Scrivere

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Quello che vorrei sarebbe lavorare stasera. Il lavoro vero, quello non pagato.

Sul concetto del lavoro ho dovuto pensare tanto e la mia Psi è stata la protagonista di questa piccola evoluzione.

Qualche anno fa, quando Little Boss era piccola, ma non più così piccola da dover ricevere le mie attenzioni notte e giorno, mi sono trovata improvvisamente disoccupata. È il destino delle mamme a tempo pieno, di tutte: il bambino quando è piccolo ha bisogno del tuo latte, dei pannolini, di giocare, del bagnetto, di essere cullato. E di tante altre cose. Ma poi arriva il momento in cui va all’asilo. E la mamma a tempo pieno, beh, si trova dopo un po’ ad avere tanto tempo libero.

Io lavoravo, al tempo, ma di tempo libero me ne sono ritrovata comunque in mano più del necessario. Leggevo tantissimo. E ovunque, in qualsiasi condizione. Avevo proprio fame, in quel periodo, fame di parole, e così compravo o prendevo in prestito di tutto, non selezionavo nulla, leggevo e basta, nella speranza di placare quell’ingordigia.

Fu così che mi trovai tra le mani un libro di Spaarks. Beh, è a quel libro che tocca la colpa del mio provare a scribacchiare. Appena lo finii pensai subito: una cazzata così sono capace di scriverla anche io, ma in realtà il mio pensiero andò quasi subito più in profondità: non trovo nulla, da tanto, che mi plachi quella fame. Forse potrei provare a scriverlo io.

Ho iniziato così: un po’ per gioco, un po’ per sfida, un po’ per disoccupazione. E così sono andata avanti per qualche mese, credo, non tantissimo, facciamo dalla primavera all’estate.

Ma poi ho iniziato a leggere davveroquello che stavo scrivendo. Mica tutto, eh, solo qualche parte, solo qualche racconto. C’era tanta tristezza. Un amico notò, poi, che c’erano un sacco di donne che soffrivano, nei miei racconti (le ho spesso: uccise, fatte picchiare, ammalare, torturare, rese bulimiche, nevrotiche, borderline, masochiste, sadiche, assassine…una bella lista).

Le cose quindi sono cambiate. E scrivere smise di diventare un gioco: era già una necessità.

Con il tempo lo diventò sempre di più. Era l’unico posto dove mi sentivo completamente io, mi riconoscevo allo specchio, insomma. Era una bella sensazione, a volte. Altre invece prendevo coscienza di lati di me che non sospettavo.

All’inizio provai a coinvolgere il mio ex: le piccole premiazioni, per me, erano un buon sistema. Lui da una parte sembrava contento, dall’altra invece …beh, invece no. Osteggiava. E osteggiava nel modo peggiore, con il silenzio.

Potrei dire altre mille cose su questo argomento specifico, ma sarebbero cose noiose e avulse da ciò che voglio dire stasera.

Il suo atteggiamento nei confronti della mia scrittura però cambiava anche il mio stesso rapporto con essa: iniziai a sentirmi in colpa per il fatto di farlo, come se stessi rubando del tempo a qualcuno. L’appagamento scemava e il senso di colpa saliva.

Ma siccome sono Ostinata ENevrotica, non smisi di scrivere, anzi. Rincarai la dose. Volevo di più. Volevo scrivere meglio. E di cose che mi importavano. Ma, soprattutto, meglio. Lo volevo quell’obiettivo che mi ero prefissa all’inizio, scrivere qualcosa che io volessi leggere.

E, ovvio, facevo tutto questo con immensa sofferenza.

È stato in questo momento che la mia Psi mi liberò dal peso spiegandomi che il lavoronon può essere considerato solo quello che ti dà la pagnotta in fondo al mese. Tutto ciò che impegna la tua energia per un fine specifico è lavoro. Banale, no? Bastava guadare sul dizionario. O ricordarsi che quando avevo 13 anni i miei genitori mi dicevano, con fare di rimprovero: vai a scuola e studia, è quello il tuo lavoro. Eppure…

Eppure questo concetto, da quel momento, non mi ha più abbandonato.

E quindi il mio lavoro, quello vero, è questo, scrivere. E il mio fine è stare bene, di nuovo, capire (me, il mondo), dare un nuovo punto di vista (a me, al mondo), forse anche restare (per me, per il mondo).

Quindi, ora che mi sono scaldata, vado.

Scrivo.

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5 pensieri riguardo “Scrivere

  1. C’entra e non c’entra, ma te lo voglio raccontare lo stesso. Lo sai come è nato Via col vento? Lei si era rotta una gamba, all’epoca di modi per guarire una frattura non ce n’erano molti e lei per tutto il tempo è stata costretta a stare a letto immobile. Per passare il tempo non aveva altro da fare che leggere, e suo marito faceva regolarmente la spola da casa alla biblioteca per portarle libri nuovi e restituire quelli letti. Vivevano in una di quelle cose che loro chiamano small town e noi chiameremmo microscopico paesino, insomma, un giorno il marito è tornato a casa dicendo “i libri sono finiti. Se ne vuoi leggere un altro te lo devi scrivere”, e lei ha scritto Via col vento (la morale della favola potrebbe anche essere “c’è marito e marito”).

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