Quando la giornata va in vacca

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Avete presente quelle giornate in cui appena aprite gli occhi vi rendete conto che la giornata andrà in vacca?

Il mio amico Watz continua a tentare di convincermi che si tratti della famosa Profezia che si autoavvera, ma io sono M.O.O.N.  e non ci sono logiche psicologiche che tengano: io ci metto sempre tanto impegno affinché le giornate filino lisce come l’olio, ma poi ecco che arriva Qualcuno, o un Evento esterno che ristabilisce l’equilibrio che avevo avvertito.

E così a inizio settimana ho dato uno sguardo al calendario e ho detto: mercoledì pomeriggio libero, Little Boss è da suo padre, l’Amico Speciale è partito per un viaggio, mia madre non ha necessità, mio padre latita come sempre, il frigo potrebbe anche attendere il rifornimento, i bucati sono quasi in pari, insomma, avete presente: mi prendo tre ore per me! L’estate che tanto si è fatta attendere arriverà domani e io voglio santificare il dio Sole andando in piscina. Obiettivi: rilassarsi, farsi un bel bagno, prendere il sole, leggere.

Preparo lo zaino con il mio nuovo costume da surfer (definizione del Negozio degli sportivi in cui sono andata ieri -niente battute, so che non è il negozio per me, tanto che quasi ieri non si aprivano le porte e un tizio alla cassa mi ha fatto saltare la coda per pagare, giusto per farmi uscire prima possibile-, ma in realtà si tratta di un normalissimo bikini costato in tutto meno di dieci euro), la cuffia zebrata (ognuno ha le sue debolezze), Ragazze elettriche (un romanzo distopico in cui le ragazze prima e le donne poi si accorgono di avere un incredibile superpotere: possono fulminare gli uomini con un solo tocco della mano: praticamente il sogno nel cassetto di tutte) e pure il tablet, che sia mai che tra un tuffo e l’altro non mi venga voglia di scrivere qualcosa.

La mattina procede a ritmo incalzante, ci sono mille cose da fare, a pranzo il Ristorante è pieno come non lo era da settimane. Penso che finirò tardi se non mi sbrigo, accorciando decisamente le Tre ore per me previste. Così tiro, cerco di tagliare corto con il tizio di Roma che ha scoperto che mia nonna era di Montesacro e che mi continua elencare posti (splendidi) di Roma dove devo tornare, faccio volare le tovaglie pulite sui tavoli, incalzo la mia collega per farmi portare al più presto i bicchieri puliti. Poi dalla cucina esce il mio capo: ma prima di andare via mi stampi il nuovo menù estivo come avevi detto?

Cazzo.

E vabbè, ne ho troppe per la testa, ok, lo avevo dimenticato. Il portatile del Ristorante non collabora (quando mai lo fa?), fatica ad accendersi, poi pure la stampante mi fa le storie (mi manca l’inchiostro!, dice. Brutta gallina starnazzante), e poi ci si mette anche la cassa sopra la quale devo cambiare voci e prezzi. Insomma, finisco con un’ora piena di ritardo e un giramento di scatole che faccio tornare l’inverno.

Ma io sono M.O.O.N.: salgo in macchina e accarezzo il mio violaceo zaino. La piscina dista solo due minuti di macchina, ma io riesco a trovare ben due semafori rossi per lavori in corso. Ottimo.

Arrivata alla piscina il parcheggio è pieno. Come è possibile? È solo un comune mercoledì! Poi vedo i bambini.

Campi solari.

La piscina è gremita di tante piccole teste urlanti che non ci starebbe nemmeno uno spillo.

Faccio il giro e torno a casa.

Il dio Sole dovrà ancora aspettare per avermi.

Per ora mi accontento della Luna.

Non senza una cordiale incazzatura, ovvio.

Procedo con il Piano B e mi faccio una tisana…

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La sfiga è sempre in agguato!

post 8

Oggi è venerdì 17. Superstizione, cari miei, superstizione a go-go. Non credo in nessun dio, ma ho una cieca fiducia negli oroscopi e nella sfiga. Specchio rotto? Sale rovesciato? Cappello sul letto? Maledetto gatto nero che attraversa la strada e mi blocca lì anche per un quarto d’ora prima che passi un’altra macchina in senso inverso? Le ho tutte, dalla prima all’ultima, messe in ordine  e incollate come figurine in un album Panini. 

Oggi è venerdì 17. Mi aspetto grandi cose da questa giornata, tanto che dovrei uscire con l’armatura. 

Cerco invece di essere positiva, vado a lavoro cantando i Muse a squarciagola (i Muse mi danno sempre la carica, sono una donna inversamente proporzionale), lavoro sodo non pensando a nulla (o quasi) sorrido ai clienti del Ristorante, che è la cosa che amo fare di più. Perché vedete, lavorare in un ristorante è come andare in scena: un po’ di trucco (e io ne metto il minimo indispensabile), un vestito adatto (la divisa) e il copione imparato a memoria: c’è qualcosa di più facile? Certo, ci sono giornate in cui devi improvvisare, ma quando vai in scena 250 giorni su 365 (ma forse sono di più, ho fatto solo un conto approssimativo) conosci bene i trucchi del mestiere. Insomma, lavorare per me è una liberazione quasi artistica. 

Sempre che non ci sia di mezzo TDL, ovvio. Perché con lui ho delle difficoltà fisiche da superare. Una volta mi è scivolato un piatto dalle mani. Un’altra sono inciampata in una sedia, rovesciandola. Un’altra ancora ho portato del vino al tavolo di una signora che voleva solo acqua e dell’acqua al tavolo di una coppia che voleva solo vino (divertente il fatto che entrambi i tavoli non mi abbiano fatto notare l’errore…). Insomma: combino casini. Ma non rinuncerei mai a vedere gli occhi di TDL, nemmeno per un secondo. 

Venerdì 17, ripeto. Ma TDL è in ferie, come ho detto (lido bellissimo e romantico con DSV, vedi post precedente) e quindi non corro rischi. Forse.

Il Forse arriva alle tredici in punto, sala piena di gente, nemmeno un buco in piedi, io che corro con oliere e cestini di pane, la cucina che sputa letteralmente fuoco (anche dalle narici). E lui. Da solo. Con l’aria spettinata. 

C’è un tavolo per me? 

Cavolo, io per te lo fabbricherei sul momento, un tavolo, vorrei dirgli. Datemi del legno, vi prego!

Ma no. 

Non ce l’ho.

Forse se aspetti una decina di minuti, dico guardando il tizio che è ancora all’antipasto. 

Ho fretta, mi dispiace. 

Cazzo. 

Ed ecco che arriva a darmi una mano il dio delle piccole cose, mi fodero la faccia con un sorriso, quello che indosso senza problemi 250 giorni su 365, tiro fuori dal taschino della camicia un biglietto da visita del locale e gli dico: la prossima volta chiama, così il tavolo ce l’hai assicurato. 

Lui se na va lo stesso. E io devo farci i conti. 

Magari dopo aver servito tutte queste persone, però.

Quando finisco di lavorare trovo due messaggi sul telefono. Il primo, alle dodici, mi chiede se ho un tavolo per una persona. Il secondo, alle tredici e trenta, è solo un punto interrogativo. 

Forse la prossima volta chiamerà il Ristorante, invece di mandare messaggi a me. E forse, dico forse, io sentirò una fitta allo stomaco, come se gli avessi tolto anche quell’ultima scusa per mandarmi un messaggio. 

Ma almeno sarò sicura di vederlo. 

Messi Male del mondo, cercate di capirmi…