Note to self (inutili divagazioni)

post 100

 

Questa mattina mi sono alzata e ho scritto questo:

 

“Stamani nell’aria di questa stanza aleggia un leggero odore di malinconia che si mescola alle candele comprate all’Ikea e al caffè.

Quanto sarebbe bello poter essere quello che si prefigge di essere e basta.

Poter seguire il cammino sicuro, senza tentennamenti, senza paura.

Ho comprato delle note.

Post-it prestampati che difettano, nel loro piccolo, della cosa più importante, la possibilità di attaccare e staccare, quindi forse non sono dei veri post-it, ma solo degli stupidi foglietti prestampati, delle note a se stessi, note to self.

Credevo di aver fatto un acquisto geniale, preso insieme al balsamo calmante per polsi (lasciate perdere, questa roba inutile la producono solo per me).

Ora le guardo, qui accanto sulla scrivania, e penso.

I’m great:

certo, lo sono, sono grande, sono forte, sono il tipo giusto. Giusto per cosa, mi chiedo? Giusto per scrivere, giusto per fare la cameriera, giusto per amare, per far crescere, per consolare, organizzare, regalare, fumare, dormire? E poi, soprattutto, giusto per chi? Ti fai troppe domande. Andiamo avanti.

I can do it:

questa è più facile. Lo posso fare. Sono in grado di farcela. Ma posso davvero fare tutto? Posso, che ne so, se davvero lo voglio, viaggiare nel tempo? Beh, no. Non sono in un libro di Dick. E poi sono più un personaggio da King, direi, tipo la moglie di Jack, Wendy, avete presente la dolce Wendy, isterica di paura, con il coltellaccio in mano e l’orecchio attaccato alla porta?

I must not forget:

Non me ne devo dimenticare. Siamo sicuri? Insomma, dimenticare a volte mi sa che è un bene. Tipo dimenticare di essere stata spregevole, di aver fatto soffrire, ma anche solo dimenticare il dolore sofferto. Sennò non se ne esce.

The weekend is near:

affermazione valida anche di martedì. È sicuramente vicino, il weekend. Affermazione innocua, questa, generica, molto fuori dal coro delle altre, un incoraggiamento che sa di Beviti il caffè e ti sveglierai. Se significa che sono vicini i giorni in cui puoi dormire e fare il cazzo che ti pare, allora ok, di solito l’affermazione non è valida per me. Io lavoro in un Ristorante. La mia domenica è il vostro lunedì (nel senso della pesantezza).

Last but not least:

I’m loved:

Sorrido. Sorrido. Sorrido.

Bello poterselo dire. Bisogna essere davvero dei geni per dirselo. Sono amata. Che certezze! Perché tutto ciò che era scritto sopra, insomma, riguarda una sola persona: io. O meglio, Io. Io sono grande, Io posso farcela, Io non devo dimenticare (quella del week end va fuori tempo, non canta con le altre). Ma Sono amata implica un’altra persona. Accidenti, che sicurezza.

Che poi, dico, non è mica detto che essere amati sia un bene, no? Essere riamati lo è. Essere amati, in generale, non saprei. Non sono il tipo che ama gonfiare il proprio ego calpestando quello altrui.

Ho finito. Che è pure troppo.

Nel centro del foglietto c’è uno spazio vuoto. Sono le Note to self extra. Tipo: Finisci il racconto!, Prepara la cena!, Stendi il bucato! Oppure, più semplicemente, Non mentirti!, che già sarebbe una bella conquista smettere di reprimere. Perché, disse il Mentore una volta, Reprimere non è guarire. E io questo insegnamento me lo porto dietro, da anni.”

 

Ora che è già buio e la giornata è passata in un gran turbinio di pensieri, sento che c’è solo una cosa da fare, a parte mettere sui polsi il balsamo calmante: riempire uno di questi stupidi foglietti.

9 pensieri riguardo “Note to self (inutili divagazioni)

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