Un lieto inizio

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È già qualche giorno che ho voglia di scrivere una storia a lieto inizio, come direbbero i miei amici di OUT (Once Upon a Time).

Quindi vado?

Vado.

C’era una volta un ragazzo che era arrivato in Italia dalla Nigeria come rifugiato. Perché, sento dire, io, che di politica non mi curo praticamente più, che in Nigeria non c’è la guerra. Ma la gente muore. I civili muoiono. E così Osaro (il cognome non ce la faccio a tenerlo a mente) tre anni fa, a 21 anni, è fuggito. Ha trovato qui un’associazione che l’ha aiutato, gli ha dato una casa, l’ha spronato a trovare un lavoro, a imparare l’Italiano. Ma, beh, io vivo in campagna piena… le opportunità di lavoro scarseggiano per tutti. Così ha iniziato a fare come tanti suoi connazionali (e non): ha cominciato a farsi trovare fuori dalle porte dei bar, dei ristoranti, vicino alle spiagge, nei parcheggi. In mano una borsa con fazzoletti, ombrelli…le solite cose. Spesso, da un anno a questa parte, se ne stava fuori dal mio Ristorante. Apriva la porta ai clienti, con un sorriso, non chiedeva mai nulla, si faceva chiamare Francesco (più facile da ricordare, furbo, il ragazzo, no?), ha imparato i nomi di tutti. I primi mesi faceva infinite colazioni offerte. Poi ha capito, l’acciughina (che avrà la mia taglia), che non poteva continuare così, e così ha iniziato a rifiutare anche quelle. Qualcuno gli lasciava un euro, due, cinquanta cent. Lui sorrideva a tutti, salutava tutti. Me compresa, ovvio. Di poche parole, ma perché non sa bene l’italiano. E infatti quando ha scoperto che parlavo inglese è stato tutto un chiedere (ma questa è tua figlia? Ma da quanto lavori qui? Ma sei sposata?). Simpatico, Osaro, mi è sempre piaciuto. Quando lo hanno spostato a dormire in un centro un po’ più grande veniva comunque al Ristorante, ormai si era fatto gli amici. E poi il mio Boss, in cambio di qualche soldo e un abbondante pasto, ha iniziato a fargli fare qualche lavoretto: giardinaggio, muratura. Che si sa, durante la primavera i lavori fuori aumentano. E così Osaro ha iniziato a venire sempre più spesso. Gran lavoratore, il ragazzo. Il mio Boss gli chiedeva, in Italiano, se gli piaceva lavorare, e lui: nooo. Ma beh, ho capito poi, non si capivano: lui credeva che gli chiedesse se aveva trovato lavoro…

E poi ecco, un giorno me lo sono trovato in pasticceria. Il mio Boss, dopo aver assunto e licenziato un bel po’ di ragazzi incapaci, ha ritenuto produttivo tentare con lui che, invece, di voglia e bisogno di lavorare ne ha davvero.

E così Osaro, da bravo rifugiato, è arrivato al Ristorante e mi ha rubato il lavoro: sta imparando a fare gli impasti, la pizza (è stato velocissimo a imparare a stendere, infornare e sfornare con la pala). Il secondo giorno di lavoro (suo) l’ho portato a comprarsi l’abbigliamento da lavoro e mi sono sentita molto Richard con Julia in Pretty Woman (denoattri). Alla fine sono quasi la sola che può capirlo e parlare con lui, quindi faccio la parte, spesso, di Google traduttore. Il mio Capo per farsi capire da lui urla, credendo che con un tono di voce più alto capirà cosa significa dare il cencio, o prendere la granata… io gli spiego che Now you have to clean the floore lui ride, ride tanto, Osaro, è felice, I’m lucky, dice, eccome se lo sei, caro ragazzo, ti sei trovato in un posto dove, anche se qualche volta devi alzarti presto la mattina o tirare tardi la sera, hai sempre un lavoro sicuro, con l’aria condizionata, dove il cibo non manca mai, per nessuno, dove il Capo e il Boss ti trattano da figlio se fai il tuo. E infatti il furbo Osaro, chiama già il Capo Mume il Boss Dad.

E poi manda messaggi a me, I miss U, se non mi vede per un giorno. Io cerco di parlare chiaro, I have a boyfriend, I’m 41! I’m old… e lui mi regala un braccialetto con le conchiglie. E uno per Little Boss. I’m busy, Osaro. Ok, ma quando porti me a vedere casa tua?

Sorrido di questo ragazzo con la giacca bianca che gli spiove sulle spalle e ripeto: ti devo parlare in italiano, così migliori. E poi ripeto in inglese. Good teacher,fa lui. E intanto il ragazzo lavora, tutti i clienti lo salutano e gli mostrano il pollice, scopriamo nel giro di due settimane che i razzisti sono davvero pochi, sono tutti felice di vederlo lavorare. E lui si fa ben volere.

La sua cooperativa l’ha spostato qui vicino, va e torna in bici dal lavoro, con il suo gilet a strisce catarifrangenti.

But I want to live alone, now I’ve a work!, dice. E io lo capisco, la bellezza di vivere da soli.

Un lieto inizio, dunque. Ha avuto carte fortunate: vedremo come le giocherà, il nostro Osaro.

Io, per una volta, faccio da spettatrice. E anche un po’ da teacher, ok.

Ma l’animo della maestrina l’ho sempre avuto.

 

 

 

9 pensieri riguardo “Un lieto inizio

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