Morte e Amore (capovolgiamo Leopardi)

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Stamani ho ucciso un animale.

Nella mia ignoranza zoologica credo di aver ucciso un furetto. O una donnola. O una faina. Dalla foto potete dare suggerimenti.

Ci ho pensato tutta la mattina: non era una volpe, né uno scoiattolo grosso. È il primo furetto (o donnola, o faina, o altro) che uccido.

Ho ucciso un gatto, una volta, anni fa. Era un gatto bianco, mi sfrecciò sotto le ruote alle quattro di mattina, stavo andando a lavorare. Il gatto non sono riuscita a evitarlo: un vero suicida nato: se ci penso ricordo ancora il rumore delle sue ossa sotto le ruote, una cosa da brivido che non consiglio a nessuno.

Stamani ho provato a frenare. Mi sono quasi fatta tamponare dalla macchina dietro, che mi ha suonato, ho cercato di sterzare, ma nulla: seppur nell’incertezza visiva avevo la certezza fisica. Mentre tornavo a casa ho guardato a lato strada: e al punto giusto eccolo lì, la lingua fuori dalla bocca, lungo disteso sull’asfalto: TDL non ha fatto il suo lavoro (non so in realtà se questo rientra nel suo lavoro, ma mi piace pensare di sì).

Ho ucciso. Brutta cosa se la pensi così, mi ritengo però fortunata che il suicida stavolta sia stato un animale di piccola taglia, non un cinghiale, non un capriolo, come spesso è accaduto. A morire potevamo essere in due, altrimenti. A volte basta un attimo.

Ecco cosa penso: basta un secondo di distrazione, un messaggio sul telefono, un pensiero a persone perdute. Basta un secondo e non sei più la certezza di qualcuno: sei solo un fantasma. E il mio primo pensiero va alla piccola Boss, che cosa farebbe senza di me? Oh, beh, sì. Lo so che se la caverebbe lo stesso. Che io non faccio poi così la differenza. Ma se non fosse così? Che assenza lascerei nel suo cuore? Come vorrebbe colmarla?

Vivo perché viva qualcuno che non è me.

Lo faccio da 12 anni, quasi 13.

Nella banalità di uno stupido furetto (o donnola, o faina, o altro) che ti attraversa la strada non riesco a non vedere il senso della mia vita ora. Che poi è il senso della mia vita da quando lei è nata. Buffo come la vita ti si spieghi tutta, in certi momenti, cristallina, lucida da far paura. Tu sei tu per te, ma sei tu anche e sopratutto per qualcun altro, che poi è il qualcun altro che ami.

Si vive solo per amore.

Non ci sono alternative.

È l’Amore la forza che muove queste inutili vite.

È l’Amore che conta.

E quindi torno all’inizio, come in uno stupido circolo vizioso, mi mordo la coda, mi chiedo ancora cosa sia, questo Amore. La parola vuota per eccellenza, quella che tanto disperatamente voglio riempire.

Conosco perfettamente solo l’Amore per Little Boss.

Tutto il resto è ancora da definire, inscatolare, mettere via.

Ma va detto che nella mia breve-lunga vita di cose diverse ne ho assaggiate eccome. Cose provate, cose fatte provare.

Chissà quale di queste si poteva davvero chiamare Amore…

Il Tempo giusto

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Stamani tritavo la mozzarella per la pizza per il Ristorante. Mi capita spesso, facendo lavori ripetitivi dove il neurone non ha bisogno di sforzarsi, che mi arrivino pensieri inaspettati. Capita un po’ a tutti, credo. Poi mi capita, però, anche un’altra cosa: se faccio un lavoro ripetitivo per la prima volta e ho un certo pensiero, tutte le volte successive che faccio quel lavoro mi arriva lo stesso pensiero. Un esempio: la prima volta che riempivo i bignè alla crema con la sai à poche, che non sapevo usare, ho pensato all’appuntamento con la mediatrice familiare: dove avrei parcheggiato, cosa le avrei detto, alla finestra affacciata sulla scuola elementare che ho frequentato, ai suoi capelli corti, al suo cognome fin troppo familiare. E così, ancora oggi, quando riempio un bignè alla crema, il pensiero mi va a quella fragile (e dannosa) ragazza, al suo studio, al suo modo di parlare eccetera. 

oggi, quindi, tritavo la mozzarella. La prima volta che ho tritato la mozzarella da pizza avevo 17 anni, l’estate prima del diploma. Lavoravo per uno stereo nuovo, per le vacanze prima dell’ultimo anno, ascoltavo Alanis Morrisette (c’era quella canzone, Hand in my pocket, che aveva un strofe che facevano per me: I feel drunk but I’m sober, I’m young and I’m underpaid, I’m tired but I’m working)leggevo tutto Calvino con libri presi in biblioteca, giravo in piena estate di mattina con la felpa, facendo incazzare mio padre, portavo pantaloncini di jeans cortissimi, facendo girare il tipo trentenne del bar che lavorava lì vicino e che due anni dopo sarebbe diventato il mio quasi amante. 

E a volte, la domenica pomeriggio, mi mettevano a tritare la mozzarella, prima che la pizzeria aprisse, prima che il mondo si svegliasse, perché lì, dove lavoravo, sembrava la morte prima della sette della domenica. E io avevo la pelle del colore dell’aragosta che premeva sui vestiti, perché non perdevo nemmeno un istante libero per andare al mare, da sola, prendendo almeno tre mezzi pubblici e perdendo due ore che in macchina ci avrei messo mezz’ora. E mentre tritavo la mozzarella pensavo alla mia vita da grande, che avrei avuto un appartamento in città, che avrei vissuto da sola per un po’ (che ci crediate o no, questo sogno è stato il motivo per il quale è finita la storia con il mio primo ragazzo, oltre al fatto che avevo deciso di fare l’università e lui invece no), che avrei avuto un cane, o un gatto, un ufficio che mi avrebbe visto fare cose inimmaginabili (letteralmente), immaginavo la mia auto, i miei tacchi, i miei completi, le mie acconciature, gli uomini che avrei frequentato. Non mi vedevo sposata. Non mi vedevo con figli. Non mi vedevo insieme a, ma da sola con. 

Stamani quel pensiero, prepotente, è tornato. E ho riso di me, ho riso di gusto proprio, mentre cercavo di mandare via la stanchezza, la preoccupazione per Little Boss, che i miei puntini sulle I hanno scatenato un bombardamento che lei sente, nonostante io cerchi di tenerla al sicuro nel bunker, ma la guerra c’è, è in atto, e andava fatta, bisognava rispondere, non si può sempre subire, anche questo devo insegnarle, che non si può sempre subire. 

Ho riso mentre cercavo di capire che il mio sogno in parte l’ho realizzato a 40 anni, e che ormai però è tardi, certe cose vanno fatte a 20, e io a 20 già vivevo insieme al mio ex. 

E come al solito faccio bilanci e arrivo a dire che la vita l’ho vissuta al contrario, a 20 anni ero già sposata, a 27 ho avuto una figlia, a 35 ho ricominciato l’università, a 40 vivo da sola. 

E forse la voglia che ho è solo di normalità. Forse è il kairòs, come mi ha ricordato qualcuno qui, da qualche parte, in qualche articolo. Forse questo è il momento giusto, il tempo giusto. 

Forse è solo il momento di provarci. 

Provarci davvero. 

Fallimento

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Qualche anno fa ho imparato che la vita è una questione di Punti di Vista (PDV), che si vive in tanti modi e che tutto dipende dalle lenti con le quali guardi il mondo.

Incontestabilmente vero.

I miei occhiali oggi sono di un bel Dark Black.

Mi sveglio e fuori piove. Già questo basterebbe a farmi tornare a letto. Ma non posso, non io, che sono responsabile, che devo portare Little Boss al pulmino, che devo andare a lavoro, lì ho mille cose da fare, il martedì si riapre e ci sono tutte le preparazioni.

Arrivo e trovo un pacchetto dello Shogun, un libro che gli avevo prestato e che mi ha rispedito per posta. Non lo apro, lo ficco nella borsa e via.

Il mio avvocato mi ha spedito un messaggio dalla controparte (è così che si chiama, no?) che non accetta nulla di ciò che ho proposto. Ma non si azzarda a proporre nulla, ovviamente. Funziona così da anni e anni, con il mio ex. La domanda tipica era: che vuoi da cena?

Mah, fai tu.

 Preparo del pollo?

 Il pollo?, no, non mi piace, lo sai.

Una pasta alle verdure?

La pasta la sera? No…

Non so se avete presente il soggetto. Non è cambiato nulla, ora che c’è una causa di affido in corso.

Pare inoltre che la mia piccola sia insoddisfatta di qualcosa, ma non si sa precisamente di cosa. Glielo chiedo al volo, prima del pulmino, ma lei risponde veloce.

Io, invece, mi perdo.

Mi perdo nei pensieri del fallimento.

Sono fallita come mamma: non so più cosa sia bene per mia figlia. Quando era piccola era facile: aveva fame? Latte! Aveva il pannolino sporco? Cambiato! Aveva sonno? Una fiaba e una ninnananna.

Ora cerco di entrare nel suo mondo fatto di canzoni inascoltabili e battute incomprensibili, fatto di cose che mi sa che ho dimenticato in parte, brufoli, outfit (noi lo chiamavamo look), gite, scherzi telefonici. Ma lei non è solo questo. Lei è anche un mondo che mi è accessibile solo in parte, perché è il suo. Prima non era così, i nostri mondi collimavano. Certo, era un prima prima. Ma lo shock non è minore, anche quando si sa che le cose vanno così.

Sono fallita come donna: non tengo in piedi una relazione che è una, non mi accontento, dice mia madre, sono anafettiva, dice mio padre, sono una troia, dice il mio ex, sono sfortunata, dice qualcuno. Sono inamabile, dico io.

Sono fallita professionalmente: faccio lo stesso lavoro che facevo quando frequentavo l’università per mantenermi agli studi. Manco carriera, ho fatto. E nemmeno la famiglia, ho fatto. Alla fine non ho fatto un cazzo.

Sono fallita come figlia: mia madre non mi sopporta per la maggior parte del tempo, mio padre mi ignora per l’altra parte. Certo, ormai mi ci sono abituata, ma questo non significa che non faccia male.

Nella vita la cosa che mi riesce sempre è fallire. Senza troppo sforzo, direi.

Gli occhiali Dark Black fanno il loro fottuto lavoro.

La stanchezza prende il sopravvento.

Cedo le armi solo per un momento. Solo per sentire cosa si prova a fare sempre la parte di Don Chiscotte.

Poi riparto, eh. Lo so che riparto.

Ma oggi la stanchezza mi puzza di fallimento.

Camminare

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Quando subisci un trauma la prima cosa è il dolore. Forte, lancinante, credi di non riuscire a sopravvivere. Poi però il dolore si attenua, ti lascia respirare e inizia la convalescenza, quella fase in cui ti devi coccolare un po’, dirti cose come Riposati. Ma poi ricomincia la vita reale e anche chi ti ha aiutato a superare la fase acuta del dolore ha il permesso di lasciare che cammini con le tue gambe. A questo punto puoi fare due cose: dirti che no, non sei guarito, che il dolore ti impedisce ancora di vivere, oppure farti forza, risollevarti e, nel mentre sopporti, vivere.

Sono scelte. Perché il dolore è sempre lo stesso. Diversi sono i modi di percepirlo.

La mia fase cianurotica è finita prima di quanto immaginassi. Alla fine è bastata una spicciolata di giorni. Certo, cinica lo sono ancora, anche se non amo questo lato di me, ma il cianuro…beh, mi è evaporato nelle vene. Forse perché non sono fatta per i grandi rancori (anche perché li subisco tuttora, forse), forse perché nel caso specifico il rancore era solo un modo per salvarmi dalle mie responsabilità, quindi non davvero giustificato. Forse perché alla fine sto imparando tante cose. E tante cose le ho imparate grazie a tutto quello che è successo nell’ultimo anno.

Questo blog è importante per tante cose. Molte le ho già elencate e ripetute tediando il malcapitato lettore occasionale, altre erano più personali, altre, appunto, le sto capendo solo adesso.

È come un nodo al fazzoletto, qualcosa che non devo dimenticare, mi serve rileggermi, rimettermi nei miei panni, uso con me stessa i neuroni specchio. E questo mi fa vedere come cammino (una cosa che da soli non notiamo quasi mai, a dire il vero), come cambio, anche, cosa capisco e cosa no.

Poi, certo, ci sono le persone. Tutto quello che danno le persone a volte tendiamo a sottovalutarlo, a darlo per scontato. Ma nulla è scontato. Basta mettersi in questo piccolo ordine di idee e tutto cambia. Tutto assume un significato diverso. La tendenza (la mia, la vostra non lo so) è sempre quella di vedere il male delle cose che accadono. Certo, quando c’è un dolore gli occhiali cambiano, ma non siamo giustificati a essere persone orribili solo perché soffriamo. Io lo sono stata in tante occasioni. Me ne pento, ma non è quello che serve, il pentimento. A volte basta solo esserne consapevoli per cambiare tutto. Forse è questa consapevolezza che cambia le cose. Perché non possiamo agire sugli altri, ma solo su di noi, e questa piccola verità che mi è stata proposta più volte a volte è risolutiva.

Ma certo, il naso fa male, mica si può guarire in due giorni, solo che non voglio prolungare la mia convalescenza.

Voglio scegliere di risollevarmi e, sopportando, vivere.

Perché vivereè una scelta. E si può essere morti anche da vivi.

Mi sono perdonata.

E quindi il mondo è di nuovo accettabile.

Non mi aspetto di essere di nuovo felice (perché lo sono stata). Ma intanto lo spero e questo è un gran bel passo avanti.

Resistere

post 126

 

L’ultimo mese è stato davvero un delirio.

Mi sono fatta un mare di seghe mentali. Inutili, vero. Verissimo. Ma che posso farci? Sono fatta così. È come se dovessi prima sondare tutte le possibili mie mancanze prima di decidere come è sul serio una situazione. Quindi la prima mossa è sempre: moondarsilemazzate. Poi allora posso guardare oltre. Ho uno spirito masochista davvero pronunciato… in ogni caso che il mio Ego non era un granchè si leggeva nelle premesse.

Insomma, il fatto è che mi sono schiantata di nuovo il naso contro il muro. Pare che sia lo sport che nell’ultimo anno prediligo.

E il naso ora mi fa un male cane, roba che mi hanno visto decine di dottori e nessuno è in grado di darmi un antidolorifico adatto. Ho provato quindi una mistura della nonna, roba che conoscono in pochi, ma che mi funziona sempre. E un po’ così mi pare stia meglio. Però pare che la mistura abbia effetti collaterali. Vabbè, intanto sto meglio. E poi ho un altro rimedio homemade,usato in realtà da tutti quelli che hanno il cuore spezzato: la rabbia. Essere incazzati fa bene, se ne limita l’uso. E io ne avrò un uso limitato. Ma siccome ho il naso che mi fa male e il cuore (di nuovo) spezzato, cercherò di non scriverne. Prima di tutto perché credo che stavolta sarebbe davvero non utile, servirebbe solo a ricordare. E io voglio dimenticare il prima possibile. Ho dalla mia che il Giappone è lontano e lo Shogun non guarderà da questa parte: non ci ha guardato prima, figuriamoci adesso.

Secondo, non voglio annoiare nessuno con l’ennesimo sfogo inutile e piagnucoloso. Non è il sistema per andare avanti. Mi sono già sfogata abbastanza, insistere non servirebbe a farlo diminuire, il dolore, ma solo a aumentarlo. Perché resto sul pezzo, no?

Ma questo non significa che è già tutto finito, risolto. Ci saranno momenti (spero pochi, pochissimi, inesistenti) in cui… avete capito, no? Mi terrò lontana dalla tastiera, allora, ben lontana. Ci proverò, perlomeno.

E poi sarà anche stata sfiga, certo, io ce l’ho attaccata addosso come un marchio di fabbrica, ok, oppure non sono brava a darmi retta quando mi do buoni consigli, tendo sempre a seguire il cuore e mai la ragione.

E ora però mi sa che vi dovrete sorbire un po’ di cinismo, quindi, che è la conseguenza esatta della rabbia di cui sopra, un po’ di sano cinismo, come ai vecchi tempi, qualche comportamento da stronza, un po’ di sano egoismo, qualche dose di cianuro, liquido letale che viene fuori dalle mie ferite aperte.

Ma poi, certo, finirà anche questo, di dolore. Oppure, come sempre, mi ci abituerò, come ho fatto con gli altri. Quello che è certo è che mi rialzerò. È una questione di rete, quella che con tanta fatica mi sono costruita negli anni. La mia rete salvavita sono gli amici, come mi ha giustamente ricordato oggi l’Amico Atipico. Ho una bella rete intorno e subito la rete si è attivata. Forte, decisa. Come solo lei sa fare. Stavolta, incredible but true, pure mia madre ci si è messa, ha lasciato perdere le critiche e mi ha solo abbracciato. Passerà, tesoro, mi ha detto, ci vuole Tempo, ma passerai anche questa, sei una donna forte.

Ho imparato un sacco di cose anche con lo Shogun, nonostante tutto. E da lui ho imparato che sono un soldato. Un soldato ferito in battaglia è sempre un soldato.

Non smetterò certo ora di combattere.

Bilanciamenti

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Quello che dovrei fare ora:

bilanciare il gelato alla crema.

Quello che effettivamente faccio ora: fumo e scrivo qui.

Quello che dovrei fare:

andare almeno a letto e dormire, dopo 11 ore di corso intensivo di gelateria.

Quello che faccio ora: pensare ai miei fantasmi.

Quello che dovrei fare:

ascoltare musica allegra.

Quello che faccio:

ascolto Lonley day dei System of a down.

Insomma, siamo d’accordo che faccio tutte le cose sbagliate, no?

Sono la maga delle cose sbagliate, la razionalità mi incula sempre con questa storia.

Ma nonostante tutto sto meglio. Il mio cervello oggi ha avuto da mangiare. Poi non fate il conto che ha avuto da mangiare pasta e pane e ho un cervello celiaco, ha mangiato, comunque. Non si è autofagocitato come fa di solito.

Ho un altro corso. Pare che la mia vita sia intervallata da corsi di aggiornamento molto frequenti se leggo questo blog: da che l’ho iniziato(agosto) ne ho già avuti 3: uno di cucina, uno di cocktail (che ho fatto io) e ora uno di gelateria. Questo è il peggiore dei tre. Perché è costoso (500 euro al giorno, che vabbè che non sborso io, ma il peso del corso si fa sentire); perché ha a che fare con chimica e matematica (le mie nemiche da sempre, anche se ne sono attratta, come alla fine sono attratta dalle cose che mi fanno male); perché mi sa(non ne ho ancora la sicurezza, ma vedrai che ho ragione) mi porterà via tanto tempo per studiare, visto che io sono così: non le concepisco le cose a metà.

In ogni caso trovo un elemento molto positivo in queste tre giornate di massacro: il mio piccolo neurone è impegnato a fare calcoli, proporzioni, percentuali, si deve barcamenare con tabelle e deve ricordare cose come il POD o il PAC dei vari zuccheri, il loro RS eccetera.

(Parentesi per chi crede che fare il gelato sia una cosa facile: col cazzo: aprite un libro di Luca Caviezel e poi ne riparliamo, ok?)

Quindi, dicevo: neurone impegnato nei bilanciamenti = neurone non più impegnato nelle sue varie seghe mentali. Il che equivale a meno dolore. Ottimo risultato, caro Gelataio. Che poi il Gelataio che ci (mipiù che altro, visto che le allieve sono solo due e una ha già dato forfait) sta insegnando sembra anche un tipo in gamba, uno pipato con i prodotti naturali, veri, gusto più che marketing, insomma, quando impari da uno che ama il suo lavoro è sempre una cosa grande. E io amo imparare cose nuove.

Una volta TDL mi disse una cosa che mi fece sorridere, e ora me la ricordo perché in un certo ha ragione: è come se tu volessi riempiere continuamente la sacca del tuo sapere. Una cosa non ti entra? Ce la pigi a forza.

E ora pigio a forza questo, forse. Ma alla fine può farmi comodo, come tutte le cose che avrò imparato.

Quindi calcolo. Bilancio. Alla fine la vita stessa è un bilanciamento per far tornare tutto, no? Somma degli ingredienti che sia pari a 1000, e se non torna bisogna aggiustare il tiro, togliere da una parte e aggiungere dall’altra.

Intanto vado ad aggiustare il bilanciamento della crema. Che per bilanciare la mia vita ho ancora strada da fare…

 

La vita va sorrisa

post 112

 

Lunedì, giorno di festa, mi sveglio intorpidita, ma con una strana (per me) sensazione di relax. Quante cose accadono in tre giorni, penso.

Ho notato che l’universo desidera che io abbia delle overdose di felicitàdi recente, e così mi manda lo Shogun a sorpresa insieme alla mail di un’altra rivista che pubblicherà un altro mio racconto i primi di Aprile. Una diversa versione della Teoria dell’Universo dice che è il mio momento (devi sfruttarlo). Un’altra ancora dice che lo Shogun porta fortuna. Fatto sta che io ho ricevuto in regalo tanta bellezza, di nuovo, e mi dico, Beh, Moon, goditela finché dura. Che già lo sai che le seghe mentali sono sempre in agguato, nonostante tu abbia coscienza che sono seghe mentali. E infatti ho rispolverato un libercolo di un certo G.C.Giacobbe giusto per ricordarmi come sono fatte, le seghe mentali, e tentare di smantellarle sul nascere. Il libercolo mi è utile ai fini pratici, ma va detto che lo avevo già letto, capito e accettato. E poi nulla, come se non fossi del tutto io a comandare il cervello. Una sensazione frustrante. Un po’ come il film di Black Mirror su Netflix, Bandersnatch: tu sei consapevole che non vuoi fare una cosa, sai anche perché non la vuoi fare, ma poi la fai. Frustrante, ripeto. Mi fa pensare che l’evoluzione stia facendo un passo indietro con me.

In ogni caso ho creato una Parola d’Ordine (P.O.) che da qui in avanti utilizzerò nei momenti di sega mentale più acuti, quelli in cui il panico dilaga e la razionalità fa il dito medio.

Con tutti questi accorgimenti pratici mi sento più tranquilla, ma ancora poco evoluta, va detto, dove poco evoluta va letto come: un po’ stupida e un po’ paranoica.

Pensando alla paranoia, mi viene in mente la nervosi e beh, sì, lo sono, lo sono, nevrotica, rientra proprio nel mio nome/acronimo, quindi TDL ci aveva visto lungo (su questo).

Ma il punto di questa giornata non è la mia (conosciuta) nevrosi, né le mie (conosciute) seghe mentali, quanto piuttosto al mio rinnovato desiderio di cambiare queste due cose. Non si possono fare miracoli, certo, ma si può arginare con P.O. e qualche accorgimento razionale.

Ad esempio, perché andare a cercare guai? Spiego: quando stai particolarmente bene, come io oggi dopo la tre giorni di felicità, hai l’irrazionale pensiero che tutto può andare nel verso giusto solo perché tu sei felice. Il che a volte è vero (è una questione di relazione all’interno della comunicazione, di atteggiamento nei confronti dell’altro), ma non lo è necessariamente. Quindi ti prende quell’euforia da Risolvo hic et nunc tutti i miei conflitti con gli altri, perché ora sto bene e posso affrontare anche una discussione dolorosa, magari.

Stronzate.

Perché, mi dico, andare ora in cerca di guai?

Forse è il mio (latente?) masochismo che mi fa fare certi pensieri. Al masochismo ci sto lavorando, anche quello con P.O. e altro. Per la risoluzione dei conflitti, ogni cosa a suo tempo, non forzare la mano.

E ricorda il mantra del giorno:

la vita va sorrisa.

Venerdì

post 105

Il mio caffè si sta freddando. Ma è buono anche così, freddo.

Penso ai giorni della settimana e ai colori che hanno. È un gioco che io ho fatto spesso da bambina, anche Little Boss lo fa, da sempre, solo che si impunta sul fatto che i colori siano sempre gli stessi (Lunedì è blu, dice. Ma se la settimana passata era giallo!Allora mi guarda in cagnesco e ripete: Non è vero, è sempre stato blu! Mai mettersi contro una bambina di 12 anni, poi ti dice all’infinito che, siccome sei vecchia, ha ragione lei…), mentre io, come dicevo, sono certa che cambiano.

IlVenerdì è sempre stato per me un giorno da colori scuri: marrone, nero, perfino verde militare, a volte. Insomma, una chiavica. Non so perché, ma l’ho sempre visto come un giorno di asperità, un giorno spigoloso. Un giorno da sfiga, anche. Un giorno che non mi è mai andato a genio. Non triste come la Domenica d’inverno (ma questo accadeva qualche anno fa), ma nemmeno bello come il Lunedì, che per me è giallo, rosso, arancione, insomma roba da stare allegri. E ora ok, me la gioco bene perché il Lunedì è il mio giorno libero, ma in realtà mi piaceva anche prima, perché odiavo troppo la Domenica e il Lunedì per me era la liberazione dalla noia e dalla tristezza.

Ma divago. Come sempre.

Parlavo del Venerdì. Ma ora voglio parlare di Venerdì, questo che è appena passato. Che è iniziato in sordina, devo ammetterlo, lavoro come al solito, ma poi qualche lavoretto che ha richiesto creatività (e regalato soddisfazione), una mancia buona al tavolo 5, qualche sana risata con i colleghi.

E già la giornata inizia a sbocciare. Ma insomma, mi sbrigo, devo fare alcune cose prima di andare a prendere Little Boss da un’amica, torno a casa, doccia, caffè, mi fermo accanto al Camino(che è solo il mio termosifone della cucina), mi guardo intorno e tutto mi sembra perfetto. Sensazione strana, quella della perfezione nell’imperfezione, perché nulla è perfetto nella mia casa, ci sono cose ammucchiate ovunque, ma la sensazione di perfezione è dentro di me. E mentre fumo la mia xx sigaretta della giornata ecco che arriva una mail.

Hanno accettato un mio racconto in una rivista.

Ed era un po’ che provavo a piazzarlo ed era uno dei miei preferiti e non stava trovando casa, ma questa casa è una bella casa, una casa che mi piaceva già da un po’, e allora ecco che la perfezione è quasi all’apice, quasi eh, e un bel colpo ora mi ci voleva proprio, tra le sparate di rabbia dell’Amico Speciale e i messaggi in codice del mio ex, che per decifrarli ci vorrebbe il bambino autistico di Codice Mercury, e questa cosa invece arriva inaspettata ed è ciò che volevo, ciò che voglio, è un piccolo mattone giallo nel sentiero dei mattoni gialli che porta a Oz e io sono davvero felice, chiamo mezzo mondo per annunciare il Grande Evento (che lo è solo per me, ovvio, che so cosa significa, che so la portata che ha per me ora), batto il cinque con Little Boss appena la carico in macchina, lei mi abbraccia e ride, felice per me, Brava, Grazie.

Ma la perfezione che io sentivo in me giunge agli eventi solo in serata, appena arriva lo Shogun, che starà da me per il fine settimana.

E il Venerdì ha tutti i colori del mondo, un arcobaleno incredibile, che fa male agli occhi, ed è la prima volta che un giorno ha tanti colori tutti insieme.

È un bel gioco, questo…