Volevo essere breve. Cazzo

post 59

E mi piacerebbe che poteste sentire questa canzone mentre leggete, ma non so come funzionano davvero i video qui, su WordPress.

Mica perché sia una bellissima canzone, anche se devo dire che Spoty l’ha trovata per me e quindi va da sé che mi piace, solo che scrivo queste parole con queste note in loop, perché se una canzone mi piace faccio così e la ascolto in loop, perché se una canzone mi piace significa che mi fa stare bene(o male, fa lo stesso) e io voglio sentirmi in quel modo il più a lungo possibile. Voglio sentire, provare, toccare tutto quello che mi fa sentire viva.

E stasera sto (stranamente) bene con me stessa, cavolo quando sto bene, mi guardo allo specchio e mi piacciono quelle linee viola sotto gli occhi, il pallore da enfisema, lo zeroseno sotto la maglietta, i capelli bianchi, pure quelli (prima o poi ci vado dal parrucchiere a sfruttare il buono che mi hanno regalato i colleghi). E mi piace il mio sorriso.

Perché sto bene? Sarà questa canzone? Santeria?

O sarà il cielo nuvoloso? Il turno doppio? Il mio ex che si incazza perché ho deciso di non mandare a scuola Little Boss lunedì per poter stare un po’ di tempo con mio padre? L’ospedale che chiama per dirmi che sì, c’è bisogno di fare due parole, ma non puoi dirmelo ora? No, non si può, la privacy eccetera , devi aspettare giovedì. Sarà TDL che non mi chiama per il nostro famoso incontro?( Ma mi manda messaggi per cose inutili, cose che sa già, diamine, gatto e topo!) Ormai sarà la prossima settimana, mancano due giorni a lunedì, il lunedì che dà il via alla settimana prossima, e lui nulla, non fa quello che ha detto, non mi fa sapere, cosa che mi aspettavo, certo, lui si fa da parte, è un gentleman, dirà così, cavolo, I Known my Chickens, li conosco bene. Che poi è solo un modo per prendere tempo, crede che io sia una stupida? Lui non sa che io so. Ma sì, va bene così, il punto che voglio metterci alla fine lo metterà lui in questo modo vigliacco, ma conta il fine, giusto?

E pensavo a una cosa, questa cosa della Sfera e del Cubo, Vittorio mi hai fatto pensare, maldetto dramma quotidiano, il mio pensiero, amico-nemico della mia vita, che poi penso davvero a caso, a volte, confondo la realtà con i sogni, non i sogni ad occhi aperti, proprio quelli che si fanno la notte, e ieri ho sognato di nuovo di nuovo di nuovo TDL, che mi incrociava e non mi guardava, non mi riconosceva nemmeno, che poi so perché l’ho sognato, il mio subconoscio mi sta mandando dei segni belli grossi di recente, potrei ignorarli e fare di testa mia, ma alla fine ci faccio i conti.

Divago. Come sempre. Pessima questa mia abitudine di perdere il segno, di smarrirmi e dover ricominciare da capo.

Pensavo alla Sfera e al Cubo, dicevo. Sì, ok, sono la Sfera: sempre in movimento e sempre la stessa faccia, la mia natura è rotolare via, ma non da tutto. Per molte cose sono un Cubo stabile: lo sono per il lavoro (mi serve, devo essere meno rotolosa possibile), lo sono per Little Boss (cerco comunque di essere una buona madre, di darle degli esempi discreti, non buoni, magari, ma io ho ceduto alla dura realtà dell’imperfezione e mi preme che impari questo, che impari a non pretendere la perfezione da se stessa, questo le salverà il coca button – tradotto: culo-), lo sono per… basta. Ho finito. Per il resto resto una Sfera.

Ed ecco, se c’è una cosa che mi piace di questo posto è questo: l’interazione. È come essere in un posto dove vuoi stare e parlare con chi vuoi parlare. Sono sincera: non credevo funzionasse così. Credevo che avrei scritto e basta. Libera il Censore, Moon. Ma qui le persone leggono. Non tutti, ma chissefrega, molte leggono davvero quello che scrivo. Il che per me è sorprendente. E io leggo. Leggo tanto. E assolutamente leggo. Nel senso che non metto mai un tic a niente che io non abbia effettivamente letto. Preciso perché qualcuno, giustamente, a volte polemizza su questo. Ma io leggo tutto quello che tocco con il mouse. Poi magari non ho un cazzo da dire e meno sto zitta, ma leggo (Sembra quasi un’intimidazione…scusate). Leggo perché quello che mi interessa siete voi, mi interessa il Dentro della gente, mi interessa capire e qui a volte, se stai attento, certo, se  stai attento lo vedi, un po’ di Dentro. Lo vedi anche fuori, certo, ma ti ci vuole più sbatti sbatti. Serve Tempo. Serve fiducia. Cose che non sono facili da ottenere.

Volevo essere breve.

Cazzo.

ps: i tag di questo articolo sono davvero a caso: perdono?

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Domanda ancora non risolta

post 36

Ieri sera era qui a cena da me l’Amico Speciale. Io e lui abbiamo visioni molto diverse della vita. Lui non capisce perché io adoro complicarmi la vita e io non capisco come lui possa vivere senza pensare al futuro. Lui non capisce la passione che io nutro nei confronti dell’umanità e io non capisco come lui possa ridurla a una semplice specie animale. Insomma, sebbene ogni tanto ci capiti di discutere su argomenti vari che poi portiamo in fondo costruendo dialoghi sui massimi sistemi, l’Amico Speciale ha un sistema di frenata tutto suo. A un certo punto smette di parlare, mi guarda e, anche interrompendo il discorso a metà mi dice: ah, è tutto degradato.

È come se avesse un limite temporale alle conversazioni. 

La cosa delude la Moon polemica, certo, ma è anche vero che è l’unico sistema per non impelagarsi in discussioni del tutto inutili, visto che abbiamo già stabilito che su tanti punti non siamo d’accordo. L’Amico speciale riesce sempre a tamponarmi. E riesce anche a farmi stare bene in una serata autodichiarata di Sesso Senza Pretese, a volte mi chiedo se sia una questione di ormoni o altro. Resta il fatto che ho dormito come un agnellino e stamani mi sono svegliata rilassata, sebbene martoriata dal raffreddore, e ho ripensato con calma alla storia del premio letterario. 

Non saranno certo tre mesi passati a fare una fatica inutile a cambiarti la vita, aveva detto ieri sera l’AS, chissà quante volte lo hai già fatto. Logica incontrovertibile. E così mi ero iscritta. Ma si sa, la notte porta consiglio… ovvero: risveglia il neurone solitario. 

Non si possono fare le cose a caso. 

Nemmeno io posso fare questa cosa a caso, io che di cose a caso ne faccio talmente tante che sono certa di sentirne anche l’odore, ormai. 

Quindi, come direbbe la Bandabardò: stoppa tutto, stoppa tutto, stoppa tutto. 

Farò le cose a modo mio, tornerò a pensare alle riviste e ai racconti, affinerò lo stile, cercherò personaggi, insomma, le solite cose. 

Solo che per fare le solite cose, devo cercare di passare meno tempo possibile a struggermi per la Testa di Legno (preferisco chiamarlo così, ultimamente mi fa proprio arrabbiare la sua ottusità, il suo passarmi accanto facendo un piccolo inchino con la mano sul cuore per poi vederlo fare il cascamorto con la mia collega, come se fossimo interscambiabili: una cameriera vale l’altra). Quindi ho deciso di mettere in pratica la teoria dell’Evitamento. Che è molto semplice: eviterò di servirlo, eviterò di parlarci, eviterò di scrivergli, eviterò di rispondergli. Così non dovrò subire gli stravolgimenti del mio corpo che avvengono ogni volta che lo vedo: mani e gambe che tremano, respiro affannato, cervello in errore. Che poi per riprendermi ci vuole del tempo che io non voglio dedicargli. 

Sono abbastanza scafata nel mio lavoro da sapere come evitarlo. 

Inizio oggi. 

Sono decisa. 

Forza, Moon, pensa alle tue storie e vedi se riesci a combinare qualcosa. 

Tutta questa carica quanto durerà? 

Domanda ancora non risolta. 

Qualche santo aiuterà

post 33

 

Ed eccomi finalmente qui, di nuovo, a cercare di parlare dell’Evento.

Solo una pazza Moon come me poteva farsi tre ore di viaggio A/R dopo X ore di lavoro per andare a sentire due o tre persone che consigliano agli scrittori perdenti come me cosa fare per essere un po’ meno perdenti. Aperitivo con gli amici? Naaa. Un cinemino rilassante? Figurati. Una bella Fiera delle riviste e della piccola editoria? Wow!

E così ho chiamato il Mentore e me lo sono trascinato dietro, che il Mentore per queste cose è il compagno ideale perché è l’unica persona che conosco(nel senso, che non sia già morto, come la Woolf o Carver) con la quale posso parlare di scrittura senza difficoltà: ci capiamo al volo su quell’aspetto. Anche perché tante cose me le ha insegnate lui, quindi…

Arriviamo a Firenze in orario, ci sediamo ad ascoltare un Tizio di una Piccola Casa Editrice molto in gamba, simpatico pure, un oratore, diciamocelo, si sente quando qualcuno è abituato a parlare oltre che a scrivere. La domanda è: cosa deve fare un esordiente per farsi notare e pubblicare?

La verità è che sono anni che penso a questa cosa, a pubblicare. E passo dei momenti in cui mi dico: se scrivi qualcuno dovrà leggere, no? E altri in cui: ma che mi importa, a me interessa solo scrivere bene, migliorare, andare avanti. Insomma, la storia del Viaggio. Ma forse me le racconto per non deludermi… 

In ogni caso il Tizio della PCA è stato molto chiaro: è come se si fosse rivolto solo a me, dicendo: Moon, cara, quello che hai fatto finora va benino, certo, ma se non ci metti un po’ di impegno resterai sempre lì dove sei, ferma ( su questo mi sono sentita punta per tanti motivi, visto che sono bravissima a stare ferma, io). Quello che devi fare, Moon, è dare i tuoi racconti alle riviste (ok, fatto!), ma non una sola (ok…), a tante, e diverse. (ok…). Quando hai pubblicato cinquanta racconti sulle riviste (cinquanta???) allora forse hai una chance di essere notata. 

Benissimo. Mi sa che sono di scrittura lenta, allora, perché io non ho cinquanta racconti di qualità da dare alle riviste. Ho solo milioni di parole scritte di getto, storie che non si concludono, robetta da perdenti. E quel che è peggio è che il Censore lavora instancabilmente da due anni, tagliando storie e idee. 

A volte ho la terribile sensazione che non uscirò mai da questa impasse: voler scrivere e non essere capace di farlo. 

Ma Eventi come quello a cui ho assistito mi ridanno la carica. È come se avessi bisogno che qualcuno o qualcosa giri la mia chiavetta sulle spalle. Il Tizio della PCA lo ha fatto. E lo ha fatto anche il Ragazzo della Rivista 1 che ho sentito alla conferenza successiva, e che sono stata felice di conoscere dal vero, dato che avevamo collaborato tramite mail per un mio racconto. 

Ecco, diciamo che tutti loro, l’Evento in sé, mi ha dato Speranza. Qualcosa del tipo: non sarà facile, ma non è impossibile come credi. E allora ok, diamoci alla pazza gioia, programmiamo sessioni di scrittura giornaliere, come ai vecchi tempi, e mettiamoci a lavoro. 

Come dice sempre l’Amico Speciale: qualche santo aiuterà.

Cambia musica, Moon, per favore…

post 29

Il mio piccolo appartamento un tempo era la canonica della chiesa del paesello in cui vivo. E la chiesa c’è ancora. È sotto i miei piedi, mentre scrivo qui al computer, e alle sei ogni sera, ogni sera, c’è la messa, e le dolci vecchiette cantano, e quindi avere Damien Rice che si sovrappone ai vari Alleluia fa davvero strano.

Mi sono fissata con questa canzone, 9 Crimes, fa parte della famosa playlist da Kleenex, chissà perché quando siamo tristi ascoltiamo musica triste, dovremmo fare al contrario, oppure ascoltare solo musica allegra, che ne so, i Green Day con Stray Heart, una canzone che mi mette sempre la carica, ma non in questi momenti, non ora, che TDL mi sta massacrando con i suoi messaggi, ma perché non riesco a smettere di leggerli e festa? So che non vorrebbe farmi male, ma non è nella condizione di non farlo, non può non farlo, è proprio inevitabile, ed è per questo che me sono andata, è perché come si muove si muove, cosa dice dice, mi farà male. Sempre. 

Cosa siamo ora?, gli chiedo. 

Oh, Moon, sempre a fare le domande peggiori, le più difficili, nei momenti meno opportuni.  

Ma cosa deve rispondere, TDL? Ma cosa vuoi che mi risponda? Lui la sua scelta l’ha fatta già. L’ha fatta prima di conoscermi, anche se mi dice che saremo legati per sempre. E un po’ di quel legame, un po’ di quel filo che ci unisce, lo sento sempre dentro, come catene pesanti che mi impediscono di muovermi, di andare. Mi sento senza un’ala.

Ma forse al verità è ancora più semplice. 

Sono io che non ho capito, sono io che non ho visto, oppure sono io che ho voluto vedere troppo, e ora sono intrappolata qui, e non so come uscirne. 

Poi mi ripeto che le trappole sono solo mentali, ed è vero che io sono una campionessa a costruirle, se ne volete, posso farle per tutti a costo zero. Così come dialogo con me stessa ab aeterno: 

-Ma come si esce dalla trappola mentale dell’amore?

-Ehi, Moon, ma l’hai già detto! Serve Tempo, 365 giorni, scontato, lo hai detto all’inizio.

-Sì. Ma nel mentre? 

-Eh, nel mentre, scrivi.

-Ci sono giorni che non mi basta.

-Allora fallo: piangi e stop. 

-Detesto piangere.

-Sei una rompiballe, Moon…

-Lo so, sono una rompiballe. 

-Hai anche altre cose, poi, non dimenticarlo.

-Tipo?

-Little Boss

(Sorriso)

-Ale

(Sorriso)

-Gli amici. Tutti. Quelli vecchi e quelli Nuovi e atipici.

(Sorriso)

-E gli abbracci…

-Giusto. Hai ragione. Ho un sacco di cose per cui sorridere.

-Almeno per stasera la abbiamo sbarcata, no?

-Sì. Però cambia musica, Moon, per favore…

-Va bene…

Al Mentore

post 28

Ho trovato una vecchia lettera mandata a un vecchio amico. Un amico indubbiamente speciale, chiaro, lo chiamo amico, ma è stata una persona importante, lo è tutt’ora anche se in modo diverso, è stato un sacco di cose per me, un Mentore prima di tutto, un Mentore per molte cose, forse troppe, con lui parlavo un sacco, parlavamo di libri, di scrittura, insomma, avevamo un mondo di carta tutto nostro. Con lui, in quella lettera, ragionavo del tempo. Anzi, del Tempo. 

Io ho sempre calcolato ogni cosa in relazione al Tempo, non so perché. Ogni azione è associata, nel mio cervello malato, al Tempo che impiego per farla. A volte anche al Tempo medio che impiegano gli altri, con relative sottrazioni. Ora mi direte: hai davvero scoperto che la terra è tonda. A parte il fatto che pure per quello ci è voluto qualche migliaio d’anni, saperlo e saperlo sono due cose diverse. 

Quindi ora ci faccio più caso, no? Tempo impiegato per fare la doccia? Con lavaggio capelli in inverno: quindici minuti; senza lavaggio capelli in estate:cinque al massimo. In estate quindi guadagno Tempo. Ho mediamente 7 minuti in più ogni sera. E potrei passare alla fase due: come spendo questi 7 minuti in più? Mi faccio un aperitivo mentre fumo una sigaretta? Oppure pulisco il bagno? Sono domande che una donna si fa, spesso…magari pure un uomo, però single, che l’ammogliato è un po’ restio a fare pensieri sul Viakal, credo. 

Poi ovviamente c’è un argomento principe che riguarda il Tempo. O almeno lo è per me in questo periodo. Il sonno. Quante ore consigliano gli esperti? Se vado a letto sapendo già che ho la sveglia puntata e poi non prendo sonno, quel Tempo dove finisce? Il Tempo perso ad addormentarmi, dico. Lo posso guadagnare in riposo generico, tipo la pennichella del dopo pranzo? Quando ne ho il Tempo, ovvio. Quindi che faccio…lo considero oppure no? 

E sì, entrare nel mio cervello che ragiona sul Tempo è quasi un trip. Mi viene in mente un film, del tizio che entra nel cervello di John Malkovic. Che ha infatti il titolo Essere John Malkovic. 

Mi chiederete perché pensarci, perché scriverlo. Perché se guardo attentamente e lavoro di cesello, anche scrivendo questo post spreco Tempo. Vuoi perché tutto ciò ha senso solo per me, quindi scriverlo è come far andare il gatto libero sulla tastiera (cosa che se avessi un gatto qui farebbe volentieri, ma non c’è, non ho più spazio per i gatti); vuoi perché il Tempo di scrivere  trecentocinquantadue parole (milleeseicentocinquantaquattro  caratteri spazi esclusi e duemiladue  spazi inclusi) forse è superiore alla risposta in sé. Che ha invece cinque parole (ventidue caratteri spazi esclusi e ventisei inclusi). 

Ed è questo che dicevo al mio amico, al mio Mentore. 

E non lo sa, oppure sì, ma se sono qui a rompere le balle a tutti con queste parole è solo colpa sua. È stato lui a farmi conoscere Carver. Murakami. Hemingway. La splendida Aimee Bender (non lo ringrazierò mai abbastanza, e forse non l’ho fatto). È stato lui a farmi entrare nel mondo di carta. A farmelo amare. Io, che aspettavo solo la spinta giusta. E lui che me l’ha data nel modo giusto. E se ancora sento che tutto questo è importante, lo devo solo a lui. Al mio Mentore. 

Grazie, Mentore, per avermi vista. 

Grazie, Mentore, per avermi aiutata. 

Grazie, Mentore, di essere ancora qui a leggermi. 

Con la scimmia di Palahniuk sul collo

post 26Evvai che oggi sono riuscita a prolungare la sensazione delle ferie andando in piscina con Little Boss e una sua amica. Qui, in mezzo agli ulivi (e ai tafani) non c’è davvero nessuno, è pace assoluta. E visto che sono riuscita a sbloccare l’eraeder, mi leggo Palahniuk, finalmente. Mi imbatto in un racconto, Voi siete qui. È il resoconto, più o meno, di una fiera per scrittori dove, pagando, hai 7 minuti per proporre a un editore la tua storia, il tuo manoscritto. Nulla di nuovo, si fa anche qui in Italia. Se vinci ti porti a casa un contratto: clap, clap!

Proseguo e inizio a sgomentarmi. Il caro buon vecchio Palahniuk mi sta dicendo, ora, che buona parte di queste persone racconta solo della propria vita, rielaborandola. 

Forgiata a colpi di martello sullo stampo di una buona sceneggiatura. Interpretata sul modello di un successo del botteghino. Non c’è da stupirsi che tu abbia cominciato a valutare la tua giornata in termini di nuovi spunti narrativi. La musica diventa colonna sonora. L’abbigliamento diventa costume. La conversazione, dialogo”.

E vabbè, nemmeno c’è bisogno di grandi doti per capire il collegamento che il mio neurone solitario ha fatto. Ebbene. Ebbene. Ebbene. Sì. Mi sono sentita punta nel vivo (oltre al tafano, pure Palahniuk). Io, che per anni ho provato a dissimulare dicendo che nelle mie storie non c’ero io, che volevo solo dar voce alla mia gente. Ora mi trovo a spiattellare la mia vita daybyday. Insomma, sono come tutta quella gente alla fiera degli scrittori, gente che cerca di vendere la propria vita su carta. E non è forse che anche io vivo la mia vita Come un romanzo? Non è che mi perdo i momenti per la smania di registrarli? 

Chiudo il racconto a metà. Mai mi sono sentita più lontana dall’idea di scrittrice.

O forse no. Beh, in realtà non proprio. 

In fin dei conti non ho mai fatto l’equazione Scrittura=Denaro. E poi questo scrivere mi fa bene, lo dico sempre, scrivere mi fa pensare. E in questo modo rifletto sulla mia vita, su di me, sugli errori commessi. Insomma, do un senso a tutto. Riordino il caos. E posso sfruttare il mio passato a beneficio del futuro. E non obbligo nessuno a leggere. Non chiedo soldi. Scrivo. E basta.

Quindi no, alla fine, non sono così lontana dalla mia idea di scrittrice. Non ho un romanzo? Dico: non ancora. Ma poi ci arrivo, eh.

Riapro il libro e finisco il racconto. E guarda guarda… le cose alla fine iniziano a tornare. Palahniuk salva l’idea della Terapia della parola. Quindi alla fine concordiamo, eh?

“Un aspetto positivo è che magari questa consapevolezza e questa registrazione potranno spingerci a condurre vite più interessanti. Magari saremo meno inclini a ripetere in continuazione gli stessi errori”.

E infine:

“O magari… forse, chissà, tutto questo processo non è che una preparazione verso qualcosa di più grande. Se impariamo a riflettere sulle nostre vite e a conoscerle, potremo tenere gli occhi bene aperti e plasmare il futuro. Questo diluvio di libri e film, di trame e sottotrame, potrebbe essere il sistema che il genere umano userà per prendere coscienza di tutta la sua storia”. 

Ora mi piaci, Pala. Che io, alla fine, sono una che non usa la letteratura come svago, ma come conoscenza dell’uomo. Se mi devo svagare gioco a carte. Quindi ok. Facciamo che questo blog è anche una preparazione. Un blog multiuso. Rielaboro Socrate: nel mentre cerco di conoscere me stessa, magari riuscirò a conoscere qualcosa di più sull’uomo. 

Cavolo. I miei 7 minuti, però sono scaduti da un pezzo. 

Se ne riparla la prossima volta. 

Finire in me

post 25
Eccoci qua, siamo quasi alla fine, le vacanze passano davvero veloci anche se non succede nulla o quasi. E devo essermi riposata davvero molto (leggi: dormito) perché stanotte alle due mi si sono spalancati gli occhi e non c’è stato verso di farli richiudere per tre ore buone. Si stava avvicinando un bel temporale e dalla finestra vedevo la luce dei lampi e sentivo il rombo in avvicinamento e tutto questo (luce- rumore) ha contribuito a farmi alzare e andare in cucina, piano per non svegliare Little Boss, precauzione quasi inutile, visto che lei, quando dorme, nemmeno un bombardamento aereo: il sonno dei giusti. Ho provato a leggere, ma l’ereader mi si è bloccato, maledetto touch screen, e quindi non sono nemmeno riuscita a sapere cosa pensa o fa la scimmia di Palahniuk. E allora non mi è rimasto altro che pensare (damn!) e ho iniziato a scrivere una mail mentale a TDL (una cosa mostruosa che faccio spesso) e mi sa che l’elettricità del temporale ha dato il suo contributo, perché era una mail al cianuro, ovvero ero incazzata come una mina, che chissà poi perché si dice così, come se le mine si potessero incazzare, al più esplodono, che è quello che ho fatto, appunto nella mail mentale, sono esplosa, ho deflagrato, gli ho scritto (mentalmente)che era un uomo senza cuore, interessato più ai controfiletti del Ristorante che a me, perché questo, mi ha scritto: siete chiusi, cavolo, e ora dove lo mangio il controfiletto? Mi sento tradito. Tu ti senti tradito, maledetto idiota? Sai dove ti metterei il controfiletto?
Mi ci sono voluti molti minuti di visualizzazioni di prati e spiagge deserte per riprendere sonno.
E poi ecco che la mattina: porca puttana! (Mi perdonerete il francesismo)
Mi bastano tre suoi messaggi in croce ed eccola lì che tutta la rabbia la metto in una bolla e la soffio via, come nelle migliori buddanate zen. Mi manca il tuo sorriso, scrive. E in un nano secondo so che sono fottuta.
Mi sto lavando i denti con Little Boss e lei mi fa: perché ti tremano le mani?
Ah, ah, troppo caffè la mattina, a volte capita, ah ah! (sorriso di plastica)
Lei se ne va rimproverandomi con lo sguardo. Sta cercando di farmi smettere di bere caffè e fumare sigarette, la piccola salutista che mangia solo Nutella al mattino…
Ed ecco che arriva un altro messaggio e io capitolo.
C’è sempre un momento della mia giornata che finisce in te.
Riesce sempre a bloccarmi le parole, la parabola della scrittrice fallita.
Ma abbocco all’amo come un tonno pinne gialle. Quindi vado avanti a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare (neurone solitario, grazie di essere ancora dalla mia parte!) fino a che lui non aggiunge: Ti manco?
Mi mordicchio le pellicine per non rispondere (Non rispondere Moon, ti prego!).
Ma sebbene mi faccia uscire il sangue, la mano trova la strada e confesso: penso a te anche troppo spesso.
Eccola, la stupida Moon.
Stupido temporale, stupida me, stupide parole.
La giornata parte male.
Eppure ho un sorriso sulla faccia che mi fa stare bene.

Essere altro

post 22
Nell’aria c’è profumo di sale e piadine. E citronella e olio al cocco e limone. L’acqua è cristallina, non me lo aspettavo davvero, non me li aspettavo, i pesci sui piedi. E invece ci sono.
Nella casa che ho affittato a un prezzo regalo, che manco una televendita, c’è anche un cortile, un dondolo e un tavolo con le panche. Ed è qui che sono piazzata, carta e penna, old style, mentre tento di difendermi dall’attacco delle zanzare che siccome con il mio corpo non ci hanno banchettato per un estate intera, ora si stanno rifacendo, indubbiamente sono affamate. birra, penna e sigaretta. Tutta una serie di 1 che mi fanno stare benissimo. Little Boss è in camera che legge e io qui che scrivo, se non fosse per il cane dei vicini (che ormai ho soprannominato  Tre zampe per ovvi motivi) che uggiola per la solitudine sarebbe un Momento Perfetto. E anche se domani dovesse piovere, anche se tutta la settimana piovesse a dirotto, sarebbe comunque una splendida vacanza. Perché finalmente sento di aver staccato la spina dalla mia vita. Una pausa, please. Come se qui potessi essere altro, vivere altro, sentire altro. E infatti il pensiero di TDL, del mio ex, perfino dell’Amico Speciale è lontanissimo, contribuisce la salsedine, si vede, che incrosta il mio cervello come fa con le porte di legno, ma fa lo stesso, mi fa bene.
E quindi nulla. Mi godo un tramonto che mi sembra di non vedere da anni, poso la penna e mi regalo un piccolo, piccolissimo, accennato sorriso.
Una cosa piccola ma buona.

Ferie, compleanni e bebè

Post 21
Sono ufficialmente in ferie da tre ore e diciotto minuti.
Ho fatto un turno massacrante, oggi, scrostato forni, teglie, pulito pavimenti (il Ristorante deve essere perfetto prima del riposo), ma finalmente sono a casa. Il mio ex mi ha portato Little Boss che sarà tutta per me, 24 ore su 24, per i prossimi dieci giorni. Domani partiamo per una settimana di mare (il tempo sembra già invernale, ma chissenefrega, il mare è bello anche così, quando non se lo fila nessuno), mi riposerò, leggerò, scriverò.
Tutto sembra un idillio, ora, che è il sabato del villaggio.
Ho solo un ultimo scalino da fare, uno piccolo, una festicciola di compleanno di mia nipote, la figlia di mia sorella, anni quattro. Non sarà poi così terribile…
Quindi regalo incartato (un miracolo che abbia trovato nascosta in un cassetto una vecchia busta decorata), capelli messi in piega (io e Little Boss), mi sento benissimo, tanto che decido di dare la seconda occasione a un paio di scarpe con tacco dieci che ho comprato questa estate.
La casa di mia sorella, invece, è un inferno.
Bambini che urlano, piangono, corrono. Genitori che parlano di pannolini e grembiuli dell’asilo. Vecchi che parlano di badanti e malattie.
Ok. Sapete quella cosa del Partito dei Cinici, no? Sono ancora militante, specie durante le feste di compleanno, che non ho mai del tutto apprezzato, nemmeno quando dovevo portarci Little Boss (ormai lei è nell’età in cui le feste si fanno con una cena in pizzeria tra amiche), ricordo che mi portavo sempre un libro da leggere, sceglievo un posto isolato e via.

Ma ORA. Ora che questo periodo per me è passato, non ricordo nemmeno più come si fa conversazione. Ma tanto sarebbe impossibile farla, vista la cacofonia.
Quindi lascio che Little Boss confabuli con quei due/tre bambini della sua età (fratelli maggiori di nanetti dell’età di mia nipote) e mi metto a guadare.
Mia sorella ama fare le feste a tema e quest’anno ha scelto il Messico. Quindi mi prendo un sombrero, stappo una Corona e mi siedo accanto alla pignatta (in seguito questa cosa si rivelerà una pessima scelta: i bambini con una mazza da baseball in mano sono armi improprie).
Mi avvicina una mamma che non ho mai visto, pancia a occhio e croce sei mesi, suo figlio sta sbizzando attaccato alla porta della casetta di legno mentre il padre cerca di farlo uscire tirandolo per un braccio. Che bella festa, mi dice, tua sorella è davvero brava!
Cerco di mettermi nei suoi panni: gravidanza durante l’estate, piedi gonfi, un bambino che urla per ogni pinzo di zanzara, un marito che sembra la brutta copia di Woody Allen (ma senza umorismo). In effetti questo per lei potrebbe essere El Dorado. Sorrido come un automa , ma non le dico nulla. Lo so che non si fa,  ma ha l’effetto voluto e lei se ne va.
Passo le tre lunghissime ore che dura questa agonia sbocconcellando sandwich, bevendo caffè e cercando di non sbadigliare vistosamente. Little Boss è sparita sul retro: meno male si è aggiunta anche qualche bambina.
Rifletto molto, in queste tre ore. Rifletto sul fatto che sono in una fase pericolosa. I bambini, prima di Little Boss, non mi sono mai piaciuti. E nemmeno dopo, a dire il vero. Io ho amato alla follia Little Boss quando era un batuffolo cicciottello e vomitava pappette, non so perché, ma era adorabile anche quando dovevo cambiarle il pannolino o piangeva perché voleva guardare i cartoni animati. Ma gli altri bambini non è che mi piacessero molto. Non sono il tipo che Ma dai, come è carino, posso prenderlo in braccio?
E invece ora è già qualche mese che i bambini piccoli mi fanno una strano effetto: tenerezza. Vengono al Ristorante dentro le loro carrozzine e io sono già lì che faccio facce da scema mentre li guardo. Ecco, se devo dirlo, sono diventata altamente tollerante nei confronti dei bambini. E questo mi preoccupa. Perché avere un bambino ora, per me, nella mia condizione un po’ parecchio disastrata…sarebbe come guidare una Ferrari senza sapere cos’è un cambio. Eppure. Eppure siamo agli sgoccioli, pensa il mio corpo. Non avrò mai più un altro figlio, pensa la mia mente.
Eppure nulla, Moon
.

Togliti dalla testa tutte le tue idee assurde, guarda ancora questi bambini urlanti e fai il conto alla rovescia per Little Boss: taglio della torta e dopo dieci minuti che è andata via la prima famiglia (prima sarebbe scortese) andiamo a casa.
E domani si fanno le valigie e andiamo al mare.

Di cosa parliamo quando parliamo di ex

post 19

Questa sera sono qui che penso. Sì, lo so che non è una novità, come dice l’Amico Speciale Io penso troppo. Che poi, come si fa a pensare troppo me lo deve ancora spiegare, anzi, mi chiedo, come si fa a pensare meno? Perché io, di sistemi, ne ho inventati a dozzine, ma l’unico che ha funzionato (e nemmeno poi molto) non ve lo dico.
Comunque. Sono qui che penso.
È passato un mio amico a trovarmi, un ragazzo che conosco da molto, due chiacchiere, ceniamo insieme? Ma sì, dai. Faccio una pasta veloce eccetera. E alla fine sono ricaduta nello stesso errore. Ho parlato del mio ex. Di quanto mi faccia incazzare come un toro appena vede la bandiera rossa. E sono due anni ormai che non parlo d’altro alla gente. Di quanto sia ingiusto avere una situazione devastante con un ex che insulta e minaccia e una figlia quasi adolescente di cui preoccuparsi e lui non mi parla, lui offende, non ragiona, e il tempo doveva sistemare le cose e non l’ha fatto, e ora sono stanca, e devo preoccuparmi davvero della mia incolumità?, ma perché non si trova un’altra e se ne sta zitto? E tutte le solite cose.
Da due anni
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Insomma. Alla fine mi vengo a noia da sola. Forse è per questo che faccio un po’ la gnorri sull’argomento, qui, su questo blog: perché mi è venuto a noia. IO mi sono venuta a noia. Sempre a lamentarmi di non poter far questo. O quello. Quando la colpa è solo mia: mia che ho permesso; mia che non agisco; mia che me la prendo.
Però, scusate, il fatto è che ho passato metà della mia vita (vera) con quest’uomo. E sebbene mi chieda come tutte le donne farebbero nella stessa situazione: ma come hai fatto?, beh. In qualche modo ho comunque fatto, non credete? E questa è un’altra delle cose che non ho risolto della mia vita. Un’altra domanda a cui non so rispondere.
Fatto sta che il mio amico mi ha detto, dopo ore di dialogo (leggi: monologo), che stavamo parlando di niente. E che l’unica soluzione era andarmene. Andare via proprio. Via di qua. E portare Little Boss come me.
Ora. A parte il fatto che non posso farlo, avrei un inseguimento in stile Thelma e Luoise prima del burrone.
Ma in ogni caso, sto pensando, sebbene la soluzione sia splendida per Me, magari non lo è per Little Boss. Ho passato tutta la sua vita a pensare a cosa potesse essere meglio per lei. E per farlo mi ci sono sbattuta, l’ho ascoltata, anche quando piangeva per le maledette coliche, e ho cercato di entrare in contatto con lei in mille modi. L’ho guadata: da vicino, da lontano, anche da media distanza, che non si sa mai.
Tutto ciò che chiedo, ora, è poterle dare opportunità. Non negargliele. Tutto ciò che vorrei è che fosse non certo felice, non sono così stupida, ma almeno sicura del suo nido. Conoscete la Teoria dell’attaccamento di Bowlby? Se non la conoscete, conoscetela. Perché a me ha cambiato la vita.
Un nido. Almeno questo. Il nido sicuro dal quale partire.
Alla fine, visto che in teoria sono fatta di stecchi e bava, non dovrebbe essere così impossibile…