso un po’ a lui, come ho detto, riempio la parola Amore, perché ogni volta che sono stata con lui stava piovendo, ed ecco, quello era un Segno: neanche il cielo voleva che stessimo insieme. Io l’ho frainteso e adesso devo svuotare di nuovo la parola e trovare un sistema per riempirla da capo. 

E quindi nulla. Nulla. Come sempre. Come sempre più spesso accade anche qui, quando scrivo e non riesco a fare quello che di solito mi viene bene, riordinare il caos, mettere ordine tra le idee. 

Ma forse sono solo stanca. 

Tutto mi appare sfocato, lontano, come se non accedesse a me.

Ma forse sono solo malnutrita.

Mangio a caso, appena ho tempo, appena mi ricordo, non so da quanto non ho lo stimolo della fame, solo con Little Boss mi obbligo a una regolarità.

Ma forse sono solo disillusa. 

Non capisco cosa vogliono gli uomini da me.

Ma forse sono solo stupida.

Non vedo le cose perché non le voglio vedere.

Ma forse sono solo maledettamente stufa.

Non sempre riesco a far vincere l’ottimismo.

Che poi alla fine non sono infelice.

L’infelicità l’ho toccata con mano, mi ci sono fatta un male cane. So di cosa stiamo parlando. So cosa significa la disperazione. Ne conosco le curve, i dettagli, potrei disegnarla a memoria come faceva mio nonno con il suo campo di prigionia in Russia. 

Tutto ciò che ci ha distrutto ci resta nel cuore come una cartolina.

È il puzzle del nostro Viaggio.

È il puzzle della nostra Vita.

 P.s. 

Di solito numero i miei post in ordine nella cartella sul Mac, scrivo il titolo  e poi i giorni che mancano alla fine. Oggi decido che vi inondo: che non mi frega più nulla del mio countdown. Che voglio ricongiungere il Tempo. Quindi piano piano ci riesco. Piano piano il Tempo di scrittura dovrà equivalere a quello di pubblicazione.

Auguri.

Omnia vincit stultitia

 

post 40

Non ho tempo. 

No. Ricomincio.

Non ho Tempo.

Giorni frenetici, tutto un correre qui e là, tutto un fare cose, dire cose, pensare cose. Tutto un cercare di organizzare: lavoro, straordinari, lezioni di yoga e chitarra per Little Boss (sì, lo so, yoga:un grande mistero il fatto che mi abbia chiesto di farla, certo non glielo ho detto io, non voglio indagare oltre, la fa stare bene), spesa, festa di compleanno, di nuovo lavoro straordinario, appuntamento con l’estetista ( sempre lei, mica io… a volte mi chiedo se sia mia figlia…ma almeno la mia è una battuta e non un’insinuazione), progetto con il Grande Artista (uno strike, tra l’altro, in venti minuti ho scritto un pezzo “efficace”: così hanno detto: uno a zero per Moon), una litigata via sms con il mio ex, l’Amico Speciale che mi chiede: ci rivedremo mai? Sei sempre impegnata. Tesoro, non ho Tempo! Devo correre, devo fare, devo…

Ecco, tipo ora. Dovrei preparare cena, è vero, che è tutto il giorno che corro e ho avuto giusto il tempo di una doccia (15 minuti, con questo clima devo asciugarli, i capelli), dovrei fare la lavatrice, mettere a posto i piatti nella lavastoviglie, pulire e sistemare il bagno (siamo due donne, ora, in questa casa e il bagno è un delirio di prodotti cosmetici: 10% Moon, 90% Little Boss: crema per i brufoli, olio per le smagliature, scrub sotto la doccia, crema corpo profumata, balsamo per le labbra… credo che sia lo zampino di mia madre, sotto sotto). Insomma, dovrei fare mille altre cose invece di essere qui. Ma. 

Ma.

Ma.

Ma.

Ho guardato Little Boss negli occhi, le ho chiesto trenta minuti di pietà. 

Amore, devo scrivere, ti prego, sono tre giorni e sono in astinenza. Ho le dita legate, devo slegarle. Ho il cervello intasato, devo stasarlo. Ho gli occhi

Eh, mamma, vai e scrivi, per favore, che cenare si cena dopo, ok?

Il Boss migliore del mondo, il più comprensivo, il più dolce. Ieri sera, che era il suo compleanno, mi ha suonato Hallelujah con il suo nuovo ukulele, ne ho fatto un video da mandare a Ale, speriamo che laggiù nella foresta riesca a vederlo. 

Se non ci fosse Little Boss la vita sarebbe davvero molto scarsa.

Che poi le rubo tempo (Tempo?) per non scrivere nulla, lo so, solo per sproloquiare, ma io lo adoro, sproloquiare dico, adoro questa via di fuga dallo stress di ogni giorno, so che è solo un espediente, ma vabbè, mi solleva, e manco mi accorgo che TDL manca da  giorni, sparito proprio, non ho Tempo per curarmi di lui, voglio averne sempre meno, di Tempo per lui. 

Riempirsi la vita per non pensarci: potrebbe essere un buon trucco, ma la vita non va come vogliamo noi, le cose accadono, e spesso mi dico che accadono per una ragione e magari questo correre frenetico che mi tocca in questo momento è un Segno. È il Segno che devo pensare meno a lui. È l’universo che si muove per aiutarmi. 

Sì, ok. Sta diventando troppo folle anche per me. 

I Segni sono altro. 

Mi sa che qui non ho ancora mai parlato davvero di Segni, di quello che la mia psicologa chiamava : le previsioni che si autoavverano. Che poi è solo un mix di stupidità e goduria personale. Ma io ci credo. Credo nei Segni. Anche se con TDL non ho voluto vederli tutti. Ma c’erano, i Segni: c’era, l’universo che mi diceva: stai sbagliando. 

Solo che omnia vincit amor. 

O omnia vincit stultitia, fate voi.

Vado a preparare cena…

Cazzeggiare pallido e assorto

 

post 39

È una domenica pomeriggio come altre, finito il mio turno da massacro me ne sono tornata a casa ad aspettare Little Boss cercando di concedermi il famoso relax che non trovo mai. Ora. È molto probabile che non vi tornino i giorni, quando leggerete, l’ho spiegato nel Riassuntino…(lato destro del blog, credo, se mi ricordo bene): io scrivo troppo. Nel senso che se dovessi pubblicare subito tutto quello che scrivo, intaserei WordPress. Quindi li programmo e chissà quando leggerete questo… per ora sono avanti di un mese. Cioè. Indietro di un mese? Boh, ditemelo voi, non lo so. E la distanza tra i giorni in cui scrivo e quelli in cui pubblico effettivamente l’articolo sta crescendo come se fosse Blob. Questo significa: A) che devo rallentare, devo farmi una vita, andare fuori, vedere gente, restare umana, come consigliava giustamente Miller nel suo decalogo per gli scrittori; B) che sto dilatando il tempo, anzi, lo sto contorcendo: oggi pubblico qualcosa che è successo un mese fa, ma è come se mi succedesse di nuovo: un paradosso temporale che manda ai matti il neuroncino solitario. 

Certo, qualcuno potrebbe dirmi che dovrei semplicemente eliminare gli articoli inutili, ripetitivi, fare una selezione, insomma. Ma così rischierei di non pubblicare più nulla, e sebbene quel qualcuno potrebbe esultare perché così divento una cittadina modello, prendo le mie cartacce e invece di buttarle per strada me le metto nella borsa e le porto a casa, a me piace stare qui. Mi piace essere un’incivile del web. E poi lo spazio è ancora grande, tendente all’infinito, quindi, siccome pago le tasse, avrò qualche diritto no?

Questa follia prefatoria, citando Pasolini in Petrolio, non ha un vero scopo. Anzi, non lo ha l’articolo in sé. È solo un mio cazzeggiare pallido e assorto perché dovrei fare la lista della spesa e non ne ho voglia, anzi, non ne ho cervello. 

È che mercoledì è il compleanno di Little Boss: 12 anni tondi e pari (non so perché ma i numeri pari mi piacciono tantissimo, provo tenerezza per loro, e io e Little Boss, entrambe, quest’anno compiamo numeri tondi e pari a dieci giorni- tondi e pari- di distanza. Ma non fate auguri: tanto sarà già passato un mese quando pubblicherò questo), e quindi voglio farle una piccola piccolissima festa. I soliti ignoti a cena: mia sorella con la truppa, mio padre e mia madre con Teresa (se se la porta, che è sempre una Question Mark). 

Ma siccome ormai sapete che detesto cucinare, sarà tutto un delirio di toast e pizzette (con la scusa che ai bambini piacciono). E la torta sarà con la Nutella, ovvio. Questa è una tradizione di ogni anno.

Sarà divertente vedere di nuovo mio padre e mia madre insieme, loro, che non si sono rivolti parola per quindici anni dopo il divorzio e ora sono costretti a stare nella stessa stanza per ore (la tregua tra loro è avvenuta dopo la mia separazione: già avevo problemi con il padre di Little Boss, che non mi rivolge parola e quindi i compleanni di Little Boss sono diventati doppi: uno da me e uno da lui.  Se avessi dovuto farne uno con mia madre e uno con mio padre -separatamente- la piccola rischiava di festeggiare tutto l’anno… molto felice lei, poco io).

Insomma, comunque, ho scoperto che riescono anche a parlarsi, i due, ogni tanto. Ma sempre sullo stesso argomento: la differenziata. Ora, non chiedetemi perché, ma riescono a stare minuti interi a confidarsi dove buttano il barattolo dei pelati o il tovagliolo di carta usato, ridendo come bambini.  E si scambiano opinioni: nel mio comune si fa così, nel mio cosà…

Sono davvero dei grandissimi misteri…

Io, che la differenziata ancora non ce l’ho, fingo di ascoltarli con interesse. Ma ogni volta che mi trovo a casa loro sono sempre confusa sui vari sacchi e bidoncini. Così di solito lascio la spazzatura in giro: ci penseranno loro, che hanno studiato il manuale. 

Cavolo, è già tardi e ancora non ho fatto la lista…

Mi ridurrò a fare la spesa a caso, domattina, infilando nel carrello a istinto, come sempre. Perché l’istinto per le schifezze ce l’ho ancora buono…

E alla fine se le sono date…

post 38

E nulla, sono rientrata a casa verso le quattro e mezzo decisa a farmi un bel piatto per pranzmerendacena, un bel riso al pomodoro (suvvia, fatemela anche voi la faccia schifata, come tuuuutti quelli a cui l’ho detto… ma a me, il riso al pomodoro piace da morire). Ho fatto la salsa, messa a bollire l’acqua e sono scivolata in bagno a farmi una doccia. Quando l’acqua nella pentola stava per bollire ho sentito uno strano rumore. E una strana puzza. Il camion che vuota la biologica sotto casa: perfetto: davvero un momento di merda, ho scelto.

Quindi ho spento i fornelli in attesa che finiscano. E speriamo mi torni la fame, prima o poi…

La scelta di fare un pasto unico, in very pet style, è stata dettata dal fatto che oggi, finito il mio turno di lavoro, non avevo davvero voglia di mangiare. Vuoi perché mi è toccato servirlo per forza, oggi, TDL, mandando a puttane la strategia dell’Evitamento, vuoi perché avevo la testa piena zeppa di pensieri. 

È che a lavoro non ci si annoia mai, va detto. 

Allora vi racconto una storia.

C’era una volta una coppia di giovani ragazzi che ogni sabato a pranzo prenotava al Ristorante. Loro: carini, ben vestiti, educati, dolcissimi. All’inizio li vedevo tenersi per mano, avvicinarsi l’uno all’altra da una parte all’altra del tavolo, sorridersi. Giovani innamorati, dicevo. Macché, mi ha risposto un giorno la cuoca: quelli stanno insieme da quindici anni! 

Insomma: se volete immaginare la storia d’amore perfetta credo che anche voi visualizzerete i loro volti. 

Poi di punto in bianco hanno smesso di prenotare. Un sabato, due, e me ne sono dimenticata. A volte i clienti lo fanno: cambiano posto, decidono di risparmiare eccetera.

Ma un giorno vedo la ragazza al tavolo. Con un altro uomo. Ohmygod!, dico alla cuoca. Abbiamo uno scandalo sotto al sole. Fatto sta che la ragazza ha cambiato uomo ma non abitudini: e ora ogni sabato viene con l’altro. Di nuovo, sono il ritratto della dolcezza: Pucci Pucci bau, per intenderci. Mi ha sgomentata un po’ questa cosa, all’inizio, ma poi ho finito per farci l’abitudine. Se c’è una cosa che ha l’uomo è proprio questo: alla fine riesce ad abituarsi a tutto.

Oggi il servizio è partito alla grande. I clienti arrivavano scaglionati (chi lavora nella ristorazione sa cosa intendo: il delirio arriva quando si presentano cinque tavoli contemporaneamente e sai che alla fine qualcuno dovrà per forza aspettare), io e la mia collega ci intendevamo alla perfezione (abbiamo deciso un codice per tutto: porta il pane al tavolo 2? Un cerchio e poi il numero due con le dita. Insomma, ci sentiamo geniali e possiamo comunicare a distanza senza urlarci dietro). Poi è arrivata la Nuova Coppia Perfetta. E fin lì nulla di nuovo. Peccato che poco dopo sia arrivato l’ex fidanzato. Ha preso una sedia, si è seduto con loro al tavolo e ha iniziato a discutere animatamente (uso degli eufemismi: in realtà ha sputato un’offesa dietro l’altra. Ma da seduto, che forse gli faceva più elegante, chissà). Io e la mia collega siamo rimaste interdette. Ovvero ci sono cascate le braccia. Erano insieme alle braccia della ragazza, ovvio, e forse anche insieme a quelle del nuovo Lui. Sono bastati pochi minuti, in effetti, prima che il nuovo Lui si alzasse e lo invitasse ad uscire. E quello è stato il momento in cui è iniziata la rissa. Sì, se le sono date. Proprio lì, davanti a tutti. Le braccia di chiunque in sala erano assieme alle nostre, per terra. 

Il mio boss si è precipitato a chiamare i carabinieri, in sala qualcuno ha provato a fermarli, insomma, era il caos. Ed è stato, ovvio, il momento in cui è entrato TDL. 

Ho cercato di parare i buchi mentre la mia collega faceva acrobazie per spostare la discussione fuori senza prendersi uno schiaffo come ricompensa. 

TDL, serafico, mi ha chiesto cosa fosse successo. Ho goduto un po’ a rispondere : non tutti la prendono bene (come te) quando la donna che ama (dice di amare) se ne va.

Non ha detto nulla.

Chissà cosa ha dentro quella testa. Mi piacerebbe essere una cartografa e farne un mappa, giusto per orientarmi. 

Finalmente il camion della biologica se ne è andato. Il mio riso è pronto e ora me lo vado a mangiare. Un treno di peperoncino e via, come piace a me. 

Domani è un altro giorno (di lavoro folle).

Hallelujah

post 37

 

Stasera ascolto Hallelujah, nella versione di Buckley, una delle tante, un classico, certo, delle canzoni smielenze. Forse dovrei ascoltare Because of you, degli Skunk, che sarebbe più in linea con quello che dovrebbe essere il mio umore nei confronti di TDL in questa nuova fase dell’Evitamento. Ma mi sento più da Buckley, stasera, forse perché anche TDL sta seguendo la mia stessa strategia, mi evita per benino, come se lo avessimo deciso nello stesso istante, o forse si è accorto che la mia scintilla si sta esaurendo quando lo guardo, che mi sta regalando solo tanta tristezza, non lo so. 

Magari mi legge nel pensiero.

Magari legge questo blog…

No, questo lo escludo. 

Insomma, in ogni caso questa canzone mi rende molliccia perché mi fa pensare al sesso. Che non devo mica spiegare pure a voi, come ho fatto con TDL, che l’Hallelujah Buckley lo canta per il sesso e non per Dio, vero? E non solo mi fa pensare al sesso, ma al sesso con TDL (per ovvi motivi: non li devo spiegare, di nuovo, vero?). Una vera bomba a orologeria. 

Ringrazio il cielo che comunque sto davvero malissimo, il mio raffreddore è peggiorato, e quindi da una parte è proprio il momento giusto per mettere in atto la strategia dell’Evitamento. Sono talmente rinco che potrei farmi davvero male abbinando raffreddore e TDL. 

Ciò non vale però per il mio lavoro. È come se vivessi in una bolla: non sento nulla, parlo come un trans, mi è toccato leggere il labiale dei miei clienti tutto il giorno per capire cosa diavolo stavano ordinando (un signore caritatevole ha sorriso commosso quando mi sono allontanata per starnutire. In realtà sembrava il lamento di un cane, più che un semplice starnuto, ma lui non si è scomposto).

Ma sopratutto non è la condizione ideale per un dannato corso di cucina.

Lo Chef Stellato si è mostrato comprensivo, certo, mentre cercavo di seguire le sue ricette e scrivere le dosi, prendendo continuamente abbagli sui numeri (cento grammi di sale? No, Monica, 20 grammi, vuoi far schizzare la pressione di qualcuno dei tuoi clienti?), cercando di mantenermi sveglia refrigerando la fronte sul piano di acciaio, allontanandomi continuamente per soffiarmi il naso (che tra l’altro penso di non avere più. L’ho consumato e sono la nuova versione di Tu Sai Chi).

Ma. Quando siamo arrivati ad assaggiare le pietanze… che disastro! Non sentivo nulla. Ma nulla nulla. Nemmeno se mancava il sale. Già che le mie papille gustative sono rozze per via dei quintali di tabacco che fumo. Il raffreddore ha anestetizzato quel poco che rimane. 

È troppo piccante?

Beh. Definiamo piccante, Chef…

Monica, dai: brucia la lingua?

Non ho più una lingua, Chef… (oltre al naso)

Quindi ho sguazzato tra flan, filetti di maiale in crosta, paella (il mio boss è andato in ferie alle Canarie e si è preso la fissa) e sughi di faraona senza distinguere nulla. Come mangiare plastica. 

Ho salutato lo Chef Stellato con un mezzo sorriso: ci vediamo al tuo ristorante! 

Sì, ma chi avrà mai tutti quei soldi per farsi una cena? Io no di certo. Più facile che lo incontri in pista con la moto, ve lo dico io. 

E sono distrutta, vuota e senza naso, sopratutto. 

E questa cosa che sto evitando TDL…

Sono di nuovo inquieta e confusa. 

Diamo la colpa al raffreddore, prendiamo una tachipirina come dessert e andiamo a letto: domani mi tocca un turno doppio e un pomeriggio senza Little Boss. Ci vorrà del coraggio per affrontare tutto con il sorriso. 

Hallelujah

Domanda ancora non risolta

post 36

Ieri sera era qui a cena da me l’Amico Speciale. Io e lui abbiamo visioni molto diverse della vita. Lui non capisce perché io adoro complicarmi la vita e io non capisco come lui possa vivere senza pensare al futuro. Lui non capisce la passione che io nutro nei confronti dell’umanità e io non capisco come lui possa ridurla a una semplice specie animale. Insomma, sebbene ogni tanto ci capiti di discutere su argomenti vari che poi portiamo in fondo costruendo dialoghi sui massimi sistemi, l’Amico Speciale ha un sistema di frenata tutto suo. A un certo punto smette di parlare, mi guarda e, anche interrompendo il discorso a metà mi dice: ah, è tutto degradato.

È come se avesse un limite temporale alle conversazioni. 

La cosa delude la Moon polemica, certo, ma è anche vero che è l’unico sistema per non impelagarsi in discussioni del tutto inutili, visto che abbiamo già stabilito che su tanti punti non siamo d’accordo. L’Amico speciale riesce sempre a tamponarmi. E riesce anche a farmi stare bene in una serata autodichiarata di Sesso Senza Pretese, a volte mi chiedo se sia una questione di ormoni o altro. Resta il fatto che ho dormito come un agnellino e stamani mi sono svegliata rilassata, sebbene martoriata dal raffreddore, e ho ripensato con calma alla storia del premio letterario. 

Non saranno certo tre mesi passati a fare una fatica inutile a cambiarti la vita, aveva detto ieri sera l’AS, chissà quante volte lo hai già fatto. Logica incontrovertibile. E così mi ero iscritta. Ma si sa, la notte porta consiglio… ovvero: risveglia il neurone solitario. 

Non si possono fare le cose a caso. 

Nemmeno io posso fare questa cosa a caso, io che di cose a caso ne faccio talmente tante che sono certa di sentirne anche l’odore, ormai. 

Quindi, come direbbe la Bandabardò: stoppa tutto, stoppa tutto, stoppa tutto. 

Farò le cose a modo mio, tornerò a pensare alle riviste e ai racconti, affinerò lo stile, cercherò personaggi, insomma, le solite cose. 

Solo che per fare le solite cose, devo cercare di passare meno tempo possibile a struggermi per la Testa di Legno (preferisco chiamarlo così, ultimamente mi fa proprio arrabbiare la sua ottusità, il suo passarmi accanto facendo un piccolo inchino con la mano sul cuore per poi vederlo fare il cascamorto con la mia collega, come se fossimo interscambiabili: una cameriera vale l’altra). Quindi ho deciso di mettere in pratica la teoria dell’Evitamento. Che è molto semplice: eviterò di servirlo, eviterò di parlarci, eviterò di scrivergli, eviterò di rispondergli. Così non dovrò subire gli stravolgimenti del mio corpo che avvengono ogni volta che lo vedo: mani e gambe che tremano, respiro affannato, cervello in errore. Che poi per riprendermi ci vuole del tempo che io non voglio dedicargli. 

Sono abbastanza scafata nel mio lavoro da sapere come evitarlo. 

Inizio oggi. 

Sono decisa. 

Forza, Moon, pensa alle tue storie e vedi se riesci a combinare qualcosa. 

Tutta questa carica quanto durerà? 

Domanda ancora non risolta. 

Corsi di cucina e premi letterari

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Mi hanno fregato con un altro corso di cucina. 

Io, che detesto cucinare, sono obbligata per lavoro a fare questo dannato corso con lo Chef Stellato. E lo so, lo so (per favore, non ditemelo) che molti di voi diranno che sono maledettamente fortunata, che un corso gratis fatto da uno chef che sa fare lo chef, che insegna trucchi e cotture, inventa piatti, suggerisce modifiche ai piatti classici e tutte quelle cose lì è una bella occasione, che insomma, lo so che ci sono milioni di persone che si continuano a guardare programmi di cucina e si dilettano tra i fornelli come novelli Canavacciuolo e vanno a cercarsi nel negozio etnico il platano da friggere perché la Parodi vi ha abbinato il piccione (sto inventando, ovvio, ogni riferimento a persone o cibo è del tutto casuale), lo so che esiste anche un canale (anche se devo dire che è pochissimo che l’ho incrociato) sul digitale dedicato alla cucina, quindi immagino che ci siano davvero molte persone affascinate da questa Nuova Arte… MA. Ma io sono stanca del cibo, sono stanca di pensare alle sue infinite preparazioni, ma sopratutto sono stanca di fare corsi di cucina che mi rubano il tempo prezioso che vorrei passare con Little Boss.  

Che poi a me, lo Chef Stellato,  piace pure, è un ragazzo alla mano nonostante le sue stelle Michelin, arriva con la moto e questo, non so perché, ma me lo rende ancora più simpatico. 

Resta il fatto che dovrò sorbirmi intingoli e arrosti per due giorni di seguito e siccome pare che sia l’unica al Ristorante in grado di scrivere (ok. Qui le battute dei miei colleghi si sprecano: scrivi tu gli appunti, non sei una scrittrice? Oppure, scrivi tu Auguri sulla torta con la cioccolata: non sei una scrittrice? Eccetera), non potrò nemmeno distrarmi e pensare agli affaracci miei. 

E invece io vorrei pensarci, agli affaracci miei, visto che oggi il mio capo mi ha chiamato da parte e mi ha detto: Bene, Monica, hai tempo fino al 28 febbraio per scrivere un romanzo commerciale di 200 pagine. Poi ha mi ha messo sul banco l’articolo di un giornale. Credo di aver buttato fuori gli occhi come in cartone degli anni cinquanta. Esiste un concorso letterario che ha un bel montepremi: 150.000 euro. In questo concorso vince la storia, non le sperimentazioni, non lo stile, non il nome, sopratutto. Si concorre anche con pseudonimo. 

E così adesso è dalle una circa che il mio cervello non fa altro che macinare questa cosa. 

La prima cosa che ho pensato è stata a questo tempo ho per scrivere e quanto devo scrivere al giorno per poter arrivare a uno scalino come 200 pagine. Contando che più o meno che adesso ne scrivo una e mezzo al giorno, anche se non tutti i giorni, e la trovo una cosa fattibile,  mi occorrerebbero almeno 200 giorni, cioè più di sei mesi. Che non ho. Ricalcolo: due pagine al giorno tutti i giorni: sono cento giorni, cioè poco più di tre mesi. Fattibile. Quindi ok, a livello di tempo potrei esserci. 

Ed ecco che il mio ragionamento si ferma qui. I calcoli che ho segnato sul blocco delle comande tra una cestina di pane e un dessert sono l’unica cosa che il mio neurone solitario è riuscito a creare. Poi nel Moon cervello si sono accese le altre mille domande e, a seguito, le altre mille perplessità che mi hanno scemare l’entusiasmo del Grande Progetto (è la mia modalità standard, nessuna sorpresa).

La verità è che io non so scrivere un romanzo. E sopratutto non so scrivere un romanzo commerciale. E sopratutto, non so se davvero voglio scriverlo. Ovvero, quanto me la sono sbattuta per studiare la scrittura, per non ridurre i miei racconti a storielline, per cercarmi uno stile, per sperimentare… per non affiancare necessariamente la scrittura ai soldi? Mi ci sono voluti anni per capire come voglio scrivere. E ora arriva un premio del cavolo che sicuramente non vincerò mai (immaginate la valanga delle persone che parteciperanno, compresi autori famosi sotto pseudonimo. La avete immaginata? ora, raddoppiatela) e tutto può cambiare? 

Sì, Moon, ok. Ma sono 150.000 euro… un misero tentativo potresti pur farlo. 

Quindi, non ho ragione a dire che non voglio fare il corso di cucina e voglio pensare agli affaracci miei?

Chiodi fissi

post 34

Da brava scrittrice fallita ho il mio gruppo di scrittura. Che è come un gruppo di aiuto in stile Alcolisti Anonimi: ci ritroviamo per darci coraggio, per spingerci a continuare a scrivere fingendo di riuscire a tenere su dei progetti che invece falliscono ogni volta. Ma certo, ci vogliamo bene, ci conosciamo fin dal primo corso di scrittura, ci siamo visti sposarci, avere figli, divorziare, subire operazioni, fare dottorati… e sì, anche scrivere libri e pubblicarli. 

Più o meno ci vediamo una volta al mese. All’inizio avevamo scelto un piccolo pub vicino a Giurisprudenza, era il Posto Ideale: il giovedì sera c’eravamo solo noi e il Gestore (ragazzo simpaticissimo che è finito pure in un paio di nostri racconti). Ma quel Solo Noi si vede che non riusciva a far andare avanti il Pub, che quindi ha chiuso i battenti. Così abbiamo scelto un altro locale, vicino alla stazione. Tre nostre riunioni sono bastate per farlo fallire. È stato quello il momento in cui abbiamo deciso di muoverci con cautela: portiamo decisamente sfiga. E così non abbiamo detto nulla al ragazzo del locale dove ci riuniamo adesso, anche se devo ammettere che vederlo deserto ogni volta mi fa piangere il cuore per lui.

Questa sera abbiamo la nostra riunione. Ci andrò se non mi cambiano i turni a lavoro. 

E così mi torna alla mente la nostra ultima riunione, all’inizio dell’estate, quando io e TDL ancora ci vedevamo e il mondo sembrava dovesse brillare di luce propria per sempre. Passeggiavo per le vie della città fotografando i murales da potergli inviare, attendevo con ansia i suoi messaggi, programmavo pomeriggi per stare con lui. 

Stasera passerò da quelle stesse strade e ogni murales sarà una piccola ferita, il telefono rimarrà muto e io mi sentirò un po’ più sola. 

I ricordi sono una brutta bestia. Solo adesso comprendo appieno quel dannato film (Se mi lasci ti cancello: lo so, ne ha già parlato tutto il mondo: la traduzione del titolo è la cosa più ingiuriosa che potessero fare) dove i protagonisti si rivolgevano a quello strano studio per farsi cancellare i ricordi della loro storia. Ricordare fa male. Ricordare ci fa sentire inadeguati alla vita. Io ho sempre pensato che i rimpianti non fossero roba per me. Mi sono sempre detta che ogni scelta che ho fatto, anche la più sbagliata, alla fine fosse inevitabile e che mi servisse per diventare quello che sono oggi, per crescere, magari, o per imparare o solo per fare un cambiamento necessario. Ma oggi penso con tristezza a quel giorno di primavera. Penso che dovevo dar retta al mio istinto che diceva: attenzione, Moon, ti farai male. 

Rimpiango di essermi infilata in questo casino con le mie mani e consapevolmente. 

Ma, certo, poteva andare peggio. 

Sempre più spesso negli ultimi tempi mi viene da pensare che forse non ero comunque pronta per una nuova relazione. Questo potrebbe essere l’ennesimo tassello del mio muro di autoconvincimento. Oppure è la verità: a me piace, dopotutto, questo Spazio che ho, questa libertà assoluta, questo mio vivere con regole solo mie. Nessun compromesso. Nessun obbligo. 

Ma sì, alla fine davvero non lo so se ha ragione il mio Mentore dicendomi che non so gestire una relazione sana. 

A mia discolpa dico che comunque avere una relazione sana non è tra gli obblighi della vita.

E ora di sicuro Walter si arrabbierà perché siamo al giorno 238 e io ancora scrivo di TDL…

Scusa, Walter: i chiodi fissi sono i chiodi fissi.

Qualche santo aiuterà

post 33

 

Ed eccomi finalmente qui, di nuovo, a cercare di parlare dell’Evento.

Solo una pazza Moon come me poteva farsi tre ore di viaggio A/R dopo X ore di lavoro per andare a sentire due o tre persone che consigliano agli scrittori perdenti come me cosa fare per essere un po’ meno perdenti. Aperitivo con gli amici? Naaa. Un cinemino rilassante? Figurati. Una bella Fiera delle riviste e della piccola editoria? Wow!

E così ho chiamato il Mentore e me lo sono trascinato dietro, che il Mentore per queste cose è il compagno ideale perché è l’unica persona che conosco(nel senso, che non sia già morto, come la Woolf o Carver) con la quale posso parlare di scrittura senza difficoltà: ci capiamo al volo su quell’aspetto. Anche perché tante cose me le ha insegnate lui, quindi…

Arriviamo a Firenze in orario, ci sediamo ad ascoltare un Tizio di una Piccola Casa Editrice molto in gamba, simpatico pure, un oratore, diciamocelo, si sente quando qualcuno è abituato a parlare oltre che a scrivere. La domanda è: cosa deve fare un esordiente per farsi notare e pubblicare?

La verità è che sono anni che penso a questa cosa, a pubblicare. E passo dei momenti in cui mi dico: se scrivi qualcuno dovrà leggere, no? E altri in cui: ma che mi importa, a me interessa solo scrivere bene, migliorare, andare avanti. Insomma, la storia del Viaggio. Ma forse me le racconto per non deludermi… 

In ogni caso il Tizio della PCA è stato molto chiaro: è come se si fosse rivolto solo a me, dicendo: Moon, cara, quello che hai fatto finora va benino, certo, ma se non ci metti un po’ di impegno resterai sempre lì dove sei, ferma ( su questo mi sono sentita punta per tanti motivi, visto che sono bravissima a stare ferma, io). Quello che devi fare, Moon, è dare i tuoi racconti alle riviste (ok, fatto!), ma non una sola (ok…), a tante, e diverse. (ok…). Quando hai pubblicato cinquanta racconti sulle riviste (cinquanta???) allora forse hai una chance di essere notata. 

Benissimo. Mi sa che sono di scrittura lenta, allora, perché io non ho cinquanta racconti di qualità da dare alle riviste. Ho solo milioni di parole scritte di getto, storie che non si concludono, robetta da perdenti. E quel che è peggio è che il Censore lavora instancabilmente da due anni, tagliando storie e idee. 

A volte ho la terribile sensazione che non uscirò mai da questa impasse: voler scrivere e non essere capace di farlo. 

Ma Eventi come quello a cui ho assistito mi ridanno la carica. È come se avessi bisogno che qualcuno o qualcosa giri la mia chiavetta sulle spalle. Il Tizio della PCA lo ha fatto. E lo ha fatto anche il Ragazzo della Rivista 1 che ho sentito alla conferenza successiva, e che sono stata felice di conoscere dal vero, dato che avevamo collaborato tramite mail per un mio racconto. 

Ecco, diciamo che tutti loro, l’Evento in sé, mi ha dato Speranza. Qualcosa del tipo: non sarà facile, ma non è impossibile come credi. E allora ok, diamoci alla pazza gioia, programmiamo sessioni di scrittura giornaliere, come ai vecchi tempi, e mettiamoci a lavoro. 

Come dice sempre l’Amico Speciale: qualche santo aiuterà.

Quando mi prude il cervello…

post 32

 

Se c’è una cosa che proprio non vedo l’ora di fare appena finisco un bel turno massacrante a lavoro è tornare a casa e mettermi qui a scrivere. Mi prudono le mani, anzi no, mi prude il cervello. E il cervello mi prude da ieri sera, ma ero davvero troppo stanca per fare alcunché. 

Quindi oggi torno a casa, entro, guardo vogliosa il Mac, nemmeno fosse Brad Pitt, scarico la borsa in terra e… casa mia è un disastro: nemmeno dopo una guerra nucleare in stile La strada di Mac Carthy. Forse c’è una sorta di patto Feng Shui che ho fatto in tempi remoti, oppure è stato l’insegnamento di mia madre che non mi faceva uscire il sabato pomeriggio se prima non avevo riordinato la mia stanza, fatto sta che non riesco a fare quello che mi piace se prima non ho reso la mia casa almeno decente, così che l’Asl non possa chiuderla. Ed ecco che pulisco il bagno alla velocità di Mastro Lindo, raccolgo da terra almeno un etto di capelli, tutti miei (Little Boss è scura e ha i capelli corti e questi sono tutti biondi e lunghi)e poi mi fermo a chiedermi se altre donne vivono lo stesso paradosso: perdere milioni di capelli e non essere pelate.

Ed ecco che ci sono, finalmente, la lavatrice sta andando, Tarta e Raschio (non vi devo dire che animali ho in casa, vero?) hanno i loro gamberetti liofilizzati, io ho fatto una doccia rigenerante e mi sono seduta alla scrivania con la faccia beata. Appena tocco la tastiera suona il telefono: mia madre.

A volte ho l’impressione di essere in una serie tv di scarso livello. 

Mi chiama per avere informazioni.

Lei sente sempre la necessità di avere informazioni da me, come se fossi una brutta copia di Siri, che perlomeno se non capisce nulla dai colpa al programma, invece se io le cose non le so è una tragedia, sono un’incapace.

Eppure lei se ne sta quasi tutto il giorno su Facebook a guardare post di gattini e a girare foto dei nipoti. Lo sforzo di aprire Safari potrebbe pure farlo, ogni tanto. 

Dopo una conversazione di quindici minuti fatta di niente (Come faccio a cambiare assicurazione e farne una on line? Eccheneso, io non ho un’assicurazione on line. Ma non mi puoi guardare tu? Ok, ma devo avere almeno una foto della vecchia. E come si fa? Ad esempio provi a farci una foto? Non fare la strafottente, eccetera eccetera) finalmente riesco a staccarmi ed ecco che appena tocco di nuovo la tastiera chiama l’Amico Speciale. 

Gesù, come si fa ad avere un secondo per se stessi?

Medito di non rispondere, ma non ci riesco, potrebbe essere importante, non è che mi chiami così spesso. 

Ma no, non è importante, e passo altri venti minuti a sentire i suoi mugugni incazzati del lavoro. Glielo devo, per tutte le volte che lui ha ascoltato me e le mie piagnine inutili. E poi mi dispiace pure, che non si trovi bene con il suo nuovo lavoro. C’è questa cosa che mi prende, a volte: quando io mi sento alla grande, come oggi, dopo essere stata all’Evento, ad esempio, dopo una giornata che ha fatto strike ad ogni colpo, vorrei che tutto il mondo si sentisse come mi sento io. E non so se questo è un pensiero egoista oppure no. Ai posteri l’ardua sentenza. 

In ogni caso, eccomi alla prese, alla fine, con le mie adorate parole. 

Tutto fatto, telefono silenziato per precauzione, anche se ormai non c’è più nessuno che possa chiamare, in effetti.

E quando mi metto a scrivere dell’Evento esce invece questo che avete appena letto. 

I Green Day stanno suonando Time of your life proprio adesso: quando parlo di Segni sto parlando di roba come questa.

Another turning point, a fork stuck in the road

Time grabs you by the wrist, directs you where to go

So make the best of this test…