Le cose che vuoi ma non vuoi

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Ancora ferie.

Ne parlo come fosse una condanna e in fondo c’è una parte di me che lo pensa. Questi giorni fatti di nulla mi costringono a fare (è la mia natura), a pensare a cosa fare per la precisione, e sono stancanti. In ferie in questo modo io mi stanco.

Ieri alla fine mi sono fatta una gita, ho preso il treno e sono andata a Firenze. Una mostra di Bansky, un giro alla Piccola Farmacia Letteraria, il mercatino di San Lorenzo, il Duomo. C’era il sole, una giornata splendida per camminare, che alla fine è quello che ho fatto, ho camminato, le cuffie nelle orecchie come un’adolescente, il sorriso stirato in pasticceria. Mentre passavo da Ponte Vecchio ho rinunciato al racconto. Quello del narcisista covert, quello per la raccolta sui disturbi patologici. Pensavo ai lucchetti, ma non ho guardato se ce ne erano, non so perché. Eppure me lo ero riproposto. Pensavo ai lucchetti dell’amore, a una promessa chiusa a chiave e messa lì, su un ponte che ha mille anni come minimo. Mi sono detta che le promesse hanno bisogno di simboli, qualcosa di materiale a cui attaccarsi.

Anche io avevo promesso. Certo, non in modo solenne, ma avevo detto che ce l’avrei fatta. E poi invece no. Invece no. Lo Shogun mi manda un messaggio e mi chiede se sto bene. Incazzata? Triste? Ma no, sto bene, alla fine è la verità. Non mi pento di aver rinunciato, l’ho fatto per motivi giusti, mi pento di aver mancato alla promessa con me stessa. Un altro Se vuoi puoi mancato, ma forse mi dico che non lo volevo.

È strano pensare alle cose che vuoi ma non vuoi. Mi sembra il riassunto della mia vita. O magari è una scusa che mi do in perfetto stile La volpe e l’uva. Non ci arrivo. Ma tanto non la volevo. E allora la domanda che mi faccio è come si fa a scavalcare i trucchetti delle nostre menti, le piccole trappole in cui cadiamo per giustificare le nostre azioni? Come si fa a capire quello che davvero vogliamo?

Che forse non me lo chiedo nemmeno per me, alla fine, ma me lo chiedo per altri. Per mia madre (Ma tu, dalla vita, che vuoi?), per l’Amico Speciale (Devi capire cosa vuoi). Sarebbe tutto più facile se capissi all’istante e decidessi fermamente (questo aggettivo è orrendo: non dovrei permettermi di usarlo).

E invece ci sono delle cose che voglio ma non voglio. Forse perché magari ne voglio solo un pezzo, dell’intero così com’è non me ne faccio di nulla. Magari voglio solo pezzi di realtà perché tutta insieme mi investirebbe. O magari è solo il mio modo per non stare nella Zona confort, un auto sabotarmi continuo. Come si decide qual è la verità?

E allora ecco che torno sempre lì, torno sempre a pensare che non esiste La verità, ma solo Una verità, una delle tante possibili, una che sia accettabile per farci andare avanti per la nostra strada o per decidere di tornare sui propri passi. E in questo stato di relativismo cosmico mi rendo conto che però tutto è possibile e accettabile o al contrario, tutto può essere inaccettabile e impossibile. Quindi la mia teoria ha una falla. Tutto non può essere il contrario di tutto.

Torno al punto e mi chiedo: perché hai rinunciato? Lo volevi o non lo volevi? Il mio cervello risponde che non lo sa. Ho deciso con la pancia. Ho deciso pensando ai lucchetti. E ora mi sento più libera.

 

18 pensieri riguardo “Le cose che vuoi ma non vuoi

      1. Il mio neurone non arriva a così tanto, si limita solo a prendere atto delle cose. Pensa che io ho capito molte cose dopo anni che erano successe… Ma io non sono normale quindi non faccio testo 😏

        E poi c’è sempre la birretta a sistemare le cose 😎🍺

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        1. O forse quello normale sei tu. Sempre tenendo presente il concetto di relatività del normale, che così assume un significato neutro… deve essere il caffè al cioccolato stamani a farmi questo effetto, a farmi fare il Sega mentale tour… Una birretta, Adri MP: ci sto! (Magari più tardi però…)

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  1. OT (ma anche no): faresti bene a ricordarti che girare con gli auricolari nelle orecchie è come girare con due grandi bersagli disegnati sul petto e sulla schiena: è lì che si dirigono stupratori borseggiatori rapinatori e chiunque abbia voglia di scaricare un po’ di violenza gratis, perché non hai modo di accorgerti in tempo del pericolo che ti sta piombando addosso e mettere in atto un minimo di contromisure.

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      1. No, il “non fare le cose per paura di” non c’entra niente: io a quarant’anni ho fatto due anni di arti marziali per non dover rinunciare alle mie amate passeggiate alle due di notte “per paura di”. Ma un conto è non rinunciare a qualcosa di potenzialmente pericoloso, altro è mettersi intenzionalmente nelle condizioni statisticamente più idonee a subire un’aggressione. Tipo girare di notte per il quartiere più malfamato di Napoli col Rolex d’oro in vista. O girare visibilmente isolata dal mondo e dai suoi rumori.
        PS: nel caso qualcuno se lo chiedesse: no, due anni di arti marziali non mettono in condizione di difendersi da un’aggressione. Ma sono sufficienti a dare una postura e un atteggiamento che esprimono sicurezza e che scoraggiano potenziali aggressori. I quali certamente non vogliono rogne, e quindi scelgono con cura le proprie vittime per evitare il più possibile rischi di complicazioni: persone molto anziane, persone dall’aspetto fragile, persone che non abbiano una potenziale arma in mano (bastone, ombrello), persone con gli auricolari nelle orecchie.

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  2. tempo fa vennero da me due modelle, V e A. V era già venuta un paio di volte (no orgasmi) e ad A avevo già parlato molto tempo prima. Si era decisa, infine, perché aveva messo assieme “conosco V, lei è andata, ho parlato con lui, parlo anche con lei e poi decido”. Tanta è la diffidenza in zona.
    Hanno anche passato una buona giornata. Le foto che ho messo su vendono discretamente: ne sono felici ogni volta che comunico la prima-vendita di una foto. V è emigrata lontano. Quando chiesi ad A “allora quando torni?” mi rispose un magnifico e per me spiazzante FOREVER “mi piacerebbe ma non c’ho voglia”.
    E non è mai tornata.

    Alla fine credo che sia tu, che lei, abbiate scelto quello che davvero preferivate.

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